Monti datti una mossa, la terra trema!
Dunque una “placca africana” preme sulla pianura padana. Non male come segno premonitore sul destino del sud Europa, soprattutto se si ricorda la pressione demografica di eguale provenienza e direzione. Esoterismi e paranoie a parte, ce n’è abbastanza per comprendere quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in Europa e cosa il nostro paese deve fare al più presto per risollevare la propria economia. Quelli che vedono ovunque le “opportunità” (Expo, Olimpiadi) dovrebbero riflettere sulle catastrofi, non soltanto quelle finanziarie.
Dichiara la Ministra Elsa Fornero: “E’ naturale che la terra tremi ma non è naturale che crollino edifici. In altri paesi non succede”. Molto bene Ministro, ora però ci spieghi perché negli altri paesi non succede che crollino chiese, palazzine e capannoni (alti meno di dieci metri), in aree a rischio terremoto, e quindi il suo Governo ci indichi cosa si dovrà fare nei prossimi decenni, nel nostro paese, per riparare agli innumerevoli danni causati dal dissesto idrogeologico e ambientale.
In questi giorni negli Stati Uniti si sono festeggiati i 75 anni del Golden Gate Bridge di San Francisco, che le ricordo fu costruito in quattro anni e rappresentò la prima opera pubblica del New Deal di F.D.Roosevelt. Suggerisca dunque al suo collega Presidente del Consiglio Silvio Monti che forse i terremoti (ancora in corso mentre scrivo) in Emilia Romagna potrebbero per lui rappresentare un buon alibi per rilanciare l’economia italiana (l’Emilia Romagna val bene un Euro!) con un programma di ingenti investimenti, senza per questo rischiare di passare per un Keynesiano.
Da ultimo, colga anche l’occasione che una interessante notizia di cronaca tedesca (già l’ottusa e cinica Germania…) ci offre proprio oggi: un weekend da record, metà paese ha funzionato con il sole, inserendo nel programma di investimenti anche l’obiettivo di una sempre maggiore autosufficienza energetica. Immagine, you can.
L’Italia non è un paese per vecchi?
Abbiamo un nuovo primato italiano: la classe dirigente più vecchia d’Europa. Questo è uno dei risultati del primo rapporto su potere e anagrafe in Italia preparato dall’Università della Calabria per la Coldiretti, presentato in un articolo apparso recentemente sul quotidiano La Repubblica. L’età media della classe dirigente italiana calcolata nei settori della politica, economia e pubblica amministrazione è 59 anni, con una età media minima di 53 ed una massima di 67.Osserviamo qui che questi valori riguardano le generazioni nate tra il 1945 ed il 1953 ovvero quelle che erano giovani tra il 1968 e il 1974, gli anni durante i quali si manifestò per la prima volta , sebbene mediato dalle ideologie, la rivolta culturale dei giovani contro l’establishment al potere. Questo significa che l’establishment al potere di oggi è costituita dalle generazioni dei giovani che quarant’anni fa lo avevano contestato. Destino comune a molte rivoluzioni quello per cui i soggetti rivoluzionari una volta conquistato il potere diventano conservatori. Forse non era del tutto sbagliato lo slogan di quei tempi: “non devi fidarti di nessuno che ha più di trent’anni”.
Tra i dati riportati dalla ricerca vi è poi la proporzione drammatica nel nostro paese tra giovani e anziani: per 100 abitanti di età tra 0 e 14 anni ve ne sono 144 di età superiore ai 65 anni. Tuttavia, il problema ancor più drammatico che emerge da questa situazione non è tanto il fatto che “in Italia ci sono sempre meno giovani, ma che quei pochi che abbiamo sono rappresentati male”. E dunque, che fare?
Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro. Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta. Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come nelle altre democrazie contemporanee (tranne l’Austria), sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica. Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia? Il prossimo 31 maggio si aprirà a Trento la settima edizione del Festival dell’economia dal titolo “Cicli di vita e rapporti tra generazioni”. Una buona occasione per lanciare il tema dell’estensione del diritto di voto ai minorenni.
Molto rigore per nulla.
Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo. In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda. Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche. Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?
Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.
La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà. Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza. Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me? Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione versus raccoglimento. Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.
Possiamo ora azzardare una prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista. L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista. La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”. La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.
Lo spettacolo Beppe Grillo: cinque stelle di pubblico, una di critica

Capi popolo che raccolgono l’inverno del nostro scontento nascono ogni volta che si apre una crisi. Rabbia distruttiva proprio perché non trova sbocchi credibili sulla direttrice del cambiamento radicale. Beppe è un demagogo qualunquista dotato di una rabbia autentica in un cervello non privo di ingegno un po’ sopra le righe: tira calci. Ora ha la possibilità di dire basta ad alcune efferate anomalie di sistema che i partiti istituzionali non hanno saputo contrastare. Tutti si sono assuefatti a scandali di ogni tipo e di ogni dimensione, non mancando in molte occasioni di parteciparvi. È l’Italia. Verso la cronicità dei mali sociali, mafia, corruzione, evasione fiscale, conflitto di interessi e quant’altro, i politici si sono limitati a salotti televisivi o agguerrite quanto sterili denunce parlamentarti.
Nessuna azione esemplare, e soprattutto nessun politico si è mosso per promuovere cultura nella popolazione. La Cultura, quella che smuove la mentalità della gente per far crescere in civiltà un popolo, non ha mai sfiorato né il pensiero né il cuore a nessun politico, eppure far crescere in civiltà il popolo dovrebbe essere il principale obiettivo di ogni politica, l’impegno principe di ogni partito e di ogni forza sociale: il “ fare politica”. Di questo neppure un pensiero. In nessuno. “Chi non fa il proprio interesse è un coglione” ha dichiarato il Caimano e a sinistra neanche un commento. E già … la questione morale…Essere anti politici o contro la politica in un paese in cui regna massimamente l’ignoranza, può significare solo non interessarsi alla sorte di tutti e del paese.
Beppe Grillo non è tanto contro la politica quanto contro i politici per il loro modo di interessarsi alla politica, non avendo costoro in animo il servizio allo Stato, ma unicamente la loro carriera, i loro intrallazzi e giochi di potere. Pensieri retorici e qualunquisti ma come non capirlo? Come non condividerli? Tutti i politici? C’è bisogno di rispondere? Ma che dire di coloro che a difesa rispondono:”non bisogna fare di tutte le erbe un fascio”? Altri cliché, altro qualunquismo. Io vedo solo ignoranza che si oppone a ignoranza. Abissi. Non c’è confine al tormento. La ‘ misura’ gente, la misura! Non res sed modus in rebus.
