L’importanza di chiamarsi…onesto.
In una ragnatela di fatti quotidiani ci siam forse dimenticati di essere compagni? A chi si chiede che cosa si debba intendere per cultura è bene richiamare un concetto fondamentale. La cultura non si esprime solo attraverso la scienza, l’arte o lo spettacolo, ma nel concreto della vita quotidiana, nelle relazioni sociali tra individuo e individuo e individuo e istituzioni.
Il legame che unisce ogni singolo individuo con il prossimo è di natura morale e si fonda su determinati valori, valori che sono stati vessati nel nostro paese in modo ignominioso negli ultimi vent’anni da una parte politica e trascurati colpevolmente dall’altra.
Il recupero di questi valori è fondamentale per la rinascita. Con fratellanza e amicizia, da un punto di vista oggettivo, si indica un tipo di legame sociale accompagnato da un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone caratterizzato da una rilevante carica emotiva e fondante la vita sociale, un rapporto alla pari basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità.
Tracciando un profilo del valore e della natura dell’amicizia ci si deve opporre alla creazione di relazioni personali a scopo di sostegno politico per un legame interessato, ma diversamente si deve porre alle fondamenta valori come virtus e probita, onestà intellettuale, al di là di ogni “cerchia” ristretta, della nobilitas o della casta, in una disperata necessità di rapporti sinceri.
Ricordiamo la Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione francese dell’anno III (1795), dove la Fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita così: «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi; fate costantemente agli altri il bene che vorreste ricevere».
Flussi e reflussi economici.
Se potessi controllare le dieci banche più potenti del mondo farei così: abbasserei i tassi di interesse a livelli minimi in modo che tutti prendano a prestito denaro dalle banche indebitandosi. La massa monetaria riversata sul mercato avvia l’economia. Si costruiscono case, sorgono imprese, strutture e infrastrutture. Tutti beni immobili tangibili reali. Poi alzerei progressivamente i tassi di interesse finché la gente non sarà più in grado non solo di restituire il capitale ma neppure gli interessi sul debito. A quel punto tutti saranno costretti a vendere, i prezzi di ogni bene crollerà e io acquisterei tutto per pochi spiccioli.
Semplicissimo. Se è possibile perché non farlo? Ma i soldi per finanziare tutti all’inizio dove li trovi? Semplicissimo, prima li stampavo, adesso mi basta digitare.
Ma non hai paura che la gente capisca e si ribelli? Nessun problema. Chiameremo il progetto Mercato, Economia e Alta finanza e ci serviremo di tecnici che complicheranno il sistema in modo tale che nessuno ne capisca niente, neppure i tecnici che ci lavorano. La gente poi non si interesserà più a nulla. La gente del resto pensa a cose concrete, pensa alla pagnotta. Semplice e geniale, facciamolo. Già fatto.
Nel difficile 1936, attaccato dal grande establishment conservatore, nel mezzo di una crisi non meno grave dell’attuale, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Franklin D. Roosevelt, così parlò alla sua gente in un intervento elettorale al Madison Square Garden:
“Per quattro anni avete avuto una amministrazione che invece di girarsi i pollici si è arrotolata le maniche della camicia. E terremo queste maniche arrotolate. Abbiamo dovuto combattere con tutti i vecchi nemici della pace, il monopolio finanziario e degli affari, la speculazione, le pratiche bancarie senza scrupoli, l’antagonismo di classe, la speculazione di guerra. Hanno cominciato a considerare il governo degli Stati Uniti come una semplice appendice dei loro affari. E ora noi sappiamo che il governo del denaro organizzato è tanto pericoloso quanto il governo delle masse organizzate. Mai prima nella storia del nostro Paese queste forze sono state così unite contro un candidato. Unanimi nel loro odio contro di me – e io dò il benvenuto al loro odio “.
La cattiva politica
“Papà, ma lo sai che se dai del “ladro” a un ladro commetti ugualmente un reato?”. Lo sapevo. Chi da del ladro a un ladro si rende colpevole del reato di diffamazione indipendente dalla veridicità dell’asserito. Ma mio figlio è avvocato, crede nella legge in modo assoluto.
