Il terrorismo come stress test per le coscienze

Urlo-di-Munch-originaleL’Europa ha conosciuto nel secolo scorso regimi del terrore. Nel primo secolo del nuovo millennio stiamo forse entrando in un’epoca di regime del terrorismo?
Dopo l’11 settembre 2001, l’Europa (tralascio qui di considerare gli ancor più numerosi e devastanti attentati avvenuti nei paesi del Medio Oriente, dell’Asia, del Nord e Centro Africa) è stata oggetto di sanguinosi attentati terroristici di matrice islamica che hanno coinvolto fino ad oggi Spagna, Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania. Dalle bombe alle stazioni ferroviarie attorno a Madrid (2004) fino alla sparatoria a Monaco di Baviera (2016) si contano ormai centinaia di vittime, ma ciò che più sgomenta è la constatazione che l’obbiettivo dei terroristi, apertamente dichiarato e coerentemente perseguito, è la stessa vita quotidiana degli odiati paesi occidentali. È una tattica diretta in particolare contro le generazioni costituite dai liberi cittadini delle democrazie occidentali educate al pacifismo che non hanno da 70 anni conosciuto gli orrori e le sofferenze della guerra.

Una tattica che si mostra efficiente anche sul piano operativo: ucciderne uno per terrorizzarne cento. Una tattica oltretutto orchestrata con abilità sul piano della comunicazione i cui effetti possono essere vissuti con una soddisfazione emulativa tanto dagli islamici più radicali del daesh come vendetta per le morti e distruzioni subite dagli odiati occidentali, quanto dai nuovi nichilisti globali figli del “tramonto dell’Occidente”. Dagli sgozzamenti sistematici dei prigionieri ad opera delle milizie inquadrate dell’IS, ripresi in diretta con video girati sui territori occupati poi diffusi su internet, alle sparatorie dei “lupi solitari” rivendicati dall’IS come propri soldati ed eseguite negli affollati luoghi di ritrovo delle città europee, due fattori ci inducono paura e sgomento: da una parte la morte, vissuta dagli  attentatori suicidi come liberazione per sé e come punizione divina da infliggere agli infedeli, dall’altra il fascino ideologico subito da molti giovani occidentali verso la missione terroristica islamica.

Più che la concezione della morte di questi terroristi, che rimanda ad interpretazioni religiose ormai da secoli a noi estranee e che ci devono preoccupare  solo da un punto di vista militare in quanto l’uso della persona come arma tende ad annullare la potenza delle moderne armi sofisticate, quello che dovremmo comprendere sono le ragioni del fascino ideologico che spinge migliaia di giovani, ancorché caratterizzati da debolezze sociali o psichiche, ad abbracciare la causa del Califfato così estranea alla cultura occidentale. All’indomani degli ultimi attentati avvenuti in Germania analisti e commentatori televisivi, nell’ansia di trovare una spiegazione a tanto orrore, rilevavano come il vantaggio dei terroristi sarebbe dipeso dal fatto di essere guidati da “idee forti” a fronte della debolezza degli occidentali dovuta a una crisi di valori. Una spiegazione che sfiora il paradosso: sarebbe un’idea forte la concezione della società secondo la sharia islamica praticata dai terroristi?

Il fatto è che si confonde la forza di una idea con la violenza con cui l’idea viene sostenuta. Ed è forse nella confusione sulla forza che dobbiamo soffermarci e riflettere. Per farlo sottoponiamo la nostra coscienza al seguente stress test articolato nelle seguenti tre domande: i) un ragazzo del quartiere di Scampia a Napoli si arruolerebbe nelle milizie dell’IS? ii) I millennials sarebbero in grado di opporsi con la forza contro i terroristi ? iii) Esiste un limite nello stato di diritto oltre il quale la democrazia non può più essere difesa usando le forme democratiche?

i) In attesa del nuovo romanzo di Roberto Saviano “La paranza dei bambini” ho letto una sua anticipazione su La Repubblica e pensando ai cosiddetti foreign fighters mi sono domandato: un ragazzo del quartiere di Scampia a Napoli si potrebbe arruolare nelle milizie dell’IS? Io penso di no. In un mio recente articolo  ho cercato di mostrare come il male raccontato negli episodi di Gomorra-La serie sia la rappresentazione della regressione allo stato tribale delle relazioni umane  che ci hanno governato per centinaia di migliaia di anni, una regressione dovuta al venir meno della cultura evoluta proprio per dominare e superare istinti ancestrali. Ebbene, un’analoga situazione tribale è riscontrabile anche nelle relazioni e nei comportamenti dei militanti jihadisti: la prevaricazione, la ferocia, il territorio, l’appartenenza. E dunque possiamo comprendere come per un giovane isolato socialmente, economicamente, magari anche carente sul piano psichico, la paranza camorristica come la militanza terroristica possano costituire il modo per esercitare quegli istinti e in molti territori italiani controllati purtroppo criminalità organizzata non c’è posto per un’ideologia terroristica.

ii) Con il termine millennials si definisce la generazione del nuovo millennio, ma al di là dei richiami profetici potremmo comprendervi tutti i nativi digitali. I giovani fino ai 25 anni d’età (25 anni è il tempo medio che divide due generazioni) sono figli di altre due generazioni europee vissute in uno stato di pace, mai tanto lungo nella storia europea, costruito artificialmente sulla divisione ideologica Est-Ovest, con l’allontanamento dei teatri dei conflitti armati che la “Guerra fredda” alimentava, e sul consumismo economico. La caduta del muro di Berlino, dopo la breve illusione della “fine della storia”, non ha eliminato i confini, spostandoli a livello globale sotto le minacce della crisi economica, dell’inquinamento e dell’immigrazione. Uno di questi nuovi “confini” è rappresentato dall’invecchiamento tendenziale delle popolazioni occidentali a fronte i quelle asiatiche e africane. In un mondo sussunto nell’imperialismo del pensiero economico il lavoro scarso è distribuito su paesi alternativi e già si manifesta la competizione anche sul piano dell’istruzione e formazione tra giovani laureati di tutto il mondo. Ricordo un brillante intervento di un giovane pedagogista di molti anni fa il quale analizzando quel particolare periodo rivoluzionario della vita di tutti noi che si chiama adolescenza  ne individuava la chiave di volta nella avventura: dal gioco dell’infanzia il giovane si proietta alla scoperta del mondo. Oggi si sostiene che i nostri giovani rischiano di non avere un futuro e ciò rimane vero, ma non perché manca la prospettiva di un lavoro, magari sicuro, bensì perché l’uniformità imposta dalla visione economicistica dell’esistenza ha privato loro della dimensione progettuale della vita fatta di curiosità, di scoperte, di viaggi, di sogni, in altre parole dell’avventura. Hannah Arendt scrisse questa verità:“Gli uomini muoiono, ma non sono fatti per morire. Sono creati per incominciare”. 

iii) Concludo con l’ultimo test sui limiti della democrazia. Nella logica matematica i famosi teoremi di incompletezza del logico e filosofo austriaco Kurt Gödel affermano che i sistemi formali non possono avere alcune proprietà, per esempio il secondo teorema afferma che: nessun sistema sebbene coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza. Passando dal piano razionale a quello reale si potrebbe sostenere che esiste un limite oltre il quale la democrazia non può essere difesa praticandola. Del resto la storia ci ha mostrato che i principi, gli ideali e i valori che oggi sorreggono le democrazie occidentali si sono affermati con la spada per poi mantenersi col diritto. Il problema diventa dunque individuare qual è il limite.

(to be continued)




Perché votare M5S.

 

UnknownSotto un profilo di ragionevolezza l’establishment vuole fare intendere ancora una volta che l’economia ha un valore oggettivo indipendente da qualsiasi posizione ideologica, ovvero che per risanare l’economia bisogna sottoporsi a sacrifici in un regime di austerità; far intendere che questo non è preteso da volontà neoliberiste ma oggettivamente da fattori economico-finanziari. Gli atteggiamenti anti-establishment vengono visti quindi in una logica tipo “Dio perdona a coloro che non sanno quello che fanno” nella convinzione che populismi di ogni genere portino allo sfascio economico nuocendo proprio a coloro che dalla crisi vorrebbero emergere e che una sana politica di austerità e sacrifici vorrebbe risanare. La critica è rivolta soprattutto a quei partiti che seguono in una visione populista la volontà popolare per ottenere il consenso anziché guidare e dirigere. La posizione assunta dall’establishment e quella di chi sa ed è purtroppo costretto a subire l’ignoranza e a lottare contro tutti per il bene di tutti.

L’uomo dell’establishment per antonomasia della politica Italiana è il senatore Mario Monti; senza timore di smentita quanto sopra esposto e senz’altro il suo pensiero. Del resto, data la sua posizione economica e sociale, un suo personale interesse economico in politica è improbabile: comunque vadano le cose in questa vita nessuna crisi lo potrà mai anche solo sfiorare. Rimane dunque persona super partes, insospettabile anche a se stesso. Ha generosamente aiutato a evitare il default al Paese e come ricompensa ha avuto un immeritato ringraziamento elettorale, addirittura con la sua personale scomparsa dalla scena politica.

I grandi uomini che salvano la nazione non sempre hanno riconoscimenti (vedi Churchill). Eppure, ricordo di lui al governo: si disse meravigliato e “ Mi hanno riferito che i salari e gli stipendi degli Italiani sono tra i più bassi d’Europa… questo non lo sapevo”, dopo una pausa aggiunse “vedremo di fare qualcosa”. Ricordo ancora che commentando in altra trasmissione, Cofferati disse “Mi meraviglio che Monti si meravigli”. Fu l’unico.

Ma come? il grande luminare dell’economia, Presidente del Consiglio, cui è stato affidato il Paese, non si è informato su quali siano le retribuzione dei “sudditi” ovvero delle loro condizioni di vita e di sopravvivenza? ma in che mondo vive? Ho pensato che avesse ironizzato, ma sarebbe stata un’ironia del tutto fuori luogo, inoltre quel “vedremo di fare qualcosa” confermava la serietà dell’asserito. Questa sua gaffe definibile più correttamente come un’enorme stratosferica bestialità non fu né notata né ripresa dai media. Questa sua gaffe era tuttavia la dimostrazione che chi vive nel mondo della finanza non ha alcuna idea di come vive la gente; nella fatidica torre d’avorio l’establishment controlla i destini delle umane genti con preoccupazioni che riguardano solo la Macroeconomia e l’Alta Finanza; sono fini esperti e grandi conoscitori del Mercato e delle sue leggi.

Sono gli dèi del Mercato e come tali gli adoratori del Mercato affidano agli dèi le loro vite, pendono dalle loro labbra, ambiscono e sperano di entrare nella torre. Risultato: perdita dei diritti, diminuzione dei salari, disoccupazione, precariato, tagli ai servizi, alla sanità, sfruttamento del lavoro, lavoro nero, nepotismo, voto di scambio, corruzione; paura, rancore, odio, perdita della solidarietà, incertezza sul futuro. Ovunque. Questo il mondo che il neoliberismo va prospettando.

Una direttiva morale ha da sempre guidato la mia vita, applicabile a ogni situazione “Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie”, nella fattispecie: ”L’economia è fatta per gli uomini non gli uomini per l’economia”. Il bene comune segna la centralità dell’Uomo e non dell’Economia, un primato che deve essere espresso nella Costituzione anche sul Lavoro.

Un governo deve avere come fine il benessere (miglioramento del welfare state) e la serenità dei cittadini, con riferimento alla cultura intesa come progresso in civiltà e asservire l’economia a questo fine lottando contro ogni disuguaglianza sociale ed economica. Bisogna essere per il popolo non fare la sua volontà, questo è l’unico modo di dargli sovranità, sovranità che risiede nella dignità cui ciascuno al pari di chiunque altro ha diritto. Populismo quindi ha due intendimenti: fare la volontà del popolo, accodarsi alla pancia per acquisire consenso, o restituire a tutti la dignità di una vita che vale la pena di essere vissuta.

Regna nella testa di tutti una grande confusione e si riuniscono nella stessa categoria sotto un unico termine tutti populismi che sono contro l’establishment , ma mentre le destre cavalcano il dissenso che viene dalla pancia, esiste anche chi vuole restituire al popolo la dignità, ovvero la certezza, la sicurezza, la serenità del lavoro e il tempo libero per crescere la propria cultura fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ora i media cercano di fare un solo fascio dei Salvini, dei Le Pen, dei Trump, dei no-global, del movimento 5stelle, chiamando il tutto dissenso anti-establishment. Come sempre nessuna precisazione su che cosa debba intendersi per establishment o “sistema economico-politico” per cui regionalmente in Italia si è inventata l’”anti-politica”, un termine che riassume nella più totale confusione gli orientamenti più disparati, usando le malefatte di uno per criminalizzare tutti gli altri come appartenenti alla stessa razza. Questo per mettere al riparo un governo dalle sue malefatte, quasi che lottare contro il neoliberismo e la corruzione fosse un movimento di pancia contro la politica in generale. Come sempre si critica il trono attraverso chi ci si siede. Vero è che questo intendimento qualunquista è stato cavalcato dal populismo di destra ma il movimento5stelle non ha della politica questo avviso penso anzi che ritenga la politica l’unico mezzo per ridare dignità ai cittadini ovvero che stia facendo riacquisire anche alla politica la dignità dovuta al suo nome. Solo la cultura ci salverà.




Il Partito della Nazione è morto

quadrante-orologio-a-muro-narabiAscoltati i commenti al voto dei vari “politologi” nei salotti televisivi, mi rendo conto di quanto le analisi esposte siano ancora prigioniere di uno stesso modo di pensare. A parere degli opinionisti pare che il successo del M5S sia dovuto alla forma più che di contenuti. La domanda da parte di tutti costoro, è: in che cosa si è sbagliato? Gli errori presi in considerazione riguardano la propaganda, l’opportunità , la scelta dei candidati. Vincere o perdere dovuti dunque solo alla strategia al di là e al di sopra di qualsiasi contenuto mai da nessuno peraltro preso in considerazione. Non parlo dei programmi, possono far parte anch’essi della propaganda, ma del vero contenuto: la stanchezza del paese verso il malcostume politico della destra e verso il neoliberismo renziano, il tutto sullo sfondo di un malcontento per una crisi che ancora non vede sbocchi. L’elettorato sembra essere stanco di chi “ci mette la faccia” e ha voluto vedere “facce pulite”. Politici che emergono dal popolo, dai cittadini, senza pretese elettorali di nessun genere né per ambizione propria né per il movimento se il successo non si traduce nel bene comune di tutti.

