Vinca il peggiore.

Guido Rossi sullo Stato etico: “Eppure i principi della morale, benché riguardino solo la sfera individuale, secondo l’insegnamento di Benedetto Croce sono ben superiori a quelli della politica, con la quale non possono essere confusi; né tantomeno possono essere accostati al diritto, il cui scopo non è la disciplina della morale alla quale, salvo ambigui richiami, rimane del tutto indifferente. Lo stesso Hegel, che pur aveva influenzato Croce, al contrario riteneva la politica superiore alla morale individuale, poiché lo Stato era da lui considerato l’unica realtà etica nella cui eticità si attuava la libertà del cittadino”.  Siamo alle solite.  Siamo al “pensiero” che si richiama a citazioni e avvenimenti storici per spiegare autorevolmente questioni meritevoli di ben diversa analisi.

“Stato etico” è il nome assunto e dato ai passati regimi nati nell’ideologia totalitaria, prendendo spunto da Hobbes e Hegel come degenerazione del loro pensiero, nome ormai aborrito e in uso per indicare malefatte di poteri dittatoriali.  Il nome evoca nei risultati sofferenza, sterminio, morte e distruzione; l’olocausto avvenuto come conseguenza di un concetto, di un’ideologia, di un pensiero ora identificato i un nome ”lo Stato etico”. Il pathos si lega al termine e come al solito e come sempre insieme all’acqua sporca si butta via anche il bambino. Risultato è il pensiero debole: uno stato non deve essere etico. Il vizio supremo è la superficialità.

Ci mancherebbe altro che uno stato non debba essere etico, che uno stato non debba seguire alcuna morale!  Ciò è talmente evidente (ma non per tutti e non per i più) che rimane ovvio che per “Stato etico” si debba intendere un concetto ben differente da uno stato morale, essendo la morale quel bambino gettato via con l’acqua sporca.

Eppure un pensiero debole e malavitoso per 17 anni ha bandito ogni etica dal quotidiano separando nettamente il privato dal pubblico, la condotta morale del cittadino dai doveri del cittadino verso lo Stato.  A seguito di intendimenti poveri e striscianti della morale, da sempre condannata come “moralismo” (un nemico che la morale ha in odio come Dio il Diavolo) il berlusconismo ha trascinato il bambino nel fango.

Per un timore passato di  accostare “Stato” a “etica” nessuno all’opposizione ha levato la testa per difendere la morale, per proclamare che la morale è questione dello Stato, che uno Stato ha il dovere e l’obbligo di essere morale e di interessarsi di morale. Anche di quella privata. In che modo e in che limiti è altra, diversa, diversissima e fondamentale questione.

Che relazione c’è tra lo “Stato etico” così come anticamente inteso e uno “Stato morale” così come dovrebbe essere inteso?  Ovviamente nessuna.  Ma è bastato un nome per confondere gli intendimenti di tutti.  Non solo alla gente del popolo, ma anche a insigni avvocati e studiosi e politici che non sanno o non osano andare e di fatto non vanno oltre al nome. Grazie al passato Stato e morale non devono più essere accostati, un insegnamento assurto a un assurdo tabù.

Con “Stato etico” si è sempre inteso il dovere da parte dello stato di imporre individualmente la morale, di intervenire sulla morale privata dei singoli i cittadini, nella convinzione che il singolo debba sacrificare la propria morale per la superiore autorità dello Stato in cui si identifica superandolo lo spirito di tutti.

E poiché la morale imposta è stata in passato quella delle dittature (nazismo, fascismo, comunismo) si è deciso di demonizzare senz’altro lo “Stato etico” generalizzando: “Nessuna morale può essere imposta dallo Stato agli individui, la morale è e deve restare (secondo un concetto crociano) un fatto privato, un valore individuale”. Questo grande pensiero è ormai nella testa di tutti. La morale di fatto viene identificata con fini ideologici chiamati ad hoc fini morali. Una totale confusione di mezzi e fini, di educazione e di ideologia.

Premesso che la morale non può essere imposta, penso che non costituisca delitto educare, educare civilmente secondo una morale riconoscibile in linea di principio da tutti nei mezzi e non nei fini. Questo non può avvenire senza il riconoscimento dell’assoluto in morale. Affermando l’assoluto della verità morale noi affermiamo di contro a ogni relativismo la verità dell’Assoluto. Ovvero ritengo che uno Stato non solo possa, ma abbia il dovere di essere etico e di educare i propri cittadini. Ritengo che la cultura abbia il compito di portare a maturazione lo spirito dei cittadini al fine di un innalzamento generale della civiltà di un popolo ai fini di una migliore convivenza. Educare i cittadini secondo un senso morale assoluto e condiviso dovrebbe essere il primo dovere di ogni governo ben al di sopra di ogni intendimento economico.

Educare non significa ovviamente indottrinare, ovvero convertire la popolazione a una qualsivoglia ideologia o dottrina. L’Assoluto in morale si pone nell’idealità dei mezzi. Lontano dall’intervenire ideologicamente nella sfera privata, lo Stato deve tuttavia in ogni caso procurare ai cittadini ogni possibile mezzo per la maturazione spirituale. Educazione ovviamente che non si limiti al sapere erudito, ma che implica l’emancipazione dello spirito.

Alla fine tutto è molto banale e ovvio. Non deve essere proibito insegnare valori morali quali onestà, integrità, sincerità, amicizia, lealtà, correttezza, rettitudine, serietà, solidarietà, partecipazione, fratellanza, tolleranza, comprensione, disponibilità, generosità, liberalità, disinteresse, imparzialità, equità, giustizia, rispetto, considerazione, devozione, compassione … su tali valori mi aspetto siano scritti, diffusi libri, libri di testo per le scuole.

Sapere quanto siamo lontani da questo mi dice quanto siamo lontani dalla civiltà. Attualmente tali valori non solo non vengono insegnati, ma neppure discussi in alcun modo in alcun luogo. Ognuno dell’amicizia ha una privata mentalità e su che cosa debba intendersi non ci sono né riferimenti né discussioni.

Eppure sono tutti valori assoluti e universali, di massima importanza per il sociale, indipendenti da qualsiasi intendimento politico e religioso, valori ai quali nessuno è educato e a cui nessuno Stato non si sogna né si preoccupa di educare, neppure attraverso istituzioni scolastiche. L’educazione spirituale è sconosciuta. Sono, dicono, valori sottointesi in vero sono valori “sotto intesi” o non intesi per intero dalla stragrande maggioranza della popolazione.

Di conseguenza nella così detta “libertà di pensiero” l’educazione di fatto la fanno i mass media, sono i mass media a suggerire modelli di riferimento e la così detta libertà di pensiero riguarda da ultimo la ricerca esasperata dell’ultimo smartphone e del profitto procurato dai furbi a danno degli altri, la credenza in valori che tristemente nuocciono al prossimo per una immoralità condivisa diffusa e disseminata per 17 anni nel silenzio dell’opposizione per totale ignoranza del problema educativo lasciato interamente nelle mani delle parrocchie.

In 17 anni sono stai insegnati ricchezza, agiatezza, benessere, popolarità, fama, affermazione, lussuria, lascivia, prostituzione, competizione, agonismo, concorrenza, meritocrazia, nepotismo, favoreggiamento, clientelismo, concussione, corruzione, falso, ipocrisia, interesse, furbizia, disonestà …, tutti ingredienti utili per avere realisticamente successo nella vita.  Vinca il peggiore.




L’importanza di chiamarsi…onesto.

In una ragnatela di fatti quotidiani ci siam forse dimenticati di essere compagni?  A chi si chiede che cosa si debba intendere per cultura è bene   richiamare un concetto fondamentale.  La cultura non si esprime solo attraverso la scienza, l’arte o lo spettacolo, ma nel concreto della vita quotidiana, nelle relazioni sociali tra individuo e individuo e individuo e istituzioni.

Il legame che unisce ogni singolo individuo con il prossimo è di natura morale e si fonda su determinati valori, valori che sono stati vessati nel nostro paese in modo ignominioso negli ultimi vent’anni da una parte politica e trascurati colpevolmente dall’altra.