Chi invece non ci crede è il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che pure conosce la legge, il quale ha dato del “corruttore” a Berlusconi. Alla trasmissione “Ballarò” ha dichiarato che non teme di essere incriminato in quanto quando convocato dimostrerà la veridicità di quanto asserito pur sapendo che la veridicità del fatto non assolve l’attore della denuncia. ia chiaro fin da ora che anche qualora Fini fosse condannato per diffamazione questo non scagionerebbe in nulla Berlusconi. Non dubito che giornali faziosi e mendaci che si rivolgono a un popolino tifoso, ignorante e di parte non mancheranno per l’occasione di trarre benefici dell’accaduto.
Ma ora la domanda è questa : sapendo che la veridicità dell’accusa non assolve l’attore dal reato di diffamazione, perché Fini l’ha fatto? Credo che a Fini siano saltati i nervi e che l’accusa gli sia sfuggita in un clima di esasperazione e ora per rimediare stia dicendo a Berlusconi “se non ritiri la denuncia io parlo”. E a parlare non sarà un pentito ma il Presidente della Camera. Le orecchie dei magistrati non potranno essere le stesse. L’arroganza dovrà rimanere fuori dall’aula anche per loro, anche quella di mestiere.
Tutto questo si vedrà o forse non si vedrà quello che ora è certo è che noi viviamo in un Paese in cui il Presidente della Camera è accusato di diffamazione dall’ex Presidente del Consiglio, e in cui l’ex Presidente del Consiglio è accusato di corruzione dal Presidente della Camera. Urbi et orbi questo non è mai accaduto nella storia. Un altro indubbio primato.
Populus populi lupus
Così parlò Franco Fiorito: “E poi in carcere non credo che troverò gente peggiore di quella che ho frequentato in regione e nel partito. Anzi” e ancora: “Hanno abusato della mia negligenza”. Dove e come ha vissuto certa gente ? Che visione ha avuto del mondo? Chiamano “realismo“ ciniche realtà indifferenti ai bisogni altrui e fedeli al pensiero individualistico e utilitaristico.
“Anch’io in gioventù credevo … poi la dura realtà” dicono. Banalissimi cliché, spiriti immaturi precocemente maturati che non si smuovono e non progrediscono per tutta la vita, povertà intellettuale che si realizza in pochissimi assiomi e pochissime frasi. Loro, che hanno capito la vita, mostrano in questa bella e profonda pensata la pochezza dell’uomo e la debolezza dello spirito. Si nutrono di volgarità a dismisura, che piacciono al popolino e che il popolino volentieri compiace.
Costoro, appartengano o meno al popolo, quelli che appartengono al popolo sono i peggiori, una volta fatta la “scelta” si circondano di “amicizie” viziate all’origine da comportamenti che si adeguano alle circostanze mirando a trarne comunque profitto. Cercano ovunque “compagni di merende”, sorridono e sorridendo condannano con sufficienza qualsiasi morale, condannando la morale come moralismo. Morale non è cosa che si mangia, dicono, e il popolino è d’accordo. Morale è cosa che riguarda comunque gli altri, meglio anzi se non riguarda nessuno: una immoralità condivisa aiuta il potere.
“I giovani, insistono, sono solo degli idealisti, degli illusi”. Anche Fiorito è stato giovane, anche lui ha tirato le monetine a Craxi. Errori di gioventù, di quando anche lui si illudeva. ”La realtà è un’altra” dicono e si dicono e compiacciono se stessi in ogni genere di iniquità che rechi loro, per quanto piccolo, qualche vantaggio. Chiamano per nome il barista: “Luigi, un caffè per cortesia”, sono democratici loro, in fabbrica si mettono l’elmetto. “Dammi mille lire e voto per chi vuoi”. Se occorre stringono le mani a tutti. Stringere mani non costa nulla, porta solo benefici. Avere la faccia come il culo è assoluta necessità, un insegnamento di vita che ha il suo tornaconto e lascia gli altri ad abbaiare. Sorrisi in pubblico e privata arroganza. Lacchè e cani devono stare al loro posto. Ai lacchè tocca qualche volta, rara o molto rara, la galera. “Certo Fiorito, ti credo, ti crediamo, non eri certo il peggiore. Anzi”. Tu il capo espiatorio, tu a scontare per tutti. Del resto che vuoi, è sempre così, bisogna essere realisti”.
Avidità, cinismo, realismo e mansioni atte a ricevere un emolumento con il quale soddisfare la propria crapuloneria. “Avevo un tremendo bisogno di questo Suv”, (Franco Fiorito). Si riassume in questa morale la cattiva politica, il berloscon pensiero, la dottrina che ancora regge le sorti del Paese che da una mentalità paesana non si è mai emancipato.
