Avere un’ikea giusta contro l’orrore
Ci è voluta un’azienda privata per dare una lezione etica ai politici nostrani, ma si tratta di un’azienda svedese, l’Ikea. E’ accaduto in Abruzzo dove, opponendosi alle oltre tremila raccomandazioni pervenute da politici per le assunzioni in un centro di prossima apertura, la direzione di Ikea così ha risposto per lettera ad una in particolare inviata da un Assessore (rimasto anonimo): “Gentile Assessore, per sua etica professionale Ikea non rilascia informazioni a terzi in merito a candidati ad opportunità occupazionali, e ragioni di privacy ci portano a comunicare solo ai diretti interessati il risultato delle selezioni. Il processo di selezione è da sempre impostato sulla base di criteri professionali attinenti alla competenza, alla motivazione e all’esperienza di chi si propone. Siamo certi che questo nostro atteggiamento, improntato alla valorizzazione del merito e a correttezza deontologica, sia ampiamente apprezzato sia dai nostri collaboratori che dai nostri clienti”.
Vi è da aggiungere un particolare che aggrava il giudizio su siffatti politici nostrani, se mai fosse possibile aggravarne il giudizio. Si tratta dell’arroganza che traspare dai modi con cui le raccomandazioni vengono fatte: richieste su carta intestata dell’Ente sugli esiti della selezione di alcuni candidati di cui si allega l’elenco. Una pratica che rivela una mentalità tribale basata esclusivamente sul comando e sulla forza, quindi la violenza. Uno stato d’inciviltà che concepisce la carica politica come un mezzo per esercitare il proprio potere, per l’interesse proprio e degli affiliati subalterni.
Non esiste un ‘modello tedesco’ o ‘svedese’. Ricordo una trasmissione di Report di Milena Gabanelli sul tema dell’energia in cui venivano mostrate alcune esperienze di risparmio energetico nei supermercati realizzate all’estero. Una direttrice di un supermercato tedesco in un paese del centro Germania dopo aver illustrato le modifiche eseguite nella struttura e i benefici ottenuti concludeva con il seguente commento: “(…) abbiamo raggiunto notevoli risultati, man non siamo ancora ai livelli raggiunti al Nord”.
Già, tutto il mondo è paese, ma cambia il livello. Solo la Cultura potrà salvarci.
Lacrime nella pioggia
Andiamo a rileggere l’ultima pagina della sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere:
“I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. […] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che […] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.
L’Italia è un paese da sempre malato. L’ignavia è un vizio capitale che affligge da sempre gli umili, i poveri di spirito, come i potenti che dal popolo democraticamente vengono eletti e in animo diversamente non computano.
La verità non viene percepita, poi viene negata. La verità è fatta a brandelli.
E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l’ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».
Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.
Dice Cesare Zavattini che dopo “Sciuscià” (1946) di Vittorio de Sica, film epocale di cui Zavattini fu sceneggiatore, lui e Vittorio si aspettavano una indignazione popolare sulla condizione del carcere giovanile, una presa di posizione dei politici, dei giornali e dell’opinione pubblica. “Non accadde nulla” è il suo sgomento commento.
“La luna e i falò” di Cesare Pavese Paesino del cuneese in cui l’eroe fa ritorno dopo la guerra. Non ci si è accorti di nulla, 60 milioni di morti non hanno turbato le coscienze del villaggio, non c’è stato né un prima né un poi: gatti.
Più indietro ancora. “Sapevo che c’era la guerra, ma me ne sono accorta quando le bombe mi sono cascate sulla testa”, commenta una signora le bombe a Milano durante la seconda guerra mondiale.
Gian Carlo Caselli ancora si indigna di tutto il male che viene dimenticato e ancora lotta per la legalità. Ma nessuna legalità è possibile senza cultura, tra gente che non legge, non si interessa e vota. Sub lege libertas.
Gherardo Colombo invitato a “Che tempo che fa” riassumeva un lungo pensiero dicendo che “pagare le tasse è un obbligo”. Mi permetto di dissentire “pagare le tasse è un dovere”. A profani parrà cosa da nulla, ma tra la costrizione e la volontà passano millenni di storia dello spirito. Tra l’imposizione della legge e l’assunzione in proprio di un dovere ha luogo la “coscienza sociale”, un’abissale distanza: dalla dittatura alla democrazia.
La legge obbedisce alla giustizia che deve servire la verità. Non bisogna mai cessare di cercare la verità. La mancanza dei presupposti filosofici di temi come quello della legalità mette il figlio sul trono al posto del padre e la legalità alla verità è solo nipote. Si confonde così la mente di tutti su termini come legalità e democrazia non discriminando tra obbligo e morale. Gli stolti penseranno a questo come a sofismi, le persone di ingegno ben sanno che su questi temi si gioca il futuro dell’umanità.
Se Dio è morto quale il nuovo mito?
