Vox populi, vox Dei ?

imagesC’è chi pensa che i fenomeni sociali siano descrivibili attraverso una definizione come quella di un dizionario. Per certo una definizione delle parole è indispensabile, ma solo per determinare il campo entro cui un fenomeno si determina.

Sul Blog di Grillo del 7/3/2013  Dario Fo così scrive: “Molti mi scrivono e mi telefonano, addirittura c’è chi mi ferma per strada, chiedendomi: “Ma non le pare che Grillo, a parte il suo talento, sia di fatto un populista?”. “Fermi tutti – rispondo – voi sapete che significato abbia l’espressione populista?”.  Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo completamente opposto all’altro termine: demagogo. Forse coloro che con tanta leggerezza usano la definizione di ‘populista’ per denigrare un oppositore, dovrebbero ritornare sul dizionario e consultare il termine alla voce demagogo e scoprirebbero che al contrario, quell’espressione, significa ‘colui che con ipocrisia ben calcolata, cerca di sfruttare l’ingenuità di una popolazione per trarne vantaggi indegni’.  Quindi, miei cari, avete sbagliato termine. Ora, è buona norma quando si attribuisce un comportamento a qualcuno, specie verso Grillo, conoscere il significato del termine che si usa. Attenzione, questa mia non è una banale pedanteria lessicale, ma qualcosa che impone una seria attenzione alla conoscenza del linguaggio.”

Poichè non confondo il significato con il significante e d’altra parte ripongo anch’io grande attenzione al significato delle parole riporto qui di seguito alcune definizioni del termine populismo riprese da tre dizionari della lingua italiana:

–  (Devoto Oli)  movimento politico-culturale russo che si sviluppò nel XIX sec…; per estensione qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto da esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

– (Gabrielli Aldo)  i) letteratura: tendenza di alcuni movimenti letterari e artistici ad assumere e rappresentare il popolo come portatore, di per sé, di valori etici e sociali;  ii) politica: atteggiamento di chi cerca consensi tra le classi sociali meno evolute, usando a questo scopo luoghi comuni di facile presa; iii) storia: movimento politico e letterario russo della seconda metà dell’Ottocento, tendente ad avvicinare le classi colte alle masse popolari.

– (Sabatini Coletti)  i) atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari; ii) spregiativo: atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità.

Populismo e demagogia possono anche essere sinonimi in dipendenza del giudizio di valore che si da agli stessi. In un gruppo di lupi la gerarchia è indispensabile per la sopravvivenza del gruppo. Possiamo dire quindi che un sistema fortemente gerarchizzato e assolutamente autoritario è il sistema più democratico per agire per il bene comune.

In generale la demagogia è l’arte di rapportarsi al popolo da parte del potere (le citazioni che seguono sono tratte da Demagogia di Luciano Canfora, Sellerio editore Palermo).  Essa, la demagogia, non assume in Grecia fin dagli inizi valore negativo (Cavalieri, Aristofane), il termine indica semplicemente la guida politica della città.  “Ormai-dice il servo-non tocca più alle persone ben educate e per bene, è andata a finire (la demagogia) nelle mani di un ignorante schifoso”…”conquista tutti con manicaretti di parole; requisiti per la demagogia: una voce ripugnante, origini basse, volgarità; ha tutto quello che serve a far politica”.  “Non è tanto la demagogia un disvalore: gli è che oggi la si deve praticare con mezzi bassi”. Così opina Aristofane.

Già da qui si comprende che il valore di un termine dipende nel senso dal giudizio che del termine si dà legato all’epoca, ma anche dal giudizio che si dà a chi del termine si impossessa e che termine riveste.  Il trono occupato dal demagogo (termine usato all’inizio come lo stratega che pianificava l’operato di governo in favore del bene comune) viene in seguito occupato da personaggi che tentano con ogni mezzo di accaparrarsi il favore del popolo non per il popolo ma a propri fini.  L’idealità del bene comune (quale esso sia) viene perduta.

L’allargamento della partecipazione al potere operata da Pericle anche al popolo comporta l’intervento al potere dei capi popolo, gente rozza e ignorante sia delle cose di potere sia della vita.  La democrazia nel suo significato di dare sempre più potere al popolo e strettamente collegata alla cultura in seno al popolo. Se si toglie la gerarchia nasce l’anarchia e i lupi si sbranano l’uno con l’altro. Troppa libertà crea anarchia, l’aumento della conflittualità dentro e fuori dal gruppo che può causare la scomparsa del gruppo.

La storia procede con un graduale passaggio del testimone dalle classi più colte e agiate alle classi meno colte e meno agiate, prima l’aristocrazia poi borghesia, da ultimo al popolo. Un passaggio troppo veloce causa un’immissione di ignoranza che sale al potere e il potere per contenere la folla necessita della retorica, ovvero di un’ipocrisia che richiama nel popolo i suoi sentimenti più bassi attraverso gestualità primitive. Per le folle conta solo il tono e i gesti, non sono in grado di comprendere i contenuti e men che meno di analizzarli.

Chi dice “la gente non è stupida” dà un giudizio di valore assoluto. Non esiste gente stupida o gente intelligente, ma solo un livello di crescita della cultura popolare ben determinato in ogni epoca.  Per ogni cultura è possibile solo un certo regime, quale esso sia, come detto anche una dittatura o un tiranno possono essere sulla via della democrazia se nel loro agire procurano benefici al popolo. Il popolo infatti ha sempre adorato i dittatori. È una fede antica.

Si tratta quindi di una mentalità, quella del popolo, ma non solo quella del popolo, che si va evolvendo storicamente in senso democratico. Lentamente il potere arretra ma lo deve fare nei modi e nei tempi opportuni.

Distinguo così quattro categorie di pensiero: i reazionari, i conservatori, i riformisti, i rivoluzionari.  Reazionari sono coloro che vorrebbero ritornare al passato per mantenere i loro privilegi perduti; i conservatori sono coloro che ritengono che non si debba cambiare; i riformisti sono coloro che ritengono si debba cambiare progressivamente; i rivoluzionari coloro che ritengono che sia tutto da cambiare.

Gli atteggiamenti verso il popolo sono diversi a seconda dello stato in cui il popolo si trova. In genere e solo in genere e ad esempio. In un regime assolutista di sola nobiltà i reazionari disprezzano il popolo e lo schiavizzano; in un regime dittatoriale lo incensano ma solo come idealità, lo usano e vessano; in un regime democratico lo adulano, si dicono uno di loro e salgono sullo Yacht; i conservatori a loro volta si dividono in due categorie, quelli che vogliono mantenere i propri privilegi e coloro che ritengono che sia troppo presto per cambiare, per concedere potere al popolo.

Tra questi sicuramente Antonio Gramsci che nel ’20 scrive sull’Avanti (29 agosto) “che cosa intendiamo per demagogia? E indica il linguaggio degli “anarchici e sindacalisti”. Gli uomini del risorgimento furono dei grandissimi demagoghi, fecero del popolo-nazione uno strumento degradandolo”, “grandissimi demagoghi” risorgimentali che ricorsero all’uso disinvolto del plebiscito.  Sebbene aggiunge Gramsci siano stati i partiti di destra ad aver fatto appello alla “feccia popolare”, da cui ecco qui in sintesi il populismo di destra e di sinistra le due diverse retoriche che abbracciano strati diversi della popolazione, la “feccia” e gli utopisti. Gramsci era ovviamente anche un progressista perché aveva a cuore la democrazia ovvero il bene del popolo, ma riteneva che la libertà maturasse nel popolo con la cultura. Questo per comprendere che si deve intendere per cultura.

Ora. Chiaramente la democrazia non uno stato ma un moto, un ravvicinamento delle condizioni sociali e del diritto all’esistenza e oltre a questa, alla vita, un processo che deve avvenire gradualmente a meno, sia a destra che a sinistra, di spargimenti di sangue: rivoluzione e repressione. Questo processo implica necessariamente la crescita della cultura popolare con tutti i mezzi che lo Stato ha a disposizione.

Ora Grillo ha in mano la feccia di destra e gli utopisti di sinistra: una bomba ad orologeria.  In conclusione potremo definire democratico chi agisce disinteressatamente nell’interesse collettivo per il bene comune al di là dei termini e dei regimi usati, per diminuire le disuguaglianze sociali. Ciò può avvenire in una democrazia come in una dittatura. Rimane che in una democrazia la cultura del popolo è maggiore che in una dittatura, ma non basta cambiare regime per far aumentare la cultura e passaggi troppo rapidi, magari d’importazione, possono essere violenti.

 

 

 

 

 




Democrazia e demografia.

images-1Beppe Grillo potrebbe oggi sembrare un eroe della mitologia greca che ha sfidato i politici (gli dei) e nella sua tracotanza (hybris) potrebbe gridare al mondo: quando sento parlare di senso di responsabilità metto mano alla pistola. Ed avrebbe ragione. Tutti adesso si appellano al senso di responsabilità, sono quelli che hanno perso e che oggi ci dicono che noi tutti siamo nella stessa barca. Io temo queste persone e questa politica perché per criticarle possono bastare motti come quest’altro di Goebbels: per la politica il carattere conta molto più che l’intelligenza: è il coraggio che conquista il mondo.

Prima la campagna elettorale con i sondaggi, poi i commenti sui risultati. La politica come il calcio: un’ora di partita e una settimana di chiacchere. Recita un detto popolare mantovano: toti i asin menen la coa, toti i coioni disen la soa (ndr: tutti gli asini menano la coda, tutti i coglioni dicono la loro).  E’ penoso assistere allo scorrere nei dibattiti televisivi delle facce pallide e frastornate del centro-sinistra balbettare ossessivamente spiegazioni assurde con il loro linguaggio onanistico da perdenti, un  linguaggio incomprensibile fatto di analisi politichesi sul capello diviso in quattro.

Tutti gli osservatori e opinionisti sono concordi nel ritenere che con le elezioni 2013 abbiano trionfato i populismi. A quello già noto di destra di Berlusconi consolidato in venti anni si sarebbe contrapposto quello di sinistra dei grillini (un M5S capace in breve tempo di raggiungere 8.688.000 voti, dragando il 30 % dei voti dal centro-sinistra, altri dall’astensionismo e il 39% dalla Lega e il Pdl). E’ stato giustamente osservato che M5S costituisce da solo una “grosse Koalition”.

Dunque la novità sarebbe che si sono resi visibili diversi populismi ascrivibili  a diverse sensibilità politiche. La verità però, una verità che si poteva conoscere da molti anni ma che è stata nascosta prima dalle ideologie e poi dalla illusione del bipolarismo, è che la cultura arretrata italiana ha bisogno del populismo per fare politica ed oggi con il doppio populismo si è almeno ridotto il qualunquismo.

L’avanzata inesorabile del M5S ci sta mostrando una strutturale novità: la formazione di un nuovo blocco sociale ancorato su una base generazionale e non più ideologica, costituito da una classe di cittadini grosso modo compresa nella fascia d’età tra i 20 e i 50 anni. Una nuova classe di ‘giovani’. Come se si fosse avvertito che il declino del paese potesse anche dipendere dall’invecchiamento della popolazione (l’indice di vecchiaia ha raggiunto in Italia una valore ragguardevole, secondo in Europa, ed è destinato a crescere nei prossimi tre decenni).