Possiamo anche ridere di girotondi al grido di “onestà, onestà” come a un modo non serio di fare politica, ciò non toglie che l’onestà è un valore assoluto, una condicio sine qua nessuna politica può essere degna di tale nome. Condizione necessaria e non sufficiente. “Se sei malato” citava Sgarbi a proposito di Croce   ”vai da un medico non da una brava persona”. Un filosofo, Platone, diceva molto prima di Croce: “Un bravo medico non è solo una persona capace, ci mancherebbe altro, ma una persona che si prende cura del paziente” . Questo “prendersi cura” non è un’aggiunta ma il fondamento della morale in cui si evidenzia che la finalità del compito assunto è la persona e il mezzo è il servire, un concetto cristiano quanto buddista. I 5stelle hanno ripetuto in ogni occasione, allo sfinimento, che il loro fine è aiutare i cittadini e non far crescere il movimento: “Non ci interessano i vostri voti”. Confido che i 5stelle non lo dimentichino mai. Per diventare medici basta studiare, per essere bravi medici bisogna continuare a studiare, continuare anche quando si è ottenuto il ruolo o la poltrona. La serietà di questo impegno protratto da diversi anni ha premiato il movimento.

Una cosa è certa a meno di un Cristo che resuscita i morti, del Partito della Nazione non sentiremo più parlare se non per commemorare il suo funerale. Nessuna strategia politica operata dal PD potrà più risalire la china. Sentiremo anche parlare sempre meno di antipolitica, di voto di protesta, di leader teleguidati, argomenti che sono stati bandiere propagandistiche di quasi tutta la stampa a detrimento del M5S. Non si tratta di una stampa asservita o di regime, ma solo di mestieranti che non conoscono la professione e pensano a vendere e a vendersi, più che a far emergere la verità. Essi stessi vittime della chiacchiera che producono.

L’affermazione dei 5stelle nonostante una campagna di diffamazione che ha usato pregiudizi popolari contro il movimento, è senz’altro dovuta più che a un desiderio di onestà, alla volontà popolare di farla finita con la Casta. In questa categoria rientrano tutti i poteri forti della finanza (banche) e della politica (inciuci di ogni specie e natura). Nessuno dice che il successo dei 5stelle sia dovuto ai 5stelle, a quello che rappresentano in quanto “sono”, rappresentano cioè una parte considerevole della volontà popolare che i partiti alla sinistra del PD non hanno saputo raccogliere.

Vero è che il movimento è ancora in fieri, ancora in fase di strutturazione, ha bisogno di radici e di foglie, ma ci si deve chiedere se questo non sia un bene piuttosto che un male. La maturità raggiunta dai partiti storici è stata rottamata prima da Berlusconi poi da Renzi e i partiti che ne sono emersi non hanno fatto altro che ripetere le malefatte senza curarsi delle radici, perdendo la memoria storica. Questo il nuovo? Hanno mostrato un cinismo politico degno della vecchiaia più fatiscente, cui è stato dato nome di “realismo”. Ricordano discorsi di quei vecchi rincoglioniti, ormai arresi, che citano se stessi : “Anch’io quand’ero giovane credevo …” deridendo i giovani. Adesso, battuti, recitano in coro: “Una cosa è stare all’opposizione molto diverso governare”. Sono quelli che la sanno lunga e tutta la stampa concorda e annuisce come fanno gli asini. Quelli che la sanno lunga, rottamati o rottamatori che siano, fanno tutti parte di un’unica categoria: quelli che non sanno quello che fanno, che pensano alla politica come all’arte di manovrare le coscienze anziché alla necessità di farle crescere. Questo modo di pensare e non altro costituisce il Sistema. La cultura, l’idea che il principale scopo della politica sia emancipare la popolazione, gli è del tutto estranea.

Non so quanto il M5S abbia compreso la centralità della cultura per la crescita morale e anche economica del paese, ma so che si sta muovendo in questa direzione. Il nutrimento di cui ha bisogno la nazione non è solo pane ma quel nutrimento culturale ereditato dai chi è stato e che siamo tenuti crescere in favore di coloro che ancora non sono. Ideali di cui il pensiero politico oggi vigente, non ha notizia alcuna.

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Saranno i Sindaci di tutti?

UnknownIl risultato più significativo delle elezioni comunali del 2016 è che solo il 50% degli italiani ha votato i sindaci, che  sono stati eletti ai ballottaggi con in media il 28% dei loro voti. Queste due percentuali sono gli unici valori che danno il senso di quanto è risultato dalle elezioni amministrative, perché sono riferiti ai valori assoluti dei cittadini aventi diritto al voto e non solo a coloro che hanno votato e quindi tengono conto del dato di affluenza, il valore più alto che emerge in tutte le città. Se confrontiamo questi due valori con le percentuali con le quali si sono rappresentati i risultati e sulle quali si sono condotte le analisi, tanto quelle emozionate dei vincitori quanto quelle sbigottite degli sconfitti, capiamo che il deficit di democrazia esistente nel nostro paese dipende non solo e non tanto dalle scorrettezze dei governanti, quanto dall’abbandono della politica da parte di una popolazione che non si percepisce più come cittadini.

Se decodifichiamo i risultati espressi ormai solo in valori percentuali (gli indici statistici non sono di così facile comprensione considerato il livello di analfabetismo funzionale esistente) e li riconduciamo ai valori assoluti di riferimento, ovvero le reali quantità in gioco che in questo caso descrivono la realtà nella sua concretezza, ci rendiamo conto della vera e profonda crisi politica del nostro paese. Quando si vuole far capire il concetto di percentuale si usa spesso la rappresentazione tramite il “grafico a torta” mostrando la percentuale come la parte (la fetta) del tutto (la torta). Ebbene, si provi per la propria città a disegnare su un foglio una torta (che rappresenta il numero di elettori) e poi si delimiti  una fetta magari con un diverso colore che rappresenti la quantità di voti raggiunti dal sindaco eletto: si dovrebbe provare un certo stupore nel constatare con quanti voti in realtà sia stato eletto il proprio Sindaco. Appaiono a questo punto ben diversi i valori percentuali pubblicati e diffusi dai media sui quali politici, opinionisti, giornalisti formano le proprie opinioni.  Nella mia città Milano, per esempio, il Sindaco Giuseppe Sala vince la consultazione col 51,70 % dei voti rispetto al totale dei votanti, ma solo con il 26,27% dei voti rispetto ai cittadini milanesi. In altri numeri, in valori assoluti, Giuseppe Sala è stato scelto da 264.481 milanesi su un totale di 1.006.701.

Invito a verificare i conti per tutte le altre città, utilizzando per esempio i dati pubblicati da TGCOM24, per avere un quadro generale su tutto il territorio nazionale e constatare quanto il fenomeno sia generalizzato. Nelle altre quattro città principali oggetto dell’attenzione politica di queste ore è avvenuto lo stesso fenomeno: a Roma Virginia Raggi è stata eletta col 32,60 % dei cittadini romani, a Torino vince Chiara Appendino col 29,194, a Bologna vince Virginio Merola col 27,91% e a Napoli è Sindaco Luigi De Magisteri col 23,58%.

In questa prospettiva ci dobbiamo interrogare sul significato della buona intenzione “sarò il Sindaco di tutti”. Per rispondere credo si debba fare prima un fondamentale distinguo tra le due principali formazioni politiche che si sono confrontate (direi piuttosto affrontate) in queste elezioni: il M5S e il PD. L’opinione del giorno dopo si è concentrata sulla novità delle due giovani donne elette Sindaco, ironia della sorte, proprio nella capitale dell’Unità d’Italia e in quella precedente dello Stato Sabaudo. Certamente un caso, tuttavia più che per una questione di genere la vera novità sta nella giovane età delle due Sindaco: 38 anni il Sindaco di Roma, 32 anni il Sindaco di Torino. L’Italia non è un paese per giovani, come la migrazione verso i paesi esteri e l’invecchiamento della popolazione dimostrano, e bisogna riconoscere che il M5S è la sola forza politica che in questi ultimi anni si è occupata, con successo come i fatti dimostrano,  di ricostruire una classe dirigente capace, a partire dal basso e dai giovani e fondata sull’onesta, i diritti, la partecipazione e la responsabilità, principi e valori ormai trasversali tra le giovani generazioni cresciute ormai al di là delle appartenenze ideologiche o di potere. Mi è piaciuto sentire da un loro esponente, uno di quelli appunto selezionato sui principi e valori, che si sentiva responsabile per essere un “portatore della speranza” per i cittadini e non più, aggiungo io, “un portatore d’interesse” per gli elettori.

A ben vedere i modi che il M5S ha utilizzato per crescere, come per esempio la militanza quotidiana sul territorio, sono gli stessi del vecchio PCI, sebbene questo agisse all’interno di una concezione ideologica che poneva alle avanguardie organizzate in partito il compito della guida della classe operaia. Quanto al PD, l’attuale suo segretario e Presidente del Consiglio appartiene pure alla giovane generazione di politici (divenne Sindaco di Firenze a 34 anni e ancor prima Presidente di Provincia a 29 anni), ma il suo insediamento al potere senza il sostegno del voto popolare e la sua irruenza, quasi volesse utilizzare l’attività di governo come propaganda elettorale per accreditarsi di fronte agli italiani, ha mostrato la sua debolezza nell’aver “predicato bene ma razzolato male”: che n’è stato della rottamazione? Come valutare l’operato delle giovani donne Ministro di cui si è circondato? Il tentativo di identificare il M5S con i suoi fondatori, visti come esponenti privati che condizionano dall’esterno la loro politica, si è rivelato nel tempo perdente nella misura in cui i “pentastellati” arrivati in Parlamento hanno studiato e imparato a capire la realtà sociale e politica del paese  più rapidamente di quanto il PD riuscisse a trasformarla.

Il caso di Giuseppe Sala Sindaco di Milano rappresenta forse un’eccezione. Partito con l’handicap di essere stato fortemente voluto dal Segretario-Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con ciò provocando in occasione delle Primarie la spaccatura della sinistra milanese, vedendosi in parte erosa la fiducia acquisita come manager dell’Expo da parte dell’abile manager “fotocopia” contendente del centrodestra, ha saputo soprattutto nella pausa per il ballottaggio riconquistare la fiducia nell’area della sinistra, mostrando una personale maturazione politica che lo ha fatto percepire autonomo e sincero nelle sue intenzioni di incidere sulle periferie e interrompere lo sviluppo di una “Milano a due velocità”.

L’analogia che colgo nella apparente crescita, da una parte della nuova classe dirigente espressa dal M5S, dall’altra di un nuovo esponente per origine e stile del riformismo di sinistra, può essere una buna ragione per considerarli i “portatori della speranza”.




La “banalità” di Gomorra ci dice come eravamo

Unknown“E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale” (Hannah Arendt).

Gomorra-La serie non è solo una fiction, altrimenti non si spiegherebbe il suo successo. Prima produzione italiana nel suo genere all’altezza della migliore produzione americana, offre l’occasione di comprendere come nel nostro paese la questione morale non sia relegata solo nei partiti, ma sia diffusa nella popolazione. Gomorra è un documento etnologico di alto valore  che dimostra quanto la cultura sia il vero fondamento materiale della società e per questo non mi soffermerò sulla qualità della sua sceneggiatura e regia o sulla bravura del cast, su questi elementi altri hanno già espresso i meritati apprezzamenti che per altro condivido, ma voglio piuttosto assumere un punto di vista antropologico per mettere in evidenza le relazioni che legano i personaggi della fiction i quali si muovono negli ambienti degradati delle periferie urbane come fossero i dannati in un girone dell’inferno.

La realtà rappresentata da Gomorra è quella della camorra napoletana, una delle organizzazioni della criminalità organizzata italiana, (analoghe considerazioni sono trasferibili all’ndrangheta o alla mafia) vista però questa volta senza assumere dall’esterno la facile posizione della condanna morale, rappresentata dalle istituzioni che si contrappongono alla illegalità, ma ripresa al suo interno dal punto di vista del male. Nella convinzione etica di poterlo sconfiggere tenendolo separato dal bene, ogni volta che il male si mostra a noi nelle sue più efferate manifestazioni ci induce orrore provocando in noi repulsione, ma nel contempo inibendo la possibilità di comprenderlo col pensiero. Questo accade perché, come ancora Hannah Arendt ci ricorda, l’approccio al male deve procedere in un senso diverso: “La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto”.

Nella misura in cui rileviamo questo mondo del male, sebbene la nostra percezione si sforzi di tenerlo lontano dalle nostre coscienze emarginandolo ai confini della nostra vita quotidiana, esso ci informa con la sua diffusione e le sue modalità quanto sia endemico nella nostra società e non solo nelle periferie.

L’attrazione che proviamo nel seguire lo svolgimento degli eventi nella fiction non deriva tanto dalla curiosità di conoscerne l’epilogo, dal momento che sappiamo bene che quella realtà non è finita. L’attrazione deriva dalla risonanza che provoca in noi l’ambiguità esistente tra istinti e sentimenti che reggono quella fiction: noi interpretiamo coi nostri sentimenti i comportamenti dei personaggi che in realtà dettati da impulsi istintivi controllati a fatica. Si tratta degli istinti primordiali, ancestrali che hanno guidato il comportamento della specie umana nelle sue varie forme evolutive  per milioni di anni e che ancora albergano nel nostro profondo, pronti a riemergere non appena la cultura che abbiamo evoluto per educarli in sentimenti umanitari viene meno per le condizioni materiali di sottosviluppo economico, sociale e ambientale.