Art.18: sfruttati sul lavoro e socialmente poveri. I moderni schiavi.
Il Governo tecnico lancia un siluro “no-art.18 cruiser” contro PD e Sindacati, un siluro che colpisce nel mezzo le navi e le spacca a metà: due piccioni con una fava. Ora il dilemma: sono loro così idioti da non saperlo o siamo noi così idioti da accettarlo?
Sbaglia la Cgil temendo un diluvio di licenziamenti, i licenziamenti, se pur ci saranno, saranno limitati, non è questo il punto. Quello che aumenterà sarà invece il ricatto sul lavoro. Ancora una volta il lavoro concepito come ricatto sulla sopravvivenza: si lavorerà sotto pressione peggiorando il clima e la qualità della vita, dentro e fuori dell’ambiente lavorativo, con aumento del disagio e della conflittualità sociale. Sfruttati sul lavoro e socialmente poveri.
Far lavorare sotto pressione per aumentare la produzione, questo è il vero obiettivo. L’obiettivo non cambia e si chiama sfruttamento. Parola antica che non esce dalla testa dalla ”ideologia neo turbo liberista” che così continuando manderà senza dubbio in rovina il pianeta. Stanno procedendo mondialmente a tappe forzate.
Bersani, scuro in volto, gira la frittata sul solito ritrito cliché: “Pensiamo all’Italia”, pronto e rassegnato alla prossima batosta elettorale (amministrative). La battaglia in Parlamento sarà persa perchè la legge che introduce il ricatto sul lavoro si fonda essa stessa come ricatto politico sulla tenuta del Governo e dunque passerà, con il minor numero di consensi mai avuto fin qui, ma passerà. L’idea di far cadere il governo oggi è impraticabile dato il prestigio con cui Monti ha accreditato il nostro paese all’estero, di fronte allo ”imperialismo del mercato”, ma il prezzo è altissimo: accettare di essere i moderni schiavi. Solo la Cultura ci potrà salvare.
Niente di personale.
C’è una battuta ricorrente nei film americani: un personaggio dialoga con un altro o anche compie un’azione violenta a suo danno (magari lo sta uccidendo, sic!) mentre pronuncia la frase: niente di personale. Soave distacco o puro cinismo? Niente di tutto questo, si tratta della concezione della professionalità che connota la struttura formativa degli americani, per altro riconducibile alla più ampia cultura anglo-sassone, così come quella scandinava.
Si parla spesso in Italia di meritocrazia come di una mancanza che ha limitato lo sviluppo del paese, ma per regolare i rapporti di lavoro sul merito occorre che le persone possiedano professionalità. E dunque cos’è la professionalità?
Essa non si limita al saper fare un lavoro o all’abilità di relazionarsi con gli altri. Essa è piuttosto il frutto di un processo educativo e formativo che si manifesta in una persona come la capacità di far coesistere la propria individualità in equilibrio con il ruolo sociale. Mentre nell’individualità possiamo riconoscere il talento e le abilità acquisite, nel ruolo si possono riconoscere l’insieme dei modelli di comportamento attesi, degli obblighi e delle aspettative che convergono su un individuo che ricopre una determinata posizione sociale. Essere professionali (non professionisti!) significa, dunque, fare bene il proprio lavoro con la consapevolezza dell’impatto che il risultato del proprio lavoro ha nell’ambiente e rispetto agli altri. Ancora una volta c’entra l’etica: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.
Il termine ruolo deriva dal teatro antico, dove gli attori, sul palco, leggevano le proprie battute da un foglio di carta arrotolato denominato in latino rotulus. Il termine rende bene l’idea della parte che ciascuno recita sulla scena della società, conformandosi alle aspettative ed alle regole stabilite.
Ma torniamo all’esempio americano per comprendere la cultura in gioco. Ora, al di là dell’apparente franchezza nei modi e nel linguaggio con cui gli americani amano presentarsi, si può osservare nel loro impianto formativo il modello di una persona caratterizzata da una forte individualità accompagnata all’assunzione altrettanto forte del ruolo sociale. E’ interessante riconoscere qui i tratti caratteristici della etica protestante: se l’uomo è in rapporto diretto con Dio a maggior ragione lo sarà con il proprio simile. Inoltre, sapendo di essere peccatore sa che si salverà per sola grazia e quindi sarà condotto ad assumere un personale impegno nel mondo, vissuto nella libertà e nella responsabilità. Questo impegno si deve poter esprimere pienamente nella quotidianità della vita e nel lavoro, sia per i religiosi che per i laici.
Niente di personale … ma per il bene comune.
Una leadership italiana in Europa.