Altro che rottamazione, si tratta di una rivoluzione culturale che può scaturire in una profonda rivoluzione sociale. Qualche cosa di simile a quanto è accaduto alla fine degli anni sessanta, quando i figli del baby boom e del benessere rivendicarono la propria esistenza contro la società autoritaria. Oggi però i vettori della protesta non sono più gli studenti, essi sono cresciuti e diventati normali cittadini lavoratori e precari, insegnanti, operai, professionisti, piccoli imprenditori. Appartengono alla classe d’età 20-50 anni, ovvero la generazione nata tra il 1963 e il 1988: i figli dei sessantottini e parte di loro stessi, invecchiati. Molti di loro hanno una scolarizzazione superiore alla media nazionale, alcuni sono nativi digitali e comunque tutti socializzati dal web. Ciò che essi rivendicano non è solo il lavoro ma una nuova socialità, perché il lavoro viene sì considerato ancora come la condizione necessaria per la dignità umana (condizione oggi resa drammatica dalla crisi economica e dall’insipienza delle politiche fin qui adottate), ma percepito anche come condizione non più sufficiente per la crescita culturale e personale.

Non voglio passare per il Pasolini dei grillini, ma guardateli in faccia questi 163 grillini neoeletti: alla Camera 71 uomini e 37 donne con età media di 33 anni, al Senato 30 uomini e 24 donne con età media di 46 anni. Come si può pensare di comprendere e interagire con un tale fenomeno utilizzando usurate categorie socio politiche novecentesche?  Molti dei valori e dei temi che tormentano la coscienza dei politici  sono valori per molti di loro già praticati nella vita quotidiana, anche se non sempre ne sono culturalmente consapevoli. Non vanno considerati come vettori patologici antipolitici, ma come portatori sani, per lo più inconsapevoli, di una nuova politica.

Fra due o tre settimane i cronisti di tutte le reti nazionali e internazionali si accalcheranno di fronte a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Madama per mostrare  al mondo gli imbarazzi e le emozioni di questi neofiti al loro primo giorno di scuola accompagnati dai genitori Grillo e Casaleggio, mentre giornalisti prezzolati e politici rancorosi cercheranno in loro i segni di un ulteriore degrado della politica e delle istituzioni.

Saranno per allora raggiunti possibili accordi per un’ipotesi di governabilità, sia pure transitoria? Beppe Grillo non ha paura degli inciuci di programma. E’ ben consapevole che la  forza del M5S sta proprio nella capacità di condizionare la politica dei partiti rimasti e quindi nella negoziazione. Per i leghisti della prima ora Roma era ladrona, per i grillini contemporanei è invece il tempio da cui cacciare i mercanti. Il suo timore è piuttosto quello dei possibili inciuci (scouting) a cui una parte dei suoi neoeletti, insediati al Parlamento senza vincoli di mandato, possano esporsi o magari cercare individualmente per inesperienza e smarrimento in quelle acque torbide che vorrebbero rendere trasparenti. Dalla rete già echeggiano i primi rumors. Una possibilità che i partiti sopravvissuti coltiveranno più o meno cinicamente alla ricerca dei voti perduti: dìvide et impera.

Il Partito Democratico, o almeno quello che emergerà dal disastro elettorale, ha il dovere morale non di ri-costruire se stesso, con la ricerca di una strumentale alleanza  con i grillini (per altro necessaria nel breve periodo), ma di cogliere nella formazione della nuovo blocco sociale il nuovo soggetto politico che offre l’opportunità di rigenerarsi culturalmente e ristabilire una buona e moderna politica di sinistra per un nuovo welfare state da offrire al Paese.  Tutti a casa dunque, anche Grillo.

 

 

 




Lacrime nella pioggia.

549200_4403488767929_1384666298_nLa scervellata politica del PD è giunta al capolinea, ma non credo abbiano capito. La linea politica del PD non parte da oggi ma da quando è stato deciso di cambiare nome al PCI. Da allora l’idea, in gergo la linea, è stata sempre quella di raggiungere il fatidico e ora esiziale 51%. Da quarant’anni non è mai cambiata. Per realismo si è cercato di spostarsi gradualmente a destra quel tanto che basta per perseguire questo fine secondo l’adagio “Per essere un buon ministro, bisogna prima essere ministro”.

Hanno perseverato in questo fino ad oggi ricattando sempre più il popolo di sinistra che vedeva sempre più sminuiti i propri valori (solidarietà tra compagni oggi non ha più significato) con l’aggravante di aprire le porte a gente che non ha esitato a iscriversi indipendentemente dalla fede politica pur di conseguire propri fini. Si consentiva al sindacato di imprendere, al partito di ficcarsi in ogni dove (Fondazioni) di intrallazzare alla stregua di chi dell’intrallazzo ha fatto politica. Meno, certo meno, senza paragoni. Ma le porte sono state aperte è più di uno è scappato dalle stalle.

La gente non ha potuto crederci, il più grande valore della sinistra, l’onestà, messa in discussione. “Non l’hai capito? Sono tutti uguali, sono tutti collusi”. Qualunquismo certo ma gliene è stato dato modo, modo di esistere. Che ha fatto culturalmente il PD per combattere il qualunquismo? Per combattere il qualunquismo in casa sua, a sinistra? Nulla! E se lo ritrova ora tutto contro nel popolo di Grillo.  51% e il vino gradualmente si è annacquato, ha perso di genuinità. Ovunque: nel partito come tra la gente.

La vecchia cultura se ne è andata e nulla è stato fatto per acquisirne di nuova. Vecchie ideologie andavano indubbiamente cambiate ma non bisognava dimenticare che quelle ideologie avevano affrancato il popolo anche su sani valori che non solo andavano consolidati ma indubbiamente bisognava acquisirne di nuovi. Adoperarsi cioè per una crescita culturale. In vent’anni di berlusconismo la cultura si è abbassata in tutto il paese e non solo a destra e questa votazione è la diretta espressione della cultura del paese. Come non comprenderlo!

Grillo non avrebbe ottenuto di certo questo risultato se la classe dirigente del PD si fosse rivolta verso il basso a ricordare al popolo di sinistra i valori che la sinistra unisce, valori che non stanno certo solo nella pagnotta ma nell’onestà, nel rispetto, nella tolleranza, nei diritti e nella dignità, nella compassione. Flessibilità? In un periodo di crisi si può accettare di stringere la cinghia ma non di perdere la dignità. C’è di peggio che la recessione, c’è la regressione. Ora la frittata è fatta.

Per la prima volta siamo certi che il popolo di sinistra (il popolo non i partiti) ha superato e di gran lunga il 51%. È innegabile che il popolo di Grillo appartenga come ha detto Berlusconi (incredibile l’ha detto proprio Berlusconi) per l’85% alla sinistra. La politica scellerata del PD ha lacerato il popolo di sinistra che non ha accettato più di essere ricattato e vedere disattese le proprie aspettative. Non solo Grillo ma anche coloro che non hanno votato (25%). Il paese tenuto conto di chi non ha votato non è diviso in tre ma in quattro.

Il PD prospettava con responsabilità ( nuova parola in auge che dà la linea e che tutti già ripetono a pappagallo) un governo Monti-Bersani e il risultato e che intere famiglie che prima votavano PD ora chiamano Bersani “Gargamella”, il puffo cattivo. Bersani non ha capito che Monti come alleato la sinistra non lo vuole, che Monti rappresenta la Finanza internazionale, il gruppo Bildenberg, il turbo capitalismo, quella finanza che sta affossando il popoli di tutte le nazioni.

Per giunta Bersani non ha dato assicurazioni sufficienti sulla scuola pubblica, sulla corruzione, sul conflitto di interessi, sulla patrimoniale, sul diritto del lavoro e soprattutto sulla sanità, lasciando intendere che sarà in accordo con Monti, inevitabilmente tagliata. Indegno a questo proposito tutto il giornalismo televisivo: sulla sanità non una sola domanda ad un solo leader.

Gli italiani stanno male, malissimo, non vogliono sentire prediche, non vogliono più sentire parlare di sacrifici, e sempre e solo di economia, stanchi di vedersi precarizzato il futuro e ormai anche il presente. Non si può togliere la speranza al popolo. Berlusconi e Grillo hanno aperto alla speranza hanno dato sfogo alla paura e alla rabbia. Si tratta di due capopopolo ma di due capopopolo ben differenti. Uno un populista di destra, l’altro un populista di sinistra, uno che di destra e sinistra ne ha pieni i coglioni fin da quando Guzzanti giocava di nascosto con le mani e invitava a indovinare qual era la destra e qual era la sinistra. Ormai la politica è diventata un cartone animato dove chi è il buono e chi è il cattivo si comprende solo dalla faccia che fanno e Berlusconi ride, ride sempre, quindi senz’altro è il buono.

Bersani si è detto ripetutamente fedele al governo Monti e ripetutamente si è lodato per questa sua fedeltà, ha mostrato chiarissima l’intenzione di stringere un’alleanza con Monti nella comune idea della responsabilità per salvare l’Italia e di combattere il populismo. Un successo che riteneva sicuro grazie a beceri sondaggi e al ricatto del voto utile presso il popolo di sinistra.

Bersani capisci questo: Monti la sinistra non lo vuole! A sinistra c’è chi pensa che Monti sia peggio di Berlusconi, che abbia ripulito le stalle per mungere meglio le vacche. Monti ha liberalizzato i mercati per portare gli Italiani a lavorare come i cinesi (Gramellini). Monti segue il Mercato, Monti è miliardario. Bersani non l’ha capito o se lo ha capito per responsabilità ha cercato di imporlo. Tanto sicuro da non aprire la porta a Ingroia. Motivo? Non voleva Monti e già aveva Vendola dentro come gatta da pelare. Ingroia ha bussato e lui non ha fatto finta di non sentire, avrebbe compromesso la sua alleanza.

Ma l’errore più madornale identico a suo tempo a quello commesso con la Lega, e stato quello di inimicarsi da subito Grillo che pur nella sua veste di capopopolo, di Brancaleone alla testa di diseredati, nella gestione della protesta portava nel programma molti punti più che condivisibili che anzi il PD avrebbe dovuto subito fare suoi, uno almeno attuato già da tempo (conflitto di interessi) e altri portati in parlamento e nelle piazze con ben altra forza, corruzione, lotta alla casta, difesa dei diritti dei lavoratori (art.18), difesa del welfare, della scuola pubblica, della sanità, referendum e tutte quelle battaglie civili che non riguardano direttamente l’economia. Si è di contro lasciato trascinare a parlare solo ed unicamente di economia. Centralità del lavoro? Senza sicurezza, serenità e dignità?

E anche qui: “Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie”, da cui: “la finanza è fatta per l’economia e non l’economia per la finanza”, ma da ultimo “l’economia è fatta per gli uomini non gli uomini per l’economia”.

