Alcuni tabu nella coscienza degli italiani.
L’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste e che si colloca nel futuro. Nel presente che ci contiene possiamo riconoscere la verità del passato. Ma come comprenderla? La condizione preliminare risiede nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre buone intenzioni e oscurano le nostre visioni. Dobbiamo smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che deturpano la cultura e compromettono l’evoluzione del nostro paese. Si tratta di cliché che si radicano nelle menti, in modo a volte irreversibile, indicandoci veri e propri tabu per la coscienza nazionale. Per liberarci da questi tabu dobbiamo allora combattere tutte le ideologie ovunque esse si annidano, ovvero combattere l’ ideologia tout court, quella “scienza delle idee e delle sensazioni” che sebbene inizialmente fondata su una verità parziale si irrigidisce poi in forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario di verità.
L’esistenza stessa di una identità italiana viene da molti osservatori messa in discussione, per il distacco che la popolazione vive nei confronti dello Stato e per le differenze nei valori e nei comportamenti che si manifestano tra nord e sud. Questa identità (da molti confusa con ‘il comune sentire’) vacilla perchè si fonda su una visione storica e culturale delle proprie origini che è lacunosa e discontinua. Interi periodi storici di durata secolare e di rilievo europeo e mondiale non vengono sufficientemente compresi e memorizzati per essere quindi assimilati dalla nostra coscienza. Non è sufficiente che facciano parte dei programmi scolastici di storia, questi periodi storici finiscono con il costituire residui mnestici, pensieri che vengono al contrario rimossi dalla nostra coscienza, in quanto considerati culturalmente inaccettabili e intollerabili, la cui presenza rischierebbe di provocare un’instabilità ideologica. Nei confronti di questi eventi così censurati si viene a costituire una sorta di tabu, una forte interdizione che si sviluppa verso queste aree della nostra storia quasi che avessero assunto una valenza di sacralità o proibizione.
Ho qui voluto selezionare tre esempi di tabu nazionali che dimenticati offuscano la nostra memoria impedendo di riconoscere nella storia della nostra penisola (territorio di invasioni, insediamenti e poteri stranieri per 15 secoli) la cultura come la principale delle nostre commodities su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento. Si tratta di tre eventi storici distanziati fra loro ma distribuiti nell’arco di un millennio: il Regno di Sicilia, la Repubblica di Venezia e la Riforma Protestante.
IL REGNO DI SICILIA
Viene considerato come “il primo modello dello stato moderno in Europa” e per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese. Le sue origini Normanne e poi Sveve determinarono in particolare la nascita di uno Stato centralizzato, burocratico, efficiente e tendenzialmente livellatore, caratteristiche che gli storici hanno reputato moderne e che hanno anticipato di secoli la costituzione dello Stato moderno nei paesi europei.
L’introduzione delle Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi ), codice legislativo del Regno di Sicilia fondato sul diritto romano e normanno, la costituzione della prima universitas studiorum statale e laica della storia d’Occidente per la formazione dei funzionari del suo governo, sono tra gli altri aspetti due singolarità introdotte nella storia del nostro paese da Federico II, lo stupor mundi il cui regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli.
“Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Uomo di straordinaria cultura ed energia, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale un qualcosa molto somigliante a un moderno regno governato centralmente con una burocrazia efficiente. Federcio II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese,greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere la letteratura attraverso la Scuola Siciliana della poesia. La sua corte siciliana reale a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, ha visto il primo utilizzo di una forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla scuola ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate da Dante e dai suoi contemporanei e anticipò di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua d’elite letteraria d’Italia.”
I perenni contrasti con il Papato che connotarono la politica di Federico II per tutto il suo regno, perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell’elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata (durante la fallimentare crociata del 1217-1221 – la quinta – Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d’Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica) furono la reale causa del progressivo declino e della fine.
Le vestigia di questo regno oggi sparpagliate nelle regioni del sud, tra la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, potrebbero da sole, senza nulla togliere alle bellezze naturali delle loro terre e dei loro mari, costituire mete turistiche culturali tra le più prestigiose d’Europa e itinerari storici da offrire al mondo e alle scuole per la formazione dell’identità culturale delle giovani generazioni, sia italiane che europee.
LA REPUBBLICA DI VENEZIA.
Il Leone di san Marco è uno dei simboli più diffusi e più noti in Italia. Presente come statua nelle piazze e palazzi storici di molte città del nord-est, come effigie sulle bandiere della marina italiana, mercantile e militare, come simbolo del Comune della Provincia e della Regione Veneto, lo abbiamo ammirato in mille occasioni. Eppure non abbiamo la consapevolezza che esso è lì a ricordarci la florida e potente Repubblica che dal IX al XVIII secolo è esistita e prosperata nella nostra penisola: la Serenissima Repubblica di Venezia durata mille anni, quasi quanto è durata l’antica Roma.