Mentre nella economia virtuale i derivati gonfiavano i mercati finanziari portandoli al collasso, nella economia reale il bisogno crescente di materie prime e di energia imponeva al mondo la ricerca di nuovi assetti e di nuovi equilibri geopolitici. Paesi come il Canada si sono trasformati da produttori ad estrattori, nuovi poli economici sono sorti in Australia, in America del Sud, in Africa e in Asia. In questo ultimo decennio l’attenzione degli economisti si è rivolta verso quei Paesi definiti economicamente emergenti caratterizzati da costanti crescite di Pil, elevate e di gran lunga superiori a quelle delle economie americana ed europee. E’ stato coniato così l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) poi diventato BRICS , con l’aggiunta del Sudafrica.
L’esplosione nei mercati occidentali della crisi manifestatasi all’inizio come crisi finanziaria e poi diventata economica ha fatto riscoprire la economia reale, dopo che per molti anni una finanza creativa si era presentata come slegata da questa. Ancora una volta vale il principio epistemologico, o forse psicologico, secondo il quale la normalità viene inferita dalla patologia, ovvero ci interessiamo di una cosa quando essa non funziona più. E con l’economia reale è riemerso l’interesse per le materie prime e le cosiddette terre rare. Tale rinnovato interesse si colloca però nel quadro generale delle trasformazioni strutturali dell’economia mondiale indotte dallo sviluppo delle nuove tecnologie e dall’ingresso dei consumatori dei paesi emergenti. Gli analisti di Citigroup hanno indicato questi Paesi con l’acronimo CARBS (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sudafrica): “nonostante ospitino appena il 6% della popolazione mondiale, questi cinque paesi controllano assets legati al mercato delle materie prime per un controvalore prossimo ai 60 bln di Usd, in un territorio equivalente a circa il 30% di quello planetario, e garantiscono in media tra il 25% e il 50% della produzione mondiale dei principali metalli e minerali”.
Dietro gli acronimi si può individuare la principale direttrice di trasformazione posta dalla globalizzazione: il baricentro della cultura e dell’economia si sposterà verso quei paesi che produrranno conoscenza o che controlleranno le materie prime, oltre che l’energia e le riserve d’acqua. In questo quadro composto da sette grandi paesi e da alcuni loro satelliti, quale dunque potrà essere il ruolo dell’Europa? E su scala ancora minore, quale potrà essere il ruolo dell’Italia ?
Sappiamo di non essere un paese dotato di materie prime e dopo aver perso interi settori di trasformazione quali la chimica, la farmaceutica, la metallurgia, la cantieristica navale, l’informatica, ora stiamo perdendo anche quello dell’auto. Temiamo per l’energia, ma non siamo in grado di avviare le grandi opere infrastrutturali, linee ferroviarie, porti, acquedotti e in particolare quelle per riparare il territorio dal dissesto idrogeologico.
Per attrarre investimenti stranieri, non la vendita di aziende e marchi nazionali, bisogna rendersi prima attraenti economicamente, anche assicurando la legalità su tutto il territorio. C’è dunque un gran lavoro di ristrutturazione domestica da compiere, le cosiddette riforme, ma la capacità di produrre risultati di tali riforme dipenderà dalla relazione che il paese saprà sviluppare con il resto del mondo. Nell’era della globalizzazione si tratta di concepire per l’Italia un ruolo di leadership e attivare una politica estera che si emancipi dalla sindrome di Crimea.
Avremo due baricentri, il primo spostato verso il Pacifico e il secondo nel Mediterraneo. Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale? L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Per fare ciò occorre tuttavia una leadership all’altezza della situazione. La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica per la formazione del futuro governo politico, che abbia come unici criteri di selezione il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni, la riforma della legge elettorale e la selezione dei politici costituiranno il banco di prova per il rinnovamento italiano. Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.
Per una repubblica fondata sul lavoro.
Quando penso alle differenze culturali e di mentalità. Mentre in Germania, paese tanto criticato per la sua ostinata e forse cinica difesa del rigore nei conti pubblici, l’AD del gruppo Volkswagen afferma che “(…) E non dimentichiamoci che per vincere nel mondo dell’auto non contano solo i numeri delle auto prodotte e vendute, bensì anche la qualità del prodotto e la concertazione col sindacato“, nel Bel Paese Italia l’AD di Fiat dichiara: “L’unica cosa che conta sono gli stabilimenti e i lavoratori che abbiamo e se le macchine vengono vendute. Siamo una multinazionale. Andiamo dove si fanno affari, siamo nomadi“.
Siamo in piena decrescita, con la disoccupazione salita al 9,2%, le esportazioni ferme, gli investimenti fissi lordi scesi del 2,4% e i consumi arretrati ai livelli di 30 anni fa, e i Sindacati, vengono messi all’angolo dal Governo e costretti alla strenua difesa dello “articolo 18” come emblema di un diritto acquisito e alla rivendicazione del “posto fisso”, come fossero simulacri di una realtà perduta.
