Uomini che odiano la civiltà.

Il sonno della ragione genera mostri. Francisco GoyaIl sonno della ragione genera mostri: “É ancora presto per dire se la Svezia, dopo gli incidenti di questi giorni, sia pronta a stravolgere una tradizione di tolleranza e accoglienza, cedendo alle sue pulsioni più oscure, così ben raccontate, e quindi esorcizzate, nei noir degli autori scandinavi.”  Tale è la considerazione dell’ inviato speciale de La Repubblica a commento della rivolta avvenuta per opera di giovani immigrati in alcuni quartieri periferici di Stoccolma.  Altri osservatori avevano precedentemente così titolato la notizia sugli avvenimenti quando erano ancora in corso: “Vacilla l’immagine di nazione egualitaria“.

Sembrerebbe che molti abbiano trovato negli scontri avvenuti nei giorni scorsi a Stoccolma un contenitore dove scaricare la propria ansia accumulata negli anni con la vergogna per lo stato degli extracomunitari in Italia e in questo modo consolarsi all’insegna dei più deleteri cliché tipo ‘così-fan-tutti’ e ‘tutto-il-mondo-è-paese’.  Il caso svedese,  dove altri commentatori hanno potuto rilevare che “Molti degli immigrati che arrivano nel Paese grazie alla generosa politica sui rifugiati (…)“, non riguarda certo il nostro Paese e, tuttavia, si usa la fantasia letteraria degli scrittori di noir come Larsson (Uomini che odiano le donne) per comprendere la verità dell’inconscio collettivo svedese mista all’estetica mitologica di Tolkien (Il Signore degli Anelli) per rappresentare  una realtà allucinata dove si agiterebbero svedesi dall’aspetto di Elfi, ma con l’anima degli Orchi.

Per altro si prende atto che Husby e Kista, luoghi degli scontri, sono quartieri vivibili dove i servizi pubblici, quali parchi, scuole, biblioteche e trasporti esistono e funzionano, quartieri ben diversi dalla banlieue parigina o dalle periferie londinesi. Il quartiere Kista, in particolare, viene considerato come la Silicon Valley di Stoccolma per il fatto di ospitare società ultratecnologiche. Ma questa realtà viene presentata “come un visionario piano di edilizia popolare” degli anni ’70 (quando in Italia non esisteva neppure il fenomeno dell’immigrazione straniera) piuttosto che essere notata e valorizzata come indicatore di civiltà di uno Stato.

L’idea di un benessere sociale (welfare state) è dunque un mito socialdemocratico fallito e che va dunque superato? Una falsità prodotta dalla falsa coscienza di una borghesia ricca ed egoista? Cosa c’è dunque che non va, anche in quelle società del nord ? Anche la bruttezza come la bellezza sta negli occhi di guarda. Bisogna essere ipocriti o stupidi, o entrambe le cose, per confondere ciò che uno Stato fa per accogliere gli stranieri, che connota e denota la cultura di quello Stato, e come una minoranza di questi reagisce al drammatico impatto di un trapianto socio-culturale.

Ed è proprio una scrittrice svedese di origine curda, Nima Samandaji, che con intelligenza ci invita a riflettere sul fatto che  “Stoccolma non brucia e la discriminazione non è sempre legata al razzismo“, spiegandoci, perchè molti di noi hanno ancora bisogno di capire, che parte della popolazione viene lasciata ai margini per cause economiche, legate all’educazione, al retroterra culturale. La scrittrice, con acume non comune tra gli intellettuali occidentali conclude le sue argomentazioni con la richiesta: “smettiamo di colpevolizzare la nostra società“. Gli uomini che odiano la civiltà sono tra noi, che ci riteniamo civili.

 

 

 

 




Cittadini si nasce o si diventa?

images-2É di moda oggi invocare lo ‘ius soli’ in alternativa allo ‘ius sanguinis’, ponendo il dilemma in termini ideologici di appartenenza ad una presunta cultura di sinistra o di destra.  Ancora una volta l’immaturità politica e civile nel nostro paese confonde i principi, inviolabili in quanto basati sulla storia dell’umanità, con i valori, modificabili in quanto relativi alle singole culture. Ora, i sostenitori dello ‘ius soli’ che si rifanno all’esempio francese non precisano, o non sanno, che “chi è nato in territorio francese da genitori stranieri ottiene la cittadinanza francese solo se ne fa richiesta e solo se è vissuto stabilmente sul territorio francese, e la ottiene soltanto al compimento della maggiore età”, mentre dimenticano, o non sanno, che negli Stati Uniti d’America “secondo la Clausola sulla Cittadinanza, una persona diventa automaticamente cittadino statunitense se nasce nel territorio degli Stati Uniti o se nasce in un paese straniero ma ha uno o entrambi i genitori con cittadinanza statunitense, nel qual caso si chiama cittadinanza per nascita, altrimenti si può divenire statunitensi attraverso un processo detto di naturalizzazione”.

Dunque, gli appartenenti alle tribù di sinistra (in questo caso probabilmente per ‘ius sanguinis’) dovrebbero vincere le loro resistenze ideologiche anti yankee e sventolare l’esempio americano piuttosto che quello francese. E per dare un qualche fondamento storico alla crociata suggerirei loro di invocare i quindici secoli di invasioni straniere avvenute nella nostra penisola, oltre che la recente immigrazione, in analogia al colonialismo e al pionierismo sul quale si fonda appunto lo ‘ius soli’ americano.

Personalmente preferisco pensare alla cittadinanza come una condizione culturale e politica da acquisire con l’educazione e la formazione, in una società capace di offrire reali parità di condizioni e di mezzi per ottenerla.




La vittoria di Pirro in Friuli

Unknown“Se non c’era Roma sarebbe stata un’asfaltata”. Sembra la dichiarazione di Pirro dopo le vittorie sui romani e invece è quella di Debora Serracchiani (PD area Renzi) la neo eletta Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Questa affermazione elettorale, sebbene sia comunque benvenuta, ci restituisce la prima fotografia del day after del disastro elettorale nazionale.

I primi dati ufficiali sugli esiti delle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia (vedi tabella) sono a dir poco preoccupanti e ha ben poco di consolatorio rilevare che il centro-sinistra vince sul centro-destra con lo stesso esiguo scarto con il quale si era appena affermato alle politiche, ma su una base elettorale dimezzata, tanto grande è stato il fenomeno dell’astensionismo (al quale per altro vanno aggiunti le 17.800 schede bianche e nulle pari al 3,2% dei votanti)

Regionali

(%)

astenuti

Schede bianche e nulle

Debora Serracchiani

Renzo

Tondo

Saverio

Gallucci

Friuli V. G.

50,51

3,2

39,39

39

19 (M5S=13)

Lombardia

20,31

Lazio

27,92

Molise

38,38

La volatilità della partecipazione al voto è un importante indicatore del disorientamento dei cittadini di fronte alla politica e costituisce un precursore per il populismo. Un merito del M5S acquisito con le ultime elezioni nazionali è stato quello di aver recuperato alla partecipazione politica una parte dell’astensionismo che era crescente, anche se l’intransigenza del suo leader lo ha incanalato in una sterile protesta (è ancora assente il passaggio alla pars costruens che caratterizza il progressismo in una sana democrazia) configurandolo come nuova forma di populismo.

Oggi il ridimensionamento elettorale dello stesso M5S dovrebbe preoccupare non meno della debolezza del centro-sinistra nei confronti della destra berlusconiana. Una ragione in più per accellerare la ricostruzione di un partito che miri al progresso sociale, ovvero culturale ed economico, del nostro paese, prima che qualsiasi attrattore possa sorgere e governare sulla base di voti che pesano ma che non contano.




Fermiamo la democrazia diretta, nel baratro

images-2L’invocazione dei partiti rivolta a Giorgio Napolitano perché accettasse la  ricandidatura alla Presidenza della Repubblica ha ben più che mostrato l’inconsistenza del Partito Democratico, ha decretato il fallimento della democrazia parlamentare. Lo straordinario potere già esercitato dal Presidente della Repubblica in questi ultime settimane, che è seguito alla fine della illusione bipolarista decretata dagli esiti elettorali, ha rivelato l’immaturità del sistema parlamentare italiano, incapace di costruire una unità a fondamento di un governo, mostrandosi diviso tra nostalgie ideologiche e interessi di casta.