Ma anche con le dovute eccezioni, la misura è colma, colma da un pezzo. Siamo tutti esasperati. Basta, basta, basta è il grido della piazza neonata, ma è anche il nostro che con i grillini in piazza non siamo andati e che li guardiamo con sufficienza nell’immaturità del loro essere pensando a una nuova e travagliata stagione. Inutile chiedere al neonato che piange di risolvere il problema, inutile e stupido criticarlo. La critica di Grillo è demagogica e qualunquista, ma il suo grido assolutamente opportuno e sensato. Errore gravissimo emarginarlo, fu commesso già a suo tempo con la Lega, e quest’errore ci ha regalato un ventennio di amarezze. Beppe sporca ancora nei pannolini ma invece di criticarlo faremmo bene ad ascoltarlo e aiutarlo. Nel passato abbiamo buttato Bossi nelle mani del Caimano e ci siamo ritrovati in un altro ventennio, l’accostamento di Grillo alla Lega è tanto giusto quanto inopportuno. Solo la cultura ci salverà.
La quadratura del cerchio magico nel paese malato.
Molti esperti sono accorsi al cappezzale del paziente Italia per il consulto sulla diagnosi e cura: economisti, politici, costituzionalisti e magistrati, quest’ultimi con il ruolo di chirurghi. Mancano però gli storici, gli antropologi, gli psicologi e i filosofi.
Un passo del recente libro “Il Contagio” scritto da due magistrati da tempo impegnati nelle indagini sulle varie mafie recita: “Non c’è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso. Tutti sono esposti al virus criminale sia in Calabria che fuori dalla Calabria. Attenzione questo non significa che tutta la società è contagiata, significa che è tutta esposta al rischio contagio”.
L’affermazione ‘la società è (…) tutta esposta al rischio contagio’ è terrificante: sembra solo questione di tempo e tutto il paese diventerà criminale! Al di là della metafora epidemiologica, ciò che più allarma in quel passo, come del resto in altre analoghe analisi a partire da Gomorra di Roberto Saviano, non è lo stato presente delle cose, l’incidenza del contagio raggiunta dal virus, quanto il fatto che poco o nulla si dica ancora sulle cause della debolezza del sistema immunitario del paese, così predisposto al rischio di morbosità e quindi sulla possibilità di trovare un vaccino.
Se è ormai riconosciuto da tutti che la lotta alla criminalità organizzata vada condotta a due livelli, il contrasto duro e diretto contro il crimine e l’azione preventiva sulle cause che lo permettono, è però meno chiaro quali siano le cause di questo male. Siamo storditi dalla ecatombe di suicidi che sono fino ad oggi accaduti a causa della crisi economica. La depressione economica ‘si sa’, come intendono cinicamente gli esperti economisti, porta alla depressione psichica dell’individuo con l’esito probabile del suicidio. Proviamo allora a domandarci perché l’esposizione al crimine così tanto dilagato nel nostro paese non porti ad un analogo disagio psichico nella popolazione.
Tra Nemesi storica e ricorsi storici in Italia la questione meridionale, posta in evidenza nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, non è ancora oggi risolta e già l’attenzione del dibattito politico si è spostata sulla questione settentrionale, peraltro anch’essa presente in alcuni pensatori dell’ottocento come Cesare Correnti. Sulla realtà della prima si è arenato il processo reale di unificazione economica e sociale del Paese, sulla consistenza della seconda si è fondato il successo del movimento politico Lega Nord (per la Padania), che per primo ne ha dato rappresentazione politica.
Il fatto è che quando i problemi e le relative argomentazioni a supporto si presentano con carattere di simmetria (non di complementarietà) v’è da dubitare di essere di fronte ad una verità. Ed anche in questo caso (a meno di non immaginare il tertium non datur ‘questione centrale’) c’è da supporre che la verità delle ‘questioni’ si ponga ad un livello superiore. Così è infatti: esiste la questione italiana.
Già posta originariamente da Cavour ai Grandi di Europa nel 1856 (sindrome di Crimea), la questione italiana ha assunto oggi, dopo la crisi economica e finanziaria, l’ingerenza Europea nella politica italiana, la crisi della politica-antipolitica e dei partiti, i connotati di un reale problema non più di crescita ma di consolidamento. Non si tratta più come all’epoca di Cavour di farsi riconoscere come un paese indipendente ed unito, ma di farsi riconoscere come un paese politicamente affidabile ed economicamente sicuro.
I problemi che connotano oggi la questione italiana costituiscono un insieme di punti che singolarmente presi si presentano come economici, sociali e politici (frammentazione struttura industriale, analfabetismo di ritorno, burocrazia, crisi della politica, crisi della democrazia, antipolitica, disoccupazione giovanile, declino demografico, evasione fiscale, criminalità organizzata, corruzione, dissesto idrogeologico, formazione classe dirigente, mobilità sociale, precarietà nel lavoro, familismo, potere temporale della Chiesa,…), ma nel loro insieme essi denotano il livello di civilizzazione raggiunto nel nostro paese.
E’ proprio vero che i miti sono cose che “non avvennero mai, ma sono sempre”. L’astuzia di Ulisse prevalse sulla forza di Aiace Telamonio e così si aggiudicò l’armatura di Achille, ma in seguito Ulisse fu punito dagli dei alla sua Odissea. Con buona pace di Omero e del triunvirato ABC, sarà dunque Beppe Grillo il nuovo eroe che si approprierà del tesoretto dei i voti della base leghista che non è disposta a rinunciare alla propria purezza per l’oltraggio subito dai suoi cortigiani del cerchio magico?
A giudicare dalla rapida ascesa del ‘movimento 5 stelle’ a valori superiori al 7% registrato dai recenti sondaggi sulle preferenze di voto e dall’aggiornamento delle parole d’ordine del suo leader nella campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative sembrerebbe proprio che sia una considerevole parte dei voti leghisti a consentire al movimento di diventare il terzo partito italiano. Bossi è vittima del sistema..se si pagasse il doppio delle tasse i politici ruberebbero il doppio … no al diritto di cittadinanza a chi nasce in Italia… non paghiamo i debiti che non abbiamo creato noi … fuori dall’euro… alla verve comica di Beppe Grippo si è aggiunto il ‘fiuto politico’ che un tempo fu attribuito all’animale politico Bossi, ma si tratta di un talento che altro non è che il millenario sistema del potere consistente nel blandire il popolo sollecitandone le più basse aspirazioni.
L’erede di Bossi ha però bisogno di un nuovo mito per far uscire il popolo dall’angustia della stanzialità territoriale (ridotta al cerchio magico) e passare ad una condizione più aperta, al futuro, al nomadismo nelle praterie della rete. L’originalità, il nuovo mito, non sta questa volta nel federalismo o nella secessione, ma nella democrazia diretta, nell’autogestione dei cittadini, nello Stato fai da te. In Internet, luogo ove è possibile l’esercizio reale del potere del popolo, sta la quadratura del cerchio. Ho altrove cercato di mostrare il carattere fondamentalmente rivoluzionario della ICT, aderendovi, non senza avvertire però il pericolo cui anch’essa ricade non appena vi si proietti la verità assoluta e la si concepisca in quanto mezzo di comunicazione come strumento di potere e di controllo.
Appartengo dunque sono.
