La campanella suona per il cambio dell’ora

UnknownStimolato dall’articolo “Per chi suona la campanella” non perdo certo l’occasione per aprire una via per rispondere alle domande che lì vengono poste: qual è il prodotto dell’istruzione? qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla? Io tuttavia le riformulo con: “a che l’istruzione?” Quella “a”, che nella sua proposizione più estensiva e originaria non può che rifarsi alla koiné (termine che viene utilizzato in generale per indicare la versione accettata uniformemente su vasta scala di una lingua in contrapposizione alle varianti locali); in modo altrimenti estensivo, considerato nell’accezione di “parlare la stessa lingua”, esso può essere inteso come “l’intendersi”,  e non c’è altro modo di intendersi se non sul bene comune. La koinè dunque rappresenta il bene comune. L’istruzione deve essere intesa come tesa al bene comune. Il bene comune è il bene di tutti e il bene di tutti non tollera varianti locali né tantomeno varianti parziali.

Una visione aziendale della scuola non è solo sbagliata, è una bestemmia, un’eresia, un maledetto imbroglio. Favorisce il pensiero unico nella sola visione economicista del progresso sociale che subordina l’uomo alla Tecnica, al Mercato. Alienazione e reificazione sono alle porte, il degrado culturale è incrementato da pseudo riforme verso cui è doveroso indignarsi. Ma la coscienza anche del corpo docente è bassa e i motivi della loro indignazione sono per lo più fuori bersaglio e spesso anche corporativi. Si chiamano a fare i docenti persone che terminato il corso di studi e vinto un concorso vanno ad insegnare. Vanno a insegnare senza alcuna preparazione all’insegnamento nella presunzione che chi sa sia anche in grado di trasmettere quanto appreso. Si chiamano insegnanti di conseguenza persone la cui capacità all’insegnamento è presunta dalla sola conoscenza della materia. Sono coloro che chiamo i “relata refero”, quello che ho appreso riferisco. Questa presunzione non è solo sbagliata, è demenziale. E si fa questo da sempre perché sempre così è stato e non si sa che altro fare.

Ebbene la conoscenza della materia è solo il primo passo verso l’insegnamento, manca ancora in toto lo spirito. Un principio deve essere chiaro e chiaro a tutti: chi studia non studia per sé, studia per tutti. Studia per il bene comune. Questo principio dovrebbe essere di tutti da sempre. Questo principio dalle elementari all’università è ignorato da tutti, dagli studenti come dai docenti, come dai politici, come dai giornali.
Ciò di cui la società ha bisogno è di una scuola che educhi al servizio di questo principio: si studia per il bene e nell’interesse di tutti. Che dire allora delle scuole private?

Un altro fondamentale principio è che la scuola ha necessità di produrre il maggior numero possibile di gente preparata, cosa per cui: la scuola non serve a selezionare ma ad educare ovvero selezionare quanto meno possibile ed educare quanto più possibile.
Rimane evidente che nell’impegno per il bene comune occorre avviare nei discenti una progressione dello spirito, una progressione in spirito proporzionale all’età. Ogni studente inoltre si differenzia per personalità, carattere ed educazione. Necessita di conseguenza un corpo docente preparato a questo scopo. Pare ovvio che oltre alla laurea ogni insegnante debba ricevere un’adeguata educazione psicologica e filosofica ed sia sottoposto ad un esame clinico volto a valutare possibili disturbi della personalità, debba comunque essere valutato prima di essere inserito nell’insegnamento. Allo scopo personalmente ritengo che per ogni disciplina debba corrispondere un corso di laurea volto specificamente all’insegnamento in modo separato dal normale corso della facoltà.

Molti insegnanti ancora oggi si valutano e auto valutano in base alla sola conoscenza della materia, cosa di per sé lodevole ma assolutamente insufficiente e a volte anche controproducente se la loro volontà non è quella di trasmettere il più possibile quell’amore che per la materia che i docenti dovrebbero nutrire. Amore che si mostra solo nel modo in cui un docente sa motivare. La maggior parte degli insegnati ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalle mie personali esperienze, fa odiare, rende invisa, o perlomeno non fa amare la materia che insegna. Ancora confondono la persona con il ruolo e da ultimo non fanno amare la scuola. Non fanno amare il sapere, non fanno amare la conoscenza; la sapienza mal digerita rimarrà invisa per tutta la vita. In media gli Italiani non leggono neppure un libro all’anno e questo è indubitabilmente merito della scuola. Tanto li ha nauseati e poco motivati che di leggere non ne vogliono più sapere. Studiano tutti solo per sé, per quello che serve e per quello che basta.

Il degrado culturale prodotto dalla scuola durante il berlusconismo nell’abbassamento dei valori culturali è stato devastante e ora con la crisi e la pseudo-riforma di Renzi, rischia di precipitare. Fare amare la scuola è la cosa migliore che un insegnante possa fare. Compito difficile, difficilissimo. Ma fare amare la cultura è e deve essere sempre e con ogni mezzo per ogni magister il fine. La scuola non può essere un ripiego, chi non ha amore per l’insegnamento deve essere cacciato, non deve insegnare. Nessuna materia è arida se si riesce a far comprendere il fine. Il fine è la crescita dello spirito nella prospettiva del bene comune. Quanto siamo lontani da tutto questo?

Corsi di formazione psicologica e filosofica in specifici corsi di laurea per aspiranti docenti, con tanto di esame per la valutazione di idoneità all’insegnamento presso psicologi, filosofi, analisti, psichiatri sono per me imprescindibili per qualsiasi disciplina. Per insegnare non ci si può improvvisare, a insegnare si impara. Questa sarebbe una riforma della scuola! e non chiudere i cancelli dopo che le vacche sono scappate. Dopo, merito e valutazione sono peggio che vuote parole. Come si può pensare di trovare criteri nell’anarchia? Il giudizio sugli insegnati deve essere dato prima, dopo è solo sterile, inutile, controproducente confusione e chiacchiera. E nella confusione come è noto regna il malaffare.

Per realismo: “ma ormai le vacche sono scappate!” Ho capito, ho capito da sempre, ma come invece far capire che le vacche sono scappate da sempre, è che fregandocene di dare sempre e solo risposte al contingente dovemmo invece preoccuparci di costruire recinti. Difficile? Lungo? Certo! Ma se mai si inizia … Altro che “avanti” … è ora di fermarsi, fermarsi e riflettere! Il più considerevole è che ancora non si pensa. Solo la cultura ci salverà.
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