L’ autodafé popolare

UnknownTalk show – Servizio Pubblico – Michele Santoro: “A me hanno insegnato che quando uno ha pagato la sua colpa torna ad essere un cittadino come tutti gli altri”. Perdono, perdono cristiano. Nessuna voce contraria. Tutti d’accordo. Sul dovere di perdonare non si discute. Un cliché, un adagio consolidato presso tutti, a prescindere.

Cronaca nera – intervista alla madre a cui hanno stuprato e ucciso la figlia – domanda del giornalista: “Lei ha perdonato …?”. Insorge in me il sacro furore. E non solo nei confronti dell’intervistatrice, del cinismo dovuto alla sua stupidità assoluta, ma nei confronti dei direttori di quei pornogrammi e di chi li consente in ossequio ad una malintesa concezione del diritto alla “libertà di parola”.

Interno di famiglia – conversazione con mia figlia diciottenne:  “Eh no! Dopo il carcere uno deve riconquistarsi con le azioni il proprio diritto a rimanere in società. Deve riacquistare la fiducia”. Mia figlia è giovane e si sa i giovani sono più intransigenti, partono con un più alto senso della giustizia. “Non credi – ho detto io – che prima di rifarsi una verginità uno debba capire l’errore commesso, pentirsi, vergognarsene, espiare la colpa e ripromettersi di non ricascarci?”. “Si – ribadisce – ma non basta!”.

Assolver non si può chi non si pente.

Divina Commedia – Inferno, ventisettesimo capitolo: Guido da Montefeltro prode guerriero e uomo di stato scaltrissimo, ravveduto in tarda età si fa frate francescano (NdR: era il 1296!) e muore due anni dopo. Alla sua dipartita san Francesco arriva a prelevarlo per portarlo in Paradiso. Ma un demone bussa alla spalla del santo: questa è roba mia. Si viene così a conoscere che Guido convocato dal papa, Bonifacio VIII al secolo, è interrogato dallo stesso su come ottenere il potere. Bonifacio promette in virtù del potere papale che per sua autorità gli sarà comunque aperta la porta del Paradiso. Avviene a questo punto una contraddizione a priori, si assolve ora per un peccato futuro. “Padre, da che tu mi lavi di quel peccato ch’io mo’ cader deggio, lunga promessa col l’attender corto ti farà trionfar nell’alto seggio”.

Promettere lungo e mantenere corto, un granitico pilastro che ha retto il potere nei secoli e che ancora perfettamente regge. Questo consiglio è tanto potente e tanto ingannevole che fa precipitare il Montefeltro in uno dei gironi più bassi (VIII) tra i consiglieri fraudolenti. Ma, non basta. Guido scende all’Inferno “perché diede il consiglio frodolente”… “Ch’assolver non si può chi non si pente, né pentère e volere insieme puossi, per la contraddizion chel non consente”. Aggiunge il diavolo rivolto al povero frate: ”Forse tu non pensavi che io loico (logico) fossi!”.

Gli stolti pensano al passato come non attuale, come superato. Il tempo si sa guarisce tutto. Il libero arbitrio ci può far peccare, macchiare dei più efferati crimini, ma la combinazione confessione – assoluzione vi può porre rimedio ripristinando l’equilibrio perduto, come una doccia dell’anima. In verità, per l’anima secondo la cultura cristiana esiste un’altra postura molto potente: la conversione. L’abbiamo letta nella Bibbia a proposito di Paolo, nei Promessi Sposi riferita al malvagio e potente Innominato, l’abbiamo vista nel film Mission riferita ad un cacciatore di schiavi fratricida. Per la fede ebraica e cristiana essa è il ritorno a Dio dopo il ravvedimento, per la psicologia si tratta di una consapevole unificazione o forse riunificazione di un io prima diviso.

Pensate or per voi se avete fior d’ingegno di quanto la logica, la morale, la filosofia di Dante supera il nostro presente. Di quanto si fatto spirito un misero Santoro avanzi. E se la luce dei miseri brilla tra la gente, sono le tenebre a coprire la terra.                                       “Ahi serva Italia di dolore ostello, non donna di provincia ma bordello”. 

E adesso uomini del fare fatevi pure un panino con la Divina Commedia.                              Solo la cultura ci salverà.

 

 




Promesse da marinaio.

UnknownNarra Dante nella Commedia che quando morì Guido da Montefeltro, signore d’Urbino e sanguinario combattente, fu preso da un angelo per essere portato in Paradiso, ma sulla via celeste proprio l’angelo si sentì toccare sulla spalla, era il diavolo: “Questa è roba mia” disse e condusse Guido con sé all’Inferno sussurrandogli a un orecchio  “forse tu non pensavi ch’io loico fossi”. Destino volle che prima della sua morte, pentito e fatto  frate, il buon frate fu chiamato da papa Bonifacio ottavo che gli chiese il segreto per il potere: “Promettere lungo e mantenere corto” fu la risposta. Per questo ora se ne sta tra i consiglieri fraudolenti.

Renzi è un uomo del “fare” e per questo piace al popolo, ma bisognerebbe ricordare, perché sia ritenuto ben in mente dal momento che nulla serve aver inteso senza avere ritenuto,  che dire “fatti e non parole” sono  parole e non fatti.  Una formula magica per addormentare la ragione laddove la forza in gioco ha un potere forte sulle menti deboli. “Promettere lungo e mantenere corto” sembra essere prerogativa del simpatico giovanotto, come pare si sia espressa la tedesca Merkel. E le sue promesse già perdono la coda.

Ciò che più mi rattrista è che la memoria degli uomini è ancor più corta delle promesse fatte da Renzi. Non starò a ricordarle, del resto la più parte del sui fans non le ha neppure ascoltate. Son passati pochi mesi (forse due o tre?) e se qualche giullare non ce le ricordasse (Grillo, Travaglio, Crozza e altri) quelle promesse sarebbero già nel dimenticatoio in fondo agli abissi. Perché l’abbia votato poi e cosa abbia detto per essere votato ora già il renziano non lo ricorda più. Le promesse di Renzi, promesse in base alle quali fu eletto sono ora smentite dai fatti e il trono stesso è stato di fatto trafugato, con mosse di palazzo e grazie alla spudorata menzogna: “non andrò mai al potere se non eletto”.  “Momento storico”, “la svolta buona” sono gli slogan che tanto piacciono per la pubblicità, per il consumo dei cervelli all’ammasso. Tutti in attesa del miracolo. Che 80 euro netti  pioveranno come una manna nelle tasche di 10 milioni di lavoratori è quasi sicuro, come più che certo è che l’aumento delle tariffe e nuove tasse (intanto paga l’Imu e … Tasi) si rimangeranno nell’immediato o ancor prima quanto prodigalmente donato.

Cosa dovrei attendermi da siffatto personaggio? In tutta verità al di là e al di sopra di becere fazioni pro e contro il “meno di niente” non mi aspetto nulla, nulla  da un tele-imbonitore,  venditore,  illusionista. Dai tempi di Alberto Sordi mi sono stufato dei simpatici “mascalzoni”, ma ancor più delle folli folle che plaudono riconoscendo dentro di sé identica stoffa: “Senti ammé, fatti i cazzi tuoi … qua sono tutti malviventi”. Renzi dice di metterci la faccia, ma quel che è sicuro è che se cade, anche se chi troppo in fretta sale cade sovente precipitevolissimevolmente, cade in piedi e al di sopra delle nostre teste e coi piedi caldi di certo assicurati.

Scrive Slavoji Zizec:  “Se il mio ideale è salvare vite umane come operatore allora vedrò nella gente le cose di cui mi devo pre-occupare,  se diversamente sono un ricco capitalista e attraverso un quartiere degradato nella mia limousine, non vedo la povertà e la miseria di chi vi abita. Quello che vedo sono persone che vivono dei sussidi pubblici e sono troppo pigre per lavorare”. La sinistra attuale dove si colloca?  Solo la cultura ci salverà.

 




La capacità di volere, ma non d’intendere

images-3 “Ma finiamola, si sa che il popolo deve essere guidato”. Sono perfettamente d’accordo con l’intervento di Massimo Cacciari. Quello che penso della volontà popolare l’ho già altrimenti espresso in più occasioni su questo blog: il popolo va guidato, ma solo se questo è nell’interesse del popolo. E aggiungo che nessuno è sacrificabile, a meno che non vogliate essere voi quello che deve essere sacrificato. Solo in questo senso la fuga dal voto può essere giustificata.  L’intervento era rivolto al giornalista del Corriere della Sera che nella trasmissione Omnibus su La7 evidenziava come l’opposizione del referendum sull’acqua fosse dovuta alla mancata applicazione di una legge sulla privatizzazione. Il privilegio che mi deriva dall’essere un pensionato mi permette alla mattina di assistere a dibattiti politici alla televisione e la cosa di cui mi sono accorto è che i temi trattati sono ben differenti da quelli dei talk show serali.  Sgombri da ogni populismo giornalisti, politici, filosofi partecipano su quelli che ritengono, al di là della chiacchiera, i temi reali e concreti:  la stabilità e la forza di governo necessita di essere indipendente dagli umori popolari, di lasciar fuori il popolo dalle scelte politiche. Necessità assoluta per poter non essere ricattati e bloccati su provvedimenti necessari che non siano non graditi alla popolazione o ai rappresentanti di piccoli partiti .

Quello che mi aspetto è dunque, anche di contro alla volontà popolare, una lotta alla disuguaglianza, ai poteri forti, alla criminalità organizzata, alla corruzione, alle lobbies, alla casta, al familismo al sessismo, all’omofobia, a tutto quanto fa del nostro paese un’anomalia dovuta alla cultura ovvero a una mentalità la cui arretratezza coinvolge il popolo non meno di chi lo rappresenta.

Credete forse che Matteo Renzi abbia anche solo una vaga idea di tutto questo? Ne ha mai parlato? Se va bene tutto rimandato. Di  ‘fare’ queste battaglie Renzi non ha la più pallida intenzione e grazie al NCD suo scomodo alleato ne ha anche l’alibi. A tutt’oggi non si conosce ancora il programma di Renzi e non lo si conosce per l’unico motivo “che deve essere taciuto”, poiché provvedimenti per una patrimoniale soffrono già del veto del NCD e addio lotta alla disuguaglianza, perché alla giustizia non si vuole un ministro giustizialista ma uno garantista e addio lotta alla corruzione, perché nel job act si parla di disapplicare l’art.18 e aumentare la flessibilità in entrata e ed uscita e addio ai diritti. Perché Renzi è “amico” dei poteri forti e si sa: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

A Omnibus il solito ritornello: la centralità del lavoro. Si parla di investimenti per aiutare le imprese per far ripartire la produzione. Questo mito è il più ipocrita di tutti. Far ripartire, far aumentare la produzione per vendere a chi? A casa soldi per comprare non ce ne sono. Vendere all’estero, dunque, per un futuro da terzo mondo in cui la popolazione nostrana aspetta il turista, il ricco straniero. Ovviamente in competizione con gli altri stati del Sud Europa.

Le imprese come problema principale e prioritario hanno quello che non squilla il telefono, e il telefono non squilla perché l’impoverimento generale ha affossato i consumi e non v’è nulla che possa rimediare alla diminuzione della domanda. La domanda è l’unico e vero motore per l’economia. L’unico imperativo economico per uscire dalla crisi è far entrare più soldi nelle tasche dei cittadini, secondo equità e giustizia naturalmente, l’unico modo affinché i cittadini possano vivere e le imprese ripartire. Il resto, tutto il resto, è in dipendenza di questo unico punto. La redistribuzione del reddito, la lotta alla corruzione e la possibilità di battere moneta si impongono. Su questo silenzio assoluto!

