I limiti dello sviluppo culturale.
Al termine di una analisi sulle misure anti crisi adottate dall’attuale governo italiano, esposta da un economista professore universitario in occasione di un corso di formazione di cultura politica, ho domandato come si potesse spiegare il caso della Svezia, Paese che ad un elevato ed efficiente welfare state associa una robusta crescita economica in termini di PIL. La risposta è stata immediata: “Eh, ma quelli sono protestanti … hanno un altro rapporto con il denaro!”.
In una recente intervista televisiva un noto ed autorevole esponente parlamentare del Pdl si affannava a difendere il vincolo del matrimonio, da lui considerato naturale, contro l’accettazione delle coppie di fatto, da lui tollerate ma considerate non meritevoli di tutela legale, e per supportare la propria convinzione, che senza dubbi etici non esita come legislatore a voler far valere per tutti, portava l’esempio della Gran Bretagna, Paese dove secondo lui “alla diffusione delle coppie di fatto, con conseguente crisi della famiglia, sarebbe correlata la diffusione del disagio giovanile”.
Ho citato queste due esternazioni per indicare i due limiti culturali, superiore ed inferiore, che delineano lo spazio evolutivo al cui interno si distribuiscono le differenti mentalità con le quali si interpreta la realtà.
Il primo, quello dell’economista, rappresenta il limite superiore ed è interessante perché rispetto al comune sentire ci appare ‘anomalo’, in quanto pur partendo da premesse tecniche-economiche, approda con un balzo ad un livello culturale più ampio, ponendosi quindi al di fuori del sistema per poterlo spiegare.
Il secondo, quello del politico, costituisce invece il limite inferiore ed è interessante perché ci conferma la ‘normalità’ del pensiero ideologico, che comprende e interpreta la realtà solo se e nella misura in cui riesce a farla rientrare nel proprio convincimento, nel suo caso il cattolicesimo.
La Nuova Frontiera
Ha fatto notizia la stima di Cisco secondo la quale nel 2012 i dispositivi mobili connessi al web saranno più numerosi degli abitanti della terra e nel 2016, solo fra quattro anni, saranno 10 miliardi contro 7,2 miliardi di abitanti: 1,4 apparecchi digitali per ogni abitante. Le previsioni per il 2016 indicano inoltre l’Asia come il continente che produrrà la metà del traffico dati nel mondo, con la Cina che ne produrrà il 10% e il Giappone quasi il 30%.
La notizia fa senso, ma ha anche un senso?
La risposta è sì, a condizione però di porre l’accento non tanto sul dato commerciale circa la diffusione del mercato di tali apparecchi, quanto su quello demografico relativo alla crescita della popolazione mondiale: le proiezioni sulla popolazione mondiale prevedono che nel 2045 saremo 9 miliardi!
Cosa dire di questa tendenza? Come valutare un’altra previsione, assai più inquietante, circa la diffusione per esempio del mercato dell’automobile nel mondo nei prossimi decenni? Oggi vi sono 800 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo (11,4 auto ogni 100 abitanti) e diventeranno 2 miliardi nel 2030 (28,5 auto ogni 100 abitanti). Tra l’altro notiamo come l’Italia abbia oggi l’ indice di motorizzazione più alto del mondo: 61 veicoli ogni 100 abitanti.
Ora, quale politico o economista avrà mai il coraggio di dire che lo sviluppo dei beni materiali cui siamo abituati e con i quali continuiamo a misurare la crescita e il rilancio dell’economia, non è più sostenibile nei nostri paesi e ancor meno è estensibile a quelle aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e anche l’Africa che in misura diversa presentano sviluppi quasi accellerati di crescita economica e demografica? Se applicassimo il tasso di motorizzazione italiano alla sola Cina (il sogno proibito delle case automobilistiche) avremmo, con la popolazione cinese oggi vivente, 732 milioni di veicoli circolanti!
Quando si esternano le proprie analisi o visioni politiche bisognerebbe avere presente, quanto meglio possibile, quel che accade nel mondo mentre si pensa. Una delle complicazioni che la information tecnology comporta, con la sua vastità e velocità, è che ci risulta sempre più difficile poter esprimere la propria opinione con sufficiente sicurezza. Perciò, suggerisco di dare ogni tanto una sbirciatina, per esempio, al sito worldometers. Forse accrescerà un senso di vertigine di fronte alla vastità dell’informazione, con relativa nausea per la velocità con cui si accresce e diffonde, ma una volta acclimatati in questa realtà virtuale, saremo affascinati da questa nuova frontiera della cultura.
La numerosità dei dispositivi digitali connessi al web non rappresenta dunque il sorpasso dell’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, come titola un articolo su un quotidiano, almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’applicazione capace di connettere i processori di tutti i dispositivi come fossero un unico computer.
Essa ci fornisce piuttosto un indicatore di come e in quale direzione si sta evolvendo la cultura umana, ponendoci nuove e più sostenibili prospettive di sviluppo per le relazioni umane future. L’alternativa al disastro è la realizzazione dell’Utopia, dove per esempio sarà meglio che circolino informazioni piuttosto che automobili e, fin quando avremo bisogno di status symbol, sarà meglio possedere un computer quantico che un’auto sportiva elettrica.