La futura sinistra italiana, che pure emergerà da queste macerie, prenda atto degli esiti delle ultime elezioni che hanno mostrato come il nostro paese abbia ancora bisogno di un populismo per essere governato e che i populismi vanno essi stessi governati. Dunque, metta al più presto nella propria agenda politica tra le altre priorità anche quella di una radicale riforma costituzionale che contempli il passaggio ad una forma di Repubblica presidenziale (modello francese o modello americano?). Di fronte al diffondersi di vecchi populismi e al sorgerne di nuovi, il futuro partito della sinistra non dovrà commettere l’errore (come avvenuto più volte in passato, per esempio sulle questioni dell’immigrazione, della sicurezza, delle tasse…) di abbandonare il tema delle riforme costituzionali agli interessi equivoci di una destra ignorante e populista.

La capacità di ascolto della crescente insofferenza che il popolo mostra da anni, non solo causata dalla crescita delle diseguaglianze economiche, non solo per il mancato riconoscimento di alcuni diritti, non solo per la perdita di quanto è più fondante esista per la dignità umana ovvero l’aspettativa di un futuro migliore,  ma anche per la frustrazione derivante dal non essere considerati come cittadini  che intendono partecipare alle scelte per il proprio paese, questa capacità di ascolto dunque deciderà della affermazione politica e di conseguenza elettorale del futuro partito della sinistra italiana.

Presidenza, Segretario e Segreteria dimessi: che ne sarà del PD?  Deve interessare la brace non la cenere. I soggetti in grado di costruire questa nuova realtà politica sono evidentemente già esistenti, non solo nella società civile ma anche all’interno degli stessi partiti che oggi si collocano a sinistra. Essi hanno solo bisogno di liberarsi della vecchia nomenclatura e di buona parte della loro cultura ideologica che li ha formati. La dissoluzione della nomenclatura e delle sue incrostazioni ideologiche sono processi già al lavoro, occorre avere il coraggio di accelerare il fenomeno prendendo atto che l’idea di mantenere all’interno di un Partito Democratico anime e personalità così diverse è sbagliato e che è giunto il momento che le correnti divorzino ed ognuna segua il proprio destino. Non si deve temere la scissione di un partito quanto piuttosto la forzata convivenza in esso di opinioni e visioni tanto diverse.

Matteo Renzi si liberi e persegua la conquista del centro-sinistra muovendosi tatticamente dalla sinistra ma avendo strategicamente il centro come fine. Quanto alla ricostruzione di un partito della sinistra a Fabrizio Barca l’onere della prova di realizzare un partito nuovo per un buon governo con a fianco Nichi Vendola, emendato dall’errore commesso di essersi separato dal PD avendo così consentito a Renzi di proporsi come il riformatore. Con la consapevolezza che quando la testa (Barca) si mantiene troppo a lungo  separata dal cuore (Vendola) è la pancia a prendere il sopravvento (il populismo di destra).

Siamo giunti a condizioni di precarietà del nostro regime democratico, analoghe a quelle che caratterizzarono la sua nascita nel dopo guerra: abbiamo per ciò bisogno di una nuova Assemblea Costituente che sia promossa dal nuovo partito della sinistra e da questo ispirata.

 

 

 

 




Verità oltre il reality e la trasparenza

Unknown

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero (Demostene).    Vivere nella società dello spettacolo significa che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione, perché lo spettacolo non è un insieme di immagini,  ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Il successo della formula televisiva del reality show, dove la frustrazione  accumulata nella vita quotidiana dello spettatore si converte nel piacere voyeuristico procurato dall’osservazione di simulati vissuti altrui, pongono il dubbio: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le telecronache sportive o i talk-show,  dove conduttori e commentatori simulano e anticipano con un dialogo concitato la partecipazione del pubblico,  privandolo in tal modo della possibilità di una elaborazione propria come avveniva dopo l’evento nei bar e nei luoghi di lavoro, non inducono lo spettatore alla passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi?  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, viene adottato sempre più spesso in televisione? Non è forse  questo il “comune sentire”?

Nella prospettiva spettacolare la coscienza individuale non si manifesta con l’azione ma si annichilisce nella passività della delega. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio dei desideri, più semplici da capire ed accettare della realtà, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere. Essa non vede ciò che è troppo grande  e non osserva ciò che è troppo lontano. Formata in decenni di comunicazione mass-mediatica, ovvero marketing e pubblicità, la coscienza  si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza che vi siano necessariamente relazioni apparenti. Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini offerte allo sguardo digitale. Una illusione del vissuto  come quella provocata del movimento di una successione di fotogrammi. La vita vista come un film, come un sogno.

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza ritirandosi in uno spazio chiuso e limitato riconducibile all’esperienza personale ritrova un potere di controllo, emotivo perché tende a ristabilire attraverso l’adesione la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, pur sempre rimane costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata per la collettività la modalità prevalente di conoscenza e la coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.

Il sociologo Derrick de Kerckhove, entusiasta per le tecnologie della comunicazione, definisce con Psicotecnologie: “qualunque tecnologia emuli, estenda o amplifichi il potere della nostra mente”  e la televisione è per lui una psicotecnologia per eccellenza, in quanto esprime niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Sempre secondo de Kerckhove il “villaggio globale” di McLuhan è superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non è un fenomeno riguardante la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Ho l’impressione che folgorati sulla via  della tecnologia abbiamo in realtà acriticamente accettato la logica del marketing che vuole l’individuo consumatore, magari informato, ma passivo e addomesticato.

Il World Wide Web fu messo a disposizione del pubblico nel 1993, da allora la sua diffusione e le sue potenzialità hanno preoccupato uomini di cultura e politici circa gli effetti e ricadute sulla democrazia, ovvero sul rapporto tra individui e potere.  Ben presto il problema posto da internet, al di là di stabilire se il suo uso dovesse essere totalmente libero o in qualche misura regolato da leggi, é apparso essere l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione. In un tempo minimo io posso infatti acquisire e diffondere  una massa enorme d’informazioni che non sono poi in grado di elaborare.

Oggi che gli utenti di internet nel mondo superano i 2 miliardi (circa il 30% della popolazione mondiale) è lecito domandarsi in quale modo esso, aggiungendosi e combinandosi con i mass-media, abbia influenzato la nostra percezione, il processo psichico che opera la sintesi dei dati sensoriali in forme dotate di significato, che gli individui hanno del mondo. Si tratta, dal momento che la coscienza si forma sulla base della percezione della realtà esterna, di comprendere la relazione esistente tra conoscenza e coscienza.

Davvero nei social network avviene la diffusione di idee e di pensieri o piuttosto si tratta di uno scambio compulsivo di opinioni?  Si elabora l’informazione per decidere una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?  Il “Mi piace “ di Facebook viene trattato piuttosto col significato di “É vero”.  Una cosa è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento del computer, altra cosa è ridurre il soggetto allo stato  afasico delle risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi?

Più recentemente con lo streaming il reality è entrato ufficialmente nella politica, con la pretesa di realizzarvi l’etica della trasparenza. Già, perché il vedere e sapere quello che accade in tempo reale viene considerato ormai con entusiasmo come la partecipazione democratica dei cittadini alla politica. É la coscienza di ultima generazione, che non si accontenta più dei risultati, ma pretende di assistere al processo per il loro ottenimento.

La gaffe della Capogruppo M5S alla Camera Lombardi che dichiara durante il confronto con Bersani per la formazione del Governo la propria impressione di trovarsi a Ballarò deve preoccuparci non tanto per la manifesta maleducazione istituzionale, quanto per il rischio che la visibilità in diretta dei lavori parlamentari in nome della trasparenza possa davvero trasformare per esempio una Commissione in un talkshow, come del resto proprio il video di quell’incontro con quella battuta rilasciata per ingraziarsi i suoi sostenitori ed il suo capo che agiva da remoto, ha già tristemente prefigurato.

Ma, paradosso dell’ottica, il mezzo trasparente che permette di vedere le cose è esso stesso invisibile e se secondo la percezione popolare là dove  ci sono oscurità e ombre può annidarsi il male, secondo la fisica dove c’è troppa luce l’occhio rischia di accecarsi e non vedere più nulla.

Se la fiction televisiva interessa più della realtà quotidiana e se la ricerca della trasparenza nelle istituzioni attraverso lo streaming non è altro che una  App della politica spettacolo, allora dove cercare la verità? Nel rigore scientifico, nella saggezza popolare o nella religione? Ma prima ancora, la verità c’è? E se c’è, è conoscibile? e se è conoscibile è comunicabile?

