Che l’emergenza vi sia lieve

Secondo la vulgata popolare le domande della filosofia sono riducibili al “da dove veniamo e dove andiamo”, qui invece si vuole considerare l’esistenza in vita ovvero il “dove siamo” mentre viviamo. Da metà gennaio in Italia abbiamo scoperto l’insorgenza di una nuova malattia che può interessare tutta la popolazione. Passata la prima quarantena fatta di ritardi, confusioni e allarmi indotti da politici, esperti e giornalisti (mediocre esempio di intelligence) oggi possiamo affermare che la vera emergenza nel paese non è stata causata dall’insorgenza di un nuovo virus (Sars-CoV-2), quanto dalla scomposta reazione delle autorità e della popolazione di fronte ad esso. La vera emergenza è stata la fragilità manifestata nel fronteggiare una emergenza sanitaria.

Nella lingua corrente il termine emergenza ha perso il suo significato etimologico di “ciò che emerge all’improvviso dalla superficie delle acque”, sia esso una bellezza piuttosto che un pericolo, per assumere quello esclusivo e totalizzante di allarme, come avviene per la parola emergency nella lingua inglese. Inoltre, mentre l’emergenza come allarme assume la caratteristica di un evento improvviso che si manifesta subito con una fase acuta, le situazioni di pericolo cronico tendono ad essere non più considerate come emergenze in quanto ricorrenti o abituali. Per questo motivo mentre un nuovo virus può costituire a prescindere un’emergenza, una influenza stagionale, un incendio, una esondazione o un terremoto diventano tale solo in funzione dei danni che provocano, prendendo in considerazione per lo più quelli economici.

Tutto questo condiziona la nostra percezione dei fatti e fa senso, ma domandiamoci se ha davvero senso? Soffermiamoci sul seguente elenco dei pericoli reali accumulati in questi ultimi settant’anni in tutto il mondo e che presentano (escludendo le guerre e il terrorismo) fattori di rischio di effetti catastrofici per ogni nazione: armi nucleari, centrali nucleari, inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, andamento demografico, migrazioni di massa. Tutte queste realtà hanno in comune il fatto di essere state create dall’uomo più o meno direttamente e di essere generalmente considerate come un effetto collaterale, un prezzo che dobbiamo pagare in cambio del benessere, dello sviluppo e delle libertà di cui godiamo.

Si dirà: perché escludere le malattie infettive dall’elenco dei rischi per l’umanità? Perché i virus (come per altro anche i batteri) fanno parte della vita sul pianeta, ovvero dell’insieme delle caratteristiche quali l’omeostasi, il metabolismo, la riproduzione e l’evoluzione che definiscono secondo la biologia gli esseri viventi. Il fatto è che i virus in particolare (dal latino “veleno”) sono microrganismi definiti come parassiti endocellulari obbligati in quanto, non essendo in grado di sopravvivere da sé perché non posseggono l’acido nucleico sufficiente per farlo, hanno bisogno di una cellula ospite per moltiplicarsi.

Quale che sia l’origine dei virus, a tutt’oggi non ancora definitivamente accertata, è comunque acquisito dalla scienza che questi organismi, che possono infettare tutti i tipi di forma di vita dai batteri alle piante agli animali, siano vecchi quanto lo sono le prime cellule comparse sul pianeta. In altre parole le forme di vita esistenti sul pianeta, dunque anche l’uomo, convivono coi virus da centinaia di milioni di anni in una costante ricerca di un equilibrio con i suoi parassiti: i virus infettano le cellule e si moltiplicano a danno di quest’ultime, ma non tutte le cellule ospiti devono morire perché altrimenti i virus non avrebbero più l’ambiente di cui necessitano per sopravvivere loro stessi.

Oggi gli epidemiologi valutano che un’epidemia, in assenza di farmaci o vaccino, può essere considerata conclusa quando l’infezione raggiunge una popolazione di cellule pari al 15-20% del totale per poi regredire allo stadio di endemia o autoeliminarsi. Gli epidemiologi, in attesa di un vaccino o farmaci, non possono prevedere se una epidemia regredirà o progredirà verso la pandemia, ma solo calcolare la probabilità di questi differenti esiti.

Dunque, le decisioni vanno assunte sulla base di probabilità e non su certezze, ma il punto è proprio qui: un popolo impaurito esige rassicurazioni dai politici che lo governano e non si rasserena con le analisi degli scienziati, tanto più se queste si fondano su concetti di probabilità e rischio che non comprende. Indipendentemente dal livello d’istruzione, infatti, siamo tutti condizionati da una mentalità che si fonda sulla esclusivo rapporto causa-effetto e la nostra coscienza pretende una risposta, una soluzione, netta e precisa al problema. Una battuta del film “il ponte delle spie” (Steven Spielberg e Tom Kanks) recita: “(…) dimmi qualcosa che mi rassicuri, la verità non mi interessa”.

Se dobbiamo convivere coi virus perché allora allarmarsi quando insorge una malattia infettiva? La situazione che stiamo vivendo per il propagarsi del Coronavirus (Sars-CoV-2) con la malattia che la sua infezione provoca (Covid-19), al di là dei bollettini sui contagi-guariti-deceduti, che hanno avuto solo il merito di allarmare la gente in nome della sacralità dell’informazione senza fornire alcuna utilità, sta svelando la vera grave emergenza: quella costituita dallo stato del nostro Sistema Sanitario Nazionale.

La verità ormai è dichiarata apertamente e diventa spiegazione da fornire pubblicamente per richiamare la gente ad osservare con senso di responsabilità le norme restrittive, ormai estese a tutto il territorio nazionale, per arginare la diffusione del contagio: non dobbiamo ammalarci di coronavirus perché è particolarmente pericoloso, ma perché la sua diffusione rischia di far collassare la Sanità pubblica che si sta mostrando non in grado di fronteggiare simili emergenze. Incapacità medico scientifica e tecnica? Certamente no.

Si tratta di carenza delle risorse allocate alla sanità: mancano medici, infermieri, sono stati soppressi reparti, chiusi ospedali, diminuiti i posti letto, in particolare quelli per terapia intensiva, tutti risultato dei tagli di bilancio alla spesa per la Sanità pubblica in quest’ultimo decennio. È bastato un virus per incrinare il mito dell’eccellenza sanitaria lombardo-veneta, intenta a dare sempre più spazio al business privato.