Diceva Oscar Wilde che “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”
Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.
Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte. L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.
È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il “lavoro sporco” in attesa del ritorno. Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.
Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese. Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.
Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.
In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.
Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti. Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto. Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.
Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.
Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.
Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista. Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.
Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.
Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.
Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.
Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.
Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.
Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.
Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.
Attenti a quei due.
Siamo certi di aver davvero compreso tutte le implicazioni che il fenomeno della globalizzazione comporta? Avevamo immaginato che essa non riguardasse più soltanto gli aspetti economici, sociali e culturali, ma che incidesse anche in quelli politici. Vi sono, infatti, alcune trasformazioni in atto della politica internazionale che segneranno nei prossimi anni svolte radicali negli assetti tra gli Stati.
In questi giorni è stata data notizia di due avvenimenti che prefigurano l’evoluzione in atto della politica nell’era della globalizzazione.
Il primo riguarda l’Europa e potremmo definirlo come la forma nascente, se non proprio di un partito europeo, di una campagna politica oramai transnazionale: la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è esposta personalmente per sostenere la rielezione del Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy in una conferenza stampa ed una intervista televisiva congiunte a Parigi a conclusione del tradizionale Consiglio dei ministri bilaterale tenutosi lo scorso 6 febbraio..
Il secondo avvenimento politico si colloca sulla scala mondiale e riguarda lo spostamento progressivo nell’area del Pacifico del baricentro degli interessi della politica USA. Si tratta del prossimo incontro, che avverrà il 14 febbraio a Washington, tra Barack Obama, verosimilmente rieletto nel prossimo novembre per il secondo mandato di Presidente degli Stati Uniti, e il nascente leader cinese Xi Jinping futuro Presidente del Partito Comunista Cinese dal prossimo ottobre e futuro Presidente della Cina dal marzo 2013.
I due fenomeni hanno evidentemente una portata differente: mentre i rapporti tra USA e Cina ci indicano la prospettiva di nuovi equilibri futuri tra gli Stati europei e gli Stati Uniti con la conseguenti ricadute di tali assetti all’interno dei rapporti tra gli Stati componenti la Comunità Europea, la joint venture Franco-tedesca ci mostra la trasformazione già in atto dei rapporti politici, anche formali, tra i due governi che dallo scorso anno hanno stabilito un asse bilaterale economico con l’intento di condizionare la politica degli altri Paesi comunitari.
Avremo così due baricentri, il primo spostato nel Pacifico e il secondo nel Mediterraneo.
Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale? L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana, già così caratterizzata dalla sindrome di Crimea, dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Per fare ciò occorre tuttavia una leadership all’altezza della situazione. La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica per la formazione del futuro governo politico, che abbia come unici criteri di selezione il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni, la riforma della legge elettorale e la selezione dei politici costituiranno il banco di prova per il rinnovamento italiano. Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.
La sindrome di Crimea.
Dalla scorsa estate si è diffusa la convinzione tra politologi e politici, tanto a sinistra quanto a destra, secondo la quale la politica nel nostro paese avrebbe abdicato non tanto in favore di un ‘governo tecnico’, quanto in favore dell’ingerenza di stati stranieri, ancorchè europei, nelle scelte nazionali.
La Grecia tentò di rispondere alle pressioni europee con la proposta di coinvolgere il popolo perchè si esprimesse con un referendum sulle misure economiche da prendere, la Spagna scelse la strada di nuove elezioni, mentre il Governo italiano, con l’accordo delle opposizioni, scelse invece di ritirarsi nel Parlamento.
Si invoca ancora una volta l’unità politica europea, deprecandone la mancanza quale causa dell’incapacità di fronteggiare con efficacia la crisi economica in atto, ma la persistente divisione tra gli Stati si mostra in realtà ancora utile e comoda per scaricare le responsabilità secondo il principio del Deus vult!
Quando il Governo Berlusconi gettò davvero la spugna? Quando di ritorno da Bruxelles il 24 ottobre del 2011 dopo aver ricevuto i primi ‘compiti a casa’, il Presidente del Consiglio dichiarò “Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”. Questa dichiarazione esprime una verità, ancora in gran parte taciuta, sul livello della nostra classe dirigente politica. E’ la lingua a parlare per noi rivelando la realtà di una politica incapace di agire perchè ricattata dal consenso elettorale e non, piuttosto, agita in funzione di una visione dell’interesse lontano.
Se vogliamo davvero cambiare, per migliorarci, dobbiamo vederci come siamo davvero, senza alcuna indulgenza.
Dal 1855, sei anni prima dell’Unità d’Italia, siamo affetti da un’ansia di riconoscimento nella politica internazionale. A quel tempo Cavour, avendo il Risorgimento come visione dell’interesse lontano, condusse un’abile politica che portò l’anno seguente il piccolo Regno di Sardegna a sedersi al tavolo dei grandi, in particolare la Francia e la Gran Bretagna, per mettere nell’agenda politica internazionale di allora la liberazione dei territori italiani dall’Austria.
Da allora la nostra politica estera è stata segnata in varie occasioni dalle mutazioni di questo morbo politico che afflligge la crescita del nostro giovane paese e che definirei come la ‘sindrome di Crimea’: le due Guerre Mondiali, tra le quali il colonialismo italiano, la partecipazione militare nei conflitti nei territori dell’ex Juguslavia e nel Medio Oriente.