Può apparire destabilizzante terminare delle riflessioni con interrogativi,come un delitto che rimane impunito in assenza del colpevole, ma per coloro che, come me, non credono alla verità rivelata si impone la sua incessante ricerca, avendo presenti le seguenti avvertenze: la natura ama nascondersi (Eraclito) e dunque bisogna credere a chi cerca la verità, non credere a chi la trova (Gide), consapevoli che le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità (Nietzsche).  Io penso che la verità c’è, perchè ne avvertiamo la mancanza, ma essa non risiede nel passato nè si può completamente svelare nel presente. Poichè l’Universo è in evoluzione è il presente a spiegare il passato, mentre la verità si colloca piuttosto nel futuro e il comune orientamento ad essa degli uomini pone la condizione per la sua comunicabilità, come aghi in un campo magnetico.

Ma il mondo è qui ed ora, con la sua economia e la sua politica: che fare? Un passo indietro, due avanti. Il passo indietro consiste nel rivolgere senza indulgenza l’attenzione alle cause reali e profonde del declino del nostro paese  riconoscendo che è stata la condizione di sottosviluppo culturale del nostro paese la causa del nostro mancato sviluppo economico (per esempio con i bassi livelli d’istruzione, con la sfiducia nello Stato, la fragilità delle Istituzioni, con la dilagata corruzione e la diffusione territoriale della criminalità, col degrado ambientale e con la perdita dell’orizzonte dei diritti, …).

Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua reale condizione di sottosviluppo culturale perché non dobbiamo nasconderci il fatto che il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura.  Riconoscimento dei sintomi e consapevolezza della diagnosi innanzi tutto, solo a queste condizioni sono possibili reali e concreti passi in avanti in direzione del futuro, avendo la cultura come metodo e fine.

 

 

 

 

 

 




La democrazia statistica

imagesUn merito del M5S, con la sua esaltazione della rete concepita come strumento per la democrazia diretta o partecipata, è stato di ricordare agli italiani che siamo in una democrazia indiretta, un regime democratico rappresentativo nel quale gli aventi diritto al voto eleggono i propri rappresentanti per essere governati.

Beppe Grillo, nella sua autoreferenzialità, e i suoi seguaci  hanno riproposto dopo oltre due secoli la critica che Rousseau rivolgeva alla democrazia rappresentativa: “L’unico modo per formare correttamente la volontà generale è quello della partecipazione all’attività legislativa di tutti i cittadini, come accadeva nella polis greca: l’idea che un popolo si dia rappresentanti che poi legiferano in suo nome è la negazione stessa della libertà.”  (J.-J. Rousseau, Il contratto sociale III, 15).  Avrebbero potuto farsene un merito e in tal modo darsi una base culturale (di cui per altro pare ne abbiano bisogno) ed invece è seguita un’altra esternazione dell’ Auto-Grillo: “si può fare a meno del Governo, basta il Parlamento”.

Alla fin fine l’Auto-Grillo fa ridere perché è un comico, ma possiamo fare altrettanto dei suoi sostenitori? Certamente no, non tanto per la presenza in Parlamento dei 163 grillini, edizione naïf dell’entrata in politica della società civile,  quanto per la diffusa e rapida affermazione elettorale del M5S che indica un comune sentire che é in formazione tra il popolo sovrano. Del fenomeno M5S non dovrebbe interessare la sua classificazione a destra o a sinistra (i cultori della classificazione politica ricordano gli scienziati naturalisti del settecento, i quali per comprendere un oggetto dovevano in primo luogo classificarlo), quanto piuttosto la sua emergenza dovrebbe esser colta come una opportunità per comprendere cosa sia nella realtà italiana la così detta società civile.

I più sostengono che democrazia significhi governo del popolo e ciò è etimologicamente corretto (ricordiamo che il termine proviene dal greco antico perché furono gli antichi greci ad inventare tale forma di governo), ma a ben vedere se intendiamo il termine ‘governo’ come ‘esercizio del potere’ v’è allora da chiedersi se la democrazia sia il ‘potere del popolo’ o il ‘potere per il popolo’. In questo cambio di preposizioni  è riconoscibile una sostanziale differenza culturale nella concezione del rapporto tra cittadini e Stato, tra politica e potere e nei criteri di selezione dei delegati a governare.

Per evidenti ragioni organizzative dovute ai grandi numeri in gioco tutti i membri di una una popolazione non possono materialmente governare la propria nazione e pertanto si deve ricorrere alla selezione di un numero ristretto di individui in qualche modo loro rappresentanti che assumano con criteri predeterminati e condivisi il compito di governare.  Nascono a questo punto i problemi di come selezionare i rappresentanti e inoltre di definire quale sia la delega dei poteri di governo da attribuire loro. Nella democrazia indiretta (parlamentare) il potere è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo. Sembra tutto chiaro e condivisibile, ma temo non sia proprio così (e mi scuso per la pedanteria di questa sintetica spiegazione).  Riscontro infatti una diffusa confusione di significati attribuiti ai termini quali per esempio popolo, rappresentanti, grande coalizione,  diventati nel lessico politico odierno  dei luoghi comuni, simboli piuttosto che parole, espressioni contenitori di senso su cui riteniamo di avere un intendimento comune e condiviso.  A ciò si aggiunga la illusoria aspettativa che una nuova legge elettorale, più giusta in quanto coerente ai principi democratici, possa trasformare la volontà popolare in stabilità di governo.

Partiamo da quest’ultimo luogo comune.  Dunque, la legge elettorale n. 270/2005 (c.d. porcellum), non consentendo da un lato la scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti e  applicando dall’altro regole differenti per attribuire il numero dei seggi ai due rami del Parlamento, viene indicata come una delle cause dello stallo cui siamo giunti.  Si tratta in realtà di un tentativo di esorcizzare lo sgomento di fronte alla constatazione della fine del bipolarismo. Se guardiamo infatti i risultati elettorali  qui sinteticamente riportati nella tabella (Fonte: Ministero degli Interni.  N.B: le percentuali relative ai risultati vengono espresse in relazione ai votanti, non agli aventi diritto dei totali degli elettori, rispetto ai quali invece viene calcolata l’astensione):

Coalizioni / Elettori

CAMERA

SENATO

n° partiti

Valori assoluti

%

Valori assoluti

%

Centro-sinistra

4(C) 6(S)

10047808

29,55

9686471

31,63

Centro-destra

9(C) 12(S)

9922850

29,18

9405894

30,72

M5S

1

8689458

25,55

7285850

23,79

Lista Monti

3(C) 1(S)

3591607

10,56

2797486

9,13

Altri

30(C) 36(S)

1750801

5,15

1441844

4,71

Sch. bianche

395285

1,12

369301

1,16

Sch. nulle

872541

2,47

763171

2,4

Astenuti

11633613

24,81

10519474

24,89

Totale elettori

46905154

 

42270824

 

possiamo notare le seguenti evidenze: i) ha votato il 75% degli aventi diritto; ii)  quattro formazioni politiche hanno superato la soglia, sommando il 70% dei voti; iii) quasi il 5% dei voti si è distribuito su oltre 30 partiti non superando la soglia; iv) il 3,5% dei votanti hanno consegnato la scheda bianca o la hanno annullata; v) la differenza di età degli elettori alla Camera e al Senato (si tratta di oltre 4,6 milioni di elettori) non influenza il numero degli gli astenuti, né quello delle schede bianche o nulle, mentre incide più nel M5S e nella Lista Monti che nelle due coalizioni di sinistra e destra.

Tali risultati sembrano rappresentare un quadro politico dell’Italia odierna caratterizzata dai seguenti tratti: i) un bi-populismo, il nuovo M5S a fianco del preesistente berlusconismo, ha sostituito il bipolarismo; ii) ben oltre un quarto degli elettori non esercita scelte; iii) la sinistra italiana rischia l’estinzione.

La questione centrale è però l’intendimento sulla democrazia rappresentativa che si sta diffondendo nella popolazione e che si pone a fondamento del nuovo populismo: l’illusoria prospettiva offerta dal web.2 di realizzare l’auspicata partecipazione attiva  del popolo al governo del paese. Si tratta di una visione tecnicista e semplificata  della democrazia nella quale il concetto di popolo, inteso come nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (Barcellona, 1990) ove si afferma che “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato”, viene sostituito da quello di popolazione, ovvero di un insieme di individui aggregati per dati anagrafici ed altri caratteri.