Che la mentalità presente sia derivazione di una storia passata va da sé, non bisogna dimenticare che ogni individuo è figlio della propria cultura. Tuttavia, esiste sempre il pericolo del giudizio formulato per appartenenza che implica oltretutto la generalizzazione.
“Appartenenza” e “generalizzazione” sono bassi modi di pensare e di sentire che investono tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione che nel pensiero e nell’anima oltre questi termini non è in grado di andare; di conseguenza manifestare un’opinione diviene estremamente pericoloso, potrebbe trovare immediato consenso. Tutto questo pone il problema del riconoscimento dell’ignoranza all’interno del popolo e, conseguentemente, della necessità della sua emancipazione: l’ innalzamento del livello di cultura, fino alla metamorfosi della mentalità in seno al popolo.
L’orgoglio di appartenenza, l’odio per il diverso e la generalizzazione si sono mostrati talmente nocivi dopo il nazismo e l’olocausto che “attribuire a un popolo” è divenuto un “tabù”, cosicché ciascuno cova in cuor suo le proprie opinioni senza mai dichiarale ma procurando ugualmente che le stesse abbiano pratica conseguenza. Il “si sa come la pensa certa gente” non può mai essere certificato perché le opinioni non vengono mai dichiarate e quindi non vengono mai a confronto. Il tabù sulle caratteristiche dei popoli e delle civiltà posto dal relativismo ha bloccato qualsiasi discussione e di conseguenza qualsiasi analisi sociologica che fosse interessata a discernere, distinguere ancorché non a discriminare.
Orbene. Come da noi sempre dichiarato “I popoli non sono uguali”. Ogni fenomeno per essere capito e descritto deve essere conosciuto al di sopra di ogni pregiudizio, nel male così come nel bene: i ‘tedeschi’ sono in un modo, gli ‘italiani’ in un altro. Per certo non per i cromosomi. Il nostro discrimine più che rifarsi alla fisiognomica si rifà alla mentalità come costitutiva del reale, come attuale testimonianza del grado di avanzamento della cultura di un popolo in ogni sua precipua emergenza.
Forniamo di seguito un buon esempio di come un pensiero ideologico in quanto fondato sull’appartenenza e la generalizzazione possa fare scempio della verità e condizionare negativamente le coscienze; si tratta di diffuse credenze sulla relazione presunta tra alcuni grandi pensatori e il nazismo.
Qui trattiamo quella che riguarda lo psicoanalista Carl Gustav Jung, che continuò, anche dopo la guerra, ad essere oggetto di polemiche e dibattiti. Sia nella sua autobiografia (“Ricordi, Sogni, Riflessioni”) che nella raccolta di testimonianze sulla sua vita Jung parla, appaiono numerosi spunti critici rispetto al fenomeno nazista, che in alcuni suoi scritti e passaggi Jung analizzò – con molta preoccupazione – da un punto di vista psicologico-analitico collettivo. Jung, comunque, consapevole com’era delle falsità di tale accuse, non diede mai troppo peso alla questione. Ma per avere un quadro più ampio è utile riferirsi allo stralcio di un’intervista del 1949:
“Chiunque abbia letto uno qualsiasi dei miei libri non può avere dubbi sul fatto che io non sono mai stato filonazista e tanto meno antisemita; non c’è citazione, traduzione o manipolazione tendenziosa di ciò che ho scritto che possa modificare la sostanza del mio punto di vista, che è lì stampato, per chiunque voglia conoscerlo. Quasi tutti questi brani sono stati in qualche misura manomessi, per malizia o per ignoranza. Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”. Guarda caso, se lette nel loro contesto queste frasi acquistano un significato esattamente contrario a quello attribuito a esse da questi “ricercatori”. Sono state prese da un articolo intitolato “Situazione attuale della psicoterapia”. Perché si possa giudicare il senso di queste frasi controverse, le leggerò per intero il paragrafo in cui ricorrono: “In virtù della loro civiltà, più del doppio antica della nostra, essi presentano una consapevolezza molto maggiore rispetto alle debolezze umane e ai lati dell’Ombra, e perciò sono sotto questo aspetto molto meno vulnerabili. Grazie all’esperienza ereditata dalla loro antichissima civiltà essi sono capaci di vivere, con piena coscienza, in benevola, amichevole e tollerante prossimità dei loro difetti, mentre noi siamo ancora troppo giovani per non nutrire qualche “illusione” su noi stessi… L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà di circa tremila anni, possiede, come il cinese colto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi. L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai, poiché tutti gli istinti e i suoi talenti presuppongono, per potersi sviluppare, un popolo che li ospiti, dotato di un grado più o meno elevato di civiltà. La razza ebraica nel suo insieme possiede perciò – per l’esperienza che me ne sono fatta – un inconscio che si può paragonare solo con alcune riserve a quello ariano. Eccezion fatta per alcuni individui creativi, possiamo dire che l’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare ancora in sé le tensioni di un futuro non nato. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico, il che costituisce al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio di una giovane età che non si è ancora completamente distaccata dall’elemento barbaro”
Dice Jung “Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno 1949: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”.”
Le frasi sottolineate furono estrapolate ad hoc, come in ogni pratica di falsificazione ideologica, e potrebbero essere attribuite sia a filo nazisti che da detrattori “democratici” a dimostrazione che Jung abbia aderito o addirittura sia stato sostenitore di idee razziste. Il brano letto per intero manifesta tuttavia opinioni che pur lontane dall’essere filo alcunché, prendono in considerazione gli ebrei e gli ariani come appartenenti ad una “razza”, e a razze diverse, motivando la loro diversità su base storica, culturale biologica e archetipica inconscia: “i suoi istinti e talenti”. Dirà più oltre: “L’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare in sé tensioni di un futuro non nato”. Il concetto di “razza” e di appartenenza viene dunque interamente conservato e Jung si pregia di attribuire alla razza sue precise e precipue caratteristiche.
Ingenuamente Jung parla di “eccezioni” e di un “ebreo medio”, non avendo in cuor suo un intendimento statistico, badando ai fenomeni nella qualità senza analizzare il modo. La mancanza della misura è difetto di molti, direi anzi di tutti, nessuno sa quantificare i fenomeni nella loro distribuzione e tutta la vita abbiamo assistito a forzature che hanno storpiato ad hoc, secondo difesa della propria tesi, ogni realtà pensando di volta in volta a proprio piacimento qualsiasi “misura”. I giudizi di Jung non sono tuttavia giudizi di valore, Jung semplicemente rileva in pochissime righe quello che gli sembra di aver compreso di un popolo, una razza, gli ebrei, e di un’altra, gli ariani. Rilevandone pregi e difetti che appertengono alla cultura di un popolo non singolarmente agli individui.
Il grado di avanzamento culturale dovrebbe essere oggetto di studio e materia di indagine, per il raggiungimento dell’obbiettivo e lo scopo principale della politica, quello di un avanzamento in civiltà. Gli incapaci, diversamente, in spregio alla cultura sanno solo prendere provvedimenti economici per vessare le genti, nella pretesa con questo di educare.
