La sottile linea rossa della democrazia

Si direbbe che l’evoluzione delle democrazie occidentali abbia  seguito l’evoluzione dell’inquinamento  ambientale e  del  riscaldamento del pianeta, fino a minare i propri equilibri.  Abbiamo raggiunto il break even point della democrazia?
Troppi rumori di fondo nella politica, troppe grida inascoltate nel popolo. Occorre  far seguire alle critiche la riaffermazione dei principi e la realizzazione dei valori ad essi correlati.  Che fare? Due passi avanti, un passo indietro. Per tradurre le insofferenze  in  proposte operative non occorrono idee per  cambiare la democrazia, ma idee per realizzare la democrazia.  Siamo giunti per processo di espansione ai confini della democrazia, in  una sottile linea rossa dove la prospettiva deve essere positiva e dettata dalla volontà piuttosto che dalla necessità, dove occorre difendere la democrazia, non praticarla.

Qui di seguito dunque  un breve e modesto catalogo di  riforme,  necessarie  ancorché non sufficienti, per  rilanciare la democrazia, prima ancora dell’economia: Madamia il catalogo è questo.

 1. Democrazia e Istituzioni

Con la  propagazione della crisi finanziaria ed economica si è diffusa l’opinione   secondo la quale la subalternità della politica all’economia e alla finanza, tanto più in quanto transnazionale, indichi un pericoloso deficit di democrazia negli stati occidentali. Molti  osservatori hanno  così cominciato a considerare con interesse, forse con un’insana punta d’invidia, il caso della Cina come un  modello di sviluppo  efficiente : uno stato senza diritti che con meccanismi para capitalistici si sviluppa economicamente con ritmi  straordinari. Ma tant’è, noi siamo dentro un sistema democratico rappresentativo dove il popolo è sovrano. Che fare? Per esempio intervenire con riforme istituzionali  in grado di recuperare l’interesse e la partecipazione dei cittadini alla gestione e controllo della cosa pubblica dando efficienza al sistema di governo. Le misure potrebbero essere:

i)  l’elezione diretta del Presidente del Consiglio,  in analogia al sistema elettorale per il Sindaco, con pieni poteri sulla formazione e scioglimento del governo, costituito da massimo 12  ministeri;

ii) l’assetto del Parlamento con un sistema bicamerale non perfetto, così articolato:

 – una Camera dei Deputati , costituita da 630 membri eletti su base regionale in  proporzione al peso degli abitanti, con funzione legislativa in tutte le materie, previo parere preventivo (obbligatorio , non vincolante ) del Senato sulle singole proposte di legge. Massimo due mandati con possibilità di un terzo previo parere favorevole del  Presidente della Repubblica e

 – un Senato , inteso come una  Camera Alta, con funzione consultiva e con opzione di veto su  provvedimenti adottati in materia di Giustizia, Istruzione e Sanità, composta da 310 membri, nominati per cooptazione per il 20% dal Presidente della Repubblica e per l’80% dalle Associazioni della società civile accreditate presso la Presidenza della Repubblica (… ), di elevato profilo culturale, con mandato senza emolumenti, di età non inferiore ai 40 anni, massimo un mandato con possibilità di un secondo previo parere favorevole del Presidente della Repubblica.

iii) un Federalismo articolato  in  Stato, Regioni, Città Metropolitane e Comuni con abolizione totale delle Provincie, costituzione  delle città Metropolitane (articolate in Municipalità), abolizione dei Comuni con  meno di 2000 abitanti (3642 Comuni, pari al 45% del totale dei Comuni). Risorse finanziarie distribuite alle Regioni per  3/4 in relazione al pil da queste prodotte e per 1/4 come fondo perequativo tra Nord e Sud.

iv) riconoscimento del  Diritto di voto  ai soli cittadini residenti (quindi non agli italiani residenti all’estero),  estensione del diritto di voto ai minorenni ( a 16 anni  con voto attivo per elezioni amministrative e politiche,  fino a 15 anni con delega ai genitori (o chi ne fa le veci) per solo elezioni amministrative.  Voto per i Referendum (abrogativi e propositivi) a 18 anni.

 v) Facilitazione ottenimento della cittadinanza italiana e riconoscimento cittadinanza a chi nasce in Italia (ius soli)

 vi)  Quote assunzione cittadini di origine straniera con cittadinanza italiana nelle forze di polizie statale e locali, nelle forze dell’ordine e nelle forze armate, in proporzione alla presenza delle varie nazionalità, etnie e comunità.

 ivi)  Istituzione servizio civile obbligatorio, legato al territorio,  di durata  3 mesi (da esercitarsi nell’arco di età 18 – 21 anni) per tutti i cittadini italiani residenti

2. Democrazia, Economia e lavoro

Occorre prendete atto che nell’era della globalizzazione dei mercati lo “scontro di classe”,  l’ossessione del padrone concepito come nemico di classe, non paga più perché aumenta la conflittualità interna nel Paese, già caratterizzato da una indebolita  economia, a fronte della crescente conflittualità  tra i mercati internazionali.  I tempi richiedono, al contrario, che sindacati maturi siedano nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, per prendere parte attiva e responsabile nel governo dell’economia: dalla concertazione alla cogestione perché il bene è comune.  Il rilancio dell’economia si attiva, prima ancora che con le risorse, con misure improntate all’equità e al rispetto dei diritti. Tra le misure preliminari:

i)  Lo Statuto dei lavoratori va esteso a tutte le imprese;

ii)  occorre attivare nelle imprese forme di Cogestione imprenditori-lavoratori con sindacati nei consigli di amministrazione,  o di sorveglianza, delle società;

iii) a fronte della tipica struttura imprenditoriale italiana fondata sulla piccola-media industria occorre promuovere e incentivare la costituzione di società e di cooperative;

iv)  facilitare l’iniziativa privata con abolizione  degli Ordini professionali e delle Licenze

 v)  instaurare un nuovo welfare state: un patto generazionale che sostituisca il  patto sociale mediante trasferimento di risorse alla fascia di popolazione in età giovanile.  Il ricavato dai tagli alle pensioni, per esempio, va utilizzato per migliorare la scuola, per finanziare la ricerca,  finanziare le start up e il proseguimento degli studi degli studenti meritevoli  che intendono conseguire titoli universitari o  titoli ad elevata specializzazione, anche non postuniversitari (artigianato)

 v) nella convinzione che la lotta all’evasione fiscale (come alla corruzione) debba essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata o dichiarerebbe a qualsiasi altro aggressore che minacciasse l’esistenza stessa dello Stato.  I metodi investigativi e conseguentemente le pene per gli evasori fiscali devono essere intensificati e  oltre a quella  detentiva e amministrativa deve prevede una limitazione dei diritti (sospensione del diritto di voto, del rilascio del passaporto e della patente di guida,di ogni carica pubblica,…).

Tra le misure tecniche operative urgenti sono: instaurare la tracciabilità dei pagamenti con moneta elettronica, e consentire i pagamenti con moneta contante fino alla somma di 200 €.  Abolizione  delle banconote dei tagli da 200 € e 500 €.