Francesco Petrarca così la descriveva in una sua lettera del 1321: « […] quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza de’ figli suoi munita e fatta sicura »
Oggi noi la ricordiamo per lo più per essere stata la grande potenza mercantile dei commerci con l’oriente, ma in realtà la Repubblica di Venezia ha rappresentato un modello avanzato ed efficiente di organizzazione dello Stato: per una certa sovranità riconosciuta al popolo, per un’articolazione delle istituzioni di governo che prefigurava la divisione dei poteri, per un’amministrazione equilibrata della giustizia che le fece meritare il titolo di Serenissima.
L’amministrazione della giustizia si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.
Il potere era distribuito all’interno di classi sociali ben definite, ma con caratteristiche assai moderne: il patriziato (L’aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: ad essa si poteva accedere per grandi meriti e servigi offerti alla Repubblica. In pochi casi, per rimpinguare le finanze in tempo di guerra, la Repubblica vendette l’iscrizione al “libro d’oro” dell’aristocrazia. L’aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, educati nell’università di Padova. Infatti i nobili veneziani lavoravano nell’amministrazione anche come segretari di ufficio, contabili, capitani di porto, e anche giudici. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno. Erano spesso mal pagate, tanto che molti nobili sopravvivevano grazie all’assistenza pubblica per gli aristocratici poveri); i cittadini (distinti tra i cittadini nativi da famiglie veneziane, cioè di coloro che godevano della piena cittadinanza ed avevano accesso alle cariche riservate al corpo sociale dei cives, i cittadini di “dentro e fuori”, cioè i nuovi arrivati che godevano però della piena cittadinanza e della garanzia dello Stato sia dentro che fuori dai confini ed infine i cittadini di “solo dentro”, cioè di coloro che erano garantiti dallo Stato nel proprio territorio, ma non potevano accedere ai privilegi riservati ai Veneziani fuori dai confini); e i foresti (gli stranieri di passaggio o recentemente inurbati o appartenenti al basso popolino: accedevano alle garanzie legali, ma non ai privilegi di cittadinanza, e la loro presenza doveva essere regolarmente registrata e sorvegliata).
Oltre ai fattori economici e militari che a partire dal XV secolo determinarono il declino e quindi la caduta della Repubblica di Venezia, compressa tra l’espansione dell’impero ottamano e le rivalità con gli spagnoli, i francesi e gli austriaci, ve ne sono altri che a mio avviso possono spiegarci le ragioni della rimozione di questa eredità storico-culturale che perdura tutt’oggi. I tratti di spiccata indipendenza e soprattutto di laicità, come oggi potremmo definirla, dell’assetto di questo Stato costituiscono le due caratteristiche della Repubblica che la Chiesa di Roma, ovvero i suoi Papi, non avevano mai potuto accettare. Infatti, nel quadro del predominio spagnolo in Italia, solo l’antica e potente Repubblica di Venezia era riuscita a conservare una certa autonomia, mantenendo anche rapporti politici ed economici con l’Europa protestante. Come testimonia la guerra dell’Interdetto, che ebbe inizio e pretesto con l’arresto ordinato nel 1606 dalla magistratura veneziana di allora di due preti accusati di reati comuni. Il rifiuto da parte delle autorità veneziane di riconoscere che il clero potesse avvalersi, costituendosi come corpo a sé, di un suo diritto e suoi tribunali scatenò l’immediata reazione del Papato.
LA RIFORMA PROTESTANTE.
La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere una popolazione prevalentemente cattolica, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Nel nostro paese è difficile affrontare una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste. Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu? Attraverso la constatazione che nelle analisi e dibattiti culturali o politici si tende a confondere il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”. E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, opinionisti vari nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni tanto diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la s’intenda, una svolta selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione nell’evoluzione del mondo occidentale. Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura della Controriforma, chiusa ed involutiva.
Prima in Europa poi nell’America del Nord, l’etica protestante ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente classe borghese, costruendo l’unità delle istituzioni tanto negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità. Se ieri i Piemontesi si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.
Prendiamo dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo (il Diritto), ma attraverso l’appartenenza (la famiglia). Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità) concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea e oppressiva, dunque ostile.
Perché oggi ci richiamiamo più facilmente alla storia degli antichi Romani, alle Crociate , all’epoca dei Comuni, al Rinascimento, al Risorgimento, all’Unità d’Italia, al Fascismo, alle due Guerre Mondiali e meno, per esempio, al Regno di Sicilia, alla Repubblica di Venezia o alla Riforma Protestante ?
Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci ad altri paesi europei o agli Stati Uniti riconoscendoci tutti come cristiani. Ma in realtà siamo mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare facile conforto nel riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che tedesco, anglosassone, scandinavo o americano. Ne è un esempio il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica: la differenza è così profonda da non sfuggire nemmeno all’attenzione del turista distratto dalle novità e differenze. Si tratta della cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo.
Senza nulla togliere ai principi e valori del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui noi apparteniamo, dobbiamo pure prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza a quel progresso sociale ed economico che ha caratterizzato molti Stati europei, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo le celebrazioni in sordina a cui abbiamo potuto assistere del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto. La formula Peppone vs. Don Camillo è stata una geniale intuizione cinematografica che ha ben rappresentato attraverso le maschere della commedia la profonda divisione di un popolo, la sofferta convivenza di due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro le coscienze degli stessi individui.