Al di là degli esiti del confronto in atto tra Governo e Sindacati sulla riforma del lavoro, lancio un appello alla sig.ra Camusso e sig. Landini, così articolato:
i) voi avrete pure le ragioni delle armi della critica, ma siete vittime della vostra stessa critica delle armi; a ottanta anni dalla Rivoluzione d’Ottobre liberatevi e liberate i lavoratori dall’ossessione del padrone concepito come nemico di classe;
ii) prendete atto che lo “scontro di classe” nell’era della globalizzazione dei mercati non paga perché aumenta la conflittualità interna nel Paese, già caratterizzato da una debole economia, a fronte della crescente conflittualità tra i mercati internazionali;
iii) i tempi richiedono che sindacati maturi siedano nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, per prendere parte attiva e responsabile nel governo dell’economia: dalla concertazione alla cogestione, perché il bene è comune.
Fine dell’Euro o della Grecia?
Grecia, febbraio 2012: “La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti d’immondizia e dormono per strada.”
Chi lo dice? Mikis Theodorakis in una lettera aperta del 12 febbraio scorso. Punto di riferimento per l’opinione pubblica di sinistra, al ritorno della democrazia in Grecia, quando il governo socialista guidato da Andreas Papandreou si trova al centro di alcuni scandali di corruzione, Theodorakis per qualche tempo si schiera con il centro-destra, riconciliandosi con la sinistra soltanto dopo l’uscita di scena di Papandreu.
(…) “Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine ho sopravvissuto ancora.”
(…) “Esiste un complotto internazionale con obbiettivo la cancellazione del mio paese. Hanno iniziato dal 1975 con obbiettivo la civiltà neo-greca, hanno continuato con la distorsione della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale ed adesso stanno cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.”
(…) “ … dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “v. Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione.”
(…) “Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troica.”
(…) “Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere- rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio dal primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO!”
(…) “Qui assistiamo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.” (…)
Non condivido l’opinione di un ‘complotto internazionale per affossare la Grecia’ e neppure penso ad un complotto internazionale in mano alle banche e al Fondo Monetario Internazionale. Il mondo è acefalo, questo è il dramma, e il potere è in mano a gente completamente insipiente che nulla sapendo pensa solo al proprio interesse, a salvare il proprio e poi si vedrà.
Ritengo diversamente che il vero nemico sia la stupidità, l’economia senza la politica, l’economia senza la cultura e chi l’appoggia, l’indicibile e intollerabile insipienza con cui chi regge le sorti economiche dell’umanità si rende servo acefalo di un’economia liberista senza avere la minima idea di dove dirigere la barra né del caos in cui stanno gettando l’intero pianeta ( ambiente incluso). Costoro non trovano di meglio che arricchirsi ulteriormente e affamare i popoli.
Finiamola di pensare che sono “intelligenti”, sono solo “astuti”, avidi, corrotti, disonesti, stupidi e volgari e ricchi, immensamente ricchi e immensamente ricchi rimarranno finché il popolo sarà avido, corrotto, disonesto, stupido e volgare e invidierà chi è ricco, chi è potente, chi ha successo condividendone i valori.
Riuscite a capire ora? L’economia liberista è una chiavica e il potere è in mano a dei miopi sorci cui interessa solo mangiare il formaggio. Ma i sorci prosperano sulla mentalità del popolo che la stessa mentalità nei valori condivide. Cultura, si impone cultura.
I limiti dello sviluppo culturale.
Al termine di una analisi sulle misure anti crisi adottate dall’attuale governo italiano, esposta da un economista professore universitario in occasione di un corso di formazione di cultura politica, ho domandato come si potesse spiegare il caso della Svezia, Paese che ad un elevato ed efficiente welfare state associa una robusta crescita economica in termini di PIL. La risposta è stata immediata: “Eh, ma quelli sono protestanti … hanno un altro rapporto con il denaro!”.
In una recente intervista televisiva un noto ed autorevole esponente parlamentare del Pdl si affannava a difendere il vincolo del matrimonio, da lui considerato naturale, contro l’accettazione delle coppie di fatto, da lui tollerate ma considerate non meritevoli di tutela legale, e per supportare la propria convinzione, che senza dubbi etici non esita come legislatore a voler far valere per tutti, portava l’esempio della Gran Bretagna, Paese dove secondo lui “alla diffusione delle coppie di fatto, con conseguente crisi della famiglia, sarebbe correlata la diffusione del disagio giovanile”.
Ho citato queste due esternazioni per indicare i due limiti culturali, superiore ed inferiore, che delineano lo spazio evolutivo al cui interno si distribuiscono le differenti mentalità con le quali si interpreta la realtà.
Il primo, quello dell’economista, rappresenta il limite superiore ed è interessante perché rispetto al comune sentire ci appare ‘anomalo’, in quanto pur partendo da premesse tecniche-economiche, approda con un balzo ad un livello culturale più ampio, ponendosi quindi al di fuori del sistema per poterlo spiegare.