Il modello tedesco
Un adagio tedesco recita: “l’ordine è metà della vita, ma l’altra metà è più bella”. Fino a poche settimane fa era all’ordine del giorno la critica al rigore tedesco nella concezione del debito pubblico (conti in ordine in casa propria) e ossessionati dall’incubo dello spread ci si arrovellava sulle misure economiche e finanziarie più idonee. Oggi, distolti dal rigore applicato dal nostro stesso governo, al quale si inizia a rivolgere le prime severe critiche, abbiamo messo in evidenza con un’enfasi teutologica il confronto con il “modello tedesco”, sebbene limitato alla legislazione sul lavoro con riferimento in particolare al famigerato art.18. Amore e odio tra i nostri due popoli?
Il fatto è che il rapporto tra il popolo italiano e quelli di lingua tedesca ha un’origine bi-millenaria senza quasi soluzione di continuità e dimentichiamo che è stato spesso conflittuale, come lo sono inevitabilmente i rapporti con gli invasori. Prima i barbari per gli antichi Romani, poi gli Ostrogoti di Teodorico, i Longobardi, Federico Barbarossa, Federico II, gli Austriaci ed infine l’occupazione del III° Reich. Con le devastazioni di Roma, il dominio di intere regioni, due guerre mondiali e la Resistenza c’è da supporre che qualche cosa sia rimasto nel ‘comune sentire’ degli italiani. Nessuna nostalgia o giustificazione né alcuna benevolenza, ma consapevolezza del nostro passato sì.
Nei dibattiti televisivi sulla crisi economica e finanziaria ad alcuni commentatori è piaciuto osservare la coincidenza nella parola tedesca Schuld del duplice significato di debito e colpa, mostrando una meraviglia per altro mai sufficientemente spiegata. Che in questa coincidenza linguistica si potesse riconoscere una profonda diversità culturale riconducibile alla etica protestante è una ipotesi che non sfiora le menti degli ‘uomini del fare’. Questi, siano essi appartenenti ad aziende o sindacati, posti di fronte alle differenze salariali tra gli operai della Fiat e quelli della VW, non vedono le reali e profonde cause culturali che spiegano tali risultati, tanto ne sono inconsapevoli vittime e portatori sani. Questa volta non vale il riconoscimento consolatorio del “così fan tutti”.
Ed eccoci di nuovo a considerare il “modello tedesco”, ma cosa veramente lo caratterizza? Per alcuni la legislazione sul lavoro, per altri la legge elettorale, il welfare state, la qualità dei prodotti. Si sostiene e ragione che un modello non possa essere esportato,copiato in un altro contesto, ma eventualmente innestato con la necessaria considerazione delle diversità dei fattori culturali in gioco. Ebbene, quali sono queste diversità culturali? La cultura, senz’altro. Non il lavoro, ma la cultura rende liberi: die Kultur macht frei.
Anche Bossi tiene famiglia
Di fronte alla dissoluzione forse non della Lega ma sicuramente della verginità dei leghisti puri e duri, per anni osteggiata dal popolo padano di fronte agli scandali della ‘Romaladrona’, non vale più l’adagio ipocrita e consolatorio del così fan tutti. Si percepisce molta acrimonia negli articoli di questi giorni che riempiono i quotidiani e gli interventi nei socialnetwork: prima Berlusconi, poi Formigoni e adesso anche Bossi, il “terrone padano”! Se ancora qualcuno volesse scandalizzarsi dovrebbe farlo non per gli eventi ma per la sorpresa e meraviglia che ancora si mostrano di fronte a simili eventi. Sarebbe invece più utile e intelligente cogliere l’occasione (l’ennesima) per comprendere in quale ‘brodo di cultura’ stiamo annegando, che riguarda non soltanto i partiti e i politici corrotti e corruttibili, ma ogni aspetto della vita sociale e individuale.
Un velo caduto? Forse. Temo tuttavia che ancora non ci siamo liberati dalla malattia del nicodemismo che tanto ha influenzato i fondamenti stessi della politica, dai fasti rinascimentali ai nefasti inquisitori. Diceva Torquato Accetto nella Dissimulazione onesta che “Il vero non si scompagna dal bene, ed avendo il suo proprio luogo nell’intelletto, corrisponde al bene ch’è riposto nelle cose; né può la mente dirizzarsi altrove per trovar il suo fine, e se ‘l vulgo si reputa felice in quello che appartiene al senso, ed i politici nella virtú o nell’onore, i contemplativi mettono il loro sommo bene in considerar l’Idee che son nel primo grado della verità, la qual in tutte le cose è la proprietà dell’essere a quelle stabilito, perché in tanto son vere in quanto son conformi al divino intelletto”.
Politici e opinionisti sono già pronti ad incantarsi su ciò che accadrà fuori dal ‘cerchio magico’: chi sarà l’Ulisse e chi l’Aiace Telamonio a disputarsi l’armatura di Achille (chiedo perdono ad Omero per l’oltraggioso paragone)? Cosa faranno, o meglio cosa diranno i partiti sopravvissuti per accogliere tra le proprie fila le pecorelle smarrite? Più federalismo, meno tasse, eccetera …
Siamo pronti per il prossimo scandalo? La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi. Buonanotte, e buona fortuna.
Newpro: i nuovi protestanti per una scelta etica nella destinazione dell’otto per mille
La divisione tra cattolici, laici e non credenti rappresentata nel nostro Paese è una falsità ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Siamo di fronte alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile che si manifesta come lapsus verbale: identificare il concetto di “cattolicesimo” con quello di “cristianesimo”. Teologi, sacerdoti, intellettuali sembrano non avvertire la necessità di distinguere tra ‘cattolico’ e ‘cristiano’ nelle loro argomentazioni, sebbene questi due termini rimandino a concezioni profondamente diverse, che oggi spiegano alcune nostre differenze culturali con altri paesi. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha così fortemente contribuito a costituire una svolta selettiva culturale, inducendo una vera e propria mutazione nell’evoluzione del mondo occidentale. Dalla fede nell’autorità alla autorità della fede.
A 150 anni dall’Unità d’Italia il nostro Paese risulta ancora incompiuto. Se allora i Piemontesi si imbatterono nella “questione meridionale” e in un conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e contenere l’ingerenza della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e istituzionali. Ma la storia non ripropone le stesse occasioni e dunque non possiamo avere il rimpianto per la mancata riforma protestante in Italia, né tantomeno vogliamo una riedizione della presa di Porta Pia. Dobbiamo però prendere però che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani.
Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci ad altri paesi europei o agli Stati Uniti al fine assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”. Non ci rendiamo conto però che a parità dei valori di riferimento, per esempio i valori della libertà e della democrazia, il comportamento degli italiani risulta ben diversamente fondato da quello francese, piuttosto che tedesco, anglosassone , scandinavo o americano. Un esempio per tutti è il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così profonda da non sfuggire nemmeno all’attenzione di un distratto turista. Si tratta della mentalità, della cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale è però vero anche che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso.