È stato opportunamente fatto osservare che la crisi sanitaria in atto ha mostrato due gravi criticità di ordine politico e istituzionale che hanno causato l’inefficienza delle risposte al problema epidemico. Da una parte si è palesata la mancanza nella Unione Europea di una competenza in materia sanitaria, dall’altra la mancanza in Italia di una autorità centrale e la ridondanza delle deleghe sanitarie alle Regioni in nome di una dispendiosa autonomia locale.

La cosiddetta saggezza popolare espressa dal detto “chiudere la stalla quando buoi sono scappati” (con ciò parafrasando in senso ironico un concetto fondamentale della prevenzione per il quale la stalla andrebbe chiusa prima che i buoi scappino) non è la stessa che ispira i comportamenti irresponsabili a cui assistiamo in questi giorni in risposta al provvedimento governativo di estendere la zone d’isolamento a livello nazionale al fine di contenere la diffusione del virus, come mai era accaduto in precedenza (si noti che in soli tre/quattro giorni i Dcpm hanno esteso la “zona rossa” da livello regionale-provinciale a livello nazionale). E qual è il quadro generale delle dichiarazioni implicite che sottendono ai comportamenti espliciti?

Una l’abbiamo già ricavata: non ammaliamoci per non caricare il sistema sanitario, la nostra salute è in subordine. A seguire, si manifesta più preoccupazione per i danni del virus sull’economia reale che per i suoi effetti sulla salute. Il paradosso, in realtà la contraddizione, si rileva nel fatto che da una parte gli studiosi sostengono che le epidemie sono dovute al sistema globale di produzione del cibo, alle pratiche agricole mondiali, alla deforestazione e agli allevamenti animali intensivi in quanto favoriscono la mutazione dei virus aumentando la loro probabilità di fare il salto di specie (verso l’uomo), ma dall’altra i politici e la società civile (dagli imprenditori ai lavoratori e sindacati) si preoccupano per l’impatto economico enorme (recessione) che avranno le misure adottate nel Nord Italia. Tutti alla ricerca di un equilibrio nel bilancio costi-benefici, ma come è possibile pensare di trovare un equilibrio tra le stesse forze produttive che determinano il problema (epidemia)?

Circola sul web l’esempio di Taiwan come best practice sanitaria contro la diffusione dell’epidemia da coronavirus. In effetti si tratta di una applicazione efficace ed efficiente di quanto si può apprendere da un manuale di epidemiologia e dalla logistica, che sarà caso di studio in tutto il mondo per governi e operatori sanitari (almeno così mi auguro). Passiamo in rivista alcuni punti del protocollo applicato dalle autorità sanitarie e dal Ministero della Digitalizzazione (sic!) di Taiwan, dopo l’esperienza fatta con la devastante epidemia di Sars del 2003 che li aveva colpiti e la sfiducia acquisita in quella occasione verso la Cina e l’OMS accusate di aver ritardato l’annuncio dell’insorgere dell’epidemia:

  • avvertito il pericolo a fine dicembre di una nuova malattia respiratoria a Wuhan,
  • hanno provveduto immediatamente a controllare i passeggeri provenienti dalla Cina,
  • hanno quindi bloccato i voli e messo in quarantena i passeggeri,
  • hanno emanato avvisi quotidiani sui luoghi visitati dai pazienti prima della diagnosi,
  • hanno monitorato quelli messi in quarantena in casa tramite i loro cellulari,
  • hanno richiesto in tutti i luoghi ed edifici pubblici di disinfettarsi le mani all’entrata,
  • hanno fatto scorta e razionato le mascherine garantendo una distribuzione equa e razionale,
  • hanno tracciato on line le farmacie fornite di mascherine per evitare le file.

Quali insegnamenti si possono trarre da questo esempio ? Innanzitutto la tempestività degli interventi, poi la loro chiara e progressiva applicazione, quindi un’informazione utile per indirizzare i comportamenti corretti dei cittadini (informazione su dove sono avvenuti i contagi e non emanare bollettini di guerra sui contagiati e deceduti!), efficiente approvvigionamento e distribuzione dei dispositivi di protezione individuali (dpi) e infine, forse la cosa più intelligente, l’uso delle tecnologie informatiche (hanno un Ministro dedicato a questo).

In generale Taiwan ci ricorda che si può imparare dalle proprie come dalle altrui esperienze (capacità che indica intelligenza) e che ci si deve attrezzare ad affrontare le emergenze future (epidemie, terremoti, uragani, incendi, esondazioni, innalzamento livello dei mari…) che necessariamente, ancorché casualmente, si verificheranno. Certo è che dalle plurime esperienze dei terremoti nella nostra terra a rilevante rischio sismico non pare si sia fatta grande tesoro.

Stay home, stay alone.

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L’orientamento scolastico: la profezia che si autoavvera.

Il primo mese di ogni anno è fonte di ansia per migliaia di famiglie che, dopo essere state stordite dal marketing scolastico degli “Open day”, devono scegliere nell’arco di tre settimane a quale scuola superiore iscrivere i propri figli: licei, tecnici o professionali? Imporre i desideri dei genitori o assecondare quelli dei figli? No, in entrambi i casi è sbagliato. È bene invece affidarsi al “consiglio orientativo” della scuola media, per evitare la gran parte delle bocciature e dei ritiri che avvengono al primo anno delle superiori. Come afferma l’ineffabile preside a capo della Associazione nazionale preside della Lombardia (Anp) in un articolo apparso su la Repubblica del 3 gennaio, forte delle risultanze statistiche, “le famiglie dovrebbero dare molto più peso al consiglio orientativo della scuola e meno alle loro ambizioni” e più oltre prosegue rimproverandole perché ignorano che quel orientamento “è frutto di un lungo lavoro di osservazione e di analisi delle attitudini dei ragazzi”.