In pratica a Omnibus, tutti concordi, si parla di quanto ingiustamente sia stata bistrattata la povera Fornero (sic!) e della necessità di tagliare ulteriormente la spesa pubblica bloccando il turn over, garantendo l’efficienza dei servizi attraverso l’informatizzazione. Alé, altri blocchi per l’occupazione giovanile e uomini sacrificati alla “scienza” cosicché la tecnologia anziché permettere a tutti di stare meglio ingrasserà solo ulteriormente i profitti dei poteri forti creando una crescente disoccupazione. Si parla di dismettere, vendere e privatizzare anziché utilizzare e valorizzare i beni posseduti creando posti di lavoro, ovvero investire sul patrimonio posseduto. Se si vende, o si svende, chi compre avrà per certo il suo tornaconto e per quale motivo questo tornaconto privato non dovrebbe essere anche di interesse pubblico? Perché non cercare di rendere produttivi quelli che per lo Stato sono solo dei costi: diano in concessione dietro un corrispettivo anziché svendere. Anche così si creerebbero posti di lavoro.

Ma per investire – dicono i realisti – ci vogliono i soldi e lo Stato non ne ha, per cui la sola cosa che rimane da fare è tagliare e vendere per realizzare i capitali utili a diminuire le tasse e investire. Dove li troviamo questi capitali?  “ma è ovvio – dice ancora Cacciari – tagliando la spesa pubblica, non licenziando ma bloccando il turn over”. Cosicché il grande filosofo della disuguaglianza non trova realisticamente di meglio che creare nuovo scontento e nuova mancanza di occupazione . Ma credete veramente che vessare il popolo non sia senza conseguenze? L’economia si fonda sulla fiducia sento dire dai professori e alti funzionari tecnici dell’economia. In verità la fiducia che cercano è quella dei mercati e si pensa di raggiungere la fiducia dei mercati sfiduciando il popolo.

Non mi piace Renzi, per essere ambiziosi bisogna servire l’umiltà. Il principale conflitto di interessi è dentro di noi, non si può servire Dio e Mammona. “Non è per Socrate, fosse per Socrate buttatelo nello sterco, è la Verità che io difendo”.

 




Luci della ribalta

È quello che siamo tutti: dilettanti. Non viviamo abbastanza per diventare di più. (Luci della ribalta, C.Chaplin)

È quello che siamo tutti: dilettanti. Non viviamo abbastanza per diventare di più. (Luci della ribalta, C.Chaplin)

La sceneggiata offerta dai politici alla Camera dei Deputati, causata dall’ abbinamento forzato e nascosto del decreto Imu-Bankitalia e agìta secondo i loro livelli culturali, già oscura con i suoi clamori la proposta di legge elettorale, messa in disparte e rimandata. Matteo Renzi spiazzato dalle agende del Governo e della Camera si defila dalla ribalta, mentre la sguaiata opposizione del M5S da rumore di fondo diventa segnale. E che segnale: dall’attacco ai politici e ai governanti si passa all’attacco delle persone che ricoprono le massime Istituzioni dello Stato quali la Presidente della Camera e il Presidente della Repubblica, colpevoli di fare politica di parte e di non garantire nella trasparenza i diritti di tutte le parti, e all’attacco di quei giornalisti o intellettuali che li criticano apertamente. 

Il comportamento adottato dai parlamentari del M5S in relazione a quello dei demiurgi che li guidano, indipendentemente dal contenuto di verità delle loro affermazioni, richiama alla mente la strategia del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda del fu Partito Comunista Sovietico, ricordata come agitprop, termine acronimo che per antonomasia è stato da allora utilizzato per descrivere in politica la figura del provocatore. Negli anni che seguirono il ’68  si usava la logica del cui prodest?  per scovare gli estremisti responsabili degli attentati politici.

Oggi quel metodo a quali spiegazioni ci condurrebbe? Mentre la sinistra si arrovella nella ricerca di incostituzionalità e di attacchi alla democrazia, il populismo sia di destra che di sinistra cerca il salvatore della patria ed ha fretta: dopo Silvio Berlusconi oramai in declino alla ricerca di una successione ecco affermarsi il decisionista naïf Matteo Renzi e, perché no, quel giovane sanculotto Alessandro Di Battista.

Gli uomini del fare si richiamano alla concretezza e vivono di percezioni: si concentrano sul qui ed ora, mentre il loro pensiero debole riposa tra rimozioni e proiezioni.  La velocità con cui le notizie e i commenti si susseguono nei media, velocità notevolmente accelerata dalla potenza del web divenuto il pace maker dei giornali e televisione, obbliga la realtà a mutare continuativamente, sottraendo tempo alla riflessione e inducendo all’oblio.

Avverte Macchiavelli:  “Tu bada ben che l’aver in le tue mani il potere della Repubblica e il plauso di chi crede che si possa governare senza inganno non ti è bastante, poiché non è tanto la novità che conta, ma produrre il nuovo. Quindi ascolta e provoca il popolo perché parli a costo di causare in te risentimento (…)”




Furbi et orbi

images-1Quello che ha detto Massimo Cacciari alla trasmissione Servizio Pubblico è perfettamente vero: la corruzione è a sistema. Tuttavia la corruzione non è da oggi ed è un bene che oggi venga denunciata. Nasciamo in un paese corrotto dove un cittadino  entrando in società si pone nell’alternativa di seguire le regole e rimanere indietro o adeguarsi al sistema per sopravvivere o peggio servirsi del sistema per arricchirsi. Chi resiste comunque arretra e corre il rischio di finire in fondo alla scala.

Il sistema della corruzione e dell’illegalità non è opera di nessuno in particolare, è un fatto in generale. Un fatto ereditato alla nascita in un paese che della corruzione ha fatto appunto sistema, l’Italia funziona così. Il problema e solo di chi lo vorrebbe cambiare, per tutti gli altri va bene così. In tempi migliori se la maggioranza riesce a sopravvivere o anche ad arricchirsi,  tutto va bene. I guai compaiono quando in un paese interviene la crisi. In una crisi la lotta per la sopravvivenza si fa più dura e di conseguenza la corruzione anziché diminuire aumenta, aumenta perché a dover accettare compromessi è un parte sempre più preponderante della popolazione. Aumenta la ricattabilità e per un posto si è pronti al compromesso, anche a qualsiasi compromesso.

“Con la cultura non si mangia”, questo adagio, grazie anche all’esternazione di un passato ministro della Repubblica, ha penetrato ogni singola coscienza, giustificandola. Per poter stare al mondo e pensare ai propri figli cresce il numero di coloro che accettano questa realtà, così fan tutti, ovvero la disonestà come regola di vita. In tal modo insieme all’impoverimento si assiste al ben più grave degrado morale e nel degrado ciascuno cerca sempre più la soluzione personale fino al si salvi chi può. Succede anche qualcuno cada fuori bordo e si suicida.

In ultima analisi a soffrirne è il grado di civiltà dell’intera nazione. Un popolo di furbi degrada l’intera nazione e porta a boomerang sofferenze al popolo stesso. Nell’ignoranza politica dilagante, supportata da vent’anni di berlusconismo i cui soli valori sono stati sesso e possesso, il pensiero debole e un basso sentire hanno preso sempre più il sopravvento. Gli uomini del fare trovano facile consenso tra il popolo, a destra come a sinistra. Trovano consenso anche gli uomini contro.

Della cultura non si è capito né il significato né l’importanza. Cultura è stata intesa come arte e spettacolo, come un’attività marginale su cui stabilire un budget.  Nessuno è mai stato sfiorato dall’idea che la cultura sia il mezzo per far progredire in civiltà una nazione, ovvero quello che dovrebbe essere il primo compito di ogni governo. Solo la cultura ci salverà.

 




Take a walk on the wild side.

imagesChe un’invasione da parte del terzo mondo in un paese in crisi sia insostenibile è evidente. Il problema è reale e difficilmente risolvibile, ma quello che è certo non si risolve voltandogli le spalle.  La sinistra sul merito non si pronuncia, ma è chiaro che un’accoglienza umanitaria senza regole è attualmente impossibile. Non ne abbiamo né la capacità né i mezzi. Deresponsabilizzarsi addebitando alla destra accuse di egoismo e razzismo mettendosi in testa un’aureola significa sottrarsi al problema. Ipocrita bastonare il cane che ti fa la guardia. Avere lasciato in mano alla Lega il compito di contenere l’immigrazione è pericolosissimo. Il popolino sta con loro. Problema anche europeo dove si prevede che un terzo dei votanti sarà a destra contro l’euro per paura delle invasioni barbariche. La nuova alba è dorata, ma state pur certi che non sarà l’oro a splendere. Italia agli Italiani, Europa agli Europei il nuovo grido di battaglia. Di fatto la crisi colpisce gli strati più deboli della popolazione e gli strati più deboli si trovano a competere con gli immigrati. Il margine diviene di giorno in giorno più stretto e le file degli scontenti senza cultura né parte vanno aumentando. Non c’è né pane né posto per tutti, o perlomeno se non si chiudono le frontiere presto non ce ne sarà. 

Lampedusa è un carcere ed è un carcere perché se non fosse un carcere altri verrebbero. Inutile nascondersi dietro ipocrisie. I promessi aiuti non arriveranno mai perché non devono arrivare. Non arriveranno mai né da questo né da futuri governi. Un’accoglienza universale non è ancora possibile. Di fronte a questa situazione non si capisce che cosa si aspetti a chiudere le frontiere. Rimandare al luogo di provenienza gente disperata (non capisco la differenza tra gente disperata per fame o per guerra) è per certo cosa ignobile. Si tratta dunque di decisioni dure e sconvolgenti che devono lasciarci un senso di colpa e un debito. Non si tratta come vorrebbe la Lega o Fratelli d’Italia di esercitare un diritto, quello di essere padroni in casa propria, ma di rinunciare a un dovere ritenuto sacro: l’ospitalità, l’aiuto dovuto a chi più di noi soffre. 

Bisogna prendere coscienza che la cosa più giusta da fare non sempre è una cosa giusta. Lasciare gente indifesa e sofferente al loro destino è anzi cosa maledettamente disdicevole. Di questo bisogna prendere atto molto diversamente da coloro che nell’allontanamento pensando di esercitare un diritto. Ma in coscienza prima o poi la chiusura delle frontiere diverrà inevitabile e credo sia la cosa meno peggioreQuesto almeno impedirebbe alle destre di monopolizzare la rabbia del popolino. Ma altre due azioni devono essere intraprese. L’integrazione degli immigrati (jus soli) e gli aiuti ai paesi che immigrano. Due questioni di enorme difficoltà. Le guerre e la fame che affossano il terzo mondo non sono problemi del terzo mondo. Tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi. Bisogna intervenire con ogni mezzo perché le guerre cessino e fare in modo che la popolazione cresca in misura delle proprie risorse. Due obiettivi impossibili da realizzare stante l’impero delle multinazionali e la logica distruttiva del turbo capitalismo, che sta affossando non solo il terzo ma anche il primo mondo andando ad aumentare le file dei diseredati.

La disperazione genera mostri. Il popolo cerca sempre il Messia e il Messia che cerca è Nero. Una cosa è chiara: gli aiuti economici non servono se contemporaneamente non si importa cultura. I popoli della terra non sono giunti a un medesimo grado di civiltà e solo la cultura in luogo delle carestie e delle guerre può contenere la popolazione. L’autodeterminazione di popoli passa per la cultura. Le risorse materiali non hanno senso senza la cultura. Date più cibo a un formicaio, il formicaio crescerà ma non per questo ciascuno avrà più cibo e la conflittualità aumenterà. Ciò che occorre è cultura. Cultura per combattere l’onnipotenza dei mercati, cultura per integrare gli immigrati, cultura per emancipare il terzo mondo. E di cultura ancora non si parla. Quando la cultura sostituirà la centralità del lavoro allora saremo sulla buona strada. Solo la cultura ci salverà.

