Nuova pubblicazione

“L’Intelligenza Artificiale è giovane e già ci allarma con il ritmo con cui le sue abilità progrediscono, minacciando di superare la nostra capacità di controllarla. Affascinati dalle sue prodezze siamo tentati di affidarle la soluzione dei nostri problemi. Sarà dunque una machina ex homine a salvarci? Nel vortice delle nuove tecnologie l’astuzia della ragione ci esorta a fermarci e riflettere non solo su cosa stiamo realizzando, ma in che modo la stiamo progettando. L’intelligenza artificiale avanza speditamente, tuttavia, a parità di conoscenze scientifiche, nel Paese del Sol Levante traspare una mentalità diversa con cui la si progetta e si usa. Il Giappone è un arcipelago di isole e di segni dove tradizione e innovazione sono mantenute vive in una faticosa continuità tra storia e preistoria. In questa differenza va ricercato il riscatto dello spirito di un Occidente ormai esausto: ritrovare la Natura originaria restituendo una rinnovata meraviglia. L’auspicio è che l’Intelligenza Artificiale si rigeneri con nuovi algoritmi che riconoscano la nostra essenza. AI è l’acronimo inglese dell’Intelligenza Artificiale, ma nella lingua giapponese la parola AI significa amore.”

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Un nuovo ponte tra Italia e Giappone

Una libreria storica di Tokyo (quartiere Kanda a Jimbocho) chiusa nel 2004 risorge oggi in Italia come: “libreria online dedicata a chi ama la lettura come forma di bellezza quotidiana. Una selezione curata di titoli in italiano e giapponese: narrativa, storia, gialli, moda e cucina”.

www.odabooks.it

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Pensare all’ombra della bomba atomica

In un articolo apparso sul Corriere della Sera (1), la presidente della Società italiana di Fisica Angela Bracco ha esternato il «desiderio di esprimere sconcerto e indignazione (…) per il modo in cui la figura scientifica di Enrico Fermi (…) sia stata screditata e infangata dal professor Rovelli nell’articolo “1934 Enrico Fermi” (2). L’autrice ha voluto altresì precisare che tale indignazione è stata condivisa «da parte di numerosi colleghi che mi hanno scritto in queste ore». È evidente che in questa esternazione, a meno delle pur sempre possibili rivalità tra pari, prevale il ruolo istituzionale di presidente della Bracco. 

Tuttavia, noblesse oblige a parte, è interessante cogliere in questa occasione l’opportunità di scoprire i principi usati dalla Bracco a sostegno della propria indignazione e quelli di Rovelli nella sua replica. Non prima, però, di una necessaria premessa: in una cultura in cui la conoscenza è parcellizzata in specializzazioni sempre più raffinate è difficile raggiungere una visione d’insieme che superi la limitatezza (metodologicamente necessaria) di ognuna di esse. Non si può quindi pretendere che uno scienziato (Nobel compresi) formatosi esclusivamente nella propria materia sia anche in grado di esprimere pensieri “geniali “oltre la propria competenza. Solo una minoranza di essi mostra, infatti, di possedere una cultura e sensibilità filosofica sufficientemente ampia per guardare il mondo da un punto di vista che trascenda la propria specializzazione. Tuttavia, è proprio dagli uomini di scienza che ci si dovrebbe aspettare, al pari della loro conoscenza, una coscienza fondata sul “sapere di non sapere.

Dall’articolo.

Angela Bracco: «Sono particolarmente addolorata nel constatare come la grandezza e la complessità di uno scienziato come Fermi siano state mortificate da giudizi sommari, basati su inesattezze, e fondamentalmente ingiusti. (…) È difficile riassumere in poche frasi tutte le scoperte e il grande fermento nell’ambito della ricerca all’epoca di Fermi, ma questa indubbia difficoltà ai fini di un’efficace comunicazione non autorizza nessuno, tanto meno il professor Rovelli, a usare argomenti sommari, palesi inesattezze e toni sgradevoli, volti a screditare una figura autorevole come quella di Enrico Fermi, sul quale esiste molta letteratura da parte di illustri colleghi fisici che si occupano di storia della fisica ai massimi livelli».

Carlo Rovelli: «Fermi è stato uno dei più grandi scienziati del XX secolo. (…) a mio giudizio è stato più importante di come sia solito presentarlo. I suoi contributi non solo a creare la grande scuola di fisica italiana, ma a un intero modo di pensare della fisica contemporanea, sono sottostimati.»

Angela Bracco: «La ricostruzione storica che viene fatta nell’articolo del professor Rovelli non tiene in considerazione il contesto in cui si trovavano i ricercatori e docenti in quegli anni. Enrico Fermi viene fatto passare poco meno che un fascista/nazista assetato di sangue, che si avventa «sulla gioia di poter bruciare vivi migliaia di suoi fratelli e sorelle». 

Carlo Rovelli: «Parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi avanti. Gli scienziati, io credo, non sono santini di cui non si possono dire errori o mancanze, Più difficile è il rapporto di Fermi con la politica. Di certo non ho presentato Fermi come «un fascista assetato di sangue». Il mio rimprovero a Fermi, che è reale, è proprio il contrario di questo. Come molti lo descrivono, la politica non lo interessava: la schivava. Se era necessario iscriversi al partito fascista per poter fare quel che gli interessava nella scienza, lo faceva. Quando è andato via dall’Italia, in difficoltà crescente soprattutto per l’ebraismo di sua moglie, si è fatto ben accogliere dagli americani, e cambiato divisa. È un fatto che sia stato consulente della commissione che ha raccomandato di gettare la bomba atomica su civili, e lui non ha manifestato alcuna perplessità, né in quel momento né poi. Questo non lo apprezzo, e non vedo motivo di nasconderlo. Solo anni dopo si è espresso, come molti fisici, contro la bomba all’idrogeno».