Il recupero di questi valori è fondamentale per la rinascita.  Con fratellanza e amicizia, da un punto di vista oggettivo, si indica un tipo di legame sociale accompagnato da un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone caratterizzato da una rilevante carica emotiva e fondante la vita sociale, un rapporto alla pari basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità.

Tracciando un profilo del valore e della natura dell’amicizia ci si deve opporre alla creazione di relazioni personali a scopo di sostegno politico per un legame interessato, ma diversamente si deve porre alle fondamenta valori come virtus e probita, onestà intellettuale, al di là  di ogni “cerchia” ristretta, della nobilitas o della casta, in una disperata necessità di rapporti sinceri.

Ricordiamo la Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione francese dell’anno III (1795), dove la Fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita così: «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi; fate costantemente agli altri il bene che vorreste ricevere».




Flussi e reflussi economici.

Se potessi controllare le dieci banche più potenti del mondo farei così: abbasserei i tassi di interesse a livelli minimi in modo che tutti prendano a prestito denaro dalle banche indebitandosi. La massa monetaria riversata sul mercato avvia l’economia. Si costruiscono case, sorgono imprese, strutture e infrastrutture. Tutti beni immobili tangibili reali. Poi alzerei progressivamente i tassi di interesse finché la gente non sarà più in grado non solo di restituire il capitale ma neppure gli interessi sul debito. A quel punto tutti saranno costretti a vendere, i prezzi di ogni bene crollerà e io acquisterei tutto per pochi spiccioli.

Semplicissimo. Se è possibile perché non farlo?  Ma i soldi per finanziare tutti all’inizio dove li trovi?  Semplicissimo, prima li stampavo, adesso mi basta digitare.

Ma non hai paura che la gente capisca e si ribelli?  Nessun problema. Chiameremo il progetto Mercato, Economia e Alta finanza e ci serviremo di tecnici che complicheranno il sistema in modo tale che nessuno ne capisca niente, neppure i tecnici che ci lavorano. La gente poi non si interesserà più a nulla.  La gente del resto pensa a cose concrete, pensa alla pagnotta.  Semplice e geniale, facciamolo.  Già fatto.

Nel difficile 1936, attaccato dal grande establishment conservatore, nel mezzo di una crisi non meno grave dell’attuale, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Franklin D. Roosevelt, così parlò alla sua gente in un intervento elettorale al Madison Square Garden:

“Per quattro anni avete avuto una amministrazione che invece di girarsi i pollici si è arrotolata le maniche della camicia. E terremo queste maniche arrotolate. Abbiamo dovuto combattere con tutti i vecchi nemici della pace, il monopolio finanziario e degli affari, la speculazione, le pratiche bancarie senza scrupoli, l’antagonismo di classe, la speculazione di guerra. Hanno cominciato a considerare il governo degli Stati Uniti come una semplice appendice dei loro affari. E ora noi sappiamo che il governo del denaro organizzato è tanto pericoloso quanto il governo delle masse organizzate. Mai prima nella storia del nostro Paese queste forze sono state così unite contro un candidato. Unanimi nel loro odio contro di me – e io dò il benvenuto al loro odio “.




La cattiva politica

 “Papà, ma lo sai che se dai del “ladro” a un ladro commetti ugualmente un reato?”. Lo sapevo. Chi da del ladro a un ladro si rende colpevole del reato di diffamazione indipendente dalla veridicità dell’asserito. Ma mio figlio è avvocato, crede nella legge in modo assoluto.

Chi invece non ci crede è il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che pure conosce la legge, il quale ha dato del “corruttore” a Berlusconi.  Alla trasmissione “Ballarò” ha dichiarato che non teme di essere incriminato in quanto quando convocato dimostrerà la veridicità di quanto asserito pur sapendo che la veridicità del fatto non assolve l’attore della denuncia.  ia chiaro fin da ora che anche qualora Fini fosse condannato per diffamazione questo non scagionerebbe in nulla Berlusconi. Non dubito che giornali faziosi e mendaci che si rivolgono a un popolino tifoso, ignorante e di parte non mancheranno per l’occasione di trarre benefici dell’accaduto.

Ma ora la domanda è questa : sapendo che la veridicità dell’accusa non assolve l’attore dal reato di diffamazione, perché Fini l’ha fatto? Credo che a Fini siano saltati i nervi e che l’accusa gli sia sfuggita in un clima di esasperazione e ora per rimediare stia dicendo a Berlusconi “se non ritiri la denuncia io parlo”. E a parlare non sarà un pentito ma il Presidente della Camera.  Le orecchie dei magistrati non potranno essere le stesse. L’arroganza dovrà rimanere fuori dall’aula anche per loro, anche quella di mestiere.

Tutto questo si vedrà o forse non si vedrà quello che ora è certo è che noi viviamo in un Paese in cui il Presidente della Camera è accusato di diffamazione dall’ex Presidente del Consiglio, e in cui l’ex Presidente del Consiglio è accusato di corruzione dal Presidente della Camera. Urbi et orbi questo non è mai accaduto nella storia. Un altro indubbio primato.




Populus populi lupus

Così parlò Franco Fiorito: “E poi in carcere non credo che troverò gente peggiore di quella che ho frequentato in regione e nel partito. Anzi”  e ancora:  “Hanno abusato della mia negligenza”.  Dove e come ha vissuto certa gente ? Che visione ha avuto del mondo? Chiamano “realismo“ ciniche realtà indifferenti ai bisogni altrui e fedeli al pensiero individualistico e utilitaristico.

“Anch’io in gioventù credevo … poi la dura realtà” dicono.  Banalissimi cliché, spiriti immaturi precocemente maturati che non si smuovono e non progrediscono per tutta la vita, povertà intellettuale che si realizza in pochissimi assiomi e pochissime frasi.  Loro, che hanno capito la vita, mostrano in questa bella e profonda pensata la pochezza dell’uomo e la debolezza dello spirito.  Si nutrono di volgarità a dismisura, che piacciono al popolino e che il popolino volentieri compiace.

Costoro, appartengano o meno al popolo, quelli che appartengono al popolo sono i peggiori, una volta fatta la “scelta” si circondano di “amicizie” viziate all’origine da comportamenti che si adeguano alle circostanze mirando a trarne comunque profitto. Cercano ovunque “compagni di merende”, sorridono e sorridendo condannano con sufficienza qualsiasi morale, condannando la morale come moralismo.  Morale non è cosa che si mangia, dicono, e il popolino è d’accordo.  Morale è cosa che riguarda comunque gli altri, meglio anzi se non riguarda nessuno: una immoralità condivisa aiuta il potere.

“I giovani, insistono, sono solo degli idealisti, degli illusi”.  Anche Fiorito è stato giovane, anche lui ha tirato le monetine a Craxi.  Errori di gioventù, di quando anche lui si illudeva.  ”La realtà è un’altra” dicono e si dicono e compiacciono se stessi in ogni genere di iniquità che rechi loro, per quanto piccolo, qualche vantaggio.  Chiamano per nome il barista: “Luigi, un caffè per cortesia”, sono democratici loro, in fabbrica si mettono l’elmetto.  “Dammi mille lire e voto per chi vuoi”.  Se occorre stringono le mani a tutti.  Stringere mani non costa nulla, porta solo benefici.  Avere la faccia come il culo è assoluta necessità, un insegnamento di vita che ha il suo tornaconto e lascia gli altri ad abbaiare.  Sorrisi in pubblico e privata arroganza.  Lacchè e cani devono stare al loro posto.  Ai lacchè tocca qualche volta, rara o molto rara, la galera.  “Certo Fiorito, ti credo, ti crediamo, non eri certo il peggiore. Anzi”.  Tu il capo espiatorio, tu a scontare per tutti.  Del resto che vuoi, è sempre così, bisogna essere realisti”.

Avidità, cinismo, realismo e mansioni atte a ricevere un emolumento con il quale soddisfare la propria crapuloneria. “Avevo un tremendo bisogno di questo Suv”, (Franco Fiorito).  Si riassume in questa morale la cattiva politica, il berloscon pensiero, la dottrina che ancora regge le sorti del Paese che da una mentalità paesana non si è mai emancipato.