Ma come agisce la ‘sindrome di Crimea’ nei confronti della Comunità Europea contemporanea? Ancora una volta verrebbe da ricordare la citazione secondo la quale la storia si presenterebbe la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Tuttavia, eliminata la farsa dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi che in occasione di un incontro internazionale al G8 del 2011 avvicinò il Presidente Obama per fargli presente la prioritaria necessità di una riforma della giustizia per la presenza in Italia della da lui supposta “dittaura dei giudici di sinistra”, rimane un atteggiamento politico generale, trasversale agli schieramenti dei partiti, riconducibile a quella tecnica economica che va sotto il nome di leveraged byout, contrastato dal riemergere di un peloso orgoglio nazionale contro i moderni invasori.
In altre parole, l’atteggiamento verso l’Europa si mostra nella sua ambivalenza originaria, ovvero quella di predicare da una parte la costituzione di una comunità politica forte ed unitaria, oltre che monetaria, cui demandare ciò che noi, da noi stessi, non siamo in grado di fare, ma dall’altra di considerare, quasi sperare, l’uscita dall’euro come un’opportunità per uscire dalla nostra crisi.
Sembrerebbe dunque che nella società della percezione la sindrome di Crimea si sia indebolita e prevalga piuttosto una spinta regressiva verso l’isolamento del nostro Paese in una situazione anteriore all’Unità d’Italia, a dispetto della complessità della globalizzazione, in cui ci si possa illudere di essere padroni in casa propria. L’ideologia che oggi sorregge questo pensiero debole discende dalle invettive fasciste contro gli stati plutocratici, dalle analisi comuniste contro l’imperialismo americano e delle multinazionali e, per ultimo, dalle concezioni tribali del territorio sostenute dai leghisti nostrani.
L’hazard state
Nel 2011 17 milioni d’italiani, corrispondente al 42% della popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno speso 76 miliardi nel gioco d’azzardo legale. Circa 2,5 milioni di persone sono a rischio di una vera e propria dipendenza.
Sono i dati principali tra quelli raccolti dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa in una ricerca che si conclude con un preoccupante nota d’allarme: «Valutando l’impennata della spesa per il gioco d’azzardo degli ultimi anni, a prescindere dai benefici generati dall’attività di questo comparto economico, occorre riflettere sul fatto che per una fetta consistente della popolazione il gioco è una vera dipendenza, da contrastare in maniera opportuna»
Ulteriori indagini sul fenomeno hanno mostrato come all’Italia viene attribuito il 23% dell’intero consumo mondiale di gioco d’azzardo (gambling).
Dopo le droghe e la televisione ecco una nuova dipendenza che si espande a ritmi impresionanti. Tutto ciò grazie alle martellanti ed indiscriminate campagne pubblicitarie di video-poker, bingo, casinò, di gratta-e-vinci, lotto e superenalotto e alla offerta oramai presente in molti luoghi pubblici di slot machine.
Non è una novità che lo stato di bisogno e il sentimento d’insicurezza facciano regredire l’individuo all’irrazionale comportamento del gioco: combattere l’incertezza con l’azzardo. Ciò che appare drammaticamente nuovo è la legalità oggi che consente e supporta questa deriva.
Non è accettabile che uno Stato smantelli il welfare state in nome del rigore e della austerità imposta dalla crisi finanziaria ed economica e contemporaneamente legittima il gioco d’azzardo, che sul piano economico ed etico danneggia i più deboli facendoli sprofondare nel fatalismo e nella passività.
ACTA iacta est ?
Per il libero pensiero, per la libera stampa ed ora per il libero Web.
Il giorno della memoria
Conosci Fava?
Mentre negli Stati Uniti il Congresso ha abbandonato il progetto SOPA / PIPA, In Italia spunta un deputato leghista, tale Fava (nomen omen), con un emendamento ad una proposta di legge che dovrebbe adeguarsi alle norme europee, ma che in realtà minaccia il web. Questa minaccia è ben più grave di quella della rottura dell’alleanza politica ‘lega-pdl’. Occorrerà vigilare sulla posizione che l’attuale governo assumerà in materia.
SOPA? NO GRAZIE!
Contro lo Stop Online Piracy Act (SOPA) e il Protect intellectual property act (PIPA) si è diffusa nel mondo la protesta di coloro che vedono in ogni limitazione ad internet una limitazione alla libertà tout court. La proposta di legge, che pure si basa sulla giusta difesa dei diritti di autore, sebbene dibattuta negli Stati Uniti d’America in realtà produce conseguenze che riguardano direttamente tutti noi e per questo sarebbe importante seguirne gli sviluppi.
Si segnalano qui all’attenzione di tutti la posizione recentemente assunta dalla Casa Bianca e l’annuncio della preparazione di un prossimo sciopero generale della rete entro gennaio.
Non è vero perchè non mi piace.
La Corte costituzionale “ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270, il cosiddetto “Porcellum”. Viene delusa così la forte aspettativa di cambiamento mostrata la scorsa estate quando tra luglio e settembre 1,2 milioni di cittadini aderirono al referendum.