Consideriamo alcuni tratti caratteristici della etica protestante: da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità) concependo una società come somma non d’individui ma di ‘famiglie’, monadi che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile. Da una parte persone in rapporto diretto con Dio e tramite il diritto con il proprio simile, le quali, avendo consapevolezza in quanto religiose di essere peccatori, sanno che si salveranno per sola grazia e quindi saranno condotte ad assumere un personale impegno nel mondo vissuto nella libertà e nella responsabilità. Un impegno che si deve poter esprimere pienamente nella quotidianità della vita e nel lavoro, tanto per i religiosi che per i laici.
in occasione della denuncia dei redditi 2011 ci presentiamo come nuovi protestanti (newpro) che intendono manifestare con un atto di protesta rivolto alla Chiesa di Roma la maturità raggiunta di persone consapevoli e responsabili, padroni della propria esistenza, esprimendo al di qua delle nostre fedi religiose e convinzioni politiche la scelta dell‘ otto per mille a favore della Chiesa Valdese o della Chiesa Evangelica Luterana.
Ci rivolgiamo con il seguente appello alla buona volontà di tutti i cristiani, dei laici, dei non credenti, di tutti coloro che vogliono essere e i loro figli crescere come le persone che desiderano incontrare: sono un cittadino onesto e pago le tasse, scelgo di destinare l’otto per mille alla Chiesa Valdese o alla Chiesa Evangelica Luterana.
Una leadership italiana in Europa.
Mentre nella economia virtuale i derivati gonfiavano i mercati finanziari portandoli al collasso, nella economia reale il bisogno crescente di materie prime e di energia imponeva al mondo la ricerca di nuovi assetti e di nuovi equilibri geopolitici. Paesi come il Canada si sono trasformati da produttori ad estrattori, nuovi poli economici sono sorti in Australia, in America del Sud, in Africa e in Asia. In questo ultimo decennio l’attenzione degli economisti si è rivolta verso quei Paesi definiti economicamente emergenti caratterizzati da costanti crescite di Pil, elevate e di gran lunga superiori a quelle delle economie americana ed europee. E’ stato coniato così l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) poi diventato BRICS , con l’aggiunta del Sudafrica.
L’esplosione nei mercati occidentali della crisi manifestatasi all’inizio come crisi finanziaria e poi diventata economica ha fatto riscoprire la economia reale, dopo che per molti anni una finanza creativa si era presentata come slegata da questa. Ancora una volta vale il principio epistemologico, o forse psicologico, secondo il quale la normalità viene inferita dalla patologia, ovvero ci interessiamo di una cosa quando essa non funziona più. E con l’economia reale è riemerso l’interesse per le materie prime e le cosiddette terre rare. Tale rinnovato interesse si colloca però nel quadro generale delle trasformazioni strutturali dell’economia mondiale indotte dallo sviluppo delle nuove tecnologie e dall’ingresso dei consumatori dei paesi emergenti. Gli analisti di Citigroup hanno indicato questi Paesi con l’acronimo CARBS (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sudafrica): “nonostante ospitino appena il 6% della popolazione mondiale, questi cinque paesi controllano assets legati al mercato delle materie prime per un controvalore prossimo ai 60 bln di Usd, in un territorio equivalente a circa il 30% di quello planetario, e garantiscono in media tra il 25% e il 50% della produzione mondiale dei principali metalli e minerali”.
Dietro gli acronimi si può individuare la principale direttrice di trasformazione posta dalla globalizzazione: il baricentro della cultura e dell’economia si sposterà verso quei paesi che produrranno conoscenza o che controlleranno le materie prime, oltre che l’energia e le riserve d’acqua. In questo quadro composto da sette grandi paesi e da alcuni loro satelliti, quale dunque potrà essere il ruolo dell’Europa? E su scala ancora minore, quale potrà essere il ruolo dell’Italia ?
Sappiamo di non essere un paese dotato di materie prime e dopo aver perso interi settori di trasformazione quali la chimica, la farmaceutica, la metallurgia, la cantieristica navale, l’informatica, ora stiamo perdendo anche quello dell’auto. Temiamo per l’energia, ma non siamo in grado di avviare le grandi opere infrastrutturali, linee ferroviarie, porti, acquedotti e in particolare quelle per riparare il territorio dal dissesto idrogeologico.
Per attrarre investimenti stranieri, non la vendita di aziende e marchi nazionali, bisogna rendersi prima attraenti economicamente, anche assicurando la legalità su tutto il territorio. C’è dunque un gran lavoro di ristrutturazione domestica da compiere, le cosiddette riforme, ma la capacità di produrre risultati di tali riforme dipenderà dalla relazione che il paese saprà sviluppare con il resto del mondo. Nell’era della globalizzazione si tratta di concepire per l’Italia un ruolo di leadership e attivare una politica estera che si emancipi dalla sindrome di Crimea.
Avremo due baricentri, il primo spostato verso il Pacifico e il secondo nel Mediterraneo. Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale? L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Per fare ciò occorre tuttavia una leadership all’altezza della situazione. La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica per la formazione del futuro governo politico, che abbia come unici criteri di selezione il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni, la riforma della legge elettorale e la selezione dei politici costituiranno il banco di prova per il rinnovamento italiano. Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.
Fine dell’Euro o della Grecia?
Grecia, febbraio 2012: “La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti d’immondizia e dormono per strada.”
Chi lo dice? Mikis Theodorakis in una lettera aperta del 12 febbraio scorso. Punto di riferimento per l’opinione pubblica di sinistra, al ritorno della democrazia in Grecia, quando il governo socialista guidato da Andreas Papandreou si trova al centro di alcuni scandali di corruzione, Theodorakis per qualche tempo si schiera con il centro-destra, riconciliandosi con la sinistra soltanto dopo l’uscita di scena di Papandreu.
(…) “Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine ho sopravvissuto ancora.”
(…) “Esiste un complotto internazionale con obbiettivo la cancellazione del mio paese. Hanno iniziato dal 1975 con obbiettivo la civiltà neo-greca, hanno continuato con la distorsione della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale ed adesso stanno cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.”
(…) “ … dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “v. Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione.”
(…) “Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troica.”
(…) “Ho sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere- rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio dal primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO!”
(…) “Qui assistiamo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva.” (…)
Non condivido l’opinione di un ‘complotto internazionale per affossare la Grecia’ e neppure penso ad un complotto internazionale in mano alle banche e al Fondo Monetario Internazionale. Il mondo è acefalo, questo è il dramma, e il potere è in mano a gente completamente insipiente che nulla sapendo pensa solo al proprio interesse, a salvare il proprio e poi si vedrà.