Salvare il paese può avere solo il significato di ridistribuire il reddito di far pagare la crisi a chi è vissuto al di sopra delle nostre possibilità. La vis forcaiola di Grillo è stata ben accolta, è nato in tutti un desiderio di vendetta, la violenza deve essere evitata e su questo Grillo si è già espresso, la rabbia comunque deve trovare soddisfazione.  No ad una patrimoniale, ma tasse di successione pesanti, pesantissime! È inammissibile che esistano persone che posseggono miliardi di euro, dico miliardi di euro, e li possano cedere ad eredi, al di fuori del merito?

Contro la ricchezza non esiste nessuna cultura nel paese. Qui il punto: la cultura del paese. Il popolo di destra non vota a destra: tifa per la destra, lo fa per opportunismo e per ignoranza. Berlusconi parla alla pancia e il popolo che vive solo di pancia non comprende altri valori. Il PD non ha mai fatto né parlato di cultura, non intende neppure il termine nel suo profondo significato.

Sogno una Costituzione in cui all’art.1 fosse scritto “L’Italia è una Repubblica fondata sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire in civiltà il popolo”. Di fatto la cultura nel paese è rimasta talmente bassa che, da non credere, con le stesse promesse elettorali Berlusconi ha recuperato a sé gran parte del suo popolo. Con sorpresa di tutti. Ma come potete pensare che il suo elettorato fosse cambiato? L’ignoranza di chi ragione con la pancia non è cambiata e allora? Il venditore è tornato a vendere lo stesso aspirapolvere alla stessa gente.

Inutile parlare al PD di valori della sinistra, non capirebbe neppure di che si stia parlando, si è fissato sull’economia e sul lavoro solo in termini economici trascurando il capitolo più importante quello dei diritti e della dignità, della sicurezza e della serenità del lavoro, esponendo i lavoratori al ricatto, accettare qualsiasi lavoro pur di avere un lavoro. L’errore sempre lo stesso, prima il posto e poi i diritti. Ha menzionato l’art.18 quasi si trattasse di un falso problema. Da non credere.

Ha accettato la “concertazione” come logica della responsabilità. Lui come Monti pensa all’Italia io penso agli Italiani. Un operaio, Giuseppe Burgarella, si è ucciso citando l’art.1 della Costituzione. Domani sarà un eroe. Bersani, lui come altri, neanche una parola.

Di fatto Berlusconi ha perso, è passato dal 37% al 25% ma anche Bersani ha perso e ha soprattutto perso perché spaccato in due il popolo della sinistra non ha saputo parlare al cuore degli italiani affinché gli italiani usassero la testa e non la pancia. Un compito arduo che La Quercia- Pds-Ulivo-Pd, anziché cambiar nome, avrebbe dovuto iniziare quarant’anni fa per rendere il vino più genuino e non per annacquarlo.  Solo la cultura ci salverà.

 

 




Alcuni tabu nella coscienza degli italiani.

UnknownL’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste e che si colloca nel futuro. Nel presente che ci contiene possiamo riconoscere la verità del passato. Ma come comprenderla?  La condizione preliminare risiede nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre buone intenzioni e oscurano le nostre visioni. Dobbiamo smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che deturpano la cultura e compromettono l’evoluzione del nostro paese.  Si tratta di cliché che si radicano nelle menti, in modo a volte irreversibile, indicandoci veri e propri tabu per la coscienza nazionale. Per liberarci da questi tabu dobbiamo allora combattere tutte le ideologie ovunque esse si annidano, ovvero combattere l’ ideologia  tout court, quella “scienza delle idee e delle sensazioni” che sebbene inizialmente fondata su una verità parziale si irrigidisce poi in forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario di verità.

L’esistenza stessa di una identità italiana viene da molti osservatori messa in discussione, per il distacco che la popolazione vive nei confronti dello Stato e per le differenze nei valori e nei comportamenti che si manifestano tra nord e sud.  Questa identità (da molti confusa con ‘il comune sentire’)  vacilla perchè si fonda su una visione storica e culturale delle proprie origini che è lacunosa e discontinua. Interi periodi storici di durata secolare e di rilievo europeo e mondiale non vengono sufficientemente compresi e memorizzati per essere quindi assimilati dalla nostra coscienza. Non è sufficiente che facciano parte dei programmi scolastici di storia, questi periodi storici  finiscono con il costituire residui mnestici, pensieri che vengono al contrario rimossi dalla nostra coscienza, in quanto considerati culturalmente inaccettabili e intollerabili, la cui presenza rischierebbe di provocare un’instabilità ideologica. Nei confronti di questi eventi così censurati si viene a costituire una sorta di tabu, una forte interdizione che si sviluppa verso queste aree della nostra storia quasi che avessero assunto una valenza di sacralità o proibizione.

Ho qui voluto selezionare tre esempi di tabu nazionali che dimenticati offuscano la nostra memoria impedendo di riconoscere nella storia della nostra penisola (territorio di invasioni, insediamenti e poteri stranieri per 15 secoli) la cultura come la principale delle nostre commodities  su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento. Si tratta di tre eventi storici distanziati fra loro ma distribuiti nell’arco di un millennio: il Regno di Sicilia, la  Repubblica di Venezia e la Riforma Protestante.

IL REGNO DI SICILIA

Viene considerato come “il primo modello dello stato moderno in Europa” e per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese.  Le sue origini Normanne e poi Sveve determinarono in particolare la nascita di uno Stato centralizzato, burocratico, efficiente e tendenzialmente livellatore, caratteristiche che gli storici hanno reputato moderne e che hanno anticipato di secoli la costituzione dello Stato moderno nei paesi europei.

L’introduzione delle Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi ), codice legislativo del Regno di Sicilia fondato sul diritto romano e normanno, la costituzione della prima universitas studiorum statale e laica della storia d’Occidente per la formazione dei funzionari del suo governo, sono tra gli altri aspetti due singolarità introdotte nella storia del nostro paese da Federico II,  lo stupor mundi  il cui regno  fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli.

“Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Uomo di straordinaria cultura ed energia, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale un qualcosa molto somigliante a un moderno regno governato centralmente con una burocrazia efficiente.  Federcio II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese,greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere la letteratura attraverso la Scuola Siciliana della poesia. La sua corte siciliana reale a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, ha visto il primo utilizzo di una forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla scuola ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate da Dante e dai suoi contemporanei e anticipò di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua d’elite letteraria d’Italia.”

I perenni contrasti con il Papato che connotarono la politica di Federico II per tutto il suo regno, perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell’elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata (durante la fallimentare crociata del 1217-1221 – la quinta – Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d’Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica) furono la reale causa del progressivo declino e della fine.

Le vestigia di questo regno oggi sparpagliate nelle regioni del sud, tra la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, potrebbero da sole, senza nulla togliere alle bellezze naturali delle loro terre e dei loro mari, costituire mete turistiche culturali tra le più prestigiose d’Europa e itinerari storici da offrire al mondo e alle scuole per la formazione dell’identità culturale delle giovani generazioni, sia italiane che europee.

LA REPUBBLICA DI VENEZIA.

Il Leone di san Marco è uno dei simboli più diffusi e più noti in Italia. Presente come statua  nelle piazze e palazzi storici di molte città del nord-est, come effigie sulle bandiere della marina italiana, mercantile e militare, come simbolo del Comune della Provincia e della Regione Veneto, lo abbiamo ammirato in mille occasioni. Eppure non abbiamo la consapevolezza che esso è lì a ricordarci la florida e potente Repubblica che dal IX al XVIII secolo è esistita e prosperata nella nostra penisola: la Serenissima Repubblica di Venezia  durata mille anni, quasi quanto è durata l’antica Roma.

Francesco Petrarca così la descriveva in una sua lettera del 1321:  « […] quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza de’ figli suoi munita e fatta sicura »

Oggi noi la ricordiamo per lo più per essere stata la grande potenza mercantile  dei commerci con l’oriente, ma in realtà la Repubblica di Venezia ha rappresentato un modello avanzato ed efficiente di organizzazione dello Stato: per una certa sovranità riconosciuta al popolo, per un’articolazione delle istituzioni  di governo che prefigurava la divisione dei poteri, per un’amministrazione equilibrata della giustizia che le fece meritare il titolo di Serenissima.  

L’amministrazione della giustizia si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

Il potere era distribuito all’interno di classi sociali ben definite, ma con caratteristiche assai moderne:  il patriziato  (L’aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: ad essa si poteva accedere per grandi meriti e servigi offerti alla Repubblica. In pochi casi, per rimpinguare le finanze in tempo di guerra, la Repubblica vendette l’iscrizione al “libro d’oro” dell’aristocrazia. L’aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, educati nell’università di Padova. Infatti i nobili veneziani lavoravano nell’amministrazione anche come segretari di ufficio, contabili, capitani di porto, e anche giudici. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno. Erano spesso mal pagate, tanto che molti nobili sopravvivevano grazie all’assistenza pubblica per gli aristocratici poveri);  i cittadini (distinti tra i cittadini nativi da famiglie veneziane, cioè di coloro che godevano della piena cittadinanza ed avevano accesso alle cariche riservate al corpo sociale dei cives, i cittadini di “dentro e fuori”, cioè i nuovi arrivati che godevano però della piena cittadinanza e della garanzia dello Stato sia dentro che fuori dai confini ed infine i cittadini di “solo dentro”, cioè di coloro che erano garantiti dallo Stato nel proprio territorio, ma non potevano accedere ai privilegi riservati ai Veneziani fuori dai confini);  e i foresti (gli stranieri di passaggio o recentemente inurbati o appartenenti al basso popolino: accedevano alle garanzie legali, ma non ai privilegi di cittadinanza, e la loro presenza doveva essere regolarmente registrata e sorvegliata).

Oltre ai fattori economici e militari che a partire dal XV secolo determinarono il declino e quindi la caduta della Repubblica di Venezia, compressa tra l’espansione dell’impero ottamano e le rivalità con gli spagnoli, i francesi e gli austriaci, ve ne sono altri che a mio avviso possono spiegarci le ragioni della rimozione di questa eredità storico-culturale che perdura tutt’oggi.  I tratti di spiccata indipendenza e soprattutto di laicità, come oggi potremmo definirla,  dell’assetto di questo Stato costituiscono le due caratteristiche della Repubblica che la Chiesa di Roma, ovvero i suoi Papi, non avevano mai potuto accettare. Infatti, nel quadro del predominio spagnolo in Italia, solo l’antica e potente Repubblica di Venezia era riuscita a conservare una certa autonomia, mantenendo anche rapporti politici ed economici con l’Europa protestante. Come testimonia la guerra dell’Interdetto, che ebbe inizio e pretesto con l’arresto ordinato nel 1606 dalla magistratura veneziana di allora di due preti accusati di reati comuni. Il rifiuto da parte delle autorità veneziane di riconoscere che il clero potesse avvalersi, costituendosi come corpo a sé, di un suo diritto e suoi tribunali  scatenò l’immediata reazione del Papato.

LA RIFORMA PROTESTANTE.

La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere una popolazione prevalentemente cattolica, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Nel nostro paese  è difficile affrontare  una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di  promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste.  Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu? Attraverso la  constatazione che  nelle analisi e dibattiti  culturali o politici si tende a confondere  il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”. E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, opinionisti vari nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano  la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni tanto diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la  s’intenda,  una  svolta  selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale. Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali  buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura  della Controriforma, chiusa ed involutiva.