Detrazione spese documentate con scontrino fiscale / fattura (come per i farmaci)

3. Democrazia, cultura e sviluppo 

abolizione  di ogni forma di finanziamento pubblico della scuola privata  ( la sussidiarietà non si applica ai beni strategici come l’istruzione, l’energia, l’acqua, internet,il suolo)

piena autonomia gestionale degli istituti scolastici (Fondazioni?)

riqualificazione della istruzione scientifica e tecnica (su base nazionale) e della formazione professionale (su base regionale),

formazione di base su  ITC obbligatoria (internet come bene comune)

 abolizione del valore legale dei titoli di laurea (no esami di stato)

(to be continued)




Monti datti una mossa, la terra trema!

Dunque una “placca africana” preme sulla pianura padana. Non male come segno premonitore sul destino del sud Europa, soprattutto se si ricorda la pressione demografica di eguale provenienza e direzione. Esoterismi e paranoie a parte, ce n’è abbastanza per comprendere quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in Europa e cosa il nostro paese deve fare al più presto per risollevare la propria economia. Quelli che vedono ovunque le “opportunità” (Expo, Olimpiadi) dovrebbero riflettere sulle catastrofi, non soltanto quelle finanziarie.

Dichiara la Ministra Elsa Fornero: “E’ naturale che la terra tremi ma non è naturale che crollino edifici. In altri paesi non succede”.  Molto bene Ministro, ora però ci spieghi  perché negli altri paesi non succede che crollino chiese, palazzine e capannoni (alti meno di dieci metri), in aree a rischio terremoto, e quindi il suo Governo ci indichi cosa si dovrà fare nei prossimi decenni,  nel nostro paese, per riparare agli innumerevoli danni causati dal dissesto idrogeologico e ambientale.

In questi giorni negli Stati Uniti si sono  festeggiati i 75 anni del Golden Gate Bridge di San Francisco, che le ricordo fu costruito in quattro anni e rappresentò la prima opera pubblica del New Deal di F.D.Roosevelt. Suggerisca dunque al suo collega Presidente del Consiglio Silvio Monti che forse i terremoti (ancora  in corso mentre scrivo) in Emilia Romagna potrebbero per lui rappresentare un buon alibi per rilanciare l’economia italiana (l’Emilia Romagna val bene  un Euro!)  con un programma di ingenti investimenti, senza per questo rischiare di passare per un Keynesiano.

Da ultimo, colga anche l’occasione  che una interessante notizia di cronaca tedesca (già l’ottusa e cinica Germania…) ci offre proprio oggi: un weekend da record, metà paese ha funzionato con il sole,  inserendo nel programma di investimenti anche l’obiettivo di una sempre maggiore autosufficienza energetica.  Immagine, you can.




L’Italia non è un paese per vecchi?

Abbiamo un nuovo primato italiano: la classe dirigente più vecchia d’Europa. Questo è uno dei risultati del primo rapporto su potere e anagrafe in Italia preparato dall’Università della Calabria per la Coldiretti,  presentato in un articolo apparso recentemente sul quotidiano La Repubblica. L’età media della classe dirigente italiana calcolata nei settori della politica, economia e pubblica amministrazione è 59 anni, con una età media minima  di 53 ed una massima di 67.Osserviamo qui che questi valori  riguardano le generazioni nate tra il 1945 ed il 1953 ovvero quelle che erano giovani tra il 1968 e il 1974, gli anni durante i quali si manifestò per la prima volta , sebbene mediato dalle ideologie, la rivolta culturale dei giovani contro l’establishment al potere.  Questo significa che l’establishment al potere di oggi è costituita dalle generazioni dei giovani che  quarant’anni fa lo avevano contestato. Destino comune a molte rivoluzioni quello per cui i soggetti rivoluzionari una volta conquistato il potere diventano conservatori. Forse non era del tutto sbagliato lo slogan di quei tempi: “non devi fidarti di nessuno che ha più di trent’anni”.

Tra i dati riportati dalla ricerca vi è poi la proporzione drammatica nel nostro paese tra giovani e anziani: per 100 abitanti di età tra 0 e 14 anni ve ne sono 144 di età superiore ai 65 anni. Tuttavia, il problema ancor più drammatico che emerge da questa situazione non è tanto il fatto che “in Italia ci sono sempre meno giovani, ma che quei pochi che abbiamo sono rappresentati male”. E dunque, che fare?

Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro. Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta. Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come  nelle altre democrazie contemporanee (tranne l’Austria), sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica.  Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?  Il prossimo 31 maggio si aprirà a Trento la settima edizione del Festival dell’economia dal titolo “Cicli di vita e rapporti tra generazioni”. Una buona occasione per lanciare il tema dell’estensione del diritto di voto ai minorenni.




Molto rigore per nulla.

Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo.  In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda.  Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche.  Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista?  Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?

Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.

La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro.  Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio.  Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà.  Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza.  Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me?  Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione  versus  raccoglimento.  Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.

Possiamo ora azzardare una  prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista.  L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista.  La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”.  La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.

 




Lo spettacolo Beppe Grillo: cinque stelle di pubblico, una di critica

Capi popolo che raccolgono l’inverno del nostro scontento nascono ogni volta che si apre una crisi. Rabbia distruttiva proprio perché non trova sbocchi credibili sulla direttrice del cambiamento radicale. Beppe è un demagogo qualunquista dotato di una rabbia autentica in un cervello non privo di ingegno un po’ sopra le righe: tira calci. Ora ha la possibilità di dire basta ad alcune efferate anomalie di sistema che i partiti istituzionali non hanno saputo contrastare. Tutti  si sono assuefatti a scandali di ogni tipo e di ogni dimensione, non mancando in molte occasioni di parteciparvi. È l’Italia. Verso la cronicità dei mali sociali, mafia, corruzione, evasione fiscale, conflitto di interessi  e quant’altro, i politici si sono limitati a salotti televisivi o agguerrite quanto sterili denunce parlamentarti.

Nessuna azione  esemplare, e soprattutto nessun politico si è mosso per promuovere  cultura nella popolazione. La Cultura, quella che smuove la mentalità della gente per far crescere in civiltà un popolo, non ha mai sfiorato né il pensiero né il cuore a nessun politico, eppure far crescere in civiltà il popolo dovrebbe essere il principale obiettivo di ogni politica, l’impegno principe di ogni partito e di ogni forza sociale: il “ fare politica”. Di questo neppure un pensiero. In nessuno. “Chi non fa il proprio interesse è un coglione” ha dichiarato il Caimano e a sinistra neanche un commento. E già … la  questione morale…Essere anti politici o contro la politica in un paese in cui regna massimamente l’ignoranza,  può significare solo non interessarsi alla sorte di tutti e del paese.

Beppe Grillo non è tanto contro la politica quanto contro i politici per il loro modo di interessarsi alla politica, non avendo costoro in animo il  servizio allo Stato, ma unicamente la loro carriera,  i  loro intrallazzi e giochi di potere. Pensieri retorici e qualunquisti ma come non capirlo? Come non condividerli?  Tutti i politici?  C’è bisogno di rispondere?  Ma che dire di coloro che a difesa rispondono:”non bisogna fare di tutte le erbe un fascio”? Altri cliché, altro qualunquismo. Io vedo solo ignoranza che si oppone a ignoranza. Abissi. Non c’è confine al tormento. La ‘ misura’ gente, la  misura! Non res sed modus in rebus.