Ritengo diversamente che il vero nemico sia la stupidità, l’economia senza la politica, l’economia senza la cultura e chi l’appoggia, l’indicibile e intollerabile insipienza con cui chi regge le sorti economiche dell’umanità si rende servo acefalo di un’economia liberista senza avere la minima idea di dove dirigere la barra né del caos in cui stanno gettando l’intero pianeta ( ambiente incluso). Costoro non trovano di meglio che arricchirsi ulteriormente e affamare i popoli.
Finiamola di pensare che sono “intelligenti”, sono solo “astuti”, avidi, corrotti, disonesti, stupidi e volgari e ricchi, immensamente ricchi e immensamente ricchi rimarranno finché il popolo sarà avido, corrotto, disonesto, stupido e volgare e invidierà chi è ricco, chi è potente, chi ha successo condividendone i valori.
Riuscite a capire ora? L’economia liberista è una chiavica e il potere è in mano a dei miopi sorci cui interessa solo mangiare il formaggio. Ma i sorci prosperano sulla mentalità del popolo che la stessa mentalità nei valori condivide. Cultura, si impone cultura.
Attenti a quei due.
Siamo certi di aver davvero compreso tutte le implicazioni che il fenomeno della globalizzazione comporta? Avevamo immaginato che essa non riguardasse più soltanto gli aspetti economici, sociali e culturali, ma che incidesse anche in quelli politici. Vi sono, infatti, alcune trasformazioni in atto della politica internazionale che segneranno nei prossimi anni svolte radicali negli assetti tra gli Stati.
In questi giorni è stata data notizia di due avvenimenti che prefigurano l’evoluzione in atto della politica nell’era della globalizzazione.
Il primo riguarda l’Europa e potremmo definirlo come la forma nascente, se non proprio di un partito europeo, di una campagna politica oramai transnazionale: la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è esposta personalmente per sostenere la rielezione del Presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy in una conferenza stampa ed una intervista televisiva congiunte a Parigi a conclusione del tradizionale Consiglio dei ministri bilaterale tenutosi lo scorso 6 febbraio..
Il secondo avvenimento politico si colloca sulla scala mondiale e riguarda lo spostamento progressivo nell’area del Pacifico del baricentro degli interessi della politica USA. Si tratta del prossimo incontro, che avverrà il 14 febbraio a Washington, tra Barack Obama, verosimilmente rieletto nel prossimo novembre per il secondo mandato di Presidente degli Stati Uniti, e il nascente leader cinese Xi Jinping futuro Presidente del Partito Comunista Cinese dal prossimo ottobre e futuro Presidente della Cina dal marzo 2013.
I due fenomeni hanno evidentemente una portata differente: mentre i rapporti tra USA e Cina ci indicano la prospettiva di nuovi equilibri futuri tra gli Stati europei e gli Stati Uniti con la conseguenti ricadute di tali assetti all’interno dei rapporti tra gli Stati componenti la Comunità Europea, la joint venture Franco-tedesca ci mostra la trasformazione già in atto dei rapporti politici, anche formali, tra i due governi che dallo scorso anno hanno stabilito un asse bilaterale economico con l’intento di condizionare la politica degli altri Paesi comunitari.
Avremo così due baricentri, il primo spostato nel Pacifico e il secondo nel Mediterraneo.
Di fronte a questo scenario quale senso possono avere le lamentele di coloro che gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri nella politica nazionale? L’obiettivo è ormai chiaro, pena la definitiva subalternità ai Paesi europei più forti economicamente: la politica estera italiana, già così caratterizzata dalla sindrome di Crimea, dovrà al più presto rinascere per conquistare un ruolo centrale che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo.
Per fare ciò occorre tuttavia una leadership all’altezza della situazione. La migliore eredità che l’attuale governo potrà lasciare, proprio in quanto composto da tecnici competenti, sarà l’indicazione metodologica per la formazione del futuro governo politico, che abbia come unici criteri di selezione il merito e la competenza. Poichè il prossimo governo sorgerà da nuove elezioni, la riforma della legge elettorale e la selezione dei politici costituiranno il banco di prova per il rinnovamento italiano. Non avremo più una seconda occasione per dare la prima impressione.
La sindrome di Crimea.
Dalla scorsa estate si è diffusa la convinzione tra politologi e politici, tanto a sinistra quanto a destra, secondo la quale la politica nel nostro paese avrebbe abdicato non tanto in favore di un ‘governo tecnico’, quanto in favore dell’ingerenza di stati stranieri, ancorchè europei, nelle scelte nazionali.
La Grecia tentò di rispondere alle pressioni europee con la proposta di coinvolgere il popolo perchè si esprimesse con un referendum sulle misure economiche da prendere, la Spagna scelse la strada di nuove elezioni, mentre il Governo italiano, con l’accordo delle opposizioni, scelse invece di ritirarsi nel Parlamento.
Si invoca ancora una volta l’unità politica europea, deprecandone la mancanza quale causa dell’incapacità di fronteggiare con efficacia la crisi economica in atto, ma la persistente divisione tra gli Stati si mostra in realtà ancora utile e comoda per scaricare le responsabilità secondo il principio del Deus vult!
Quando il Governo Berlusconi gettò davvero la spugna? Quando di ritorno da Bruxelles il 24 ottobre del 2011 dopo aver ricevuto i primi ‘compiti a casa’, il Presidente del Consiglio dichiarò “Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”. Questa dichiarazione esprime una verità, ancora in gran parte taciuta, sul livello della nostra classe dirigente politica. E’ la lingua a parlare per noi rivelando la realtà di una politica incapace di agire perchè ricattata dal consenso elettorale e non, piuttosto, agita in funzione di una visione dell’interesse lontano.
Se vogliamo davvero cambiare, per migliorarci, dobbiamo vederci come siamo davvero, senza alcuna indulgenza.
Dal 1855, sei anni prima dell’Unità d’Italia, siamo affetti da un’ansia di riconoscimento nella politica internazionale. A quel tempo Cavour, avendo il Risorgimento come visione dell’interesse lontano, condusse un’abile politica che portò l’anno seguente il piccolo Regno di Sardegna a sedersi al tavolo dei grandi, in particolare la Francia e la Gran Bretagna, per mettere nell’agenda politica internazionale di allora la liberazione dei territori italiani dall’Austria.
Da allora la nostra politica estera è stata segnata in varie occasioni dalle mutazioni di questo morbo politico che afflligge la crescita del nostro giovane paese e che definirei come la ‘sindrome di Crimea’: le due Guerre Mondiali, tra le quali il colonialismo italiano, la partecipazione militare nei conflitti nei territori dell’ex Juguslavia e nel Medio Oriente.
Ma come agisce la ‘sindrome di Crimea’ nei confronti della Comunità Europea contemporanea? Ancora una volta verrebbe da ricordare la citazione secondo la quale la storia si presenterebbe la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Tuttavia, eliminata la farsa dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi che in occasione di un incontro internazionale al G8 del 2011 avvicinò il Presidente Obama per fargli presente la prioritaria necessità di una riforma della giustizia per la presenza in Italia della da lui supposta “dittaura dei giudici di sinistra”, rimane un atteggiamento politico generale, trasversale agli schieramenti dei partiti, riconducibile a quella tecnica economica che va sotto il nome di leveraged byout, contrastato dal riemergere di un peloso orgoglio nazionale contro i moderni invasori.