 

 




Forconi, forcaioli e forchettoni

imagesLe istituzioni sono un sedimento dell’evoluzione culturale ed esse meritano lo stesso rispetto che un credente ha per Dio. In democrazia bisogna saper distinguere il trono (l’istituzione) da coloro che il trono occupano legittimati dal popolo. Distinguere quindi i politici dalla politica, la polis-etica che ha come fine il Bene Comune. Il popolo vive nella più assoluta ignoranza di questa distinzione, vive cioè nell’analfabetismo politico. Cosicché ad essere eletti sono legittimi rappresentanti che rispecchiano in toto l’analfabetismo suddetto. Questo comporta l’assoluta ignoranza dell’ intendimento di democrazia, una democrazia per alzata di mano, legata alle forme e non alla sostanza, al numero e non ai valori. Di valori mai si parla né si discute, se ne disconosce persino l’esistenza. Conseguentemente sinistra o destra che siano hanno perso di vista qualsiasi morale tacciando di moralismo qualsiasi tentativo di far emergere come dovere dello Stato quello che deve essere il suo primo compito ovvero far progredire il popolo in civiltà.

Come in una paradossale tesi di Nietzsche ciascuno si sente libero di scrivere da sé e per sé le proprie leggi intendendo e bestemmiando con questo la dea Libertà. Valore in-discusso. Da qui l’importanza della cultura, cultura intesa come mentalità. Il decadimento morale (corruzione, falso in bilancio, tangenti, conflitto di interessi, nepotismo, furbizia relazionale in tutti a tutti i livelli, popolo compreso) ha condotto in modo precipuo questo paese alla recessione. Recessione che indipendentemente dalla crisi mondiale si è particolarmente espressa presso di noi a seguito di una regressione sociale che ha visto durante il  ‘berlusconismo’ affossare tutti i rapporti relazionali, da quelli politici, a quelli economico-commerciali a quelli meramente umani. Un gioco morale al ribasso che ha inquinato i rapporti sociali e di conseguenza anche l’economia.

Il degrado culturale, principale problema del nostro paese, è tale che esso non viene neppure visto. Si sono uniformati tutti a un’idea di “concretezza”, che ha portato in assenza di qualsiasi filosofia politica a questa paradossale situazione, l’ideologia del “fare” ha portato allo sfascio e ancora non ce se ne accorge.

E’ mia convinzione che ogni economia si regga sulla civiltà del suo popolo e basta guardare in modo non ideologico al mondo per comprendere questa banale e ovvia verità. La cultura quindi sta alla base di ogni economia, il che significa che bisogna essere per il popolo, per la sua crescita in civiltà, e giammai fare la sua volontà. Chi fa la volontà del popolo è già in nuce un traditore, un potenziale dittatore che alla fine dirà che è stato il popolo a tradirlo.

Affidereste la conduzione della vostra famiglia ai vostri figli? E non basta certo un’età anagrafica per dire una persona “matura”. Non si tratta di sporcarsi le mani, ma di stare in ogni compromesso con la schiena diritta. Il popolo si sente unito solo quando è “contro” ma nessuno del popolo è più lontano da chi gli sta accanto. Matteo Renzi è il nuovo capopopolo, è un uomo che ha raccolto i consensi “contro”, il nuovo attrattore del malcontento. Piace anche a destra proprio per questo, ma sono certo che nessuno o pochissimi di quelli che lo hanno votato conoscano quello che Renzi ha in testa. E probabilmente neppure lui.

La grande comunicazione raccoglie consensi laddove il sentire è più basso. Ciò detto ascolterò anch’io il PD secondo Matteo, come dire: quello che passa il convento, ma non credo fin da ora nel Salvatore.




Io penso come mi piace

734998_143240769168199_38304282_n«Lo spirito del mondo non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà». Parrebbe la riflessione critica di un laico sulla crisi della politica e della democrazia e invece sono le parole di Papa Francesco, argomento della sua omelia odierna.  Il Pontefice si rivolge come Cristo agli “Stolti e tardi di cuore” ammonendo che lo spirito del mondo «vuole che andiamo per una strada di uniformità» e «ci tratta come se noi non avessimo la capacità di pensare da noi stessi; ci tratta come persone non libere». Il Papa prosegue quindi dicendo che «il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole» è «un pensiero diffuso” che alla mancanza di riflessione si oppone  con l’ “Io penso come mi piace!”, invitando a «pensare liberamente, pensare per capire cosa succede».

Nessun uomo di buona volontà e onestà intellettuale, laico che sia, può disattendere queste verità.  Ovviamente per papa Francesco la libertà di pensiero è solo in Cristo, in quel cuore che ci ha insegnato a pensare e ad amare senza essere schiavi del proprio tempo attenti a cogliere il segno dei tempi senza relegarlo per realismo al  qui ed ora  o per relativismo all’ io penso come mi piace. Guai a chi è schiavo del proprio tempo. La natura ed il suo vivente fluire non furono mai chiusi entro giorni, notti ed ore (Talete). Ma al di là della visione teologica rimane che certe verità siano talmente universali da trascendere ogni religione e ogni laicità.

Una recente mia lettura di “Dal Cristocentrismo al Cristomorfismo. In dialogo con David Tracy”, del pastore cattolico don Dario Balocco, rilevo la seguente sua osservazione critica: “Per riuscire nella comunicazione è necessario infatti compensare l’obiettiva debolezza del discorso , con la forza del soggetto che lo proclama e la debolezza dell’ascoltatore”.  L’autorità dunque dà forza al discorso in proporzione alla debolezza di pensiero di chi ascolta. L’assunto che il locutore possa servirsi della propria autorità o dell’autorità di altri per avvalorare il proprio discorso è un fatto. E che questo sia reso possibile, tanto più possibile, grazie alla debolezza della platea è altrettanto vero.

In pratica sia don Dario Balocco che  Papa Francesco stanno parlando dell’intendimento più vero della Cultura una maturazione in mente e cuore dello spirito per quella auspicata trasformazione da massa a popolo che può avvenire solo attraverso acquisizione di coscienza. La ‘coscienza di classe’ è stato tentativo in questa direzione e ha prodotto a suo tempo notevoli risultati.  Il fallimento del ‘comunismo reale ‘ha gettato via il bambino con l’acqua sporca, il momento di aggregazione è stato sacrificato all’ideologia (Chiesa rossa). Formare le coscienze avrebbe dovuto significare dare cultura al popolo secondo libero pensiero. Come sempre è divenuto catechizzazione, sostituendo l’idolo al Dio.

Questo errore capitale è caratteristico di ogni ideologia, religiosa o laica che sia. Finché avremo una platea debole, debole di spirito, non potremo aspirare a nessuna democrazia. Della cultura ovvero della maturazione delle coscienza non se ne è occupata la destra, che anzi ha tutto l’interesse a mantenere debole lo spirito e a operare perché l’analfabetismo dilaghi nelle masse, ma neppure la sinistra che ha ignorato in modo totale il problema attaccata ad una ideologia economicista del lavoro privandola della cultura, della formazione delle coscienza, un argomento del tutto estraneo.

Tutto questo ha portato a una regressione ben più grave della recessione che stiamo vivendo, di cui anzi la recessione non è che l’ultima conseguenza. Mondiale. Il mostro senza testa, la Finanza, sta divorando l’essente.

In Italia, paese dalla cultura particolarmente arretrata, da parte della destra come baluardo di tutti gli sragionanti proferiti esistono due punti fermi: la figura carismatica del leader e il suo consenso, milioni di voti di schiavi che si pensano liberi. Sono la massa, quella platea debole costituita non solo dai votanti di destra, ma da tutti coloro che riconoscono all’imbonitore merito e intelligenza, per quell’amor che affossa il mondo e tutto lo governa.

Dice papa Francesco «cercare cosa significano le cose e capire bene i segni dei tempi». Non  rimarrà ai laici che sperare nel Papa?  Solo la cultura ci salverà.

 




Minima moralia per la Casta Diva 2.0

DikeHegel con appropriato artificio distingue morale da etica, pensando alla morale come a un doveroso comportamento in osservanza alle regole e all’etica come un libero comportamento dopo avere fatto proprie le leggi in osservanza dello spirito delle stesse, quell’altra coscienza di sé che vale in quanto riconosciuta.  Fatta questa distinzione ci si potrebbe riferire nel caso della morale alla legge come ciò che è legittimo mentre nel caso dell’etica a ciò che è lecito, l’una postura si riferisce all’obbedienza mentre l’altra alla responsabilità, l’una alla legge l’altra alla giustizia. Dice padre Bonhoefer, pastore protestante fatto fucilare da Hitler poco prima del suo suicidio, che fare il proprio dovere non è obbedire ma essere responsabili. Dunque l’osservanza delle leggi, non essere trovati colpevoli di reato non è sufficiente soprattutto per coloro che rivestendo una carica pubblica della responsabilità portano il peso.

Si tratta di Giustizia (Dike) e non di legge. La giustizia si lega all’etica e un guardasigilli, ça va sans dire, in qualità di ministro della Giustizia ha l’obbligo etico e morale di essere al di sopra della legge nell’interesse unico della Giustizia e non a scellerati fini personali. La confusione che regna tra Legge e Giustizia tra il positum e lo spirito che lo informa è massima nell’analfabetismo politico che come giustamente rilevi copre tutta la popolazione dai vertici alla base. L’accezione “sub legge libertas” ha una duplice interpretazione: l’una che senza le leggi nessuna libertà, l’altra è che la libertà sia affossata dalle leggi. In verità sono valide entrambe. La prima perché si riconosce la necessità delle leggi per permettere la convivenza, l’altra perché le leggi se non obbediscono alla Giustizia affossano la convivenza.

Tra legittimo e lecito passa dunque un mare rimanendo il primo una condicio sine qua non che permette alla libertà di avere spazio ulteriore su cui costruire all’interno dell’etica. Dice Platone “un bravo medico non è quello che conosce il suo mestiere, ci mancherebbe altro, ma quello che si prende cura del paziente”. Questo “prendersi cura” (di heideggeriana memoria) della res pubblica implica la responsabilità morale e etica nella piena coscienza che un agire economico (o scientifico come vuole Franco nel suo commento) è e deve essere sempre secondo giustizia. Come giustamente viene osservato in  “il pari trattamento verso i cittadini, un bene che non è economico”. Lo Stato deve amministrare la Giustizia e solo in subordine le leggi e l’economia.

“Lasciate amici e parenti e venite con me”, queste parole di Cristo sono a conclusione del discorso per chi assumendo cariche di responsabilità deve di necessità dimenticarsi della propria vita privata (umano troppo umano, Nietzsche). È un prezzo da pagare. Chi non comprende questo non è degno di occupare poltrone. Le scimmie che si arrampicano l’una sull’altra trascinano il trono nel fango. La mancanza di una preparazione filosofica dei nostri governanti è il peggiore dei mali. La confusione tra morale e moralismo ha permesso il degrado culturale in cui siamo sprofondati senza che una sola voce si sia alzata a difesa della Cultura, un termine polimorfo che nasconde un significato ancora tutto da comprendere. Solo la cultura ci salverà.




Minima moralia per la Casta Diva

corruzione-italiaUn modo per rilevare l’arretratezza dell’Italia rispetto al mondo civile è quello di misurare nella classe dirigente (in verità l’argomento vale per il popolo intero) la distanza esistente tra etica e ideologia. Ed oggi grazie al comportamento di un Ministro della Giustizia e alle sue dichiarazioni unite a quelle dei suoi sostenitori abbiamo una buona occasione per coglierne il senso. Il fatto? La recente dichiarazione del procuratore Giancarlo Caselli “non si ravvisano reati allo stato” che restituirebbe un po’ di serenità al Guardasigilli Annamaria Cancellieri, la quale a sua volta dichiara  “ho recuperato l’onore perduto”, esposta com’è stata in queste settimane a una tempesta giudiziaria come se fosse stata una rea confessa (La Stampa). Dunque, che il Ministro avesse una consolidata relazione di amicizia e di interessi (vedi l’assunzione del figlio) con la famiglia Ligresti non costituisce reato, che il Ministro si fosse personalmente preoccupata ed anche occupata per lo stato di salute di una componente della famiglia Ligresti imprigionata non costituisce reato, che avesse non solo ricevuto, come inizialmente ammesso, ma fatto più volte di sua iniziativa telefonate ai Ligresti  non  costituisce reato. Insomma, il comportamento del Ministro è stato ritenuto legittimo, in quanto non si sono ravvisati reati.