Questo passaggio ha portato con sé anche il cambiamento del concetto di rappresentanza, che dal suo significato politico fondato sul diritto e sulla storia (l’agire in nome dell’istituzione per l’interesse della collettività) si è spostato verso uno statistico (l’agire in nome dell’interesse prevalente, la moda).  Secondo l’impostazione statistica, infatti, un campione può dirsi rappresentativo del proprio universo quando c’è l’identità delle proporzioni secondo le quali sono presenti, nell’uno e nell’altro, i vari caratteri della popolazione. E la rappresentatività statistica ha stravolto a sua volta il concetto di delega, non più inteso come conferimento di poteri dall’elettorato all’eletto per superare  i limiti oggettivi dell’incompetenza, ma come un mandato esercitato da un campione selezionato in nome e per conto dell’universo.  Nuovo fondamento razionale e scientifico della democrazia, la statistica va imponendosi nella società dominata dalla tecnica con la  potenza dei numeri e la suggestione dei sondaggi: è la democrazia statistica.

Secondo un tale rigore metodologico i dati risultanti dalle elezioni politiche potrebbero essere intesi come non rappresentativi della volontà popolare, dal momento che il campione dei votanti non è rappresentativo dell’universo degli elettori.                            Un rappresentante politico dell’ultimo governo  berlusconiano, intervenendo in uno dei tanti talk show televisivi,  espresse molto bene  questa deformazione del pensiero a proposito di talune candidature femminili alle elezioni politiche di allora, giudicate inconsistenti in quanto riguardanti giovani donne  provenienti per lo più dal mondo dello spettacolo stimate più per la presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico fece osservare che, al contrario di quanto sostenuto dai critici, tali candidature  costituivano un esempio di un buon governo democratico, in quanto una vera democrazia rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.  La miseria culturale dei politici contemporanei, addestrati dalle scuole di formazione politica sulle tecniche del marketing e della pubblicità tramite corsi full immersion, confonde il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei sondaggi d’opinione.

Quanto, infine, al riferimento alla Große Koalition  condotta dalla Cancelliera Merkel dal 2005, divulgata come l’originaria esperienza politica tedesca, non é che un’altra grossolana approssimazione, perché la prima grande coalizione in Germania fu costituita dal 1966 al 1969 per approvare (e qui ci starebbe davvero l’analogia con l’attuale nostra situazione economica e politica) un pacchetto di leggi di emergenza in materia fiscale e sociale, quelle che consentirono al paese di proiettarsi verso il primo boom economico. La Germania oggi rappresenta in Europa un riferimento solido per la democrazia e viene spesso citata nel nostro paese, in verità con umori molto mutevoli, come un modello di riferimento.  Personalmente condivido questo riconoscimento e suggerisco per meglio comprenderlo di volgere lo sguardo alla facciata del Palazzo del Reichstag di Berlino, ove si legge ancora la scritta  Dem Deutschen Wolke (al popolo tedesco). La scritta risale alla edificazione originaria di fine ottocento, mentre la mirabile cupola in vetro che la sovrasta sostituisce quella distrutta dai bombardamenti, con ciò volendo rappresentare la trasparenza di una democrazia faticosamente ricostruita e riunificata sulle devastazioni di una guerra e sulla memoria tanto dell’orrore nazista quanto della dittatura comunista.

Sarebbe ora che la coscienza democratica nel nostro paese si svegliasse dal torpore allucinatorio del “non è vero perchè non mi piace” e rivolgesse l’attenzione alle cause vere e profonde del declino del nostro paese. Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale. Il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura e solo la cultura potrà salvarci.




Captatio benevolentiae

Pericle

Nel caos della politica e dell’etica italiana il Papa Francesco, i Presidenti della Camera Laura Boldrini e del Senato Pietro Grasso, persone singolarmente stimabili, si sono presentati come un attrattore nei confronti di un popolo culturalmente vulnerabile e reso insicuro dalla crisi economica.  I discorsi d’insediamento con i quali si sono presentati appaiono accomunati da un’abile ed efficace retorica (l’arte del dire) che mischia elementi laici a quelli religiosi.  Già da questi discorsi abbiamo una prima conferma della principale verità emersa con gli esiti elettorali: la sostituzione del bipolarismo con il bipopulismo, di destra e di sinistra.  Il fatto è che gli italiani hanno bisogno del populismo per fare politica.

Da questa constatazione, che di per sé non costituirebbe un limite negativo per l’evoluzione della democrazia, discendono però importanti considerazioni sulla comunicazione politica, che ricordiamo riguarda il rapporto uno-molti.

Nei passati regimi politici totalitari la comunicazione politica era chiamata propaganda e veniva considerata di fondamentale importanza nella formazione del popolo. Nei regimi economico-finanziari contemporanei essa è stata sostituita dal marketing. Le parate militari, le adunanze oceaniche, i comizi e i cortei sono stati tendenzialmente sostituiti dai talk show televisivi e più recentemente dall’illusione partecipativa offerta dal web, mentre il duce o il führer o il dittatore del proletariato è stato sostituito dal leader.

Viviamo in una società della percezione dove la comunicazione è divenuta spettacolo, che non è più un banale insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone mediato da immagini dove tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione. E le tecniche impiegate sono quelle della pubblicità: la ripetizione ossessiva di un messaggio isterico, che vende ciò di cui non parla e parla di ciò che non vende.

Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia,  il Presidente della Camera vuole rappresentare  i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale.  Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori:  il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia.

In omaggio alla retorica, alla demagogia, alla democrazia e al popolo ricordo il Discorso agli Ateniesi, 461 a.C. di Pericle, nella speranza di poterlo ascoltare, con gli opportuni adattamenti alla nostra epoca e condizione, pronunciato da un futuro Presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica:

“Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.  La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.  Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.  Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.  E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.  Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.  Qui ad Atene noi facciamo così.”    

 

 

 




Democrazia e demografia.

images-1Beppe Grillo potrebbe oggi sembrare un eroe della mitologia greca che ha sfidato i politici (gli dei) e nella sua tracotanza (hybris) potrebbe gridare al mondo: quando sento parlare di senso di responsabilità metto mano alla pistola. Ed avrebbe ragione. Tutti adesso si appellano al senso di responsabilità, sono quelli che hanno perso e che oggi ci dicono che noi tutti siamo nella stessa barca. Io temo queste persone e questa politica perché per criticarle possono bastare motti come quest’altro di Goebbels: per la politica il carattere conta molto più che l’intelligenza: è il coraggio che conquista il mondo.

Prima la campagna elettorale con i sondaggi, poi i commenti sui risultati. La politica come il calcio: un’ora di partita e una settimana di chiacchere. Recita un detto popolare mantovano: toti i asin menen la coa, toti i coioni disen la soa (ndr: tutti gli asini menano la coda, tutti i coglioni dicono la loro).  E’ penoso assistere allo scorrere nei dibattiti televisivi delle facce pallide e frastornate del centro-sinistra balbettare ossessivamente spiegazioni assurde con il loro linguaggio onanistico da perdenti, un  linguaggio incomprensibile fatto di analisi politichesi sul capello diviso in quattro.

Tutti gli osservatori e opinionisti sono concordi nel ritenere che con le elezioni 2013 abbiano trionfato i populismi. A quello già noto di destra di Berlusconi consolidato in venti anni si sarebbe contrapposto quello di sinistra dei grillini (un M5S capace in breve tempo di raggiungere 8.688.000 voti, dragando il 30 % dei voti dal centro-sinistra, altri dall’astensionismo e il 39% dalla Lega e il Pdl). E’ stato giustamente osservato che M5S costituisce da solo una “grosse Koalition”.

Dunque la novità sarebbe che si sono resi visibili diversi populismi ascrivibili  a diverse sensibilità politiche. La verità però, una verità che si poteva conoscere da molti anni ma che è stata nascosta prima dalle ideologie e poi dalla illusione del bipolarismo, è che la cultura arretrata italiana ha bisogno del populismo per fare politica ed oggi con il doppio populismo si è almeno ridotto il qualunquismo.

L’avanzata inesorabile del M5S ci sta mostrando una strutturale novità: la formazione di un nuovo blocco sociale ancorato su una base generazionale e non più ideologica, costituito da una classe di cittadini grosso modo compresa nella fascia d’età tra i 20 e i 50 anni. Una nuova classe di ‘giovani’. Come se si fosse avvertito che il declino del paese potesse anche dipendere dall’invecchiamento della popolazione (l’indice di vecchiaia ha raggiunto in Italia una valore ragguardevole, secondo in Europa, ed è destinato a crescere nei prossimi tre decenni).