In altre parole, l’atteggiamento verso l’Europa si mostra nella sua ambivalenza originaria, ovvero quella di predicare da una parte la costituzione di una comunità politica forte ed unitaria, oltre che monetaria, cui demandare ciò che noi, da noi stessi, non siamo in grado di fare, ma dall’altra di considerare, quasi sperare, l’uscita dall’euro come un’opportunità per uscire dalla nostra crisi.
Sembrerebbe dunque che nella società della percezione la sindrome di Crimea si sia indebolita e prevalga piuttosto una spinta regressiva verso l’isolamento del nostro Paese in una situazione anteriore all’Unità d’Italia, a dispetto della complessità della globalizzazione, in cui ci si possa illudere di essere padroni in casa propria. L’ideologia che oggi sorregge questo pensiero debole discende dalle invettive fasciste contro gli stati plutocratici, dalle analisi comuniste contro l’imperialismo americano e delle multinazionali e, per ultimo, dalle concezioni tribali del territorio sostenute dai leghisti nostrani.
Un Augurio per l’Italia: Viva la IIIª Repubblica !
Nel primo trimestre del Nuovo Anno si potrà valutare la “fase 2” della manovra economica di risanamento della nostra economia e quindi la stabilità stessa del Governo Monti. Intanto qui rivolgiamo al Paese gli auguri per un ingresso nella IIIª Repubblica, ricordando il discorso del 4 marzo 1933 di Franklin Delano Roosevelt, pronunciato per l’insediamento alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America (poco prima, il 30 gennaio 1933, Hitler divenne Cancelliere del Reich).
Il discorso è una prova di come la politica e l’economia possono diventare strumenti efficaci per le grandi trasformazioni dei popoli solo quando si poggiano sulla cultura.
Prima di lui Herbert Clark Hoover, Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1929 al 1933, affrontò la grande depressione proponendo l’austerità, ma fallì miseramente. F.D.Roosevelt, Presidente dal 1933 fino al 1945, invece risolverà la crisi redistribuendo il reddito e aumentando i salari.
Presidente Hoover, signor Giudice Supremo, amici.
Questo è un giorno di solennità nazionale, e sono certo che in questo giorno i miei connazionali si aspettano che, nell’assumere la presidenza, mi rivolga a loro con la franchezza e la fermezza che l’attuale situazione del nostro popolo esige.
Questo è decisamente il tempo di dire la verità, tutta la verità con franchezza e coraggio. Né abbiamo bisogno di evitare di affrontare onestamente le condizioni del nostro paese, oggi.
Questa grande nazione resisterà come ha resistito, risorgerà e prospererà. Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa, la paura anonima, irrazionale, ingiustificata che paralizza gli sforzi necessari per trasformare il regresso in progresso.
In ogni ora oscura della nostra vita nazionale, una leadership franca e vigorosa si è incontrata con la comprensione e il supporto del popolo stesso, che è essenziale per la vittoria. Sono convinto che darete ancora quel supporto alla leadership, in questi giorni critici. Con questo spirito, per quanto è nella mia e nella vostra parte, affrontiamo le nostre difficoltà comuni. Queste riguardano, grazie a Dio, soltanto aspetti materiali.
I titoli sono precipitati a livelli irrisori; si è verificato un incremento delle tasse; il nostro potere d’acquisto è caduto; ogni ramo dell’amministrazione è minacciato da una seria riduzione delle entrate; le foglie secche delle imprese industriali si accumulano ovunque attorno a noi; i contadini non trovano mercato per ciò che producono; i risparmi di molti anni in molte migliaia di famiglie sono scomparsi. Inoltre, ed è ancora più importante, molti cittadini disoccupati affrontano il severo problema dell’esistenza, e un numero ugualmente elevato si affatica al lavoro con scarsissimo profitto. Solo un pazzo ottimista può negare le lugubri realtà di questo momento.
Tuttavia i nostri problemi non provengono da alcun fallimento sostanziale. Non siamo perseguitati dalla piaga delle cavallette. In confronto ai pericoli che i nostri progenitori superarono perché avevano fede e non avevano paura, abbiamo ancora molto da essere grati. La natura continua a offrirci i suoi doni, e gli sforzi dell’uomo li hanno moltiplicati.
L’abbondanza è dietro la porta, ma languiamo nel bisogno. Questo accade, in primo luogo, perché chi regola lo scambio dei beni ha fallito per la sua testardaggine e incompetenza, ha ammesso il fallimento, e ha abdicato.
Le pratiche degli operatori economici senza scrupoli sostengono ora l’accusa dell’opinione pubblica, e sono respinte dal cuore e dalla mente degli uomini. In verità, hanno provato, ma i loro sforzi sono caduti nel modello di una tradizione già superata.
Davanti alla crisi del credito, hanno proposto solo il prestito di più denaro. Mancando l’esca dei profitti con i quali indurre la gente a seguire la loro falsa leadership, hanno fatto ricorso alle implorazioni, supplicando lacrimosamente di ridar loro fiducia. Conoscono solo le regole di una generazione di egoisti. Non hanno una visione, un progetto per il futuro, e quando non ci sono progetti, il paese perisce.
I cambiavalute sono fuggiti, hanno abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civiltà. Noi possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verità. La misura di questa restituzione sarà lo sforzo di considerare i valori sociali più nobili dei profitti monetari.
La felicità non consiste nel semplice possesso di denaro: consiste nella gioia della ricerca, nel brivido dello sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono essere ancora dimenticati nella folle caccia a profitti illusori.
Questi giorni oscuri ci costano molto, ma avranno molto valore se ci insegneranno che il nostro destino non è di essere serviti, ma di servire noi stessi e i nostri concittadini.
Il riconoscimento della falsità della ricchezza materiale come standard di successo va di pari passo con l’abbandono della falsa credenza che gli uffici pubblici e le alte posizioni politiche debbano essere valutate solo con l’orgoglio delle cariche o con il profitto personale; e deve finire la condotta nell’attività bancaria e negli affari che troppo spesso ha dato a un’attività importantissima l’aspetto di un comportamento negativo, insensibile ed egoista.
C’é poco da meravigliarsi che la fiducia manchi, perché si basa solo sull’onestà, sull’onore, sulla giustizia dei contratti, sulla leale protezione, sul comportamento non egoista; senza queste basi, non sopravvive.
La ricostruzione richiede, comunque, non solo un cambiamento etico. Questa nazione chiede fatti, e fatti immediati. Il nostro più importante compito è di rimettere la gente al lavoro. Non è un problema irrisolvibile, se lo affrontiamo con saggezza e coraggio.