Prima in Europa  poi nell’America del Nord, l’etica protestante  ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente classe borghese, costruendo l’unità  delle istituzioni tanto  negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre  in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità.  Se ieri i Piemontesi  si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.

Prendiamo  dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo (il Diritto), ma attraverso l’appartenenza (la famiglia).  Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea e oppressiva, dunque ostile.

Perché oggi ci richiamiamo più facilmente alla storia degli antichi Romani, alle Crociate , all’epoca dei Comuni, al Rinascimento, al Risorgimento, all’Unità d’Italia, al Fascismo, alle due Guerre Mondiali e meno, per esempio, al Regno di Sicilia, alla Repubblica di Venezia o alla Riforma Protestante ?

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti riconoscendoci tutti come cristiani. Ma in realtà siamo mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare facile conforto nel riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano  mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone,  scandinavo o  americano. Ne è un esempio il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica: la differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione del  turista distratto dalle novità e differenze. Si tratta della  cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo.

Senza nulla togliere ai principi e valori del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui noi apparteniamo, dobbiamo pure prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza a quel progresso sociale ed economico che ha caratterizzato molti Stati europei, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo le celebrazioni in sordina a cui abbiamo potuto assistere del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.  La formula Peppone vs. Don Camillo è stata una geniale  intuizione cinematografica che  ha ben rappresentato attraverso le maschere della commedia la profonda divisione di un popolo, la  sofferta convivenza di due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro le coscienze degli stessi individui.

L’opposizione da parte del potere della Chiesa di Roma contro l’autonomia, l’indipendenza, la laicità e la libertà dai dogmi per la conoscenza e ricerca della verità è stata la vera e profonda ragione che ha causato il declino e la caduta delle avanzate esperienze storiche del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia,quindi la loro censura e il loro oblio nelle coscienze degli italiani, rendendone ancora oggi difficile il riscatto.

La cultura deve tornare ad essere vivente per renderci liberi e salvarci.




La cucina economica: con la cultura non si mangia.

cucina_economicaL’attenzione della cronaca si è rivolta a due fenomeni che riguardano l’istruzione e la formazione dei giovani. Negli ultimi dieci anni vi è stata una diminuzione delle iscrizioni alle università di 58 mila unità, mentre le iscrizioni alle scuole alberghiere sono aumentate del 35% (30 mila giovani ogni anno). Il primo dato è stato interpretato come una “perdita di attrattiva dell’istruzione”, mentre il secondo come “il nuovo cult dei fornelli”. Tutto questo sembrerebbe sostenere la diffusa credenza, sdoganata da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica, secondo la quale con la “cultura non si mangia”.Per completare la cornice del quadro così abbozzato aggiungiamo altri due dati: il 19% di tasso di abbandono scolastico  e  il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno della popolazione stimato oltre il 70%.  Questo è lo stato culturale del nostro paese.

Vi sono parametri diversi per indicare il declino di un paese, essi possono essere di natura economica, demografica o ambientale e i valori che ne rileviamo  possono giustamente allarmarci. Tuttavia  non ci rendiamo conto che tali valori sia che risultino frutto di analisi storiche o piuttosto siano rilevati nel presente non colgono appieno l’essenza del problema che non risiede tanto in ciò che è stato o in ciò che appare oggi, ma in ciò che potrà essere in futuro.  E quale soggetto è portatore di questa realtà in fieri se non chi oggi rappresenta il futuro ovvero i giovani?  Ebbene sono proprio loro le principali vittime di quei meccanismi economicistici  che sembrano più interessati alla fascia produttiva della popolazione, il cui intervallo d’età varia per altro in funzione dello stato dell’economia e della demografia (disoccupazione e invecchiamento della popolazione).

Che fare? Riequilibrare, attraverso un nuovo patto fra le generazioni giovani-pensionati  (nuovo welfare state), la rappresentanza degli interessi del paese, spostando il baricentro verso le fasce di popolazione più giovane. Gli interventi sono di natura sia legislativa che economica, per esempio: diritto di voto ai minorenni, obbligatorietà degli studi fino a 18 anni, sgravi fiscali per le spese in istruzione e formazione, incentivi per la formazione artigiana, borse di studio per università e prestiti d’onore per l’alta professionalità.

Il futuro, già incerto, appare minaccioso, dunque lo si rimuove arroccandosi nella difesa delle condizioni raggiunte, a volte conquistate per diritto o per merito, nel tentativo di mantenerle. Osserviamo che l’attenzione rivolta dalla nostra società del benessere ai bambini diminuisce  via via che si passa dall’età prescolare alla scuola dell’obbligo, alle scuole superiori, all’università. Diminuisce l’attenzione ed aumentano i costi per le famiglie per la formazione dei giovani in crescita. Una inesorabile decadimento di un welfare state concepito principalmente a favore delle  fasce estreme della distribuzione dell’età, ritenute più deboli.  Dalla culla alla bara, socializzazione e previdenza,e nella terra di mezzo l’abbandono al destino individuale. Tutto questo mentre il potere sia economico che politico persiste nelle mani e nelle menti di una generazione che si pone come principale obiettivo il mantenimento di sè e non come finalità la propria ri-generazione.

Il calo delle iscrizioni universitarie, al di là delle osservazioni di natura tecnica per spiegarlo (calo demografico, crisi economica, riforma università) e al di quà dei confronti con i paesi europei che ci pongono nella coda di tutte le classifiche, ci dovrebbe suggerire una profonda riflessione sullo stato della mentalità, della cultura diffusa nel nostro paese.  Si rinuncia alla istruzione e formazione per privilegiare facili miti spettacolari, oggi lo chef, ieri gli stilisti, i calciatori, le modelle  i manager…

E la cultura non è intrattenimento, non si riduce solo all’arte e allo spettacolo.  Essa è piuttosto spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce o non riconosce nell’altro i propri e gli altrui diritti: la cultura serve a far crescere in civiltà un popolo, non ad aumentare il Pil.  Alla cultura però si deve essere educati. Le dittature e le religioni si sono sempre particolarmente impegnate nell’educazione dei giovani imponendo la loro ideologia. E così deve essere per le democrazie. Sia per gli antichi greci (la Filosofia) che e gli illuministi (l’Enciclopedia)  la precondizione per il conferimento del potere al popolo è stata che questi acquisisse la conoscenza.  La democrazia è, prima di tutto, conoscenza.  

Ma l’importanza della cultura non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici (ricordate l’invito a frasi un panino con la Divina Commedia, offerto da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica?)  ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo, si censura l’informazione e si condanna la satira. E infatti questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua reale natura è la causa principale dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.

La cultura andrebbe collocata  al primo posto tra le iniziative politiche. Nessuno tra i sedicenti politici del rinnovamento ha però mai coerentemente parlato né ancora parla di cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere proprio quello di far crescere in civiltà la nazione. Per un politico per cultura si intende ancora e solo “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei e assente nella nostra Costituzione.  La cultura rende liberi. Solo la cultura ci salverà.

 




La società incivile.

480943_326596260773350_381819418_nUn italiano su due d’accordo con Berlusconi su Mussolini.  In un sondaggio realizzato dall’istituto SWG  alla domanda ‘il fascismo ha avuto ombre ma anche luci: e’ d’accordo?’  il 47% degli intervistati ha risposto di sì. “E’ un dato costante da oltre 15 anni”, commenta Roberto Weber Presidente dell’istituto. Quasi un italiano su due non contesta le dichiarazioni che Silvio Berlusconi ha fatto su Benito Mussolini nel giorno della memoria: questo episodio non dovrebbe dunque danneggiare il Pdl in campagna elettorale.

Dunque Berlusconi, nel suo ventennio dalla scesa in campo nella politica, non soltanto ha sdoganato i nostalgici del fascismo portandoli al governo, ma soprattutto ha liberato le coscienze di una gran parte degli italiani dando voce e legittimità ai sordidi pensieri delle loro pance. In un mese Berlusconi è riuscito a raggiungere quella massa di delusi dalla destra (tasse aumentate) confluiti nel 40%  degli astensionisti e riconquistare la loro fiducia per la medesima destra (restituzione IMU pagata?), erodendo il vantaggio faticosamente acquisito dal PD in un anno di sofferto appoggio al governo tecnico di Monti, fino a minacciare la vittoria stessa del centro-sinistra, non solo al Senato. Onore al merito? Macchè, si tratta ancora una vota della forza che si afferma grazie alla debolezza degli avversari! Il Pdl sono io. Questo ci dice Berlusconi sconfessando senza rimedio ogni velleitaria ambizione di eredità politica da parte di inconsistenti figure di nani e ballerine che bivaccano alla sua corte.

Personalmente oscillo, in una sorta di sindrome psico-politica bipolare, tra il pessimismo della realtà e l’ottimismo della ragione, ma oggi temo meno l’affermazione elettorale monca del centro-sinistra e più l’ingovernabilità che ne potrà derivare e che rischia di portarci ad un nuovo e forse irrimediabile discredito internazionale. Prepariamoci a nuove elezioni per il 2014.

Nel frattempo constatiamo una volta ancora il degrado culturale in cui versa il nostro Paese, dove l’acquisto di un calciatore da parte della squadra di Berlusconi porta più voti di quanti ne toglie l’esternazione della mentalità del suo Presidente. E’ davvero difficile, forse ormai anche inutile, stabilire se sia più grave l’esito del sondaggio o l’osservazione finale sui suoi effetti nella campagna elettorale del Pdl.  Per quelli che bisogna essere ‘realisti e concreti’, quelli che sono ‘uomini del fare’, quelli del ‘voto utile’ (a che?) … suffragia non olent.

 Tutto ciò mi conferma che la ricerca della verità e dell’etica appartiene a quegli spiriti che sanno elevarsi dalle condizioni reali e non è soggetta a opinione. L’eccellenza non può essere democraticamente stabilita, ma deve essere democraticamente ricercata. La cultura deve tornare ad essere vivente per poterci salvare.




Perchè dobbiamo essere a favore di una patrimoniale.

Unknownll volume globale del sistema bancario ‘ombra’ alla fine del 2011 è cresciuto fino a 67 trilioni di dollari (un trilione vale un milione di miliardi). Si tratta di dati ufficiali, peraltro fermi al 2011, dati da tutti acquisiti, accettati e ribaditi, pari a 8 volte il Pil mondiale. Significa che per ogni dollaro prodotto dal lavoro ve ne sono otto inventati dai meccanismi della finanza creativa.

Questa è oggi la misura della speculazione. Quale il risultato?  Le banche sono senza liquidità e rischiano di fallire e noi ancor più delle banche.  Possibile che non ci sia un cane che si chieda dove finiscono i soldi?

Eppure è molto semplice: in tasca ai capitalisti. Gente ricca oltre ogni tollerabile misura che fa fruttare, per definizione senza scrupoli, denaro dal denaro. Pecunia non olet.  Non sono contro i capitali, sono contro i capitalisti. Questa distinzione ormai si impone. Che i capitali servano alla finanza e che la finanza serva alla produzione non ci piove, ma che incalcolabili ricchezze finiscano nelle mani di una oligarchia di burattinai è per usare eufemismi intollerabile.