L’opposizione da parte del potere della Chiesa di Roma contro l’autonomia, l’indipendenza, la laicità e la libertà dai dogmi per la conoscenza e ricerca della verità è stata la vera e profonda ragione che ha causato il declino e la caduta delle avanzate esperienze storiche del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia,quindi la loro censura e il loro oblio nelle coscienze degli italiani, rendendone ancora oggi difficile il riscatto.
La cultura deve tornare ad essere vivente per renderci liberi e salvarci.
La cucina economica: con la cultura non si mangia.
L’attenzione della cronaca si è rivolta a due fenomeni che riguardano l’istruzione e la formazione dei giovani. Negli ultimi dieci anni vi è stata una diminuzione delle iscrizioni alle università di 58 mila unità, mentre le iscrizioni alle scuole alberghiere sono aumentate del 35% (30 mila giovani ogni anno). Il primo dato è stato interpretato come una “perdita di attrattiva dell’istruzione”, mentre il secondo come “il nuovo cult dei fornelli”. Tutto questo sembrerebbe sostenere la diffusa credenza, sdoganata da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica, secondo la quale con la “cultura non si mangia”.Per completare la cornice del quadro così abbozzato aggiungiamo altri due dati: il 19% di tasso di abbandono scolastico e il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno della popolazione stimato oltre il 70%. Questo è lo stato culturale del nostro paese.
Vi sono parametri diversi per indicare il declino di un paese, essi possono essere di natura economica, demografica o ambientale e i valori che ne rileviamo possono giustamente allarmarci. Tuttavia non ci rendiamo conto che tali valori sia che risultino frutto di analisi storiche o piuttosto siano rilevati nel presente non colgono appieno l’essenza del problema che non risiede tanto in ciò che è stato o in ciò che appare oggi, ma in ciò che potrà essere in futuro. E quale soggetto è portatore di questa realtà in fieri se non chi oggi rappresenta il futuro ovvero i giovani? Ebbene sono proprio loro le principali vittime di quei meccanismi economicistici che sembrano più interessati alla fascia produttiva della popolazione, il cui intervallo d’età varia per altro in funzione dello stato dell’economia e della demografia (disoccupazione e invecchiamento della popolazione).
Che fare? Riequilibrare, attraverso un nuovo patto fra le generazioni giovani-pensionati (nuovo welfare state), la rappresentanza degli interessi del paese, spostando il baricentro verso le fasce di popolazione più giovane. Gli interventi sono di natura sia legislativa che economica, per esempio: diritto di voto ai minorenni, obbligatorietà degli studi fino a 18 anni, sgravi fiscali per le spese in istruzione e formazione, incentivi per la formazione artigiana, borse di studio per università e prestiti d’onore per l’alta professionalità.
Il futuro, già incerto, appare minaccioso, dunque lo si rimuove arroccandosi nella difesa delle condizioni raggiunte, a volte conquistate per diritto o per merito, nel tentativo di mantenerle. Osserviamo che l’attenzione rivolta dalla nostra società del benessere ai bambini diminuisce via via che si passa dall’età prescolare alla scuola dell’obbligo, alle scuole superiori, all’università. Diminuisce l’attenzione ed aumentano i costi per le famiglie per la formazione dei giovani in crescita. Una inesorabile decadimento di un welfare state concepito principalmente a favore delle fasce estreme della distribuzione dell’età, ritenute più deboli. Dalla culla alla bara, socializzazione e previdenza,e nella terra di mezzo l’abbandono al destino individuale. Tutto questo mentre il potere sia economico che politico persiste nelle mani e nelle menti di una generazione che si pone come principale obiettivo il mantenimento di sè e non come finalità la propria ri-generazione.
Il calo delle iscrizioni universitarie, al di là delle osservazioni di natura tecnica per spiegarlo (calo demografico, crisi economica, riforma università) e al di quà dei confronti con i paesi europei che ci pongono nella coda di tutte le classifiche, ci dovrebbe suggerire una profonda riflessione sullo stato della mentalità, della cultura diffusa nel nostro paese. Si rinuncia alla istruzione e formazione per privilegiare facili miti spettacolari, oggi lo chef, ieri gli stilisti, i calciatori, le modelle i manager…
E la cultura non è intrattenimento, non si riduce solo all’arte e allo spettacolo. Essa è piuttosto spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce o non riconosce nell’altro i propri e gli altrui diritti: la cultura serve a far crescere in civiltà un popolo, non ad aumentare il Pil. Alla cultura però si deve essere educati. Le dittature e le religioni si sono sempre particolarmente impegnate nell’educazione dei giovani imponendo la loro ideologia. E così deve essere per le democrazie. Sia per gli antichi greci (la Filosofia) che e gli illuministi (l’Enciclopedia) la precondizione per il conferimento del potere al popolo è stata che questi acquisisse la conoscenza. La democrazia è, prima di tutto, conoscenza.