Il secondo, quello del politico, costituisce invece il limite inferiore ed è interessante perché ci conferma la ‘normalità’ del pensiero ideologico, che comprende e interpreta la realtà solo se e nella misura in cui riesce a farla rientrare nel proprio convincimento, nel suo caso il cattolicesimo.
La cultura rende liberi.
Tra i dati sullo stato della istruzione e quindi della cultura italiana si è aggiunto il recente aggiornamento ISTAT sull’abbandono scolastico: il 18,8% degli studenti del biennio delle scuole superiori statali non prosegue gli studi, sebbene l’obbligo scolastico sia fissato a 16 anni. Il fenomeno (sottostimato perché non comprende i dati relativi alla Formazione Professionale) ci pone al primo posto tra i Paesi europei, con picchi oltre il 22% nel Mezzogiorno.
All’abbandono scolastico si aggiunge il fenomeno dell’ analfabetismo di ritorno, che in Italia, secondo i dati di una recente indagine, ha raggiunto le seguenti dimensioni:
“Il 71% della popolazione – ha detto De Mauro – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta’: il 5% non e’ neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e’ a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu’ del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.”
Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come per altro avviene per le nozioni matematiche).
Lo sconforto di fronte a tali risultati fallimentari, grazie anche alle scarse attenzioni in termini d’investimento rivolte alla scuola da parte dei governi italiani, ci potrebbe autorizzare a vedere la nostra scuola come un campo di concentramento dell’ignoranza sulla cui porta d’ingresso potremmo scrivere “Kultur macht frei”.
Come è possibile ignorare questo stato di cose, che costituisce un vero allarme sociale, e continuare a parlare di futuro per i giovani, di rilancio del paese, di credibilità? Come è stato possibile che a rappresentarci economicamente nel mondo ci sia stato un Ministro che tanto ignorava e disprezzava la cultura da invitare i suoi sostenitori in tempo di crisi a farsene un panino?
Avevo già scritto che se con la cultura non si mangia, certamente con l’ignoranza si muore. Ma oggi, con l’economia in declino, pardon in recessione, con provvedimenti anti crisi ispirati alle teorie economiche neoclassiche che si concentrano sui tagli della spesa pubblica, con la perdita di credibilità dei partiti, l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla politica, con una corruzione dilagata a tutti i livelli della convivenza civile (che crea danni economici per 6o miliardi all’anno, corrispondente alla metà della intera corruzione stimata per i Paesi europei) e con il deficit di democrazia delle Istituzioni la questione che si pone ormai con forza è su cosa fare leva per avviare il risanamento?
Per gli economisti l’economia si modifica con gli strumenti economici, per i politici la si guida e governa con la politica. Tautologie? No, sono espressioni della limitatezza del pensiero ideologico: una parziale verità che per convenienza di potere diventa assoluta. Per risolvere il problema si deve ragionare ed agire avendo presente una verità della logica: non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso modo di ragionare che abbiamo usato per crearli.
L’economia, dunque, si può corregge solo superandola, considerandola non più come un fine, ma come un mezzo, uno strumento dell’uomo per regolare la propria esistenza avendo come fine il bene comune … sotto il cielo stellato, con la morale dentro di sé. La cultura è vivente e rende liberi.
La Nuova Frontiera
Ha fatto notizia la stima di Cisco secondo la quale nel 2012 i dispositivi mobili connessi al web saranno più numerosi degli abitanti della terra e nel 2016, solo fra quattro anni, saranno 10 miliardi contro 7,2 miliardi di abitanti: 1,4 apparecchi digitali per ogni abitante. Le previsioni per il 2016 indicano inoltre l’Asia come il continente che produrrà la metà del traffico dati nel mondo, con la Cina che ne produrrà il 10% e il Giappone quasi il 30%.
La notizia fa senso, ma ha anche un senso?
La risposta è sì, a condizione però di porre l’accento non tanto sul dato commerciale circa la diffusione del mercato di tali apparecchi, quanto su quello demografico relativo alla crescita della popolazione mondiale: le proiezioni sulla popolazione mondiale prevedono che nel 2045 saremo 9 miliardi!
Cosa dire di questa tendenza? Come valutare un’altra previsione, assai più inquietante, circa la diffusione per esempio del mercato dell’automobile nel mondo nei prossimi decenni? Oggi vi sono 800 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo (11,4 auto ogni 100 abitanti) e diventeranno 2 miliardi nel 2030 (28,5 auto ogni 100 abitanti). Tra l’altro notiamo come l’Italia abbia oggi l’ indice di motorizzazione più alto del mondo: 61 veicoli ogni 100 abitanti.
Ora, quale politico o economista avrà mai il coraggio di dire che lo sviluppo dei beni materiali cui siamo abituati e con i quali continuiamo a misurare la crescita e il rilancio dell’economia, non è più sostenibile nei nostri paesi e ancor meno è estensibile a quelle aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e anche l’Africa che in misura diversa presentano sviluppi quasi accellerati di crescita economica e demografica? Se applicassimo il tasso di motorizzazione italiano alla sola Cina (il sogno proibito delle case automobilistiche) avremmo, con la popolazione cinese oggi vivente, 732 milioni di veicoli circolanti!