Angela Bracco: Fermi «(…) pur consapevole delle implicazioni del suo lavoro, si dedicò la progetto Manhattan…(che) avvenne in un contesto storico molto difficile. Ma la decisione di sganciare la bomba nucleare fu unicamente politica e militare».

Commento.

Innanzitutto, si noti come per tutto l’articolo la presidente Bracco denoti Fermi come “scienziato” e Rovelli come “professore”: la lingua parla per noi. D’altra parte, la mentalità che rivela, secondo la quale la scienza è neutra e il suo uso un affare della politica (e dell’economia), riposa nel pensiero della accademia accreditato dall’establishmen : hic optime manemibus. Mentalità prevalente e ben rappresentata nel film di successo Oppenheimer in cui l’angoscia amletica di Robert Oppenheimer, lo scienziato considerato il padre putativo della bomba atomica, che sebbene non formalmente processato, lo portò nel 1954 ad essere sottoposto a causa delle sue passate simpatie comuniste, della sua opposizione allo sviluppo della bomba H e delle accuse di essere una spia dei sovietici, ad un’inchiesta sulla sicurezza che gli tolse l’autorizzazione di sicurezza, bandendolo dai segreti atomiciNel film, quando lo scienziato è a colloquio col Presidente Truman, alla sua esternazione «Signor Presidente, io ho il sangue sulle mie mani» il Presidente porgendogli un fazzoletto per asciugarsi le lacrime così gli risponde «Lei pensa che a qualcuno a Hiroshima o Nagasaki interessi un cazzo di chi ha costruito la bomba? Gli interessa chi lo ha sganciata, l’ho fatto io. Hiroshima non riguarda lei». 

Nella realtà, non nel film, Rovelli sostiene da parte sua che «parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi vanti». Tale affermazione senza dubbio esprime una verità, ma occorre precisare che il sentiero della conoscenza non è lo stesso della coscienza. Uno scienziato è tale se è al vertice della conoscenza nel suo campo (ci mancherebbe altro direbbe Platone), ma altra cosa è la coscienza di ciò che si sa e come si agisce in relazione ad essa. Per conclusione un rilancio: sarebbe interessante conoscere il pensiero della presidente Angelo Bracco sulla figura scientifica di Werner Karl Heisenberg.

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Urbanistica buddhista

Se si vuole conoscere una città, tanto più se di particolare rilievo storico e culturale, bisognerebbe per prima cosa fare visita ai suoi cimiteri. Può apparire un’idea eccessivamente romantica, ma personalmente ritengo sia utile psicologicamente stabilire un contatto emotivo con poeti, artisti, scienziati o politici del passato che abbiamo conosciuto razionalmente con lo studio. Leggere il nome di una persona famosa su una lapide ci provoca comunque un sentimento, anche se non di intensità pari a quella per un parente o amico defunto. La nostalgia, madre di ogni sentimento, si riferisce sempre al passato o al lontano e ciascuno di noi ha l’intera umanità per antenato.

Nella città di Tokyo, a nord del parco di Ueno, si trova il cimitero buddhista di Yanaka. Un’area segnata da due strade che si incrociano ortogonalmente: la Sakura Dori che corre fino al tempio Tennōji, a ridosso di una stazione ferroviaria, e la Ginnan Dori che l’attraversa a metà percorso. L’intera area è circondata da piccole case con vista aperta sui sepolcri, abitate dai vivi. Nei quattro settori ricavati dal crocevia si diramano sentieri ove si passeggia come in un giardino, in compagnia di gatti, tra le scritte indecifrabili sui sepolcri di persone ignote. Eppure anche così, se ci si dispone all’ascolto, si può avvertire una corrispondenza d’amorosi sensi  . Ma è la Sakura Dori, fiancheggiata com’è per tutto il suo percorso da alberi di ciliegio che, in primavera, incanta i vivi con il rifulgere dei suoi fiori rosa e bianchi. Eppure, dalle finestre di quellei stanze, soggiorno, cucina, studio o camere da letto, uomini e donne, bambini e anziani guardano le stele come alberi di un giardino secco, luogo di pace e meditazione. Essi sanno che. alla fine, un giorno lì traslocheranno. Alla fine, sull’impermanenza prevale l’armonia che vince di mille secoli il silenzio.  

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Lo spirito del luogo

Nella regione della Carnia, in Friuli, c’è una località dal nome vagamente orientale di Sella Chianzutan. Sotto la strada che percorre il valico, di fronte ad una casa che un tempo fu uno stavolo, un grande prato si estende fino alle pendici del Monte Piombada. Quando lo vidi per la prima volta notai nella sua sagoma il profilo di una donna supina che guarda il cielo, da sinistra: la chioma dei capelli distesi che salgono fino alla fronte, poi le sopracciglia, il naso, le labbra e il mento a proseguire con il collo e il lungo dorso. Per quanto abbia investigato tra i residenti del posto era parso che nessuno si fosse mai accorto di quella silhouette, tranne alcuni amici e conoscenti estranei ai quei luoghi, ai quali durante i soggiorni proponevo quella vista come un enigma percettivo sulla bellezza del luogo.

Ancora oggi non ho riscontrato tra i visitatori occasionali la mia percezione, al punto di temere fosse un miraggio del mio spirito inquieto. Così, nel tempo, mentre approfondivo la conoscenza della cultura giapponese e proprio in quel luogo cominciamo a scrivere le mie riflessioni su di essa, mi sono fatto l’idea che in Giappone quella montagna (Yama) sarebbe stata considerata una divinità dallo Shintō, l’antichissimo culto religioso autoctono dei giapponesi, tramandato oralmente e seguito ancor oggi. Come tale, quella montagna sarebbe laggiù venerata dalla presenza di un Santuario (Jinja o Taisha) preceduto da un Torii, il portale che indica il passaggio nella sacralità della natura, dove alberga lo spirito del luogo.