Ma anche con le dovute eccezioni,  la misura è colma, colma da un pezzo. Siamo tutti esasperati.  Basta, basta, basta è il grido della piazza neonata, ma è anche il nostro che con i grillini in piazza non siamo andati e che li guardiamo con sufficienza nell’immaturità del loro essere pensando a una nuova e travagliata stagione. Inutile chiedere al neonato che piange di risolvere il problema, inutile e stupido criticarlo. La critica di Grillo è demagogica e qualunquista, ma il suo grido assolutamente opportuno e sensato. Errore gravissimo emarginarlo, fu commesso già a suo tempo con la Lega, e quest’errore ci ha regalato un ventennio di amarezze. Beppe sporca ancora nei pannolini ma invece di criticarlo faremmo bene ad ascoltarlo e aiutarlo. Nel passato abbiamo buttato Bossi nelle mani del Caimano e ci siamo ritrovati in un altro ventennio, l’accostamento di Grillo alla Lega è tanto giusto quanto  inopportuno. Solo la cultura ci salverà.




La quadratura del cerchio magico nel paese malato.

Molti esperti sono accorsi al cappezzale  del paziente Italia per il consulto sulla diagnosi e cura: economisti, politici, costituzionalisti e magistrati, quest’ultimi con il ruolo di chirurghi.  Mancano però gli storici, gli antropologi, gli psicologi e i filosofi.
Un passo del recente libro “Il Contagio” scritto da due magistrati da tempo impegnati nelle indagini sulle varie mafie recita: “Non c’è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso. Tutti sono esposti al virus criminale sia in Calabria che fuori dalla Calabria. Attenzione questo non  significa che tutta la società è contagiata, significa che è tutta esposta al rischio contagio”.

L’affermazione ‘la società è (…) tutta esposta al rischio contagio’ è terrificante: sembra solo questione di tempo e tutto il paese diventerà criminale!  Al di là della metafora epidemiologica, ciò che più allarma in  quel passo, come del resto in altre  analoghe analisi a partire da Gomorra di Roberto Saviano, non è lo stato presente delle cose, l’incidenza del contagio raggiunta dal virus, quanto il fatto che poco o nulla si dica ancora sulle cause della debolezza del sistema immunitario del paese, così predisposto al rischio di morbosità e quindi sulla possibilità di trovare un vaccino.

Se è ormai  riconosciuto da tutti che la lotta alla criminalità organizzata vada condotta a due livelli, il contrasto duro e diretto contro il crimine e l’azione preventiva sulle cause che lo permettono,  è però meno chiaro  quali siano le cause di questo male. Siamo storditi dalla ecatombe di suicidi che sono fino ad oggi accaduti a causa della crisi economica. La depressione economica ‘si sa’, come  intendono cinicamente gli esperti economisti, porta alla depressione psichica dell’individuo con l’esito probabile del suicidio. Proviamo  allora a  domandarci perché l’esposizione al crimine così tanto dilagato nel nostro paese non porti ad un analogo  disagio psichico nella popolazione.

Tra Nemesi storica e ricorsi storici in Italia la questione meridionale, posta in evidenza nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia,  non è ancora oggi risolta e già l’attenzione del dibattito politico si è spostata sulla questione settentrionale, peraltro anch’essa presente in alcuni pensatori dell’ottocento come Cesare Correnti.  Sulla  realtà della prima si è arenato il processo reale di unificazione economica e sociale del Paese, sulla consistenza della seconda si è fondato il successo del movimento politico Lega Nord (per la Padania), che per primo ne ha dato rappresentazione politica.

Il fatto è che quando i problemi e le relative argomentazioni a supporto si presentano con carattere di simmetria (non di complementarietà) v’è da dubitare di essere di fronte ad una verità. Ed anche in questo caso (a meno di non immaginare il tertium non datur  ‘questione centrale’)  c’è da supporre che la verità delle ‘questioni’ si ponga ad un livello superiore.  Così è infatti: esiste  la  questione italiana.

Già posta originariamente da Cavour ai Grandi di Europa nel 1856 (sindrome di Crimea),   la questione italiana ha assunto oggi, dopo la crisi economica e finanziaria, l’ingerenza Europea nella politica italiana, la crisi della politica-antipolitica e  dei partiti,  i connotati di un reale problema non più di crescita ma di consolidamento.  Non si tratta più come all’epoca di Cavour di farsi  riconoscere come un paese indipendente ed unito, ma di  farsi riconoscere come un paese politicamente affidabile ed economicamente sicuro.

I problemi che connotano oggi la questione italiana costituiscono un insieme di  punti che singolarmente presi si presentano come  economici, sociali e politici (frammentazione struttura industriale, analfabetismo di ritorno, burocrazia, crisi della politica, crisi della democrazia, antipolitica, disoccupazione giovanile, declino demografico, evasione fiscale, criminalità organizzata, corruzione, dissesto idrogeologico, formazione classe dirigente, mobilità sociale, precarietà nel lavoro, familismo, potere temporale della Chiesa,…), ma  nel loro insieme essi  denotano il livello di civilizzazione raggiunto nel nostro paese.

E’ proprio vero  che i miti sono cose che “non  avvennero mai, ma sono sempre”.  L’astuzia di Ulisse prevalse sulla forza di Aiace Telamonio  e così si aggiudicò l’armatura di Achille, ma in seguito Ulisse fu punito dagli dei  alla sua Odissea. Con buona pace di Omero e del triunvirato ABC, sarà dunque Beppe Grillo il nuovo eroe che si approprierà del tesoretto dei i voti della base leghista che non è disposta a rinunciare alla propria purezza per l’oltraggio subito dai suoi cortigiani del cerchio magico?

A giudicare dalla rapida ascesa del ‘movimento 5 stelle’  a valori superiori al 7% registrato dai recenti sondaggi sulle preferenze di voto e dall’aggiornamento delle parole d’ordine del suo leader nella campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative  sembrerebbe proprio che sia una considerevole parte dei voti leghisti a consentire al movimento di diventare il terzo partito italiano.  Bossi è vittima del sistema..se si pagasse il doppio delle tasse i politici ruberebbero il doppio … no al diritto di cittadinanza a chi nasce in Italia… non paghiamo i debiti che non abbiamo creato noi … fuori dall’euro… alla verve comica di Beppe Grippo si è aggiunto il ‘fiuto politico’ che un tempo fu attribuito all’animale politico Bossi, ma si tratta di un talento che altro non è che il millenario sistema del potere consistente nel blandire il popolo sollecitandone le più basse aspirazioni.