Ora, sappiamo bene che una gran parte di cause amministrative, civili e penali vengono vinte dagli accusati non nel merito ma per difetti della forma e questo lo accettiamo perché riteniamo sia diritto di ogni cittadino chiamato a difendersi da una accusa a suo carico porre all’accusatore l’onere della prova. Tuttavia, il problema nasce quando il cittadino ricopre una carica istituzionale con ciò assumendo un ruolo terzo rispetto alla collettività, i cui interessi è chiamato a tutelare. In questo caso l’etica professionale del ruolo dovrebbe guidare l’esercizio del potere affinché  in alcun modo questo venisse condizionato dalle relazioni personali.

Sono stato per molti anni dirigente in un Ente pubblico territoriale (potrei anch’io affermare di essere stato un “servitore dello stato”, ma preferisco ricordarmi piuttosto come un civil servant) ebbene in molte occasioni ho dovuto ricordare ai miei collaboratori e colleghi che la ragione per cui il mestiere di dirigente pubblico è ben più complesso di quello del manager privato risiede nel fatto che il dirigente pubblico non solo fa (o almeno dovrebbe fare) quello che fa il dirigente privato, ma in più deve in ogni sua azione garantire il pari trattamento verso i cittadini, un bene che non è economico. A questa esperienza aggiungo un aneddoto di carattere formativo risalente al periodo scolastico delle mie scuole superiori: un insegnante di diritto insisteva nel far notare che in realtà la legge non può proibire di delinquere, ma persegue con la punizione chi  la trasgredisce e che solo ai principi etici e alla morale dobbiamo ricorrere per essere giusti e corretti nei nostri comportamenti, principi di cui troviamo traccia nelle Costituzioni (con il rispetto dovuto per i Dieci Comandamenti).

Nella millenaria Repubblica di Venezia l’amministrazione della giustizia  aveva raggiunto livelli evolutivi  ancora oggi  validi come modello di civiltà, soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza), ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

La vicenda Cancellieri, indipendentemente dal suo esito, ci ha mostrato l’equivoco di fondo su cui riposa l’etica nazionale dominante: confondere l’illegittimo con l’illecito.  La preoccupazione primaria è non aver commesso un reato, non essere o non farsi sorprendere nella illegittimità, essere  nella regola,  mentre la possibile illiceità del comportamento riguarda la sfera individuale della persona che rimane padrone a casa propria.  Al più una critica sull’inopportunità del comportamento.  Anche ‘servitori dello stato’ come il Guardasigilli Cancellieri possono non comprendere la differenza tra soggettività e ruolo istituzionale (su cos’altro si fonderebbe il diritto?) e dunque come non dare ragione a Franco Cordero quando commentando la vulnerabilità del ministro (la Repubblica  del 19/11/2013) osserva: “dovunque restino barlumi di etica, in casi simili il ministro scompare radendo i muri. Nell’Italia attuale gli standard del lassismo sono larghi quanto le intese” ?




A lezione di educazione cinica

imagesCi si deve domandare perché all’estero, nei “paesi normali” come si usa dire, la minima mancanza comporti un “passo indietro”. Orrida espressione con la quale si chiamano le dimissioni che seguono immancabilmente a episodi di scarsa o dubbia onestà da parte di chi riveste ruoli istituzionali. La stampa si riferisce spesso a questi episodi esemplari, quali il mancato pagamento dei contributi a una colf o la mancata virgolettatura di una tesi di laurea e si indigna perché da noi per reati e colpe molto più gravi nessuno si dimette. Si dimentica di indicare però le ragioni che inducono siffatti personaggi “stranieri” alle dimissioni dalle cariche ricoperte e i nostri a mantenerle ad oltranza. Eppure la risposta è semplice: si tratta di paesi più civili. Ma che significa più civili? Significa che i popoli di quei paesi hanno assimilato la correttezza nell’agire e l’onestà nei rapporti come valori irrinunciabili della democrazia. Una diversa cultura che appartiene al popolo prima che ai governanti. Contrariamente da noi correttezza e onestà non sono valori che interessino particolarmente gli Italiani al punto che in massa si è disponibili a votare personaggi che si macchiano di reati passati in giudicato, per esempio come la frode fiscale.

Non mi interessa più parlare di Berlusconi, piccolo uomo: è degli Italiani che voglio parlare, di un popolo volutamente tenuto nell’ignoranza politica fino a farne degli analfabeti, tanto a destra quanto a sinistra. I passati vent’anni di degenerazione culturale dovuta allo sdoganamento della pancia (il c.d. “berlusconismo”),  per cui i soli valori sono stati sesso e possesso  annegati in una salsa neo-postmoderna-liberista che ha tutto l’interesse a mantenere nel paese l’ignoranza e l’odio per la politica, complice una mancata opposizione sul piano culturale, uno sterile piagnisteo che altro non ha fatto se non inseguire al ribasso la mercificazione degli ideali del “popolo”, affossando quella dignità procuratasi in anni di lotte. Popolo è ora una parola di cui tutti si riempiono la bocca per poi riempirsi la pancia, sedicenti giornalisti hanno condotto la discussione politica nelle osterie mediatiche chiamate talk show, dove l’ignoranza popolare si confronta con politici ignoranti. Nella pratica pervicacemente sostenuta di far apparire la chiacchiera come democrazia la democrazia stessa é diventata una chiacchiera, il cui livello inesorabilmente sceso al di sotto dei limiti  tracciati dalla ironia del “filosofo” Riccardo Pazzaglia. Ci vorrà la vanga per ritrovare il senno.

Ebbene, l’anomalia non è Berlusconi perché i malriusciti e i superflui sono ovunque, anche in Svezia, dove tuttavia non li votano. La differenza non sta nei politici, nei leader, ma in chi li vota e li segue, nella cultura del popolo.  In altre parole noi non abbiamo una ma molte anomalie, una cultura di livello tanto basso da riuscire non significative ai fini del voto la correttezza e l’onestà di un candidato. Correttezza e onestà non sono valori significativi per la maggioranza degli italiani, nel pubblico come nel privato. Per i furbi “onesto” e “coglione” sono sinonimi. Per uomini intelligenti sono sinonimi “furbo” e “delinquente”.

Vittorio Sgarbi, la capra, riesumava nell’ennesimo talk show cui era stato invitato un detto di Benedetto Croce estrapolandolo dal contesto, detto per il quale “L’unico politico onesto è un politico capace”.  In verità Croce diceva che se stai male ti rivolgi a un medico e non a un uomo buono. Prima di lui Platone diceva che “un bravo medico non è colui che conosce la materia, ci mancherebbe altro, ma colui che si prende cura del paziente”.  Non dubito che Benedetto Croce avesse in amore la salute del paziente e che nel suo caso il paziente non fosse il Principe, ma la Nazione e il bene comune.  Parimenti “il fine giustifica i mezzi” di machiavellica memoria non può divenire autorizzazione a delinquere né per un politico né per altri. Quali fini? Per il re, per me per il partito o “tengo famiglia”? Al cavaliere in merito abbiamo sentito affermare: “chi non fa i propri intessi è un coglione” e i coglioni d’accordo con questa esemplare opinione lo votano. Un giorno, non ne dubito sarà ricordato da un Presidente della Repubblica come un grande statista così come ora si ricorda altri di craxiana memoria.  Presidenti di tutti gli italiani, proprio di tutti.

Sgarbi faceva questo per avvalorare la tesi (sua) che la correttezza e l’onestà non sono una qualità indispensabile per un politico. Ebbene questa citata giustificazione e autorizzazione a delinquere raccoglie il consenso popolare: “che rubi, rubi pure, purché faccia “.  Il fare diventa allora il nuovo mito. Fare sesso, fare politica come fare i soldi: ai valori della pagnotta, del sesso e del possesso si aggiunge così la concretezza del fare, un agire che rappresenta i valori trasversali che coinvolgono in termini di concretezza tutta la popolazione e che trovano per questo un quasi universale consenso, tutte cose per cui il popolo acclama: “Bene, bravo, giusto”, “dammi mille lire e voto per chi vuoi”.

Oggi si parla di centralità del lavoro, si parla di lavoro, ma non della sua sicurezza (deve essere garantito un posto a tutti) non della sua serenità (salvaguardata la dignità). Che l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro nessuno lo contesta, ma che cosa si debba intender per lavoro è tutt’altra questione. Gli uomini del fare parlano di meritocrazia, selezione, competitività, mobilità, flessibilità, adattabilità, efficienza, efficacia, tutte categorie e grandezze soggette alle leggi di Mercato: sia fatta la Sua Volontà, venga il suo Regno così in cielo come in terra. In questa disamina della ideologia neoliberista gli ultimi saranno schiavi o larve senza lavoro, quasi uomini in attesa del momento di sottrarre il lavoro agli schiavi. Un esercito di lumpen e proletari in crescita. Tutti complici, schiavi compresi. Difenderanno i padroni. Li stanno già votando.

Queste banalità sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo intendimento politico, ma della politica il popolo non conosce l’alfabeto. Sapere che in democrazia è necessario avere la complicità del popolo per poterlo sfruttare è da sussidiario elementare. Ma il popolo italiano volutamente tenuto lontano dalla politica confonde la polis con i politici. Il trono con chi lo occupa. E nessuno ancora chiarisce questo ignorantissimo equivoco. Una cosa sono le istituzioni altra cosa chi le occupa. Giornalisti, insegnanti, politici che tocchi anche a voi fare cultura? Cultura è per voi un fantasma. Il popolo ancora inneggia a Barabba, ancora si leva l’italiano patriottico grido “Viva l’Italia”.

Uno strano paese il nostro dove si ama l’Italia e si odia lo Stato, lo Stato che la rappresenta, uno strano paese dove tutti amano il popolo e detestano la gente, fosse anche il vicino. In verità quando la gente pensa “popolo” pensa “noi” e quando il popolo pensa “la gente” pensa “loro”. Eppure la gente e il popolo sono il medesimo. Nessuno specchio, nessuna riflessione: il popolo è santo e la gente di merda. In altre parole e in breve non ci può essere nessuna politica degna di questo nome se non c’è cosceinza sociale, la politica è coscienza sociale e la politica è uscita dal sociale. Neolaureati dichiarano di voler pensare seriamente solo alla loro professione e giammai interessarsi di politica, il Corriere della sera ne pubblica le dichiarazioni dedicandogli tutta intera la prima pagina. Il “Corriere della serva”, come chiamato un tempo sembra non smentirsi mai: dietro una facciata di moderazione il serpente Gerione è sempre pronto a colpire con la sua coda. Da chiedersi a che si debba tanta costanza nei secoli.

Morale: non si e mai visto un tale analfabetismo politico, un tale abbietto stato di prostrazione dello spirito in seno al popolo. L’insegnante anziché tenere lezione chiede agli alunni se vogliono fare lezione di greco o andare al parco e poiché a larga maggioranza si decide per il parco, con sacrificio dei pochi eletti detestati in quanto intellettuali, democraticamente si va al parco. Socraticamente il porco è soddisfatto e porco rimarrà. Lucignolo dopo aver condotto i fanciulli nel Paese dei Balocchi, ora porco anche lui, chiede il consenso agli asini. Hi-ho, hi-ho, gli asini acconsentono. Tutto il loro potere i politici lo devono proprio a loro, agli asini e paradossalmente se ne vantano (milioni di voti) e lo sbandierano in ogni Show televisivo in ossequio a quella democrazia che non nei valori ma nei numeri vede la propria forza. La propria forza, forse, ma non la propria dignità. Una democrazia portata nei numeri ma non nei valori non è una democrazia. Sosteneva Oscar Wilde: “Posso sopportare la forza brutale, ma la ragione brutale è insopportabile. Vi è qualcosa di sleale nel suo uso, come sferrare un colpo basso all’intelletto”.