Potrà essere risolto da un lato tramite un reclutamento diretto da parte del governo stesso, trattando la questione come tratteremmo l’emergenza di una guerra, ma nello stesso tempo, attraverso questo impiego, portando a termine progetti estremamente necessari per stimolare e riorganizzare l’uso delle risorse naturali.
Ci sono molti modi in cui il compito può essere agevolato, ma la soluzione non sarà mai resa più agevole semplicemente parlandone. Dobbiamo agire, e subito.
Infine, nel nostro procedere verso la ripresa del lavoro, abbiamo bisogno di due salvaguardie contro il ritorno dei mali del vecchio ordinamento: ci deve essere una stretta supervisione sull’attività bancaria, il credito e gli investimenti, così che verrà posta fine alla speculazione con il denaro altrui; e deve essere prevista un’adeguata e sana circolazione monetaria.
Ricambierò la fiducia in me riposta con il coraggio e la dedizione che si addicono a questo momento. E’ il meno che possa fare. Chiediamo umilmente la benedizione di Dio. Possa proteggere ciascuno di noi, possa guidarmi nei giorni che verranno.
L’Ordine Nuovo
La missione possibile affidata dal Presidente della Repubblica a Mario Monti è recuperare fiducia per ridare all’Italia la perduta credibilità. Per fare ciò il nuovo Presidente del Consiglio incaricato costituirà un governo di tecnici di comprovata competenza ed esperienza europea, al quale affidare il compito di varare le necessarie misure di risanamento finanziario e le riforme economiche per lo sviluppo.
Così come per liberarci dall’incubo berlusconiano abbiamo avuto bisogno dell’intervento diretto dell’Europa, ora per scongiurare il rischio del fallimento e ristabilire condizioni economiche positive abbiamo bisogno di personale esterno alla politica.
Le prime parole del nuovo premier mostrano consapevolezza della situazione. Tuttavia, il vero problema non è se e per quanto tempo il nuovo governo dei tecnici sarà in grado di riacquistare la fiducia, bensì come tale fiducia potrà essere rinnovata e mantenuta dal nuovo governo dei politici che verrà, la IIIa Repubblica.
Possiamo immaginare, dopo la cura Monti dei prossimi mesi, un governo eletto nel 2013 composto da una combinazione di figure politiche, sia di maggioranza che di opposizione, quali quelle che oggi siedono al Parlamento?
L’ imbarazzo delle sinistre di fronte alle annunciate misure economiche e le rancorose esternazioni delle destre dopo l’ inettitudine mostrata dal governo Berlusconi non fanno, per ora, presagire nulla di buono. Forse si dovrà sperare nel processo di “rottamazione” avviato da certe componenti della sinistra, forse nella costituzione del terzo polo come nuovo “centro” o forse in una riedizione del “berlusconismo” senza Berlusconi …
Penso, invece, che si dovrebbe considerare con attenzione l’ opportunità che il nuovo governo ci mostrerà, fungendo da nuovo attrattore per l’avvio di una politica di caratura internazionale, europea e mondiale. In altre parole, si tratta di vedere il “governo tecnico di Mario Monti” come una sperimentazione che ci permetta di individuare una nuova classe dirigente del Paese, composta da figure prestigiose sul piano tecnico e istituzionale, da affiancare a nuove figure politiche che siano selezionate sui nuovi criteri e valori.
Vox populi e vox Dei
Rattrista vedere l’Unione Europea che esita ad aiutare con la finanza comune la Grecia per evitarle il fallimento. E pensare che la Grecia, che oggi costiturebbe una minaccia alla stabilità dell’Europa, con la sua filosofia fu la culla della civiltà occidentale. Ma la rimozione delle origini della nostra cultura operò già all’epoca della elaborazione di un Testo della Costituzione Europea, operazione fallita, tra altre criticità, anche per i problemi identitari (sic!) … causati dalla mancanza di riferimenti alle radici giudaico-cristiane della coscienza europea.
In questo quadro il Primo Ministro della Grecia ha proposto un referendum per rimettere al popolo il giudizio finale sul piano di salvataggio stilato dalla UE e le misure di austerity ad esso collegato.
Si tratta di una concezione distorta della “democrazia”. Concepire il “popolo” come variabile indipendente della politica è una concezione del potere demagogica ed economicistica, che segue cinicamente l’ambiguo principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole”, con ciò rivelando l’incapacità di riappropriarsi della propria missione originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene comune. La politica, in una società aperta, è invece la “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering).
Voci dall’Universo e dalla Leopolda
“big-bang”,”big-bang” … Salve, sono Matteo Renzi, il rottamatore… Secondo l’interpretazione standard della cosmologia, con il Big Bang inizia l’allontanamento delle galassie le une dalle altre. Alla base della teoria vi è l’osservazione del fenomeno dello spostamento verso il rosso (redshift), associabile all’ascolto di un suono che costituisce il rumore di fondo dell’avvenuta singolarità.
Ora, Matteo Renzi, in quel della Leopolda, non sembra essersi spostato verso il rosso. Al contrario, il suo spostamento verso il blu indicherebbe un Universo non in espansione, bensì in contrazione. Possiamo concludere quindi che non abbia iniziato alcun big-bang.
Il fenomeno dunque non è fisico, ancor meno esso appare come politico, ma configurabile piuttosto come etologico: gruppi di animali che convivono e interagiscono, soprattutto se dello stesso sesso, trascorrono del tempo in lotte rituali che sfociano in una gerarchia regolata dalla prestanza e dalla salute fisica. Lo scontro di generazioni per la conquista della posizione alfa nel branco.
Una risata ci seppellirà?
“Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”.
Questa frase pronunciata ieri da Berlusconi, rivolto a Bossi, di fronte al Consiglio dei Ministri è stata notata dai cronisti politici per essere il primo cedimento del premier a fare l’atteso passo indietro : … mandato pieno … altrimenti …
Questa frase è invece significativa perchè disvela la verità e la miseria di un uomo e della cultura politica dominate: l’accettare la realtà di richieste pesanti, ma ineludibili perchè provienenti dall’esterno (Iddio lo vole) e, sopprattutto, sottolineare la caratteristica di queste richieste per la loro onerosità sul piano del consenso elettorale.
Dunque, per il Presidente del Consiglio, che ha governato il nostro Paese per quattro legislature, le misure economiche da adottare contro la crisi economica e finanziaria vanno valutate non in base alla loro efficacia, ma in funzione della loro capacità di mantenere, e perchè no aumentare, il consenso elettorale.
Il che ci mostra definitivamente la vera ragione della ignavia dell’attuale Governo, il quale aveva negato fin dagli inizi la realtà e gravità della crisi, che mai avrebbe potuto intaccare la solidità economica dell’Italia, secondo il principio del non è vero perchè non mi piace.
Non leggi ad personam, non conflitto d’interessi, non frequentazioni equivoche, non frustrazioni sessuali. E’ condizione sufficiente la gravità di una tale concezione populista della gestione di un governo di un Paese per squalificare qualsiasi uomo politico.