Per analizzare le questioni poste da questo dilemma, tanto significative se si tiene presente che stiamo trattando una scelta fondamentale per gli adolescenti, potrei basarmi sulla mia pluriennale esperienza di insegnante e di preside (sono trascorsi ormai trent’anni da quando operavo nell’istruzione e formazione gestita dal Comune di Milano), ma preferisco qui pormi invece come genitore di tre figli che hanno dovuto affrontare negli ultimi dieci anni il drammatico guado dopo essere usciti da tre differenti scuole medie. Non intendo portare queste tre esperienze come esempi qualificanti, sono solo tre casi statisticamente irrilevanti, voglio solo puntualizzare i temi esplicitati e non affrontati nell’articolo citato dal punto di vista di chi si è trovato ad essere “cliente” della “offerta formativa” della scuola italiana setacciata negli ultimi vent’anni da almeno due sedicenti riforme scolastiche.

Tutto il discorso sull’orientamento scolastico si regge sui seguenti tre assunti: i) un adolescente all’età di 14 anni manifesta le proprie inclinazioni, attitudini o talenti; ii) gli insegnanti delle scuole medie hanno una preparazione psicologia e psicopedagogica che li mette in grado di valutare tali inclinazioni, attitudini o talenti; iii) fuori dalla scuola esiste un mercato del lavoro in rapida trasformazione rispetto al quale la scuola deve allinearsi.

Primo assunto: le attitudini degli adolescenti. Una volta ai bambini veniva chiesto: “cosa vuoi fare da grande?” Nella maggioranza dei casi, fatta salva la divisione in classi delle famiglie, la risposta era il mestiere del papà (le mamme ancora non lavoravano), quello del ruolo sociale importante o di successo (medico, pilota, calciatore…) o quello del ruolo legato ai giochi e passatempi più amati. Fa sorridere, vero? Ma non è poi tanto banale: la prima scelta (il mestiere del papà) è l’esatta espressione dell’appartenenza del bambino alla condizione socioeconomica della famiglia, la seconda prefigurava già l’influenza della società esterna alla famiglia attraverso per esempio la televisione e il cinema (influenza che a sua volta rimanda alla posizione sociale della famiglia). E cosa diciamo della terza? Tutti i bambini amano disegnare (un’importante forma di espressione della loro personalità), alcuni amano suonare e alcuni sono anche bravi (talenti?), ma quanti di loro frequenteranno scuole d’arte o di musica? Conosciamo la risposta, gli adulti sanno bene che nella nostra società con l’arte non si trova lavoro (ricordate quel ministro di dieci anni fa che sosteneva che “con la cultura non si mangia”?) e preoccupati per il loro avvenire devono stroncare al più presto simili inclinazioni infantili, non produttive.

Nella scuola italiana esiste una curva d’attenzione per i bambini che rapidamente decresce con il crescere della loro età. Dall’asilo nido, alla scuola materna fino alla scuola elementare il bambino viene socializzato, educato, istruito, poi per un misterioso motivo con la scuola media (e siamo ancora nell’età dell’obbligo scolastico) inizia l’abbandono: disposizione a monade nell’aula, lezione frontale in un rapporto uno (insegnante) – molti (alunni) in cui il bambino si trova ad essere di colpo un individuo che deve imparare gli atteggiamenti e i valori dell’adulto. In questo triennio egli si gioca, inconsapevolmente, buona parte del suo futuro. Dalla scuola media non si esce tanto con un diploma, di valore ormai irrilevante, quanto con il “consiglio orientativo”: sarà questa la patente che lo abiliterà al suo destino formativo.

Secondo assunto: la formazione dell’insegnante. Siamo stati così intenti a criticare gli insegnanti per la loro diffusa incapacità di appassionare gli studenti alle loro materie, per la loro capacità di rendere molte materie noiose e incomprensibili, per la meticolosità sindacale di non eccedere oltre le mitiche 18-ore-di-cattedra, fatta salva la distinzione tra “ore di lezione” e “tempo scuola”, da non accorgerci che i realtà siamo di fronte a degli psicologi che stavano giorno dopo giorno non solo valutando la preparazione dei nostri figli, ma anche osservando le loro attitudini e i loro talenti. Nemmeno in occasione dei Consigli di classe abbiamo compreso la profondità dei loro giudizi dietro le loro analisi sull’incapacità della classe, per esempio, di “ non sapersi comportare adeguatamente come studenti liceali” (sentita da me in più occasioni e mai spiegata). Già, perché solo gli insegnanti giudicano, confondendo la valutazione ( che è mutevole e puntuale) con il giudizio (che si trasforma in pregiudizio), mentre persino i magistrati, ancorché giudici, precisano di attenersi all’applicazione della legge.

Cosa valutano o giudicano gli insegnanti? Dopo aver speso tempo e fatica a richiamare all’ordine la classe che “chiacchiera e disturba la lezione”, presentano un’argomento (spiegano?), “non hai capito?” va bene lo ripeto (allo stesso modo), sì però “stai attento”, poi “studiate da pagina a pagina”, quindi “verifica” (quasi sempre a mezzo test con risposte multiple). Alla terza insufficienza, valutata su scala numerica da 0 a 10, tipo dieci domande un punto ciascuna, è chiaro: la matematica non è la tua materia, che ci fai ancora al liceo, scientifico?

Ho sempre sostenuto che l’insegnamento dovrebbe essere uno tra i mestieri meglio pagati, tuttavia non l’ho mai considerato un “lavoro” come un altro, come non può essere un semplice “lavoro” ogni attività che mette in relazione esseri umani tra loro, soprattutto se si tratta di educazione, istruzione e formazione delle giovani generazioni. Il fatto è che, qui nel nostro Bel Paese, la maggior parte degli insegnanti non ha scelto l’insegnamento come mestiere di elezione, ma perché da laureati, soprattutto nelle materie non tecniche o scientifiche, è stato l’unico lavoro reso loro disponibile per molti anni, come impiego pubblico (in tempi recenti nemmeno più esiste questa possibilità). Un lavoro che a fronte di uno basso stipendio offriva maggior tempo libero: è stata una trappola per molti.