Il legame di sangue, l’appartenenza al gruppo, il controllo del territorio, la gerarchia in ogni rapporto tra gli individui, l’assenza di una realtà terza a cui riferirsi (la religione riguarda i morti), la forza come unica virtù (parola latina che significa potere), la paura come meccanismo di difesa, il tradimento come unica evasione dalla sottomissione, la vendetta personale come giustizia, si tratta degli istinti primordiali con i quali l’umanità ha convissuto e dai quali si è progressivamente evoluta tramite la cultura. Questi stessi istinti agiscono in Gomorra sostituendosi ai sentimenti che noi evoluti proviamo ed è per questo che l’opera non è più solo una fiction che descrive una realtà sottosviluppata, ma diventa lo specchio deformato degli istinti ancestrali che ancora albergano in noi sopiti nell’inconscio collettivo.

Condivido la spiegazione del successo di Gomorra fornita dagli stessi attori e sceneggiatori nella misura in cui si richiamano all’epica degli antichi greci, potremmo infatti guardare i personaggi come fossero delle maschere che agiscono guidate dalla volontà dei demoni (dàimon in greco significa “guida divina”, da cui deriva il concetto di destino), tuttavia, aggiungerei il fascino della saga dei popoli nordici e soprattutto, sempre rimanendo nella cultura greca antica dalla quale la nostra cultura proviene, la potenza del mito: quella narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico.

Quanto al successo dell’opera, dovremmo occuparci meno della sua audience tra il pubblico italiano e preoccuparci di più dell’intensità dei fenomeni imitatitivi o emulativi che si potrebbero verificare soprattutto tra i giovani. L’attenzione ai giovani non deve però limitarsi a quelli perduti nelle periferie urbane, ma volgersi a tutti, in quanto la stagione stessa della gioventù (lo “stato soave” di Giacomo Leopardi) costituisce con il portato del suo immaginario avventuroso la condizione “periferica” nell’umana formazione dell’individuo.

È in questa prospettiva che l’osservazione critica rivolta a Gomorra, secondo la quale i protagonisti per come sono stati ideati e per come gli attori li hanno così realisticamente interpretati possano indurre nei giovani e in generale nelle persone psicologicamente più fragili e socialmente più deboli fenomeni emulativi, acquista credibilità; a condizione cioè che essa venga considerata nel contesto di una società fondata sui ruoli che si è trasformata in un immenso accumulo di spettacoli, dove tutto ciò che prima era direttamente vissuto si è ora allontanato in una rappresentazione. Tuttavia, i timori attorno ai rischi di vedere il male per quello che è nulla tolgono al valore di Gomorra e alla necessità di diffonderne quanto più possibile la conoscenza, dal momento che proprio nel pericolo, per dirla con le parole di Martin Heidegger, cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva.

Una volta isolato il male, compresa la sua fenomenologia, occorre definire la cura, al di là della pur necessaria azione di contrasto della polizia e della magistratura, agendo a livello sociale sul piano culturale. Un primo vaccino contro i rischi da identificazione è costituito dall’ironia delle parodie di Gomorra come già circolano sulla rete con un successo pari a quello della fiction medesima: ridere del personaggio alienato che si rapporta nella realtà quotidiana ripetendo le battute del copione della fiction è un modo di affrontare con distacco ciò che è riprovevole e che tuttavia ci affascina. Più organicamente occorrerebbe diffondere la fiction nelle scuole superiori, penso nel triennio, come fossero documentari scientifici di antropologia accompagnando quindi la visione delle varie puntate con una adeguata e competente presentazione e commento. Infine, forse la più significativa per il carattere d’urgenza che la lotta contro la criminalità organizzata richiede, cito l’intelligente proposta del Presidente di Spazio Cultura Italia apparsa su l’Huffington Post con il titolo “Se il cast di Gomorra adottasse un’associazione di periferia”. L’idea è che gli attori escano dalla fiction e assumino nella realtà, cominciando ad appoggiare le iniziative delle associazioni che già operano nelle periferie di Napoli, il ruolo di eroe in difesa del bene (la legalità) che nella fiction è stata volutamente omessa per meglio comprendere il male (la criminalità).

Guardando Gomorra non solo noi ci avviciniamo alla verità conoscendo la fenomenologia del male come si manifesta in una parte della realtà, per altro a noi vicina, ma ci rendiamo conto di come abbiamo vissuto per migliaia di anni e possiamo quindi cogliere l’occasione per comprendere il reale significato della cultura, come essa abbia agito nell’evoluzione millenaria educando gli istinti in sentimenti facendo progredire il nostro spirito verso i diritti e la compassione. Gomorra è per un sito che si chiama “la cultura vivente” e che ha per incipit “dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento” un valido esempio della via verso la verità.




Perché abbiamo bisogno del M5S

imagesGli esiti elettorali mostrano che i  partiti sono ormai ridotti ad un brand ideologico utilizzato al solo fine di familiarizzare gli elettori: votare a sinistra o a destra oggi non significa più essere di sinistra o di destra. In un mondo globalizzato in cui regna il pensiero unico-economico la distribuzione dei valori che ha guidato per un secolo le scelte elettorali nelle democrazie occidentali, tanto a destra quanto a sinistra, non coincide più con la distribuzione dei partiti che ad essi si richiamano. Ciò accade perché i problemi nelle democrazie sono a un tal punto di accumulazione che chiunque si trovi a governarli sarà indotto, scegliendo di agire all’interno del pensiero unico-economico,  ad adottare le stesse soluzioni.

Il mito novecentesco dell’uomo forte si è tramutato nel nuovo millennio nel mito dell’ uomo del fare. Non un capo, ma un manager, non un leader che unisce un popolo su ideali perseguendo la visione dell’interesse lontano,  ma un manager che gestisce le risorse per gli interessi vicini dei singoli. Compromessi i partiti, unica istituzione che insieme alla Chiesa funzionava in Italia, banditi i politici di professione, fallita l’esperienza dell’imprenditore di successo al governo si assiste oggi alla scesa in campo del manager , prototipo dell’uomo del fare. Tutto ciò mentre il dilagare della corruzione e dell’illegalità mostra a tutti che la questione morale non sta nei partiti ma nella società e il vero, specifico problema della democrazia italiana è la selezione di una nuova classe dirigente, onesta e capace di guidare il paese fuori dalla catastrofe annunciata.

Se adottiamo questo criterio come test e ci domandiamo quale partito in questi ultimi cinque anni stia selezionando questa nuova classe dirigente, allora dobbiamo constatare che non i partiti ma il M5S ha investito in questo processo di rinnovamento formando nuove figure politiche che, partite dal basso, agendo nel territorio con l’impegno militante , premiati da una crescita del consenso popolare a livello nazionale, si propongono oggi per amministrare i grandi Comuni e domani di guidare il Governo.

L’acredine che la sinistra manifesta contro il M5S è spiegabile solo con la frustrazione provata nei confronti di un competitore vincente che di fatto, al di là delle debolezze ideologiche pure esistenti, ha utilizzato le modalità di fare politica che ricordano quelle del vecchio PC quando conquistò la sua forza popolare, sapendo coniugare la modalità classica della politica militante con la modernità della rete. Se il rinnovamento riguarda il futuro ma deve mostrarsi subito nel presente a chi se non ai giovani affidare il compito? Se la corruzione è alimentata dal potere di chi meglio fidarsi se non dei neofiti della politica purché motivati eticamente? Il M5S non ha avuto bisogno di inventarsi alcuna “rottamazione” perché incorporava il processo di rinnovamento nei suoi stessi giovani componenti, proponendo un ricambio generazionale nella politica non agito all’interno dei partiti esistenti, ma promosso a partire dalla società stessa: un ascensore sociale per la formazione di una nuova classe dirigente fondata sul merito.

Quali sono dunque quegli indicatori che possiamo utilizzare per verificare la realtà e il valore di questo processo di rinnovamento? La precondizione dell’onestà richiesta ad ogni candidato, la concezione della delega parlamentare limitata nel tempo e con vincolo di mandato, il ruolo dell’eletto come portavoce della volontà popolare con l’obbligo di riferire e rendicontare sulla propria attività piuttosto che un ruolo di rappresentante che agisce la delega in relazione al partito di appartenenza, la necessità di formarsi costantemente con lo studio e l’approfondimento della materia.

I toni a volte ossessivi che caratterizzano i comportamenti  dei “grillini” (denotazione che personalmente trovo negativa e che dovrebbe essere abbandonata al più presto) ci dicono che ancora sussistono nel M5S quelle incertezze tipiche dello stato adoloscenziale di un movimento politico , ma la loro velocità di crescita, non tanto quella elettorale quanto quella verso la piena maturità politica, ci fanno sperare nelle loro capacità di sparigliare l’asfittica partita politica in atto nel nostro paese. Abbiamo bisogno del M5S dal momento che nell’evoluzione l’intelligenza è la capacità di apprendere, prima ancora che di adattarsi all’ambiente.




Passata la festa, gabbato lo Santo

UnknownCome suggerisce il proverbio oggi posso commentare la liturgia commemorativa sulla festa del 70° della Repubblica Italiana senza apparire politicamente scorretto. Mi rendo conto di rischiare comunque di essere sgradevole, come appunto accade a chi rovina una festa, per il fatto di intervenire contro la confusione dovuta ad ignoranza e ipocrisia con la quale si è voluto celebrare l’evento storico,  facendogli più o meno esplicitamente assumere significati strumentali, di natura politica e ideologica, a favore tanto dei “riformisti” quanto dei “conservatori” della Costituzione, sulla cui legge di riforma saremo chiamati ad esprimerci col referendum del prossimo mese di ottobre.

Una prima confusione è derivata dal fatto che la campagna referendaria sulla legge di riforma costituzionale, noncurante del calendario, ha interferito con quella più vicina per l’elezione dei Sindaci generando l’impressione che già in questa occasione gli elettori fossero chiamati ad esprimere non solo una preferenza sui candidati nelle proprie città, ma attraverso la scelta del partito e/o lista civica che sostiene il candidato anche il proprio orientamento sul referendum. Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio,seguite da alcuni suoi fidati Ministri, riguardo l’eventuale crisi di governo nel caso prevalesse il NO al referendum hanno poi definitivamente connotato come un plebiscito in suo favore  la consultazione referendaria, di per sé un giudizio tecnico su una materia specifica ancorché fondamentale per la vita del paese, prevenendo eventuali sconfitte politiche alle elezioni dei Sindaci.

Una seconda confusione sulla questione della riforma costituzionale sta nel modo con cui viene fatto intendere e percepire il prossimo voto referendario (confermativo): non una scelta consapevole e ragionata, ma un’adesione in termini di SI/NO. Il referendum è l’unico caso di ricorso alla democrazia diretta previsto nella nostra democrazia rappresentativa, nella misura in cui restituisce alla sovranità popolare l’ultima decisone in merito all’operato legislativo del Parlamento. Ora, però, se consideriamo la difficoltà e delicatezza del tema in argomento (nientemeno che alcuni articoli della Costituzione che è verosimile pensare solo una ristretta minoranza della popolazione italiana conosca) e la correliamo alla realtà dell’analfabetismo funzionale che riguarda due terzi della nostra popolazione, allora ci rendiamo conto di come l’esito del prossimo referendum (confermativo) non sarà frutto di una scelta consapevole che comporta la conoscenza dell’argomento, ma di un’adesione basata sulla fiducia in chi ha proposto la riforma o in chi la critica. Non prevarrà la ragione del pensiero e della critica, bensì la popolarità, la visibilità, la percezione di chi la sostiene piuttosto di chi la denigra.

Al combinato disposto di queste due confusioni tra elezioni dei Sindaci e prossimo referendum sulla legge di riforma costituzionale si aggiunge poi l’ignoranza sulla storia della madre dei referendum, quello tra Repubblica e Monarchia nel 1946. 13340259_10210214123497370_88304929351629682_oSe guardiamo i risultati del referendum di allora osserviamo due cose: i) la Repubblica s’impose sulla Monarchia con il 54,3% dei suffragi, ma ii) nelle 8 regioni dal Lazio alla Sardegna prevalse la Monarchia con il 66,6% dei voti.

Che significato attribuire a questi risultati? Diversi e pregressi: i) il popolo italiano non scelse tra Repubblica e Monarchia (si può davvero credere che la maggioranza uscita malconcia dalla dittatura fosse in grado di comprendere il significato di una tale scelta?) ma rifiutò (giustamente) la particolare monarchia sabauda. Una monarchia quella della casa Savoia che lo aveva tradito due volte, quando nel 1922 non si oppose alla marcia su Roma consentendo l’avvento del fascismo e quando nel 1943 caduto il governo fascista scappò dal porto di Bari (considerando lo scarto tra le due fazioni, si può ritenete che i risultati sarebbero stati gli stessi con una monarchia come quella inglese, spagnola, svedese, belga, olandese, danese, norvegese…?);  ii) con il referendum riemerse la profonda spaccatura esistente tra nord e sud che il Regno di Sardegna ereditò dalla forzatura garibaldina della spedizione dei Mille e che 85 anni prima credette di comporre con la costituzione del Regno d’Italia, sotto la monarchia piemontese

Dov’è dunque la festa, considerato che il santo è in realtà il popolo?  Si fantastica una democrazia diretta capace di ristabilire la sovranità popolare per risolvere la questione morale prodotta dalla nostra democrazia rappresentativa, quando in realtà siamo immersi nel pensiero unico-economico che ci spinge verso un regime di democrazia digitale in cui sarà consentito il consenso nella forma del SI/NO dettato dall’appartenenza. Tutto questo può aiutare a spiegare la politicizzazione demagogica che si sta facendo del referendum e sarebbe sufficiente per rifiutarlo.