L’erede di Bossi ha però bisogno di un nuovo mito per far uscire il popolo dall’angustia della stanzialità territoriale (ridotta al cerchio magico) e passare ad una condizione più aperta, al futuro, al nomadismo nelle praterie della rete. L’originalità, il nuovo mito,  non  sta questa volta nel federalismo o nella secessione, ma  nella democrazia diretta, nell’autogestione dei cittadini,  nello Stato fai da te.  In Internet, luogo ove è possibile l’esercizio reale del potere del popolo,  sta la quadratura del cerchio.  Ho altrove cercato di mostrare il carattere fondamentalmente rivoluzionario della ICT, aderendovi, non senza avvertire però il pericolo  cui anch’essa  ricade  non appena vi si proietti la verità assoluta e la si concepisca in quanto mezzo di comunicazione come strumento di potere e di controllo.




Miseria e nobiltà

Madrid, 2012

Nulla distrugge lo spirito come la miseria. Ci si può permettere di essere ricchi laddove esiste benessere, non dove  esiste miseria. Quando le condizioni sociali non consentono la sopravvivenza anche solo in parte della popolazione, essere ricchi non è più un lusso, ancorché la condizione sia raggiunta per meriti, ma diviene un affronto, un’offesa, un oltraggio, un sopruso, uno sgarbo, un’insolenza.

Dove esiste miseria e disperazione (suicidi) le diseguaglianze si rendono intollerabili e la lotta contro la plutocrazia prende il nome di giustizia, non già d’invidia.

Una sottile linea rossa divide l’invidia dall’odio, l’odio nasce quando si offende la dignità.  Non siamo a questo punto, ma siamo su una rapida china e se la giustizia non verrà a breve frequentata dalla legge si aprirà un vuoto esistenziale che sarà riempito prima dal rancore e poi dall’odio, un odio di classe. Nuove sanguinose avventure potrebbero allora occupare la prima pagina dei giornali, avventure di cui   la dissennata politica del turbocapitalismo neoliberista si renderebbe moralmente responsabile.

Restituire sovranità agli Stati nazionali con un’alleanza di tutti i partiti e di tutti gli Stati contro l’ internazionale finanziaria è quanto mai al più presto indispensabile.  Solo la cultura ci salverà.




Il modello tedesco

Un adagio tedesco recita: “l’ordine è metà della vita, ma l’altra metà è più bella”. Fino a poche settimane fa era  all’ordine del giorno la critica  al rigore tedesco nella concezione del debito pubblico (conti in ordine in casa propria)  e ossessionati dall’incubo dello spread  ci si arrovellava sulle misure economiche e finanziarie più idonee.  Oggi, distolti dal rigore applicato dal nostro stesso governo, al quale si inizia a rivolgere le prime severe critiche,  abbiamo messo in evidenza con un’enfasi teutologica il confronto con il “modello tedesco”, sebbene limitato alla legislazione sul lavoro con riferimento in particolare al famigerato art.18. Amore e odio tra i nostri due popoli?

Il fatto è che il rapporto tra il popolo italiano e quelli di lingua tedesca ha un’origine bi-millenaria senza quasi soluzione di continuità  e dimentichiamo che  è stato spesso conflittuale, come lo sono inevitabilmente i rapporti con gli invasori. Prima i barbari per gli antichi Romani, poi gli Ostrogoti di Teodorico,  i Longobardi, Federico Barbarossa, Federico II, gli Austriaci ed infine l’occupazione del III° Reich.  Con le devastazioni di Roma, il dominio di intere  regioni, due guerre mondiali e la Resistenza c’è da supporre che qualche cosa sia rimasto nel  ‘comune sentire’  degli italiani. Nessuna nostalgia o giustificazione né alcuna benevolenza, ma consapevolezza del nostro passato sì.

Nei dibattiti televisivi sulla crisi economica e finanziaria ad alcuni commentatori è piaciuto osservare la coincidenza nella parola tedesca Schuld del duplice significato di debito e colpa, mostrando una meraviglia per altro mai sufficientemente spiegata.  Che in questa coincidenza linguistica si potesse riconoscere una profonda diversità culturale riconducibile  alla  etica protestante è una ipotesi che non sfiora le menti degli  ‘uomini del fare’.  Questi, siano essi appartenenti ad  aziende  o sindacati, posti di fronte alle differenze salariali tra gli operai della Fiat e quelli della VW, non  vedono le reali e profonde cause culturali che  spiegano tali risultati, tanto ne sono inconsapevoli vittime e portatori sani. Questa volta non vale il riconoscimento consolatorio del “così fan tutti”.

Ed eccoci di nuovo a considerare il “modello tedesco”, ma cosa veramente lo caratterizza?  Per alcuni la legislazione sul lavoro,   per altri la legge elettorale, il welfare state,  la qualità dei prodotti.  Si sostiene e ragione che un modello  non  possa essere esportato,copiato in un altro contesto, ma eventualmente innestato  con la  necessaria considerazione delle diversità dei fattori culturali in gioco. Ebbene, quali sono queste diversità culturali?  La cultura, senz’altro.  Non il lavoro, ma la cultura rende liberi:  die Kultur macht frei.




Anche Bossi tiene famiglia

Di fronte alla dissoluzione forse non della Lega ma sicuramente  della verginità dei  leghisti puri e duri, per anni osteggiata dal popolo padano di fronte agli scandali della ‘Romaladrona’, non vale più l’adagio ipocrita e consolatorio del così fan tutti. Si percepisce molta  acrimonia  negli articoli di questi giorni che riempiono i quotidiani e gli interventi nei socialnetwork: prima Berlusconi, poi Formigoni e adesso anche Bossi, il “terrone padano”!  Se ancora  qualcuno  volesse scandalizzarsi dovrebbe farlo non per gli eventi ma per la sorpresa e meraviglia che ancora si mostrano di fronte a simili eventi.  Sarebbe invece più utile e intelligente cogliere l’occasione (l’ennesima) per comprendere in quale ‘brodo di cultura’ stiamo annegando, che riguarda non soltanto i partiti e  i politici corrotti e corruttibili, ma ogni  aspetto della vita sociale e individuale.

Un velo caduto? Forse.  Temo tuttavia che ancora non ci siamo liberati dalla malattia del nicodemismo che tanto ha  influenzato i fondamenti stessi della politica,  dai  fasti rinascimentali ai nefasti inquisitori.  Diceva Torquato Accetto nella Dissimulazione onesta che “Il vero non si scompagna dal bene, ed avendo il suo proprio luogo nell’intelletto, corrisponde al bene ch’è riposto nelle cose; né può la mente dirizzarsi altrove per trovar il suo fine, e se ‘l vulgo si reputa felice in quello che appartiene al senso, ed i politici nella virtú o nell’onore, i contemplativi mettono il loro sommo bene in considerar l’Idee che son nel primo grado della verità, la qual in tutte le cose è la proprietà dell’essere a quelle stabilito, perché in tanto son vere in quanto son conformi al divino intelletto”.

Politici e opinionisti sono già pronti ad incantarsi su ciò che accadrà fuori dal ‘cerchio magico’: chi sarà l’Ulisse e chi l’Aiace Telamonio a disputarsi l’armatura di Achille (chiedo perdono ad Omero per l’oltraggioso paragone)? Cosa faranno, o meglio cosa diranno i partiti sopravvissuti per  accogliere tra le proprie fila le pecorelle smarrite?  Più federalismo, meno tasse, eccetera …

Siamo pronti per il prossimo scandalo?  La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi. Buonanotte, e buona fortuna.