Terzo assunto: il mercato del lavoro. Il principio cardine su cui si fonda e si struttura la scuola contemporanea e che conseguentemente condiziona la formazione e l’istruzione è il legame “scuola-lavoro”. E non potrebbe essere diversamente in una società che si fonda e struttura sull’economia. La scuola viene concepita come luogo e tempo dove addestrare l’individuo a compiere un lavoro e non dove formarlo come tale con la cultura. Si sostiene che questo degrado sia causato dalla supremazia assunta dalla tecnologia e dalla scienza rispetto alla cultura umanistica, ma è un grossolano errore. Innanzitutto perché sia la tecnologia che la scienza fanno parte della cultura, intesa non come arti e spettacolo ma come accrescimento di tutte le facoltà umane, inoltre perché la facoltà spirituale per eccellenza dell’uomo è il pensare, non l’oggetto su cui si pensa, e il motore dell’evoluzione ala conoscenza. La separazione tra filosofia e scienza si è conclamata con l’affermarsi del modo di produzione e consumo che oggi impera su tutto il pianeta, partito tre secoli fa con le rivoluzioni industriali fondate dalle scoperte scientifiche e tecnologiche. Come stupirsi allora per la riduzione della scuola, originariamente luogo d’apprendimento delle conoscenze, a ruolo di incubatori di lavoratori capaci d’inserirsi quanto prima con le dovute e certificate competenze per garantire la continua produttività? D’altra parte, l’insistente richiamo al collegamento scuola-lavoro presupporrebbe che fuori dalla scuola esistesse uno solido sviluppo della industria e della ricerca: è questo il caso dell’Italia di oggi? Se volessimo, come io vorrei, coltivare i figli, ovvero renderli colti, piuttosto che orientarli verso le esigenze non della società, ma dell’economia, allora dovremmo preoccuparci che la scuola dell’obbligo durasse fino ai 18 anni, avendo come finalità la formazione dell’uomo, che in seguito lavorerà, e non piuttosto di un lavoratore, che socializzerà in funzione del ruolo assunto.

In conclusione. La scuola dovrebbe formare tutti e indistintamente con la cultura, umanistica e scientifica, perché sia messo in grado di inserirsi nella società contribuendo a trasformarla, non deve orientare verso un posto prefissato utile alla società esistente. Essa deve aprire quanto più possibile la mente di un giovane, bambino o adolescente, perché sia in grado da sé di scegliere come orientarsi nella società e nel mondo del lavoro. Per questo motivo la scuola, obbligatoria almeno fino a 18 anni, non deve essere strutturata in modo differenziato con indirizzi e specializzazioni, al punto di costringere un adolescente ad una scelta che non è in grado di fare né disposto ad accettare sia che venga imposta dai genitori condizionati dalle loro esperienze e livello culturale, sia che venga offerta da consulenti che rispondono più alle esigenze del mercato del lavoro che a quelle culturali di ognuno. Nella realtà il “consiglio orientativo”, emesso dopo 8 anni di scuola, è una profezia che si autoavvera alterando il comportamento del soggetto che così si conformerà al giudizio: una autentica certificazione di esclusione. Si parla tanto di uguaglianza e di parità di diritti applicati alle varie condizioni sociali, di genere, di credo religioso, di orientamento sessuale e di etnia, senza rendersi conto che la vera parità da rivendicare che unifica e supera ogni determinazione particolare della diseguaglianza è la parità culturale, e inizia dalla scuola. Solo la cultura ci potrà salvare.

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Controllo dunque sono, ma la coscienza arriva sempre tardi.

Ho assistito il primo novembre scorso alla proiezione della prima nazionale del film giapponese Un coperchio sul sole che racconta i primi cinque giorni della gestione da parte del governo allora in carica dell’incidente nucleare di Fukushima Dai-chi (11 marzo 2011). Buono il film e lodevole l’iniziativa di portarlo nel mondo. Lo smarrimento leggibile sui volti e osservabile nei comportamenti dei personaggi hanno ben rappresentato la catastrofe incombente sul Giappone in quei giorni, una tragedia che tuttavia riguarda tutto il mondo e che non si è ancora conclusa.

L’evento della proiezione del film è stato reso ancor più significativo oltre dalla presenza del produttore del film Tachibana Tamiyoshi, che lo ha promosso dal 2015 in nove nazioni europee ed extraeuropee, da quella dell’ex Primo ministro Kan Naoto che durante il suo mandato (giugno 2010-agosto 2011) dovette gestire la tragica crisi. Al termine della proiezione, durata 90 minuti, l’ex Primo ministro ha risposto alle domande poste dagli organizzatori dell’evento e dal numeroso pubblico che affollava l’Auditorium di Castano Primo ove si teneva l’evento.

Sono trascorsi più di otto anni dall’accaduto e la mia prima considerazione dopo aver visto il film riguarda la labilità della nostra coscienza. Nella nostra memoria si sono installati i ricordi del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 e dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001, ma non ci siamo ancora resi conto dell’enormità di quanto accaduto in Giappone a Fukushima.

Cosa è accaduto sul territorio della prefettura di Fukushima quel 11 marzo 2011?

Mappa delle principali scosse del terremoto

i) Un primo sisma di magnitudo momento pari a 9.0 (Intensità Mercalli Modificata) durato 6 minuti (il più potente accaduto in Giappone, il quarto a livello mondiale) con epicentro nel mare alla profondità di 30 km a 100 km dalla costa orientale del Giappone settentrionale fu seguito da altre 40 scosse nella stessa giornata e da altre ancora durate fino al 17 marzo, tutte di magnitudo comprese tra 5,8 e 7,4.

ii) Il maremoto causato dal sisma (uno dei più catastrofici della storia dell’umanità) ha generato tsunami con onde alte in media 10 metri che si sono propagate alla velocità di 750km/h verso le coste di 11 Stati, di queste quella che si è abbattuta sulle sponde vicino alla città di Miyako (a Nord di Fukushima) ha raggiunto l’altezza straordinaria di 40,5 metri; le onde anomale furono causate da una frana sottomarina innescata dal terremoto e occorsero 72 ore prima che le onde si riducessero alle oscillazioni di una normale tempesta locale.

iii) Si stima che l’energia del sisma possa aver causato lo spostamento dell’asse terrestre di circa 17 cm e spostato le coste del paese di 4 m verso Est causando mutazioni del fondale marino. iv) Le vittime ad oggi accertate sono 15703 morti, 5314 feriti e 4647 dispersi; le persone evacuate oltre i 30-50 km dalla centrale nucleare sono state 184670.

Cosa è accaduto in particolare alla centrale di Fukushima Dai-chi?