Certe reazioni ‘a caldo’ della società civile di fronte alla pronuncia, che circolano in questi giorni, parrebbero dimostrare quel ‘disagio della civiltà’ che si manifesta di fronte alla repressione del ‘principio del piacere’ e che alla fin fine pare governare le loro coscienze: si rivendica il rispetto delle regole e delle istituzioni contro l’inciviltà dilagante, ma quando la realtà non ci corrisponde ecco riaffiorare la ‘libertà istintuale’ dell’individuo che le si contrappone.
La questione è: se la Corte avesse ammesso le due richieste di referendum, le reazioni sarebbero state per questo più giuste?
Nella cultura anglosassone si usa l’espressione wishful thinking per indicare una convinzione, con le decisioni che ne conseguono, che si fonda su ciò che piace immaginare piuttosto che sulla evidenza e la razionalità. In italiano potremmo renderla con il “non è vero perchè non mi piace”. E la stessa cultura anglosassone ha prodotto in America una Dichiarazione d’indipendenza (1776) che afferma, tra l’altro:
“(…)Che ogniqualvolta una forma di governo diventa distruttiva di queste finalità è diritto del Popolo modificarla o abolirla ed istituire un nuovo governo, posando le sue fondamenta su tali principi ed organizzandone il potere nella forma che pare la migliore per realizzare la propria sicurezza e felicità. La prudenza, in verità, detta che governi in vigore da molto tempo non siano cambiati per motivi futili e passeggeri; e conformemente l’esperienza ha mostrato che il genere umano è più disposto a soffrire, finché i mali siano sopportabili, piuttosto che raddrizzarsi abolendo le forme alle quali si è abituato; ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni, mirate invariabilmente allo stesso scopo mostra il progetto di ridurlo sotto un dispotismo assoluto, è suo diritto, è suo dovere rovesciare tale governo e procurare nuove salvaguardie per la sua futura sicurezza.(…)“.
Le dimensioni della coscienza sono la consapevolezza e la coerenza. Il punto è non cedere mai alle convenzioni per rifugiarsi nelle ideologie, in cambio di un po’ di sicurezza, e ricordare, parafrasando Platone, che la Costituzione è fatta per gli uomini e non gli uomini per la Costituzione.
In conclusione ecco tre tesi per lo spirito: i) la Corte costituzionale ha sbagliato perchè non è vivente; ii) in democrazia il diritto di contrapporsi deve essere esercitato per le vie istituzionali, anche attraverso i partiti che sono interfaccia tra cittadini e Governo, ma non contro le Istituzioni medesime; iii) le rivoluzioni sono momenti particolari della generale evoluzione e sono ammissibili, quando necessarie.
Un Augurio per l’Italia: Viva la IIIª Repubblica !
Nel primo trimestre del Nuovo Anno si potrà valutare la “fase 2” della manovra economica di risanamento della nostra economia e quindi la stabilità stessa del Governo Monti. Intanto qui rivolgiamo al Paese gli auguri per un ingresso nella IIIª Repubblica, ricordando il discorso del 4 marzo 1933 di Franklin Delano Roosevelt, pronunciato per l’insediamento alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America (poco prima, il 30 gennaio 1933, Hitler divenne Cancelliere del Reich).
Il discorso è una prova di come la politica e l’economia possono diventare strumenti efficaci per le grandi trasformazioni dei popoli solo quando si poggiano sulla cultura.
Prima di lui Herbert Clark Hoover, Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1929 al 1933, affrontò la grande depressione proponendo l’austerità, ma fallì miseramente. F.D.Roosevelt, Presidente dal 1933 fino al 1945, invece risolverà la crisi redistribuendo il reddito e aumentando i salari.
Presidente Hoover, signor Giudice Supremo, amici.
Questo è un giorno di solennità nazionale, e sono certo che in questo giorno i miei connazionali si aspettano che, nell’assumere la presidenza, mi rivolga a loro con la franchezza e la fermezza che l’attuale situazione del nostro popolo esige.
Questo è decisamente il tempo di dire la verità, tutta la verità con franchezza e coraggio. Né abbiamo bisogno di evitare di affrontare onestamente le condizioni del nostro paese, oggi.
Questa grande nazione resisterà come ha resistito, risorgerà e prospererà. Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa, la paura anonima, irrazionale, ingiustificata che paralizza gli sforzi necessari per trasformare il regresso in progresso.
In ogni ora oscura della nostra vita nazionale, una leadership franca e vigorosa si è incontrata con la comprensione e il supporto del popolo stesso, che è essenziale per la vittoria. Sono convinto che darete ancora quel supporto alla leadership, in questi giorni critici. Con questo spirito, per quanto è nella mia e nella vostra parte, affrontiamo le nostre difficoltà comuni. Queste riguardano, grazie a Dio, soltanto aspetti materiali.
I titoli sono precipitati a livelli irrisori; si è verificato un incremento delle tasse; il nostro potere d’acquisto è caduto; ogni ramo dell’amministrazione è minacciato da una seria riduzione delle entrate; le foglie secche delle imprese industriali si accumulano ovunque attorno a noi; i contadini non trovano mercato per ciò che producono; i risparmi di molti anni in molte migliaia di famiglie sono scomparsi. Inoltre, ed è ancora più importante, molti cittadini disoccupati affrontano il severo problema dell’esistenza, e un numero ugualmente elevato si affatica al lavoro con scarsissimo profitto. Solo un pazzo ottimista può negare le lugubri realtà di questo momento.