Bisogna riflettere che sono queste, con questa morale, le persone che occupano gli scranni e che se sono queste le persone di cui molta gente nel popolo condivide la “morale” e che vota.  Gente arresi da sempre che si proclama vincitrice per essere salita sul carro o invidiosa perché non c’è salita.  Bisogna riflettere e comprendere che al di sopra di intendimenti economici nulla cambia se non in proporzione al cambiamento della mentalità.  Solo la cultura ci salverà.




L’deologia meritocratica.

 L’ultimo mito della società turbo capitalista relativamente a ciò che deve essere inteso come valore è “il merito”.  Questo nuovo totem è il nuovo tabù. Divenuto ormai bipartisan e se si preferisce trasversale. L’affermarsi di criteri meritocratici è ormai principio accettato dalle parti.  Adesso basta con i somari!  Riflessione profonda e decisiva.Per mia intelligenza, differentemente, i somari esistono ancora e sono proprio tra le persone che dicono basta e inneggiano alla meritocrazia. Usando un linguaggio platonico evidenzio che una cosa è l’intelligenza, una cosa è lo spirito. Per spirito intendo la maturazione dell’anima attraverso la morale, la rinuncia all’interesse personale per amore del bene comune; amore per l’onestà unitamente all’amore per la verità: onestà intellettuale.

Spirito e morale sono necessariamente collegati; diversamente, in nulla con la morale relaziona l’intelligenza, il cui uso può essere fatto in ogni direzione a qualsiasi scopo, ad di là del bene e del male. Per realismo dice qualcuno. A nulla serve avere gente preparata nelle università se il prodotto finale è un centodieci e lode in assenza di spirito. Può essere anzi controproducente, o anche molto controproducente: una persona preparata o molto preparata, può essere immatura o anche molto immatura, e avida o anche molto avida. Pronta a vendersi l’anima e anche a servire il demonio. Non per nuoce al prossimo ma solo per interesse personale, senza malanimo né offesa per alcuno.

Come si usa dire: “niente di personale”.  Una coscienza autoripulente.  Lava, asciuga, stende e stira.  Sempre come nuova.

L’idea di laureati centodieci lode asserviti che competono sgomitando o si arrampicano come le scimmie che si arrampicano lasciando la plebe nel fango da cui desiderano e disperano di emergere, intelligentissimi arrivisti che socialmente acquisiscono meriti solo per interesse personale personalmente mi sgomenta e dovrebbe allarmare tutti.  Gli studenti non devono solo pensare a studiare ma anche a formarsi una coscienza sociale, entrambe le condizioni sono indispensabili.  Un “voto” anche in quel senso si renderebbe indispensabile, ma in quel senso non esiste nessuna disciplina e nessuna preparazione. Neppure per la formazione morale e politica di dirigenti in qualità di servitori dello Stato. L’educazione morale è cessata con Platone e le scuole platoniche.

Non è chi è più preparato che più merita, preparazione e merito sono concetti distinti. Merita di più più si rende socialmente utile secondo il concetto del servire sia con la preparazione che con la conoscenza del sociale nel senso del “servire”.

Un buon medico dice Platone non è chi conosce la cura, ci mancherebbe altro, ma chi si prende cura del paziente. Il paziente è la coinè, la cosa pubblica. Meritevoli sono solo i servitori della cosa pubblica, della res publica, i servitori dello Stato. Qualsiasi sia la posizione sociale occupata è interesse di tutti occuparsi di tutti. Chi si sottrae a questo dovere deve essere inteso come nemico della cosa pubblica e indipendentemente dalle capacità personali non gli deve essere riconosciuto alcun merito. Diversamente da quanto affermato da Sgarbi citando il Croce “l’unico uomo onesto è un uomo capace”, Platone evidenzia molto più profondamente che “L’unico uomo onesto è l’uomo che si prende cura del prossimo secondo le proprie capacità”. E ci mancherebbe altro per Platone che  non si avessero capacità. Si tratta di  una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Un buon governante trova la cura adatta, ma il suo fine è la felicità del popolo nella sua totalità cosa di cui mai e poi mai si deve scordare. Aziende e produzione sono utili solo se e nella misura in cui la loro attività si svolge e contribuisce alla collettività nel superiore interesse della collettività, solo se l’azienda e la produzione servono il Paese, solo se e nella misura in cui l’azienda e la produzione contribuiscono al bene comune, se agiscono all’interno di questa unica morale, nell’assunzione di questa responsabilità. Il “privato” deve esistere solo per concessione dello Stato ed è concesso dallo Stato solo se lo Stato riconosce nel privato un modo migliore di contribuire all’interesse pubblico. solo se lo Stato nel proprio interesse “appalta” al privato. Diversamente il privato non ha ragione di esistere. Il pubblico interesse, il bene comune, sono concetti che devono superare ogni possibile ideologia. Qualsiasi ideologia che veda nel privato una contrapposizione al pubblico è senz’altro per definizione da condannare come nemica della Res Pubblica.

Chi più merita dunque abbia di più ma il merito deve essere riconosciuto, socialmente riconosciuto dai chi governa, solo nell’ambito di chi si assume anche attraverso attività private responsabilità sociali, a chi agisce con onestà intellettuale qualsiasi sia la sua collocazione, a chi ritiene con coscienza politica che il suo primo dovere è il dovere verso il prossimo e la cura del sociale, un prius entro il quale e solo per merito del quale gli è concesso il profitto. Nessun merito può essere socialmente riconosciuto a chi ritiene che il proprio impegno si esaurisca nella propria realizzazione, nella fedeltà all’azienda o all’amministrazione di appartenenza, privato o pubblico che sia senza tener conto del debito contratto alla nascita verso il sociale.

Forse per la nostra nascita non dobbiamo essere grati a Dio, ma sicuramente dobbiamo esserlo alla nazione. “Fare il proprio dovere non è obbedire (in guerra come in fabbrica) ma essere responsabili” Ditrich Bonhoeffer. Questa responsabilità deve essere prioritariamente intesa come rivolta agli altri, al pubblico, al sociale, anche in un azienda privata.

Diversamente, chi si cura del privato dei propri interessi in opposizione o anche solo in disparte al bene pubblico offende la moralità civile dell’intero paese e non merita di essere né lodato né riconosciuto, né tantomeno premiato con remunerazioni miliardarie.  Non merita di essere lodato chi si disinteressa di politica, chi si disinteressa del sociale, chi si disinteressa in definitiva della  polis. Noi abbiamo avuto per Presidente del Consiglio un rappresentante del Popolo che ha affermato “Chi non fa il proprio interesse è un coglione”, a testimonianza anche della volgarità della persona che dal  “popolo” viene, che al  popolo appartiene e che dal  popolo viene votata.

Meriti scolastici, intellettuali e altro impiegati in intendimenti diversi dal servire la collettività, dal servire il bene pubblico, intendimenti che nuocciono al bene pubblico vanno senz’altro e in ogni modo ostacolati. Chi “genialmente” inventa prodotti come i “derivati strutturati” dopo una laurea e un master negli Stati Uniti non va premiato per merito, ma meritatamente “decapitato”.

L’idea di una meritocrazia che premia manager istruiti e asserviti a tutti i livelli alla sola Produzione al solo Mercato in un Nuovo Ordine Mondiale “mi fa tremar le vene e i polsi”. Un interesse diretto diversamente dal bene comune dovrebbe comunque essere inteso dai laici di buona volontà come simonia. Soprattutto da quelli se dicenti di sinistra, ai quali si ricorda che alla fin fine meritare significa letteralmente essere degni di avere qualcosa.