Ma l’importanza della cultura non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici (ricordate l’invito a frasi un panino con la Divina Commedia, offerto da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica?) ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo, si censura l’informazione e si condanna la satira. E infatti questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua reale natura è la causa principale dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.
La cultura andrebbe collocata al primo posto tra le iniziative politiche. Nessuno tra i sedicenti politici del rinnovamento ha però mai coerentemente parlato né ancora parla di cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere proprio quello di far crescere in civiltà la nazione. Per un politico per cultura si intende ancora e solo “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei e assente nella nostra Costituzione. La cultura rende liberi. Solo la cultura ci salverà.
Perchè dobbiamo essere a favore di una patrimoniale.
ll volume globale del sistema bancario ‘ombra’ alla fine del 2011 è cresciuto fino a 67 trilioni di dollari (un trilione vale un milione di miliardi). Si tratta di dati ufficiali, peraltro fermi al 2011, dati da tutti acquisiti, accettati e ribaditi, pari a 8 volte il Pil mondiale. Significa che per ogni dollaro prodotto dal lavoro ve ne sono otto inventati dai meccanismi della finanza creativa.
Questa è oggi la misura della speculazione. Quale il risultato? Le banche sono senza liquidità e rischiano di fallire e noi ancor più delle banche. Possibile che non ci sia un cane che si chieda dove finiscono i soldi?
Eppure è molto semplice: in tasca ai capitalisti. Gente ricca oltre ogni tollerabile misura che fa fruttare, per definizione senza scrupoli, denaro dal denaro. Pecunia non olet. Non sono contro i capitali, sono contro i capitalisti. Questa distinzione ormai si impone. Che i capitali servano alla finanza e che la finanza serva alla produzione non ci piove, ma che incalcolabili ricchezze finiscano nelle mani di una oligarchia di burattinai è per usare eufemismi intollerabile.
La redistribuzione del reddito e della ricchezza è la prima necessità per uscire dalla crisi. A livello mondiale. Come? Con tasse di successione che non consentano di lasciare patrimoni in grado di condizionare la finanza e l’economia degli Stati sovrani. Poche migliaia di persone controllano l’economia e la politica di intere nazioni. Il loro numero è destinato a ridursi e la loro ricchezza ad aumentare. Con tasse di successione che rendano gli uomini uguali alla nascita per censo e per ricchezza, qualcosa che conferisca un senso concreto a ciò che si vuole intendere quando si afferma che “tutti gli uomini nascono uguali”.
Siamo tutti complici, chi per interesse e chi, cosa forse ancora più grave, per mentalità. Non è certo una colpa essere ricchi, ma solo se la ricchezza viene impiegata a scopi sociali e non per finire a puttane. La saggezza del non res sed modus in rebus è prorpio una verità: il modo e la misura sono tutto.
Pensare globalmente e agire localmente, la stella polare ci indica la direzione ma poi dobbiamo agire sulla terra. Non si tratta di un tutto e subito, ma di un qui e ora, di muoversi in modo determinato e univoco verso una direzione e questa direzione non può che essere l’uguaglianza patrimoniale. Di considerare buona ogni misura presa da qualsiasi governo solo se si muove nel senso di diminuire la forbice distributiva, in termini non solo di reddito ma anche di ricchezza, di ridurre l’indicibile disparità cui la follia turbo-capitalista ci ha consegnati.
Non lasciamo che si confondano l’equità e la giustizia con l’invidia. La sete di potere da parte della cosidetta ‘economia ombra’ non cesserà mai di tormentare il mondo fino a compromettere irreversibilmente il destino di tutti noi e dell’intero pianeta. Se tutti noi non ci opporremo con risolutezza sarà la catastrofe. Altro che tramonto dell’occidente, dopo crisi e default dovremo abituarci anche ad ascoltare questa parola. Solo la cultura ci salverà.
Il grande deserto della cultura
Da “Il grande deserto dei diritti” di Stefano Rodotà, la Repubblica, 3 gennaio 2013: “Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali? (…) Un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica (…) Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti (…)Ed ancora: “La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica (…) Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica (…) Era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti (…) Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa (…) Una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia”.
Caro Stefano Rodotà, lei è l’unica persona con cui mi identificherei per essere da me votata. Ammiro da sempre la sua onestà intellettuale e nessuno più di lei meriterebbe la Presidenza della Repubblica. Nessuna esagerazione. Contrariamente l’ho vista sempre in disparte, tenuto in considerazione di “grillo parlante” da gente di mediocre ingegno che stimandola poco “pratico” l’ha confinata in un ruolo professorale fuori dalla guida del paese. Beata insipienza.