Tuttavia i nostri problemi non provengono da alcun fallimento sostanziale. Non siamo perseguitati dalla piaga delle cavallette. In confronto ai pericoli che i nostri progenitori superarono perché avevano fede e non avevano paura, abbiamo ancora molto da essere grati. La natura continua a offrirci i suoi doni, e gli sforzi dell’uomo li hanno moltiplicati.
L’abbondanza è dietro la porta, ma languiamo nel bisogno. Questo accade, in primo luogo, perché chi regola lo scambio dei beni ha fallito per la sua testardaggine e incompetenza, ha ammesso il fallimento, e ha abdicato.
Le pratiche degli operatori economici senza scrupoli sostengono ora l’accusa dell’opinione pubblica, e sono respinte dal cuore e dalla mente degli uomini. In verità, hanno provato, ma i loro sforzi sono caduti nel modello di una tradizione già superata.
Davanti alla crisi del credito, hanno proposto solo il prestito di più denaro. Mancando l’esca dei profitti con i quali indurre la gente a seguire la loro falsa leadership, hanno fatto ricorso alle implorazioni, supplicando lacrimosamente di ridar loro fiducia. Conoscono solo le regole di una generazione di egoisti. Non hanno una visione, un progetto per il futuro, e quando non ci sono progetti, il paese perisce.
I cambiavalute sono fuggiti, hanno abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civiltà. Noi possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verità. La misura di questa restituzione sarà lo sforzo di considerare i valori sociali più nobili dei profitti monetari.
La felicità non consiste nel semplice possesso di denaro: consiste nella gioia della ricerca, nel brivido dello sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono essere ancora dimenticati nella folle caccia a profitti illusori.
Questi giorni oscuri ci costano molto, ma avranno molto valore se ci insegneranno che il nostro destino non è di essere serviti, ma di servire noi stessi e i nostri concittadini.
Il riconoscimento della falsità della ricchezza materiale come standard di successo va di pari passo con l’abbandono della falsa credenza che gli uffici pubblici e le alte posizioni politiche debbano essere valutate solo con l’orgoglio delle cariche o con il profitto personale; e deve finire la condotta nell’attività bancaria e negli affari che troppo spesso ha dato a un’attività importantissima l’aspetto di un comportamento negativo, insensibile ed egoista.
C’é poco da meravigliarsi che la fiducia manchi, perché si basa solo sull’onestà, sull’onore, sulla giustizia dei contratti, sulla leale protezione, sul comportamento non egoista; senza queste basi, non sopravvive.
La ricostruzione richiede, comunque, non solo un cambiamento etico. Questa nazione chiede fatti, e fatti immediati. Il nostro più importante compito è di rimettere la gente al lavoro. Non è un problema irrisolvibile, se lo affrontiamo con saggezza e coraggio.
Potrà essere risolto da un lato tramite un reclutamento diretto da parte del governo stesso, trattando la questione come tratteremmo l’emergenza di una guerra, ma nello stesso tempo, attraverso questo impiego, portando a termine progetti estremamente necessari per stimolare e riorganizzare l’uso delle risorse naturali.
Ci sono molti modi in cui il compito può essere agevolato, ma la soluzione non sarà mai resa più agevole semplicemente parlandone. Dobbiamo agire, e subito.
Infine, nel nostro procedere verso la ripresa del lavoro, abbiamo bisogno di due salvaguardie contro il ritorno dei mali del vecchio ordinamento: ci deve essere una stretta supervisione sull’attività bancaria, il credito e gli investimenti, così che verrà posta fine alla speculazione con il denaro altrui; e deve essere prevista un’adeguata e sana circolazione monetaria.
Ricambierò la fiducia in me riposta con il coraggio e la dedizione che si addicono a questo momento. E’ il meno che possa fare. Chiediamo umilmente la benedizione di Dio. Possa proteggere ciascuno di noi, possa guidarmi nei giorni che verranno.
Buon Anno ai giovani italiani.
Guardateli bene, ci guardano da fuori, da lontano e sembrano ricordarci cosa siamo in grado di fare in un ambiente diverso. Provo uno strano sentimento di orgoglio misto a vergogna.
Un gruppo di ricerca dell’Università di Bristol ha sviluppato il primo processore programmabile basato sulla fisica dei quanti. Un traguardo che potrebbe facilitare il decollo del nuovo paradigma computazionale. La scoperta raccontata da tre italiani coinvolti nel progetto.
La profezia dei Maya avverata: l’Antropocene.

Il petrolio ha trasformato Dubai: oggi la città vanta l’edificio più alto del mondo e quasi due milioni di abitanti che per vivere nel deserto arabico hanno bisogno di acqua desalinizzata e aria condizionata, e quindi di energia a basso costo.
Il termine Antropocene fu coniato nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crytzen per definire la nostra epoca come la prima era geologica nella quale le attività umane sono state in grado di influenzare l’atmosfera e alterare il suo equilibrio. Un modo per comprendere, anzi vedere, come l’influenza umana abbia agito sul nostro pianeta ce lo offre oggi l’antropologo Felix Pharand, fondatore di Globaia, attraverso una particolare cartografia della Terra che visualizza la realtà della ‘globalizzazione’.