Newpro: i nuovi protestanti per una scelta etica nella destinazione dell’otto per mille

La divisione tra cattolici, laici e non credenti rappresentata  nel nostro Paese è una falsità ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Siamo di fronte alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile  che si manifesta come lapsus verbale: identificare  il concetto  di “cattolicesimo” con quello di “cristianesimo”.  Teologi, sacerdoti, intellettuali sembrano non avvertire  la necessità di distinguere tra ‘cattolico’ e ‘cristiano’ nelle loro argomentazioni, sebbene questi due termini rimandino a concezioni profondamente diverse, che oggi spiegano alcune nostre differenze culturali con altri paesi.  Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha così fortemente contribuito a costituire una  svolta  selettiva culturale, inducendo una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale. Dalla fede nell’autorità alla autorità della fede.

A 150 anni dall’Unità d’Italia il nostro Paese risulta ancora incompiuto.  Se  allora i Piemontesi  si imbatterono nella “questione meridionale” e  in un conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  contenere l’ingerenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e istituzionali. Ma la storia non  ripropone le stesse occasioni e dunque non  possiamo avere il  rimpianto per la mancata riforma protestante in Italia, né tantomeno  vogliamo  una riedizione della presa di Porta Pia. Dobbiamo però prendere però che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani.

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti  al fine assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”.  Non ci rendiamo conto però che a parità dei valori di riferimento,  per esempio i valori della libertà e della democrazia, il  comportamento degli italiani  risulta ben diversamente fondato  da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone ,  scandinavo o  americano.  Un esempio per tutti è  il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione di un distratto turista.  Si tratta della  mentalità, della cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale è  però vero anche che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso.

Consideriamo alcuni tratti  caratteristici della etica protestante: da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma non d’individui ma di ‘famiglie’, monadi che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile. Da una parte  persone in rapporto diretto con Dio e  tramite il diritto  con il proprio simile,  le quali,  avendo consapevolezza in quanto religiose di essere peccatori, sanno che si salveranno per sola grazia e quindi saranno condotte ad assumere un personale impegno nel mondo vissuto nella libertà e nella responsabilità.   Un impegno che si deve poter esprimere pienamente nella quotidianità della vita e nel lavoro, tanto per i religiosi che per i laici.

in occasione della denuncia dei redditi 2011 ci presentiamo come  nuovi protestanti (newpro) che intendono manifestare con un atto di protesta rivolto alla Chiesa di Roma la maturità raggiunta di persone consapevoli e responsabili, padroni della propria esistenza,  esprimendo al di qua delle nostre fedi religiose e convinzioni politiche la scelta dell‘ otto per mille a favore della Chiesa Valdese o della Chiesa Evangelica Luterana.

Ci rivolgiamo con il seguente appello alla buona volontà di tutti i cristiani, dei laici, dei non credenti, di tutti coloro che  vogliono essere e i loro figli  crescere come le persone che desiderano incontrare: sono un cittadino onesto e pago le tasse, scelgo di destinare l’otto per mille alla Chiesa Valdese o alla Chiesa Evangelica Luterana.




Perché abbiamo bisogno di un J.E. Hoover per combattere l’illegalità in Italia.

In una intervista al Wall Street Journal nel giugno 2010 il dirigente dell’ FBI di New York James Trainor, nel commentare i risultati ottenuti nella lotta ai reati commessi dalla criminalità dei colletti bianchi, dichiara: “stiamo applicando a questo tipo di reati gli stessi principi in vigore per la sicurezza nazionale”. Dunque, per il pragmatismo americano nessuna differenza di trattamento tra terroristi e i finanzieri truffaldini. E sempre a proposito di pragmatismo ricordiamo tutti la vicenda di Al Capone e il sorgere stesso della FBI con J.E.Hoover come esempi di determinazione e severità dell’azione di contrasto contro la criminalità in generale e gli evasori fiscali in particolare.

Ora, per quanto riguarda il reato dell’evasione fiscale di cui il nostro Paese vanta un primato tra le società occidentali, è bene   avere sempre presente come  esso procuri alla collettività un duplice danno economico e morale,  in quanto  sottrae  risorse allo Stato e  alimenta  la disuguaglianza tra i suoi membri.  Il sottrarsi, particolarmente in un regime di democrazia, dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone  l’individuo al di fuori  del diritto stesso di cittadinanza, in quanto il suo agire egoistico fuori e contro le regole tende a sovvertire i principi stessi su cui  la convivenza civile si fonda. L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di  un attentato allo Stato e alle Istituzioni.

E’ da questa semplice considerazione che dovrebbe derivare la convinzione che la lotta all’evasione fiscale, come alla corruzione, deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata, o dichiarerebbe a qualsiasi altro aggressore che minacciasse l’esistenza stessa dello Stato.

In Soldi rubati di Nunzia Penelope, libro inchiesta a carattere divulgativo che sebbene  di minor respiro letterario di Gomorra di Sergio Saviano  dovrebbe far parte a pieno diritto  della bibliografia formativa  minima delle persone per bene,  viene rappresentata e denunciata  la fenomenologia dell’illegalità presente in Italia, sottolineando in particolare i suoi alti ed insostenibili costi economici. Tuttavia, tra gli innumerevoli dati economici e finanziari e autorevoli citazioni riportate nel testo ve n’è una di particolare significatività, tratta da un rapporto della Corte dei Conti  ad opera di Massimo Romano, già capo dell’Agenzia dell’entrate col governo Prodi fino al 2008. Dopo aver ricordato come la nostra economia sia stata costruita su un modello di sottosviluppo, l’autrice riporta di Romano il seguente passaggio: ” In Italia si evade come forma di resistenza , come assicurazione sulla vita, o anche solo per rabbia. Non siamo in Germania, da noi manca l’etica calvinista e, dunque, anche la riprovazione sociale nei confronti degli evasori; c’è invece una solida sfiducia nei confronti dei politici, un generale disprezzo per la cosa pubblica che, unito ad un irriducibile individualismo, convince gli italiani a tenersi i soldi piuttosto che ‘darli a certa gente’ “. 




Avere un’ikea giusta contro l’orrore

Ci  è voluta un’azienda privata per dare una lezione etica ai politici nostrani, ma si tratta di un’azienda svedese, l’Ikea. E’ accaduto in Abruzzo dove,  opponendosi  alle  oltre tremila raccomandazioni pervenute da  politici per le assunzioni in un centro di prossima apertura, la direzione di Ikea così ha risposto per lettera ad una in particolare inviata da un Assessore (rimasto anonimo): “Gentile Assessore, per sua etica professionale Ikea non rilascia informazioni a terzi in merito a candidati ad opportunità occupazionali, e ragioni di privacy ci portano a comunicare solo ai diretti interessati il risultato delle selezioni. Il processo di selezione è da sempre impostato sulla base di criteri professionali attinenti alla competenza, alla motivazione e all’esperienza di chi si propone. Siamo certi che questo nostro atteggiamento, improntato alla valorizzazione del merito e a correttezza deontologica, sia ampiamente apprezzato sia dai nostri collaboratori che dai nostri clienti”.