Altro che rottamazione, si tratta di una rivoluzione culturale che può scaturire in una profonda rivoluzione sociale. Qualche cosa di simile a quanto è accaduto alla fine degli anni sessanta, quando i figli del baby boom e del benessere rivendicarono la propria esistenza contro la società autoritaria. Oggi però i vettori della protesta non sono più gli studenti, essi sono cresciuti e diventati normali cittadini lavoratori e precari, insegnanti, operai, professionisti, piccoli imprenditori. Appartengono alla classe d’età 20-50 anni, ovvero la generazione nata tra il 1963 e il 1988: i figli dei sessantottini e parte di loro stessi, invecchiati. Molti di loro hanno una scolarizzazione superiore alla media nazionale, alcuni sono nativi digitali e comunque tutti socializzati dal web. Ciò che essi rivendicano non è solo il lavoro ma una nuova socialità, perché il lavoro viene sì considerato ancora come la condizione necessaria per la dignità umana (condizione oggi resa drammatica dalla crisi economica e dall’insipienza delle politiche fin qui adottate), ma percepito anche come condizione non più sufficiente per la crescita culturale e personale.

Non voglio passare per il Pasolini dei grillini, ma guardateli in faccia questi 163 grillini neoeletti: alla Camera 71 uomini e 37 donne con età media di 33 anni, al Senato 30 uomini e 24 donne con età media di 46 anni. Come si può pensare di comprendere e interagire con un tale fenomeno utilizzando usurate categorie socio politiche novecentesche?  Molti dei valori e dei temi che tormentano la coscienza dei politici  sono valori per molti di loro già praticati nella vita quotidiana, anche se non sempre ne sono culturalmente consapevoli. Non vanno considerati come vettori patologici antipolitici, ma come portatori sani, per lo più inconsapevoli, di una nuova politica.

Fra due o tre settimane i cronisti di tutte le reti nazionali e internazionali si accalcheranno di fronte a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Madama per mostrare  al mondo gli imbarazzi e le emozioni di questi neofiti al loro primo giorno di scuola accompagnati dai genitori Grillo e Casaleggio, mentre giornalisti prezzolati e politici rancorosi cercheranno in loro i segni di un ulteriore degrado della politica e delle istituzioni.

Saranno per allora raggiunti possibili accordi per un’ipotesi di governabilità, sia pure transitoria? Beppe Grillo non ha paura degli inciuci di programma. E’ ben consapevole che la  forza del M5S sta proprio nella capacità di condizionare la politica dei partiti rimasti e quindi nella negoziazione. Per i leghisti della prima ora Roma era ladrona, per i grillini contemporanei è invece il tempio da cui cacciare i mercanti. Il suo timore è piuttosto quello dei possibili inciuci (scouting) a cui una parte dei suoi neoeletti, insediati al Parlamento senza vincoli di mandato, possano esporsi o magari cercare individualmente per inesperienza e smarrimento in quelle acque torbide che vorrebbero rendere trasparenti. Dalla rete già echeggiano i primi rumors. Una possibilità che i partiti sopravvissuti coltiveranno più o meno cinicamente alla ricerca dei voti perduti: dìvide et impera.

Il Partito Democratico, o almeno quello che emergerà dal disastro elettorale, ha il dovere morale non di ri-costruire se stesso, con la ricerca di una strumentale alleanza  con i grillini (per altro necessaria nel breve periodo), ma di cogliere nella formazione della nuovo blocco sociale il nuovo soggetto politico che offre l’opportunità di rigenerarsi culturalmente e ristabilire una buona e moderna politica di sinistra per un nuovo welfare state da offrire al Paese.  Tutti a casa dunque, anche Grillo.

 

 

 




Alcuni tabu nella coscienza degli italiani.

UnknownL’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste e che si colloca nel futuro. Nel presente che ci contiene possiamo riconoscere la verità del passato. Ma come comprenderla?  La condizione preliminare risiede nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre buone intenzioni e oscurano le nostre visioni. Dobbiamo smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che deturpano la cultura e compromettono l’evoluzione del nostro paese.  Si tratta di cliché che si radicano nelle menti, in modo a volte irreversibile, indicandoci veri e propri tabu per la coscienza nazionale. Per liberarci da questi tabu dobbiamo allora combattere tutte le ideologie ovunque esse si annidano, ovvero combattere l’ ideologia  tout court, quella “scienza delle idee e delle sensazioni” che sebbene inizialmente fondata su una verità parziale si irrigidisce poi in forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario di verità.

L’esistenza stessa di una identità italiana viene da molti osservatori messa in discussione, per il distacco che la popolazione vive nei confronti dello Stato e per le differenze nei valori e nei comportamenti che si manifestano tra nord e sud.  Questa identità (da molti confusa con ‘il comune sentire’)  vacilla perchè si fonda su una visione storica e culturale delle proprie origini che è lacunosa e discontinua. Interi periodi storici di durata secolare e di rilievo europeo e mondiale non vengono sufficientemente compresi e memorizzati per essere quindi assimilati dalla nostra coscienza. Non è sufficiente che facciano parte dei programmi scolastici di storia, questi periodi storici  finiscono con il costituire residui mnestici, pensieri che vengono al contrario rimossi dalla nostra coscienza, in quanto considerati culturalmente inaccettabili e intollerabili, la cui presenza rischierebbe di provocare un’instabilità ideologica. Nei confronti di questi eventi così censurati si viene a costituire una sorta di tabu, una forte interdizione che si sviluppa verso queste aree della nostra storia quasi che avessero assunto una valenza di sacralità o proibizione.

Ho qui voluto selezionare tre esempi di tabu nazionali che dimenticati offuscano la nostra memoria impedendo di riconoscere nella storia della nostra penisola (territorio di invasioni, insediamenti e poteri stranieri per 15 secoli) la cultura come la principale delle nostre commodities  su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento. Si tratta di tre eventi storici distanziati fra loro ma distribuiti nell’arco di un millennio: il Regno di Sicilia, la  Repubblica di Venezia e la Riforma Protestante.

IL REGNO DI SICILIA

Viene considerato come “il primo modello dello stato moderno in Europa” e per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese.  Le sue origini Normanne e poi Sveve determinarono in particolare la nascita di uno Stato centralizzato, burocratico, efficiente e tendenzialmente livellatore, caratteristiche che gli storici hanno reputato moderne e che hanno anticipato di secoli la costituzione dello Stato moderno nei paesi europei.

L’introduzione delle Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi ), codice legislativo del Regno di Sicilia fondato sul diritto romano e normanno, la costituzione della prima universitas studiorum statale e laica della storia d’Occidente per la formazione dei funzionari del suo governo, sono tra gli altri aspetti due singolarità introdotte nella storia del nostro paese da Federico II,  lo stupor mundi  il cui regno  fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli.

“Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Uomo di straordinaria cultura ed energia, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale un qualcosa molto somigliante a un moderno regno governato centralmente con una burocrazia efficiente.  Federcio II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese,greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere la letteratura attraverso la Scuola Siciliana della poesia. La sua corte siciliana reale a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, ha visto il primo utilizzo di una forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla scuola ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate da Dante e dai suoi contemporanei e anticipò di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua d’elite letteraria d’Italia.”

I perenni contrasti con il Papato che connotarono la politica di Federico II per tutto il suo regno, perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell’elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata (durante la fallimentare crociata del 1217-1221 – la quinta – Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d’Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica) furono la reale causa del progressivo declino e della fine.

Le vestigia di questo regno oggi sparpagliate nelle regioni del sud, tra la Campania, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, potrebbero da sole, senza nulla togliere alle bellezze naturali delle loro terre e dei loro mari, costituire mete turistiche culturali tra le più prestigiose d’Europa e itinerari storici da offrire al mondo e alle scuole per la formazione dell’identità culturale delle giovani generazioni, sia italiane che europee.

LA REPUBBLICA DI VENEZIA.

Il Leone di san Marco è uno dei simboli più diffusi e più noti in Italia. Presente come statua  nelle piazze e palazzi storici di molte città del nord-est, come effigie sulle bandiere della marina italiana, mercantile e militare, come simbolo del Comune della Provincia e della Regione Veneto, lo abbiamo ammirato in mille occasioni. Eppure non abbiamo la consapevolezza che esso è lì a ricordarci la florida e potente Repubblica che dal IX al XVIII secolo è esistita e prosperata nella nostra penisola: la Serenissima Repubblica di Venezia  durata mille anni, quasi quanto è durata l’antica Roma.

