Verità oltre il reality e la trasparenza

Unknown

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero (Demostene).    Vivere nella società dello spettacolo significa che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione, perché lo spettacolo non è un insieme di immagini,  ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Il successo della formula televisiva del reality show, dove la frustrazione  accumulata nella vita quotidiana dello spettatore si converte nel piacere voyeuristico procurato dall’osservazione di simulati vissuti altrui, pongono il dubbio: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le telecronache sportive o i talk-show,  dove conduttori e commentatori simulano e anticipano con un dialogo concitato la partecipazione del pubblico,  privandolo in tal modo della possibilità di una elaborazione propria come avveniva dopo l’evento nei bar e nei luoghi di lavoro, non inducono lo spettatore alla passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi?  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, viene adottato sempre più spesso in televisione? Non è forse  questo il “comune sentire”?

Nella prospettiva spettacolare la coscienza individuale non si manifesta con l’azione ma si annichilisce nella passività della delega. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio dei desideri, più semplici da capire ed accettare della realtà, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere. Essa non vede ciò che è troppo grande  e non osserva ciò che è troppo lontano. Formata in decenni di comunicazione mass-mediatica, ovvero marketing e pubblicità, la coscienza  si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza che vi siano necessariamente relazioni apparenti. Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini offerte allo sguardo digitale. Una illusione del vissuto  come quella provocata del movimento di una successione di fotogrammi. La vita vista come un film, come un sogno.

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza ritirandosi in uno spazio chiuso e limitato riconducibile all’esperienza personale ritrova un potere di controllo, emotivo perché tende a ristabilire attraverso l’adesione la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, pur sempre rimane costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata per la collettività la modalità prevalente di conoscenza e la coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.

Il sociologo Derrick de Kerckhove, entusiasta per le tecnologie della comunicazione, definisce con Psicotecnologie: “qualunque tecnologia emuli, estenda o amplifichi il potere della nostra mente”  e la televisione è per lui una psicotecnologia per eccellenza, in quanto esprime niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Sempre secondo de Kerckhove il “villaggio globale” di McLuhan è superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non è un fenomeno riguardante la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Ho l’impressione che folgorati sulla via  della tecnologia abbiamo in realtà acriticamente accettato la logica del marketing che vuole l’individuo consumatore, magari informato, ma passivo e addomesticato.

Il World Wide Web fu messo a disposizione del pubblico nel 1993, da allora la sua diffusione e le sue potenzialità hanno preoccupato uomini di cultura e politici circa gli effetti e ricadute sulla democrazia, ovvero sul rapporto tra individui e potere.  Ben presto il problema posto da internet, al di là di stabilire se il suo uso dovesse essere totalmente libero o in qualche misura regolato da leggi, é apparso essere l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione. In un tempo minimo io posso infatti acquisire e diffondere  una massa enorme d’informazioni che non sono poi in grado di elaborare.

Oggi che gli utenti di internet nel mondo superano i 2 miliardi (circa il 30% della popolazione mondiale) è lecito domandarsi in quale modo esso, aggiungendosi e combinandosi con i mass-media, abbia influenzato la nostra percezione, il processo psichico che opera la sintesi dei dati sensoriali in forme dotate di significato, che gli individui hanno del mondo. Si tratta, dal momento che la coscienza si forma sulla base della percezione della realtà esterna, di comprendere la relazione esistente tra conoscenza e coscienza.

Davvero nei social network avviene la diffusione di idee e di pensieri o piuttosto si tratta di uno scambio compulsivo di opinioni?  Si elabora l’informazione per decidere una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?  Il “Mi piace “ di Facebook viene trattato piuttosto col significato di “É vero”.  Una cosa è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento del computer, altra cosa è ridurre il soggetto allo stato  afasico delle risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi?

Più recentemente con lo streaming il reality è entrato ufficialmente nella politica, con la pretesa di realizzarvi l’etica della trasparenza. Già, perché il vedere e sapere quello che accade in tempo reale viene considerato ormai con entusiasmo come la partecipazione democratica dei cittadini alla politica. É la coscienza di ultima generazione, che non si accontenta più dei risultati, ma pretende di assistere al processo per il loro ottenimento.

La gaffe della Capogruppo M5S alla Camera Lombardi che dichiara durante il confronto con Bersani per la formazione del Governo la propria impressione di trovarsi a Ballarò deve preoccuparci non tanto per la manifesta maleducazione istituzionale, quanto per il rischio che la visibilità in diretta dei lavori parlamentari in nome della trasparenza possa davvero trasformare per esempio una Commissione in un talkshow, come del resto proprio il video di quell’incontro con quella battuta rilasciata per ingraziarsi i suoi sostenitori ed il suo capo che agiva da remoto, ha già tristemente prefigurato.

Ma, paradosso dell’ottica, il mezzo trasparente che permette di vedere le cose è esso stesso invisibile e se secondo la percezione popolare là dove  ci sono oscurità e ombre può annidarsi il male, secondo la fisica dove c’è troppa luce l’occhio rischia di accecarsi e non vedere più nulla.

Se la fiction televisiva interessa più della realtà quotidiana e se la ricerca della trasparenza nelle istituzioni attraverso lo streaming non è altro che una  App della politica spettacolo, allora dove cercare la verità? Nel rigore scientifico, nella saggezza popolare o nella religione? Ma prima ancora, la verità c’è? E se c’è, è conoscibile? e se è conoscibile è comunicabile?

Può apparire destabilizzante terminare delle riflessioni con interrogativi,come un delitto che rimane impunito in assenza del colpevole, ma per coloro che, come me, non credono alla verità rivelata si impone la sua incessante ricerca, avendo presenti le seguenti avvertenze: la natura ama nascondersi (Eraclito) e dunque bisogna credere a chi cerca la verità, non credere a chi la trova (Gide), consapevoli che le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità (Nietzsche).  Io penso che la verità c’è, perchè ne avvertiamo la mancanza, ma essa non risiede nel passato nè si può completamente svelare nel presente. Poichè l’Universo è in evoluzione è il presente a spiegare il passato, mentre la verità si colloca piuttosto nel futuro e il comune orientamento ad essa degli uomini pone la condizione per la sua comunicabilità, come aghi in un campo magnetico.

Ma il mondo è qui ed ora, con la sua economia e la sua politica: che fare? Un passo indietro, due avanti. Il passo indietro consiste nel rivolgere senza indulgenza l’attenzione alle cause reali e profonde del declino del nostro paese  riconoscendo che è stata la condizione di sottosviluppo culturale del nostro paese la causa del nostro mancato sviluppo economico (per esempio con i bassi livelli d’istruzione, con la sfiducia nello Stato, la fragilità delle Istituzioni, con la dilagata corruzione e la diffusione territoriale della criminalità, col degrado ambientale e con la perdita dell’orizzonte dei diritti, …).

Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua reale condizione di sottosviluppo culturale perché non dobbiamo nasconderci il fatto che il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura.  Riconoscimento dei sintomi e consapevolezza della diagnosi innanzi tutto, solo a queste condizioni sono possibili reali e concreti passi in avanti in direzione del futuro, avendo la cultura come metodo e fine.

 

 

 

 

 

 

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