Quando si esternano le proprie analisi o visioni politiche bisognerebbe avere presente, quanto meglio possibile, quel che accade nel mondo mentre si pensa. Una delle complicazioni che la information tecnology comporta, con la sua vastità e velocità, è che ci risulta sempre più difficile poter esprimere la propria opinione con sufficiente sicurezza. Perciò, suggerisco di dare ogni tanto una sbirciatina, per esempio, al sito worldometers. Forse accrescerà un senso di vertigine di fronte alla vastità dell’informazione, con relativa nausea per la velocità con cui si accresce e diffonde, ma una volta acclimatati in questa realtà virtuale, saremo affascinati da questa nuova frontiera della cultura.
La numerosità dei dispositivi digitali connessi al web non rappresenta dunque il sorpasso dell’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, come titola un articolo su un quotidiano, almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’applicazione capace di connettere i processori di tutti i dispositivi come fossero un unico computer.
Essa ci fornisce piuttosto un indicatore di come e in quale direzione si sta evolvendo la cultura umana, ponendoci nuove e più sostenibili prospettive di sviluppo per le relazioni umane future. L’alternativa al disastro è la realizzazione dell’Utopia, dove per esempio sarà meglio che circolino informazioni piuttosto che automobili e, fin quando avremo bisogno di status symbol, sarà meglio possedere un computer quantico che un’auto sportiva elettrica.
Diceva Oscar Wilde che “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”
Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.
Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte. L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.
È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il “lavoro sporco” in attesa del ritorno. Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.
Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese. Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.
Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.
In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.
Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti. Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto. Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.
Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.
Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.
Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista. Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.
Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.
Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.
Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.
Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.
Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.
Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.
Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.
Attenti a quei due.
Siamo certi di aver davvero compreso tutte le implicazioni che il fenomeno della globalizzazione comporta? Avevamo immaginato che essa non riguardasse più soltanto gli aspetti economici, sociali e culturali, ma che incidesse anche in quelli politici. Vi sono, infatti, alcune trasformazioni in atto della politica internazionale che segneranno nei prossimi anni svolte radicali negli assetti tra gli Stati.
In questi giorni è stata data notizia di due avvenimenti che prefigurano l’evoluzione in atto della politica nell’era della globalizzazione.
Il primo riguarda l’Europa e potremmo definirlo come la forma nascente, se non proprio di un partito europeo, di una campagna politica oramai transnazionale: la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è esposta personalmente per sostenere la rielezione del Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy in una conferenza stampa ed una intervista televisiva congiunte a Parigi a conclusione del tradizionale Consiglio dei ministri bilaterale tenutosi lo scorso 6 febbraio..
Il secondo avvenimento politico si colloca sulla scala mondiale e riguarda lo spostamento progressivo nell’area del Pacifico del baricentro degli interessi della politica USA. Si tratta del prossimo incontro, che avverrà il 14 febbraio a Washington, tra Barack Obama, verosimilmente rieletto nel prossimo novembre per il secondo mandato di Presidente degli Stati Uniti, e il nascente leader cinese Xi Jinping futuro Presidente del Partito Comunista Cinese dal prossimo ottobre e futuro Presidente della Cina dal marzo 2013.
I due fenomeni hanno evidentemente una portata differente: mentre i rapporti tra USA e Cina ci indicano la prospettiva di nuovi equilibri futuri tra gli Stati europei e gli Stati Uniti con la conseguenti ricadute di tali assetti all’interno dei rapporti tra gli Stati componenti la Comunità Europea, la joint venture Franco-tedesca ci mostra la trasformazione già in atto dei rapporti politici, anche formali, tra i due governi che dallo scorso anno hanno stabilito un asse bilaterale economico con l’intento di condizionare la politica degli altri Paesi comunitari.
Avremo così due baricentri, il primo spostato nel Pacifico e il secondo nel Mediterraneo.
Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale? L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana, già così caratterizzata dalla sindrome di Crimea, dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Per fare ciò occorre tuttavia una leadership all’altezza della situazione. La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica per la formazione del futuro governo politico, che abbia come unici criteri di selezione il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni, la riforma della legge elettorale e la selezione dei politici costituiranno il banco di prova per il rinnovamento italiano. Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.
La sindrome di Crimea.
Dalla scorsa estate si è diffusa la convinzione tra politologi e politici, tanto a sinistra quanto a destra, secondo la quale la politica nel nostro paese avrebbe abdicato non tanto in favore di un ‘governo tecnico’, quanto in favore dell’ingerenza di stati stranieri, ancorchè europei, nelle scelte nazionali.