 

 

 




Avere ragione

(da La filogenesi culturale )

  (…) La possibilità di fuggire alle regole sia naturali che culturali permette all’individuo una maggiore libertà d’azione. Può scapparci il morto o lo stupro e questo il sociale non lo può tollerare, ma in un caso o nell’altro dubito che l’intolleranza del gruppo agisca da subito; le punizioni per comportamenti indesiderati sono blande e lente a venire a meno che non si tratti di stupri e di morti di “persone” eccellenti e in ogni caso gli investigatori all’epoca non erano particolarmente né abili, né dotati. Per cui come già detto le ammazzatine e la perdita non volontaria della verginità non dovevano essere infrequenti e scarsamente perseguite. Insomma il bullismo se proprio non ben visto meritava al più una tirata d’orecchi, un grugnito più duro di un altro, ma era sicuramente tollerato se non addirittura in più di un caso incoraggiato, e mutatis mutandis arriva sino ai giorni nostri.

La competitività, come l’aggressività, nel maschio rimangono comunque nell’istinto legate a un cromosoma, oggi latente ma non ancora interamente sopito; istinto che viene in genere dirottato verso altri bersagli, bersagli non sempre, meno cruenti e meno crudeli. Questa sublimazione, dirottamento, degli obiettivi cui è legato l’istinto è parte integrante del processo di civiltà. Dirottare obiettivi come la morte dell’altro verso la sua mortificazione non è indifferente, è comunque un progresso. Ma ulteriori e migliori passi sono stati compiuti nella valutazione del prossimo e saranno ripresi più avanti.

Oggi avere ragione, in nulla relaziona con la forza fisica e la violenza, con tutte le limitazioni esposte precedentemente in nota, la ragione si fonda sulle ragioni, ragioni tanto più valide quanto più oggettive, verificabili nei fatti, ma indipendentemente da ciò avere ragione nella competizione significa ancora la sconfitta dell’avversario, e quasi mai cercare insieme la verità come affermazione a vantaggio di tutti. Il desiderio di vittoria che un tempo era espresso dalla forza fisica diviene il desiderio di avere ragione e la sua soddisfazione si ottiene con la sconfitta dell’avversario nell’eloquenza. Non più con la sua morte ma con la sua mortificazione.

In merito ricordo tuttavia, anche se ho sempre interpretato la cosa in senso figurato, che essere sconfitti da un indovinello o nel dialogo per i Greci comportava morte per scoramento. Nel dialogo si dovrebbe solo ascoltare quei punti di vista da noi non considerati per far crescere il Discorso per sé e per gli altri, senza alcuna ansia di imporre il proprio. Fantascienza. Si discute sempre per partito preso.

Molto più indietro nel tempo del tutto indipendentemente da ragioni di giustizia e verità la ragione contrariamente apparteneva unicamente al più forte, la ragione è del più forte, colui che con la forza fisica sconfiggeva il debole aveva ragione anche dello spirito. Tutti i racconti per ragazzi hanno questo alto intendimento morale, il buono prevale sempre anche con la forza fisica. Un ineccepibile realismo domina l’essente.  Ai tempi del nostro eroe al più forte andava l’ammirazione di tutti e la ragione, indipendentemente dai motivi del conflitto. Fino a quando poi con alto ingegno nel medio evo la ragione, la colpa, viene stabilita in modo del tutto analogo con l’ordalia; metti una mano nell’olio bollente e invochi Dio, se non ti bruci sei innocente.

Verità e affermazione di sé sin da allora competono e avere ragione assume nella storia significati diversi a seconda della partecipazione emotiva dell’individuo e del suo potere prima fisico poi temporale nel pretendere la ragione.  Avere ragione ed essere nel giusto a ben vedere sono cose molto diverse. Il legame tra verità e ragione è all’inizio inesistente, non esiste nessuna relazione logica tra i due, il vero viene affermato dalla forza, dalla forza fisica e dal potere. È la prima espressione del realismo, ha ragione solo chi è più forte. Solo successivamente e molto tardivamente si instaura il legame logico ma solo quando i fatti assumeranno importanza nel giudizio e il termine ragione arriverà ad avere il suo significato, quello da ultimo portato anche dalla scienza nell’oggettivazione del mondo e non ancora dalla filosofia e dalla morale.

Ma per moltissimo tempo e ancora oggi nell’uomo comune, il significato di ragione e avere ragione si confondono. Per avere ragione bisogna ritrovare nel mondo quell’oggettività che rinfranchi la propria tesi su un piano logico esistenziale ma ancora oggi si intende avere ragione nella competizione come avere ragione dell’altro ovvero battere l’avversario: un vecchio istinto, l’aggressività fa ancora da padrone e le discussioni anziché cercare la verità cercano come nei duelli, soddisfazione.

Nella biologia di base degli individui, nel ripetersi della dittatura cromosomica nell’ontogenesi, nulla è cambiato, solo una diversa educazione è venuta a sovrapporsi con la cultura a inibire i primordiali istinti, che non cessano per questo di esistere e si manifestano in tutte le occasioni che consentono le circostanze quando per esempio la rabbia fa perdere il lume della ragione lasciando sfogo all’aggressività di fondo: l’stinto represso ma sempre presente se non sufficientemente inibito libera la violenza, l’ultima chance per avere ragione.

L’uomo civilizzato ha imparato solo a dominare l’istinto, non ad annullarlo, la sua manifestazione dipende unicamente dalle capacità di controllarlo e di reprimerlo fino ad un punto oltre il quale, perso il lume della ragione, si scatenano forze primordiali incontrollate; se l’individuo non riesce a tornare al suo equilibrio di base alla così detta calma, le sue azioni saranno guidate dall’istinto fino alle estreme conseguenze, anche fino alla propria morte o alla morte dell’avversario chiunque esso sia. “Ero fuori di me”, denuncia l’affido dell’io all’es e rende l’idea. “Non sai di che cosa sono capace”, confessa nella minaccia la responsabilità. Una frase da prendere in seria considerazione. La richiesta di un perdono a priori ti deresponsabilizza verso qualsiasi atto. La nostra anima non è ancora per intero nelle nostre mani. Il limite in cui stabilire la rabbia, il suo scatenamento, è soggettivo e dipende strettamente dalla cultura posseduta e mai come in questo caso si deve intendere per cultura spirito, e distinguere cultura ed erudizione.

Anche se è più difficile che una persona erudita sia violenta, l’erudizione non esclude il crimine, la cultura se si comprende che cosa per cultura ho inteso è anche il controllo della ubris come educazione dello spirito e il crimine viene dalla cultura a priori escluso senza consentire alibi. Anche se l’individuo non arriva a delinquere coscientemente per intero, il limite viene deciso a priori dalla ragione secondo educazione, ed è soggettivo per ciascuno, ogni individuo decide a priori quando è il caso, ovvero qual è il punto in cui incazzarsi e i limiti possibili da raggiungere con l’incazzatura; da alzare il tono della voce ad alzare le mani. Alzare le mani in passato non solo era tollerato ma approvato. Il maschio alfa se non alza le mani arriva a omega. Che cosa sia giusto fare o non fare riguarda l’ontogenesi.

La ragione è qui intesa solo come la parte razionale legata alla temporalità in opposizione agli istinti, ma sulla maturazione del’io molto deve essere detto. Quando affermo quindi che il punto di collera viene deciso a priori dalla ragione non voglio assolutamente dire che questo venga fissato ragionevolmente, secondo coscienza e volontà, esso può essere benissimo solo il frutto, come per lo più avviene, di condizionamenti ambientali, dell’educazione ricevuta.

Dice Aristotele che quando uno si adira per la cosa giusta, al momento giusto, con la persona giusta, nel modo giusto, nella situazione giusta, ha diritto di adirarsi. Il che significa che se viene a mancare una sola di queste condizioni si perde il diritto. Perdere il lume della ragione può essere a seconda degli individui diverso e la risposta differente.

Il discorso ovviamente si complica e sarà ripreso a partire da queste basi in seguito, qui si vuole solo far comprendere come l’Homo sapiens conservi e non annulli definitivamente tutti i comportamenti pregressi dovuti agli istinti e alle pulsioni e come quindi sia indispensabile conoscere e conoscersi per vivere liberi secondo propria volontà.  Ancora una volta la conoscenza dell’evoluzione dello spirito e la conoscenza dello spirito dentro di noi, è indispensabile per il cambiamento e il cambiamento è indispensabile per la coscienza. Chi si ferma è perduto, chi si ferma non rimane uguale ma arretra e inesorabilmente invecchia, cresce senza maturare.