Manager attraverso lo specchio

images-1Più si avvicinano le urne e più i candidati sindaci di Milano Giuseppe Sala e Stefano Parisi, manager a confronto uno per il centrosinistra l’altro per il centrodestra, si sforzano di mostrare la loro differenza a chi li considera come fotocopie, ma qual è l’originale? Giuseppe Sala, 58 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco uscente Pisapia all’inizio del suo unico mandato versus Stefano Parisi, 60 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco Albertini al suo primo mandato. Alla fine nel determinare la scelta del futuro Sindaco di Milano prevarrà l’appartenenza allo schieramento politico o il curriculum professionale? Se confrontiamo i curriculum dei due contendenti troviamo molte analogie, per esempio quelle sopra elencate, ma anche un’interessante differenza. Vediamo in sintesi i due curriculum:

Giuseppe Sala: 1983-2002 da dirigente ad Amministratore Delegato in Pirelli, 2003 Direttore generale Telecom Italia, 2006 socio fondatore Medhelan Management & Finance e senior advisor banca d’investimenti giapponese Nomura Bank, 2009 city manager del Comune di Milano con il Sindaco Letizia Moratti, 2010 rappresentante comune all’Expo 2015 SpA, 2013 commissario governativo Expo 2015 SpA, 2015 candidato Sindaco Milano.

Stefano Parisi: inizia all’Ufficio studi CGIL, 1984 Capo della segreteria tecnica del Ministero del Lavoro, poi stesso incarico alla Vice Presidenza del Consiglio e al Ministero degli Esteri, 1992-1997 Capo del Dipartimento per gli Affari Economici della Presidenza del Consiglio (con Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini), 1997 city manager col sindaco Gabriele Albertini, 2000 Direttore generale di Confindustria, 2004 Amministratore Delegato di Fastweb, 2012 fondatore della Chili SpA, 2016 candidato Sindaco Milano.

Quali sono le analogie? L’età, il titolo di studio, le esperienze manageriali nel settore privato, ma la più significativa è quella di essere stati entrambi city manager per due Sindaci di Milano e l’avere entrambi lasciato il mandato dopo circa due anni per assumere altri incarichi.

La figura del city manager fu introdotta dalla legge Bassanini, ispirantosi al modello statunitense, come figura tecnica scelta dal Sindaco per rispondere all’esigenza di dotare il Comune di una gestione manageriale vera e propria grazie a una funzione di direzione generale che rispetto a quella classica del Segretario fosse più tecnica e forte nelle dinamiche burocratiche-mministrative della vita dell’ente pubblico. Essa nasce in Italia dopo la legge di elezione diretta del Sindaco ed è un organo facoltativo, complementare alla figura del Segratario generale, avente nomina a tempo determinato legata al mandato del Sindaco.  Poiché il city manager provvede ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo dell’ente, secondo il programma del Sindaco e sovrintende alla gestione dell’ente perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza, la sua identificazione avviene essendo un rapporto fiduciario per intuitu personae da parte del Sindaco e quindi formalizzata previa deliberazione della giunta, al di fuori della dotazione organica e con contratto a tempo determinato, con una retribuzione massima pari a 240 mila euro lordi.

Dal 1997, lungo i quattro mandati del Sindaco del Comune di Milano dopo quello di Marco Formentini, ovvero due mandati a Gabriele Albertini poi Letizia Moratti e quindi Giuliano Pisapia,  si sono avvicendati ad oggi 7 city manager, nell’ordine: Stefano Parisi e Giorgio Porta con Gabriele Albertini; Giampiero Borghini, Giuseppe Sala e Antonio Acerbo con Letizia Moratti; Davide Corritore e Giuseppe Tomarchio con Giuliano Pisapia. La media è  di 2,33 city manager per Sindaco o, se preferite, 1,75 per mandato. Questo turn over sembrerebbe smentire l’intuitu personae dei Sindaci nella scelta del collaboratore di fiducia se non considerassimo, invece, da un lato il decadimento nel nostro paese della vera politica, quella “visione dell’interesse lontano” ormai delegata al tecnicismo aziendalistico,  dall’altro le reali motivazioni di carriera che guidano le scelte professionali dei manager in quanto tali.

Vediamo ora qual è in definitiva la differenza tra i due candidati. Sta essenzialmente nei due percorsi di carriera: Stefano Parisi  ha navigato dai governi socialisti della prima repubblica a quelli di centrodestra della seconda Repubblica come un boiardo di stato, passando dalla Cgil alla Confindustria, dal pubblico al privato e di nuovo al privato, mentre Giuseppe Sala si presenta come un manager puro che passa dal settore privato alla pubblica amministrazione, prima nell’area del centrodestra come city manager e poi in quello del centrosinistra come candidato del centrosinistra sull’onda del successo dell’Expo.

Non siamo negli Stati Uniti d’America (spoil system) o in Francia (École nazionale d’administration, ENA), siamo in Italia,  paese unico in Europa dove imprenditori e manager stanno diventando i nuovi leader della politica imponendo il proprio modello ai nuovi politici “uomini del fare”. In questa scenario l’intercambiabilità nei due percorsi tra ruoli privati e ruoli pubblici viene fatta apparire come un valore per la professionalità acquisita, quando in realtà essa rappresenta solo la vera natura della figura del manager: un tecnico motivato dall’interesse vicino e personale, forte di una tecnica ritenuta neutrale spendibile sotto ogni bandiera.

Alle prossime elezioni per il Sindaco di Milano, a parte gli altri contendenti tra cui i principali Giancarlo Corrado e Basilio Rizzo, noi saremo chiamati a scegliere, verosimilmente con il ballottaggio al secondo turno, tra due esemplari della moderna edizione della figura mercenaria del capitano di ventura. È questa la figura originale di cui tanto i manager prestati alla politica quanto i politici asserviti al pensiero unico economico sono la fotocopia. A costoro i padroni della finanza e dell’economia, agendo sullo sfondo sfuocato della politica, affidano l’esecuzione dei loro programmi. Niente di personale, è l’economia bellezza, e tu non puoi farci niente.




Tutto il potere ai manager

images-1images-3Nel linguaggio del corpo la posizione con le braccia conserte esprime un atteggiamento negativo o difensivo, una barriera tra se stessi e il nostro interlocutore che noi tutti percepiamo con un senso di disagio. Eppure, come si può notare su tutti i quotidiani che scrivono di economia e finanza i manager sono spesso fotografati in questa posa,  anche sorridenti. Sono finiti i tempi in cui gli operai davanti alle fabbriche incrociavano le braccia per sottolineare la loro indisponibilità verso il padrone.  

Manager! Chi è costui? Per i latini, dalla cui lingua deriva il termine inglese, manu agere era un’espressione che significava ‘condurre con la mano’ o  anche  ‘guidare una bestia stando davanti a lei’. Oggi il termine è diffuso in tutto il mondo e sta ad indicare un dirigente con responsabilità del processo e capace  di gestire le risorse per conseguire determinati obiettivi. Se nell’ambito strettamente operativo della fabbrica o della azienda la funzione del manager è chiara, dal punto di vista del diritto la questione si complica perché la funzione è definita come l’attività svolta da un soggetto non nel proprio interesse ma nell’interesse altrui, un interesse che può essere privato come nel caso di un consiglio di amministrazione di un’azienda, o pubblico come nel caso di un ente pubblico o un governo in rappresentanza dei cittadini. Subentra infatti il concetto di “interesse” che supera la necessità oggettiva puramente tecnico-operativa reintroducendo il soggetto con la sua volontà.

Nella civiltà dominata dalla Tecnica, più che i mezzi e il fine conta la funzione, il processo,  secondo il quale i mezzi sono considerati neutrali e quindi tutti utilizzabili per conseguire il fine, che diventa tutto ciò che può essere conseguito: il risultato. La ragione di Stato diventa la ragione della Tecnica e l’economia il pensiero dominante. La prospettiva è unica e totalizzante:  ogni lavoratore diventa un funzionario del sistema che opera al suo interno con gradi di libertà proporzionali al ruolo. La società tende a diventare il luogo del mercato, entità neutrale senza più ideologie, nella misura in cui diventa l’estensione di un’azienda nella quale non si lavora più per un padrone, ma per un’organizzazione complessa dove la figura dell’imprenditore si scambia con quello dell’amministratore delegato. 

L’esaltazione della funzione del manager, nella misura in cui l’intervento degli uomini del fare crea l’aspettativa della soluzione dei problemi, è l’indicatore del decadimento del valore della politica nella società della Tecnica, in cui lo Stato viene concepito come un’azienda e il Comune come un condominio. In questo dominio la figura del manager da una parte si sostituisce al padrone, la cui proprietà familiare o societaria rimane appartata sullo sfondo, dall’altra al leader politico, la cui visione del mondo diventa inconsistente. Nella nostra società globalizzata e dominata dal mercato i manager sono l’edizione moderna dei “capitani di ventura”, i comandanti di una compagnia privata di mercenari dette per l’appunto “compagnie di ventura”. E non è un caso che il loro successo politico si stia affermando particolarmente nel nostro paese, la cui tradizione di assoldare capitani di ventura coi loro mercenari, le compagnie di ventura che oggi si chiamerebbero squadre, risale al medioevo.

Quella figura del manager a mezzo busto che con le braccia conserte ci guarda dalla foto non vuole essere  soltanto la figura salvifica dell’uomo del fare, ma rappresenta il funzionario della Tecnica che ci dice sorridendo: “È l’economia bellezza e tu cittadino non puoi farci niente”. 

 

 




Garantismo

UnknownMi avvalgo in primis di una definizione del garantismo tratta dal dizionario Treccani:  Dottrina politica e correlativo movimento d’opinione che si sono sviluppati nel corso dell’Ottocento liberale in favore del necessario rispetto dei diritti individuali e delle garanzie costituzionali poste a loro tutela contro le interferenze e gli eccessi dei pubblici poteri. Il termine garantismo non ha una designazione univoca.

La  costituzione a questo proposito recita che un imputato deve essere ritenuto innocente fino a sentenza definitiva. In verità al di là dalle forme giuridiche con cui si interviene per tutelare l’individuo, da un punto di vista morale il punto nodale è sapere se l’imputato ha commesso o non ha commesso “il fatto”. Ci sono innegabilmente casi in cui non ci sono dubbi sull’autore e si aspetta la sentenza solo per conoscere l’entità della condanna. Un terrorista che è arrestato per aver compiuto una strage rimanda a una pura formalità la sua presunzione di innocenza, così come chiunque venga colto in flagranza di reato. Altri per cui bisogna effettivamente attendere la sentenza, non per conoscere l’entità della condanna ma per testimoniare l’innocenza o la colpevolezza.

Quando si ha certezza del “fatto” e dell’autore, è quindi possibile il giudizio senza aspettare la sentenza. Il giudizio di merito non ha natura giuridica ma esclusivamente morale sia per quanto riguarda questioni civili, politiche, che penali. Il giudizio alla presenza di “fatti certi”, comunque rilevati e rilevanti, non solo può ma deve essere espresso quando riveste rilevanza politica o sociale. I media hanno il dovere di pubblicare immediatamente ogni notizia certa in modo assolutamente indipendente dal corso del processo legale. 

Quando si assume una carica pubblica, bisogna rivestire la dignità che la carica comporta nel pubblico come nel privato. Il che non significa rinunciare alla vita privata ma portare la dignità nel privato anziché, come spesso accade, portare la volgarità nel pubblico. L’opinione pubblica deve essere portata a conoscenza dei “fatti” che determinano la statura morale di chi occupa ruoli istituzionali in modo indipendente dal giudizio legale. 

La confusione tra la persona e il ruolo fa spesso credere di essere per antonomasia il ruolo di cui si è investiti, esiste da parte di tutti una confusione tra il trono e chi lo occupa. Alla domanda: “Chi è il Presidente del Consiglio” si dovrebbe rispondere “è uno degli organi monocratici che compongono il governo”. Per questo, dicono i maligni, educazione civica non viene più insegnata. Rimane dunque chiaro che atteggiamenti garantisti o giustizialisti testimoniano solo schieramenti a priori di gente ignorante, ipocrita e immatura. Solo la cultura ci salverà.




O la borsa o la vita

UnknownDi chi sono questi soldi?. Con quantitative easing  (allentamento quantitativo) si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte di una banca centrale e la sua iniezione nel sistema finanziario  ed economicoLa nuova moneta creata dal nulla dalla BCE (banca centrale europea) è offerta a debito (interesse dello 0,25%) non agli Stati membri ma a tutte le banche della comunità con l’impegno da parte di quest’ultime ad acquistare titoli di Stato, aiutare le imprese e le famiglie. Pio proponimento. 

Il quantitative easing dovrebbe essere inoltre uno strumento in grado di assicurare la permanenza dell’inflazione al di sopra di una certo valore che come obbiettivo ha un’inflazione pari al 2% annuo.  Si osserva che perché si vada verso l’inflazione (da tutti sempre condannata come il peggiore dei mai) bisogna che la domanda superi l’offerta ovvero aumentino i consumi, cosa possibile solo se il denaro giunge alle famiglie. Una politica monetaria dunque allo scopo di stimolare la crescita economica e l’occupazione, che coinvolge le banche centrali nell’acquisto di titoli governativi con scadenza a breve a termine, per abbassare gli interessi medi presenti sul mercato. La BCE è una banca privata che tuttavia dovrebbe fare gli interessi di tutta la comunità.  Le Banche Centrali Nazionali (BCN) sono le uniche autorizzate alla sottoscrizione e alla detenzione del capitale sociale della BCE. La Banca Centrale Europea è ufficialmente di proprietà delle Banche Centrali degli Stati che ne fanno parte. L’accesso al credito tuttavia è stato aperto anche alle banche private nazionali allo scopo di trasmettere il credito per migliorare le condizioni di accesso al credito per aziende e famiglie oltre a ridurre i costi dell’indebitamento per i governi. Tuttavia Draghi ci informa che la cinghia di trasmissione non ha funzionato.