Per questo dunque l’Italia non è un paese democratico,  non tanto per le forme come Cacciari e Scalfari ci spiegano nel loro recente dialogo a conclusione della manifestazione la Repubblica delle idee, ma per il basso livello culturale raggiunto dal popolo italiano, un popolo politicamente analfabeta che avvalla qualsiasi forma di scorrettezza o di reato purché l’eletto gli torni in qualche modo personalmente conveniente. Prima di essere una crisi economica la nostra è una mancanza di cultura, una crisi immanente che investe l’intera popolazione, una crisi più grave della recessione che ci può portare alla regressione, alla violenza alla barbarie. Questa assoluta immaturità del popolo italiano fa della cultura il nodo principale della crisi, ovvero il popolo stesso si mostra immaturo per la democrazia. Quanto alla economia essa è solo una tecnica e come tale risulta in stretta relazione alla mentalità, ovvero al grado di civiltà raggiunto da coloro che l’amministrano.

Il primo dovere di tutti i governi dovrebbe dunque essere di innalzare la civiltà del popolo, rendendo migliori i rapporti tra i cittadini ad ogni livello non solo in termini economici ma di convivialità. Senza una modifica nella postura dello spirito in ciascuno del rapporto da intraprendere con il prossimo nessuna formula economica sarà mai in grado di migliorare la felicità della nostra esistenza. Che l’alba arrivi, un’alba non dorata, ma chiara “poiché un sognatore è colui che vede la sua strada solo al chiaro di luna, la sua punizione è vedere l’alba prima del resto del mondo” (ancora Oscar Wilde). Solo la cultura ci salverà.




La cultura non è spettacolo.

PaideiaLa formazione politica di coloro che aspirano a governare un paese e dunque a costituirsi classe dirigente in un popolo dovrebbe fondarsi su una solida preparazione sia filosofica che scientifica: la filosofia per comprendere i fini, la scienza per conoscere i mezzi. Gli antichi greci la chiamavano paidèia,

il modello educativo con il quale si istruivano i giovani e che era sinonimo di cultura e di educazione alla cultura.  Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso, tanto che più che di processo educativo o di socializzazione si potrebbe parlare di processo di uniformazione all’ethos politico. Come afferma Giovanni Reale: “La forza educativa proveniente dal mondo greco ha caratterizzato l’Occidente a partire dai Romani; è poi più volte rinata con continue trasformazioni col sorgere di nuove culture, dapprima con il Cristianesimo, poi con l’umanesimo e il rinascimento” e  qui aggiungiamo con l’illuminismo.

D’altra parte la politica è il modo di amministrare la comunità dei cittadini avendo per fine il bene di tutti, ma quale sia il bene di tutti non è la politica a rivelarcelo, bensì la filosofia. In questa originaria  concezione della politica il modo, ovvero il rapporto tra mezzi e fini, non è di natura meramente strumentale come il cinismo di maniera tipo il fine giustifica i mezzi vuole fare intendere (motto per altro erroneamente attribuito a Niccolò Macchiavelli), bensì di natura morale. La politica andrebbe intesa come una pratica inerente alla razionalità scientifica e che dovrebbe conformarsi all’etica.

Il minimo comune denominatore tra la politica, la formazione, l’identità, i valori, i principi, l’etica, il diritto, la fede e la conoscenza è la cultura. La cultura come sedimentazione dell’insieme patrimoniale delle idee ed esperienze condivise da ciascuno dei membri delle relative società di appartenenza, dei codici comportamentali condivisi, del senso etico del fine collettivo e di una visione identitaria storicamente determinata. Singolare è la sua etimologia, che discende dal verbo latino colere (coltivare) l’utilizzo del quale è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una“cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”.

E la cultura prodotta da un sistema vivente si comporta come i sistemi viventi: un equilibrio dinamico che va alimentato con quantità crescenti di energia.  Un ordine che si oppone alla naturale tendenza dei sistemi isolati all’aumento dell’entropia, che spontaneamente  tenderebbero alla morte termica. Per questo esistono forme organizzate di convivenza tra gli esseri umani, in cui si evolve la funzione dello Stato che agisce come un catalizzatore nei confronti delle componenti sociali, le istituzioni, le quali costituiscono  i reagenti che operano le trasformazioni della società.

Quanto al divenire della civiltà, l’equilibrio instabile a cui tendere e da mantenere si pone tra la misura delle cose e i confini della logica: per Orazio (Satire I) esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto, per Göedel (teoremi di incompletezza) se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all’interno del sistema logico stesso. La cultura è civiltà.

 




L’anomalia italiana: la politica ammette l’ignoranza.

images-2Un servizio di Report è stato sufficiente a far scomparire Di Pietro dalla politica. Perché? Una condanna penale lascia intatto il consenso a Berlusconi. Perché? In Germania la mancata virgolettatura in una tesi di laurea fa cadere un ministro: Perché?  Basterebbe una semplice riflessione per comprendere che la base elettorale che sostiene le diverse candidature non è la stessa. Ma una semplice riflessione è sufficiente a escludere una grande fetta della popolazione italiana: almeno 9 milioni di elettori la cui sovranità non viene da tutti, da tutti, contestata. Questo dicono tutti, tutti, pretende la democrazia.  Anche l’ignoranza, la disonestà, la furbizia, l’avidità, hanno diritto al voto e ad essere rappresentate. Ignoranza, disonestà, furbizia, avidità in Italia sono un Partito. Queste “qualità” ovviamente sono trasversali (sono ben più di nove milioni gli italiani che si riconoscibili in queste qualità e non solo a destra), ma “non res sed modus in rebus”: tutto, altrettanto o più ovviamente, dipende dalla misura. Chi non capisce misura nulla intende e continua ad accentare la realtà con eccezioni e anziché confermare la regola ritengono con l’eccezione di contraddirla. E già qui i più si perdono.

Il “pensiero debole” e un “basso sentire” dominano i talk show e con ciò, ecco l’anomalia, anziché perdere acquisiscono consensi. Inseguire al ribasso è lo sport preferito e ha nome populismo. Offendere l’ignoranza è offendere il popolo. Il popolo di Di Pietro, ex magistrato, tifa per i magistrati e il più piccolo sospetto fa cadere il beniamino. Il popolo di Berlusconi tifa per i delinquenti e la minima accusa li consolida nelle loro convinzioni. In Germania come nei paesi più civili la minima violazione alle “regole” è sufficiente alle dimissioni: una colf tenuta in nero, un amore clandestino, una citazione non dichiarata come tale …

Quanto ci vorrà per capire che questa “anomalia” dell’Italia ha nome Popolo Italiano, la sua cultura? Quanto ci vorrà per intendere che cosa si debba intendere per cultura? Una troppo larga fetta della popolazione (secondo misura) vive nell’ignoranza e la furbizia, italicamente contrabbandata per intelligenza, trova nell’ignoranza il suo terreno più fertile, e chiama opportunisticamente l’ignoranza “volontà popolare”. Un tabù: non bisogna parlare male del popolo, e tantomeno del Popolo Italiano, il popolo è sovrano. Morale: nessuna autocritica. Certo non bisogna parlare male del Popolo italiano. Che senso avrebbe? Né storico,né politico, né strategico, né attuale. Ma fare quanto più possibile per migliorare le condizioni culturali del popolo dovrebbe essere il primo dovere di qualsiasi governo e di qualsiasi istituzione abbia realmente a cuore le sorti del popolo. E invece no. Di Cultura non si parla in nessuna parte. In nessuna parte si combatte l’ignoranza, la mentalità, anzi si approfitta da ogni parte e in ogni occasione per ottenere audience, consenso. A destra ma anche a sinistra. Gli “uomini del fare” sono per il turbo capitalismo, “fare cultura” diversamente pare compito di nessuno.

Abbiamo ministri e politici che per cultura intendono “Arte e spettacolo” ma pare che nessuno in politica abbia mai inteso che cultura significhi far progredire in civiltà il proprio popolo. La Cultura non serve infatti unicamente a crescere il Pil, ha il compito ben più alto di far progredire in Civiltà lo Spirito di una Nazione. Gustavo Zagrebelsky rispose ad una mia domanda  sull’importanza della cultura dicendo “questo è sottinteso”. Purtroppo questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi “sotto-inteso”.  A questo dovrebbero essere impegnati governi e istituzioni capillarmente in ogni dove. Eppure Cultura e morale sono completamente al di fuori di qualsiasi programma di governo e protocollo istituzionale da sempre: partiti polititi, sindacati e persino la scuola non si sono mai occupati né di cultura né di morale, ovvero di formare cittadini, lavoratori, studenti che intendessero il sociale come bene comune, come il più importante dei beni comuni. Anzi la tendenza è de-umanizzare la scuola e le università per avere tecnici pronti al servizio dell’economia, nuova ideologia. Sociologia, educazione civica, filosofia, persino materie scientifiche come l’evoluzione sono state sminuite o bandite: a che servono? Filologia romanza?

“Fatevi un panino con la divina commedia”, questo un ministro. Badilate di ignoranza ovunque là dove servirebbero badilate di cultura. Il Pd che avrebbe dovuto rappresentare la sinistra ha mancato nella formazione dei dirigenti proprio perché privo di cultura, e senza cultura nessuna morale, senza morale nessun ideale, nessuna sinistra. La sua deiezione è stata graduale a partire dal ’68 quando per conquistare la maggioranza ha cercato di raggiungere il fatidico e ora fatale 51%, portando questo “ideale” come linea politica. E il gruppo dirigente non ha mai abbandonato questo ideale. Una strategia in luogo di un ideale. Da sempre “corrono verso il centro” (Achille Ochetto) lottando sempre meno contro le disuguaglianze economiche e sociali, offendo aperture che andavano a detrimento dei diritti dei lavoratori e dimenticando e dissipando valori culturali che di fatto, nel pensiero come nel sentimento, tenevano unito il popolo della sinistra. Hanno dimenticato di “fare cultura”, di combattere per gli stessi, arrivando ad accettare la disonestà come controparte, contrabbandando l’inciucio con la disponibilità al dialogo. Per i sindacati concertazione. Brividi.

Risultato? Il fatidico 51% è divenuto fatale, la base del PD non c’è più stata, ha strappato ed è confluita in larga misura nel M5S. Ma non solo, all’interno del partito stesso sono stati acquisiti democristiani e opportunisti che hanno ulteriormente diviso il partito con conseguenti ulteriori strappi. È stata portata all’interno del PD tanta di quell’acqua che sono affogati ma non contenti ancora con quell’acqua tentano di galleggiare: “una cosa già Letta”. Cambiamento? L’anomalia italiana si chiama ignoranza, quella descritta da Francesco Guicciardini: “La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi”.  Solo la cultura ci salverà.

 

 

 

 




Lettera aperta a politici onesti.

S. Rodotà e G. Zabrebelsky(…) “Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani?”… “La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo?”… “È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l’esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata”.  (dalla risposta di Stefano Rodotà all’editoriale di Eugenio  Scalfari, LaRepubblica del 22 aprile 2013).

Chiarissimo Professore, mi stupisco del suo candore ma questo testimonia la dovuta ingenuità che l’onestà intellettuale pretende. Bersani si è genuflesso al M5S per giorni e giorni alla disperata ricerca di rendere possibile un governo invocando il senso di responsabilità data la tragica situazione in cui versa il nostro Paese.  Se ha accettato generosamente di prendere schiaffi in faccia, come è possibile che per una questione di principio del tipo ‘non è il nostro candidato’  si rifiuti di “chiamare” la sua persona?  Com’è possibile che scelga candidati graditi al Centro Destra e a Monti piuttosto che sostenere una persona, un compagno, mi si perdoni il termine, della sua stessa area?