Vi è da aggiungere un particolare che aggrava il giudizio su siffatti politici nostrani, se mai fosse possibile aggravarne il giudizio. Si tratta dell’arroganza che traspare dai modi con cui le raccomandazioni vengono fatte: richieste su carta intestata dell’Ente sugli esiti della selezione di alcuni candidati di cui si allega l’elenco. Una pratica che rivela  una mentalità tribale basata esclusivamente sul comando e sulla forza, quindi la violenza. Uno stato d’inciviltà che  concepisce  la carica politica come un mezzo per esercitare il proprio potere, per l’interesse proprio e degli affiliati subalterni.

Non esiste un ‘modello tedesco’ o ‘svedese’. Ricordo una trasmissione di  Report di Milena Gabanelli sul tema dell’energia  in cui venivano mostrate alcune esperienze  di risparmio energetico nei supermercati realizzate all’estero. Una direttrice di un supermercato tedesco in un paese del centro Germania dopo aver illustrato le modifiche eseguite nella struttura e i benefici ottenuti concludeva con il seguente commento: “(…) abbiamo raggiunto notevoli risultati, man non siamo ancora ai livelli raggiunti al Nord”.

Già, tutto il mondo è paese, ma cambia il livello. Solo la Cultura potrà salvarci.




Niente di personale.

C’è una battuta ricorrente nei film americani: un personaggio dialoga con un altro o anche compie un’azione  violenta a suo danno (magari lo sta uccidendo, sic!)  mentre pronuncia  la frase: niente di personale.  Soave distacco o puro cinismo? Niente di tutto questo, si tratta della concezione della professionalità  che connota  la struttura formativa degli americani, per altro riconducibile  alla più ampia cultura anglo-sassone, così come  quella scandinava.

Si parla spesso in Italia di meritocrazia come di una mancanza che ha limitato lo sviluppo del paese, ma per regolare i rapporti di lavoro sul merito occorre che le persone possiedano  professionalità.  E dunque cos’è la professionalità?

Essa non si limita al saper fare un lavoro o all’abilità di relazionarsi con gli altri.  Essa è piuttosto il frutto di un processo educativo e formativo che si manifesta  in una persona come la capacità di far coesistere la propria individualità in equilibrio con il ruolo sociale. Mentre nell’individualità possiamo riconoscere il talento e le abilità acquisite, nel ruolo  si possono riconoscere l’insieme dei modelli di comportamento attesi, degli obblighi e delle aspettative che convergono su un individuo che ricopre una determinata posizione sociale. Essere professionali (non professionisti!) significa, dunque, fare bene il proprio lavoro    con la consapevolezza dell’impatto  che il risultato  del proprio lavoro ha nell’ambiente e rispetto agli altri. Ancora una volta c’entra l’etica: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.

Il termine ruolo deriva dal teatro antico, dove gli attori, sul palco, leggevano le proprie battute da un foglio di carta arrotolato denominato in latino rotulus.   Il termine rende bene l’idea della parte che ciascuno recita sulla scena della società, conformandosi alle aspettative ed alle regole stabilite.

Ma torniamo all’esempio americano per comprendere la cultura in gioco.  Ora, al di là dell’apparente franchezza nei modi e nel linguaggio con cui gli americani amano presentarsi,  si può osservare   nel loro impianto formativo il modello di una persona caratterizzata da una forte individualità accompagnata all’assunzione altrettanto forte del ruolo sociale.  E’ interessante riconoscere qui i tratti  caratteristici della etica protestante: se l’uomo è in rapporto diretto con Dio a maggior ragione lo sarà con il proprio simile.  Inoltre, sapendo di essere peccatore sa che si salverà per sola grazia e quindi sarà condotto ad assumere un personale impegno nel mondo, vissuto nella libertà e nella responsabilità.  Questo impegno  si deve poter esprimere pienamente nella quotidianità della vita e nel lavoro, sia per i religiosi che per i laici.

Niente di personale … ma per il bene comune.





Una leadership italiana in Europa.

Mentre nella  economia virtuale i derivati gonfiavano i mercati finanziari portandoli al collasso, nella economia reale il bisogno crescente di materie prime e di energia imponeva  al mondo la ricerca di nuovi assetti e di nuovi equilibri geopolitici. Paesi come il Canada si sono trasformati da produttori ad estrattori, nuovi poli economici sono sorti in Australia, in America del Sud, in Africa e in Asia. In questo ultimo decennio l’attenzione degli economisti si è rivolta verso quei Paesi definiti economicamente emergenti  caratterizzati da costanti  crescite di  Pil, elevate e di gran lunga superiori a quelle delle economie americana ed europee. E’ stato coniato così  l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) poi diventato BRICS , con l’aggiunta del Sudafrica.

L’esplosione nei mercati occidentali della crisi manifestatasi all’inizio come crisi finanziaria e poi diventata economica ha fatto  riscoprire la economia reale, dopo che per molti anni una finanza creativa si era presentata come slegata da questa. Ancora una volta vale il principio epistemologico, o forse psicologico, secondo il quale la normalità viene inferita dalla patologia, ovvero ci interessiamo di una cosa quando essa non funziona più. E con l’economia reale è riemerso l’interesse per le materie prime e le cosiddette terre rare.  Tale rinnovato interesse si colloca però nel quadro generale delle  trasformazioni strutturali dell’economia mondiale indotte dallo sviluppo delle nuove tecnologie e dall’ingresso dei consumatori dei paesi emergenti.  Gli analisti di Citigroup hanno indicato questi Paesi con l’acronimo CARBS  (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sudafrica): “nonostante ospitino appena il 6% della popolazione mondiale, questi cinque paesi controllano assets legati al mercato delle materie prime per un controvalore prossimo ai 60 bln di Usd, in un territorio equivalente a circa il 30% di quello planetario, e garantiscono in media tra il 25% e il 50% della produzione mondiale dei principali metalli e minerali”. 

Dietro gli acronimi si può individuare  la principale direttrice di trasformazione posta dalla globalizzazione: il baricentro della cultura e dell’economia  si sposterà verso quei paesi che produrranno conoscenza o che controlleranno le materie prime, oltre che l’energia e le riserve d’acqua.  In questo quadro composto da sette grandi paesi e da alcuni loro satelliti, quale dunque potrà essere il ruolo dell’Europa? E su scala ancora minore, quale potrà essere  il ruolo  dell’Italia ?

Sappiamo di non essere un paese dotato di materie prime e dopo aver  perso interi settori di trasformazione quali la chimica, la farmaceutica, la metallurgia, la cantieristica navale, l’informatica, ora stiamo  perdendo anche quello dell’auto.  Temiamo per l’energia, ma non siamo in grado di avviare le grandi opere infrastrutturali,  linee ferroviarie, porti, acquedotti e in particolare quelle per riparare il territorio dal dissesto idrogeologico.