In Italia. La Banca d’Italia (BCN) è un istituto privato di cui i maggiori azionisti sono  Gruppo Intesa (26,81%) Gruppo San Paolo IMI (17,44%) Gruppo Capitalia (11,15%) Gruppo Unicredito Italiano (10,97%) Gruppo Assicurazioni Generali (6,33%) pari al 72,7% segue INPS (5%) e banche minori. Questi istituti hanno potuto acquisire soldi europei con interessi irrisori (0,25%) dietro l’impegno di acquistare titoli di Stato e di aiutare l’economia e le famiglie. Quest’impegno è un impegno morale e come tale è stato dai diversi Stati diversamente interpretato. Nel suo complesso non è stato rispettato, ma particolarmente non è stato rispettato in Italia paese in cui i finanziamenti per le imprese e gli aiuti alle famiglie dal momento dell’introduzione del QE anziché aumentare sono diminuiti: malgrado le iniezioni di liquidità della BCE, sono diminuiti i prestiti bancari e ne risente il credito alle imprese (analisi CGIA Mestre). Grazie alle aste del TLTRO (Target long term rifinancing opertion: operazione di rifinanziamento mirata a lungo termine) le banche italiane si sono intascate 108,3 miliardi di euro, ma poco o niente è arrivato nelle tasche di privati, famiglie e imprese italiane. Ma allora che fine hanno fatto i 108,3 miliardi di liquidità incassata dagli istituti italiani da settembre 2014 a giugno 2015? (Economia e Finanza) Ovviamente le banche hanno agito con una logica d’impresa e quindi ritenuto per “ragioni di mercato” investire dove traggono maggior profitto con minore rischio ovvero nella finanza (acquisti titoli di Stato, Italiani e non, e altro) ovvero nei soldi che nascono dai soldi, ovvero nell’usura, che non fa che accrescere il disavanzo tra “la carta” e il Pil.

Gli “usurai” pensano di agire in un campo che non inerisce la morale: “Business is business”, pensiero sintetizzato in un pensiero che vorrebbe rifarsi una verginità mettendo avanti le mani: “niente di personale”. Lo richiede il mercato. Cosa per cui se si dà del malfattore a un banchiere o si parla di associazione a delinquere nel caso di banche subito si corre in soccorso al vincitore e urge il distinguo “Ci sono banche buone e banche cattive”. Come a dire il marcio non sta nel sistema speculativo in sé indifferente, ma nella buona volontà degli operatori, senza riflettere che il marcio sta proprio nell’idea del “profitto in sé” ovvero se il profitto non è governato dalla morale, morale che attualmente è un ancella della filosofia a sua volta serva della scienza, che è serva dell’Economia che è serva della Finanza che è serva del Mercato.

Chi controlla il mercato? Nessuno! Il Mercato è come il Fato, al di sopra degli dei, un destino cui tutti siamo soggetti dal più potente al più povero. Ma è cosi? Sarà destino dell’umanità che la forbice tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori sia destinata ad aumentare? Morale e affari non combinano, ma non combinano solo per chi gli affari li vuole fare mangiandoti il fegato. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la morale. In definitiva miliardi di Euro nati dal nulla anziché finire nelle tasche di tutti arricchiscono sempre di più un numero sempre minore di persone; ovviamente tanto più quanto più in dipendenza dei governi e della civiltà di ogni singola nazione. E noi siamo in Italia.

Bisogna riflettere che mentre stai lavorando o producendo, una quantità impressionante di soldi falsi che vengono da nulla, vanno a finire nelle tasche dei banchieri, drogano l’economia e diminuiscono proporzionalmente nelle tue tasche il tuo guadagno proprio mentre stai lavorando e producendo. Chi è il falsario? Dante li chiama falsator (If XXIX 57 i monetieri falsatori di moneta).Il poeta colloca i falsatori nella decima e ultima bolgia, all’ultimo posto del terzo gruppo di fraudolenti, quello comprendente peccatori nei quali all’amore si sostituisce l’odio, e cioè l’amore del male altrui. Tale è difatti la situazione di ordine morale propria dei consiglieri frodolenti, dei seminatori di discordie e appunto dei falsari. Fabbricare monete false significa avvantaggiarsi in proprio di un bene che appartiene alla comunità per un valore pari all’importo falsificato che non ha controvalore, di un valore corrispondente o corrispettivo. Alla fin fine, poiché tutta la ricchezza viene dal lavoro si tratta in definitiva di un vero e proprio furto. Solo la cultura ci salverà




L’ascolto degli altri secondo i Gesuiti

Unknown-1Il Papa della Chiesa Cattolica parla per il bene dell’umanità e in particolare per gli umili e gli oppressi. Tuttavia per la politica di Papa Francesco non basta il successo popolare, al gesuita s’impone di seguire il ministero della “cura delle anime”: occorre che ci si educhi e ci si convinca. Alle esternazioni del Pontefice segue dunque la letteratura di appoggio dei suoi esegeti, per esempio la recente opera di Adriano Prosperi  “La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento” . Il saggio si pone come fine quello di sfatare alcuni luoghi comuni sull’ordine dei gesuiti rivalutandone la storia e la capacità di dialogo piuttosto che l’azione di proselitismo.

L’autore del saggio così difende l’argomento: “«Un tratto che distingue l’ ordine fondato da Ignazio è l’ apertura senza limiti al diverso religioso» e subito dopo prosegue con l’osservazione  «E soprattutto la disponibilità a percepire nei comportamenti una religiosità diffusa, anche se non espressamente manifesta” portando ad esempio quel “Francesco Saverio che approdato in Giappone disse agli studenti universitari europei: correte perché qui si tratta di rivelare a questo popolo che sono cristiani anche se non lo sanno”.  Se di apertura e dialogo si trattava certo non era tolleranza. D’altra parte, se l’apertura e il dialogo era rivolto ad oriente, come se quelle popolazioni induiste e buddiste da millenni si trovassero in uno stato selvaggio sul piano religioso, la tolleranza era già stata mostrata nei confronti degli evangelici protestanti: “Intendiamoci: erano tempi di guerra di religione e anche i gesuiti dovettero trafficare pesantemente contro i nemici eretici”. Già, lavoro pesante per i gesuiti usati per combattere i protestanti che erano i  nemici eretici , dal momento che non v’erano dubbi su chi fosse detentore della verità. Una verità sulla quale allora si giustificava l’esercizio del potere, tanto spirituale che temporale, ed oggi la ricostruzione storica giustificazionista. E così continua “l’ apertura senza limiti al diverso religioso”: “Ma al fondo rimase questa convinzione che sulla base di precetti morali semplici ci si poteva incontrare. Bisognava ascoltare gli altri. E, come diceva Ignazio, bisognava “entrare con l’ altro e uscire con se stesso”: un motto che evoca il rituale della lotta giapponese, una cedevolezza apparente che ti permette di abbracciare il tuo interlocutore per portarlo dalla tua parte»”.  

A me rimane invece la convinzione, avvaloratami dalle argomentazioni usate nel saggio, che il proselitismo è sempre stata la principale funzione di quest’ordine (i cui ministeri erano la cura delle anime, le opere di carità e l’attività educativa) e che, come ogni potere totalitario apprenderà da allora, i gesuiti «Seppero riconoscere il tesoro nascosto nella plasticità delle giovani e spesso giovanissime intelligenze, intercettando il bisogno di sapere che proveniva da tutta la società. Fu l’ asso calato da Ignazio nel secolo che scopriva la scuola».

Alla fin fine, la rivalutazione dei gesuiti in questo saggio passa attraverso la figura cinematografica nota come il “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, essendo i Gesuiti il volto buono, mentre all’Inquisizione rimane quello cattivo.




Senza memoria né pudore

UnknownQuando in televisione si parla degli attentati terroristici  compiuti dall’Is in Europa, nel tentativo di comprenderli per poterli debellare, incredibilmente sento citare le Brigate Rosse come termine di paragone. Al di là della sua condanna politica, così come di ogni tipologia di terrorismo, tuttavia bisogna ricordare che il fenomeno terrorista delle brigate rosse avendo come obbiettivo quello di “colpire il cuore dello Stato”  si manifestava attraverso l’uccisione o gambizzazione di personaggi dello Stato o delle Istituzioni ritenuti simbolo del potere da abbattere. Quel terrorismo non ha mai avuto come obiettivo le stragi indiscriminate tra la popolazione, diversamente da quanto invece ha sempre fatto il terrorismo nero, così come fa quello dell’Is. Rinfreschiamo la memoria.

Bombe alla fiera il 25aprile1969, Il 25 aprile del 1969 esplose una bomba nello stand della Fiat alla fiera campionaria di Milano provocando sei feriti. Le indagini vengono affidate al commissario Luigi Calabresi il quale puntò sulla pista anarchica. Verrà per questo accusato di pregiudizi per aver indirizzato su un’unica via le indagini pur senza avere alcuna prova in merito; soltanto anni dopo per i fatti in questione verranno condannati in via definitiva due neofascisti veneti appartenenti a Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura.

Strage di piazza Fontana, Le indagini si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e neo-fascisti; tuttavia alla fine tutti gli accusati sono stati sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni sono stati condannati per altre stragi, e altri usufruiranno della prescrizione, evitando la pena). In contemporanea in Italia scoppiarono altre bombe, provocando 16 feriti, a Roma: una alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all’Altare della Patria. Indro Montanelli così si espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici, e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. Quando fu imboccata la pista dell’attentato neo-fascista – abbandonata quella anarchica – si volle avallare la teoria della «strategia della tensione», ossia un disegno razionale, perseguito dall’estrema destra per creare instabilità e paura nelle istituzioni e nei cittadini. Andarono tutti assolti.

La strage di piazza della Loggia è stato un attentato terroristico compiuto il 28 maggio 1974 a Brescia, nella centrale piazza della Loggia. Una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista con la presenza del sindacalista della CISL Franco Castrezzati, dell’on. del PCI Adelio Terraroli e del segretario della camera del lavoro di Brescia Gianni Panella. Dopo molti anni di indagini e processi, vennero condannati o riconosciuti colpevoli alcuni membri del gruppo neofascista Ordine Nuovo

La strage dell’Italicus fu un attentato terroristico di tipo dinamitardo compiuto nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre questo transitava presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. Per la strage dell’Italicus, come per le altre stragi, furono a più riprese incriminati come esecutori diversi esponenti del neofascismo italiano.

La strage di Bologna, compiuta la mattina di sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna,ritenuto più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra, da molti indicato come uno degli ultimi atti della strategia della tensione, xhe ha visto come esecutori materiali individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Notevole, ma sconfortante, constatare che quando molte indagini si sono dirette a destra si siano perse le tracce e che i neofascisti siano andati in molti casi assolti. Il terrorismo nero colpiva indiscriminatamente la gente comune indifesa e inconsapevole, di conseguenza a questa fattispecie di terrorismo dovrebbe essere evocato il terrorismo dell’Isis e, invece,  in modo più che colpevole i media quando parlano di terrorismo preferiscono riferirsi  solo delle Brigate Rosse. Questa smemoratezza non aiuta a combattere le varie forme di terrorismo perché non ne comprende le differenze. Questi “opinionisti”  ci sono e ci fanno. Solo la cultura ci salverà.




La paura della verità alimenta il terrore

12832316_1771238819771858_7155826556372205959_nSe il terrorismo non va confuso con la crisi migratoria, è altrettanto vero che la pulsione xenofoba strisciante in Europa non è razzista e non va confusa con la crisi della democrazia. I contriti democratici dovrebbero piuttosto considerare l’ondata xenofoba anch’essa come un’espressione della volontà popolare a cui amano richiamarsi.

Oggi siamo di nuovo in lutto per altre vittime di attentati jihadisti a Bruxelles, nemmeno il tempo di rincuorarsi dai precedenti con la cattura di un responsabile al Bathaclan. La paura dilaga e nemmeno più ci si può abbandonare all’adagio rassegnato de “l’ordine regna, ma non governa” perché il terrorismo c’è ed incalza con una velocità del proselitismo jihadista tra giovani europei (cosiddetti “homegrown mujahidin”) che è uguale, se non superiore, a quella della crescita del sentimento xenofobo. Ma cosa temere di più: l’azione sanguinaria e spettacolare compiuta da Salah Abdeslam a Parigi o la copertura silenziosa del suo autore per quattro mesi nel quartiere Molenbeek di Bruxelles? La stupidità giornalettistica si agita di fronte a tali eventi descrivendoli attraverso titoli e commenti dai toni della cronaca nera, stile a loro più familiare: a quando un terrorista jiahdista, magari pentito, intervistato a “Porta a Porta”?  Anche da ciò si capisce cosa significa “società dello spettacolo”, dove la paura di fronte a tali eventi altro non è che la proiezione della nostra passività, ipocritamente ammantata di principi democratici e ostentata dal politicamente corretto. Passività nostra di singoli cittadini, ma anche degli Stati e dei Governi. È singolare l’asimmetria che si osserva tra le valutazioni dell’Europa rispetto alle sue crisi. l’Europa infatti non esiste come entità politica quando si tratta di decidere sulla finanza, sulla politica fiscale, per affrontare l’immigrazione o agire contro lo Stato Islamico, ma esiste quando è oggetto degli attentati terroristici, quasi fosse un unico corpo: “Is, guerra all’Europa” titolano i quotidiani.

Lucio Caracciolo nel suo articolo “La crisi migratoria rivela chi siamo veramente” apparso su La Repubblica del 29/1/2016 non si capacitava di come la Svezia, paese di indubbia solidità civile e di tradizione politica socialdemocratica, possa essere giunta alla decisione di espellere 80 mila migranti dopo aver sostenuto una politica modello di accoglienza . Da questa decisione per l’espulsione l’analista trae la preoccupazione circa l’instaurarsi in tutta l’Europa di un circuito perverso di azioni e reazioni irrazionali che tendono ad uscire dal controllo: intervento militare contro lo Stato Islamico- azioni terroristiche dello Stato Islamico in Europa – reazione xenofoba delle popolazioni europee.