Quel “valore aggiunto” cui lei si riferisce ha nome CULTURA, muove lo spirito dei popoli verso nuovi traguardi di civiltà. Un avanzamento reale che cambia l’aria del luogo in cui si vive e anche e non solo l’economia. La Cultura purtroppo è da sempre fuori dall’Agenda dei politici. Se progressi si sono fatti nella società civile in merito all’acquisizione di nuovi più civili diritti questo è avvenuto sempre per merito di movimenti e di minoranze cui in seguito e solo inseguito, ritenuti maturi i tempi, la legislazione si è adeguata.
Finché questo non sarà inteso dalla politica e gli uomini non saranno fatti per l’Economia ma l’economia per gli Uomini, non c’è speranza di cambiamento. L’importanza della CULTURA non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura, invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo e si condanna la satira in quanto “informa”.
E infatti la CULTURA non è “intrattenimento” ma spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce, o non riconosce, nell’altro i propri e gli altrui diritti. Questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua natura filosofica è causa dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.
Non a caso l’Agenda Monti è disattenta. Caro Rodotà la “tua” proverbiale modestia e prudenza invita a non fare congetture malevole sull’altrui operato, ma che Monti sappia o non sappia si rende ugualmente colpevole. Solo la cultura ci salverà.
Laicità come indicatore di civiltà
In Germania chi non appartiene ad alcuna confessione religiosa rilascia una dichiarazione scritta all’Ufficio imposte che provvede ad esonerarlo dal versare le tasse ecclesiastiche, pari all’8% in più delle imposte dovute allo Stato, essendo quindi escluso dai servizi religiosi. Questo consente di rilevare statisticamente Berlino come la metropoli con più abitanti atei o agnostici del mondo: circa il 60%, a fronte del 22,3% di evangelici, 9,15 di cattolici, 2,7% di altri cristiani, 6,2% di mussulmani, 0,4% di ebrei e 0,2% di buddisti. Ebbene a Berlino, vicino ad Alexander Platz, a Petriplatz su un’area dove sorgeva la chiesa del ‘600 di S. Pietro, col campanile più alto della città ridotta in rovina durante la guerra ed abbattuta nel 1964 dalla DDR, sorgerà una nuova chiesa unica al mondo dedicata alle tre religioni cristiana, mussulmana ed ebraica. Si tratta in realtà di un luogo di preghiera e di studio aperto, senza simboli religiosi, offerta anche a tutti coloro che non appartengono a una religione.
Die Kultur macht frei?
La prima impressione che si ricava dall’articolo su la Repubblica “Lo Stato culturale. Troppi soldi pubblici uccidono la creatività?” è che in Germania ci si stia preparando alla spending review. Ma non è proprio così. Si tratta di Der Kulturinfarkt, pamphlet scritto da quattro docenti tedeschi e appena tradotto in italiano dalla Marsilio Editori, che ha provocato in Germania uno vero shock, non solo nel mondo dell’arte tedesco. Secondo gli autori “(…) la smisurata offerta e il monopolio statale stanno portando le istituzioni culturali verso il crack non solo economico. Hanno infatti generato conformismo, depresso la creatività, “addomesticato le avanguardie (…)”, arrivando alla conclusione che sarebbe opportuno “Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei (6000) dei teatri (140) e delle biblioteche (8000)”.
Sempre secondo l’analisi il pubblico tedesco della cultura negli ultimi 16 anni, a fronte del quasi raddoppio delle risorse e delle offerta (“prodotti più artisti che arte”) è diminuito del 9%… ma sappiamo come le percentuali falsano a volte la percezione del fenomeno perchè in valore assoluto la realtà è che permangono 21 milioni di pubblico, ovvero oltre il 25% della intera popolazione tedesca.
Il punto di vista economicistico previlegia oggi, giustificandosi con la crisi, i costi e non considera i prodotti. L’atteggiamento è ben noto: di fronte al mondo reificato del PIL la domanda è sempre la stessa “quanto costa?”. Tuttavia, a proposito del rapporto tra quantità e qualità occorre avere presente le differenze di scala tra le varie mentalità che affrontano problemi comuni.
E così scopriamo che i quattro autori iconoclasti del mondo dell’arte tedesco arrivono alla seguente conclusione: “Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali”.
L’alternativa non è tra la condizione della cultura di massa, che non è “roba da stato platonico” (sic!), e la concezione romantica per cui “si fa poesia o arte quando si sta male”. Il fatto è che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil. Solo la cultura ci salverà.
La democrazia non ammette l’ignoranza.
Una signora intervistata da Radio Popolare sui fatti di Formigoni, Zambetti e company ha dichiarato: “Sono tutti da bruciare … Pisapia per primo”. Un’altra signora da me sentita per strada ha dichiarato: “Quello che so è che sotto Berlusconi stavo bene e con questo qui sto male, è questa la verità”. Durante la campagna per Pisapia distribuendo volantini e conversando ho nominato Ruby, “Che rubi, rubi pure” mi ha risposto la signora sottintendendo il cavaliere “purché faccia le cose”.