Lo tsunami che colpisce la centrale nucleare di Fukushima

Innanzitutto occorre precisare che stiamo trattando di un incidente che nella scala INES elaborata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica viene classificato a livello 7, ovvero quello massimo definito catastrofico (stessa classificazione di Chernobyl).

Passiamo ora ai danni. i) Immediatamente dopo il terremoto, i reattori attivi interruppero automaticamente le loro reazioni di fissione sostenute, tuttavia lo tsunami distrusse i generatori di emergenza che avrebbero fornito energia per controllare e far funzionare le pompe necessarie per il raffreddamento dei reattori.

ii) Il raffreddamento insufficiente ha portato a tre crisi nucleari, esplosioni d’aria e idrogeno e il rilascio di materiale radioattivo nei reattori 1, 2 e 3 dal 12 al 15 marzo (nella centrale vi sono 6 reattori).

iii) La perdita di raffreddamento suscitò preoccupazioni anche per il combustibile esaurito poco prima caricato del reattore 4, che aumentò di temperatura il 15 marzo a causa del calore di decadimento dalle barre stesse, ma che non si ridusse in una esposizione all’aria.

iv) La causa predominante dei danni viene attribuita all’onda anomala di almeno 14 m di altezza abbattutasi sull’impianto, a fronte degli sbarramenti protettivi previsti dal progetto alti 6,5 metri (video).

v) Nel 2012 si accertò l’assenza di adeguate misure preventive e di sicurezza da parte dell’operatore proprietario dell’impianto (TEPCO) determinata dal timore di subire cause legali o proteste contro le sue centrali nucleari.

Quali sono i danni del disastro di Fukushima da riparare, oltre i reattori?

i) Sono 170.000 i residenti evacuati, dalle zone entro i 20 km dagli impianti nucleari, messi sotto controllo per eventuale contaminazione radioattiva e 360000 i bambini della popolazione locale di Fukushima monitorati sullo stato di salute.

ii) I danni ambientali rimangono ancora sostanzialmente inestimabili. Nei giorni successivi al disastro i livelli di radioattività in mare hanno superato di oltre 4400 volte i limiti ammessi. Tuttavia, la quantità totale di radioattività diffusa nell’atmosfera è stata all’incirca di un decimo di quella rilasciata durante il disastro di Chernobyl. La natura e pericolosità della contaminazione di Fukushima, tuttavia, non può propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobyl per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea ( per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto). La seconda differenza critica rispetto a Chernobyl è che questo impianto fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione è impraticabile; la contaminazione sta procedendo ininterrottamente fin dal primo giorno, e durerà ancora per un imprecisato numero di anni (secondo certe stime si parla di un periodo dai 10 ai 20 anni). È ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo in gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell’entroterra.

iii) I danni economici: per la sola “bonifica” di Fukushima e ripristino dello status di “green field” il produttore di energia nucleare TEPCO stima che saranno necessari a partire dal 2017 ulteriori 30 a 40 anni. Il governo giapponese stima una spesa minima di 75,7 miliardi di dollari per la sola bonifica dell’impianto di Fukushima. La valutazione dei costi complessivi (ovvero bonifica + costi indiretti) varia enormemente, da 202,5 fino a 626 miliardi di dollari calcolati dal Centro giapponese per le ricerche economiche (JCER).

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Flat tax, sed tax?

Il presente è un raccontino da me scritto l’8 di giugno del 2018. La data è importante perché nel racconto c’è la previsione di un piano premeditato per introdurre la Flat Tax, quella che a mio avviso arriverà a colpire gli italiani con la forza di uno tsunami ma con effetti dilatati nel tempo e per moltissimi anni.

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Il ‘68

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus “,  la rosa primigenia esiste solo nel nome, del passato possediamo soltanto nudi nomi. Che ne è stato del passato, della vicenda umana, di ogni singola esistenza? di tutto l’amore come del dolore? delle passioni come dei sentimenti di tutta l’eternità delle genti che ci hanno preceduto e che come noi hanno vissuto?  Senza nome il passato è nudo, ma potrà mai essere di conforto un nudo nome? Che ne è stato del profumo? Dell’odore della rosa? E di quello del sangue? E’ un’esperienza vissuta, non la memoria, né riflessione, né un nome che ci fa cogliere l’essenza della realtà”.

Quanta ignoranza. Ho sempre detestato la storia studiata su i libri di testo, una raccolta sterile di date e di bellicosi eventi, ritenuti da pedanti sedicenti storici i più “significativi”. La storia è stata una materia che non ho mai amato. Fredda,  arida, qualcosa da mandare a memoria, senza possibilità di coinvolgimento alcuno. Date, nomi, battaglie. Solo nella maturità ho compreso che non era la materia a essere arida bensì la sua narrazione. La mancanza d’amore, di creatività, di fantasia e d’impegno da parte dei docenti, inchioda la conoscenza sulla superficie piatta di nozioni prive di colore e di sapore. 

Solo a dispetto della scuola, ho capito che la storia non va letta ma vissuta: è storia solo quello che rivivi, ciò che risveglia i sentimenti, gli odori, i colori delle genti passate, quello che fa dono agli occhi di vedere quei mondi, i mondi che noi, proprio noi, siamo stati e che nella storia sulla nostra pelle devono tornate a vivere. Parlo dell’odore dell’aria e il sapore della miseria e del sangue che lo spirito, quello di tutti, respirava. Musica e odore del tempo. Parlo di un viaggio astrale in cui si libera l’immaginazione e l’anima vola sui luoghi passati per vivere il passato come presente.

Solo nella maturità mi sono accorto che non c’è storia sui libri, solo un nudo scheletro, nudi nomi, anatomia di uno spirito cadavere che diversamente ha bisogno di carne oltre che di  ossa, che ha bisogno di un corpo per un vivo sentire.  Solo nella maturità mi sono accorto di cosa è stata la scuola. Mi sono convinto così che i veri libri di storia sono l’arte e la letteratura. Leggere, veramente leggere, per piacere e anche per capire, cercare; fare in modo che le parole, le emozioni in altri secoli da altri vissute, rivivano in noi, per provare tutto o quasi tutto, in un modo che ti cambia la vita. 