Nella teoria della cipolla noi siamo composti da una serie di strati sovrapposti, come nella tettonica a strati in cui in epoche diverse si sono depositate risposte diverse ai diversi ambienti di volta in volta incontrati. Possediamo risposte per ogni ambiente pregresso e senza libera coscienza se l’ambiente arretra arretriamo di conseguenza. Se non sappiamo controllarci andiamo in preda al passato, a un io primordiale che noi siamo e non siamo nella misura in cui l’istinto toglie le redini e guida le nostre azioni. Dovremmo rivendicare noi stessi solo nell’ultimo strato quello più alto, più recente e più superficiale perché nel profondo siamo tutti delle bestie.

Esistono dunque due abissi per lo spirito uno all’ingiù e uno all’insù; quanto debba essere alto lo strato che individua al presente la nostra persona rimane indeterminato. Come non esiste limite al tormento, non esiste limite alla santità, chiarire il passato è lo strumento per la bellezza dell’essere.  La via all’ingiù e la via all’insù sono la stessa  (Eraclito , detto l’oscuro).

 

 

 

 

 

 




Molto rigore per nulla.

Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo.  In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda.  Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche.  Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista?  Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?

Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.

La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro.  Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio.  Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà.  Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza.  Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me?  Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione  versus  raccoglimento.  Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.

Possiamo ora azzardare una  prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista.  L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista.  La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”.  La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.

 




Lo spettacolo Beppe Grillo: cinque stelle di pubblico, una di critica

Capi popolo che raccolgono l’inverno del nostro scontento nascono ogni volta che si apre una crisi. Rabbia distruttiva proprio perché non trova sbocchi credibili sulla direttrice del cambiamento radicale. Beppe è un demagogo qualunquista dotato di una rabbia autentica in un cervello non privo di ingegno un po’ sopra le righe: tira calci. Ora ha la possibilità di dire basta ad alcune efferate anomalie di sistema che i partiti istituzionali non hanno saputo contrastare. Tutti  si sono assuefatti a scandali di ogni tipo e di ogni dimensione, non mancando in molte occasioni di parteciparvi. È l’Italia. Verso la cronicità dei mali sociali, mafia, corruzione, evasione fiscale, conflitto di interessi  e quant’altro, i politici si sono limitati a salotti televisivi o agguerrite quanto sterili denunce parlamentarti.

Nessuna azione  esemplare, e soprattutto nessun politico si è mosso per promuovere  cultura nella popolazione. La Cultura, quella che smuove la mentalità della gente per far crescere in civiltà un popolo, non ha mai sfiorato né il pensiero né il cuore a nessun politico, eppure far crescere in civiltà il popolo dovrebbe essere il principale obiettivo di ogni politica, l’impegno principe di ogni partito e di ogni forza sociale: il “ fare politica”. Di questo neppure un pensiero. In nessuno. “Chi non fa il proprio interesse è un coglione” ha dichiarato il Caimano e a sinistra neanche un commento. E già … la  questione morale…Essere anti politici o contro la politica in un paese in cui regna massimamente l’ignoranza,  può significare solo non interessarsi alla sorte di tutti e del paese.

Beppe Grillo non è tanto contro la politica quanto contro i politici per il loro modo di interessarsi alla politica, non avendo costoro in animo il  servizio allo Stato, ma unicamente la loro carriera,  i  loro intrallazzi e giochi di potere. Pensieri retorici e qualunquisti ma come non capirlo? Come non condividerli?  Tutti i politici?  C’è bisogno di rispondere?  Ma che dire di coloro che a difesa rispondono:”non bisogna fare di tutte le erbe un fascio”? Altri cliché, altro qualunquismo. Io vedo solo ignoranza che si oppone a ignoranza. Abissi. Non c’è confine al tormento. La ‘ misura’ gente, la  misura! Non res sed modus in rebus.

Ma anche con le dovute eccezioni,  la misura è colma, colma da un pezzo. Siamo tutti esasperati.  Basta, basta, basta è il grido della piazza neonata, ma è anche il nostro che con i grillini in piazza non siamo andati e che li guardiamo con sufficienza nell’immaturità del loro essere pensando a una nuova e travagliata stagione. Inutile chiedere al neonato che piange di risolvere il problema, inutile e stupido criticarlo. La critica di Grillo è demagogica e qualunquista, ma il suo grido assolutamente opportuno e sensato. Errore gravissimo emarginarlo, fu commesso già a suo tempo con la Lega, e quest’errore ci ha regalato un ventennio di amarezze. Beppe sporca ancora nei pannolini ma invece di criticarlo faremmo bene ad ascoltarlo e aiutarlo. Nel passato abbiamo buttato Bossi nelle mani del Caimano e ci siamo ritrovati in un altro ventennio, l’accostamento di Grillo alla Lega è tanto giusto quanto  inopportuno. Solo la cultura ci salverà.




Appartengo dunque sono.

Che la mentalità presente sia derivazione di una storia passata va da sé, non bisogna dimenticare che ogni individuo è figlio della propria cultura. Tuttavia, esiste sempre il pericolo  del giudizio formulato per appartenenza che implica oltretutto la generalizzazione.

“Appartenenza” e “generalizzazione” sono  bassi modi di pensare e di sentire che investono tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione che nel pensiero e nell’anima oltre questi termini non è in grado di andare; di conseguenza manifestare un’opinione diviene estremamente pericoloso, potrebbe trovare immediato consenso. Tutto questo pone il problema del riconoscimento dell’ignoranza all’interno del popolo e, conseguentemente, della necessità della sua emancipazione: l’ innalzamento del livello di cultura, fino alla metamorfosi della mentalità in seno al popolo.

L’orgoglio di appartenenza, l’odio per il diverso e la generalizzazione si sono mostrati talmente nocivi dopo il nazismo e l’olocausto che “attribuire a un popolo” è divenuto un “tabù”, cosicché ciascuno cova in cuor suo le proprie opinioni senza mai dichiarale ma procurando ugualmente che le stesse abbiano pratica conseguenza.  Il “si sa come la pensa certa gente” non può mai essere certificato perché le opinioni non vengono mai dichiarate e quindi non vengono mai a confronto. Il tabù sulle caratteristiche dei popoli e delle civiltà posto dal relativismo ha bloccato qualsiasi discussione e di conseguenza qualsiasi analisi sociologica che fosse interessata a discernere, distinguere ancorché non a discriminare.

Orbene. Come da noi sempre dichiarato “I popoli non sono uguali”. Ogni fenomeno per essere capito e descritto deve essere conosciuto al di sopra di ogni pregiudizio, nel male così come nel bene: i ‘tedeschi’ sono in un modo, gli ‘italiani’ in un altro. Per certo non  per i cromosomi. Il nostro discrimine più che rifarsi alla fisiognomica si rifà alla mentalità come costitutiva del reale, come attuale testimonianza del grado di avanzamento della cultura di un popolo in ogni sua precipua emergenza.

Forniamo di seguito un buon esempio di come un pensiero ideologico in quanto fondato sull’appartenenza e la generalizzazione possa fare scempio della verità e condizionare negativamente le coscienze; si tratta di diffuse credenze sulla relazione presunta tra alcuni grandi pensatori e il nazismo.