Bisogna riflettere che sono queste, con questa morale, le persone che occupano gli scranni e che se sono queste le persone di cui molta gente nel popolo condivide la “morale” e che vota. Gente arresi da sempre che si proclama vincitrice per essere salita sul carro o invidiosa perché non c’è salita. Bisogna riflettere e comprendere che al di sopra di intendimenti economici nulla cambia se non in proporzione al cambiamento della mentalità. Solo la cultura ci salverà.
L’deologia meritocratica.
L’ultimo mito della società turbo capitalista relativamente a ciò che deve essere inteso come valore è “il merito”. Questo nuovo totem è il nuovo tabù. Divenuto ormai bipartisan e se si preferisce trasversale. L’affermarsi di criteri meritocratici è ormai principio accettato dalle parti. Adesso basta con i somari! Riflessione profonda e decisiva.Per mia intelligenza, differentemente, i somari esistono ancora e sono proprio tra le persone che dicono basta e inneggiano alla meritocrazia. Usando un linguaggio platonico evidenzio che una cosa è l’intelligenza, una cosa è lo spirito. Per spirito intendo la maturazione dell’anima attraverso la morale, la rinuncia all’interesse personale per amore del bene comune; amore per l’onestà unitamente all’amore per la verità: onestà intellettuale.
Spirito e morale sono necessariamente collegati; diversamente, in nulla con la morale relaziona l’intelligenza, il cui uso può essere fatto in ogni direzione a qualsiasi scopo, ad di là del bene e del male. Per realismo dice qualcuno. A nulla serve avere gente preparata nelle università se il prodotto finale è un centodieci e lode in assenza di spirito. Può essere anzi controproducente, o anche molto controproducente: una persona preparata o molto preparata, può essere immatura o anche molto immatura, e avida o anche molto avida. Pronta a vendersi l’anima e anche a servire il demonio. Non per nuoce al prossimo ma solo per interesse personale, senza malanimo né offesa per alcuno.
Come si usa dire: “niente di personale”. Una coscienza autoripulente. Lava, asciuga, stende e stira. Sempre come nuova.
L’idea di laureati centodieci lode asserviti che competono sgomitando o si arrampicano come le scimmie che si arrampicano lasciando la plebe nel fango da cui desiderano e disperano di emergere, intelligentissimi arrivisti che socialmente acquisiscono meriti solo per interesse personale personalmente mi sgomenta e dovrebbe allarmare tutti. Gli studenti non devono solo pensare a studiare ma anche a formarsi una coscienza sociale, entrambe le condizioni sono indispensabili. Un “voto” anche in quel senso si renderebbe indispensabile, ma in quel senso non esiste nessuna disciplina e nessuna preparazione. Neppure per la formazione morale e politica di dirigenti in qualità di servitori dello Stato. L’educazione morale è cessata con Platone e le scuole platoniche.
Non è chi è più preparato che più merita, preparazione e merito sono concetti distinti. Merita di più più si rende socialmente utile secondo il concetto del servire sia con la preparazione che con la conoscenza del sociale nel senso del “servire”.
Un buon medico dice Platone non è chi conosce la cura, ci mancherebbe altro, ma chi si prende cura del paziente. Il paziente è la coinè, la cosa pubblica. Meritevoli sono solo i servitori della cosa pubblica, della res publica, i servitori dello Stato. Qualsiasi sia la posizione sociale occupata è interesse di tutti occuparsi di tutti. Chi si sottrae a questo dovere deve essere inteso come nemico della cosa pubblica e indipendentemente dalle capacità personali non gli deve essere riconosciuto alcun merito. Diversamente da quanto affermato da Sgarbi citando il Croce “l’unico uomo onesto è un uomo capace”, Platone evidenzia molto più profondamente che “L’unico uomo onesto è l’uomo che si prende cura del prossimo secondo le proprie capacità”. E ci mancherebbe altro per Platone che non si avessero capacità. Si tratta di una condizione necessaria, ma non sufficiente.