Non ho spazio qui per raccontare il ’68, è mio desiderio solo offrire all’insipienza sterile che vede solo i nudi fatti alcuni spunti su cui riflettere su come lo spirito muti sulle onde mai uguali del tempo. Mai fummo gli stessi, in nessuna epoca, nessuna epoca fu mai uguale. Il serpente muta la pelle e in ogni spira progredisce così come l’acqua del fiume non è mai la stessa. 

Per comprendere 

La superficialità di chi vive solo la propria vita, di chi vive solo il presente, solo il “qui e ora”, è esasperante e causa di tutta l’incomprensione dovuta a una coscienza che si fonda sul nulla, perché coscienza è temporalità, spessore dell’esserci legato al tempo. Crisalidi senza passato viaggiano nel presente senza futuro. 

Pensate a un mondo senza princìpi, regole, leggi e capite come le leggi ci proteggono , capite perché fin dalla nascita abbiamo dei doveri, il dovere di proteggere i principi, le regole, le leggi. Anche appena nati nasciamo con dei doveri, già ci compete la cura dell’essere. Delittuosamente la scuola questo non lo insegna. 

La Bibbia. Eppure un mondo feroce e crudele per decine di migliaia di anni è esistito, decine di migliaia di anni prima che un libro nato solo l’altro ieri, ponesse fine al “libero assassinio”, al “libero stupro” e  alla crudeltà come valore assoluto dell’ esistenza e  con unico rimedio la vendetta.  Quel libro realizzò la rivoluzione avvalendosi del timor dei, dell’autorità di un inesistente Dio in ossequio alla sua inesistente Volontà e con un premio di eterna felicità: il Paradiso.  Ebbene credibilmente solo una potentissima superstizione ha potuto tenere a freno la ubris, la folle violenza della natura e degli uomini. 

E sì, un tempo esistevano gli orchi. Nelle leggende molta verità. Cose orribili e impensabili minacciavano i nostri figli. I nostri figli non si dovevano allontanare da soli nel bosco o potevano venire cotti e sbranati da uomini affamati, esiliati dalla città che morivano di fame e prima di questo essere stuprati. Riuscite a immaginarvi un simile mondo? In cui tutto, tutto ha questo “odore” e “sapore”? Un mondo in cui le donne non potevano mai uscire sole di casa? Per migliaia e migliaia di anni. Uscire sole di casa avviene solo oggi. E non in tutto il mondo.  

Posate la testa sul cuscino e prima di addormentarvi  viaggiate, viaggiate quanto potete, penetrate le tenebre del tempo, vivete il nostro passato.

Questa è la storia. IL sessantotto. “La società ci rende infelici” così comincia l’adagio di un documento di un movimento olandese nel ‘67: i Provos.

Contrariamente alle cronache che riportano sterili fatti senz’anima di un movimento di studenti strumentalizzato da gruppuscoli  pseudo comunisti, che si scontravano con la polizia nelle piazze, creando disordini nelle università,  il ’68 fu un movimento planetario, una rivoluzione culturale, qui come altrove, una liberazione dell’anima dai pregiudizi di ogni sorta, un inno alla gioia e alla libertà; lo scrollarsi di dosso un’incancrenita crosta di perbenismo borghese che soffocava il cuore, una “ribellione, come si diceva allora, contro il Sistema”, il conformismo, il perbenismo, l’ipocrisia, la repressione  e l’ordine costituito, i suoi dogmi, il suo autoritarismo. Denudarsi le liberazione,  via le divise, via anche i vestiti. Only thrue long hair. Solo lunghi veri capelli. Portò in primo piano l’uomo e con l’uomo “la persona”, la nuda anima, il rispetto per la persona, persona  concepita e percepita per la prima volta  come uguale in tutti senza alcuna possibilità di discriminazione. Nasceva così, senza doverlo dire, il “Rispetto”,  rispetto per la donna, per i figli, per gli amici, per il prossimo e per la terra.  Il disprezzo per le convenzioni, il conformismo, le regole,  l’ipocrisia. Un grido di libertà per tutto il pianeta: cittadini del mondo, non più confini, non più barriere. Bianchi e neri insieme. We shall overcome. Dylan, Baez. I concerti.  La musica. 

Con il ’68 le donne non erano più puttane. Si parla “con le donne” e “non delle donne”. Le ragazze madri non più confinate in istituti o per la strada, o sposate per convenienza. Le mogli non più fattrici. Amore e non solo sesso, fine della santificazione della verginità che una frase ricordava portare il cancro. Contestazione della Chiesa nella superstizione religiosa e nelle cerimonie.  Dei falsi miti del denaro e del potere. Riconoscimento dell’uguaglianza di tutti, degli omossessuali, non più culi o lesbiche ma persone, come tutti gli altri…persone. Uguaglianza di razza, di ceto, di genere . Non più “padre padrone” e figli sottomessi di proprietà del padre, non più proletariato forza lavoro, non più il despota che aspetta il figlio maschio per continuare il nome e disprezza la femmina come cosa da sistemare….

Il pensiero del ‘68 fu un modo di sentire prima ancora che di pensare. Il sentimento lo portò la musica. Il “fumo” fu anche calumet della pace e dell’amore. E tanta, tanta musica. Un nome per tutti: Dylan. Un cambiamento epocale di mentalità che ha fatto la storia dell’umanità occidentale.

Gli occhi degli stolti guardano “i fatti” e nella loro sterile e infelice lettura della storia, non arrivano a capire i sentimenti che erano dentro di noi: colori odori e sapori di libertà che hanno rivoluzionato lo spirito e donato un nuovo cuore che con nuovi occhi ha rivisitato il mondo. 

Un caldo vento di primavera che ha attraversato tutti quelli che il ’68 lo hanno vissuto e non certo quelli che semplicemente ci sono stati. Si apre un rapporto di amicizia in cui è bandita la convenienza, in cui è considerato amorale servirsi degli amici per ottenere favori, o raggirare le donne per ottenere sesso; un interesse per la politica e per il sociale, ispirata alla vera globalizzazione di uomini uguali senza confini in un modo di pace.