La Grecia tentò di rispondere alle pressioni europee con la proposta di coinvolgere il popolo perchè si esprimesse con un referendum sulle misure economiche da prendere, la Spagna scelse la strada di nuove elezioni, mentre il Governo italiano, con l’accordo delle opposizioni, scelse invece di ritirarsi nel Parlamento.
Si invoca ancora una volta l’unità politica europea, deprecandone la mancanza quale causa dell’incapacità di fronteggiare con efficacia la crisi economica in atto, ma la persistente divisione tra gli Stati si mostra in realtà ancora utile e comoda per scaricare le responsabilità secondo il principio del Deus vult!
Quando il Governo Berlusconi gettò davvero la spugna? Quando di ritorno da Bruxelles il 24 ottobre del 2011 dopo aver ricevuto i primi ‘compiti a casa’, il Presidente del Consiglio dichiarò “Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”. Questa dichiarazione esprime una verità, ancora in gran parte taciuta, sul livello della nostra classe dirigente politica. E’ la lingua a parlare per noi rivelando la realtà di una politica incapace di agire perchè ricattata dal consenso elettorale e non, piuttosto, agita in funzione di una visione dell’interesse lontano.
Se vogliamo davvero cambiare, per migliorarci, dobbiamo vederci come siamo davvero, senza alcuna indulgenza.
Dal 1855, sei anni prima dell’Unità d’Italia, siamo affetti da un’ansia di riconoscimento nella politica internazionale. A quel tempo Cavour, avendo il Risorgimento come visione dell’interesse lontano, condusse un’abile politica che portò l’anno seguente il piccolo Regno di Sardegna a sedersi al tavolo dei grandi, in particolare la Francia e la Gran Bretagna, per mettere nell’agenda politica internazionale di allora la liberazione dei territori italiani dall’Austria.
Da allora la nostra politica estera è stata segnata in varie occasioni dalle mutazioni di questo morbo politico che afflligge la crescita del nostro giovane paese e che definirei come la ‘sindrome di Crimea’: le due Guerre Mondiali, tra le quali il colonialismo italiano, la partecipazione militare nei conflitti nei territori dell’ex Juguslavia e nel Medio Oriente.
Ma come agisce la ‘sindrome di Crimea’ nei confronti della Comunità Europea contemporanea? Ancora una volta verrebbe da ricordare la citazione secondo la quale la storia si presenterebbe la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Tuttavia, eliminata la farsa dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi che in occasione di un incontro internazionale al G8 del 2011 avvicinò il Presidente Obama per fargli presente la prioritaria necessità di una riforma della giustizia per la presenza in Italia della da lui supposta “dittaura dei giudici di sinistra”, rimane un atteggiamento politico generale, trasversale agli schieramenti dei partiti, riconducibile a quella tecnica economica che va sotto il nome di leveraged byout, contrastato dal riemergere di un peloso orgoglio nazionale contro i moderni invasori.
In altre parole, l’atteggiamento verso l’Europa si mostra nella sua ambivalenza originaria, ovvero quella di predicare da una parte la costituzione di una comunità politica forte ed unitaria, oltre che monetaria, cui demandare ciò che noi, da noi stessi, non siamo in grado di fare, ma dall’altra di considerare, quasi sperare, l’uscita dall’euro come un’opportunità per uscire dalla nostra crisi.
Sembrerebbe dunque che nella società della percezione la sindrome di Crimea si sia indebolita e prevalga piuttosto una spinta regressiva verso l’isolamento del nostro Paese in una situazione anteriore all’Unità d’Italia, a dispetto della complessità della globalizzazione, in cui ci si possa illudere di essere padroni in casa propria. L’ideologia che oggi sorregge questo pensiero debole discende dalle invettive fasciste contro gli stati plutocratici, dalle analisi comuniste contro l’imperialismo americano e delle multinazionali e, per ultimo, dalle concezioni tribali del territorio sostenute dai leghisti nostrani.
L’hazard state
Nel 2011 17 milioni d’italiani, corrispondente al 42% della popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno speso 76 miliardi nel gioco d’azzardo legale. Circa 2,5 milioni di persone sono a rischio di una vera e propria dipendenza.
Sono i dati principali tra quelli raccolti dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa in una ricerca che si conclude con un preoccupante nota d’allarme: «Valutando l’impennata della spesa per il gioco d’azzardo degli ultimi anni, a prescindere dai benefici generati dall’attività di questo comparto economico, occorre riflettere sul fatto che per una fetta consistente della popolazione il gioco è una vera dipendenza, da contrastare in maniera opportuna»
Ulteriori indagini sul fenomeno hanno mostrato come all’Italia viene attribuito il 23% dell’intero consumo mondiale di gioco d’azzardo (gambling).
Dopo le droghe e la televisione ecco una nuova dipendenza che si espande a ritmi impresionanti. Tutto ciò grazie alle martellanti ed indiscriminate campagne pubblicitarie di video-poker, bingo, casinò, di gratta-e-vinci, lotto e superenalotto e alla offerta oramai presente in molti luoghi pubblici di slot machine.