Qui trattiamo quella che riguarda lo psicoanalista Carl Gustav Jung, che continuò, anche dopo la guerra, ad essere oggetto di polemiche e dibattiti. Sia nella sua autobiografia (“Ricordi, Sogni, Riflessioni”) che nella raccolta di testimonianze sulla sua vita Jung parla, appaiono numerosi spunti critici rispetto al fenomeno nazista, che in alcuni suoi scritti e passaggi Jung analizzò – con molta preoccupazione – da un punto di vista psicologico-analitico collettivo. Jung, comunque, consapevole com’era delle falsità di tale accuse, non diede mai troppo peso alla questione. Ma per avere un quadro più ampio è utile riferirsi allo stralcio di un’intervista del 1949:

“Chiunque abbia letto uno qualsiasi dei miei libri non può avere dubbi sul fatto che io non sono mai stato filonazista e tanto meno antisemita; non c’è citazione, traduzione o manipolazione tendenziosa di ciò che ho scritto che possa modificare la sostanza del mio punto di vista, che è lì stampato, per chiunque voglia conoscerlo. Quasi tutti questi brani sono stati in qualche misura manomessi, per malizia o per ignoranza. Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”. Guarda caso, se lette nel loro contesto queste frasi acquistano un significato esattamente contrario a quello attribuito a esse da questi “ricercatori”. Sono state prese da un articolo intitolato “Situazione attuale della psicoterapia”. Perché si possa giudicare il senso di queste frasi controverse, le leggerò per intero il paragrafo in cui ricorrono: “In virtù della loro civiltà, più del doppio antica della nostra, essi presentano una consapevolezza molto maggiore rispetto alle debolezze umane e ai lati dell’Ombra, e perciò sono sotto questo aspetto molto meno vulnerabili. Grazie all’esperienza ereditata dalla loro antichissima civiltà essi sono capaci di vivere, con piena coscienza, in benevola, amichevole e tollerante prossimità dei loro difetti, mentre noi siamo ancora troppo giovani per non nutrire qualche “illusione” su noi stessi… L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà di circa tremila anni, possiede, come il cinese colto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi. L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai, poiché tutti gli istinti e i suoi talenti presuppongono, per potersi sviluppare, un popolo che li ospiti, dotato di un grado più o meno elevato di civiltà. La razza ebraica nel suo insieme possiede perciò – per l’esperienza che me ne sono fatta – un inconscio che si può paragonare solo con alcune riserve a quello ariano. Eccezion fatta per alcuni individui creativi, possiamo dire che l’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare ancora in sé le tensioni di un futuro non nato. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico, il che costituisce al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio di una giovane età che non si è ancora completamente distaccata dall’elemento barbaro”

Dice Jung “Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno 1949: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”.”

Le frasi sottolineate furono estrapolate ad hoc, come in ogni pratica di falsificazione ideologica, e potrebbero essere attribuite sia a filo nazisti che da detrattori “democratici” a dimostrazione che Jung abbia aderito o addirittura sia stato sostenitore di idee razziste. Il brano letto per intero manifesta tuttavia opinioni che pur lontane dall’essere filo alcunché, prendono in considerazione gli ebrei e gli ariani come appartenenti ad una “razza”, e  a razze diverse, motivando la loro diversità su base storica,  culturale biologica e archetipica inconscia: “i suoi istinti e talenti”. Dirà più oltre: “L’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare in sé tensioni di un futuro non nato”. Il concetto di “razza” e di appartenenza viene dunque interamente conservato e Jung si pregia di attribuire alla razza sue precise e precipue caratteristiche.

Ingenuamente Jung parla di “eccezioni” e di un “ebreo medio”, non avendo in cuor suo un intendimento statistico, badando ai fenomeni nella qualità senza analizzare il modo.  La mancanza della misura è difetto di molti, direi anzi di tutti, nessuno sa quantificare i fenomeni nella loro distribuzione e tutta la vita abbiamo assistito a forzature che hanno storpiato ad hoc, secondo difesa della propria tesi, ogni realtà pensando di volta in volta a proprio piacimento qualsiasi “misura”. I giudizi di Jung non sono tuttavia giudizi di valore, Jung semplicemente rileva in pochissime righe quello che gli sembra di aver compreso di un popolo, una razza, gli ebrei, e di un’altra, gli ariani. Rilevandone pregi e difetti che appertengono alla cultura di un popolo non singolarmente agli individui.

Il grado di avanzamento culturale dovrebbe essere oggetto di studio e materia di indagine, per il raggiungimento dell’obbiettivo e lo scopo principale della politica, quello di un avanzamento in civiltà.  Gli incapaci, diversamente, in spregio alla cultura sanno solo prendere provvedimenti economici per vessare le genti, nella pretesa con questo di educare.

 




Miseria e nobiltà

Madrid, 2012

Nulla distrugge lo spirito come la miseria. Ci si può permettere di essere ricchi laddove esiste benessere, non dove  esiste miseria. Quando le condizioni sociali non consentono la sopravvivenza anche solo in parte della popolazione, essere ricchi non è più un lusso, ancorché la condizione sia raggiunta per meriti, ma diviene un affronto, un’offesa, un oltraggio, un sopruso, uno sgarbo, un’insolenza.

Dove esiste miseria e disperazione (suicidi) le diseguaglianze si rendono intollerabili e la lotta contro la plutocrazia prende il nome di giustizia, non già d’invidia.

Una sottile linea rossa divide l’invidia dall’odio, l’odio nasce quando si offende la dignità.  Non siamo a questo punto, ma siamo su una rapida china e se la giustizia non verrà a breve frequentata dalla legge si aprirà un vuoto esistenziale che sarà riempito prima dal rancore e poi dall’odio, un odio di classe. Nuove sanguinose avventure potrebbero allora occupare la prima pagina dei giornali, avventure di cui   la dissennata politica del turbocapitalismo neoliberista si renderebbe moralmente responsabile.

Restituire sovranità agli Stati nazionali con un’alleanza di tutti i partiti e di tutti gli Stati contro l’ internazionale finanziaria è quanto mai al più presto indispensabile.  Solo la cultura ci salverà.




Lacrime nella pioggia

Andiamo a rileggere l’ultima pagina della sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere:

“I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. […] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che […] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.

L’Italia è un paese da sempre malato. L’ignavia è un vizio capitale che affligge da sempre gli umili, i poveri di spirito, come i potenti che dal popolo democraticamente vengono eletti e in animo diversamente non computano.

La verità non viene percepita, poi viene negata. La verità è fatta a brandelli.

E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l’ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».

Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.

Dice Cesare Zavattini che dopo “Sciuscià” (1946) di Vittorio de Sica, film epocale di cui Zavattini fu sceneggiatore, lui e Vittorio si aspettavano una indignazione popolare sulla condizione del carcere giovanile, una presa di posizione dei politici, dei giornali e dell’opinione pubblica. “Non accadde nulla” è il suo sgomento commento.

“La luna e i falò” di Cesare Pavese Paesino del cuneese in cui l’eroe fa ritorno dopo la guerra. Non ci si è accorti di nulla, 60 milioni di morti non hanno turbato le coscienze del villaggio, non c’è stato né un prima né un poi: gatti.

Più indietro ancora. “Sapevo che c’era la guerra, ma me ne sono accorta quando le bombe mi sono cascate sulla testa”, commenta una signora le bombe a Milano durante la seconda guerra mondiale.

Gian Carlo Caselli ancora si indigna di tutto il male che viene dimenticato e ancora lotta per la legalità. Ma nessuna legalità è possibile senza cultura, tra gente che non legge, non si interessa e vota. Sub lege libertas.

Gherardo Colombo invitato a “Che tempo che fa” riassumeva un lungo pensiero dicendo che “pagare le tasse è un obbligo”.  Mi permetto di dissentire “pagare le tasse è un dovere”.  A profani parrà cosa da nulla, ma tra la costrizione e la volontà passano millenni di storia dello spirito. Tra l’imposizione della legge e l’assunzione in proprio di un dovere ha luogo la “coscienza sociale”, un’abissale distanza: dalla dittatura alla democrazia.

La legge obbedisce alla giustizia che deve servire la verità. Non bisogna mai cessare di cercare la verità. La mancanza dei presupposti filosofici di temi come quello della legalità mette il figlio sul trono al posto del padre e la legalità alla verità è solo nipote. Si confonde così la mente di tutti su termini come legalità e democrazia non discriminando  tra obbligo e morale. Gli stolti penseranno a questo come a sofismi, le persone di ingegno ben sanno che su questi temi si gioca il futuro dell’umanità.

Se Dio è morto quale il nuovo mito?




Art.18: sfruttati sul lavoro e socialmente poveri. I moderni schiavi.

Il Governo tecnico lancia un siluro “no-art.18 cruiser” contro PD e Sindacati, un siluro che colpisce nel mezzo le navi e le spacca a metà: due piccioni con una fava. Ora il dilemma: sono loro così idioti da non saperlo o siamo noi così idioti da accettarlo?