La redistribuzione del reddito e della ricchezza è la prima necessità per uscire dalla crisi. A livello mondiale. Come?  Con tasse di successione che non consentano di lasciare patrimoni in grado di condizionare la finanza e l’economia degli Stati sovrani. Poche migliaia di persone controllano l’economia e la politica di intere nazioni.  Il loro numero è destinato a ridursi e la loro ricchezza ad aumentare. Con tasse di successione che rendano gli uomini uguali alla nascita per censo e per ricchezza, qualcosa che conferisca un senso concreto a ciò che si vuole intendere quando si afferma che “tutti gli uomini nascono uguali”.

Siamo tutti complici, chi per interesse e chi, cosa forse ancora più grave, per mentalità. Non è certo una colpa essere ricchi, ma solo se la ricchezza viene impiegata a scopi sociali e non per finire a puttane. La saggezza del non res sed modus in rebus  è prorpio una verità il modo e la misura sono tutto.

Pensare globalmente e agire localmente,  la stella polare ci indica la direzione ma poi dobbiamo agire sulla terra. Non si tratta di un tutto e subito, ma di un qui e ora, di muoversi in modo determinato e univoco verso una direzione e questa direzione non può che essere l’uguaglianza patrimoniale. Di considerare buona ogni misura presa da qualsiasi governo solo se si muove nel senso di diminuire la forbice distributiva, in termini non solo di reddito ma anche di ricchezza, di ridurre l’indicibile disparità cui la follia turbo-capitalista ci ha consegnati.

Non lasciamo che si confondano l’equità e la giustizia con l’invidia. La sete di potere da parte della cosidetta ‘economia ombra’ non cesserà mai di tormentare il mondo fino a compromettere irreversibilmente  il destino di tutti noi e dell’intero pianeta. Se tutti noi non ci opporremo con risolutezza sarà la catastrofe. Altro che tramonto dell’occidente, dopo crisi e default dovremo abituarci anche ad ascoltare questa parola.  Solo la cultura ci salverà.




Nel giorno della memoria una strage dimenticata. Italiani brava gente?

italiani_brava_gente_per_sitoIl messaggio di Berlusconi mi è parso questa volta sincero:  “Il fatto delle leggi razziali è stata la peggior colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi aveva fatto bene”.  Certo coglieva nell’angolo le possibilità elettorali, ma sostanzialmente ritengo che quanto espresso si confaccia alla sua vera anima. Sull’opportunità del momento e della situazione diciamo che è stato colto di sorpresa, bisogna saper guardare anche al comportamento non verbale.  Ma solo gli scritti rimangono.  Da Wikipedia il resoconto dell’attentato al Maresciallo Graziani, viceré d’Etiopia durante una cerimonia il 20 febbraio 1937: 7 morti, 50 feriti.  Nella rappresaglia che ne è seguita (approvata da Mussolini) sterminati migliaia di indigeni.  Così racconta quei momenti il giornalista Ciro Poggiali, ferito leggermente ad una gamba:  «Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovavano ancora in strada. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.  Ed ancora, il giornalista dopo avere accompagnato all’ospedale il Viceré torna in città e scrive di aver visto “…un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta.  Neppure le mura domestiche servono a proteggere gli etiopi dalla furia delle squadre che agiscono sotto il diretto controllo della Casa del fascio.  Camicie nere e ascari libici, dopo essere penetrati nei quartieri indigeni, danno fuoco a decine, se non centinaia di tucul, finendo con le bombe a mano coloro che cercavano una via di scampo”.

Migliaia di morti, non si sono mai potuti contare ma si è certi che si tratti di migliaia (significa fino a 10000).  Migliaia compresi vecchi, donne e bambini bruciati nei tucul.  Una strage da far impallidire le rappresaglie naziste.   Dunque, chi sono stati i fascisti italiani?  Usurpatori sanguinari, ignoranti, arroganti e impreparati.  Non aspettarsi un attentato da parte di un popolo oppresso e quanto meno idiota e le misure di rappresaglia avrebbero dovuto apprenderle dai famigerati tedeschi anziché abbandonarsi alla loro natura selvaggia, pura frenesia da pescicane.  La verità è che il fascista è ancora un uomo di Neanderthal. Le sue pulsioni vengono da un passato primordiale, in una postura dello spirito che non ha mai superato la ferocia dell’infanzia dell’umanità,  rivivendo  in un individuo che risulta perciò immaturo per la democrazia.

Mussolini che pure non ha mai ucciso nessuno è direttamente responsabile di genocidio. Un criminale di guerra. Hitler o Stalin hanno mai direttamente ucciso qualcuno? Questa che per Berlusconi è una scusante è invece una imperdonabile aggravante: il non sapere.

Quella del fascismo con il nazismo sarebbe per Berlusconi una “… connivenza non completamente consapevole”.  Questa postura mentale è ravvisabile in un vizio capitale: l’ignavia.  E anche qui, non si tratta di un’esimente ma di un aggravante.  La “volontà di non informarsi” è figlia da un lato della pigrizia, ma dall’altra anche della “volontà di non sapere per non essere coinvolto”.  L’undicesimo comandamento della “canaglia” è farsi-i-cazzi-propri e da grande comunicatore Berlusconi sorride al suo popolo con sguardo di intesa.  In questo caso testimonia un altro vizio capitale l’accidia.

Per inciso ricordo che ignavia e accidia sono ritenuti dalla Chiesa ‘vizi’ e non ‘peccati’, un campo della morale di cui ciascuno deve rendere conto a se stesso e a Dio, con poco o nessun riguardo per il prossimo. In Chiesa nessuna predica. Nessun prete ha mai dichiarato che non interessarsi di politica sia peccato. Eppure Gesù Cristo ha detto che “tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi”. Il problema nasce perchè l’ignoranza che impera nel nostro paese scusa con l’insipienza la colpa. Per gli antichi  Greci invece il “non sapere” costituiva colpa maggiore del “sapere” e di certo lo è se l’insipienza è espressa da una volontà.

In Italia questa mentalità è fortemente radicata in buona parte della popolazione e contamina in misura diversa anche la rimanente.  Italiani brava gente?  Senza un grande intervento della cultura presso il popolo non cambierà mai nulla. Se uno non sa e poteva sapere è doppiamente colpevole.  Solo la cultura ci salverà.




Tramonto dell’occidente o suo sorpasso ?

Il sorpasso_Dino_Risi

Quel fenomeno chiamato globalizzazione,  definito come crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale nei diversi ambiti economici e culturali tra i popoli e i luoghi del mondo, dopo l’accellerazione impressale dalla fine della ‘guerra fredda’ ci indica oggi la prospettiva di nuovi equilibri mondiali fondati su più baricentri, quasi coincidenti con i vecchi continenti. Mentre da noi, per esorcizzare la paura del declino, ci si arrovella sui rapporti dell’Italia con l’Euro e il federalismo fiscale, nel mondo si analizzano e discutono le tendenze verso i nuovi “vertiginosi” ordini mondiali.

Il National intelligence Council nel suo ultimo rapporto quinquennale dal titolo “Global trends 2030: alternative worlds” ha perfezionato i risultati della precedente edizione del 2008 confermando il sorpasso cinese degli Stati Uniti in termini di PIL entro il 2030 (si vedano i due articoli Il sorpasso cinese/1 e Il sorpasso cinese/2.).

Una novità dell’aggiornamento consiste nel fatto che il sorpasso avverrà nell’ambito di quello che viene descritto come il “secolo asiatico” (India, Corea, Vietnam, Filippine e Cina).  Lo scenario elaborato dal National Intelligence Council convalida la visione geostrategica di Obama, indicato come “il primo presidente del Pacifico” per vissuto personale e ” soprattutto per la sua lucida visione di un baricentro della storia destinato a spostarsi in quell’area del mondo. Alla quale il presidente ha dedicato i suoi viaggi più importanti: non solo in Cina ma in India, Indonesia, Corea, Giappone, Birmania”.

L’autosufficienza energetica, l’evoluzione tecnologica, la riqualificazione della scuola pubblica e della formazione e la re-industrializzazione sul territorio americano  sono così divenute le principali direttrici di sviluppo della nuova politica degli Stati Uniti, politica detta del soft power, che non rinuncia alla leadership mondiale , questa volta però fondata non più sulla potenza economica e militare, ma sulla capacità di “formare coalizioni basate su interessi comuni”.

E non bastano  le “tigri asiatiche” (volendo considerare il Giappone per la sua storia dalla fine della II Guerra Mondiale come un paese economicamente occidentalizzato) e il soft power americano a spostare gli equilibri nel nuovo ordine mondiale perchè da almeno un decennio concorrono  anche i  “7 leoni dell’Africa” e  gli Stati  dell’America latina  con i loro accellerati sviluppi economici e sociali.

Cosa ne è stato del  motto  di René Dubos “pensa globalmente, agisci localmente” che tanto aveva ispirato progressisti e ambientalisti ?  Di fronte a simili scenari quale senso possono avere le lagnanze di coloro che da oltre un anno gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri (sic!) nella politica nazionale rivendicando il recupero di una sovranità perduta?  Eppure il vero obiettivo dovrebbe apparire loro chiaro, pena la definitiva subalternità dell’Italia ai Paesi europei ed extraeuropei più forti economicamente.  Allo stato attuale della globalizzazione si tratta di concepire per l’Italia all’interno  della Comunità Europea, un ruolo di leadership che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo (si ascolti Benito Li Vigni, collaboratore di Enrico Mattei) attivare una politica internazionale di alto profilo che la emancipi dalla  sindrome di Crimea.  La rinascita del nostro paese  dipenderà dalla  politica estera che adotterà.

Posta originariamente da Cavour ai Grandi di Europa nel 1856,  la questione italiana ha assunto oggi, con la crisi economica e finanziaria, l’ingerenza Europea nella politica italiana (per altro richiesta dal management politico domestico), la crisi della politica-antipolitica e dei partiti,  i connotati  di un problema non  soltanto di crescita  quanto di consolidamento.  Non si tratta più come all’epoca di Cavour di farsi  riconoscere come un paese unito ed indipendente, ma di  farsi riconoscere come un paese politicamente affidabile ed economicamente sicuro.

E’ nella storia della nostra penisola sebbene territorio per 15 secoli di invasioni, insediamenti e poteri stranieri (altro che l’odierna ingerenza europea) che possiamo tuttavia ritrovare  la principale tra le nostre commodities su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento: la cultura.  Oltre a Cavour e l’unità del paese,  oltre all’età delle Signorie e dei Comuni vi fu il Regno di Sicilia che per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese.   Federico II, lo  stupor mundi che anticipò il rinascimento italiano di circa due secoli, con il suo regno caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale volte ad unificare le terre e i popoli,  con l’esempio della sua corte luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica, ci suggerisce oggi un modello di strategia da adottare nel quadro politico economico in evoluzione nel mondo.