Per attrarre  investimenti stranieri, non la vendita di aziende e marchi nazionali,  bisogna rendersi prima attraenti economicamente, anche assicurando la legalità su tutto il territorio. C’è dunque un gran lavoro di ristrutturazione domestica da compiere, le cosiddette riforme, ma  la capacità di produrre risultati di tali riforme dipenderà dalla relazione che il paese saprà sviluppare con il resto del mondo.  Nell’era della globalizzazione si tratta di concepire per l’Italia un ruolo di leadership e attivare una politica estera che si  emancipi dalla sindrome di Crimea.

Avremo  due baricentri, il primo spostato  verso il Pacifico e il secondo nel Mediterraneo. Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale?  L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.

Per  fare ciò occorre  tuttavia una leadership all’altezza della situazione.  La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica  per la formazione del futuro governo politico,  che abbia come unici criteri di selezione  il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni,  la riforma della legge elettorale e la  selezione dei politici costituiranno il banco di prova  per il rinnovamento italiano.  Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.




Per una repubblica fondata sul lavoro.

Quando penso alle differenze culturali e di mentalità. Mentre in Germania, paese tanto criticato per la sua ostinata e forse cinica difesa del rigore nei conti pubblici, l’AD del gruppo Volkswagen afferma che(…) E non dimentichiamoci che per vincere nel mondo dell’auto non contano solo i numeri delle auto prodotte e vendute, bensì anche la qualità del prodotto e la concertazione col sindacato“, nel Bel Paese Italia l’AD di Fiat dichiara: “L’unica cosa che conta sono gli stabilimenti e i lavoratori che abbiamo e se le macchine vengono vendute. Siamo una multinazionale. Andiamo dove si fanno affari, siamo nomadi“.

Siamo in piena decrescita, con la disoccupazione salita al 9,2%, le esportazioni ferme, gli investimenti fissi lordi scesi del 2,4% e i consumi arretrati ai livelli di 30 anni fa, e i Sindacati, vengono messi all’angolo dal Governo e costretti alla strenua difesa dello “articolo 18” come emblema di un diritto acquisito e alla rivendicazione del “posto fisso”, come fossero simulacri di una realtà perduta.

Al di là degli esiti del confronto in atto tra Governo e Sindacati sulla riforma del lavoro, lancio un appello alla sig.ra Camusso e sig. Landini, così articolato:

i) voi avrete pure le ragioni delle armi della critica, ma siete vittime della vostra stessa critica delle armi; a ottanta anni dalla Rivoluzione d’Ottobre liberatevi e liberate i lavoratori dall’ossessione del padrone concepito come nemico di classe;

ii) prendete atto che lo “scontro di classe” nell’era della globalizzazione dei mercati non  paga perché aumenta la conflittualità interna nel Paese, già caratterizzato da una debole economia, a fronte della crescente conflittualità  tra i mercati internazionali;

iii) i tempi richiedono che sindacati maturi siedano nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, per prendere parte attiva e responsabile nel governo dell’economia: dalla concertazione alla cogestione, perché il bene è comune.




I limiti dello sviluppo culturale.

Al termine di una analisi sulle misure anti crisi  adottate dall’attuale governo italiano, esposta da un economista professore universitario in  occasione di un corso di formazione di cultura politica, ho  domandato come si potesse spiegare il caso della Svezia, Paese che ad un elevato ed efficiente welfare state  associa una robusta crescita economica in termini di PIL. La risposta è stata immediata: “Eh, ma quelli sono protestanti … hanno un altro rapporto con il denaro!”.

In una recente intervista televisiva un noto ed autorevole esponente parlamentare del Pdl  si affannava a difendere il vincolo del matrimonio, da lui  considerato naturale, contro l’accettazione delle coppie di fatto, da lui tollerate ma considerate non meritevoli di tutela legale, e per supportare la propria convinzione, che senza  dubbi etici non esita come legislatore a voler far valere per tutti, portava l’esempio della Gran Bretagna, Paese dove secondo lui  “alla diffusione delle coppie di fatto, con conseguente crisi della famiglia, sarebbe correlata la diffusione  del disagio giovanile”.

Ho citato queste due esternazioni per indicare i due limiti culturali, superiore ed inferiore, che delineano lo spazio  evolutivo al cui interno si  distribuiscono le differenti mentalità  con le quali si  interpreta la realtà.

Il primo, quello dell’economista, rappresenta il limite superiore ed è interessante perché rispetto al comune sentire  ci appare ‘anomalo’, in quanto pur partendo da premesse tecniche-economiche, approda con un balzo ad un livello culturale più ampio, ponendosi quindi al di fuori  del sistema per poterlo spiegare.

Il secondo, quello del politico, costituisce invece il limite inferiore ed è interessante perché ci conferma la ‘normalità’ del pensiero ideologico, che comprende e interpreta la realtà solo se e nella misura in cui riesce a farla rientrare nel proprio convincimento, nel suo caso  il  cattolicesimo.

 




La cultura rende liberi.

Tra i dati sullo stato della istruzione e quindi della cultura italiana  si è aggiunto il recente  aggiornamento ISTAT sull’abbandono scolastico: il 18,8% degli studenti del biennio delle scuole superiori statali non prosegue gli studi, sebbene l’obbligo scolastico sia fissato a 16 anni.  Il fenomeno (sottostimato perché non comprende i dati relativi alla Formazione Professionale)  ci pone al primo posto tra i Paesi europei, con picchi oltre il 22% nel Mezzogiorno.

All’abbandono scolastico si aggiunge il fenomeno dell’ analfabetismo di ritorno, che in Italia, secondo i dati di una recente indagine, ha raggiunto le  seguenti  dimensioni:

“Il 71% della popolazione – ha detto De Mauro – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficolta’: il 5% non e’ neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed e’ a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non piu’ del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.”

Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come per altro avviene per le nozioni matematiche).

Lo sconforto di fronte a tali risultati fallimentari,  grazie anche alle scarse attenzioni in termini d’investimento rivolte alla scuola da parte dei governi italiani, ci  potrebbe autorizzare a vedere la nostra scuola come  un  campo di concentramento dell’ignoranza sulla cui porta d’ingresso potremmo scrivere “Kultur macht frei”.

Come è possibile ignorare questo stato di cose,  che costituisce un vero allarme sociale, e continuare a parlare di futuro per i giovani, di rilancio del paese, di credibilità? Come è stato possibile che a rappresentarci economicamente nel mondo ci sia stato un Ministro che  tanto ignorava e disprezzava la cultura da invitare i suoi sostenitori in tempo di crisi a farsene un panino?

Avevo già scritto che se con la cultura non si mangia, certamente con l’ignoranza si muore.  Ma oggi, con l’economia in declino, pardon in recessione, con provvedimenti anti crisi ispirati alle teorie economiche neoclassiche che si concentrano sui tagli della spesa pubblica,  con la  perdita di credibilità dei partiti, l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla politica, con una corruzione dilagata a tutti i livelli della convivenza civile (che crea danni economici per 6o miliardi all’anno, corrispondente alla metà della intera corruzione stimata  per i Paesi europei)  e con il deficit di democrazia delle Istituzioni la questione che si pone ormai con forza è su cosa fare leva per avviare il risanamento?