Francesco Petrarca così la descriveva in una sua lettera del 1321:  « […] quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza de’ figli suoi munita e fatta sicura »

Oggi noi la ricordiamo per lo più per essere stata la grande potenza mercantile  dei commerci con l’oriente, ma in realtà la Repubblica di Venezia ha rappresentato un modello avanzato ed efficiente di organizzazione dello Stato: per una certa sovranità riconosciuta al popolo, per un’articolazione delle istituzioni  di governo che prefigurava la divisione dei poteri, per un’amministrazione equilibrata della giustizia che le fece meritare il titolo di Serenissima.  

L’amministrazione della giustizia si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

Il potere era distribuito all’interno di classi sociali ben definite, ma con caratteristiche assai moderne:  il patriziato  (L’aristocrazia veneziana era una categoria sociale relativamente aperta: ad essa si poteva accedere per grandi meriti e servigi offerti alla Repubblica. In pochi casi, per rimpinguare le finanze in tempo di guerra, la Repubblica vendette l’iscrizione al “libro d’oro” dell’aristocrazia. L’aristocrazia non era solo una classe di privilegiati, ma anche di servitori professionisti dello Stato, educati nell’università di Padova. Infatti i nobili veneziani lavoravano nell’amministrazione anche come segretari di ufficio, contabili, capitani di porto, e anche giudici. Per impedire il concentrarsi del potere in poche mani, garantire un certo ricambio e consentire al maggior numero di aristocratici di avere un impiego, tutte queste cariche erano di breve durata, spesso di un solo anno. Erano spesso mal pagate, tanto che molti nobili sopravvivevano grazie all’assistenza pubblica per gli aristocratici poveri);  i cittadini (distinti tra i cittadini nativi da famiglie veneziane, cioè di coloro che godevano della piena cittadinanza ed avevano accesso alle cariche riservate al corpo sociale dei cives, i cittadini di “dentro e fuori”, cioè i nuovi arrivati che godevano però della piena cittadinanza e della garanzia dello Stato sia dentro che fuori dai confini ed infine i cittadini di “solo dentro”, cioè di coloro che erano garantiti dallo Stato nel proprio territorio, ma non potevano accedere ai privilegi riservati ai Veneziani fuori dai confini);  e i foresti (gli stranieri di passaggio o recentemente inurbati o appartenenti al basso popolino: accedevano alle garanzie legali, ma non ai privilegi di cittadinanza, e la loro presenza doveva essere regolarmente registrata e sorvegliata).

Oltre ai fattori economici e militari che a partire dal XV secolo determinarono il declino e quindi la caduta della Repubblica di Venezia, compressa tra l’espansione dell’impero ottamano e le rivalità con gli spagnoli, i francesi e gli austriaci, ve ne sono altri che a mio avviso possono spiegarci le ragioni della rimozione di questa eredità storico-culturale che perdura tutt’oggi.  I tratti di spiccata indipendenza e soprattutto di laicità, come oggi potremmo definirla,  dell’assetto di questo Stato costituiscono le due caratteristiche della Repubblica che la Chiesa di Roma, ovvero i suoi Papi, non avevano mai potuto accettare. Infatti, nel quadro del predominio spagnolo in Italia, solo l’antica e potente Repubblica di Venezia era riuscita a conservare una certa autonomia, mantenendo anche rapporti politici ed economici con l’Europa protestante. Come testimonia la guerra dell’Interdetto, che ebbe inizio e pretesto con l’arresto ordinato nel 1606 dalla magistratura veneziana di allora di due preti accusati di reati comuni. Il rifiuto da parte delle autorità veneziane di riconoscere che il clero potesse avvalersi, costituendosi come corpo a sé, di un suo diritto e suoi tribunali  scatenò l’immediata reazione del Papato.

LA RIFORMA PROTESTANTE.

La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere una popolazione prevalentemente cattolica, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica. Nel nostro paese  è difficile affrontare  una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di  promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste.  Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu? Attraverso la  constatazione che  nelle analisi e dibattiti  culturali o politici si tende a confondere  il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”. E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, opinionisti vari nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano  la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni tanto diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la  s’intenda,  una  svolta  selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale. Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali  buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura  della Controriforma, chiusa ed involutiva.

Prima in Europa  poi nell’America del Nord, l’etica protestante  ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente classe borghese, costruendo l’unità  delle istituzioni tanto  negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre  in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità.  Se ieri i Piemontesi  si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.

Prendiamo  dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo (il Diritto), ma attraverso l’appartenenza (la famiglia).  Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea e oppressiva, dunque ostile.

Perché oggi ci richiamiamo più facilmente alla storia degli antichi Romani, alle Crociate , all’epoca dei Comuni, al Rinascimento, al Risorgimento, all’Unità d’Italia, al Fascismo, alle due Guerre Mondiali e meno, per esempio, al Regno di Sicilia, alla Repubblica di Venezia o alla Riforma Protestante ?

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti riconoscendoci tutti come cristiani. Ma in realtà siamo mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare facile conforto nel riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano  mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone,  scandinavo o  americano. Ne è un esempio il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica: la differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione del  turista distratto dalle novità e differenze. Si tratta della  cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo.

Senza nulla togliere ai principi e valori del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui noi apparteniamo, dobbiamo pure prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza a quel progresso sociale ed economico che ha caratterizzato molti Stati europei, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo le celebrazioni in sordina a cui abbiamo potuto assistere del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.  La formula Peppone vs. Don Camillo è stata una geniale  intuizione cinematografica che  ha ben rappresentato attraverso le maschere della commedia la profonda divisione di un popolo, la  sofferta convivenza di due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro le coscienze degli stessi individui.

L’opposizione da parte del potere della Chiesa di Roma contro l’autonomia, l’indipendenza, la laicità e la libertà dai dogmi per la conoscenza e ricerca della verità è stata la vera e profonda ragione che ha causato il declino e la caduta delle avanzate esperienze storiche del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia,quindi la loro censura e il loro oblio nelle coscienze degli italiani, rendendone ancora oggi difficile il riscatto.

La cultura deve tornare ad essere vivente per renderci liberi e salvarci.




La società incivile.

480943_326596260773350_381819418_nUn italiano su due d’accordo con Berlusconi su Mussolini.  In un sondaggio realizzato dall’istituto SWG  alla domanda ‘il fascismo ha avuto ombre ma anche luci: e’ d’accordo?’  il 47% degli intervistati ha risposto di sì. “E’ un dato costante da oltre 15 anni”, commenta Roberto Weber Presidente dell’istituto. Quasi un italiano su due non contesta le dichiarazioni che Silvio Berlusconi ha fatto su Benito Mussolini nel giorno della memoria: questo episodio non dovrebbe dunque danneggiare il Pdl in campagna elettorale.

Dunque Berlusconi, nel suo ventennio dalla scesa in campo nella politica, non soltanto ha sdoganato i nostalgici del fascismo portandoli al governo, ma soprattutto ha liberato le coscienze di una gran parte degli italiani dando voce e legittimità ai sordidi pensieri delle loro pance. In un mese Berlusconi è riuscito a raggiungere quella massa di delusi dalla destra (tasse aumentate) confluiti nel 40%  degli astensionisti e riconquistare la loro fiducia per la medesima destra (restituzione IMU pagata?), erodendo il vantaggio faticosamente acquisito dal PD in un anno di sofferto appoggio al governo tecnico di Monti, fino a minacciare la vittoria stessa del centro-sinistra, non solo al Senato. Onore al merito? Macchè, si tratta ancora una vota della forza che si afferma grazie alla debolezza degli avversari! Il Pdl sono io. Questo ci dice Berlusconi sconfessando senza rimedio ogni velleitaria ambizione di eredità politica da parte di inconsistenti figure di nani e ballerine che bivaccano alla sua corte.

Personalmente oscillo, in una sorta di sindrome psico-politica bipolare, tra il pessimismo della realtà e l’ottimismo della ragione, ma oggi temo meno l’affermazione elettorale monca del centro-sinistra e più l’ingovernabilità che ne potrà derivare e che rischia di portarci ad un nuovo e forse irrimediabile discredito internazionale. Prepariamoci a nuove elezioni per il 2014.

