PENSARE ALL’OMBRA DELLA BOMBA ATOMICA

In un articolo apparso sul Corriere della Sera (1), la presidente della Società italiana di Fisica Angela Bracco ha esternato il «desiderio di esprimere sconcerto e indignazione (…) per il modo in cui la figura scientifica di Enrico Fermi (…) sia stata screditata e infangata dal professor Rovelli nell’articolo “1934 Enrico Fermi” (2). L’autrice ha voluto altresì precisare che tale indignazione è stata condivisa «da parte di numerosi colleghi che mi hanno scritto in queste ore». È evidente che in questa esternazione, a meno delle pur sempre possibili rivalità tra pari, prevale il ruolo istituzionale di presidente della Bracco. 

Tuttavia, noblesse oblige a parte, è interessante cogliere in questa occasione l’opportunità di scoprire i principi usati dalla Bracco a sostegno della propria indignazione e quelli di Rovelli nella sua replica. Non prima, però, di una necessaria premessa: in una cultura in cui la conoscenza è parcellizzata in specializzazioni sempre più raffinate è difficile raggiungere una visione d’insieme che superi la limitatezza (metodologicamente necessaria) di ognuna di esse. Non si può quindi pretendere che uno scienziato (Nobel compresi) formatosi esclusivamente nella propria materia sia anche in grado di esprimere pensieri “geniali “oltre la propria competenza. Solo una minoranza di essi mostra, infatti, di possedere una cultura e sensibilità filosofica sufficientemente ampia per guardare il mondo da un punto di vista che trascenda la propria specializzazione. Tuttavia, è proprio dagli uomini di scienza che ci si dovrebbe aspettare, al pari della loro conoscenza, una coscienza fondata sul “sapere di non sapere.

Dall’articolo.

Angela Bracco: «Sono particolarmente addolorata nel constatare come la grandezza e la complessità di uno scienziato come Fermi siano state mortificate da giudizi sommari, basati su inesattezze, e fondamentalmente ingiusti. (…) È difficile riassumere in poche frasi tutte le scoperte e il grande fermento nell’ambito della ricerca all’epoca di Fermi, ma questa indubbia difficoltà ai fini di un’efficace comunicazione non autorizza nessuno, tanto meno il professor Rovelli, a usare argomenti sommari, palesi inesattezze e toni sgradevoli, volti a screditare una figura autorevole come quella di Enrico Fermi, sul quale esiste molta letteratura da parte di illustri colleghi fisici che si occupano di storia della fisica ai massimi livelli».

Carlo Rovelli: «Fermi è stato uno dei più grandi scienziati del XX secolo. (…) a mio giudizio è stato più importante di come sia solito presentarlo. I suoi contributi non solo a creare la grande scuola di fisica italiana, ma a un intero modo di pensare della fisica contemporanea, sono sottostimati.»

Angela Bracco: «La ricostruzione storica che viene fatta nell’articolo del professor Rovelli non tiene in considerazione il contesto in cui si trovavano i ricercatori e docenti in quegli anni. Enrico Fermi viene fatto passare poco meno che un fascista/nazista assetato di sangue, che si avventa «sulla gioia di poter bruciare vivi migliaia di suoi fratelli e sorelle». 

Carlo Rovelli: «Parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi avanti. Gli scienziati, io credo, non sono santini di cui non si possono dire errori o mancanze, Più difficile è il rapporto di Fermi con la politica. Di certo non ho presentato Fermi come «un fascista assetato di sangue». Il mio rimprovero a Fermi, che è reale, è proprio il contrario di questo. Come molti lo descrivono, la politica non lo interessava: la schivava. Se era necessario iscriversi al partito fascista per poter fare quel che gli interessava nella scienza, lo faceva. Quando è andato via dall’Italia, in difficoltà crescente soprattutto per l’ebraismo di sua moglie, si è fatto ben accogliere dagli americani, e cambiato divisa. È un fatto che sia stato consulente della commissione che ha raccomandato di gettare la bomba atomica su civili, e lui non ha manifestato alcuna perplessità, né in quel momento né poi. Questo non lo apprezzo, e non vedo motivo di nasconderlo. Solo anni dopo si è espresso, come molti fisici, contro la bomba all’idrogeno».

Angela Bracco: Fermi «(…) pur consapevole delle implicazioni del suo lavoro, si dedicò la progetto Manhattan…(che) avvenne in un contesto storico molto difficile. Ma la decisione di sganciare la bomba nucleare fu unicamente politica e militare».

Commento.

Innanzitutto, si noti come per tutto l’articolo la presidente Bracco denoti Fermi come “scienziato” e Rovelli come “professore”: la lingua parla per noi. D’altra parte, la mentalità che rivela, secondo la quale la scienza è neutra e il suo uso un affare della politica (e dell’economia), riposa nel pensiero della accademia accreditato dall’establishmen : hic optime manemibus. Mentalità prevalente e ben rappresentata nel film di successo Oppenheimer in cui l’angoscia amletica di Robert Oppenheimer, lo scienziato considerato il padre putativo della bomba atomica, che sebbene non formalmente processato, lo portò nel 1954 ad essere sottoposto a causa delle sue passate simpatie comuniste, della sua opposizione allo sviluppo della bomba H e delle accuse di essere una spia dei sovietici, ad un’inchiesta sulla sicurezza che gli tolse l’autorizzazione di sicurezza, bandendolo dai segreti atomiciNel film, quando lo scienziato è a colloquio col Presidente Truman, alla sua esternazione «Signor Presidente, io ho il sangue sulle mie mani» il Presidente porgendogli un fazzoletto per asciugarsi le lacrime così gli risponde «Lei pensa che a qualcuno a Hiroshima o Nagasaki interessi un cazzo di chi ha costruito la bomba? Gli interessa chi lo ha sganciata, l’ho fatto io. Hiroshima non riguarda lei». 

Nella realtà, non nel film, Rovelli sostiene da parte sua che «parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi vanti». Tale affermazione senza dubbio esprime una verità, ma occorre precisare che il sentiero della conoscenza non è lo stesso della coscienza. Uno scienziato è tale se è al vertice della conoscenza nel suo campo (ci mancherebbe altro direbbe Platone), ma altra cosa è la coscienza di ciò che si sa e come si agisce in relazione ad essa. Per conclusione un rilancio: sarebbe interessante conoscere il pensiero della presidente Angelo Bracco sulla figura scientifica di Werner Karl Heisenberg.