Possono anche apparirci barzellette, testimonianze di una abissale ignoranza popolare, tuttavia non possiamo trascurare che questa “ignoranza” vota. Sottostimando pure la parte della popolazione animata da questi pensieri ad un valore minimo del 10% dobbiamo riflettere sul fatto che il 10% degli elettori rappresenta circa 4 milioni di voti che possono da soli fare la differenza. Ma al di sopra di questo analfabetismo politico esistono frange di popolazione, in una percentuale più elevata, cui compete un disinteresse politico e sociale e un analfabetismo di ritorno (antipolitica) che costituiscono la maggior parte dell’elettorato. In un panorama di questo tipo senz’altro condivisibile da qualsiasi persona intellettualmente onesta non si comprende come si possa definire “democratico” il voto di tutti costoro.
Democrazia è prima di tutto conoscenza. Di fatto costoro eleggono politici di secondo o terz’ordine fatti a loro immagine e somiglianza, salvo poi lamentarsene e condannarli. Un bieco opportunismo politico chiamato “realismo” ha procurato voti a gente che ha saputo interpretare la volontà popolare, gente che si fregia del nome di “politico” per aver ottenuto il consenso e con esso la “vittoria”, la vittoria elettorale. Prima di essere un buon ministro, bisogna essere ministro, recita un adagio.
Ed ecco il punto: un politico deve fare il bene del popolo, non la sua volontà.
Fare la volontà popolare e come dare al popolo la responsabilità delle proprie azioni e sentirsi poi dal popolo traditi. Il risultato di questa sciagurata interpretazione della democrazia è sotto gli occhi di tutti. In passato come ora. Il risultato dell’aver inseguito al ribasso i tiramenti del popolo per ottenerne il consenso ha portato a una caduta verticale di tutti i valori, primo fra tutti “l’amore” che per intenderci è sceso nell’intendimento collettivo come “bunga, bunga”, un valore che viene diversamente inteso da Dante come “L’Amor che regge il mondo e che tutto lo governa” nella Divina Commedia, un opuscolo con cui, è bene ricordarlo, un Ministro della Repubblica (Tremonti, un uomo concreto) invitò a farsi un panino.
Ad una conferenza di Zagrebelsky ho espresso in una nota che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil. Zagrebelsky, persona che pur amo e stimo, mi ha risposto che “questo era sottointeso”. Non sono d’accordo, questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi sotto-inteso.
Fantasticando ho pensato ad uno Stato in cui la possibilità di voto venisse concessa in linea di principio a tutti, ma, ritenendo il voto un importante momento sociale ed espressione di una volontà, che la possibilità del suo esercizio fosse condizionata perlomeno alla conoscenza di elementari nozioni sociologiche e politiche del vivere civile. In pratica un esame, un esame che non desse altra possibilità che non fosse quella di poter accedere al voto.
Essendo i buoi ormai scappati, un simile progetto, a meno di un atto autoritario del Parlamento, rimane irrealizzabile. Non rimane quindi che rivolgersi alla Cultura, cercare di promuovere tutte quelle iniziative e quelle forze sociali, partiti compresi, che mettono la Cultura al primo posto tra le iniziative politiche. Ovvero nessuno.
Nessuno ha mai parlato né ancora parla di Cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere quello di far crescere in civiltà la Nazione. Questo non è ancora scritto neppure nella nostra pur eccellente Costituzione. Per un politico per cultura si intende “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende Filosofia, ovvero quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei. Solo la cultura ci salverà.
La sottile linea rossa della democrazia
Si direbbe che l’evoluzione delle democrazie occidentali abbia seguito l’evoluzione dell’inquinamento ambientale e del riscaldamento del pianeta, fino a minare i propri equilibri. Abbiamo raggiunto il break even point della democrazia?
Troppi rumori di fondo nella politica, troppe grida inascoltate nel popolo. Occorre far seguire alle critiche la riaffermazione dei principi e la realizzazione dei valori ad essi correlati. Che fare? Due passi avanti, un passo indietro. Per tradurre le insofferenze in proposte operative non occorrono idee per cambiare la democrazia, ma idee per realizzare la democrazia. Siamo giunti per processo di espansione ai confini della democrazia, in una sottile linea rossa dove la prospettiva deve essere positiva e dettata dalla volontà piuttosto che dalla necessità, dove occorre difendere la democrazia, non praticarla.
Qui di seguito dunque un breve e modesto catalogo di riforme, necessarie ancorché non sufficienti, per rilanciare la democrazia, prima ancora dell’economia: Madamia il catalogo è questo.