Non è una novità che lo stato di bisogno e il sentimento d’insicurezza facciano regredire l’individuo all’irrazionale comportamento del gioco: combattere l’incertezza con l’azzardo. Ciò che appare drammaticamente nuovo è la legalità oggi che consente e supporta questa deriva.
Non è accettabile che uno Stato smantelli il welfare state in nome del rigore e della austerità imposta dalla crisi finanziaria ed economica e contemporaneamente legittima il gioco d’azzardo, che sul piano economico ed etico danneggia i più deboli facendoli sprofondare nel fatalismo e nella passività.
ACTA iacta est ?
Per il libero pensiero, per la libera stampa ed ora per il libero Web.
Il giorno della memoria
Conosci Fava?
Mentre negli Stati Uniti il Congresso ha abbandonato il progetto SOPA / PIPA, In Italia spunta un deputato leghista, tale Fava (nomen omen), con un emendamento ad una proposta di legge che dovrebbe adeguarsi alle norme europee, ma che in realtà minaccia il web. Questa minaccia è ben più grave di quella della rottura dell’alleanza politica ‘lega-pdl’. Occorrerà vigilare sulla posizione che l’attuale governo assumerà in materia.
SOPA? NO GRAZIE!
Contro lo Stop Online Piracy Act (SOPA) e il Protect intellectual property act (PIPA) si è diffusa nel mondo la protesta di coloro che vedono in ogni limitazione ad internet una limitazione alla libertà tout court. La proposta di legge, che pure si basa sulla giusta difesa dei diritti di autore, sebbene dibattuta negli Stati Uniti d’America in realtà produce conseguenze che riguardano direttamente tutti noi e per questo sarebbe importante seguirne gli sviluppi.
Si segnalano qui all’attenzione di tutti la posizione recentemente assunta dalla Casa Bianca e l’annuncio della preparazione di un prossimo sciopero generale della rete entro gennaio.
Non è vero perchè non mi piace.
La Corte costituzionale “ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270, il cosiddetto “Porcellum”. Viene delusa così la forte aspettativa di cambiamento mostrata la scorsa estate quando tra luglio e settembre 1,2 milioni di cittadini aderirono al referendum.
Certe reazioni ‘a caldo’ della società civile di fronte alla pronuncia, che circolano in questi giorni, parrebbero dimostrare quel ‘disagio della civiltà’ che si manifesta di fronte alla repressione del ‘principio del piacere’ e che alla fin fine pare governare le loro coscienze: si rivendica il rispetto delle regole e delle istituzioni contro l’inciviltà dilagante, ma quando la realtà non ci corrisponde ecco riaffiorare la ‘libertà istintuale’ dell’individuo che le si contrappone.
La questione è: se la Corte avesse ammesso le due richieste di referendum, le reazioni sarebbero state per questo più giuste?
Nella cultura anglosassone si usa l’espressione wishful thinking per indicare una convinzione, con le decisioni che ne conseguono, che si fonda su ciò che piace immaginare piuttosto che sulla evidenza e la razionalità. In italiano potremmo renderla con il “non è vero perchè non mi piace”. E la stessa cultura anglosassone ha prodotto in America una Dichiarazione d’indipendenza (1776) che afferma, tra l’altro:
“(…)Che ogniqualvolta una forma di governo diventa distruttiva di queste finalità è diritto del Popolo modificarla o abolirla ed istituire un nuovo governo, posando le sue fondamenta su tali principi ed organizzandone il potere nella forma che pare la migliore per realizzare la propria sicurezza e felicità. La prudenza, in verità, detta che governi in vigore da molto tempo non siano cambiati per motivi futili e passeggeri; e conformemente l’esperienza ha mostrato che il genere umano è più disposto a soffrire, finché i mali siano sopportabili, piuttosto che raddrizzarsi abolendo le forme alle quali si è abituato; ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni, mirate invariabilmente allo stesso scopo mostra il progetto di ridurlo sotto un dispotismo assoluto, è suo diritto, è suo dovere rovesciare tale governo e procurare nuove salvaguardie per la sua futura sicurezza.(…)“.
Le dimensioni della coscienza sono la consapevolezza e la coerenza. Il punto è non cedere mai alle convenzioni per rifugiarsi nelle ideologie, in cambio di un po’ di sicurezza, e ricordare, parafrasando Platone, che la Costituzione è fatta per gli uomini e non gli uomini per la Costituzione.
In conclusione ecco tre tesi per lo spirito: i) la Corte costituzionale ha sbagliato perchè non è vivente; ii) in democrazia il diritto di contrapporsi deve essere esercitato per le vie istituzionali, anche attraverso i partiti che sono interfaccia tra cittadini e Governo, ma non contro le Istituzioni medesime; iii) le rivoluzioni sono momenti particolari della generale evoluzione e sono ammissibili, quando necessarie.