Mirabili cose cui fecero seguito, divorzio, la legge sulla maternità cosciente, il nuovo diritto di famiglia, il servizio civile, la legge sui manicomi e mise fine alla tormentosa tragedia che ha afflitto l’umanità: il bastardo. Il bastardo di fatto è stato il più grosso problema di conflittualità tra i gruppi prima e tra i popoli. Questo millenario problema si è risolto in Italia solo col Diritto di famiglia e il riconoscimento dei figli naturali e solo 5 anni fa in via definitiva per i problemi ereditari. 

Il superamento di un problema centimillenario che meriterebbe tutta una letteratura in tutti i suoi passaggi diacronicamente e anche sincronicamente considerati, e che da solo darebbe pieno merito al ’68; un problema che non viene neanche sfiorato non solo dal popolo ma neppure dalla insipiente casta intellettuale dei sedicenti storici, dai giornalisti, dai politici o dai commentatori storici chiamati in televisione a narrarci la storia.  Per costoro il ’68 è stata la storia dei gruppettari pseudocomusti, degli scontri di piazza,  delle molotov, delle occupazioni, del 6 politico, dei caroselli, degli anarchici, dei Valpreda, dei Pinelli, dei Cohn Bendit, dei Rudi Dutschke, delle Brigate rosse, etc…. che beninteso pure nella loro verità ben meritano di essere raccontate.  Ma che né è della rosa?  dello Spirito della vicenda umana?

Chi si è accorto dell’importanza del ruolo fondamentale del bastardo nella storia? Avete mai trovato niente di simile sui libri di storia? Eppure il bastardo ha fatto la storia e grazie al ’68 una vicenda e una tragedia di centinaia di migliaia di anni ha avuto fine. Il’68 in pratica cambiò e migliorò i rapporti umani in tutta la civiltà occidentale. Un’onda impressionante che si è spenta atterrando sull’ignoranza ma che ha lasciato la traccia indelebile di un mutamento. 

Ho 70 anni e ho vissuto per venti in un’epoca di aborti clandestini su tavoli di marmo, di divorzi all’italiana in cui il marito doveva uccidere al moglie per questioni di onore, di ragazze madri considerate puttane messe in istituti o vendute a uomini maturi, di figli ignorati da padri padroni, un’epoca borghese di ipocrisia e perbenismo in cui venivano sottolineate le distanze sociali fino all’umiliazione, un’ epoca in cui i poveri vestivano da poveri, un’epoca in cui si temeva in silenzio e a testa bassa “quello che diceva o pensava la gente” di noi, un’epoca in cui marito e moglie litigavano spesso e qualche volta si picchiavano ma non potevano separarsi.  Un’epoca  si servi e padroni, di sfruttamento e perquisizioni in fabbrica, di caroselli della polizia, di bande di quartiere, pugni d’acciaio e coltelli serramanico, e “la legge l’era de dai via ma anca quela de ciapai”,  bulli di periferia in tutti i quartieri. Tutte cose che impestavano l’aria più dello smog. Distanze enormi tra adulti e bambini dove i bambini erano gli ultimi… anche ad essere serviti nei negozi e io ero bambino. E se un adulto ti sgridava ti pisciavi addosso. Io vedevo. E poi ancora storie folli ed esasperanti sulla verginità, dove un uomo era disonorato se sposava una donna dopo averla sverginata;  il clima: un insopportabile ipocrita perbenismo ovunque, incancrenito nella bigotteria di una società borghese casa, chiesa, cesso, fatta di odi, invidie, rancori, pettegolezzi e maldicenze. 

ll ’68 dove poté arrivare spazzò via tutto questo con il vento della primavera. Valori come rispetto, uguaglianza, libertà, hanno modificato irreversibilmente tutta la civiltà occidentale.  Solo insulsi, vuoti nell’anima, possono pensare che lo Spirito del ‘68 abbia raggiunto tutti e tutti nello stesso modo.  “Non uccidere” ha detto la Bibbia 3000 anni fa e voi pensate che questo abbia raggiunto tutti? o per il fatto che non ha raggiunto tutti il comandamento sia senza valore? 


I valori del ’68 non sono giunti a tutti e non a tutti nello stesso modo, la strada è ancora molto lunga e altre e molte sono le difficoltà e molte critiche vanno ancora fatte ma la miseria con cui sedicenti storici, giornalai e i politici guardano alla cosa è imperdonabile come imperdonabile è la miseria dei commenti  dell’uomo della strada. Il ’68 ha cambiato il mondo e ancora oggi non so come questo abbia potuto accadere, forse un angelo volò attraverso il pianeta e suggerì  quella musica che precedette l’evento  e ridisegnò lo spirito di tutti e di ciascuno.

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Ambientalismo o meteoropatia?

Sostengo con convinzione l’ondata delle manifestazioni Global Strike for Future per il fatto che vedo emergere nuovamente i giovani, coloro che incarnano e rappresentano in ogni presente il futuro. Tuttavia, la macchina mediatica-ideologica della società dello spettacolo, che non è in mano alle giovani generazioni, sta già intorpidendo le acque inquinando persone e idee. 

Ci risiamo, dunque, la coscienza degli adulti si sveglia intorpidita dal sogno della Economica (che in realtà è l’incubo del Capitalismo) e cosa propone per sé e per il mondo in vista della catastrofe? Semplicemente il contrario di ciò che ha fatto fino ad ora. Angosciata dal senso di colpa rifiuta tutto quello che ha fatto fino ad ora e trova nella simmetria degli opposti la via della salvezza: rinunciare alla carne per diventare vegani (nemmeno vegetariani), usare il treno e non l’aereo, se usare l’auto meglio quella elettrica, differenziare i rifiuti … e via di passo. La simmetria invece della misura.

Le parole d’ordine del nuovo ordine etico sono rinuncia e pauperismo, invocando un ritorno alla abbandonata “Natura”, dal momento che la “Cultura” e in particolare la “Tecnica”, ovvero tutto ciò che ha reso l’uomo tale in milioni di anni, ci è ostile e ci porterà alla catastrofe. So che una parte del vasto mondo ambientalista, in particolare nelle società tecnologicamente più avanzate, ha intersecato le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotica, ingegneria genetica…) trovandovi il sostegno per un nuovo rinascimento, si fanno chiamare post-umanisti o trans-umanisti. Sono tentativi di salvare con l’uomo anche la sua cultura, tecnologica, tuttavia il loro entusiasmo così come il pessimismo di molti altri ambientalisti più naturalisti che vogliono salvare il Pianeta (una volta si voleva salvare il Mondo) mostrano più che una nuova ideologia il sorgere di una visione del mondo religiosa.