1. Democrazia e Istituzioni
Con la propagazione della crisi finanziaria ed economica si è diffusa l’opinione secondo la quale la subalternità della politica all’economia e alla finanza, tanto più in quanto transnazionale, indichi un pericoloso deficit di democrazia negli stati occidentali. Molti osservatori hanno così cominciato a considerare con interesse, forse con un’insana punta d’invidia, il caso della Cina come un modello di sviluppo efficiente : uno stato senza diritti che con meccanismi para capitalistici si sviluppa economicamente con ritmi straordinari. Ma tant’è, noi siamo dentro un sistema democratico rappresentativo dove il popolo è sovrano. Che fare? Per esempio intervenire con riforme istituzionali in grado di recuperare l’interesse e la partecipazione dei cittadini alla gestione e controllo della cosa pubblica dando efficienza al sistema di governo. Le misure potrebbero essere:
i) l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, in analogia al sistema elettorale per il Sindaco, con pieni poteri sulla formazione e scioglimento del governo, costituito da massimo 12 ministeri;
ii) l’assetto del Parlamento con un sistema bicamerale non perfetto, così articolato:
– una Camera dei Deputati , costituita da 630 membri eletti su base regionale in proporzione al peso degli abitanti, con funzione legislativa in tutte le materie, previo parere preventivo (obbligatorio , non vincolante ) del Senato sulle singole proposte di legge. Massimo due mandati con possibilità di un terzo previo parere favorevole del Presidente della Repubblica e
– un Senato , inteso come una Camera Alta, con funzione consultiva e con opzione di veto su provvedimenti adottati in materia di Giustizia, Istruzione e Sanità, composta da 310 membri, nominati per cooptazione per il 20% dal Presidente della Repubblica e per l’80% dalle Associazioni della società civile accreditate presso la Presidenza della Repubblica (… ), di elevato profilo culturale, con mandato senza emolumenti, di età non inferiore ai 40 anni, massimo un mandato con possibilità di un secondo previo parere favorevole del Presidente della Repubblica.
iii) un Federalismo articolato in Stato, Regioni, Città Metropolitane e Comuni con abolizione totale delle Provincie, costituzione delle città Metropolitane (articolate in Municipalità), abolizione dei Comuni con meno di 2000 abitanti (3642 Comuni, pari al 45% del totale dei Comuni). Risorse finanziarie distribuite alle Regioni per 3/4 in relazione al pil da queste prodotte e per 1/4 come fondo perequativo tra Nord e Sud.
iv) riconoscimento del Diritto di voto ai soli cittadini residenti (quindi non agli italiani residenti all’estero), estensione del diritto di voto ai minorenni ( a 16 anni con voto attivo per elezioni amministrative e politiche, fino a 15 anni con delega ai genitori (o chi ne fa le veci) per solo elezioni amministrative. Voto per i Referendum (abrogativi e propositivi) a 18 anni.
v) Facilitazione ottenimento della cittadinanza italiana e riconoscimento cittadinanza a chi nasce in Italia (ius soli)
vi) Quote assunzione cittadini di origine straniera con cittadinanza italiana nelle forze di polizie statale e locali, nelle forze dell’ordine e nelle forze armate, in proporzione alla presenza delle varie nazionalità, etnie e comunità.
ivi) Istituzione servizio civile obbligatorio, legato al territorio, di durata 3 mesi (da esercitarsi nell’arco di età 18 – 21 anni) per tutti i cittadini italiani residenti
2. Democrazia, Economia e lavoro
Occorre prendete atto che nell’era della globalizzazione dei mercati lo “scontro di classe”, l’ossessione del padrone concepito come nemico di classe, non paga più perché aumenta la conflittualità interna nel Paese, già caratterizzato da una indebolita economia, a fronte della crescente conflittualità tra i mercati internazionali. I tempi richiedono, al contrario, che sindacati maturi siedano nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, per prendere parte attiva e responsabile nel governo dell’economia: dalla concertazione alla cogestione perché il bene è comune. Il rilancio dell’economia si attiva, prima ancora che con le risorse, con misure improntate all’equità e al rispetto dei diritti. Tra le misure preliminari:
i) Lo Statuto dei lavoratori va esteso a tutte le imprese;
ii) occorre attivare nelle imprese forme di Cogestione imprenditori-lavoratori con sindacati nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, delle società;
iii) a fronte della tipica struttura imprenditoriale italiana fondata sulla piccola-media industria occorre promuovere e incentivare la costituzione di società e di cooperative;
iv) facilitare l’iniziativa privata con abolizione degli Ordini professionali e delle Licenze
v) instaurare un nuovo welfare state: un patto generazionale che sostituisca il patto sociale mediante trasferimento di risorse alla fascia di popolazione in età giovanile. Il ricavato dai tagli alle pensioni, per esempio, va utilizzato per migliorare la scuola, per finanziare la ricerca, finanziare le start up e il proseguimento degli studi degli studenti meritevoli che intendono conseguire titoli universitari o titoli ad elevata specializzazione, anche non postuniversitari (artigianato)
v) nella convinzione che la lotta all’evasione fiscale (come alla corruzione) debba essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata o dichiarerebbe a qualsiasi altro aggressore che minacciasse l’esistenza stessa dello Stato. I metodi investigativi e conseguentemente le pene per gli evasori fiscali devono essere intensificati e oltre a quella detentiva e amministrativa deve prevede una limitazione dei diritti (sospensione del diritto di voto, del rilascio del passaporto e della patente di guida,di ogni carica pubblica,…).
Tra le misure tecniche operative urgenti sono: instaurare la tracciabilità dei pagamenti con moneta elettronica, e consentire i pagamenti con moneta contante fino alla somma di 200 €. Abolizione delle banconote dei tagli da 200 € e 500 €.