Una volta, quando era di moda sostenere che “piccolo è bello” si invocavano i principi del “pensare globalmente e agire localmente” e del “pensare a lungo e agire rapidamente”. Oggi, quando tutti parlano di ‘globalizzazione’, di ‘tempo reale’, di ‘rete’ si pratica diffusamente il principio del NIMBY (Not In My Back Yard), chiusi nel proprio particolare, preferendo badare al proprio orticello nel rimpianto del passato.
Se l’economia regge il mondo, cosa regge l’economia?
Un recente rapporto sulla ricchezza nel mondo ha confermato che il nostro paese è non solo una nazione di grandi risparmiatori, ma soprattutto di grandi proprietari di case: il tasso di proprietà ha superato l’80% (un primato Europeo); 260 mila dollari di ricchezza procapite per adulto, 3/5 della quale derivata dagli immobili, con incrementi nell’ultimo decennio di dieci punti percentuali.
Questa realtà, secondo alcuni nostri politici, avrebbe consentito all’Italia di arginare le perdite dovute alla crisi dei mercati finanziari perdurante da quattro anni; mentre, a fronte di una mancata crescita dell’economia in atto da almeno dieci anni, il debito pubblico italiano aumentava inesorabilmente da oltre venti anni, insinuandoci oggi la colpa per aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Così secondo gli analisti economici.
Senza nulla togliere ai meriti delle analisi economiche e finanziarie prodotte sul tema, qui vorrei comprendere non tanto la ‘razionalità delle scelte economiche’, quanto le ragioni più profonde che le guidano. La questione che pongo in generale è se si possono spiegare i fatti economici con le sole regole dell’economia o, in altre parole, cosa rimane della economia se ad essa viene sottratta l’analisi del pensiero e del comportamento umano, propria della filosofia, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e della biologia (si veda la ‘Neuroecomics’ di Robert Shiller e George Akerlof) . Nel caso italiano, in particolare, mi chiedo se la particolare propensione al risparmio e la scelta di un investimento prevalentemente immobiliare costituisca una “anomalia” di una ipotetica variante italiana della specie homo oeconomicus, se paragonata ad altre varianti europee o americana.
Nell’attività economica è possibile riconoscere le tre categorie dei produttori, dei distributori e dei consumatori, con la considerazione generale però che se produttori e distributori cosituiscono componenti specializzate della popolazione, i consumatori ne costituiscono la totalità. Qual è dunque la razionalità di chi ha inventato i “prodotti finanziari” quali per esempio gli hedge found, i subprime o i derivati? Si tratta della medesima razionalità che ha guidato l’attività delle Banche o influenzato le scelte operate dagli investitori o dai risparmiatori? La mia ipotesi è: esistono diversi modi razionali, dipendenti ognuno dalle diverse mentalità presenti negli individui, a loro volta derivate dalle culture prevalenti in un determinato paese e periodo.
La specie Homo sapiens – sapiens oggi vivente sul nostro pianeta con 7 miliardi di esemplari è apparsa 250 mila anni fa (2500 secoli fa) e a tutt’oggi conserva inalterato il volume del cervello originario, a fronte dei progressi straordinari del suo comportamento specifico, che globalmente definiamo cultura: la Caccia, l’Agricoltura, l’Arte, la Religione, la Scrittura … la Filosofia, lo Stato, il Diritto, l’Industria, la Scienza, la Tecnologia …
Le culture che da millenni hanno formato le popolazioni e che oggi ancora formano le mentalità di ogni individuo attraverso l’educazione tramandata per almeno 10 mila generzioni, sono sostanzialmente descrivibili secondo phyla culturali della caccia, riferita al corpo, contadina, riferita alla terra, artigianale, riferita alla materia e commerciale, riferita al denaro.
A queste forme culturali, che con diverse intensità convivono in ogni individuo in un mix derivante dalla sua appartenenza ad un determinato popolo e al suo livello d’istruzione ed educazione, sono corrisposte quindi mentalità che si sono affrancate su valori fondanti un’etica quali, rispettivamente, il valore della consanguineità legato al gruppo di appartenenza, il valore del sacrificio legato al lavoro, il valore della creatività legato all’ingegno e il valore della ricchezza legato all’individualità.
Se disponiamo su un asse temporale le principali trasformazioni culturali avvenute nella storia dell’uomo (i progressi della cultura precedentemente elencati), esse ci appaiono caratterizzate da una crescente incidenza dal fattore velocità. Da almeno 6 secoli assistiamo ad un’accellerazione culturale travolgente, se paragonati ai precedenti 2496 secoli. Tale accellerazione, che peraltro è correlabile all’aumento della popolazione, ha fatto la differenza fra le popolazioni del pianeta e, intra ogni popolazione, fra le categorie sociali costituenti.
Se guardiamo ora, su scala minore, la storia del nostro Paese (a 150 anni dalla sua Unità), possiamo osservare che, per esempio, l’industrializzazione in Italia, iniziata nei primi anni del ‘900 e interrotta con le due guerre mondiali, si realizza a partire dagli anni ’50, con la ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra.