Il titolo dell’articolo di Caracciolo parafrasa la ben nota verità secondo la quale nello stato di emergenza, di fronte ad un reale pericolo, uno stato di limite, noi riveliamo la nostra vera natura. L’istinto di conservazione tende a prevalere sulla educazione civile rendendo quell’esposizione al limite un test del grado di civiltà raggiunto. Ed è per superare questo test che nella specie umana si è evoluta per oltre due milioni di anni  la cultura come  una forza più efficace della natura stessa. Tuttavia, come insegnano le leggi della fisica, il progresso della cultura, ovvero della civiltà di un popolo,  è uno equilibrio instabile: tanto più alto è il livello raggiunto tanto maggiore sarà l’energia necessaria per mantenerlo e basta poco per farlo ricadere a livelli più bassi. Terrorismo, emergenza, livello di civiltà sono esemplificazioni del concetto di  limite che descrive nella progressività degli eventi l’avvicinarsi ad una data situazione ed anche la logica ci aiuta a comprendere tale situazione quando dimostra che la coerenza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata.

Dove sta la democrazia in tutto questo? Sarebbe stato meglio mantenere i dittatori al potere piuttosto che inneggiare alle “primavere arabe”?          Alla fin fine, la questione che gli ultimi quindici anni hanno posto e che ci occuperà per il prossimo futuro è se si può praticare la democrazia quando la si deve difendere dagli attacchi che ne minacciano l’esistenza ? Il fatto è che si sono confusi i principi con i valori, la volontà con il potere, con il modo di governare, più in generale la libertà con il laissez faire, laissez passer. In una delle tante chiacchierate lascive che si svolgono in televisione i presenti si arrovellavano sugli effetti nefasti per la nostra vita quotidiana e per l’economia  dovuta alle limitazioni al turismo per la paura indotta dal terrorismo, sforzandosi di rassicurare gli spettatori: “non rinunciate a viaggiare perché fa parte della nostra cultura … e poi si crea un danno all’economia di quei paesi che vivono sul turismo…”.

La coscienza delle ultime due generazioni europee è stata intorpidita da una condizione di benessere artificiale e  irresponsabile scambiandola per la “pace” quando in realtà si trattava di “pacificazione”, di sottomissione al pensiero unico dell’economia . Il “pacifismo” peloso inneggia al laicismo, all’armonia e solidarietà tra i popoli dimenticando i sacrifici dei padri, rifiutando di conoscere che quei principi e i valori democratici attraverso i quali si aspira a realizzarli sono costati sangue a centinaia di milioni di persone delle generazioni precedenti: rivolte di schiavi e oppressi, guerre di liberazione, rivoluzioni sociali, guerre per l’unità nazionale ed anche guerre mondiali. In particolare, proprio quei principi universali di libertà, eguaglianza e fraternità che oggi si invocano ogni volta che l’altra parte del mondo rivela la propria arretratezza culturale si sono prima diffusi con la cultura dell’Illuminismo e poi imposti con la violenza della Rivoluzione Francese (per non parlare delle guerre con le quali Napoleone intese esportare la “democrazia” in Europa).

Tornando al presente, noi dobbiamo temere il fenomeno che è stato denotato come “ondata xenofoba”, che in varie forme e intensità avanza in sempre più numerosi paesi europei, non tanto perché esso possa far riemergere sentimenti razzisti, quanto perché quel fenomeno rivela la malattia senile delle nostre democrazie, ovvero la nostra incapacità a rinunciare sia pure in stati di emergenza ai nostri previlegi per difendere i nostri principi e valori. Questa è la vera asimmetria della guerra  in atto: l’opinione contraria ad ogni forma di violenza diffusa tra i cittadini europei di fronte al fanatismo religioso di uomini che cercano la morte usando se stessi come un’arma. Una battuta del film “Il ponte delle spie” ci aiuta a comprendere lo stato d’animo e il livello culturale con cui milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 




Il nirvana artificiale

imagesUn luogo comune vuole che la tecnologia abbia cambiato il nostro modo di lavorare      e di vivere. È una evidenza che nasconde però ben altra verità. Una verità che si manifesta oggi anche attraverso il nuovo linguaggio del luogo comune, quello della pubblicità. Una campagna pubblicitaria di un importante operatore telefonico nazionale descrivendo le meraviglie dell’evoluzione nelle telecomunicazioni parla di un universo di comunicazioni illimitato, di una tv unificata, per concludere dicendo: “Le nuove tecnologie ti stanno danno la libertà di non dover scegliere. Non è fantastico?”.  Fantastico e aggiungerei terrificante, vengono i brividi alla schiena.

Pensiero unico, partito della nazione e ora anche una sorta di unica televisione iper tecnologica al di sopra di tutte le televisioni, tutto per liberarci dall’angosciosa responsabilità di fare una scelta. Un nirvana artificiale. Anche in questo messaggio, anzi proprio in questo tipo di messaggio che si rivolge a tutti, si può riconoscere che sta avvenendo una mutazione nelle teste delle persone che porta al pensiero unico. Non si tratta più di offrire una variabilità di merci lasciando al consumatore l’illusione di scegliere, esiste infatti un sovraccarico di questa offerta, una fatica da stimolo che genera un’angoscia insopportabile all’atto della risposta: che auto acquisto, che film guardo,  come investo i miei soldi, che candidato sindaco voto, qual è lo smartphone migliore, qual è il tonno più buono … Di fronte alla crisi del mercato che mi abbandona nello stato del “voglio ma non posso”,  di fronte alle sollecitazioni partecipative della democrazia dei sondaggi l’accumularsi delle occasioni di operare una scelta mi scoprono senza strumenti e senza criteri e mi fanno percepire il peso sempre meno sopportabile della responsabilità, la capacità di dare risposte.

La libertà non è più il “lasciatemi in pace” per poter “fare ciò che voglio” perché la crisi economica, il terrorismo, il cambiamento climatico, la competizione globale incombono su tutto e su tutti.  Il nuovo intendimento della libertà sarà dunque quello di risparmiarci l’onere di dover scegliere esonerandoci dalla responsabilità, individuale e collettiva. Non sarà più una dittatura illiberale impostami con la costrizione, ma una forma di democrazia prodotta dal pensiero unico che recuperando l’atavico istinto dell’appartenenza offrirà la sicurezza in cambio di una semplice adesione.  Una democrazia plebiscitaria in chiave tecnologica il cui algoritmo ci porterà all’unica scelta possibile, quella binaria tra il  sì e il no.

Forse di questo si tratta negli appelli  sottoscritti in questi anni dai più famosi scienziati contro i pericoli dell’intelligenza artificiale. Di fronte alla crescente e minacciosa complessità del mondo sarò io stesso a richiedere questo nuovo “welfare state”. La verità esce così dalla prospettiva del pensiero. Una battuta tratta dal film di Steven Spielberg “Il ponte delle spie” (2015)  ci aiuta a capire lo stato d’animo e il livello culturale con cui centinaia di milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 

 

 

 

 




Dietro le quinte colonne

imagesLe persone più pericolose, politici, giornalisti o altri, sono coloro che a priori sono contrari a ogni dietrologia. Questo luogo comune entrato a far parte della chiacchiera tende a impedire di fatto ogni analisi critica. Sulle fantasie complottistiche possiamo essere tutti d’accordo ma ritenere che i cosidetti poteri forti non si ingegnino con ogni mezzo per ottenere quelli che nell’ormai gergo comune vengono chiamati “i risultati” può essere imputabile o a stupidità o a malafede. Andiamo per logica. Poter vivere nel paese in cui si nasce credo sia un diritto riconoscibile sia per umanità che per convenienza. Questo riconoscimento bloccherebbe nei fatti qualsiasi flusso migratorio. Questo dunque l’obiettivo. Le migrazioni hanno principalmente due cause: la fame e la guerra. La guerra.

Una banale constatazione. Sul territorio occupato dall’Isis non si coniano monete, non ci sono banche, non vi è produzione alimentare, non vi sono fabbriche d’armi. Di conseguenza bisogna chiedersi come tutto ciò possa arrivare. Rimane chiaro che altri riforniscono quanto serve. Chi sono questi altri? Potrei fare delle ipotesi, ma non sono tanto esperto da addentrarmi in questa materia. Quello che so è che per certo i servizi segreti di molte nazioni sanno con precisione non solo chi, ma anche come, dove e quando e che di conseguenza lo sanno anche i loro governi.

Dunque anziché buttare bombe basterebbe colpire questi obiettivi e prendere l’Isis per strangolamento. Se ciò non accade e non viene neppure preso in considerazione occorre riflettere che dietro l’orrore umanitario ci sia convenienza economica e di potere. Qualcuno vende armi agli indiani, altri il whisky mentre i coloni conquistano i territori del west selvaggio.

Questo non risponde a un preciso piano predisposto del gruppo Bildenberg o della Massoneria o delle Multinazionali (che comunque se ne compiacciono e contribuiscono) ma alla logica del Pensiero Unico che vede solo nei “risultati” in termini di denaro e potere l’unica possibile realtà. L’uomo non sa più pensare a far altro di se stesso e con ciò immagina che tutto sia alla fine. 

Non si tratta dunque di complottare ma di schierarsi: chiunque agisca in termini di solo profitto al di fuori di qualsiasi morale è moralmente responsabile delle guerre anche se vive in soffitta. Tanto più quanto più. Soffocare l’Isis è l’unica strada percorribile e se ciò non avviene e neppure viene preso in considerazione significa che i Poteri Forti delle lobbies delle armi e del petrolio hanno tanto potere da condizionare i governi. Il nemico è in casa, sono i rinnegati del liberismo nella finanza. Solo la cultura ci salverà.




Fare o non fare questo è il problema

UnknownLa vignetta di Massimo Bucchi  accompagnata dalla battuta “per una giustizia rapida e più efficiente aboliremo quanti più reati possibili” fa sorridere amaramente perché afferma una verità indicibile. Non solo una verità sullo stato della giustizia nel nostro paese e sulla politica che l’amministra, ma una verità sulla mentalità diffusa a tutti i livelli di pensiero ormai diventata metastasi del pensiero unico  in tutti gli ambiti dell’operatività: la logica imperante del primato del risultato, che prevale sui principi e finisce con invertire la relazione  tra causa ed effetto.

Troviamo un esempio di questa logica in un articolo del 20/01/2016 sempre su La Repubblica   dove si tratta  dell’aumento del numero dei corsi universitari a numero chiuso e si esprime la preoccupazione di andare verso una università per pochi, questa volta non tanto per il costo delle rette quanto per l’aumentata selezione all’ingresso. Sull’argomento viene pubblicata anche un’intervista al Prorettore alla didattica dell’Università Bicocca di Milano,  in cui la verità sul fenomeno in argomento viene distribuita  tra le domande e le risposte come fosse un copione teatrale, provocando un effetto a dir poco surreale: “Diminuisce il numero dei professori, aumenta quello delle aspiranti matricole. Quindi bisogna mettere un freno alla continua crescita“?, chiede il giornalista, “Proprio così” risponde il prorettore che più oltre prosegue “In Italia c’è un grosso problema legato agli abbandoni. L’idea di porre un freno a questo ha portato al numero programmato. Molti studenti infatti lasciavano gli studi perché non seguiti dai professori., i quali non potevano seguire tutti perché le classi erano grandi. Uno spreco di capitale umano enorme, se ci pensa“. E il giornalista incalza: “ Quindi con la selezione all’ingresso diminuiscono gli studentesche lasciano l’università?” ottenendo per risposta “Si. L’abbiamo sperimentato direttamente (…) Funziona perché diventa una selezione di qualità e gli studenti che si iscrivono sono più motivati”. Qui ci fermiamo perché c’è abbastanza materiale per una riflessione.

La logica che traspare da queste poche battute ricorda la supply-side economy,  tanto di moda nei primi anni ottanta col nome di Reaganomics, ovvero l’idea contrapposta a quella keynesiana secondo la quale sarebbe l’offerta a stimolare la crescita economica. Se a questa teoria macroeconomica si affianca poi il rigore sul pareggio dei bilanci che tanto ha condizionato l’economia europea di questi ultimi cinque anni, otterremmo il quadro di riferimento concettuale all’interno del quale si colloca la necessità del numero chiuso nelle università. In tutti questi anni la politica, parafrasando concetti mutuati dalla pratica privatistica aziendale, ci ha presentato programmi di riforma giuridica, economica e sociale sostenendo la necessità nel settore pubblico, caratterizzato da una cultura amministrativa fondata su procedure farraginose, costose e inconcludenti, verso una cultura gestionale fondata sui risultati. Di qui la critica alla burocrazia inefficiente e l’esaltazione della produttività e della concretezza in nome dell’efficacia. La figura osannata dello “uomo del fare” interpreta bene questa ideologia, nella misura in cui riassume nella personalità del leader politico o del manager che si presta alla politica i due aspetti che caratterizzerebbero il nuovo riformismo.  Da un lato, la solitudine dell’uomo messo a capo della situazione in crisi che risolve i problemi superando le resistenze di un potere reso inefficiente dalla necessità di essere condiviso, dall’altro viene meno l’attenzione al come si fanno le cose per far prevalere quello che si è fatto e ottenuto, ovvero  il risultato.

Questo modo di pensare applicato, come si fa ormai su larga scala nel mondo, alla ricerca scientifica ha effetti devastanti. Condizionare la ricerca considerando i risultati, magari da ottenere a breve termine, come variabile indipendente induce inevitabilmente, attraverso il controllo degli investimenti, una limitazione della creatività con il restringimento del campo di ricerca, con ciò contraddicendo lo spirito stesso della ricerca, che al contrario deve essere libera, come libero dovrebbe essere il pensiero, e non necessariamente finalizzata a risultati immediati e concreti. Sappiamo che di molte delle più rivoluzionarie scoperte scientifiche o matematiche non si sapeva che farsene appena prodotte.  In altre parole, l’esigenza dell’economia-pensiero unico, per non parlare della finanza, ha imposto ad ogni attività l’immediato conseguimento di una utilità,  identificando così la cultura con la tecnologia. Il trionfo del principio del a cosa serve?