Un buon governante trova la cura adatta, ma il suo fine è la felicità del popolo nella sua totalità cosa di cui mai e poi mai si deve scordare. Aziende e produzione sono utili solo se e nella misura in cui la loro attività si svolge e contribuisce alla collettività nel superiore interesse della collettività, solo se l’azienda e la produzione servono il Paese, solo se e nella misura in cui l’azienda e la produzione contribuiscono al bene comune, se agiscono all’interno di questa unica morale, nell’assunzione di questa responsabilità. Il “privato” deve esistere solo per concessione dello Stato ed è concesso dallo Stato solo se lo Stato riconosce nel privato un modo migliore di contribuire all’interesse pubblico. solo se lo Stato nel proprio interesse “appalta” al privato. Diversamente il privato non ha ragione di esistere. Il pubblico interesse, il bene comune, sono concetti che devono superare ogni possibile ideologia. Qualsiasi ideologia che veda nel privato una contrapposizione al pubblico è senz’altro per definizione da condannare come nemica della Res Pubblica.
Chi più merita dunque abbia di più ma il merito deve essere riconosciuto, socialmente riconosciuto dai chi governa, solo nell’ambito di chi si assume anche attraverso attività private responsabilità sociali, a chi agisce con onestà intellettuale qualsiasi sia la sua collocazione, a chi ritiene con coscienza politica che il suo primo dovere è il dovere verso il prossimo e la cura del sociale, un prius entro il quale e solo per merito del quale gli è concesso il profitto. Nessun merito può essere socialmente riconosciuto a chi ritiene che il proprio impegno si esaurisca nella propria realizzazione, nella fedeltà all’azienda o all’amministrazione di appartenenza, privato o pubblico che sia senza tener conto del debito contratto alla nascita verso il sociale.
Forse per la nostra nascita non dobbiamo essere grati a Dio, ma sicuramente dobbiamo esserlo alla nazione. “Fare il proprio dovere non è obbedire (in guerra come in fabbrica) ma essere responsabili” Ditrich Bonhoeffer. Questa responsabilità deve essere prioritariamente intesa come rivolta agli altri, al pubblico, al sociale, anche in un azienda privata.
Diversamente, chi si cura del privato dei propri interessi in opposizione o anche solo in disparte al bene pubblico offende la moralità civile dell’intero paese e non merita di essere né lodato né riconosciuto, né tantomeno premiato con remunerazioni miliardarie. Non merita di essere lodato chi si disinteressa di politica, chi si disinteressa del sociale, chi si disinteressa in definitiva della polis. Noi abbiamo avuto per Presidente del Consiglio un rappresentante del Popolo che ha affermato “Chi non fa il proprio interesse è un coglione”, a testimonianza anche della volgarità della persona che dal “popolo” viene, che al popolo appartiene e che dal popolo viene votata.
Meriti scolastici, intellettuali e altro impiegati in intendimenti diversi dal servire la collettività, dal servire il bene pubblico, intendimenti che nuocciono al bene pubblico vanno senz’altro e in ogni modo ostacolati. Chi “genialmente” inventa prodotti come i “derivati strutturati” dopo una laurea e un master negli Stati Uniti non va premiato per merito, ma meritatamente “decapitato”.
L’idea di una meritocrazia che premia manager istruiti e asserviti a tutti i livelli alla sola Produzione al solo Mercato in un Nuovo Ordine Mondiale “mi fa tremar le vene e i polsi”. Un interesse diretto diversamente dal bene comune dovrebbe comunque essere inteso dai laici di buona volontà come simonia. Soprattutto da quelli se dicenti di sinistra, ai quali si ricorda che alla fin fine meritare significa letteralmente essere degni di avere qualcosa.
Avere ragione
(da La filogenesi culturale )
(…) La possibilità di fuggire alle regole sia naturali che culturali permette all’individuo una maggiore libertà d’azione. Può scapparci il morto o lo stupro e questo il sociale non lo può tollerare, ma in un caso o nell’altro dubito che l’intolleranza del gruppo agisca da subito; le punizioni per comportamenti indesiderati sono blande e lente a venire a meno che non si tratti di stupri e di morti di “persone” eccellenti e in ogni caso gli investigatori all’epoca non erano particolarmente né abili, né dotati. Per cui come già detto le ammazzatine e la perdita non volontaria della verginità non dovevano essere infrequenti e scarsamente perseguite. Insomma il bullismo se proprio non ben visto meritava al più una tirata d’orecchi, un grugnito più duro di un altro, ma era sicuramente tollerato se non addirittura in più di un caso incoraggiato, e mutatis mutandis arriva sino ai giorni nostri.