Sbaglia la Cgil  temendo un diluvio di licenziamenti, i licenziamenti, se pur ci saranno, saranno limitati, non è questo il punto. Quello che aumenterà sarà invece il ricatto sul lavoro. Ancora una volta il lavoro  concepito come ricatto sulla sopravvivenza: si lavorerà sotto pressione peggiorando il clima e la qualità della vita, dentro e fuori dell’ambiente lavorativo, con aumento del disagio e della conflittualità sociale. Sfruttati sul lavoro e socialmente poveri.

Far lavorare sotto pressione per aumentare la produzione, questo è il vero obiettivo. L’obiettivo non cambia e si chiama sfruttamento. Parola antica che non esce dalla testa dalla ”ideologia neo turbo liberista” che così continuando manderà senza dubbio in rovina il pianeta. Stanno procedendo mondialmente a tappe forzate.

Bersani, scuro in volto, gira la frittata sul solito ritrito cliché: “Pensiamo all’Italia”, pronto e rassegnato alla prossima batosta elettorale (amministrative). La battaglia in Parlamento sarà persa perchè la legge che introduce il ricatto sul lavoro si fonda essa stessa come ricatto politico sulla tenuta del Governo e dunque passerà, con il minor numero di consensi mai avuto fin qui, ma passerà. L’idea di far cadere il governo oggi è impraticabile dato il prestigio con cui Monti ha accreditato il nostro paese all’estero, di fronte allo ”imperialismo del mercato”, ma il prezzo è altissimo: accettare di essere i moderni schiavi. Solo la Cultura ci potrà salvare.




Fine dell’Euro o della Grecia?

Grecia, febbraio 2012: “La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti d’immondizia e dormono per strada.”

Chi lo dice? Mikis Theodorakis  in una lettera aperta del 12 febbraio scorso. Punto di riferimento per l’opinione pubblica di sinistra, al ritorno della democrazia in Grecia, quando il governo socialista guidato da Andreas Papandreou si trova al centro di alcuni scandali di corruzione, Theodorakis per qualche tempo si schiera con il centro-destra, riconciliandosi con la sinistra soltanto dopo l’uscita di scena di Papandreu.

(…) “Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine ho sopravvissuto ancora.”

(…) “Esiste un complotto internazionale con obbiettivo la cancellazione del mio paese. Hanno iniziato dal 1975 con obbiettivo la civiltà neo-greca, hanno continuato con la distorsione della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale ed adesso stanno cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.”

(…)  “ … dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “v. Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione.”

 (…) “Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troica.”

(…) “Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere- rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio dal primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO!”

 (…) “Qui assistiamo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.” (…)

Non condivido l’opinione di un ‘complotto internazionale per affossare la Grecia’ e neppure penso ad un complotto internazionale in mano alle banche e al Fondo Monetario Internazionale. Il mondo è acefalo, questo è il dramma, e il potere è in mano a gente completamente insipiente che nulla sapendo pensa solo al proprio interesse, a salvare il proprio e poi si vedrà.

Ritengo diversamente che il vero nemico sia la stupidità, l’economia senza la politica, l’economia senza la cultura e chi l’appoggia, l’indicibile e intollerabile insipienza con cui chi regge le sorti economiche dell’umanità si rende servo acefalo di un’economia liberista senza avere la minima idea di dove dirigere la barra né del caos in cui stanno gettando l’intero pianeta ( ambiente incluso). Costoro non trovano di meglio che arricchirsi ulteriormente e affamare i popoli.

Finiamola di pensare che sono “intelligenti”, sono solo “astuti”, avidi, corrotti, disonesti, stupidi e volgari e ricchi, immensamente ricchi e immensamente ricchi rimarranno finché il popolo sarà avido, corrotto, disonesto, stupido e volgare e invidierà chi è ricco, chi è potente, chi ha successo condividendone i valori.

Riuscite a capire ora? L’economia liberista è una chiavica e il potere è in mano a dei miopi sorci cui interessa solo mangiare il formaggio. Ma i sorci prosperano sulla mentalità del popolo che la stessa mentalità nei valori condivide.  Cultura, si impone cultura.




Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.

Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte.  L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.

È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il  “lavoro sporco”  in attesa del ritorno.  Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.

Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese.  Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.

Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.

In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.

Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.  Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto.  Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.

Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.

Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.

Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista.  Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.

Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default  sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.

Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.

Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.

Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.

Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.

Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.

Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve  cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.




Un Augurio per l’Italia: Viva la IIIª Repubblica !

Nel primo trimestre del Nuovo Anno si potrà valutare la “fase 2” della manovra economica di risanamento della nostra economia e quindi la stabilità stessa del Governo Monti.  Intanto qui rivolgiamo al Paese gli auguri per un ingresso nella IIIª Repubblica, ricordando il discorso del 4 marzo 1933  di Franklin Delano Roosevelt, pronunciato per l’insediamento alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America (poco prima, il 30 gennaio 1933, Hitler divenne Cancelliere del Reich).

Il discorso è una prova di come la politica e l’economia possono diventare strumenti efficaci per le grandi trasformazioni dei popoli solo quando si poggiano sulla cultura.

Prima di lui Herbert Clark Hoover, Presidente  degli Stati Uniti d’America  dal 1929 al 1933, affrontò la grande depressione proponendo l’austerità, ma fallì miseramente.  F.D.Roosevelt, Presidente dal 1933 fino al 1945, invece risolverà la crisi  redistribuendo il reddito e aumentando i salari.

f-d-roosevelt

Presidente Hoover, signor Giudice Supremo, amici.


Questo è un giorno di solennità nazionale, e sono certo che in questo giorno i miei connazionali si aspettano che, nell’assumere la presidenza, mi rivolga a loro con la franchezza e la fermezza che l’attuale situazione del nostro popolo esige. 

Questo è decisamente il tempo di dire la verità, tutta la verità con franchezza e coraggio.
 Né abbiamo bisogno di evitare di affrontare onestamente le condizioni del nostro paese, oggi. 

Questa grande nazione resisterà come ha resistito, risorgerà e prospererà.  Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa, la paura anonima, irrazionale, ingiustificata che paralizza gli sforzi necessari per trasformare il regresso in progresso.


In ogni ora oscura della nostra vita nazionale, una leadership franca e vigorosa si è incontrata con la comprensione e il supporto del popolo stesso, che è essenziale per la vittoria.  Sono convinto che darete ancora quel supporto alla leadership, in questi giorni critici.
 Con questo spirito, per quanto è nella mia e nella vostra parte, affrontiamo le nostre difficoltà comuni. Queste riguardano, grazie a Dio, soltanto aspetti materiali.

I titoli sono precipitati a livelli irrisori; si è verificato un incremento delle tasse; il nostro potere d’acquisto è caduto; ogni ramo dell’amministrazione è minacciato da una seria riduzione delle entrate; le foglie secche delle imprese industriali si accumulano ovunque attorno a noi; i contadini non trovano mercato per ciò che producono; i risparmi di molti anni in molte migliaia di famiglie sono scomparsi.
Inoltre, ed è ancora più importante, molti cittadini disoccupati affrontano il severo problema dell’esistenza, e un numero ugualmente elevato si affatica al lavoro con scarsissimo profitto. Solo un pazzo ottimista può negare le lugubri realtà di questo momento.

Tuttavia i nostri problemi non provengono da alcun fallimento sostanziale. Non siamo perseguitati dalla piaga delle cavallette. In confronto ai pericoli che i nostri progenitori superarono perché avevano fede e non avevano paura, abbiamo ancora molto da essere grati. 
La natura continua a offrirci i suoi doni, e gli sforzi dell’uomo li hanno moltiplicati.

L’abbondanza è dietro la porta, ma languiamo nel bisogno. Questo accade, in primo luogo, perché chi regola lo scambio dei beni ha fallito per la sua testardaggine e incompetenza, ha ammesso il fallimento, e ha abdicato.