Il passo dalla ricerca scientifica all’istruzione e alla formazione è evidentemente breve. Riprendendo l’argomento iniziale circa la “utilità” del numero chiuso/programmato all’università vi è da chiedersi perché volendo pure agire sul lato dell’offerta non si preferisca adottare politiche più aperte volte a stimolare l’aumento della domanda di cultura, a potenziare l’università  ovvero ampliare l’universo dei giovani sul quale agire sì con criteri selettivi fondati sulle capacità ma al fine di ottenere il massimo possibile dei risultati. L’enorme spreco di capitale umano, di cui si rammarica il prorettore citato, professore di psicologia, sarebbe così arginato, dal momento che guardando al futuro di un Paese che continua ad avere un basso tasso di laureati nella fascia d’età giovanile bisogna comprendere che se con la cultura forse non si mangia, certamente d’ignoranza si muore.




images-1Per un errore commesso durante la cancellazione dei “commenti spam” sono stati cancellati involontariamente tutti i commenti agli articoli.  Spero di poterli recuperare. L’Amministratore del sito.




Una sommossa non fa primavera

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L’occidente è andato a disturbare equilibri radicati in culture giunte a noi per opera di millenni, nell’illusione che sommosse tribali che si sono manifestate contro tirannie secolari fossero sintomo di una rinascita democratica, il risveglio da un torpore: primavere arabe. Un popolo, qualsiasi popolo, è caratterizzato da un percorso storico consolidandosi in ogni tempo in una determinata mentalità e la “figura” attuale con cui la mentalità di un popolo si manifesta è l’esito di un percorso che data millenni. La mentalità acquisita è per un popolo, per qualsiasi popolo, il senso stesso dell’esistenza, l’unica possibile realtà, una realtà vissuta come unica in odore dell’unico modo di esistere acquisito all’origine con il latte materno. Appartenere ha il significato di respirare all’interno di un gruppo le stesse emozioni, lo stesso modo di sentire. È all’interno di questa visione, di questo sentire, che l’”altro” viene sempre visto e giudicato. È il così detto “sentimento popolare”.

In ogni fase storica di tale percorso per ogni popolo si assesta storicamente una determinata “figura”. Essa non è che il fotogramma singolo di una lunghissima pellicola. La fotografia del contingente senza la comprensione della lunga sequela di cause che l’hanno determinato costringe all’azione sempre in affanno, a situazioni di continua emergenza che di necessità comportano anche scelte tragiche per risolvere il conflitto. Per ogni popolo i film sono diversi e la trama ha raggiunto momenti diversi della narrazione.

Le manifestazioni dello spirito della storia hanno raggiunto in ogni popolo momenti evolutivi differenti per qualità e quantità. Per modo e misura ogni popolo si colloca sulla scala dell’essere in una posizione differente. Alcuni popoli sono migliori di altri. Che cosa questo comporti è altra questione, ma per prima cosa comporta l’ammissione di questa realtà. Non mi sfugge ovviamente la pericolosità di questa ammissione. Credere che una mentalità sia migliore di un’altra, di contro a ogni relativismo, è una verità che è nei fatti e che pienamente condivido e pienamente supporto. Quello che invece è insensato è pensare che un regime, un certo tipo di regime, per quanto migliore in senso assoluto (democrazia vs tirannide), possa essere calato in un contesto sociale indipendentemente dalle condizioni culturali di un popolo, credere ad esempio che la democrazia sia migliore a prescindere dalle condizioni culturali in cui versa un popolo, un popolo che ancora non è pronto ad accogliere la libertà che una democrazia individualmente concede. La severità delle leggi è e deve essere direttamente proporzionale alla cultura popolare. In corruptissima Repubblica multa leges (Cicerone).

Tra potere e massa, tra un “lato” e l’altro del divenire storico, esiste per ogni tempo uno e un solo regime atto a mantenere l’equilibrio per conservare la pace. Ovvero, anche se può sembrare un paradosso: “è pericoloso liberare gli schiavi”. Libertà e coscienza devono andare a braccetto. Dal capo-stregone alla tirannide, al dispotismo, alla dittatura, passano millenni in cui lo spirito ha camminato dalla preistoria alla storia antica, alla modernità (50.000 anni) e per progredire dalla dittatura alla monarchia assoluta, alla monarchia costituzionale c’è voluto altro tempo e altro sangue. Il passaggio dalle dittature, alla monarchia, alla democrazia è ancora in atto e dittature esistono ancora ovunque e non a caso nel terzo mondo. La democrazia stessa, come in più occasioni da me affermato, è direttamente proporzionale al grado di civiltà raggiunto dalla nazione, rimane quindi un processo in atto mai interamente compiuto. Un popolo è tanto più democratico quanto più è civile. Dal capo-stregone alla democrazia il progresso in civiltà nega nella sua incontrovertibile verità qualsivoglia posizione relativista. Banalità che incredibilmente ancora stentano a essere comprese.

La storia non fa salti. I regimi dittatoriali in cui ancora si dibattono i popoli islamici e non solo, sono ancora i regimi più opportuni a contenere i conflitti in seno al popolo per mantenere la pace: una monarchia assoluta come in Marocco è ancora il regime più consono per queste popolazioni. Non ci può essere democrazia laddove non esiste nazione ma solo un agglomerato di tribù che per sopravvivere e non sopraffarsi si riconoscono di necessità nel capo come l’unico capace di mantenere la pace: il dittatore. Se si toglie il capo tutto finisce come di fatto è finito nel caos con grave sofferenza per tutti. Se non ci si arrende all’idea che non tutti i popoli sono uguali e se non si abbraccia l’idea che tutti popoli sono fratelli non ci saranno soluzioni se non nella violenza.

I “fratelli mussulmani” credono in Allah come unico Dio: il loro. E la loro fratellanza esclude i resto del mondo. Questa convinzione li fa potenziali alleati dell’Isis.  I conflitti che si sono aperti rispecchiano una mentalità che ancora non ha acquisito una libera coscienza soprattutto in merito ai diritti civili, diritti che sono e rimangono i più meritevoli indicatori di civiltà. Una diversa considerazione della donna in Medio Oriente muterebbe tutte le relazioni, nessuna esclusa: dai rapporti interpersonali, ai rapporti economici interni ed esterni, ai rapporti con la religione. Un cambiamento di mentalità che diminuisca la conflittualità interna in relazione ai diritti civili porterebbe a un cambiamento di relazione politica ed economica anche con l’occidente. Osta tutto questo la tradizione e un becero relativismo che nell’assunto di una mancanza di oggettività della verità, per un principio infondato di uguaglianza, nel rispetto spesso ipocrita dell’altrui tradizione legge la realtà nella reciprocità dei diritti delle parti.

Il diritto all’infibulazione? Il diritto di schiavizzare le donne? Il diritto di padre padrone? Il diritto alla superstizione e all’ignoranza? Il diritto di credere proprio un Dio che è di tutti? … un elenco infinito. Il diritto di concepire, intendere,sentire,giudicare le cose, segna la progressione dello spirito di una Nazione. Che un popolo tenga in schiavitù un altro popolo è una indicibile barbarie, che un popolo sfrutti un altro popolo, sono per certo cose indegne ma bisogna fare attenzione a non ritenere gli schiavi migliori degli schiavisti e degli sfruttatori. Che gli sfruttati e gli schiavi siano migliori dei padroni non sta scritto da nessuna parte. Se messi al loro posto potrebbero fare di peggio. Eppure da questa sistema di equazioni schiavi/sfruttati = buoni e dittatori /capitalisti = cattivi non si è ancora schiodato nessuno. Che la dittatura e il capitalismo siano nemici da combattere non ci piove, ma l’unico modo effettivo per combatterli e far arretrare i paletti del potere è far crescere la cultura.

Far cadere una dittatura non significa liberare gli schiavi se non quando gli schiavi hanno preso coscienza del loro essere schiavi e del significato della schiavitù, una comprensione che esige un percorso e una maturazione dello spirito, della coscienza popolare, per non divenire di nuovo schiavi in regimi totalitari, come in passato o in una democrazia come nel presente. Ci sono molti modi di essere schiavi. La coscienza popolare è una costante che si pone come l’altro lato dell’essere dello spirito in ogni regime ed è l’unico vero indicatore di progresso. La battaglia per la cultura non è ancora politicamente cominciata. Un percorso spirituale per essere portato al popolo ha bisogno di tempo e cultura politica. La democrazia ha insegnato che per educare i figli non occorrono le botte, parimenti per educare un popolo non occorrono le guerre. La cultura è la variabile indipendente. La democrazia è direttamente proporzionale al grado di cultura raggiunto da una nazione indipendentemente dal regime che la governa. Il regime è la variabile dipendente. Ogni regime dipende dall’avanzamento in spirito della nazione. Il cuore è un organo indipendente, il cervello può solo accelerare o frenare. Attenzione però, può accelerare fino a farlo scoppiare o frenarlo fino a farlo fermare. In questo senso e solo in questo senso il cuore dipende dal cervello. Far dipendere la cultura dall’economia significa ignorare e frenare il senso della storia quell’unico senso per cui la storia ha un senso. Il “pensiero unico” è solo chiacchiera. Occorre un’inversione di tendenza, mettere la testa al suo posto per far camminare i piedi.

Ogni grandezza si distribuisce su una curva dalla forma a campana (curva di Gauss) e all’interno della curva con un più e un meno. Ogni popolo rispetto a qualsiasi parametro, fra cui la distinzione del bene dal male, conserva in seno valori che vanno per ogni popolo da zero a infinito, ma che si assestano per ogni popolo su una media differente. La curva progredisce storicamente nel suo complesso per avanzamento dello spirito. La vita pratica individuale occupa un solo punto di tale curva ed è talmente limitata che ciascuno ardisce di ritenere vero solo l’intorno più o meno ristretto della propria esperienza e coglie per di più solo quelle verità che supportano le proprie tesi, con forti o fortissime resistenze al cambiamento. Influenze esterne modificano e cambiano l’opinione individuale solo in funzione della personale convinzione e convenienza. E questa è la ragione per cui tutti possono essere manipolati. I media e i politici, le religioni, nella più totale ignoranza filosofica, comunicano in genere solo la parte della verità che proprio in quanto parte mai corrisponde alla verità. Ovviamente vede la verità solo chi vede l’intero, ma per far questo è necessaria conoscenza e progressione dello spirito ovvero filosofia. L’esistenza dello Spirito è ignota nelle accademie persino ai filosofi. Di Spirito, la più concreta delle realtà, non parla nessuno. Lo Spirito è divenuto un’entità metafisica. Il percorso di emancipazione dello Spirito sia individuale che quello collettivo è lento e graduale: per un uomo non basta una vita per un popolo occorrono secoli o millenni. Il “mai” e il “sempre” non esistono, esiste solo il progresso: il modo, la misura e la direzione.

Sarebbe davvero strano che tutti i popoli e tutti gli uomini avessero raggiunto lo stesso grado di civiltà. Il rispetto della diversità non pretende l’uguaglianza. Nell’uguaglianza empatia, compassione, misericordia perdono di significato poiché esse sono le virtù per il suo raggiungimento. L’importante e mettersi tutti per via partendo da strade diverse nella stessa direzione. Questa direzione di avanzamento dello spirito è data dalla sola cultura ovvero dal cambiamento di mentalità, dalla rinuncia a ritenere la propria visione del mondo come l’unica possibile e nel riconoscere che ci sono visoni più progredite rispetto alla nostra. Nessuna equipollente e tutte sulla strada per un destino comune. Per sapere quale occorre la cultura, la cultura per migliorare il rapporto tra io e non io nella relazione con il prossimo e col mondo che ci ospita.

Le forze che oggi si oppongono alla cultura sono il capitalismo e il terrorismo, due mali assoluti che contrastano con la violenza della merce e della ubris ogni possibile emancipazione dello spirito. Una terza forza alimenta questi fuochi: l’ignoranza. Per contrastare l’ignoranza il potere è e deve essere tanto più autoritario quanto essa è maggiore, ovvero quanto più è arretrata la mentalità. Ma il suo fine dovrebbe essere l’autodistruzione per opera dello Spirito, uno spirito messo a disposizione per servire le masse affinché divengano Popolo.

L’autoritarismo quindi di per sé non è né un bene né un male. Sarà un bene ogni qual volta la coscienza popolare è talmente bassa che senza un capo sarebbe il caos, un male quando la coscienza popolare supera quella del potere e il regime, qual esso sia, si pone da freno. Ne consegue che l’unico modo per sconfiggere poteri autoritari è dare cultura al popolo, aiutare lo Spirito progredire. La nazione si fonda sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire la civiltà della Nazione. Questo dovrebbe essere scritto al primo posto in ogni Costituzione.

Per cultura i più o quasi tutti, intendono o arte o tecnologia, per cultura si deve diversamente intendere avanzamento dello Spirito. Termine in disuso per avvento del materialismo, del relativismo cui servi accademici hanno consegnano la filosofia passando il testimone alla cibernetica. Sofisti, scettici, cinici, nichilisti, materialisti, relativisti, atei sono tutti predicatori che per “realismo” si sono votati alla sfiducia esistenziale e con ciò hanno vanificato ogni possibilità di progresso dello Spirito nella relazione tra il sé e il mondo facendo camminare l’uomo sui piedi anziché con la testa. Inciampano ad ogni passo, ma la testa ormai non gli dice più nulla. Dio è morto e la verità non esiste. Amen.

Ora le vacche hanno lasciato la stalla e nel contingente è violenza. Tutti a pensare al “ora”, sempre in emergenza, senza riflettere che quella che viene definita emergenza è la consuetudine. Privi di qualsiasi idealità nessuno che pensi a pensare, nessuno che sappia come pensare al dopo. Senza alcuna progettualità, una progettualità che solo la filosofia può dare legano di necessità “il dopo” a soli interessi nazionali, interessi egemonici di potere e denaro.