Alla impossibilità di realizzare su quel prato questa mia idea, ho supplito con la fantasia ricorrendo ad una restituzione grafica, quella che i proseliti della lingua inglese chiamano “rendering”. Il risultato è quello che appare nella foto qui pubblicata, in cui si vede un viandante dirigersi verso un Torii posato sul prato per accedere alla montagna. La mancanza di un santuario è qui voluta perché nella storia dello Shintō la sua edificazione assume il significato di dimora dello spirito che vi presiede, un luogo ove la divinità risiede dando agli uomini l’opportunità di rivolgerle le proprie preghiere. Ed io ancora non conosco cosa protegge la misteriosa divinità del Monte Piombada, né ho trovato un nome adeguato da attribuirle. Tuttavia, così come ho sempre fatto davanti ai Santuari shintoisti che ho incontrato nei miei viaggi nel Paese del Sol Levante (ve ne sono oltre 80 mila in tutto il paese), anche sul “pratone” di Sella Chianzutan ogni volta che mi rivolgo al monte mi inchino.

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Immemoriale

Hiroshima, Memoriale della Pace. Nagasaki, resti del Torii del Santuario Shintoista Sanno
(Archivio fotografico dell’autore)

Il 6 e 9 agosto di ogni anno si perpetua in Giappone e nel mondo la commemorazione delle vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Quest’anno, però, ci presentiamo alla ricorrenza dopo sofferte discussioni su come connotare l’eccidio dei palestinesi perpetuato a Gaza dall’esercito israeliano, tra timorose indignazioni e silenzi di Stato: “crimine di guerra”, “pulizia etnica” o “genocidio”? E quale valutazione critica, politica, ideologica o religiosa attribuirgli: “risposta squilibrata, all’atto terroristico subito”, “antisionismo” o “antisemitismo”?.

A 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale la percezione dei conflitti si abbandona ancora ai sentimenti dettati dall’appartenenza ideologica. in Europa tre generazioni postbelliche educate alla pace, ovvero al benessere economico e alla ricerca della felicità, oggi piangono le oltre 60 mila vittime civili dei bombardamenti israeliani (di cui oltre 16 mila bambini) invocando sgomente il ritorno all’umanità garantita dal “diritto” e protetto dalla “comunità internazionale”. Tutto questo mentre l’attenzione si distrae dalla guerra in Ucraina (oltre 12 mila civili morti) e la memoria vacilla tra vaghi richiami alle guerre passate in Medioriente (Iraq con 18 mila civili, Afganistan con 47 mila civili, Siria con 117 mila civili); mentre sbiadiscono i ricordi della guerra europea (Kosovo con 13 mila civili morti), nell’oblio della guerra in Vietnam (vittime civili stimate tra 500 mila e 2 milioni) e della Seconda guerra mondiale (con gli 85 mila vittime in Italia, i 93 mila in Regno Unito, i 500 mila in Germania, oltre 1 milione in Giappone e i 13,7 milioni in URSS di cui 2 milioni solo a Leningrado).

Non è chiaro quale sia il valore di soglia delle vittime civili (e militari) perché la coscienza pacifista s’indigni. Il punto è che per comprendere la realtà e il significato di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi ”in diretta” occorre, invece, una memoria a lungo termine che sappia guardare l’azione umana nella sua complessità, al di là dell’insostenibile meccanismo di difesa del “non è vero perché non mi piace” che obnubila la coscienza. Meccanismo che col tempo trasforma il senso di colpa in ipocrisia.

Questa volta, però, si presenta a tutti noi l’occasione di far riacquistare a queste date la dignità dei Giorni della Memoria. Con il riconoscimento del premio Nobel per la pace 2024 all’organizzazione giapponese Nihon Hidankyo, avvenuto lo scorso anno dopo tante assegnazioni criticate o, peggio, mancate (Mahatma Ghandi), questi giorni 6 e 9 agosto offrono l’opportunità di una epifania della coscienza: se gli hibakushi sono i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, tutti i civili giapponesi devono essere considerati come i sopravvissuti ai bombardamenti tra il marzo 1945 e la resa del Giappone nell’ agosto 1945. La commemorazione ci riporta dunque in Giappone, dove nell’agosto 1945 gli Stati Uniti d’America sganciarono due bombe atomiche, la prima il giorno 6 ad Hiroshima e la seconda il giorno 9 a Nagasaki, causando 210.000 morti e 150.000 feriti: tutte vittime civili avvenute in due giorni, senza contare le ulteriori e numerose vittime dovute agli effetti delle radiazioni. Sarebbero sufficienti questi fatti per riflettere sul significato di “crimine di guerra”, se non fosse che essi rappresentano solo gli ultimi due atti che concludono il programma di bombardamenti strategici su 67 città giapponesi iniziato a marzo 1945 che causò la morte di oltre 1 milione di solo vittime civili. Ancora oggi si vuole far credere che la fine della guerra contro il Giappone firmata il 2 settembre 1945 (cinque mesi dopo quella avvenuta in Europa con la Germania) sia stata determinata dalle due bombe atomiche; ancora oggi nessun presidente USA ha porto al Giappone le scuse ufficiali per l’atto criminale commesso contro la sua popolazione. A ben vedere, con buona pace dei sostenitori della oggettività della storia, la narrazione dei vincitori nasconde sempre le reali cause dell’inizio di una guerra così come quelle che ne determinano la fine. Così anche per il conflitto tra Usa e Giappone: da Pearl Harbor a Hiroshima-Nagasaki la verità rimane ancora velata da convenienti omissioni storiche.