Qualcuno glielo ha impedito. Sul suo nome, Rodotà, è stato messo un veto. Testimoniano in merito la mancata domanda dei giornalisti a esponenti del PD: “Perché non Rodotà?”, domanda più che legittima e più che ovvia. Questione posta pubblicamente solo dal M5S  e da Crozza (sic!) che ha spinto pochissimi a porla. Risposta?: “Non è il nostro candidato” o, con il modo più subdolo di evadere una domanda: “Perché non Prodi?”.  Quindi, non rispondendo e sapendo di imbarazzare sia l’uno che l’atro. Di più. Ho sentito dare dei “delinquenti” ai franchi tiratori da parte di responsabili del PD.       PCI meno “comunismo” uguale PDS,  PDS meno “sinistra” uguale PD. Purtroppo non si è cambiato solo il nome, ma la sostanza.  Si è persa la genuinità nella vana speranza (lunga quarant’anni) di conquistar il fatidico 51%, finché l’acqua acquisita non ha trasformato il vino in aceto.

Carissimo professore lei possiede in questo paese il più grave difetto: l’onestà, per di più quel tipo di onestà che meno aggrada, l’onestà intellettuale. L’onestà fa paura e infatti lei non sarebbe stato il Presidente di tutti gli Italiani, ma solo degli Italiani onesti, purtroppo non ancora una maggioranza.

La mia residua speranza è che attorno a personalità come la sua Stefano Rodotà unita a quella di non minore statura morale e intellettuale qual è Gustavo  Zagrebelsky  venga fondato un partito che porti a caratteri cubitali in nome della sinistra e della cultura e riunisca sotto di sé tutto il Popolo Della Sinistra: non un nuovo PD dunque, semmai un nuovo PDS.  Questo lo ritengo possibile e ne ho piena fiducia. Un’immensità di voti si raccoglierebbero su questi nomi e farebbero rinascere la sinistra dalle ceneri del PD.  Con stima e affetto, Walter Bocelli.




Vox populi, vox Dei ?

imagesC’è chi pensa che i fenomeni sociali siano descrivibili attraverso una definizione come quella di un dizionario. Per certo una definizione delle parole è indispensabile, ma solo per determinare il campo entro cui un fenomeno si determina.

Sul Blog di Grillo del 7/3/2013  Dario Fo così scrive: “Molti mi scrivono e mi telefonano, addirittura c’è chi mi ferma per strada, chiedendomi: “Ma non le pare che Grillo, a parte il suo talento, sia di fatto un populista?”. “Fermi tutti – rispondo – voi sapete che significato abbia l’espressione populista?”.  Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo completamente opposto all’altro termine: demagogo. Forse coloro che con tanta leggerezza usano la definizione di ‘populista’ per denigrare un oppositore, dovrebbero ritornare sul dizionario e consultare il termine alla voce demagogo e scoprirebbero che al contrario, quell’espressione, significa ‘colui che con ipocrisia ben calcolata, cerca di sfruttare l’ingenuità di una popolazione per trarne vantaggi indegni’.  Quindi, miei cari, avete sbagliato termine. Ora, è buona norma quando si attribuisce un comportamento a qualcuno, specie verso Grillo, conoscere il significato del termine che si usa. Attenzione, questa mia non è una banale pedanteria lessicale, ma qualcosa che impone una seria attenzione alla conoscenza del linguaggio.”

Poichè non confondo il significato con il significante e d’altra parte ripongo anch’io grande attenzione al significato delle parole riporto qui di seguito alcune definizioni del termine populismo riprese da tre dizionari della lingua italiana:

–  (Devoto Oli)  movimento politico-culturale russo che si sviluppò nel XIX sec…; per estensione qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto da esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

– (Gabrielli Aldo)  i) letteratura: tendenza di alcuni movimenti letterari e artistici ad assumere e rappresentare il popolo come portatore, di per sé, di valori etici e sociali;  ii) politica: atteggiamento di chi cerca consensi tra le classi sociali meno evolute, usando a questo scopo luoghi comuni di facile presa; iii) storia: movimento politico e letterario russo della seconda metà dell’Ottocento, tendente ad avvicinare le classi colte alle masse popolari.

– (Sabatini Coletti)  i) atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari; ii) spregiativo: atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità.

Populismo e demagogia possono anche essere sinonimi in dipendenza del giudizio di valore che si da agli stessi. In un gruppo di lupi la gerarchia è indispensabile per la sopravvivenza del gruppo. Possiamo dire quindi che un sistema fortemente gerarchizzato e assolutamente autoritario è il sistema più democratico per agire per il bene comune.

In generale la demagogia è l’arte di rapportarsi al popolo da parte del potere (le citazioni che seguono sono tratte da Demagogia di Luciano Canfora, Sellerio editore Palermo).  Essa, la demagogia, non assume in Grecia fin dagli inizi valore negativo (Cavalieri, Aristofane), il termine indica semplicemente la guida politica della città.  “Ormai-dice il servo-non tocca più alle persone ben educate e per bene, è andata a finire (la demagogia) nelle mani di un ignorante schifoso”…”conquista tutti con manicaretti di parole; requisiti per la demagogia: una voce ripugnante, origini basse, volgarità; ha tutto quello che serve a far politica”.  “Non è tanto la demagogia un disvalore: gli è che oggi la si deve praticare con mezzi bassi”. Così opina Aristofane.

Già da qui si comprende che il valore di un termine dipende nel senso dal giudizio che del termine si dà legato all’epoca, ma anche dal giudizio che si dà a chi del termine si impossessa e che termine riveste.  Il trono occupato dal demagogo (termine usato all’inizio come lo stratega che pianificava l’operato di governo in favore del bene comune) viene in seguito occupato da personaggi che tentano con ogni mezzo di accaparrarsi il favore del popolo non per il popolo ma a propri fini.  L’idealità del bene comune (quale esso sia) viene perduta.

L’allargamento della partecipazione al potere operata da Pericle anche al popolo comporta l’intervento al potere dei capi popolo, gente rozza e ignorante sia delle cose di potere sia della vita.  La democrazia nel suo significato di dare sempre più potere al popolo e strettamente collegata alla cultura in seno al popolo. Se si toglie la gerarchia nasce l’anarchia e i lupi si sbranano l’uno con l’altro. Troppa libertà crea anarchia, l’aumento della conflittualità dentro e fuori dal gruppo che può causare la scomparsa del gruppo.

La storia procede con un graduale passaggio del testimone dalle classi più colte e agiate alle classi meno colte e meno agiate, prima l’aristocrazia poi borghesia, da ultimo al popolo. Un passaggio troppo veloce causa un’immissione di ignoranza che sale al potere e il potere per contenere la folla necessita della retorica, ovvero di un’ipocrisia che richiama nel popolo i suoi sentimenti più bassi attraverso gestualità primitive. Per le folle conta solo il tono e i gesti, non sono in grado di comprendere i contenuti e men che meno di analizzarli.

Chi dice “la gente non è stupida” dà un giudizio di valore assoluto. Non esiste gente stupida o gente intelligente, ma solo un livello di crescita della cultura popolare ben determinato in ogni epoca.  Per ogni cultura è possibile solo un certo regime, quale esso sia, come detto anche una dittatura o un tiranno possono essere sulla via della democrazia se nel loro agire procurano benefici al popolo. Il popolo infatti ha sempre adorato i dittatori. È una fede antica.

Si tratta quindi di una mentalità, quella del popolo, ma non solo quella del popolo, che si va evolvendo storicamente in senso democratico. Lentamente il potere arretra ma lo deve fare nei modi e nei tempi opportuni.

Distinguo così quattro categorie di pensiero: i reazionari, i conservatori, i riformisti, i rivoluzionari.  Reazionari sono coloro che vorrebbero ritornare al passato per mantenere i loro privilegi perduti; i conservatori sono coloro che ritengono che non si debba cambiare; i riformisti sono coloro che ritengono si debba cambiare progressivamente; i rivoluzionari coloro che ritengono che sia tutto da cambiare.

Gli atteggiamenti verso il popolo sono diversi a seconda dello stato in cui il popolo si trova. In genere e solo in genere e ad esempio. In un regime assolutista di sola nobiltà i reazionari disprezzano il popolo e lo schiavizzano; in un regime dittatoriale lo incensano ma solo come idealità, lo usano e vessano; in un regime democratico lo adulano, si dicono uno di loro e salgono sullo Yacht; i conservatori a loro volta si dividono in due categorie, quelli che vogliono mantenere i propri privilegi e coloro che ritengono che sia troppo presto per cambiare, per concedere potere al popolo.

Tra questi sicuramente Antonio Gramsci che nel ’20 scrive sull’Avanti (29 agosto) “che cosa intendiamo per demagogia? E indica il linguaggio degli “anarchici e sindacalisti”. Gli uomini del risorgimento furono dei grandissimi demagoghi, fecero del popolo-nazione uno strumento degradandolo”, “grandissimi demagoghi” risorgimentali che ricorsero all’uso disinvolto del plebiscito.  Sebbene aggiunge Gramsci siano stati i partiti di destra ad aver fatto appello alla “feccia popolare”, da cui ecco qui in sintesi il populismo di destra e di sinistra le due diverse retoriche che abbracciano strati diversi della popolazione, la “feccia” e gli utopisti. Gramsci era ovviamente anche un progressista perché aveva a cuore la democrazia ovvero il bene del popolo, ma riteneva che la libertà maturasse nel popolo con la cultura. Questo per comprendere che si deve intendere per cultura.

Ora. Chiaramente la democrazia non uno stato ma un moto, un ravvicinamento delle condizioni sociali e del diritto all’esistenza e oltre a questa, alla vita, un processo che deve avvenire gradualmente a meno, sia a destra che a sinistra, di spargimenti di sangue: rivoluzione e repressione. Questo processo implica necessariamente la crescita della cultura popolare con tutti i mezzi che lo Stato ha a disposizione.

Ora Grillo ha in mano la feccia di destra e gli utopisti di sinistra: una bomba ad orologeria.  In conclusione potremo definire democratico chi agisce disinteressatamente nell’interesse collettivo per il bene comune al di là dei termini e dei regimi usati, per diminuire le disuguaglianze sociali. Ciò può avvenire in una democrazia come in una dittatura. Rimane che in una democrazia la cultura del popolo è maggiore che in una dittatura, ma non basta cambiare regime per far aumentare la cultura e passaggi troppo rapidi, magari d’importazione, possono essere violenti.

 

 

 

 

 




Lacrime nella pioggia.

549200_4403488767929_1384666298_nLa scervellata politica del PD è giunta al capolinea, ma non credo abbiano capito. La linea politica del PD non parte da oggi ma da quando è stato deciso di cambiare nome al PCI. Da allora l’idea, in gergo la linea, è stata sempre quella di raggiungere il fatidico e ora esiziale 51%. Da quarant’anni non è mai cambiata. Per realismo si è cercato di spostarsi gradualmente a destra quel tanto che basta per perseguire questo fine secondo l’adagio “Per essere un buon ministro, bisogna prima essere ministro”.

Hanno perseverato in questo fino ad oggi ricattando sempre più il popolo di sinistra che vedeva sempre più sminuiti i propri valori (solidarietà tra compagni oggi non ha più significato) con l’aggravante di aprire le porte a gente che non ha esitato a iscriversi indipendentemente dalla fede politica pur di conseguire propri fini. Si consentiva al sindacato di imprendere, al partito di ficcarsi in ogni dove (Fondazioni) di intrallazzare alla stregua di chi dell’intrallazzo ha fatto politica. Meno, certo meno, senza paragoni. Ma le porte sono state aperte è più di uno è scappato dalle stalle.

La gente non ha potuto crederci, il più grande valore della sinistra, l’onestà, messa in discussione. “Non l’hai capito? Sono tutti uguali, sono tutti collusi”. Qualunquismo certo ma gliene è stato dato modo, modo di esistere. Che ha fatto culturalmente il PD per combattere il qualunquismo? Per combattere il qualunquismo in casa sua, a sinistra? Nulla! E se lo ritrova ora tutto contro nel popolo di Grillo.  51% e il vino gradualmente si è annacquato, ha perso di genuinità. Ovunque: nel partito come tra la gente.

La vecchia cultura se ne è andata e nulla è stato fatto per acquisirne di nuova. Vecchie ideologie andavano indubbiamente cambiate ma non bisognava dimenticare che quelle ideologie avevano affrancato il popolo anche su sani valori che non solo andavano consolidati ma indubbiamente bisognava acquisirne di nuovi. Adoperarsi cioè per una crescita culturale. In vent’anni di berlusconismo la cultura si è abbassata in tutto il paese e non solo a destra e questa votazione è la diretta espressione della cultura del paese. Come non comprenderlo!