La competitività, come l’aggressività, nel maschio rimangono comunque nell’istinto legate a un cromosoma, oggi latente ma non ancora interamente sopito; istinto che viene in genere dirottato verso altri bersagli, bersagli non sempre, meno cruenti e meno crudeli. Questa sublimazione, dirottamento, degli obiettivi cui è legato l’istinto è parte integrante del processo di civiltà. Dirottare obiettivi come la morte dell’altro verso la sua mortificazione non è indifferente, è comunque un progresso. Ma ulteriori e migliori passi sono stati compiuti nella valutazione del prossimo e saranno ripresi più avanti.
Oggi avere ragione, in nulla relaziona con la forza fisica e la violenza, con tutte le limitazioni esposte precedentemente in nota, la ragione si fonda sulle ragioni, ragioni tanto più valide quanto più oggettive, verificabili nei fatti, ma indipendentemente da ciò avere ragione nella competizione significa ancora la sconfitta dell’avversario, e quasi mai cercare insieme la verità come affermazione a vantaggio di tutti. Il desiderio di vittoria che un tempo era espresso dalla forza fisica diviene il desiderio di avere ragione e la sua soddisfazione si ottiene con la sconfitta dell’avversario nell’eloquenza. Non più con la sua morte ma con la sua mortificazione.
In merito ricordo tuttavia, anche se ho sempre interpretato la cosa in senso figurato, che essere sconfitti da un indovinello o nel dialogo per i Greci comportava morte per scoramento. Nel dialogo si dovrebbe solo ascoltare quei punti di vista da noi non considerati per far crescere il Discorso per sé e per gli altri, senza alcuna ansia di imporre il proprio. Fantascienza. Si discute sempre per partito preso.
Molto più indietro nel tempo del tutto indipendentemente da ragioni di giustizia e verità la ragione contrariamente apparteneva unicamente al più forte, la ragione è del più forte, colui che con la forza fisica sconfiggeva il debole aveva ragione anche dello spirito. Tutti i racconti per ragazzi hanno questo alto intendimento morale, il buono prevale sempre anche con la forza fisica. Un ineccepibile realismo domina l’essente. Ai tempi del nostro eroe al più forte andava l’ammirazione di tutti e la ragione, indipendentemente dai motivi del conflitto. Fino a quando poi con alto ingegno nel medio evo la ragione, la colpa, viene stabilita in modo del tutto analogo con l’ordalia; metti una mano nell’olio bollente e invochi Dio, se non ti bruci sei innocente.
Verità e affermazione di sé sin da allora competono e avere ragione assume nella storia significati diversi a seconda della partecipazione emotiva dell’individuo e del suo potere prima fisico poi temporale nel pretendere la ragione. Avere ragione ed essere nel giusto a ben vedere sono cose molto diverse. Il legame tra verità e ragione è all’inizio inesistente, non esiste nessuna relazione logica tra i due, il vero viene affermato dalla forza, dalla forza fisica e dal potere. È la prima espressione del realismo, ha ragione solo chi è più forte. Solo successivamente e molto tardivamente si instaura il legame logico ma solo quando i fatti assumeranno importanza nel giudizio e il termine ragione arriverà ad avere il suo significato, quello da ultimo portato anche dalla scienza nell’oggettivazione del mondo e non ancora dalla filosofia e dalla morale.
Ma per moltissimo tempo e ancora oggi nell’uomo comune, il significato di ragione e avere ragione si confondono. Per avere ragione bisogna ritrovare nel mondo quell’oggettività che rinfranchi la propria tesi su un piano logico esistenziale ma ancora oggi si intende avere ragione nella competizione come avere ragione dell’altro ovvero battere l’avversario: un vecchio istinto, l’aggressività fa ancora da padrone e le discussioni anziché cercare la verità cercano come nei duelli, soddisfazione.
Nella biologia di base degli individui, nel ripetersi della dittatura cromosomica nell’ontogenesi, nulla è cambiato, solo una diversa educazione è venuta a sovrapporsi con la cultura a inibire i primordiali istinti, che non cessano per questo di esistere e si manifestano in tutte le occasioni che consentono le circostanze quando per esempio la rabbia fa perdere il lume della ragione lasciando sfogo all’aggressività di fondo: l’stinto represso ma sempre presente se non sufficientemente inibito libera la violenza, l’ultima chance per avere ragione.