Una ragione umana che non sia separata dal sentimento deve poter guardare in faccia la realtà sapendo discernere le lacrime dalla pioggia. Deve sapere, usando le parole di Martin Heidegger, che: “un vero trattato di pace non è mai unilaterale. Qui si confonde la pace con la vittoria-sconfitta dei contendenti, come se questi fossero quelli che si ammazzano sul campo. (…) Si dà a intendere ai popoli che la pace sarebbe l’eliminazione della guerra, che intanto la pace che elimina la guerra potrebbe venire assicurata soltanto da una guerra. Ma contro questa pace di guerra viene nuovamente aperta un’offensiva di pace i cui attacchi a stento si possono definire pacifici. La guerra: la garanzia della pace. Ma la pace: l’eliminazione della guerra. Come può la pace venire garantita da ciò che essa elimina? Qui c’è qualcosa di sconnesso nel fondamento più profondo, o magari qualcosa che è da sempre sconnesso. Ma nel frattempo “guerra” e “pace” rimangono come i due pezzi di legno che i selvaggi continuano a sfregare per ottenere il fuoco”.  

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La post tecnologia

Mentre la Fisica, la scienza dalla Natura, impone con la relatività generale e la meccanica quantistica un nuovo modo di pensare la Natura e quindi sé stessi, l’ideologia contemporanea regredisce al livello di semplice Cinematica. Se, infatti, agli inizi del XX secolo il movimento culturale italiano del Futurismo poneva la “velocità” a simbolo di progresso, in questi anni una emergente corrente di pensiero americana si fa largo sostenendo l’”accelerazione” come fattore di sviluppo di ogni tecnologia, in particolare della superintelligenza artificiale (al momento fantascientifica). Si chiama Accelerazionismo efficace (e/acc) «secondo cui non esistono problemi materiali – compresi quelli generati dalla tecnologia – che non possano essere risolti tramite “più tecnologia”. Lo sviluppo, in questa visione, non va semplicemente incoraggiato: deve essere accelerato a tutti i costi, perché soltanto la “spirale ascendente del tecno-capitalismo” può garantire all’umanità un futuro utopico».

E per coloro che ancora nutrono dubbi sulla relazione profonda tra capitalismo e tecnologia, su cui da tre secoli, almeno, è fondato il nostro modo di pensare e agire, la risposta è «i limiti imposti dalla politica, dalla morale e dalla natura siano ostacoli da abbattere, nell’ottica di un’evoluzione che abbracci completamente il potere delle macchine, dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e del cosiddetto tecno-capitalismo». Siamo difronte alla realtà di uno sviluppo tecnologico che «dev’essere guidato dalle sole logiche della velocità, della legge della giungla capitalista e del transumanesimo, che accoglierà i vincitori e spazzerà via i perdenti.»

Nel Manifesto dei pittori futuristi del febbraio 1910, firmato dai maggiori pittori italiani, v’era scritto: «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…».

In queste parole che potrebbero essere sottoscritte dai nuovi ideologi tecno-capitalisti vanno riconosciuti, a mio parere, i rischi reali delle guerre prossime venture.

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Manifesto

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Manifesto

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Perfect days: impressioni e sentimenti

Perfect days (2023), da film documentario a film d’arte. Wim Wenders, regista giapponese honoris causa.

Un film di due ore fatto di sguardi e primi piani, una colonna sonora di brani di musica rock anni ’70 collimati alle situazioni, pochi dialoghi, girato in esterni che il protagonista attraversa e guarda con meraviglia (la luce del mattino, gli alberi e la luce che vi filtra tra le foglie), in interni dove il protagonista si muove come un cieco, tanto la sua esistenza è scandita dalla consuetudine. Ci affanniamo a comprendere “chi è”, il suo passato e il suo destino, ma il personaggio Hirayama non ha una dimensione storica, né un profilo psicologico, solo il suo esserci e qualche allusione alla famiglia lasciata (nipote, sorella, padre ricoverato). Prevalgono i rumori d’ambiente (foglie spazzate, auto sui viadotti, lontane sirene) e il silenzio. Eppure, noi per tutto il tempo rimaniamo incantati, empatici, con qualche lacrima di gioia. 

La cultura giapponese è fondata su principi e valori della loro tradizione millenaria che non hanno una simmetrica corrispondenza con la nostra occidentale. In più, i giapponesi hanno nel loro linguaggio una parola o locuzione per ogni situazione o sentimento provato. Dunque, per avvicinare la cultura sulla quale questo film è stato realizzato può essere utile avere presente questo glossario minimo:

  • il registra usa nell’intervista la parola komorebi che nella lingua giapponese descrive l’immagine della “luce del sole che filtra attraverso il fogliame” (i sogni e le fotografie del protagonista);
  • nella tradizione giapponese la parola kodama indica lo spirito che risiede negli alberi (le piantine innaffiate nella casa, gli alberi ammirati e fotografati);
  • l’estetica giapponese, quindi la sensibilità della loro visione del mondo, viene descritta, tra altre, con le due locuzioni wabi-sabi, traducibile come “la bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” e ichi-go, ichi-e traducibile con “natura irripetibile di un momento”, “solo per questa volta” o “una volta nella vita”.

Hirayama è sconosciuto e invisibile, ma non a tutti, perché il vagabondo danzante nella folla, anch’egli invisibile, lo osserva e lo saluta e il bambino trascinato per mano dalla madre si volta per sorridergli. Le sue giornate trascorrono nella ripetizione degli stessi gesti, ogni volta vissuti con meraviglia, gravitando attorno alla Sky Tree Tower, che domina l’immensa metropoli di Tokyo come un gigantesco totem. Perché e di cosa meravigliarsi e godere? Della vita, dell’unica vita che abbiamo: “adesso è adesso” e “la prossima volta è la prossima volta”. E poi, i giapponesi hanno un adagio: “continuare è potere”.

