La cultura rende liberi.

Tra i dati sullo stato della istruzione e quindi della cultura italiana  si è aggiunto il recente  aggiornamento ISTAT sull’abbandono scolastico: il 18,8% degli studenti del biennio delle scuole superiori statali non prosegue gli studi, sebbene l’obbligo scolastico sia fissato a 16 anni.  Il fenomeno (sottostimato perché non comprende i dati relativi alla Formazione Professionale)  ci pone al primo posto tra i Paesi europei, con picchi oltre il 22% nel Mezzogiorno.

All’abbandono scolastico si aggiunge il fenomeno dell’ analfabetismo di ritorno, che in Italia, secondo i dati di una recente indagine, ha raggiunto le  seguenti  dimensioni:

“Il 71% della popolazione – ha detto De Mauro – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta’: il 5% non e’ neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e’ a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu’ del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.”

Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come per altro avviene per le nozioni matematiche).

Lo sconforto di fronte a tali risultati fallimentari,  grazie anche alle scarse attenzioni in termini d’investimento rivolte alla scuola da parte dei governi italiani, ci  potrebbe autorizzare a vedere la nostra scuola come  un  campo di concentramento dell’ignoranza sulla cui porta d’ingresso potremmo scrivere “Kultur macht frei”.

Come è possibile ignorare questo stato di cose,  che costituisce un vero allarme sociale, e continuare a parlare di futuro per i giovani, di rilancio del paese, di credibilità? Come è stato possibile che a rappresentarci economicamente nel mondo ci sia stato un Ministro che  tanto ignorava e disprezzava la cultura da invitare i suoi sostenitori in tempo di crisi a farsene un panino?

Avevo già scritto che se con la cultura non si mangia, certamente con l’ignoranza si muore.  Ma oggi, con l’economia in declino, pardon in recessione, con provvedimenti anti crisi ispirati alle teorie economiche neoclassiche che si concentrano sui tagli della spesa pubblica,  con la  perdita di credibilità dei partiti, l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla politica, con una corruzione dilagata a tutti i livelli della convivenza civile (che crea danni economici per 6o miliardi all’anno, corrispondente alla metà della intera corruzione stimata  per i Paesi europei)  e con il deficit di democrazia delle Istituzioni la questione che si pone ormai con forza è su cosa fare leva per avviare il risanamento?

Per gli economisti l’economia si modifica con gli strumenti economici, per i politici la si guida e governa con la politica. Tautologie? No, sono espressioni della limitatezza del pensiero ideologico: una parziale verità che per convenienza di potere diventa assoluta. Per risolvere il problema si deve ragionare ed agire avendo presente una verità della logica:  non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso modo di ragionare che abbiamo usato per crearli.

L’economia, dunque, si può corregge solo superandola, considerandola non più come un fine, ma come un mezzo, uno strumento  dell’uomo  per  regolare la propria esistenza avendo come fine il bene comune … sotto il cielo stellato, con la morale dentro di sé. La cultura è vivente e rende liberi.

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