Grillo non avrebbe ottenuto di certo questo risultato se la classe dirigente del PD si fosse rivolta verso il basso a ricordare al popolo di sinistra i valori che la sinistra unisce, valori che non stanno certo solo nella pagnotta ma nell’onestà, nel rispetto, nella tolleranza, nei diritti e nella dignità, nella compassione. Flessibilità? In un periodo di crisi si può accettare di stringere la cinghia ma non di perdere la dignità. C’è di peggio che la recessione, c’è la regressione. Ora la frittata è fatta.

Per la prima volta siamo certi che il popolo di sinistra (il popolo non i partiti) ha superato e di gran lunga il 51%. È innegabile che il popolo di Grillo appartenga come ha detto Berlusconi (incredibile l’ha detto proprio Berlusconi) per l’85% alla sinistra. La politica scellerata del PD ha lacerato il popolo di sinistra che non ha accettato più di essere ricattato e vedere disattese le proprie aspettative. Non solo Grillo ma anche coloro che non hanno votato (25%). Il paese tenuto conto di chi non ha votato non è diviso in tre ma in quattro.

Il PD prospettava con responsabilità ( nuova parola in auge che dà la linea e che tutti già ripetono a pappagallo) un governo Monti-Bersani e il risultato e che intere famiglie che prima votavano PD ora chiamano Bersani “Gargamella”, il puffo cattivo. Bersani non ha capito che Monti come alleato la sinistra non lo vuole, che Monti rappresenta la Finanza internazionale, il gruppo Bildenberg, il turbo capitalismo, quella finanza che sta affossando il popoli di tutte le nazioni.

Per giunta Bersani non ha dato assicurazioni sufficienti sulla scuola pubblica, sulla corruzione, sul conflitto di interessi, sulla patrimoniale, sul diritto del lavoro e soprattutto sulla sanità, lasciando intendere che sarà in accordo con Monti, inevitabilmente tagliata. Indegno a questo proposito tutto il giornalismo televisivo: sulla sanità non una sola domanda ad un solo leader.

Gli italiani stanno male, malissimo, non vogliono sentire prediche, non vogliono più sentire parlare di sacrifici, e sempre e solo di economia, stanchi di vedersi precarizzato il futuro e ormai anche il presente. Non si può togliere la speranza al popolo. Berlusconi e Grillo hanno aperto alla speranza hanno dato sfogo alla paura e alla rabbia. Si tratta di due capopopolo ma di due capopopolo ben differenti. Uno un populista di destra, l’altro un populista di sinistra, uno che di destra e sinistra ne ha pieni i coglioni fin da quando Guzzanti giocava di nascosto con le mani e invitava a indovinare qual era la destra e qual era la sinistra. Ormai la politica è diventata un cartone animato dove chi è il buono e chi è il cattivo si comprende solo dalla faccia che fanno e Berlusconi ride, ride sempre, quindi senz’altro è il buono.

Bersani si è detto ripetutamente fedele al governo Monti e ripetutamente si è lodato per questa sua fedeltà, ha mostrato chiarissima l’intenzione di stringere un’alleanza con Monti nella comune idea della responsabilità per salvare l’Italia e di combattere il populismo. Un successo che riteneva sicuro grazie a beceri sondaggi e al ricatto del voto utile presso il popolo di sinistra.

Bersani capisci questo: Monti la sinistra non lo vuole! A sinistra c’è chi pensa che Monti sia peggio di Berlusconi, che abbia ripulito le stalle per mungere meglio le vacche. Monti ha liberalizzato i mercati per portare gli Italiani a lavorare come i cinesi (Gramellini). Monti segue il Mercato, Monti è miliardario. Bersani non l’ha capito o se lo ha capito per responsabilità ha cercato di imporlo. Tanto sicuro da non aprire la porta a Ingroia. Motivo? Non voleva Monti e già aveva Vendola dentro come gatta da pelare. Ingroia ha bussato e lui non ha fatto finta di non sentire, avrebbe compromesso la sua alleanza.

Ma l’errore più madornale identico a suo tempo a quello commesso con la Lega, e stato quello di inimicarsi da subito Grillo che pur nella sua veste di capopopolo, di Brancaleone alla testa di diseredati, nella gestione della protesta portava nel programma molti punti più che condivisibili che anzi il PD avrebbe dovuto subito fare suoi, uno almeno attuato già da tempo (conflitto di interessi) e altri portati in parlamento e nelle piazze con ben altra forza, corruzione, lotta alla casta, difesa dei diritti dei lavoratori (art.18), difesa del welfare, della scuola pubblica, della sanità, referendum e tutte quelle battaglie civili che non riguardano direttamente l’economia. Si è di contro lasciato trascinare a parlare solo ed unicamente di economia. Centralità del lavoro? Senza sicurezza, serenità e dignità?

E anche qui: “Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie”, da cui: “la finanza è fatta per l’economia e non l’economia per la finanza”, ma da ultimo “l’economia è fatta per gli uomini non gli uomini per l’economia”.

Salvare il paese può avere solo il significato di ridistribuire il reddito di far pagare la crisi a chi è vissuto al di sopra delle nostre possibilità. La vis forcaiola di Grillo è stata ben accolta, è nato in tutti un desiderio di vendetta, la violenza deve essere evitata e su questo Grillo si è già espresso, la rabbia comunque deve trovare soddisfazione.  No ad una patrimoniale, ma tasse di successione pesanti, pesantissime! È inammissibile che esistano persone che posseggono miliardi di euro, dico miliardi di euro, e li possano cedere ad eredi, al di fuori del merito?

Contro la ricchezza non esiste nessuna cultura nel paese. Qui il punto: la cultura del paese. Il popolo di destra non vota a destra: tifa per la destra, lo fa per opportunismo e per ignoranza. Berlusconi parla alla pancia e il popolo che vive solo di pancia non comprende altri valori. Il PD non ha mai fatto né parlato di cultura, non intende neppure il termine nel suo profondo significato.

Sogno una Costituzione in cui all’art.1 fosse scritto “L’Italia è una Repubblica fondata sulla cultura. Il primo dovere di ogni governo è far progredire in civiltà il popolo”. Di fatto la cultura nel paese è rimasta talmente bassa che, da non credere, con le stesse promesse elettorali Berlusconi ha recuperato a sé gran parte del suo popolo. Con sorpresa di tutti. Ma come potete pensare che il suo elettorato fosse cambiato? L’ignoranza di chi ragione con la pancia non è cambiata e allora? Il venditore è tornato a vendere lo stesso aspirapolvere alla stessa gente.

Inutile parlare al PD di valori della sinistra, non capirebbe neppure di che si stia parlando, si è fissato sull’economia e sul lavoro solo in termini economici trascurando il capitolo più importante quello dei diritti e della dignità, della sicurezza e della serenità del lavoro, esponendo i lavoratori al ricatto, accettare qualsiasi lavoro pur di avere un lavoro. L’errore sempre lo stesso, prima il posto e poi i diritti. Ha menzionato l’art.18 quasi si trattasse di un falso problema. Da non credere.

Ha accettato la “concertazione” come logica della responsabilità. Lui come Monti pensa all’Italia io penso agli Italiani. Un operaio, Giuseppe Burgarella, si è ucciso citando l’art.1 della Costituzione. Domani sarà un eroe. Bersani, lui come altri, neanche una parola.

Di fatto Berlusconi ha perso, è passato dal 37% al 25% ma anche Bersani ha perso e ha soprattutto perso perché spaccato in due il popolo della sinistra non ha saputo parlare al cuore degli italiani affinché gli italiani usassero la testa e non la pancia. Un compito arduo che La Quercia- Pds-Ulivo-Pd, anziché cambiar nome, avrebbe dovuto iniziare quarant’anni fa per rendere il vino più genuino e non per annacquarlo.  Solo la cultura ci salverà.

 

 




La cucina economica: con la cultura non si mangia.

cucina_economicaL’attenzione della cronaca si è rivolta a due fenomeni che riguardano l’istruzione e la formazione dei giovani. Negli ultimi dieci anni vi è stata una diminuzione delle iscrizioni alle università di 58 mila unità, mentre le iscrizioni alle scuole alberghiere sono aumentate del 35% (30 mila giovani ogni anno). Il primo dato è stato interpretato come una “perdita di attrattiva dell’istruzione”, mentre il secondo come “il nuovo cult dei fornelli”. Tutto questo sembrerebbe sostenere la diffusa credenza, sdoganata da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica, secondo la quale con la “cultura non si mangia”.Per completare la cornice del quadro così abbozzato aggiungiamo altri due dati: il 19% di tasso di abbandono scolastico  e  il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno della popolazione stimato oltre il 70%.  Questo è lo stato culturale del nostro paese.

Vi sono parametri diversi per indicare il declino di un paese, essi possono essere di natura economica, demografica o ambientale e i valori che ne rileviamo  possono giustamente allarmarci. Tuttavia  non ci rendiamo conto che tali valori sia che risultino frutto di analisi storiche o piuttosto siano rilevati nel presente non colgono appieno l’essenza del problema che non risiede tanto in ciò che è stato o in ciò che appare oggi, ma in ciò che potrà essere in futuro.  E quale soggetto è portatore di questa realtà in fieri se non chi oggi rappresenta il futuro ovvero i giovani?  Ebbene sono proprio loro le principali vittime di quei meccanismi economicistici  che sembrano più interessati alla fascia produttiva della popolazione, il cui intervallo d’età varia per altro in funzione dello stato dell’economia e della demografia (disoccupazione e invecchiamento della popolazione).

Che fare? Riequilibrare, attraverso un nuovo patto fra le generazioni giovani-pensionati  (nuovo welfare state), la rappresentanza degli interessi del paese, spostando il baricentro verso le fasce di popolazione più giovane. Gli interventi sono di natura sia legislativa che economica, per esempio: diritto di voto ai minorenni, obbligatorietà degli studi fino a 18 anni, sgravi fiscali per le spese in istruzione e formazione, incentivi per la formazione artigiana, borse di studio per università e prestiti d’onore per l’alta professionalità.

Il futuro, già incerto, appare minaccioso, dunque lo si rimuove arroccandosi nella difesa delle condizioni raggiunte, a volte conquistate per diritto o per merito, nel tentativo di mantenerle. Osserviamo che l’attenzione rivolta dalla nostra società del benessere ai bambini diminuisce  via via che si passa dall’età prescolare alla scuola dell’obbligo, alle scuole superiori, all’università. Diminuisce l’attenzione ed aumentano i costi per le famiglie per la formazione dei giovani in crescita. Una inesorabile decadimento di un welfare state concepito principalmente a favore delle  fasce estreme della distribuzione dell’età, ritenute più deboli.  Dalla culla alla bara, socializzazione e previdenza,e nella terra di mezzo l’abbandono al destino individuale. Tutto questo mentre il potere sia economico che politico persiste nelle mani e nelle menti di una generazione che si pone come principale obiettivo il mantenimento di sè e non come finalità la propria ri-generazione.

Il calo delle iscrizioni universitarie, al di là delle osservazioni di natura tecnica per spiegarlo (calo demografico, crisi economica, riforma università) e al di quà dei confronti con i paesi europei che ci pongono nella coda di tutte le classifiche, ci dovrebbe suggerire una profonda riflessione sullo stato della mentalità, della cultura diffusa nel nostro paese.  Si rinuncia alla istruzione e formazione per privilegiare facili miti spettacolari, oggi lo chef, ieri gli stilisti, i calciatori, le modelle  i manager…

E la cultura non è intrattenimento, non si riduce solo all’arte e allo spettacolo.  Essa è piuttosto spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce o non riconosce nell’altro i propri e gli altrui diritti: la cultura serve a far crescere in civiltà un popolo, non ad aumentare il Pil.  Alla cultura però si deve essere educati. Le dittature e le religioni si sono sempre particolarmente impegnate nell’educazione dei giovani imponendo la loro ideologia. E così deve essere per le democrazie. Sia per gli antichi greci (la Filosofia) che e gli illuministi (l’Enciclopedia)  la precondizione per il conferimento del potere al popolo è stata che questi acquisisse la conoscenza.  La democrazia è, prima di tutto, conoscenza.  