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Presentazione del libro “La singolarità Giappone”

Sabato 4 novembre presenterò al Museo d’Arte Orientale E. Chiossone di Genova la seconda edizione (di prossima uscita) del mio libro “La singolarità Giappone” all’interno della rassegna letteraria dal titolo “Yomimono: leggere al Museo Chiossone e non solo” La manifestazione è stata promossa in occasione di “Genova Capitale del Libro 2023”.

Nel libro sono inserite le illustrazioni di otto xilografie di Giovanni Berio, in arte “Ligustro”, noto in Giappone come l’ultimo incisore del periodo Edo: “Un geniale stampatore di Ukiyo-e di Genova ritenuto la reincarnazione di Hokusai”

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.museidigenova.it%2Fit%2Fyomimono-leggere-al-museo-chiossone-e-non-solo%3Ffbclid%3DIwAR2Ym46PhUIknt3W3osB9vI-YhUrAjKGNo8VWtjWOSioyv3iy31E67ULTPA&h=AT0gsNugXW-hi_akQlcycbQTDSiiWURC35fiI_0ORaA4Tjuv8Spmlahc7a1LwvuNvLjM1zvYRVyTmKDIcr1XNzz0j5L5SzAmI4UwcycbMZ8BGm9usoDXUFlReweDCLkedpOE5ms&__tn__=-UK-R&c[0]=AT0y5w3ooST292TdQvweWsbTqYb1UFidu93lxHPKdIG0pj1lIshxZiyIrXEk-eSyz0nOlADUP0TVfQfc6kth1joh1tIXu7ru8pr2ClsEKoo2YJgX6_3lx-kNALnKg8X5T9Cqej9K-PfMBIsw6KpjkIrfLWEEbWEEVfNLkunIAb2cqL_OlA754w

Una delle illustrazioni nel libro

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La democrazia statistica

Roberto Calasso nel suo ultimo libro “L’innominabile attuale” osserva che “a distanza di un secolo esatto si è passati dal dadaismo al dataismo, da Dada a Big Data”. Ricordando che Dada “fu il momento della sconnessione universale, rivendicata e perseguita attraverso una sistematica abrasione del significato”, mentre il dataismo “è il momento della connessione coatta che sopprime tutto ciò che le sfugge e dove ogni soggetto diventa un fiero e irrilevante soldatino di silicio in un esercito di cui tutti ignorano dove si trovi – e se vi sia – lo Stato Maggiore”. 

Ebbene, nell’impero dei dati accade che i sondaggi abbiano sostituito gli oroscopi, troppo dipendenti dal cielo.  Si dichiara di poter conoscere l’opinione pubblica su ogni argomento per mezzo di rilevazioni statistiche eseguite attraverso contatti telefonici e software dedicati. Dovendo ricercare un equilibrio economico tra costi e benefici le interviste dovranno, però, essere limitate selezionando un “campione” (gli intervistati che accettano l’intervista) da delegare per inferenza (in virtù della loro selezione stratificata per età, genere, istruzione, appartenenze geografica e censuaria) a rappresentare l’opinione dello “universo” (tutta la popolazione). In genere, una base campionaria di circa 1000 (800 – 1200) soggetti è ritenuta necessaria e sufficiente a rappresentare l’intera popolazione. Ormai con l’ossessivo uso dei sondaggi da parte dei mass media tutti si sono convinti della scientificità dei sondaggi e nessuno più si pone il dubbio sul senso di tali consultazioni.

Tuttavia, se prestiamo attenzione alle note che, in caratteri minuscoli, accompagnano gli esiti dei sondaggi, possiamo ancora rilevare la loro inconsistenza. Un esempio per tutti: un recente sondaggio presentato come rubrica settimanale in un TG mostra gli esiti a domande di natura politica e sociale su un argomento di attualità. Tralasciando di commentare la formulazione delle domande e i commenti stessi che accompagnano l’esposizione, si apprende che il campione selezionato era composto da circa 6000 soggetti di cui 1000 rispondenti (dai quali sono state ricavate le percentuali) e 5000 ca. non rispondenti, il che significa che gli esiti riportati in forma percentuale si riferiscono al 17% del campione selezionato. In altri termini, 83% degli intervistati non risponde alle domande rivelando un assenteismo assai superiore a quello che ha contraddistinto, per esempio, la consultazione politica del settembre 2022 che ha registrato il 40% ca. Eppure, così come i politici al governo (44% dei voti ottenuti dal 60% dei votanti, ovvero ca. dal 24% degli italiani aventi diritto al voto) sostengono di rappresentare il volere della “maggioranza degli italiani”, così gli analisti e commentatori sostengono di conoscere il pensiero della popolazione italiana.