In tempo di pace prepara la guerra o se vuoi la pace prepara la guerra (Machiavelli). E sia. Ma sia chiaro che questo è solo un momento di un corso storico che non ha raggiunto la sua maturità e che cerca la soluzione nella violenza proprio perché la soluzione non è in grado di trovare, perché la soluzione sta solo in quella filosofia che non a caso i più hanno in odio. La Verità è irraggiungibile, passa più distanza tra l’assoluto e l’infinito che tra l’infinito e un punto, ma come sempre quello che conta è il modo e la misura; il modo e la direzione. Modo, misura e direzione sono assoluti in quanto testimonianza dell’esistenza dell’Assoluto.

Sulla necessità di prepararsi la guerra anche in tempo di pace non si discute e possiamo e dobbiamo trovare il modo migliore per farlo senza però dimenticare che sia in tempo di pace che in tempo di guerra dobbiamo ambire alla pace. Che la storia insegni che grossi cambiamenti nello spirito si sono sempre avute col sangue non accredita in modo assoluto che ci sia necessità del sangue per ottenere cambiamenti. Sarebbe come mettere il carro davanti ai buoi, scambiare gli effetti con le cause. Le guerre si rendono necessarie solo nel senso degli effetti per una mancata armonia. La ubris si scatena di necessità quando il potenziale dell’odio e del rancore divengono tali da non poter essere più contenuti e le ragioni economiche o di potere trovano nel nemico il capro espiatorio. Quando le guerre si rendono inevitabili e lo saranno ancora a lungo, il guerriero dovrà addestrare oltre al corpo anche la mente e ispirarsi alle Muse. La nobiltà dell’anima, la pietà per il nemico è un ideale che si addice anche a chi combatte. Potresti mai odiare il leone cui stai sparando perché ti sta assalendo? Nondimeno gli sparerai. 

Siamo tutti colpevoli o tutti innocenti? Quando evolutivamente si è potuto parlare di male e di bene? La redenzione dalla vendetta di nietzschiana memoria è uno dei sentimenti più nobili cui lo spirito possa anelare. Ciò su cui bisogna riflettere è che esistenziali antichi quali l’”appartenenza” si affievoliscono molto lentamente nel tempo, ma non cessano mai interamente di agire. L’allontanamento da questo sentimento è indice di maturazione dello spirito per una nuova e più universale appartenenza nel merito della giustizia.

Ogni volta che si offende l’appartenenza ognuno si sente coinvolto; seppure in misura diversa o diversissima, a torto o a ragione, si sente coinvolto. Far progredire lo spirito in un ambito più grande di generosità che ricomprenda parti progressivamente più ampie del prossimo dentro di noi è operazione dolorosa: siamo diffidenti, più pronti a offenderci e a difendersi che a progredire. Questa resistenza al cambiamento è l’ostacolo maggiore alla cultura. Nel mito della caverna lo schiavo liberato dalle catene viene trascinato all’esteno.

In questo sentimento l’islam è più arretrato e per lo stesso motivo più unito: i terroristi sono anche per molti o moltissimi islamici gente inqualificabile, ma nessun mussulmano può dimenticare in misure diverse o diversissime che sono “fratelli”. Nessun mussulmano inoltre riesce a concepire gli occidentali come fratelli e reciprocamente pochissimi anche i cristiani. Per non parlare degli ebrei. Un sentimento di appartenenza unisce tutto l’islam. Gli occidentali meno sentono questo desiderio e per questo sono più civili, e per questo più vulnerabili. La conflittualità interna è minore in occidente grazie a un maggior grado di civiltà, in occidente le tribù sono pressoché scomparse. Sono sublimate nella Nazione mentre localmente soffrono ancora della “sindrome di appartenenza” a diversi livelli: regionalismi, campanilismi, a testimonianza che l’uomo è sempre lo stesso e che sono solo le strutture esterne a determinarlo in processi evolutivi dello spirito che di volta in volta le modificano allontanando l’uomo dalla bestia. Non a caso il gioco del calcio manifesta e da sfogo a questi aspetti primordiali di appartenenza. Spirito tribale espresso in passato anche nel mondo occidentale con la guerra e ora emarginato nel gioco che a tratti invade il sociale manifestando la sua antica natura. Per cui “omnibus temporibus, in pace aut bello, para pacem” (in ogni tempo, in pace o in guerra prepara la pace) dovrebbe essere la via maestra da percorrere nella convinzione dell’esistenza della verità come via percorribile dallo spirito.




Je suis soldat

images“Guerra totale all’Isis” è il nuovo grido di battaglia consolatorio dopo l’11 settembre di Parigi. Quale che sia il livello d’intervento che si deciderà prossimamente di attuare in Medio Oriente, quello che ormai appare a tutti è l’asimmetria di questa guerra. Non si tratta di un esercito regolare che si contrappone ad un altro esercito regolare come avvenuto in Iraq o a dei guerriglieri come avvenuto in Vietnam. Nè si tratta di un comune campo di battaglia: dai vasti territori desertici del Medio Oriente e Nord Africa alle popolate città metropolitane europee. Il fatto è che si è realizzata da tempo una radicale trasformazione nella concezione stessa delle armi in uso nella nuova guerra in atto. Sebbene i terroristi usino ancora le armi convenzionali, la loro vera è più temibile arma è l’uomo stesso: lo jihadista col giubbotto esplosivo che si fa esplodere in mezzo ad una folla o che spara con un fucile mitragliatore contro un gruppo di persone in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento della vita quotidiana di una città europea nella rivendicata consapevolezza di morire. L’intelligence lo sa da sempre ed ora tutti lo scrivono sui quotidiani che queste azioni sono scarsamente prevedibili e quando si manifestano sono assai poco contenibili nei danni che vogliono provocare. Questa asimmetria nella concezione delle armi corrisponde poi ad una concezione della vita altrettanto diversa tra le parti: noi tutti,  non importa se laici o religiosi,  sosteniamo la “sacralità” della vita di ogni persona e per questo ci dichiariamo anche contrari alla pena di morte e siamo tolleranti. I così detti integralisti islamici non esitano invece con le esecuzioni capitali esemplari, magistralmente diffuse con le tecniche mediatiche, e del martirio ne fanno un valore supremo.

L’asimmetria è anche descrivibile in termini di efficienza: da una parte si usano soldati super addestrati che utilizzano armi sofisticate, complesse e costosissime, sebbene dal potenziale distruttivo devastante, mirando a obiettivi identificati e precisi, dall’altra abbiamo terroristi poco addestrati militarmente ma totalmente indottrinati “religiosamente”che usano se stessi e con poco esplosivo e qualche arma basilare di facile reperibilità seminano morte indiscriminata.  A questa forma di combattimento non è opponibile come alternativa il raid aereo, sebbene questo rimanga necessario a livello strategico, né ha senso correlare tra loro bombardamenti e attentati per identificare, per esempio, i bombardamenti aerei francesi in Iraq come la causa della strage di Parigi. L’autonominato Califfo del sedicente Stato Islamico (sembra che Daesh sia il termine da preferire perché più politicamente corretto) non ha bisogno dei bombardamenti aerei per giustificare le azioni terroristiche in Europa perché questa fa parte della sua strategia di base.

Se per incanto gli jihadisti combattenti in MO e Nord Africa (le cui stime vanno da 20.000 a 200.000 unità a secondo della fonte d’informazione) sparissero oggi tutti improvvisamente, compreso il loro capo Abu Bakr al-Baghdadi, parte degli stimati 15.500 foreign fighters o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi” che vagano tra MO e Europa rimarrebbero un pericolo per molti anni ancora. Vuoi per vendetta, per disperazione o per coerenza paranoica molti di loro infatti uscirebbero allo scoperto seminando morte con tanti attentati quanti sono loro numericamente, mentre altri rimarrebbero dormienti tra noi covando frustrazione e rancore in attesa di una prossima occasione. Questa considerazione ci porta alla domanda cruciale : che fare? Le analisi e i commenti prevalenti, da qualunque punto di vista ideologico, convergono sostanzialmente su due soluzioni: intensificare l’intelligence e intensificare l’intervento armato in MO, droni e bombardamenti, con la variante di armare i gruppi “alleati” o “alleabili” locali o intervenire direttamente sul terreno, come in Iraq e in Afghanistan. A tutti appare chiaro il significato di “bombardamenti”, intervento che desta in alcuni la disapprovazione per i probabili  effetti collaterali, o il significato del “intervento sul territorio”, che fa paura per le vittime tra i soldati che inevitabilmente genererebbe (vedi scelta Usa in questi ultimi anni dell’uso intensificato dei droni). Meno chiaro invece appare il significato dell’intelligence, perché entriamo nel campo dello spionaggio, del controspionaggio e dei servizi segreti, locuzione quest’ultima diventata sinonimo di poteri occulti e causa di tutti i mali del mondo.

Quando apprendiamo dai media il numero di terroristi esistenti che ogni agenzia rivela, magari accompagnato da nomi e cognomi, quando dopo ogni attentato veniamo a sapere che alcuni di quei terroristi uccisi o catturati erano conosciuti dalle polizie dei vari Stati, abbiamo la sensazione che i “servizi segreti”, a parte la mancanza di un loro reale coordinamento europeo,  abbiano una conoscenza del fenomeno più ampia di quella utilizzata per intervenire in termini di prevenzione o anche di repressione. Non sono in grado di entrare nei particolari per mancanza di informazione e di conoscenze tecniche sul problema, tuttavia quanto è dato di conoscere è sufficiente per comprendere, se lo vogliamo, che questa è e sarà in buona parte una “guerra coperta”, fatta con sistemi e metodi non convenzionali che l'”opinione pubblica”, quella stessa che inorridita dalle atrocità compiute dai terroristi reclama sempre maggiore intransigenza, non sarebbe disposta ad accettare  se li conoscesse, in nome del diritto. In altre parole, rinunciando ad essere “politicamente corretto”, intendo affermare che questi individui, “foreign fighters” o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi”, costituiranno una minaccia per tutta la loro esistenza e quindi andrebbero neutralizzati. Per quello che so, il modello di riferimento dovrebbe essere quello del Mossad, servizio segreto israelianoi cui metodi e risultati (cattura di Eichmann, operazione “Collera di Dio”, operazione Entebbe, ecc) appaiono oggi quelli più efficaci per sconfiggere il nuovo nemico.

Tuttavia, per combattere con efficacia la nuova guerra non basta adottare i metodi dei   servizi segreti israeliani, perché io penso che comunque non basti l’intervento militare e poliziesco, occorre che tutto un popolo eserciti una vigilanza attiva con una coesione sociale forte, la coesione che fa di una popolazione un popolo. E ancora può valere qui il modello israeliano, questa volta in chiave civile. Dalla costituzione dello Stato di Israele (qui non interessano le questioni politiche e religiose) il suo popolo ha dovuto adattarsi in un territorio ostile pur volendo edificare e mantenere un sistema politico democratico. Nel 1990, a cavallo fra le due intifada che scoppiarono in quel paese, feci un viaggio in Israele e tra meraviglie storiche e naturali non mancai di notare alcuni aspetti della vita quotidiana che mi sorpresero molto e che a mio parere denotano la coesione sociale esistente tra quei cittadini. Notai per esempio che i tassisti di Gerusalemme montavano nelle loro auto un apparecchio ricetrasmettitore che li collegava in rete tra loro e con una centrale operativa. Il dispositivo, per altro diffuso anche tra altri privati cittadini, sfruttava la loro costante presenza sul territorio per esercitare una vigilanza attiva che potesse essere d’aiuto alle forze di polizia (e dell’esercito) al fine di prevenire attentati. Ciò che più mi aveva sorpreso era tuttavia constatare che ciò avveniva in un modo assolutamente normale, senza mostrare alcuna ansia o paura dovuta ad uno stato di emergenza che potesse interferire con lo svolgimento della vita quotidiana. Io non penso che nel nostro paese si possa nelle condizioni presenti proporre simili comportamenti (con buona pace di coloro che hanno voluto importare nelle istituzioni il whistleblowing da popoli con ben altra cultura), ma credo che quelli siano i comportamenti che dobbiamo apprendere al più presto. In questa prospettiva credo anche che sia stato un grave errore eliminare il servizio militare di leva e/o il servizio civile perché si è tolto ai giovani di tutto il paese, maschi e femmine naturalmente,  l’unica possibilità di aggregarsi temporaneamente per educarsi alla cooperazione per un fine comune. Sono convinto che un servizio di leva ben organizzato su solide basi democratiche e fini umanitari (per favore non si confonda il mio appello con l’ignoranza leghista o con la nostalgia fascista), fatto in tutti i Paesi europei, che consentisse anche scambi tra come un Erasmus civile, fornirebbe ai giovani l’occasione di educare la propria naturale propensione all’avventura e arginerebbe per esempio il successo della propaganda aruolativa degli jihadisti, fenomeno  che oggi tanto ci allarma.

Ammettiamolo: gli jihadisti stanno ora vincendo, non tanto sul campo di battaglia (prima o poi anche loro saranno definitivamente sconfitti) quanto per gli effetti dirompenti sulla tenuta democratica dei popoli nei nostri paesi occidentali, quelli europei in particolare. Intorpiditi dal benessere e dal consumismo abbiamo generato in Europa due generazioni di giovani dalla coscienza modificata  (chi scrive è nato nel 1948 ed è padre di tre giovani figli) che non hanno mantenuto la memoria del sacrificio delle generazioni precedenti nel conquistare ed affermare i principi della democrazia. Coloro che oggi insistono e giustamente nel ricordare i principi di libertà, uguaglianza e fraternità su cui si è fondata da oltre due secoli la civiltà occidentale a cui apparteniamo dimenticano tuttavia di ricordare che la Rivoluzione Francese è stato un bagno di sangue (colgo l’occasione per ricordare en passant  che Napoleone è stato il primo a voler esportare in Europa la “democrazia”), che tutte le successive Rivoluzioni, Risorgimenti, Guerre d’Indipendenza, Resistenze e Lotte Operaie sono stati tutti bagni di sangue. Risvegliamo dunque almeno con onestà intellettuale le nostre coscienze assopite e riconosciamoci nei nostri principi universali al di sopra delle religioni e delle ideologie. È  la nuova guerra, bellezza, e siamo chiamati a difendere la democrazia, non a praticarla. Siamo tutti soldati.