Nel frattempo constatiamo una volta ancora il degrado culturale in cui versa il nostro Paese, dove l’acquisto di un calciatore da parte della squadra di Berlusconi porta più voti di quanti ne toglie l’esternazione della mentalità del suo Presidente. E’ davvero difficile, forse ormai anche inutile, stabilire se sia più grave l’esito del sondaggio o l’osservazione finale sui suoi effetti nella campagna elettorale del Pdl.  Per quelli che bisogna essere ‘realisti e concreti’, quelli che sono ‘uomini del fare’, quelli del ‘voto utile’ (a che?) … suffragia non olent.

 Tutto ciò mi conferma che la ricerca della verità e dell’etica appartiene a quegli spiriti che sanno elevarsi dalle condizioni reali e non è soggetta a opinione. L’eccellenza non può essere democraticamente stabilita, ma deve essere democraticamente ricercata. La cultura deve tornare ad essere vivente per poterci salvare.




Tramonto dell’occidente o suo sorpasso ?

Il sorpasso_Dino_Risi

Quel fenomeno chiamato globalizzazione,  definito come crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale nei diversi ambiti economici e culturali tra i popoli e i luoghi del mondo, dopo l’accellerazione impressale dalla fine della ‘guerra fredda’ ci indica oggi la prospettiva di nuovi equilibri mondiali fondati su più baricentri, quasi coincidenti con i vecchi continenti. Mentre da noi, per esorcizzare la paura del declino, ci si arrovella sui rapporti dell’Italia con l’Euro e il federalismo fiscale, nel mondo si analizzano e discutono le tendenze verso i nuovi “vertiginosi” ordini mondiali.

Il National intelligence Council nel suo ultimo rapporto quinquennale dal titolo “Global trends 2030: alternative worlds” ha perfezionato i risultati della precedente edizione del 2008 confermando il sorpasso cinese degli Stati Uniti in termini di PIL entro il 2030 (si vedano i due articoli Il sorpasso cinese/1 e Il sorpasso cinese/2.).

Una novità dell’aggiornamento consiste nel fatto che il sorpasso avverrà nell’ambito di quello che viene descritto come il “secolo asiatico” (India, Corea, Vietnam, Filippine e Cina).  Lo scenario elaborato dal National Intelligence Council convalida la visione geostrategica di Obama, indicato come “il primo presidente del Pacifico” per vissuto personale e ” soprattutto per la sua lucida visione di un baricentro della storia destinato a spostarsi in quell’area del mondo. Alla quale il presidente ha dedicato i suoi viaggi più importanti: non solo in Cina ma in India, Indonesia, Corea, Giappone, Birmania”.

L’autosufficienza energetica, l’evoluzione tecnologica, la riqualificazione della scuola pubblica e della formazione e la re-industrializzazione sul territorio americano  sono così divenute le principali direttrici di sviluppo della nuova politica degli Stati Uniti, politica detta del soft power, che non rinuncia alla leadership mondiale , questa volta però fondata non più sulla potenza economica e militare, ma sulla capacità di “formare coalizioni basate su interessi comuni”.

E non bastano  le “tigri asiatiche” (volendo considerare il Giappone per la sua storia dalla fine della II Guerra Mondiale come un paese economicamente occidentalizzato) e il soft power americano a spostare gli equilibri nel nuovo ordine mondiale perchè da almeno un decennio concorrono  anche i  “7 leoni dell’Africa” e  gli Stati  dell’America latina  con i loro accellerati sviluppi economici e sociali.

Cosa ne è stato del  motto  di René Dubos “pensa globalmente, agisci localmente” che tanto aveva ispirato progressisti e ambientalisti ?  Di fronte a simili scenari quale senso possono avere le lagnanze di coloro che da oltre un anno gridano indignati contro l’ingerenza dei paesi stranieri (sic!) nella politica nazionale rivendicando il recupero di una sovranità perduta?  Eppure il vero obiettivo dovrebbe apparire loro chiaro, pena la definitiva subalternità dell’Italia ai Paesi europei ed extraeuropei più forti economicamente.  Allo stato attuale della globalizzazione si tratta di concepire per l’Italia all’interno  della Comunità Europea, un ruolo di leadership che sia conforme alla sua posizione geografica nel Mediterraneo (si ascolti Benito Li Vigni, collaboratore di Enrico Mattei) attivare una politica internazionale di alto profilo che la emancipi dalla  sindrome di Crimea.  La rinascita del nostro paese  dipenderà dalla  politica estera che adotterà.

Posta originariamente da Cavour ai Grandi di Europa nel 1856,  la questione italiana ha assunto oggi, con la crisi economica e finanziaria, l’ingerenza Europea nella politica italiana (per altro richiesta dal management politico domestico), la crisi della politica-antipolitica e dei partiti,  i connotati  di un problema non  soltanto di crescita  quanto di consolidamento.  Non si tratta più come all’epoca di Cavour di farsi  riconoscere come un paese unito ed indipendente, ma di  farsi riconoscere come un paese politicamente affidabile ed economicamente sicuro.

E’ nella storia della nostra penisola sebbene territorio per 15 secoli di invasioni, insediamenti e poteri stranieri (altro che l’odierna ingerenza europea) che possiamo tuttavia ritrovare  la principale tra le nostre commodities su cui rifondare un nostro nuovo rinascimento: la cultura.  Oltre a Cavour e l’unità del paese,  oltre all’età delle Signorie e dei Comuni vi fu il Regno di Sicilia che per un secolo e mezzo fu lo Stato più progredito d’Europa accanto al regno inglese.   Federico II, lo  stupor mundi che anticipò il rinascimento italiano di circa due secoli, con il suo regno caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale volte ad unificare le terre e i popoli,  con l’esempio della sua corte luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica, ci suggerisce oggi un modello di strategia da adottare nel quadro politico economico in evoluzione nel mondo.

Si sostiene che per attrarre  investimenti stranieri (non la vendita di aziende e marchi nazionali) bisogna rendersi prima attraenti economicamente assicurando efficienza e legalità su tutto il territorio. E’ vero, c’è dunque un gran lavoro di ristrutturazione domestica da compiere (le cosiddette riforme), ma  la capacità di produrre risultati da tali riforme dipenderà proprio dalla relazione che il paese saprà sviluppare con il resto del mondo. E per  fare ciò occorre una leadership all’altezza della situazione.  La migliore eredità, forse l’unica, che il Governo Monti ha potuto lasciare proprio in quanto composto da tecnici è stata l’indicazione metodologica  per la formazione di un governo politico che avesse come unici criteri di selezione il merito e la competenza.  Poichè il prossimo governo sarà costituito per la terza volta in costanza di una legge elettorale aberrante , la  selezione dei politici sarà responsabilità esclusiva dei partiti e costituirà il banco di prova per verificare la reale possibilità di un avvio del rinnovamento italiano.

Ancora può aiutarci René Dubos con la  seguente riflessione: “Fin dalla preistoria, la terra non è mai stata un Giardino dell’Eden, bensì una Valle delle Decisioni in cui l’adattabilità è cruciale per la sopravvivenza. La terra non è un luogo di riposo. L’uomo è stato creato per combattere, non necessariamente per sé stesso, ma per un continuo processo di crescita emozionale, intellettuale ed etica. Crescere in mezzo ai pericoli è il destino della razza umana, perché questa è la legge dello spirito”. (René Dubos – Mirage of Health, New York, 1959)




Laicità come indicatore di civiltà

Casa di preghiera e studio sulla Petriplatz a Berlino In Germania chi non appartiene ad alcuna confessione religiosa rilascia una dichiarazione scritta all’Ufficio imposte che provvede ad esonerarlo dal versare le tasse ecclesiastiche, pari all’8% in più delle imposte dovute allo Stato, essendo quindi escluso dai servizi religiosi.   Questo consente di rilevare statisticamente Berlino come la metropoli con più abitanti atei o agnostici del mondo: circa il 60%, a fronte del 22,3% di evangelici, 9,15 di cattolici, 2,7% di altri cristiani, 6,2% di mussulmani, 0,4% di ebrei e 0,2% di buddisti. Ebbene a Berlino, vicino ad Alexander Platz, a Petriplatz su un’area dove sorgeva la chiesa del ‘600 di S. Pietro, col campanile più alto della città  ridotta in rovina durante la guerra ed abbattuta nel 1964  dalla DDR, sorgerà una nuova chiesa unica al mondo dedicata  alle tre religioni cristiana, mussulmana ed ebraica. Si tratta in realtà di un luogo di preghiera e di studio aperto, senza simboli religiosi,  offerta anche a tutti coloro che non appartengono a una religione.