La politica “legittimata” dal voto si accompagna al pensiero “rilevato” dal sondaggio.In questi ultimi anni si è costituito un ricco mercato di agenzie di “consulting”, le cui prestazioni sono appaltate dalle istituzioni politiche e governative, che hanno fatto dei sondaggi il proprio “core business” fondendo le ricerche di mercato con i sondaggi politici con l’adozione degli stessi strumenti a testimonianza che la preferenza espressa dal voto per un partito (o quella relativa ad un dato argomento) è uguale a quella per uno yogurt. A ben vedere i sondaggi, parte integrante dei palinsesti di tutti i mass media, più che conoscere l’opinione pubblica la confezionano ricorrendo alle collaudate tecniche della comunicazione pubblicitaria. Una profezia che si autoavvera somministrando quesiti come fossero farmaci a cittadini ridotti a consumatori dal marketing politico. Abbandonate le certezze religiose e ideologiche si vive ormai nell’incertezza del mercato, con piedi e testa messi per terra e confinati dalle percentuali. Tra “ci sei” e “ci fai” non c’è più soluzione di continuità: pensiero unico e coscienza stroboscopica in un regime scientista di democrazia statistica

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Geopolitica energetica

Analisi interessante quella di Vijai Jayaraj sulle relazioni tra nucleare e inquinamento, ma fuorviante. Tuttavia, faccio osservare che con il progredire della scienza moderna abbiamo assistito dal secolo scorso ad un capovolgimento dei fini della ricerca rispetto alla applicazione tecnologica: la prima applicazione dell’energia nucleare è stata la bomba atomica e fu voluta per espresse finalità militari. Ne sono la prova le bombe atomiche fatte esplodere a Hiroshima e Nagasaki nel 1945 in Giappone che precedettero di sette anni la prima centrale termonucleare per la produzione di energia elettrica a scopo civile, installata in USA nel 1952. Ancora oggi questo peccato originale deforma la percezione dell’energia nucleare quale fonte sicura ed ecologica per risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico, ed è ragionevole supporre che, in attesa della fusione nucleare, alla paura della guerra nucleare (oltre 15.000 testate atomiche attive nel mondo), alla paura del rischio incidenti centrali nucleari (440 centrali nucleari nel mondo) si sia aggiunta quella per la crisi climatica con il rischio di ritardare ulteriormente decisioni ormai urgenti.

Tuttavia, il punto è che si analizzano le fonti energetiche assumendo un fabbisogno intenso e concentrato, qual è quello necessario all’attuale modo di produzione e consumo da cui dipende la crescita economica come fino ad oggi è stata intesa. Questa implicita assunzione, consistente nel considerare l’energia (di origine naturale) come una variabile indipendente del sistema economico (di origine artificiale), si regge su una logica autoreferenziale che pretende di trovare soluzioni, sempre più complesse e instabili, all’interno di un sistema che considera gli effetti negativi della crescita economica come esternalità. In termini più generali e logici, si confida che la soluzione di un problema generato dal sistema sia sempre possibile agendo al suo interno.

Se, invece, risalissimo alle radici storiche e culturali del problema (rivoluzione industriale-capitalismo) scopriremmo che l’ordine mondiale vigente, con le sue forze che lo sostengono e i suoi effetti che lo giustificano, non ha mutato la sua logica costitutiva ponendo la domanda cruciale, quale che sia il futuro del nucleare: chi sarà il padrone dell’uranio? Attualmente, secondo la “World nuclear association” i maggiori estrattori di uranio sono Kazakistan, Canada e Australia, che insieme contribuiscono al 65% della produzione globale, seguono Namibia, Russia, Niger, Uzbekistan e Stati Uniti ed altri minori. Le miniere sono controllate da un ristretto gruppo di società: una decina di multinazionali, con in testa la francese Areva. Anche sul controllo dell’uranio, così come dell’acqua, dei terreni agricoli, delle terre rare si gioca l’esistenza di miliardi di persone.

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Stato etico e stato soave

Seguo volentieri le serie Tv giapponesi nella convinzione che osservare come loro rappresentano se stessi mentre affrontano i problemi dell’esistenza e della quotidianità ci aiuta a comprendere la loro cultura. Tutto il cinema è un’espressione della pedagogia del paese che li produce, ma le serie Tv, a differenza dei film che per lo più sono congegnati in funzione anche di un pubblico straniero, si rivolgono principalmente al pubblico domestico mostrandone attraverso immagini, volti e dialoghi i principi e i valori. In altre parole le serie tv, al di là delle storie raccontate ed anche della lingua sconosciuta, ci dispongono in una posizione di apertura analoga a quella che un antropologo assume di fronte ad una popolazione di diversa cultura.

Un esempio. In una serie tv giapponese ambientata in una scuola superiore (Gomen ne Seishun! Regret from My School Days, distribuita da Netflix) la divinità della compassione Kannon, voce narrante in questa opera (la cui tipologia in giapponese è chiamata dorama), ci avverte che “La giovinezza è un lasso di tempo prezioso concesso da Dio. Che sia una commedia, un dramma o un orrore, prima o poi va restituita. Se ci aggrappiamo ad essa perché è bella dopo pagheremo un prezzo molto alto”.

Così: in una storia apparentemente banale tra studenti e adulti di una scuola, tra le emozioni sconosciute provocate dagli amori, i sensi di colpa, la diversità sessuale, il rispetto e la solidarietà verso gli altri che agitano gli anni dell’ adolescenza di giovani giapponesi ecco apparire un monito. Si tratta di un insegnamento tipicamente buddhista, eppure a me ha fatto immediatamente richiamare il sentimento espresso nella lirica Il sabato del villaggio.

Di fronte alle diversità dello straniero, l’esotismo delle culture lontane, l’universalità dei principi…: tutto il mondo è paese? No. Ci sono pensieri che appartengono ad una sola lingua. Tuttavia, se i pensieri sono diversi i sentimenti sono comuni.