Si sostiene che per attrarre  investimenti stranieri (non la vendita di aziende e marchi nazionali) bisogna rendersi prima attraenti economicamente assicurando efficienza e legalità su tutto il territorio. E’ vero, c’è dunque un gran lavoro di ristrutturazione domestica da compiere (le cosiddette riforme), ma  la capacità di produrre risultati da tali riforme dipenderà proprio dalla relazione che il paese saprà sviluppare con il resto del mondo. E per  fare ciò occorre una leadership all’altezza della situazione.  La migliore eredità, forse l’unica, che il Governo Monti ha potuto lasciare proprio in quanto composto da tecnici è stata l’indicazione metodologica  per la formazione di un governo politico che avesse come unici criteri di selezione il merito e la competenza.  Poichè il prossimo governo sarà costituito per la terza volta in costanza di una legge elettorale aberrante , la  selezione dei politici sarà responsabilità esclusiva dei partiti e costituirà il banco di prova per verificare la reale possibilità di un avvio del rinnovamento italiano.

Ancora può aiutarci René Dubos con la  seguente riflessione: “Fin dalla preistoria, la terra non è mai stata un Giardino dell’Eden, bensì una Valle delle Decisioni in cui l’adattabilità è cruciale per la sopravvivenza. La terra non è un luogo di riposo. L’uomo è stato creato per combattere, non necessariamente per sé stesso, ma per un continuo processo di crescita emozionale, intellettuale ed etica. Crescere in mezzo ai pericoli è il destino della razza umana, perché questa è la legge dello spirito”. (René Dubos – Mirage of Health, New York, 1959)




Il grande deserto della cultura

Deserto rosso - Michelangelo AntonioniDa “Il grande deserto dei diritti” di Stefano Rodotà, la Repubblica, 3 gennaio 2013: “Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali?  (…) Un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica (…) Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti (…)Ed ancora:  “La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica (…) Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica (…) Era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti (…) Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa  (…) Una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia”.

Caro Stefano Rodotà,  lei è l’unica persona con cui mi identificherei per essere da me votata. Ammiro da sempre la sua onestà intellettuale e nessuno più di lei meriterebbe la Presidenza della Repubblica. Nessuna esagerazione. Contrariamente l’ho vista sempre in disparte, tenuto in considerazione di “grillo parlante” da gente di mediocre ingegno che stimandola poco “pratico” l’ha confinata in un ruolo professorale fuori dalla guida del paese. Beata insipienza.

Quel “valore aggiunto” cui lei si riferisce ha nome CULTURA, muove lo spirito dei popoli verso nuovi traguardi di civiltà. Un avanzamento reale che cambia l’aria del luogo in cui si vive e anche e non solo l’economia. La Cultura purtroppo è da sempre fuori dall’Agenda dei politici. Se progressi si sono fatti nella società civile in merito all’acquisizione di nuovi più civili diritti questo è avvenuto sempre per merito di movimenti e di minoranze cui in seguito e solo inseguito, ritenuti maturi i tempi, la legislazione si è adeguata.

Finché questo non sarà inteso dalla politica e gli uomini non saranno fatti per l’Economia ma l’economia per gli Uomini, non c’è speranza di cambiamento. L’importanza della CULTURA non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura, invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo e si condanna la satira in quanto “informa”.

E infatti la CULTURA non è “intrattenimento” ma spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce, o non riconosce, nell’altro i propri e gli altrui diritti. Questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua natura filosofica è causa dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.

Non a caso l’Agenda Monti è disattenta. Caro Rodotà la “tua” proverbiale modestia e prudenza invita a non fare congetture malevole sull’altrui operato, ma che Monti sappia o non sappia si rende ugualmente colpevole.  Solo la cultura ci salverà.




Dove finisce l’evasione fiscale.

successione-ereditaria_corbis_488-255In una recente puntata della trasmissione L’ Infedele di Gad Lerner il Presidente delle Acli  concordava sul fatto che il governo tecnico non ha tenuto conto delle conseguenze sociali dei provvedimenti presi.  Temo che chi è così intervenuto non si sia reso  sufficientemente conto della gravità dell’affermazione. Il primo dovere di ogni governo democratico, se davvero volesse essere per il popolo, dovrebbe essere diminuire la conflittualità sociale, non acuirla. La necessità di provvedimenti economici ristrettivi del welfare devono essere spiegati e digeriti dalla popolazione. La violenza che l’austerity sta provocando in tutto il paese sarà domani incontrollabile nelle piazze e nelle strade con un aumento inedito della illegalità e quindi della criminalità. Non aver previsto questo e avendo posto in essere, sic et simpliciter, provvedimenti che spingono nel baratro le classi meno abbienti non può essere visto come una semplice incompetenza, ma quanto meno come una colpevole incompetenza.

Non temo la recessione quanto la regressione (siamo ormai tutti disposti a stringere la cinghia). Temo un arretramento culturale (si intenda una buona volta cosa significa cultura) di un’intera popolazione a tutti i livelli sociali, una disgregazione della solidarietà nazionale con una guerra di tutti contro tutti intra le classi sociali e fra le classi, con un possibile e magari auspicato ritorno di chi rimette le cose a posto.  In merito, la democraticizzazione del braccio violento della legge deve essere nel programma di qualsiasi forza democratica.  Una soluzione, non l’unica ma fondamentale, dei problemi economici  che volesse perseguire una maggiore equità distributiva e realizzare il principio dell’eguaglianza alla nascita, sarebbe di far pagare la crisi a chi è vissuto al di sopra delle nostre possibilità attraverso le   TASSE DI SUCCESSIONE , pesanti, anzi pesantissime. Perchè nessuno ne parla?




Laicità come indicatore di civiltà

Casa di preghiera e studio sulla Petriplatz a Berlino In Germania chi non appartiene ad alcuna confessione religiosa rilascia una dichiarazione scritta all’Ufficio imposte che provvede ad esonerarlo dal versare le tasse ecclesiastiche, pari all’8% in più delle imposte dovute allo Stato, essendo quindi escluso dai servizi religiosi.   Questo consente di rilevare statisticamente Berlino come la metropoli con più abitanti atei o agnostici del mondo: circa il 60%, a fronte del 22,3% di evangelici, 9,15 di cattolici, 2,7% di altri cristiani, 6,2% di mussulmani, 0,4% di ebrei e 0,2% di buddisti. Ebbene a Berlino, vicino ad Alexander Platz, a Petriplatz su un’area dove sorgeva la chiesa del ‘600 di S. Pietro, col campanile più alto della città  ridotta in rovina durante la guerra ed abbattuta nel 1964  dalla DDR, sorgerà una nuova chiesa unica al mondo dedicata  alle tre religioni cristiana, mussulmana ed ebraica. Si tratta in realtà di un luogo di preghiera e di studio aperto, senza simboli religiosi,  offerta anche a tutti coloro che non appartengono a una religione.

 

 




I voti si contano e pesano.

Bersani vincerà il II° turno alle Primarie, ma probabilmente con un margine minore di quello raggiunto al I° turno , mentre la scalata di Renzi al PD si arresterà. Fino al prossimo Congresso del partito nel 2013. In molti benedicono gli effetti  ricostituenti delle Primarie sulle proiezioni di voto politico diffuse in questi giorni: il PD al 34% !   Roba da PCI alle politiche del  ’76  (34,4% dei voti), quando Amendola si spinse a disegnare i contorni di un futuro “partito unico della sinistra”.  In realtà, l’ OPA lanciata da Renzi nell’area di centro-sinistra ha comunque avuto un grande successo e già oggi  il “rottamatorre” lancia chiari messaggi dalla posizione di forza raggiunta:  “un mio partito potrebbe arrivare al 25%”  e  “io non voglio nulla ma noi abbiamo il 36%: che facciamo con chi sta con me, li cancelliamo? E’ chiaro che no.”

Non occorre una  raffinata opera di intelligence per prevedere l’evoluzione nel prossimo futuro dell’area della sinistra italiana: basta applicare il principio metodologico del rasoio di Occam e riflettere sulle ipotesi più semplici :

i) il candidato leader  prescelto con le Primarie,  qualunque esso sia,  faticherà non poco a compattare  una coalizione di centro-sinistra su un programma condiviso  e vincere le elezioni politiche;

ii)  dopo la elezione del Presidente della Repubblica (l’elezione di Mario Monti scompaginerebbe il costitunedo Centro) e i risultati dei primi “cento giorni” di scelte politiche in una crisi sociale ed economica aggravata, si arriverà in ottobre all’ o.k. corral del Congresso del PD, allorchè  una scissione della costola liberal  porterà alla costituzione del nuovo partito di Renzi: un nuovo polo di attrazione per i voti arrabbiati del M5S (spiaggiati in massa nel Parlamento e nei vari Consigli), per quelli delusi del PDL (alla ricerca di un padrone) e per quelli orfani del Centro (alla ricerca di un padre);

iii) al nucleo storico rimasto (zoccolo duro?) rimarrà la prospettiva di rifondare  il  PD su nuove basi più  apertamente e dichiaratamente socialiste,  riassorbendo  i compagni dell’ex SEL ed eleggendo Vendola nuovo segretario .

Con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della  volontà  al II° turno voterò Bersani, ma che tristezza … già fin d’ora appaiono realistiche le premesse per nuove elezioni politiche nel 2014.

 

 

 




La finale di UE Leaders League

Al di là delle regole da applicare per la partecipazione al secondo turno, domenica 2 dicembre torneranno a votare tutti  i 3.110.211 partecipanti che si sono recati al primo turno?  La medesima  partecipazione non è affatto scontata.  Bisogna porre grande attenzione alle dichiarazioni del tipo  ‘voterò uno dei due candidati solo se risponderà alla domanda…’ che nella rete e sui giornali già si diffondono e suscitano confronti e dibattiti.  Tra i delusi e gli scontenti che si annidano nei  566.317  voti dati a Vendola e alla Puppato, forse anche tra i 43.840 dati a Tabacci, vi sono quelli che ‘va bene la democrazia, ma se non vince il mio candidato io non ci stò’.   E’ la tifoseria della curva sud della sinistra italiana.  Vendola, preso atto della sconfitta, si è subito dichiarato per il consolidamento dei voti della propria parte al candidato Bersani, al netto dei profumi di sinistra, con ciò  attirandosi critiche sulla intempestività del suo endorsement.  Io penso che Vendola, con onestà intellettuale e sagacia politica, abbia voluto colmare il vuoto creatosi nelle coscienze dei suoi sostenitori,  consapevole del rischio ‘obiezione di coscienza’ che  può condurli all’assenteismo. La partecipazione al secondo turno sarà dunque  un indicatore del cambiamento culturale e politico in atto.

Poi c’è la scelta di quale candidato premier. E qui la questione si fa difficile perchè si è eccessivamente semplificata polarizzandosi tra le due figure che più e meglio hanno saputo  comunicare al loro popolo.  In questi giorni invece tutto il popolo del centro-sinistra guarda Bersani e Renzi,  avendo però nella mente ancora le figure dei candidati esclusi dalla competizione, mentre questi parleranno per arrivare  oltre il confine del loro elettorato originale e farsi  accettare. Qui è il dilemma della politica: a più persone vuoi che arrivino i tuoi messaggi e più generici essi saranno.