L’uomo civilizzato ha imparato solo a dominare l’istinto, non ad annullarlo, la sua manifestazione dipende unicamente dalle capacità di controllarlo e di reprimerlo fino ad un punto oltre il quale, perso il lume della ragione, si scatenano forze primordiali incontrollate; se l’individuo non riesce a tornare al suo equilibrio di base alla così detta calma, le sue azioni saranno guidate dall’istinto fino alle estreme conseguenze, anche fino alla propria morte o alla morte dell’avversario chiunque esso sia. “Ero fuori di me”, denuncia l’affido dell’io all’es e rende l’idea. “Non sai di che cosa sono capace”, confessa nella minaccia la responsabilità. Una frase da prendere in seria considerazione. La richiesta di un perdono a priori ti deresponsabilizza verso qualsiasi atto. La nostra anima non è ancora per intero nelle nostre mani. Il limite in cui stabilire la rabbia, il suo scatenamento, è soggettivo e dipende strettamente dalla cultura posseduta e mai come in questo caso si deve intendere per cultura spirito, e distinguere cultura ed erudizione.
Anche se è più difficile che una persona erudita sia violenta, l’erudizione non esclude il crimine, la cultura se si comprende che cosa per cultura ho inteso è anche il controllo della ubris come educazione dello spirito e il crimine viene dalla cultura a priori escluso senza consentire alibi. Anche se l’individuo non arriva a delinquere coscientemente per intero, il limite viene deciso a priori dalla ragione secondo educazione, ed è soggettivo per ciascuno, ogni individuo decide a priori quando è il caso, ovvero qual è il punto in cui incazzarsi e i limiti possibili da raggiungere con l’incazzatura; da alzare il tono della voce ad alzare le mani. Alzare le mani in passato non solo era tollerato ma approvato. Il maschio alfa se non alza le mani arriva a omega. Che cosa sia giusto fare o non fare riguarda l’ontogenesi.
La ragione è qui intesa solo come la parte razionale legata alla temporalità in opposizione agli istinti, ma sulla maturazione del’io molto deve essere detto. Quando affermo quindi che il punto di collera viene deciso a priori dalla ragione non voglio assolutamente dire che questo venga fissato ragionevolmente, secondo coscienza e volontà, esso può essere benissimo solo il frutto, come per lo più avviene, di condizionamenti ambientali, dell’educazione ricevuta.
Dice Aristotele che quando uno si adira per la cosa giusta, al momento giusto, con la persona giusta, nel modo giusto, nella situazione giusta, ha diritto di adirarsi. Il che significa che se viene a mancare una sola di queste condizioni si perde il diritto. Perdere il lume della ragione può essere a seconda degli individui diverso e la risposta differente.
Il discorso ovviamente si complica e sarà ripreso a partire da queste basi in seguito, qui si vuole solo far comprendere come l’Homo sapiens conservi e non annulli definitivamente tutti i comportamenti pregressi dovuti agli istinti e alle pulsioni e come quindi sia indispensabile conoscere e conoscersi per vivere liberi secondo propria volontà. Ancora una volta la conoscenza dell’evoluzione dello spirito e la conoscenza dello spirito dentro di noi, è indispensabile per il cambiamento e il cambiamento è indispensabile per la coscienza. Chi si ferma è perduto, chi si ferma non rimane uguale ma arretra e inesorabilmente invecchia, cresce senza maturare.
Nella teoria della cipolla noi siamo composti da una serie di strati sovrapposti, come nella tettonica a strati in cui in epoche diverse si sono depositate risposte diverse ai diversi ambienti di volta in volta incontrati. Possediamo risposte per ogni ambiente pregresso e senza libera coscienza se l’ambiente arretra arretriamo di conseguenza. Se non sappiamo controllarci andiamo in preda al passato, a un io primordiale che noi siamo e non siamo nella misura in cui l’istinto toglie le redini e guida le nostre azioni. Dovremmo rivendicare noi stessi solo nell’ultimo strato quello più alto, più recente e più superficiale perché nel profondo siamo tutti delle bestie.
Esistono dunque due abissi per lo spirito uno all’ingiù e uno all’insù; quanto debba essere alto lo strato che individua al presente la nostra persona rimane indeterminato. Come non esiste limite al tormento, non esiste limite alla santità, chiarire il passato è lo strumento per la bellezza dell’essere. La via all’ingiù e la via all’insù sono la stessa (Eraclito , detto l’oscuro).
Molto rigore per nulla.
Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo. In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda. Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche. Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?
Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.
La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà. Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza. Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me? Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione versus raccoglimento. Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.
Possiamo ora azzardare una prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista. L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista. La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”. La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.