Ma l’importanza della cultura non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici (ricordate l’invito a frasi un panino con la Divina Commedia, offerto da un Ministro dell’Economia di un recente Governo della nostra Repubblica?)  ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo, si censura l’informazione e si condanna la satira. E infatti questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua reale natura è la causa principale dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.

La cultura andrebbe collocata  al primo posto tra le iniziative politiche. Nessuno tra i sedicenti politici del rinnovamento ha però mai coerentemente parlato né ancora parla di cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere proprio quello di far crescere in civiltà la nazione. Per un politico per cultura si intende ancora e solo “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei e assente nella nostra Costituzione.  La cultura rende liberi. Solo la cultura ci salverà.

 




Perchè dobbiamo essere a favore di una patrimoniale.

Unknownll volume globale del sistema bancario ‘ombra’ alla fine del 2011 è cresciuto fino a 67 trilioni di dollari (un trilione vale un milione di miliardi). Si tratta di dati ufficiali, peraltro fermi al 2011, dati da tutti acquisiti, accettati e ribaditi, pari a 8 volte il Pil mondiale. Significa che per ogni dollaro prodotto dal lavoro ve ne sono otto inventati dai meccanismi della finanza creativa.

Questa è oggi la misura della speculazione. Quale il risultato?  Le banche sono senza liquidità e rischiano di fallire e noi ancor più delle banche.  Possibile che non ci sia un cane che si chieda dove finiscono i soldi?

Eppure è molto semplice: in tasca ai capitalisti. Gente ricca oltre ogni tollerabile misura che fa fruttare, per definizione senza scrupoli, denaro dal denaro. Pecunia non olet.  Non sono contro i capitali, sono contro i capitalisti. Questa distinzione ormai si impone. Che i capitali servano alla finanza e che la finanza serva alla produzione non ci piove, ma che incalcolabili ricchezze finiscano nelle mani di una oligarchia di burattinai è per usare eufemismi intollerabile.

La redistribuzione del reddito e della ricchezza è la prima necessità per uscire dalla crisi. A livello mondiale. Come?  Con tasse di successione che non consentano di lasciare patrimoni in grado di condizionare la finanza e l’economia degli Stati sovrani. Poche migliaia di persone controllano l’economia e la politica di intere nazioni.  Il loro numero è destinato a ridursi e la loro ricchezza ad aumentare. Con tasse di successione che rendano gli uomini uguali alla nascita per censo e per ricchezza, qualcosa che conferisca un senso concreto a ciò che si vuole intendere quando si afferma che “tutti gli uomini nascono uguali”.

Siamo tutti complici, chi per interesse e chi, cosa forse ancora più grave, per mentalità. Non è certo una colpa essere ricchi, ma solo se la ricchezza viene impiegata a scopi sociali e non per finire a puttane. La saggezza del non res sed modus in rebus  è prorpio una verità il modo e la misura sono tutto.

Pensare globalmente e agire localmente,  la stella polare ci indica la direzione ma poi dobbiamo agire sulla terra. Non si tratta di un tutto e subito, ma di un qui e ora, di muoversi in modo determinato e univoco verso una direzione e questa direzione non può che essere l’uguaglianza patrimoniale. Di considerare buona ogni misura presa da qualsiasi governo solo se si muove nel senso di diminuire la forbice distributiva, in termini non solo di reddito ma anche di ricchezza, di ridurre l’indicibile disparità cui la follia turbo-capitalista ci ha consegnati.

Non lasciamo che si confondano l’equità e la giustizia con l’invidia. La sete di potere da parte della cosidetta ‘economia ombra’ non cesserà mai di tormentare il mondo fino a compromettere irreversibilmente  il destino di tutti noi e dell’intero pianeta. Se tutti noi non ci opporremo con risolutezza sarà la catastrofe. Altro che tramonto dell’occidente, dopo crisi e default dovremo abituarci anche ad ascoltare questa parola.  Solo la cultura ci salverà.




Nel giorno della memoria una strage dimenticata. Italiani brava gente?

italiani_brava_gente_per_sitoIl messaggio di Berlusconi mi è parso questa volta sincero:  “Il fatto delle leggi razziali è stata la peggior colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi aveva fatto bene”.  Certo coglieva nell’angolo le possibilità elettorali, ma sostanzialmente ritengo che quanto espresso si confaccia alla sua vera anima. Sull’opportunità del momento e della situazione diciamo che è stato colto di sorpresa, bisogna saper guardare anche al comportamento non verbale.  Ma solo gli scritti rimangono.  Da Wikipedia il resoconto dell’attentato al Maresciallo Graziani, viceré d’Etiopia durante una cerimonia il 20 febbraio 1937: 7 morti, 50 feriti.  Nella rappresaglia che ne è seguita (approvata da Mussolini) sterminati migliaia di indigeni.  Così racconta quei momenti il giornalista Ciro Poggiali, ferito leggermente ad una gamba:  «Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovavano ancora in strada. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.  Ed ancora, il giornalista dopo avere accompagnato all’ospedale il Viceré torna in città e scrive di aver visto “…un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta.  Neppure le mura domestiche servono a proteggere gli etiopi dalla furia delle squadre che agiscono sotto il diretto controllo della Casa del fascio.  Camicie nere e ascari libici, dopo essere penetrati nei quartieri indigeni, danno fuoco a decine, se non centinaia di tucul, finendo con le bombe a mano coloro che cercavano una via di scampo”.

Migliaia di morti, non si sono mai potuti contare ma si è certi che si tratti di migliaia (significa fino a 10000).  Migliaia compresi vecchi, donne e bambini bruciati nei tucul.  Una strage da far impallidire le rappresaglie naziste.   Dunque, chi sono stati i fascisti italiani?  Usurpatori sanguinari, ignoranti, arroganti e impreparati.  Non aspettarsi un attentato da parte di un popolo oppresso e quanto meno idiota e le misure di rappresaglia avrebbero dovuto apprenderle dai famigerati tedeschi anziché abbandonarsi alla loro natura selvaggia, pura frenesia da pescicane.  La verità è che il fascista è ancora un uomo di Neanderthal. Le sue pulsioni vengono da un passato primordiale, in una postura dello spirito che non ha mai superato la ferocia dell’infanzia dell’umanità,  rivivendo  in un individuo che risulta perciò immaturo per la democrazia.

Mussolini che pure non ha mai ucciso nessuno è direttamente responsabile di genocidio. Un criminale di guerra. Hitler o Stalin hanno mai direttamente ucciso qualcuno? Questa che per Berlusconi è una scusante è invece una imperdonabile aggravante: il non sapere.

Quella del fascismo con il nazismo sarebbe per Berlusconi una “… connivenza non completamente consapevole”.  Questa postura mentale è ravvisabile in un vizio capitale: l’ignavia.  E anche qui, non si tratta di un’esimente ma di un aggravante.  La “volontà di non informarsi” è figlia da un lato della pigrizia, ma dall’altra anche della “volontà di non sapere per non essere coinvolto”.  L’undicesimo comandamento della “canaglia” è farsi-i-cazzi-propri e da grande comunicatore Berlusconi sorride al suo popolo con sguardo di intesa.  In questo caso testimonia un altro vizio capitale l’accidia.

Per inciso ricordo che ignavia e accidia sono ritenuti dalla Chiesa ‘vizi’ e non ‘peccati’, un campo della morale di cui ciascuno deve rendere conto a se stesso e a Dio, con poco o nessun riguardo per il prossimo. In Chiesa nessuna predica. Nessun prete ha mai dichiarato che non interessarsi di politica sia peccato. Eppure Gesù Cristo ha detto che “tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi”. Il problema nasce perchè l’ignoranza che impera nel nostro paese scusa con l’insipienza la colpa. Per gli antichi  Greci invece il “non sapere” costituiva colpa maggiore del “sapere” e di certo lo è se l’insipienza è espressa da una volontà.

In Italia questa mentalità è fortemente radicata in buona parte della popolazione e contamina in misura diversa anche la rimanente.  Italiani brava gente?  Senza un grande intervento della cultura presso il popolo non cambierà mai nulla. Se uno non sa e poteva sapere è doppiamente colpevole.  Solo la cultura ci salverà.




Il grande deserto della cultura

Deserto rosso - Michelangelo AntonioniDa “Il grande deserto dei diritti” di Stefano Rodotà, la Repubblica, 3 gennaio 2013: “Si può avere una agenda politica che ricacci sullo sfondo, o ignori del tutto, i diritti fondamentali?  (…) Un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica (…) Le conferme di una valutazione così pessimistica possono essere cercate nel disastro della cosiddetta Seconda Repubblica e nelle ambiguità dell’Agenda per eccellenza, quella che porta il nome di Mario Monti (…)Ed ancora:  “La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica (…) Divenuta riferimento obbligato, l’Agenda Monti può offrire un punto di partenza della discussione. Nelle sue venticinque pagine, i diritti compaiono quasi sempre in maniera indiretta, nel bozzolo di una pervasiva dimensione economica (…) Era lecito attendersi che la giusta attenzione per la necessità di procedere verso una vera Unione politica fosse accompagnata dalla sottolineatura esplicita che non si vuole costruire soltanto una più efficiente Europa dei mercati ma, insieme una più forte Europa dei diritti (…) Solo nei diritti i cittadini possono cogliere il “valore aggiunto” dell’Europa  (…) Una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia”.

Caro Stefano Rodotà,  lei è l’unica persona con cui mi identificherei per essere da me votata. Ammiro da sempre la sua onestà intellettuale e nessuno più di lei meriterebbe la Presidenza della Repubblica. Nessuna esagerazione. Contrariamente l’ho vista sempre in disparte, tenuto in considerazione di “grillo parlante” da gente di mediocre ingegno che stimandola poco “pratico” l’ha confinata in un ruolo professorale fuori dalla guida del paese. Beata insipienza.

Quel “valore aggiunto” cui lei si riferisce ha nome CULTURA, muove lo spirito dei popoli verso nuovi traguardi di civiltà. Un avanzamento reale che cambia l’aria del luogo in cui si vive e anche e non solo l’economia. La Cultura purtroppo è da sempre fuori dall’Agenda dei politici. Se progressi si sono fatti nella società civile in merito all’acquisizione di nuovi più civili diritti questo è avvenuto sempre per merito di movimenti e di minoranze cui in seguito e solo inseguito, ritenuti maturi i tempi, la legislazione si è adeguata.

Finché questo non sarà inteso dalla politica e gli uomini non saranno fatti per l’Economia ma l’economia per gli Uomini, non c’è speranza di cambiamento. L’importanza della CULTURA non è ancora stata compresa né dai politici né dal popolo. La contro-cultura, invece, ovvero l’assenza di cultura, minaccia oggi oltre che i diritti civili anche i diritti del lavoro, la vita e la sopravvivenza. Un becero intendimento della cultura da parte dei politici ha affossato ogni possibilità di crescita in un paese in cui si confonde cultura con spettacolo e si condanna la satira in quanto “informa”.

E infatti la CULTURA non è “intrattenimento” ma spirito e mentalità del popolo di una nazione che riconosce, o non riconosce, nell’altro i propri e gli altrui diritti. Questa becera insipienza nel disconoscimento della cultura nella sua natura filosofica è causa dei peggiori mali che hanno afflitto nel passato il nostro paese, molto più e al di là delle tasse e dell’economia.

Non a caso l’Agenda Monti è disattenta. Caro Rodotà la “tua” proverbiale modestia e prudenza invita a non fare congetture malevole sull’altrui operato, ma che Monti sappia o non sappia si rende ugualmente colpevole.  Solo la cultura ci salverà.