Immemoriale

Hiroshima, Memoriale della Pace. Nagasaki, resti del Torii del Santuario Shintoista Sanno (Archivio fotografico dell’autore)

Il 6 e 9 agosto di ogni anno si perpetua in Giappone e nel mondo la commemorazione delle vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Quest’anno, però, ci presentiamo alla ricorrenza dopo sofferte discussioni su come connotare l’eccidio dei palestinesi perpetuato a Gaza dall’esercito israeliano, tra timorose indignazioni e silenzi di Stato: “crimine di guerra”, “pulizia etnica” o “genocidio”? E quale valutazione critica, politica, ideologica o religiosa attribuirgli: “risposta squilibrata, all’atto terroristico subito”, “antisionismo” o “antisemitismo”?.

A 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale la percezione dei conflitti si abbandona ancora ai sentimenti dettati dall’appartenenza ideologica. in Europa tre generazioni postbelliche educate alla pace, ovvero al benessere economico e alla ricerca della felicità, oggi piangono le oltre 60 mila vittime civili dei bombardamenti israeliani (di cui oltre 16 mila bambini) invocando sgomente il ritorno all’umanità garantita dal “diritto” e protetto dalla “comunità internazionale”. Tutto questo mentre l’attenzione si distrae dalla guerra in Ucraina (oltre 12 mila civili morti) e la memoria vacilla tra vaghi richiami alle guerre passate in Medioriente (Iraq con 18 mila civili, Afganistan con 47 mila civili, Siria con 117 mila civili); mentre sbiadiscono i ricordi della guerra europea (Kosovo con 13 mila civili morti), nell’oblio della guerra in Vietnam (vittime civili stimate tra 500 mila e 2 milioni) e della Seconda guerra mondiale (con gli 85 mila vittime in Italia, i 93 mila in Regno Unito, i 500 mila in Germania, oltre 1 milione in Giappone e i 13,7 milioni in URSS di cui 2 milioni solo a Leningrado).

Non è chiaro quale sia il valore di soglia delle vittime civili (e militari) perché la coscienza pacifista s’indigni. Il punto è che per comprendere la realtà e il significato di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi ”in diretta” occorre, invece, una memoria a lungo termine che sappia guardare l’azione umana nella sua complessità, al di là dell’insostenibile meccanismo di difesa del “non è vero perché non mi piace” che obnubila la coscienza. Meccanismo che col tempo trasforma il senso di colpa in ipocrisia.

Questa volta, però, si presenta a tutti noi l’occasione di far riacquistare a queste date la dignità dei Giorni della Memoria. Con il riconoscimento del premio Nobel per la pace 2024 all’organizzazione giapponese Nihon Hidankyo, avvenuto lo scorso anno dopo tante assegnazioni criticate o, peggio, mancate (Mahatma Ghandi), questi giorni 6 e 9 agosto offrono l’opportunità di una epifania della coscienza: se gli hibakushi sono i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, tutti i civili giapponesi devono essere considerati come i sopravvissuti ai bombardamenti tra il marzo 1945 e la resa del Giappone nell’ agosto 1945. La commemorazione ci riporta dunque in Giappone, dove nell’agosto 1945 gli Stati Uniti d’America sganciarono due bombe atomiche, la prima il giorno 6 ad Hiroshima e la seconda il giorno 9 a Nagasaki, causando 210.000 morti e 150.000 feriti: tutte vittime civili avvenute in due giorni, senza contare le ulteriori e numerose vittime dovute agli effetti delle radiazioni. Sarebbero sufficienti questi fatti per riflettere sul significato di “crimine di guerra”, se non fosse che essi rappresentano solo gli ultimi due atti che concludono il programma di bombardamenti strategici su 67 città giapponesi iniziato a marzo 1945 che causò la morte di oltre 1 milione di solo vittime civili. Ancora oggi si vuole far credere che la fine della guerra contro il Giappone firmata il 2 settembre 1945 (cinque mesi dopo quella avvenuta in Europa con la Germania) sia stata determinata dalle due bombe atomiche; ancora oggi nessun presidente USA ha porto al Giappone le scuse ufficiali per l’atto criminale commesso contro la sua popolazione. A ben vedere, con buona pace dei sostenitori della oggettività della storia, la narrazione dei vincitori nasconde sempre le reali cause dell’inizio di una guerra così come quelle che ne determinano la fine. Così anche per il conflitto tra Usa e Giappone: da Pearl Harbor a Hiroshima-Nagasaki la verità rimane ancora velata da convenienti omissioni storiche.

Una ragione umana che non sia separata dal sentimento deve poter guardare in faccia la realtà sapendo discernere le lacrime dalla pioggia. Deve sapere, usando le parole di Martin Heidegger, che: “un vero trattato di pace non è mai unilaterale. Qui si confonde la pace con la vittoria-sconfitta dei contendenti, come se questi fossero quelli che si ammazzano sul campo. (…) Si dà a intendere ai popoli che la pace sarebbe l’eliminazione della guerra, che intanto la pace che elimina la guerra potrebbe venire assicurata soltanto da una guerra. Ma contro questa pace di guerra viene nuovamente aperta un’offensiva di pace i cui attacchi a stento si possono definire pacifici. La guerra: la garanzia della pace. Ma la pace: l’eliminazione della guerra. Come può la pace venire garantita da ciò che essa elimina? Qui c’è qualcosa di sconnesso nel fondamento più profondo, o magari qualcosa che è da sempre sconnesso. Ma nel frattempo “guerra” e “pace” rimangono come i due pezzi di legno che i selvaggi continuano a sfregare per ottenere il fuoco”.