La velocità con cui in Italia si è prodotta la ricchezza su base industriale, in particolare nelle regioni del Nord e del Centro a partire dagli anni ’60, non ha favorito uno sviluppo armonico del benessere della societa’ e una diffusione altrettanto veloce di una cultura moderna che fosse adeguata alle nuove esigenze. Ma quali sono le nuove esigenze di un’economia che dopo le due guerre mondiali è diventata essa stessa mondiale?
Le nuove domande poste oggi dalla “globalizzazione dei mercati” possono essere derivabili dal fatto che i modi di produzione, le merci e le informazioni circolano nel mondo con maggiore velocità e libertà di quanto circolino le persone; mentre le persone ancora circolano nel mondo solo se spinte dalla necessità della ricerca di un lavoro (e per interventi militari) o mosse dal piacere, per turismo.
La famiglia italiana, sia essa composta da contadini, artigiani, professionisti, imprenditori, lavoratori dipendenti, si è così trovata nell’arco di una generazione a possedere una nuova ricchezza da amministrare. La risposta al che fare di quella ricchezza non poteva che provenire dalla mentalità in quel momento prevalentemente posseduta e sedimentata dai secoli più recenti, quella contadina, in forza della quale il sogno della proprietà della terra è stato sostituito con la più realistica possibilità della prorpietà del metro quadro: la prima casa, un appartamento al mare, in montagna, il box, la villetta, la villa, la tenuta …
E’ pur vero che la prima utilizzazione della ricchezza in tal senso ha soddisfatto un bisogno reale e concreto, quello dell’abitazione, ma come spiegare la coazione a ripetere dell’accumulo degli investimenti in altri immobili?
Si è sostenuto e ancora si sostiene che “il mattone” sia, alla fin fine, l’investimento più sicuro. Ciò potrebbe apparire singolare se si riflettesse sul fatto che una delle cause della crisi finanziaria in corso è stata la speculazione finanziaria legata al mercato immobiliare. Il fenomeno della “bolla immobiliare” è nato negli USA (ma si è poi diffuso rapidamnete anche in Europa) dove per sostenere il circuito Denaro – Denaro, i nuovi mercati finanziari (la finanza creativa) hanno richiesto una mobilità degli investimenti che fosse liberata dai vincoli economici, che coinvolgesse gli Stati e le Istituzioni pubbliche (debito pubblico) e che fosse più veloce nelle transazioni. Di conseguenza, l’acquisto della casa come bene è stato sostituito dall’acquisto dei mutui come investimento, seguendone quindi la volatilità.
Lo stile di vita americano, che si rifà alla loro originaria mentalità pioneristica, si è sempre caratterizzato per una elevata mobilità interna (oggi negli Usa si misura la crisi adottando come indicatore la sua riduzione, stimata a -40% ) sicchè in quel paese la casa viene concepita come uno strumento di vita, un mezzo, piuttosto che un asset (negli Usa non si acquistano “metri quadri”, ma unità abitative già corredate dei servizi fondamentali). I frequenti cambiamneti di abitazione nell’arco dell’esistenza di un individuo sono resi possibili dalle facili acquisizioni di mutui, basati sul credito.
Da noi in Italia, invece, per una famiglia culturalmente radicata alla propria terra d’origine (oggi si preferisce usare il termine più ideologico di ‘territorio’) l’abitazione costituisce un fine e materializza la ricchezza risparmiata attraverso sacrifici col proprio lavoro. E la ” prima casa” il più delle volte è anche l’ultima, ma non l’unica.
Al primato italiano in Europa del risparmio che diventa investimento immobiliare, si aggiungono altri tratti peculiari della nostra economia, che ne condizionano negativamente lo sviluppo: una struttura industriale fondata sulla piccola e media industria, una proprietà delle aziende prevalentemente a carattere familiare e una elevata circolazione del denaro liquido. Anche queste caratteristiche sono spiegabili riconducendo l’analisi sul piano culturale, non economico.
Per secoli la storia d’Italia è stata una storia di invasioni, spesso richieste dai poteri locali (la Chiesa di Roma), di divisioni politiche territoriali (Comuni, Signorie) in assenza di uno Stato con funzione regolatrice, di sviluppi economici a livello locale basati sulle abilità artigianali e a livello internazionale sui prestiti e i commerci (le Banche, le Repubbliche marinare). E’ possibile intravedere in questo quadro le radici culturali della frammentazione territoriale in piccole e medie attività produttive, del passaggio da padre in figlio dei mestieri e delle proprietà, della diffidenza verso le istituzioni “terze” e del ricorso al possesso ed uso diretto del denaro.
L’assenza di grandi eventi unificanti a partecipazione internazionale, come per esempio sono state le guerre e il colonialismo, ha favorito da un lato la distribuzione territoriale di modeste economie e limitato dall’altro lo sviluppo e l’intensificazione della produzione attraverso la creazione delle grandi industrie (trasformazione di materie prime, armamenti, cantieri navali, ferrovie, strade e infrastrutture in genere).