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Minima moralia

Ragione vorrebbe che le accuse di “crimini contro l’umanità” o “crimini di guerra”venissero rivolte al termine di un conflitto o dell’arresto o morte di un dittatore, una volta acquisite tutte le informazioni necessarie e istituiti processi internazionali legali o politici. Lo abbiamo visto, per esempio, alla fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta della Germania (processo di Norimberga) e del Giappone (processo di Tokyo) o dopo la morte di Stalin (il disgelo seguito alla destalinizzazione nell’Unione Sovietica). Una assunzione che dovrebbe promuovere la ricerca di una quanto più rapida cessazione del conflitto. Questa volta invece la Vice Presidente degli Stati Uniti, sovvertendo le regole del gioco, ha ritenuto di dover lanciare ufficialmente l’accusa contro Vladimir Putin alla “Conferenza sulla sicurezza” di Monaco del 18/2/2023 (messaggio subliminale che evoca un evento del 1938 prima della tragedia) nel pieno dello svolgimento della guerra in atto in Ucraina: “Non ci sono dubbi. la Russia ha commesso crimini contro l’umanità”. A parte la sicurezza dell’esternazione, che ricorda quella mostrata da un ex Segretario di Stato degli Stati Uniti contro l’Iraq accusata di possedere “armi di distruzione di massa”, che poi cercò di recuperare affermando in una intervista che “L’assenza di una prova non è la prova di un’assenza”, qui interessa l’essenza stessa del concetto di “crimine di guerra”.

Ricordo l’addestramento ricevuto durante l’assolvimento del servizio militare di leva che prevedeva la seguente regola d’ingaggio durante i turni di guardia: chiedere tre volte “altolà chi va là, fermo o sparo” prima di essere legittimati a sparare. Considerata la paura per i rischi che si sarebbero occorsi in una simile circostanza e, d’altra parte, la materiale impossibilità di verificare ex post la corretta sequenza temporale, circolava la seguente battuta: “prima sparate e poi chiedete l’alto là”. Potrebbe sembrare una battuta cinica tra commilitoni depressi dalla naja, invece è un esempio della logica che guida la comunicazione conflittuale tra nemici sistematicamente usata non solo nei conflitti armati ma anche e soprattutto in politica, e che trasforma l’informazione in propaganda. Tale logica può essere così espressa: lancia un’accusa per primo, la verità degli argomenti è irrilevante, e poni l’avversario nella posizione di doversi difendere, sempre sotto scacco.

Tornando al merito, le dichiarazioni della attuale diplomazia americana rivolte   al  leader politico russo, al di là delle analisi e valutazioni sulla guerra in atto e delle rispettive responsabilità dei confliggenti, ritengo sia necessario e utile  richiamare alla memoria  come gli Stati Uniti conclusero la seconda guerra mondiali nel Pacifico, vincendola.

Nel 2004 fu assegnato il Premio Oscar come miglior documentario a The Fog of War – La guerra secondo Robert McNamara  del regista Errol Morris, poi conservato alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.  Tratto dal libro scritto da Robert McNamara, ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti con i Presidenti J.F.Kennedy e L.B.Johnson, vi si raccontano e commentano gli avvenimenti bellici che lo videro protagonista. Il libro, basato su lunghe interviste e molti documenti, è diviso in 11 lezioni che pongono l’accento sul valore della responsabilità verso la società. Dai suoi titoli  traspaiono gli studi filosofici di logica ed etica condotti da McNamara a Berkeley, titolo quali per esempio: entra in empatia con il tuo nemico, la razionalità non ci salverà, credere e vedere spesso sono entrambi sbagliati, la proporzionalità dovrebbe essere una linea guida in guerra,  c’è qualcosa al di là di se stessi…      

Durante la seconda guerra mondiale McNamara ricopriva il ruolo di capitano presso l’Ufficio statistico delle forze aeree americane con il compito di misurare la produttività del complesso militare-industriale, attraverso il rapporto tra il numero di morti inflitte al nemico rispetto a quelle subite e mise a punto un sistema di controllo sull’efficienza (in quel momento ritenuta insufficiente) dei bombardieri B-29 dislocati nel Pacifico al comando del Generale Curtis LeMay, Capo di Stato Maggiore dell’aviazione degli Stati Uniti. Questi  nel periodo febbraio-luglio 1945 progettò e ordinò i bombardamenti a tappeto con bombe incendiarie (napalm),  già adottate ad Amburgo e a Dresda e rese ancor più più efficaci contro le abitazioni in legno e carta delle  città giapponesi. Tali bombardamenti generarono una tempesta di fuoco su 67 città giapponesi  provocando  la perdita di almeno 1,5 milioni di vite civili, più gli animali (100.000 persone civili morirono bruciati e soffocati  con il solo  bombardamento di Tokyo nella notte del 9-10 marzo del 1945). La campagna si concluse con l’ordine di lanciare, avuto il permesso del presidente Harry Truman, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945. Durante il conflitto l’alto comando statunitense desistette dallo sganciare un terzo ordigno nucleare sulla capitale Tokyo, dal momento che la città, oltre ad essere la sede dell’Imperatore (la cui morte avrebbe rappresentato un problema nella successiva fase di ricostruzione del paese) nell’agosto 1945 era già stata completamente distrutta dai precedenti bombardamenti incendiari.  

Dopo la fine della seconda guerra mondiale v’erano alcuni osservatori che riconobbero l’immoralità di quei bombardamenti, concepiti e attuati come una strategia a lungo termine avente lo scopo di prostrare la popolazione, colpire definitivamente l’industria bellica giapponese e minare la volontà del governo nipponico di lottare a oltranza,  ma  che vennero giustificati necessari e le sue perdite dicivili considerate accettabili dall’amministrazione statunitense. Tuttavia, Robert McNamara in “Fog of War” ebbe a confessare : “LeMay mi disse: – “Se avessimo perso  saremmo stati perseguiti come criminali di guerra” – Penso avesse ragione e vorrei dire noi ci stavamo comportanto da criminali di guerra. LeMay riconosceva che quello che stava facendo sarebbe stato considerato immorale se la sua parte avesse perso. Ma che cosa rende un’ azione non immorale se vinci ed immorale solo se perdi?”  