Detrazione spese documentate con scontrino fiscale / fattura (come per i farmaci)
3. Democrazia, cultura e sviluppo
abolizione di ogni forma di finanziamento pubblico della scuola privata ( la sussidiarietà non si applica ai beni strategici come l’istruzione, l’energia, l’acqua, internet,il suolo)
piena autonomia gestionale degli istituti scolastici (Fondazioni?)
riqualificazione della istruzione scientifica e tecnica (su base nazionale) e della formazione professionale (su base regionale),
formazione di base su ITC obbligatoria (internet come bene comune)
abolizione del valore legale dei titoli di laurea (no esami di stato)
(to be continued)
Monti datti una mossa, la terra trema!
Dunque una “placca africana” preme sulla pianura padana. Non male come segno premonitore sul destino del sud Europa, soprattutto se si ricorda la pressione demografica di eguale provenienza e direzione. Esoterismi e paranoie a parte, ce n’è abbastanza per comprendere quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in Europa e cosa il nostro paese deve fare al più presto per risollevare la propria economia. Quelli che vedono ovunque le “opportunità” (Expo, Olimpiadi) dovrebbero riflettere sulle catastrofi, non soltanto quelle finanziarie.
Dichiara la Ministra Elsa Fornero: “E’ naturale che la terra tremi ma non è naturale che crollino edifici. In altri paesi non succede”. Molto bene Ministro, ora però ci spieghi perché negli altri paesi non succede che crollino chiese, palazzine e capannoni (alti meno di dieci metri), in aree a rischio terremoto, e quindi il suo Governo ci indichi cosa si dovrà fare nei prossimi decenni, nel nostro paese, per riparare agli innumerevoli danni causati dal dissesto idrogeologico e ambientale.
In questi giorni negli Stati Uniti si sono festeggiati i 75 anni del Golden Gate Bridge di San Francisco, che le ricordo fu costruito in quattro anni e rappresentò la prima opera pubblica del New Deal di F.D.Roosevelt. Suggerisca dunque al suo collega Presidente del Consiglio Silvio Monti che forse i terremoti (ancora in corso mentre scrivo) in Emilia Romagna potrebbero per lui rappresentare un buon alibi per rilanciare l’economia italiana (l’Emilia Romagna val bene un Euro!) con un programma di ingenti investimenti, senza per questo rischiare di passare per un Keynesiano.
Da ultimo, colga anche l’occasione che una interessante notizia di cronaca tedesca (già l’ottusa e cinica Germania…) ci offre proprio oggi: un weekend da record, metà paese ha funzionato con il sole, inserendo nel programma di investimenti anche l’obiettivo di una sempre maggiore autosufficienza energetica. Immagine, you can.
L’Italia non è un paese per vecchi?
Abbiamo un nuovo primato italiano: la classe dirigente più vecchia d’Europa. Questo è uno dei risultati del primo rapporto su potere e anagrafe in Italia preparato dall’Università della Calabria per la Coldiretti, presentato in un articolo apparso recentemente sul quotidiano La Repubblica. L’età media della classe dirigente italiana calcolata nei settori della politica, economia e pubblica amministrazione è 59 anni, con una età media minima di 53 ed una massima di 67.Osserviamo qui che questi valori riguardano le generazioni nate tra il 1945 ed il 1953 ovvero quelle che erano giovani tra il 1968 e il 1974, gli anni durante i quali si manifestò per la prima volta , sebbene mediato dalle ideologie, la rivolta culturale dei giovani contro l’establishment al potere. Questo significa che l’establishment al potere di oggi è costituita dalle generazioni dei giovani che quarant’anni fa lo avevano contestato. Destino comune a molte rivoluzioni quello per cui i soggetti rivoluzionari una volta conquistato il potere diventano conservatori. Forse non era del tutto sbagliato lo slogan di quei tempi: “non devi fidarti di nessuno che ha più di trent’anni”.
Tra i dati riportati dalla ricerca vi è poi la proporzione drammatica nel nostro paese tra giovani e anziani: per 100 abitanti di età tra 0 e 14 anni ve ne sono 144 di età superiore ai 65 anni. Tuttavia, il problema ancor più drammatico che emerge da questa situazione non è tanto il fatto che “in Italia ci sono sempre meno giovani, ma che quei pochi che abbiamo sono rappresentati male”. E dunque, che fare?
Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro. Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta. Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come nelle altre democrazie contemporanee (tranne l’Austria), sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica. Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia? Il prossimo 31 maggio si aprirà a Trento la settima edizione del Festival dell’economia dal titolo “Cicli di vita e rapporti tra generazioni”. Una buona occasione per lanciare il tema dell’estensione del diritto di voto ai minorenni.
Molto rigore per nulla.
Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo. In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda. Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche. Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?
Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.
La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà. Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza. Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me? Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione versus raccoglimento. Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.
Possiamo ora azzardare una prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista. L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista. La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”. La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.