La parola emergente nel lessico ambientalista usato per titolare sui quotidiani i sempre più numerosi articoli sull’inquinamento planetario e sugli effetti catastrofici del cambiamento del clima è colpa: “La Terra è malata e la colpa è nostra”.

Ad un secolo dalla pubblicazione del “Il tramonto dell’occidente” di Oswald Spengler, dopo il colonialismo, due guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica, le crisi finanziare-economiche, l’inquinamento planetario, l’immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la coscienza occidentale appare ormai esausta e dominata dal senso di colpa. E poiché tale senso di colpa viene vissuto soggettivamente (ricordate “avete vissuto al di sopra delle possibilità” o “la festa è finita” ?) i rimedi ai mali del mondo non possono che essere individuali: “Ecco i gesti quotidiani da fare per salvare il clima” titola ancora un quotidiano.

Quando ci si risveglia tutto appare semplice: io devo cambiare il mio stile di vita e se tutti lo faranno allora le cose cambieranno davvero. Sembra di ritornare ad una predicazione di antica memoria che evoca alcuni fondamenti della nostra cultura. Il problema è però come fare ad influenzare gli altri: con l’esempio in famiglia, l’educazione nelle scuole, i social nel web, la politica nelle istituzioni? Ecco che ricadiamo nella realtà che implacabilmente trasforma ciò che voglio in ciò che posso, una realtà dominata dalla economia, dalle relazioni conflittuali tra gli Stati, dal potere della comunicazione mediatica e dalla levatura dei politici. 

Che fare, allora? Mi piace la sicurezza mostrata dai discorsi di Greta Thunberg, ma temo che le soluzioni non esistano perché sono già conosciute, piuttosto esse si troveranno lungo la strada sì, dell’agire, procedendo in un continuo confronto collettivo, a condizione però di avere prima pensato. E pensare non è conoscere, le soluzioni non sono un fatto tecnico, ma culturale e si troveranno nella mentalità con cui si capirà la realtà e nel modo con cui la si affronterà. In altre parole le soluzioni sono dentro la Cultura e se dobbiamo privilegiare le giovani generazioni rispetto a quelle più anziane è perché esse vivranno in un futuro che non ha posto per noi adulti del presente. 


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Il Sole si leverà anche in Occidente

Rileva Levi-Strauss in L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone che il popolo giapponese è il primo patrimonio del Giappone. Questa verità sul significato di “popolo”, che in occidente viene ridotto al concetto economicistico di “capitale umano” e per altro risulta meno riscontrabile, ci indica tuttavia un limite storico del Paese del Sol Levante.

La separazione dei giapponesi dagli stranieri perseguita con volontà e tenacia per secoli al fine di difendere e mantenere le proprie tradizioni autoctone li ha portati a denotare la propria cultura con il fenotipo. 

Tuttavia, la dicotomia tra giapponesi e gaijin (straniero) ancora presente nella società apparirà loro sempre meno sopportabile, non solo sul piano utilitaristico ed economico, nella misura in cui viene meno alle premesse e principi della loro stessa originaria cultura, la quale si fonda sulla relazione (non esistono entità di base), sul carattere situazionale di ogni cosa simbolicamente collegata a qualcos’altro, sulla costante ricerca dell’armonia.

Immersi in una matrice materialista e relativista che non concepisce la cultura come variabile indipendente, ovvero dalla quale dipendono tutte le attività umane, come la politica e l’economia, le comparazioni tra paesi diversi, ancor più tra quelli occidentali e asiatici, risultano fuorvianti o errate nella misura in cui le variabili delle analisi, quali per esempio demografia e immigrazione, al di là della oggettività dei dati riportati, vengono trattate con il metro e il giudizio occidentali.

Nella prospettiva della globalizzazione, sia per ragioni di carattere demografico, politico ed economico, l’isolamento residuale di questo arcipelago risulterà sempre meno sostenibile e il Giappone ancora una volta avverte oggi (come già nel periodo Meiji e con il dominio Usa dopo la II Guerra Mondiale) la necessità di porvi rimedio (accordo di partenariato economico con la UE, apertura all’immigrazione, Olimpiadi, turismo,…).

Tuttavia, sarebbe un errore fatale per tutti pensare, magari sperare, che il Giappone alla fin fine venga assimilato alla visione del mondo occidentale, la vera globalizzazione del pianeta. 

Per i giapponesi si tratta, dunque, di aprirsi al mondo dimostrando con la loro cultura che la modernizzazione tecnologica non implica necessariamente la totale acquisizione del modello occidentale di società, mentre per noi occidentali si tratta di uscire dal nostro tramonto. Come osserva acutamente l’antropologo Alan Macfarlane il Giappone ci indica un terzo tipo di civiltà moderna e rappresenta una reale alternativa per il nostro immaginario culturale ormai esausto.

Come dicono spesso i giapponesi usando l’espressione in diversi contesti: yōsu wo mimashō, vediamo un pò come vanno le cose.

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Per essere democratici bisogna essere un popolo.

Da quando Angela Merkel ha dichiarato, dopo gli esiti delle elezioni in Assia, di lasciare la direzione della Cdu, di rinunciare alla propria candidatura nel 2021 né di volere altri incarichi politici, sono iniziati i commenti sul futuro della politica in Germania, quindi in Europa, quindi in Italia. Già si scorgono le avvisaglie delle solite critiche italiane rivolte alla Germania, in realtà esternazioni di amore-odio, che ci accompagneranno fino alle prossime elezioni politiche tedesche del 2021. Continua a leggere

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L’accoglienza non è una parola

In una scena di un film sulla guerra in Afghanistan (anni 2002-2008) una reporter  di guerra americana passeggia al mercato di Kabul in compagnia di un fotografo inglese suo amico, di fronte ad un ragazzino mendicante si fermano: Lei “Non farlo, è una truffa”,  Lui “Ah, pensi questo?… davvero? Lo so che è una truffa… allora? Comunque sia chiede l’elemosina” e gli porge del denaro.  Continua a leggere

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Promozione libro

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