Alla fine l’accostamento stesso dei termini “crimini” e “guerra”, ancorché legati da una proposizione, non è pleonastico? Può mai esistere una guerra senza crimini? Non è la guerra stessa un crimine, al di là di come la si conduce?

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Presentazione de “La singolarità Giappone”

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Presentazione del libro “La singolarità Giappone”

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Anteprima editoriale

Entro la fine del mese sarà disponibile nelle librerie il mio ultimo libro

La singolarità Giappone, Casa editrice peacock.

Nel frattempo è possibile ordinarlo alla www.libreriauniversitaria.it

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In memoria di Valter

Valter Amilcare Bocelli
7 giugno 1947 – 13 agosto 2022

Valter Bocelli, filosofo ricercatore dello spirito, cofondatore di questo blog, ci ha lasciato.

Una notte di agosto, tra il tramonto e l’alba

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Dura scientia, sed scientia

Il dibattito sulla pandemia Covid-19, dai media alle piazze, ha avuto il merito di far emergere la scarsa cultura scientifica presente nel nostro paese. Si è palesata una visione distorta della scienza non solo nelle posizioni inconsistenti sostenute dalle tribù di complottisti, negazionisti e no-vax, ma anche nelle spiegazioni dispensate in buona fede da zelanti divulgatori improvvisati o di mestiere, a volte anche da ricercatori professionisti. 

Il tema è che la scienza nasce come una costola della filosofia dell’antica Grecia, da Platone e Aristotele si è evoluta fino a Bacon, Decartes e Locke accreditandosi a partire dal XVI secolo come una modalità di conoscenza della realtà nei principi e metodi svincolata dalla forma di conoscenza religiosa fino ad allora ancorata alla fede e al dogma. «L’essenza della scienza moderna, che, in quanto europea, è intanto diventata un fenomeno planetario, resta fondata sul pensiero dei greci, che a partire da Platone si chiama filosofia». Una volta conosciuta l’evoluzione culturale della scienza è quindi da ritenersi profondamente sbagliato credere che il suo fine sia la ricerca della “verità” ed è inconsistente e fuori tema ogni sua critica che sia motivata da questa aspettativa. 

La Scienza viene definita sui dizionari come un sistema di conoscenze ottenute attraverso un’attività di ricerca organizzata con procedimenti metodici e rigorosi, coniugando la sperimentazione con ragionamenti logici e il calcolo. Il metodo sperimentale, introdotto da Galileo Galilei come fondamento epistemologico della scienza moderna, prevede di controllare continuamente che le sue osservazioni siano coerenti con le ipotesi e i ragionamenti svolti. Il suo obiettivo è costruire una teoria scientifica, ovvero la descrizione verosimile della realtà e delle leggi che regolano l’apparenza dei fenomeni che abbia un carattere predittivo.  

Guidati e rassicurati da millenni dalle Tavole della legge, oggi l’origine della confusione risiede a mio parere nella errata comprensione delle due locuzioni “leggi” e “carattere predittivo” che denotano la scienza. Non si tratta dunque di “credere” nella scienza, ma di pensare scientificamente, porre fiducia nei risultati ottenuti secondo una procedura oggettiva e condivisasecoqdo ragione e non per fede. Se nella procedura giuridica l’etica accetta il “ragionevole dubbio”, perché mai nella procedura scientifica dovremmo pretendere una verità certa? 

La nostra mente è plasmata di default sulla relazione di causa ed effetto, per cui per spiegare un evento cerchiamo di individuarne una causa, un fatto oggettivo sia esso esogeno che endogeno, alla quale attribuire la certezza dell’azione conseguente. La conoscenza così fondata ci procura sicurezza, al contrario la sua assenza ci destabilizza procurandoci un vuoto insostenibile. La logica così intesa sembra in questa prospettiva avere la capacità di soddisfare il bisogno psicologico di equilibrio piuttosto che accertare la verità. Una battuta di un film d’azione, con cui la moglie si rivolge al marito prima della sua partenza per una missione pericolosa, ci aiuta a comprendere lo stato d’animo delle persone di fronte agli accadimenti tragici: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.  

Nella scienza la certezza ha breve respiro, le ipotesi formulate sulla base delle conoscenze acquisite sono messe alla prova della sperimentazione e continuamente modificate, mentre i modelli e le teorie si susseguono al ritmo delle falsificazioni e di nuove rivoluzionarie scoperte. La certezza acquisita come un assoluto non ha dimora nelle discipline scientifiche, mentre il “carattere predittivo” di una teoria, la sua portata esplicativa, può solo esprimersi attraverso la probabilità. Nel linguaggio matematico con cui si esprimono le scienze si estende il dominio della teoria della probabilità e dei metodi statistici.  

Nella complessità dei fenomeni la relazione tra le variabili non è più solo esprimibile in termini di causa-effetto, ma in quelli di possibilità e correlazione, ovvero la tendenza di una variabile a cambiare in funzione di un’altra. E la correlazione non è causalità. Ai numeri che misurano gli stati fisici vengono associati quelli che ne indicano la possibilità di verificarsi.  La fisica classica studiava il movimento deterministicamente, descrivendolo con un indicatore, la velocità definita come la variazione della posizione che un punto nello spazio assume nel tempo (anche se già le misure attraverso la lettura degli strumenti ci portavano a concludere che 2 x 2 fa circa 4).

Poi è arrivata la meccanica quantistica a rompere la relazione deterministica tra osservatore (soggetto) e osservato (oggetto) per stabilire nuovi limiti alla misurazione: «Nell’ambito della realtà le cui condizioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere […] è piuttosto rimesso al gioco del caso». Alla causalità si sostituisce la casualità, alla certezza si sostituisce la probabilità.  
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