L’Unità d’Italia si è costituita proprio sulla politica di Cavour volta al riconoscimento internazionale dello Stato nascente, per sedersi al tavolo di grandi. L‘interventismo nella ‘Grande Guerra’ , l’aspirazione di Mussolini ad un Impero coloniale e la scelta italiana per l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale (Trattati di Roma) sono state scelte culturali che ci confermano la continuità di questa politica.
Uscire dall’Euro significherebbe per noi oggi, al di là dei danni economici, cancellare l’Unità d’Italia e regredire così a situazioni di inconsistenza politica che ci condurrebbero nuovamente ai margini del mondo.
Le vite degli altri
Credo che di fronte a sacrifici richiesti ai soliti noti bisognerebbe almeno chiedere la loro solidarietà, dimostrare che i provvedimenti presi sono nel loro interesse, chiedere la loro comprensione e la collaborazione.
A questo scopo slogan stupidi e retorici come “modernità” e “no ai totem e tabù” odiosamente ripetuti sono oltremodo offensivi. Provocano rabbia sociale.
“Maggior flessibilità” tradotto nella pratica significherà una maggior libertà di licenziare, maggiore ingiustizia, e chiamare retorica la giustizia può essere molto pericoloso, è pericoloso rompere il patto sociale. Una contraddizione per chi come impegno si era riproposto equità, ha dichiarato agli italiani di non voler colpire i soliti noti e si è riproposto una diminuzione della disoccupazione.
Queste parole mi avevano fatto ben sperare e le lacrime della Fornero mi avevano anche illuso della necessità della manovra. Ma la retorica oggi in atto in cliché alla nausea ripetuti “modernità”, “no ai totem” “no ai tabù” e l’accusa ai sindacati di “retorica passatista”, dà l’idea di aver abbracciato in pieno tesi di Marchionne e di voler portare un attacco frontale al cuore del sindacato, non inteso come l’attuale sindacato, ma all’istituzione; dà l’idea della continuità col passato governo: una mancata coscienza della vita degli altri.
Come le foglie al vento.
Ho seguito lunedì 14/11 la risposta delle Borse alla nomina di Monti: all’apertura un rialzo che è arrivato a toccare il 2%, poi la probabile notizia di un emerito esponete europeo che afferma che non è il cambiamento di un governo che potrà rimediare alla crisi e il mercato chiude a meno 2.
Dice Feltri “La borsa è nevrile (eccitabile) come un cavallo, basta un fruscio di foglie per provocare delle reazioni”. Nessuno lo contraddice. Su questo tutti concordano. A questo sono affidate le sorti dell’umanità, questo il mercato e le sue leggi.
Siamo un corpo acefalo governato dal panico. Gli umori del mercato guidano la politica. Chi più può influenzare il mercato più ha potere, più dei poteri nazionali, al di sopra della loro sovranità, potere per minacciare le democrazie e per impoverire intere nazioni.
È intollerabile! Occorre assolutamente reagire! In momenti di crisi occorre solidarietà. L’unica chance è l’istituzione prima possibile di un Governo Centrale Europeo che prenda le briglie del mercato. O così o il tunnel non vedrà la luce.
L’Ordine Nuovo
La missione possibile affidata dal Presidente della Repubblica a Mario Monti è recuperare fiducia per ridare all’Italia la perduta credibilità. Per fare ciò il nuovo Presidente del Consiglio incaricato costituirà un governo di tecnici di comprovata competenza ed esperienza europea, al quale affidare il compito di varare le necessarie misure di risanamento finanziario e le riforme economiche per lo sviluppo.
Così come per liberarci dall’incubo berlusconiano abbiamo avuto bisogno dell’intervento diretto dell’Europa, ora per scongiurare il rischio del fallimento e ristabilire condizioni economiche positive abbiamo bisogno di personale esterno alla politica.
Le prime parole del nuovo premier mostrano consapevolezza della situazione. Tuttavia, il vero problema non è se e per quanto tempo il nuovo governo dei tecnici sarà in grado di riacquistare la fiducia, bensì come tale fiducia potrà essere rinnovata e mantenuta dal nuovo governo dei politici che verrà, la IIIa Repubblica.
Possiamo immaginare, dopo la cura Monti dei prossimi mesi, un governo eletto nel 2013 composto da una combinazione di figure politiche, sia di maggioranza che di opposizione, quali quelle che oggi siedono al Parlamento?
L’ imbarazzo delle sinistre di fronte alle annunciate misure economiche e le rancorose esternazioni delle destre dopo l’ inettitudine mostrata dal governo Berlusconi non fanno, per ora, presagire nulla di buono. Forse si dovrà sperare nel processo di “rottamazione” avviato da certe componenti della sinistra, forse nella costituzione del terzo polo come nuovo “centro” o forse in una riedizione del “berlusconismo” senza Berlusconi …
Penso, invece, che si dovrebbe considerare con attenzione l’ opportunità che il nuovo governo ci mostrerà, fungendo da nuovo attrattore per l’avvio di una politica di caratura internazionale, europea e mondiale. In altre parole, si tratta di vedere il “governo tecnico di Mario Monti” come una sperimentazione che ci permetta di individuare una nuova classe dirigente del Paese, composta da figure prestigiose sul piano tecnico e istituzionale, da affiancare a nuove figure politiche che siano selezionate sui nuovi criteri e valori.