Le pratiche degli operatori economici senza scrupoli sostengono ora l’accusa dell’opinione pubblica, e sono respinte dal cuore e dalla mente degli uomini.
 In verità, hanno provato, ma i loro sforzi sono caduti nel modello di una tradizione già superata.

Davanti alla crisi del credito, hanno proposto solo il prestito di più denaro. Mancando l’esca dei profitti con i quali indurre la gente a seguire la loro falsa leadership, hanno fatto ricorso alle implorazioni, supplicando lacrimosamente di ridar loro fiducia. Conoscono solo le regole di una generazione di egoisti. Non hanno una visione, un progetto per il futuro, e quando non ci sono progetti, il paese perisce.


I cambiavalute sono fuggiti, hanno abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civiltà. Noi possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verità. La misura di questa restituzione sarà lo sforzo di considerare i valori sociali più nobili dei profitti monetari.


La felicità non consiste nel semplice possesso di denaro: consiste nella gioia della ricerca, nel brivido dello sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono essere ancora dimenticati nella folle caccia a profitti illusori.

Questi giorni oscuri ci costano molto, ma avranno molto valore se ci insegneranno che il nostro destino non è di essere serviti, ma di servire noi stessi e i nostri concittadini.


Il riconoscimento della falsità della ricchezza materiale come standard di successo va di pari passo con l’abbandono della falsa credenza che gli uffici pubblici e le alte posizioni politiche debbano essere valutate solo con l’orgoglio delle cariche o con il profitto personale; e deve finire la condotta nell’attività bancaria e negli affari che troppo spesso ha dato a un’attività importantissima l’aspetto di un comportamento negativo, insensibile ed egoista. 


C’é poco da meravigliarsi che la fiducia manchi, perché si basa solo sull’onestà, sull’onore, sulla giustizia dei contratti, sulla leale protezione, sul comportamento non egoista; senza queste basi, non sopravvive.


La ricostruzione richiede, comunque, non solo un cambiamento etico.  Questa nazione chiede fatti, e fatti immediati.
 Il nostro più importante compito è di rimettere la gente al lavoro.  Non è un problema irrisolvibile, se lo affrontiamo con saggezza e coraggio.

Potrà essere risolto da un lato tramite un reclutamento diretto da parte del governo stesso, trattando la questione come tratteremmo l’emergenza di una guerra, ma nello stesso tempo, attraverso questo impiego, portando a termine progetti estremamente necessari per stimolare e riorganizzare l’uso delle risorse naturali. 


Ci sono molti modi in cui il compito può essere agevolato, ma la soluzione non sarà mai resa più agevole semplicemente parlandone.  Dobbiamo agire, e subito.


Infine, nel nostro procedere verso la ripresa del lavoro, abbiamo bisogno di due salvaguardie contro il ritorno dei mali del vecchio ordinamento: ci deve essere una stretta supervisione sull’attività bancaria, il credito e gli investimenti, così che verrà posta fine alla speculazione con il denaro altrui; e deve essere prevista un’adeguata e sana circolazione monetaria.


Ricambierò la fiducia in me riposta con il coraggio e la dedizione che si addicono a questo momento.  E’ il meno che possa fare.  Chiediamo umilmente la benedizione di Dio.  Possa proteggere ciascuno di noi, possa guidarmi nei giorni che verranno.




Le vite degli altri

Credo che di fronte a sacrifici richiesti ai soliti noti bisognerebbe almeno chiedere la loro solidarietà, dimostrare che i provvedimenti presi sono nel loro interesse, chiedere la loro comprensione e la collaborazione.

A questo scopo slogan stupidi e retorici come “modernità” e “no ai totem e tabù” odiosamente ripetuti sono oltremodo offensivi. Provocano rabbia sociale.

“Maggior flessibilità” tradotto nella pratica significherà una maggior libertà di licenziare, maggiore ingiustizia, e chiamare retorica la giustizia può essere molto pericoloso, è pericoloso rompere il patto sociale. Una contraddizione per chi come impegno si era riproposto equità, ha dichiarato agli italiani di non voler colpire i soliti noti e si è riproposto una diminuzione della disoccupazione.

Queste parole mi avevano fatto ben sperare e le lacrime della Fornero mi avevano anche illuso della necessità della manovra. Ma la retorica oggi in atto in cliché alla nausea ripetuti “modernità”, “no ai totem” “no ai tabù” e l’accusa ai sindacati di “retorica passatista”, dà l’idea di aver abbracciato in pieno tesi di Marchionne  e di voler portare un attacco frontale al cuore del sindacato, non inteso come l’attuale sindacato, ma all’istituzione; dà l’idea della continuità col passato governo: una mancata coscienza della vita degli altri.




Avviso di pubblicazione

Si  prosegue su questo sito la pubblicazione  di parti dell’opera inedita  La Filogenesi culturale, di Walter Bocelli.  Dopo l’ Introduzione  un secondo  capitolo dal titolo Fondamenti per una teoria della Filogenesi culturale. Come in un libro giallo letto  al contrario: si comincia conoscendo l’assassino per scoprire  poi il percorso che porta a smascherarlo.




Solo la cultura ci salverà.

Per gli antichi romani la virtus era il valore in battaglia, la virtus era il modello da imitare. Con un respiro “storico” più ampio mi sono chiesto quali fossero i modelli da imitare.

La forza fisica è stato il primo modello in uso sul pianeta. Dominare significava essere più grandi e con questo anche più forti. Per centinaia di milioni di anni il pesce più grosso ha divorato il più piccolo.

Ma già in natura una nuova virtus emergente faceva capolino: l’astuzia. Nell’uomo l’astuzia è presto divenuta sinonimo di intelligenza e tale è rimasta per centinaia di migliaia di anni fino ai giorni nostri.

Diversamente, qualche millennio fa, una nuova emergenza ha sancito che collaborare è meglio che competere. Si tratta della compassione, una nuova forza che riconosce nell’altro la persona e ne porta la responsabilità per un destino comune nella coesistenza.

È un emergenza che ha rivoluzionato lo spirito dell’umanità e a cui sola spetterebbe il nome di intelligenza. Nel tempo ha portato a dire “gli uomini nascono liberi”, poche parole che hanno sconvolto l’assetto politico, sociale ed economico del pianeta.

Portiamo dentro di noi tutto il passato: centinaia di milioni di anni di natura contro poche centinaia di migliaia di cultura e contro poche migliaia di storia. Eppure queste emergenze si sono mostrate vittoriose. Tuttavia, il passato non è ancora stato superato e cova dentro ciascuno sotto le ceneri. L’amore per il prossimo non ha visto ancora piena luce.

Ancora viene  scambiata dai più la furbizia con la “intelligenza”, ancora resiste questa pesante eredità nella cultura. In tutte le culture,  comprese quelle democratiche.

Il sesso, il possesso e l’astuzia (furbizia) rimangono spesso i soli valori sociali, soprattutto presso il “popolo” e la “cultura del popolo”, che  costituiscono il fondamento di ogni regime e di ogni democrazia.  Solo la cultura ci salverà.




Come le foglie al vento.

Ho  seguito lunedì 14/11 la risposta delle Borse alla nomina di Monti: all’apertura un rialzo che è arrivato a toccare il 2%, poi la probabile notizia di un emerito esponete europeo che afferma che non è il cambiamento di un governo che potrà rimediare alla crisi e il mercato chiude a meno 2.

Dice Feltri “La borsa è nevrile (eccitabile) come un cavallo, basta un fruscio di foglie per provocare delle reazioni”. Nessuno lo contraddice. Su questo tutti concordano. A questo sono affidate le sorti dell’umanità, questo il mercato e le sue leggi.

Siamo un corpo acefalo governato dal panico. Gli umori del mercato guidano la politica. Chi più può influenzare il mercato più ha potere, più dei poteri nazionali, al di sopra della loro sovranità, potere per minacciare le democrazie e per impoverire intere nazioni.

È intollerabile! Occorre assolutamente reagire! In momenti di crisi occorre solidarietà. L’unica chance è l’istituzione prima possibile di un Governo Centrale Europeo che prenda le briglie del mercato. O così o il tunnel non vedrà la luce.