Per gli economisti l’economia si modifica con gli strumenti economici, per i politici la si guida e governa con la politica. Tautologie? No, sono espressioni della limitatezza del pensiero ideologico: una parziale verità che per convenienza di potere diventa assoluta. Per risolvere il problema si deve ragionare ed agire avendo presente una verità della logica:  non possiamo risolvere i nostri problemi con lo stesso modo di ragionare che abbiamo usato per crearli.

L’economia, dunque, si può corregge solo superandola, considerandola non più come un fine, ma come un mezzo, uno strumento  dell’uomo  per  regolare la propria esistenza avendo come fine il bene comune … sotto il cielo stellato, con la morale dentro di sé. La cultura è vivente e rende liberi.




La Nuova Frontiera

Ha fatto notizia la stima di Cisco secondo la quale nel 2012 i dispositivi mobili connessi al web saranno più numerosi degli abitanti della terra e nel 2016, solo fra quattro anni, saranno 10 miliardi contro 7,2 miliardi di abitanti: 1,4 apparecchi digitali per ogni abitante. Le previsioni per il 2016 indicano inoltre l’Asia come il continente che produrrà la metà del traffico dati nel mondo, con la Cina che ne produrrà il 10% e il Giappone quasi il 30%.

La notizia fa senso, ma ha anche un senso?

La risposta è sì, a condizione però di porre l’accento non tanto sul dato commerciale circa la diffusione del mercato di tali  apparecchi, quanto su quello demografico relativo alla crescita della popolazione mondiale: le proiezioni sulla popolazione mondiale prevedono che  nel 2045 saremo 9 miliardi!

Cosa dire di questa tendenza?  Come valutare un’altra previsione, assai più inquietante, circa la diffusione per esempio del mercato dell’automobile nel mondo nei prossimi decenni? Oggi vi sono 800 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo (11,4 auto ogni 100 abitanti) e diventeranno 2 miliardi nel 2030 (28,5 auto  ogni 100 abitanti).  Tra l’altro notiamo come l’Italia abbia oggi l’ indice di motorizzazione più alto del mondo: 61 veicoli ogni 100 abitanti.

Ora, quale politico o economista avrà mai il coraggio di dire che lo sviluppo dei beni materiali cui siamo abituati e con i quali continuiamo a misurare la crescita e il rilancio dell’economia, non è più sostenibile nei nostri paesi e ancor meno è estensibile a quelle aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e anche l’Africa che in misura diversa presentano sviluppi quasi  accellerati di crescita economica e demografica?  Se applicassimo il tasso di motorizzazione italiano alla sola Cina (il sogno proibito delle case automobilistiche) avremmo, con la popolazione cinese oggi  vivente, 732 milioni di veicoli circolanti!

Quando si esternano le proprie analisi o visioni politiche bisognerebbe avere presente, quanto meglio possibile, quel che  accade nel mondo mentre si pensa.  Una delle complicazioni che la information tecnology comporta, con la sua vastità e velocità,  è che ci risulta sempre più difficile poter esprimere la propria opinione con sufficiente sicurezza.  Perciò, suggerisco di dare ogni tanto una sbirciatina, per esempio, al sito  worldometers.  Forse accrescerà un senso di vertigine di fronte alla vastità  dell’informazione, con relativa nausea per la velocità con cui si accresce e diffonde, ma una volta acclimatati in questa realtà virtuale, saremo affascinati da questa nuova frontiera della cultura.

La numerosità dei dispositivi digitali connessi al web non  rappresenta dunque  il sorpasso dell’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, come titola un articolo  su un quotidiano, almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’applicazione capace di connettere i processori di tutti i dispositivi come fossero un unico computer.

Essa ci fornisce piuttosto un indicatore di come e in quale direzione si sta evolvendo la cultura umana, ponendoci nuove e più sostenibili prospettive di sviluppo per le relazioni umane future.  L’alternativa al disastro è la realizzazione dell’Utopia, dove per esempio sarà meglio che circolino informazioni piuttosto che automobili e, fin quando avremo bisogno di status symbol,  sarà meglio  possedere un computer quantico che un’auto sportiva elettrica.

Diceva Oscar Wilde che “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”

 




Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.

Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte.  L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.

È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il  “lavoro sporco”  in attesa del ritorno.  Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.

Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese.  Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.

Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.

In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.

Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.  Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto.  Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.

Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.

Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.

Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista.  Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.

Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default  sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.

Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.

Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.

Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.

Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.

Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.

Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve  cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.




Attenti a quei due.

Siamo certi di aver davvero compreso tutte le implicazioni  che il fenomeno della globalizzazione comporta? Avevamo immaginato che essa non riguardasse più soltanto gli aspetti economici, sociali e culturali, ma che incidesse anche  in quelli politici.  Vi sono, infatti,  alcune trasformazioni in atto della politica internazionale che segneranno nei prossimi anni svolte radicali negli assetti tra gli Stati.  In questi giorni è stata data notizia di due avvenimenti  che prefigurano l’evoluzione in atto della politica nell’era della globalizzazione.

Il primo riguarda l’Europa e potremmo definirlo come la forma nascente, se non proprio di un partito europeo, di una campagna politica oramai transnazionale: la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è esposta personalmente per sostenere  la rielezione del Presidente della Repubblica Francese  Nicolas Sarkozy in una conferenza stampa ed una intervista televisiva congiunte a Parigi a conclusione  del tradizionale Consiglio dei ministri  bilaterale tenutosi lo scorso 6 febbraio..

Il secondo avvenimento politico  si colloca  sulla  scala mondiale e riguarda lo spostamento progressivo nell’area del  Pacifico del baricentro degli interessi della politica USA.  Si tratta del  prossimo incontro, che avverrà il 14 febbraio a Washington, tra Barack Obama,  verosimilmente rieletto nel prossimo novembre per il secondo mandato di Presidente degli Stati Uniti, e  il nascente leader cinese  Xi Jinping futuro Presidente del Partito Comunista Cinese dal prossimo ottobre e futuro Presidente della Cina dal marzo 2013.

I due fenomeni hanno evidentemente una portata differente: mentre i rapporti tra USA e Cina ci indicano la prospettiva di nuovi equilibri futuri tra gli Stati europei e gli Stati Uniti con la conseguenti ricadute di tali assetti all’interno dei rapporti tra gli Stati componenti la Comunità Europea, la joint venture Franco-tedesca ci  mostra la trasformazione già in atto dei rapporti politici, anche formali, tra i due  governi che dallo scorso anno  hanno stabilito un asse bilaterale economico con l’intento di  condizionare la politica degli altri Paesi comunitari.

Avremo così due baricentri, il primo spostato nel Pacifico e il secondo nel Mediterraneo.

Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale?  L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana, già così caratterizzata dalla sindrome di Crimea, dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.

Per  fare ciò occorre  tuttavia una leadership all’altezza della situazione.  La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica  per la formazione del futuro governo politico,  che abbia come unici criteri di selezione  il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni,  la riforma della legge elettorale e la  selezione dei politici costituiranno il banco di prova  per il rinnovamento italiano.  Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.