Ironia della storia: il ballottaggio è una pratica decisionale che risale alla Firenze medievale, quando esisteva la Torre della Castagna, nella quale si riunivano i Priori delle Arti per decidere e votare riguardo alle tematiche più importanti. E il termine “ballotta” significa in toscano castagna.  Renzi gioca in casa: mi auguro non gli porti fortuna.




Die Kultur macht frei?

La prima impressione che si ricava dall’articolo su la Repubblica “Lo Stato culturale. Troppi soldi pubblici uccidono la creatività?” è che in Germania ci si stia preparando  alla spending review. Ma non è proprio così. Si tratta di Der Kulturinfarkt,  pamphlet scritto da quattro docenti tedeschi e appena  tradotto in italiano dalla Marsilio Editori, che ha provocato in Germania uno vero shock, non solo nel mondo dell’arte tedesco.  Secondo gli autori “(…) la smisurata offerta e il monopolio statale stanno portando le istituzioni culturali verso il crack non solo economico. Hanno infatti generato conformismo, depresso la creatività, “addomesticato le avanguardie (…)”, arrivando alla conclusione che sarebbe opportuno “Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei (6000) dei  teatri (140) e delle biblioteche (8000)”.

Sempre secondo l’analisi il pubblico tedesco della cultura negli ultimi 16 anni, a fronte del quasi raddoppio delle risorse e delle offerta (“prodotti più artisti che arte”) è diminuito del 9%… ma sappiamo come  le percentuali falsano a volte la percezione del fenomeno  perchè in valore assoluto la realtà è che permangono 21 milioni di pubblico, ovvero oltre il 25% della intera popolazione tedesca.

Il punto di vista economicistico previlegia oggi, giustificandosi con la crisi, i costi e non considera i prodotti. L’atteggiamento è ben noto: di fronte al mondo reificato del PIL la domanda è sempre la stessa “quanto costa?”. Tuttavia, a proposito del rapporto tra quantità e qualità occorre avere presente le differenze di scala  tra le varie mentalità che affrontano problemi comuni.

E così scopriamo che i quattro autori iconoclasti del mondo dell’arte tedesco arrivono alla seguente conclusione: “Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti.  Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche».  Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola.  Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali”.

L’alternativa non è tra la condizione della cultura di massa, che non è “roba da stato platonico” (sic!), e la  concezione romantica per cui “si fa poesia o arte quando si sta male”.  Il  fatto è  che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil.   Solo la cultura ci salverà.

 

 




Una proposta non populista ma popolare

Una formula magica per il debito pubblico: le tasse di successione. Si possono applicare nell’immediato. Nessuno può fuggire. Si possono quantificare. Ridistribuiscono la ricchezza. Portano un fiume di soldi all’Erario. Perché nessun partito ne parla?

La soluzione della crisi merita anche altre attenzioni ed interventi, ma le tasse di successione dovrebbero essere al primo posto in qualsiasi programma di chi si propone a governare. Non è un punto come un altro, ma il primo punto, principe e ineludibile, da prendere in serissima considerazione. Non si tratta solo di cassa, ma di politiche di redistribuzione della ricchezza tra le generazioni basate sul merito e non sull’appartenenza.

Facciamo cambiare lo stile di vita a chi è vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Un’imposta sui patrimoni successori a partire, per esempio, da un milione di euro   proporzionale per aliquote crescenti di patrimonio farebbe incassare all’Erario cifre  sufficienti a sanare gli interessi sul debito pubblico e lasciare in attivo il bilancio dello Stato. In Italia come accade altrove.

Oltretutto hanno la possibilità di un’immediata applicazione senza necessità di dover censire prima i patrimoni:

– hanno il pregio di poter essere applicate anche in un singolo Stato senza tema di fughe di capitali se interviene la possibilità di controllo dei conti esteri.

– hanno un valore perequativo della distribuzione della ricchezza, se con i soldi acquisiti lo Stato torna ad essere lo Stato Imprenditoriale. I padri della Repubblica (De Gasperi, Vanoni e Mattei ) al di là dell’appartenenza ideologia (di matrice cattolica o comunista) per il bene della Nazione, di contro al liberismo, scelsero la “terza via”, quella di mettere lo Stato in competizione sui mercati con le grandi finanziarie. Una via che  portò l’Italia all’uscita della crisi del dopoguerra.  (interessante in proposito il video di Benito Li Vigni, stretto collaboratore di Enrico Mattei, sul blog di Beppe Grillo.)

– hanno il pregio di poter far cambiare stile di vita a chi si è approfittato in passato e ancora si approfitta nel presente per accumulare ricchezze che neppure Mida ha mai sognato, quegli stessi che ora ci vengono a dire che NOI, noi e non loro, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità.

Yes, we can.  Di certo non possiamo pensare che un Parlamento come il nostro possa mai legiferare in questo senso, ma siamo ancora in tempo. Le elezioni si terranno nel 2013 e possiamo impegnarci a votare solo quei partiti che hanno in programma pesanti, pesantissime tasse di successione.

Tasse volte a sanare il debito pubblico e a finanziare gli investimenti di uno Stato Imprenditoriale che torni a riappropriarsi di Enti quali l’ENI e l’IRI e a Nazionalizzare industrie che sottopongono i lavoratori a ricatto e nazionalizzarle allo stesso prezzo con cui le hanno acquistate dallo Stato (vedi Alfa Romeo).

Possiamo pensare a uno Stato Imprenditoriale con sovranità nazionale che compete sul mercato coi privati in patria e nel mondo in modo da contrastare i grandi capitali finanziari. Per queste idealità fu ucciso Mattei e forse anche Kennedy.

Che questo importantissimo e fondamentale punto, le tasse di successione, non compaia nel programma di nessuna forza politica, neppure di sinistra, è fortemente sospetto. Ho un sogno: che dopo parole che hanno sconvolto il mondo e anche l’economia “gli uomini nascono liberi”, vengano altre parole “gli uomini nascono uguali”.  Solo la cultura ci salverà.

 

 




La terza via tra quarto stato e quinto potere.

Il format del confronto televisivo dei cinque candidati alle primarie del centrosinistra può essere considerato un promo del  new labour  italiano. Quale sarà il risultato delle elezioni, Matteo Renzi  può già ritenersi lo stratega vittorioso che è riuscito, dopo Tony Blair in Gran Bretagna e Bettino Craxi in Italia, a reinserire nell’agenda politica italiana la prospettiva di una “terza via”o di un “nuovo corso”, rivolgendosi tanto ai progressisti del PD, quanto ai moderati del centro e centrodestra.

Con la sua immagine di leader giovane e brillante, un pò socialista e un pò liberale, certamente cattolico, brandendo la rottamazione come strumento del rinnovamento politico italiano ha forzato  il processo di rinnovamento nel Partito Democratico  e  sdoganato i moderati  rimasti intrappolati nell’isolamento  centrista o in ostaggio alla follia berlusconiana.  La stessa disposizione del setting televisivo, con la sua figura al centro del gruppo dei candidati, ci indica la posizione da lui conquistata dalla quale ci ammonisce che: sono io l’unica soluzione politica alternativa che può unire il Paese e sconfiggere la deriva  di Grillo, dopo quella di Berlusconi. Déjà vu.

Matteo Renzi e Beppe Grillo sono così diventati i due nuovi poli di attrazione nello spettacolo politico nostrano (presto vedremo con quali numeri,  nel frattempo le proiezioni Primarie collocano  Renzi a circa il 40%, ad un punto da Bersani e  in Sicilia M5S  è risultato il primo partito con  il 15% ).  Un crescente numero di elettori  si recherà alle primarie  polarizzato dal confronto Renzi vs. Bersani, ma avendo in testa  per le future politiche il confronto Renzi vs. Grillo.  Verosimilmente i risultati delle Primarie saranno a favore di Bersani, ma la questione è: al primo o al secondo turno? Già, perchè la prospettiva del ballottaggio, con buona pace dei sostenitori dei valori assoluti della trasparenza e della democraticità, sarà percepita come una sconfitta all’interno del PD di Pierluigi Bersani e la vittoria simbolica oltre il PD di Renzi.

Quanto ai due outsiders Laura Puppato e Bruno Tabacci spiace constatare la scarsa attenzione loro rivolta, che peraltro conferma la supremazia della politica spettacolo. Nel corso del dibattito alcuni hanno vantato l’applicazione delle “quote rosa”nei prorpi governi (Renzi ha chiosato che nella sua giunta c’è una Assessore donna in più dei colleghi uomini, al contrario della Giunta Regione Puglia che rimane al 50%, sic!) senza che alcuno rilevasse che lì, proprio lì, tra i candidati alle Primarie vi fosse una sola donna su cinque candidati.

Laura Puppato, ovvero la concretezza femminile in alternativa al pragmatismo (o cinismo?) maschile. Ma anche lei non scherza con l’deologia, a proposito dell’uso del cellulare durante il dibattito il giorno dopo rivela al mondo che “Il buon Renzi riceveva costantemente i messaggi sul telefonino e li leggeva ” concludendo  con un tono più materno che da potenziale leader che “Questo ragazzo sembrava teleguidato”.  L’ideologia del genere contro l’ideologia dell’età.

Quanto a Bruno Tabacci , stimabile esponente del moderatismo cattolico munito però di etica protestante, non gli è restato che correggere qualche intemperanza nell’interpretazione giovanile per esempio circa l’abbattimento dei costi della politica (10 ministri per governare l’Italia?) e di onestamente chiedere voti non tanto per sè, quanto per il centrosinistra  così ben rappresentato dal mix dei cinque candidati (Bruno Tabacci Ministro?).

Rimane Nichi Vendola, con le sue narrazioni.   Gli anatemi di Dalema prima di cadere su Renzi si rivolsero a Vendola (a quanto  sembra  portano piuttosto fortuna).  Alla realpolitik risulta sempre invisa ogni tipo di narrazione sul futuro, su un nuovo mondo, per un attaccamento ossessivo al principio di realtà  vissuto in opposizione al principio del piacere. Ma qui è il punto di queste Primarie: il confronto tra due tipi di narrazioni.

Quella di Renzi che si presenta realista, pragmatica e concreta: ricambio generazionale e governo efficiente: “Questo non è un programma: la solita raccolta di buone intenzioni e di proposte astratte che popolano le campagne elettorali e spariscono il giorno dopo. Qui non troverete né proclami, né promesse, perché la formula magica per risolvere i problemi dell’Italia non esiste. Ciò che esiste è un Paese stracolmo di capacità e di energie. Un Paese che, nella sua storia, è sempre uscito più bello e più forte dalle crisi che ha attraversato. E lo ha fatto grazie all’unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani”.

Quella di Vendola è così da lui sintetizzabile : “Se vogliamo che il futuro non sia lasciato al caso o diventi un qualcosa di cui avere paura è necessario tornare a credere nel valore delle idee. Le idee sono la causa di tutto ciò che ci circonda e la cultura è la loro unione”. E nelle proposte di Vendola la voce Cultura appare al primo posto, seguita dalla Formazione.  Quali basi più concrete di queste, per esempio, possono fondare un programma davvero realistico e non populista?

Ebbene voterò per Vendola, ma a lui vorrei rivolgere questa critica che è anche il mio rammarico per un’occasione perduta: tu e non Renzi, avendo una giusta  concezione della cultura,  avresti dovuto assumere il ruolo di “rifondare” il Partito Democratico e tutta la sinistra traghettandole fuori dalle storiche secche ideologiche alle quali  sono ancora in parte ancorate,  dal  momento che, senza nulla togliere al valore degli ideali socialisti sempre validi perchè umanitari, non si tratta più di realizzare una missione della storia. E’ questo un retaggio  che frena e limita  la tua stessa prospettiva di  risollevare il nostro Paese dalla palude partitica dell’asse destra-sinistra, con le idee e la cultura che è la loro unione: “L’amore che muove il Sole e le altre stelle”.  Lo spirito non è nella Storia, ma nell’Evoluzione.

L’etica che supporta la mia intelligenza mi induce ancora una volta a partecipare alle Primarie perchè, sebbene nessuno dei cinque candidati rappresenti sufficientemente la mia visione del mondo, c’è un Paese da governare.  Si, ma il modo con cui saranno governati deciderà del loro futuro. Milioni di  persone perbene hanno “diritto alla felicità” perchè la meritano in quanto cittadini in una democrazia (mi permetto una libera citazione di un fondamentale principio tratto dalla Costituzione Americana, che manca alla nostra). Così come in un primo momento abbiamo  accolto favorevolmente il Governo Monti come una finestra che si apriva sulla stanza dall’aria resa irrespirabile dal ventennio berlusconiano, con ciò riequilibrando l’inquinamento indoor con quello atmosferico, oggi penso  si debba comunque sostenere queste Primarie e il risultato che ne seguirà con la  consapevolezza che solo la cultura ci potrà salvare.




Sul viale del tramonto tutte le vacche sembrano rosse.

E’ dunque probabile che  Silvio Berlusconi esca definitivamente dalla scena politica, non senza però dare gli ultimi colpi di coda da caimano ferito. Ma è auspicabile che esca a colpi delle tanto attese sentenze di tribunale? Quando il Cavaliere scese in campo fui tra coloro che temevano la sua entrata nella politica attiva. In seguito, una volta preso atto che l’opposizione non sarebbe riuscita a sconfiggerlo nel merito, ho anch’io accarezzato la possibilità che l’uomo  potesse essere sconfitto nella forma, perché alla fin fine la forma è l’unica dimensione possibile per un uomo di marketing. Dunque nel 1994 un imprenditore edile e televisivo scese in campo per gestire l’azienda Italia.  Con la rottamazione forzata dalla magistratura di una classe politica corrotta si affacciò sul Paese una nuova classe dirigente costituita sì ancora da reduci e rifugiati politici ( gli ex di qualche partito), ma soprattutto da nuovi personaggi,  professionisti e imprenditori. I nuovi stakeholders  della società civile del tempo.

Per il solo fatto che quel  governo fu eletto dal popolo, per altro già infettato dal  vecchio morbo dell’antipolitica e preparato dalle nuove forme di comunicazione della televisione privata, può per questo essere definito un governo politico?

Oggi, in attesa delle elezioni, lo spettacolo della politica si è arrestato. Nuovi Carneade salvatori della patria gareggeranno alle Primarie (di sinistra?, di centro-sinistra?, del PD, del Pdl? del centro- destra?) per occupare il campo della politica e costituire nuovi poli aggregativi e nuovi carri di vincitori su cui salire.  E noi in questo fermo immagine abbiamo forse l’occasione per riflettere e cogliere una verità: non il governo Monti, ma il governo Berlusconi, in tutte le sue edizioni, è stato il vero “governo tecnico” della Seconda Repubblica.

Ricordiamo che le ragioni per le quali il governo di Mario Monti  è stato definito tecnico sono la prima perché i suoi componenti provengono nessuno dalla politica, ma tutti dal mondo universitario, della economia, della finanza, delle professioni e delle istituzioni; la seconda perché nominato direttamente dal Presidente della Repubblica in seguito alle dimissione del IV governo Berlusconi, dunque senza l’avallo del popolo.  Tuttavia, queste due ragioni rimangono solo formali se non si ricorda altresì che la sua missione andava ben aldilà dell’obiettivo tecnico di sanare i conti pubblici. La vera mission del Governo Monti era sostanzialmente politica: da una parte restituire all’Italia la compromessa credibilità presso i governi europei e americano, dall’altra riconquistare la fiducia dei mercati internazionali. Pena il default finanziario ed economico con l’uscita dall’Europa.

L’espediente del ricorso ai tecnici per governare in particolari condizioni di emergenza in verità non è nuovo se ripensando alla nostra storia antica si ricordi la figura del dittatore romano, costitutiva della Repubblica Romana. La motivazione al suo ricorso era politica, in quanto dettata da una crisi  degli equilibri politici, così come politica era la gestione dei poteri nella continuità del perseguimemnto degli interessi generali della Repubblica. Ma sappiamo bene che la storia non si ripete e, d’altra parte, che Silvio Berlusconi non è certo Giulio Cesare.

 

 

 

 

 

 




La democrazia non ammette l’ignoranza.

Una signora intervistata da Radio Popolare sui fatti di Formigoni, Zambetti e company ha dichiarato: “Sono tutti da bruciare … Pisapia per primo”.  Un’altra signora da me sentita per strada ha dichiarato: “Quello che so è che sotto Berlusconi stavo bene e con questo qui sto male,  è questa la verità”. Durante la campagna per Pisapia distribuendo volantini e conversando ho nominato Ruby, “Che rubi, rubi pure” mi ha risposto la signora sottintendendo il cavaliere “purché faccia le cose”.

Possono anche apparirci barzellette, testimonianze di una abissale ignoranza popolare,  tuttavia non possiamo trascurare che questa “ignoranza” vota.   Sottostimando pure la parte della popolazione  animata da questi pensieri ad un valore  minimo del 10%  dobbiamo riflettere sul fatto che il 10% degli elettori rappresenta circa 4 milioni di voti che possono da soli fare la differenza.  Ma al di sopra di questo analfabetismo politico esistono frange di popolazione, in una percentuale più elevata, cui compete un disinteresse politico e sociale e un analfabetismo di ritorno (antipolitica) che costituiscono la maggior parte dell’elettorato. In un panorama di questo tipo senz’altro condivisibile da qualsiasi persona intellettualmente onesta non si comprende come si possa  definire “democratico” il voto di tutti costoro.

Democrazia è prima di tutto conoscenza. Di fatto costoro eleggono politici di secondo o terz’ordine fatti a loro immagine e somiglianza, salvo poi lamentarsene e condannarli. Un bieco opportunismo politico chiamato “realismo” ha procurato voti a gente che ha saputo interpretare la volontà popolare, gente che si fregia del nome di “politico” per aver ottenuto il consenso e con esso la “vittoria”, la vittoria elettorale.  Prima di essere un buon ministro, bisogna essere ministro, recita un adagio.

Ed ecco il punto:  un politico deve fare il bene del popolo, non la sua volontà.

Fare la volontà popolare e come dare al popolo la responsabilità delle proprie azioni e sentirsi poi dal popolo traditi.  Il risultato di questa sciagurata interpretazione della democrazia è sotto gli occhi di tutti.  In passato come ora.  Il risultato dell’aver inseguito al ribasso i tiramenti del popolo per ottenerne il consenso ha portato a una caduta verticale di tutti i valori, primo fra tutti “l’amore” che per intenderci è sceso nell’intendimento collettivo come “bunga, bunga”, un valore che viene diversamente inteso da Dante come “L’Amor che regge il mondo e che tutto lo governa” nella Divina Commedia, un opuscolo con cui, è bene ricordarlo, un Ministro della Repubblica (Tremonti, un uomo concreto)  invitò  a farsi un panino.

Ad una conferenza di Zagrebelsky ho espresso in una nota che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil.  Zagrebelsky, persona che pur amo e stimo, mi ha risposto che “questo era sottointeso”. Non sono d’accordo, questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi sotto-inteso.

Fantasticando ho pensato ad uno Stato in cui la possibilità di voto venisse concessa in linea di principio a tutti, ma, ritenendo il voto un importante momento sociale ed espressione di una volontà, che la possibilità del suo esercizio fosse condizionata perlomeno alla conoscenza di elementari nozioni sociologiche e politiche del vivere civile. In pratica un esame, un esame che non desse altra possibilità che non fosse quella di poter accedere al voto.

Essendo i buoi ormai scappati, un simile progetto, a meno di un atto autoritario del Parlamento, rimane irrealizzabile.  Non rimane quindi che rivolgersi alla Cultura, cercare di promuovere tutte quelle iniziative e quelle forze sociali, partiti compresi, che mettono la Cultura al primo posto tra le iniziative politiche. Ovvero nessuno.

Nessuno ha mai parlato né ancora parla di Cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere quello di far crescere in civiltà la Nazione.  Questo non è ancora scritto neppure nella nostra pur eccellente Costituzione. Per un politico per cultura si intende “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende Filosofia, ovvero quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei.  Solo la cultura ci salverà.

 

 

 




Rottamazione o secessione?

Gran traffico sulla strada per l’Aventino: c’è chi vi sale e chi vi discende.  E’ più facile che un politico nuovo o meno scenda in campo che mantenere lo spirito critico in uno spazio reso sempre più ristretto dalle vergogne dell’esercizio del potere. Tuttavia sappiamo anche che “il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.  Tra i motivi che rendono gli scandali attuali del potere ben più gravi e preoccupanti di tangentopoli v’è il progressivo sottrarsi dall’impegno di governo di personalità politiche e tecniche di valore. Il fenomeno è correlato all’allontanamento nel popolo dall’interesse nella politica  e  al  progressivo aumento del voto di protesta e dell’astensionismo.  Oggi è l’ideologia dell’età dopo quella di genere, per altro ancora viva e diffusa, a condizionare e forse  anche a fornire un alibi per il ritiro (o la fuga?) nel privato

Nelle circostanze in cui si trova la  democrazia in Italia le persone per bene (ribadisco persone non “i-giovani” o “le-donne”) hanno il dovere morale di mettersi a disposizione del Paese e i governanti la responsabilità di farli emergere per utilizzare i loro valore.  In questa prospettiva la società civile (sic!) dovrebbe pretendere dai candidati alle Primarie che si esprimessero con chiarezza e determinazione  sia sui programmi,  sia sulle persone su cui si intende contare per la rinascita, per esempio, quale personalità ai miniseri per l’economia, gli esteri, welfare state,   cultura,   lavoro …

Dopo l’abbinamento  Napolitano – Monti che ha avuto se non altro il merito di aver  restituito credibilità di fronte al mondo, quale visione per la coincidenza delle due prossime elezioni alle massime  cariche istituzionali e politiche?  Cosa pensano i candidati, per esempio, sulla disponibilità a proporre e a sostenere  la candidatura di Mario Monti alla Presidenza della Repubblica?

Pensando ai nomi che in questi giorni e ancor più nei prossimi sfileranno sulla passerella mediatica tra scandali, dimissioni, ritiri, candidature, noi cittadini participeremo alle Primarie “per seppellire le loro ossa o per tesserne le lodi”?