 

 




I voti si contano e pesano.

Bersani vincerà il II° turno alle Primarie, ma probabilmente con un margine minore di quello raggiunto al I° turno , mentre la scalata di Renzi al PD si arresterà. Fino al prossimo Congresso del partito nel 2013. In molti benedicono gli effetti  ricostituenti delle Primarie sulle proiezioni di voto politico diffuse in questi giorni: il PD al 34% !   Roba da PCI alle politiche del  ’76  (34,4% dei voti), quando Amendola si spinse a disegnare i contorni di un futuro “partito unico della sinistra”.  In realtà, l’ OPA lanciata da Renzi nell’area di centro-sinistra ha comunque avuto un grande successo e già oggi  il “rottamatorre” lancia chiari messaggi dalla posizione di forza raggiunta:  “un mio partito potrebbe arrivare al 25%”  e  “io non voglio nulla ma noi abbiamo il 36%: che facciamo con chi sta con me, li cancelliamo? E’ chiaro che no.”

Non occorre una  raffinata opera di intelligence per prevedere l’evoluzione nel prossimo futuro dell’area della sinistra italiana: basta applicare il principio metodologico del rasoio di Occam e riflettere sulle ipotesi più semplici :

i) il candidato leader  prescelto con le Primarie,  qualunque esso sia,  faticherà non poco a compattare  una coalizione di centro-sinistra su un programma condiviso  e vincere le elezioni politiche;

ii)  dopo la elezione del Presidente della Repubblica (l’elezione di Mario Monti scompaginerebbe il costitunedo Centro) e i risultati dei primi “cento giorni” di scelte politiche in una crisi sociale ed economica aggravata, si arriverà in ottobre all’ o.k. corral del Congresso del PD, allorchè  una scissione della costola liberal  porterà alla costituzione del nuovo partito di Renzi: un nuovo polo di attrazione per i voti arrabbiati del M5S (spiaggiati in massa nel Parlamento e nei vari Consigli), per quelli delusi del PDL (alla ricerca di un padrone) e per quelli orfani del Centro (alla ricerca di un padre);

iii) al nucleo storico rimasto (zoccolo duro?) rimarrà la prospettiva di rifondare  il  PD su nuove basi più  apertamente e dichiaratamente socialiste,  riassorbendo  i compagni dell’ex SEL ed eleggendo Vendola nuovo segretario .

Con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della  volontà  al II° turno voterò Bersani, ma che tristezza … già fin d’ora appaiono realistiche le premesse per nuove elezioni politiche nel 2014.

 

 

 




La finale di UE Leaders League

Al di là delle regole da applicare per la partecipazione al secondo turno, domenica 2 dicembre torneranno a votare tutti  i 3.110.211 partecipanti che si sono recati al primo turno?  La medesima  partecipazione non è affatto scontata.  Bisogna porre grande attenzione alle dichiarazioni del tipo  ‘voterò uno dei due candidati solo se risponderà alla domanda…’ che nella rete e sui giornali già si diffondono e suscitano confronti e dibattiti.  Tra i delusi e gli scontenti che si annidano nei  566.317  voti dati a Vendola e alla Puppato, forse anche tra i 43.840 dati a Tabacci, vi sono quelli che ‘va bene la democrazia, ma se non vince il mio candidato io non ci stò’.   E’ la tifoseria della curva sud della sinistra italiana.  Vendola, preso atto della sconfitta, si è subito dichiarato per il consolidamento dei voti della propria parte al candidato Bersani, al netto dei profumi di sinistra, con ciò  attirandosi critiche sulla intempestività del suo endorsement.  Io penso che Vendola, con onestà intellettuale e sagacia politica, abbia voluto colmare il vuoto creatosi nelle coscienze dei suoi sostenitori,  consapevole del rischio ‘obiezione di coscienza’ che  può condurli all’assenteismo. La partecipazione al secondo turno sarà dunque  un indicatore del cambiamento culturale e politico in atto.

Poi c’è la scelta di quale candidato premier. E qui la questione si fa difficile perchè si è eccessivamente semplificata polarizzandosi tra le due figure che più e meglio hanno saputo  comunicare al loro popolo.  In questi giorni invece tutto il popolo del centro-sinistra guarda Bersani e Renzi,  avendo però nella mente ancora le figure dei candidati esclusi dalla competizione, mentre questi parleranno per arrivare  oltre il confine del loro elettorato originale e farsi  accettare. Qui è il dilemma della politica: a più persone vuoi che arrivino i tuoi messaggi e più generici essi saranno.

Ironia della storia: il ballottaggio è una pratica decisionale che risale alla Firenze medievale, quando esisteva la Torre della Castagna, nella quale si riunivano i Priori delle Arti per decidere e votare riguardo alle tematiche più importanti. E il termine “ballotta” significa in toscano castagna.  Renzi gioca in casa: mi auguro non gli porti fortuna.




Die Kultur macht frei?

La prima impressione che si ricava dall’articolo su la Repubblica “Lo Stato culturale. Troppi soldi pubblici uccidono la creatività?” è che in Germania ci si stia preparando  alla spending review. Ma non è proprio così. Si tratta di Der Kulturinfarkt,  pamphlet scritto da quattro docenti tedeschi e appena  tradotto in italiano dalla Marsilio Editori, che ha provocato in Germania uno vero shock, non solo nel mondo dell’arte tedesco.  Secondo gli autori “(…) la smisurata offerta e il monopolio statale stanno portando le istituzioni culturali verso il crack non solo economico. Hanno infatti generato conformismo, depresso la creatività, “addomesticato le avanguardie (…)”, arrivando alla conclusione che sarebbe opportuno “Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei (6000) dei  teatri (140) e delle biblioteche (8000)”.

Sempre secondo l’analisi il pubblico tedesco della cultura negli ultimi 16 anni, a fronte del quasi raddoppio delle risorse e delle offerta (“prodotti più artisti che arte”) è diminuito del 9%… ma sappiamo come  le percentuali falsano a volte la percezione del fenomeno  perchè in valore assoluto la realtà è che permangono 21 milioni di pubblico, ovvero oltre il 25% della intera popolazione tedesca.

Il punto di vista economicistico previlegia oggi, giustificandosi con la crisi, i costi e non considera i prodotti. L’atteggiamento è ben noto: di fronte al mondo reificato del PIL la domanda è sempre la stessa “quanto costa?”. Tuttavia, a proposito del rapporto tra quantità e qualità occorre avere presente le differenze di scala  tra le varie mentalità che affrontano problemi comuni.

E così scopriamo che i quattro autori iconoclasti del mondo dell’arte tedesco arrivono alla seguente conclusione: “Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti.  Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche».  Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola.  Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali”.

L’alternativa non è tra la condizione della cultura di massa, che non è “roba da stato platonico” (sic!), e la  concezione romantica per cui “si fa poesia o arte quando si sta male”.  Il  fatto è  che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil.   Solo la cultura ci salverà.

 

 




La terza via tra quarto stato e quinto potere.

Il format del confronto televisivo dei cinque candidati alle primarie del centrosinistra può essere considerato un promo del  new labour  italiano. Quale sarà il risultato delle elezioni, Matteo Renzi  può già ritenersi lo stratega vittorioso che è riuscito, dopo Tony Blair in Gran Bretagna e Bettino Craxi in Italia, a reinserire nell’agenda politica italiana la prospettiva di una “terza via”o di un “nuovo corso”, rivolgendosi tanto ai progressisti del PD, quanto ai moderati del centro e centrodestra.

Con la sua immagine di leader giovane e brillante, un pò socialista e un pò liberale, certamente cattolico, brandendo la rottamazione come strumento del rinnovamento politico italiano ha forzato  il processo di rinnovamento nel Partito Democratico  e  sdoganato i moderati  rimasti intrappolati nell’isolamento  centrista o in ostaggio alla follia berlusconiana.  La stessa disposizione del setting televisivo, con la sua figura al centro del gruppo dei candidati, ci indica la posizione da lui conquistata dalla quale ci ammonisce che: sono io l’unica soluzione politica alternativa che può unire il Paese e sconfiggere la deriva  di Grillo, dopo quella di Berlusconi. Déjà vu.

Matteo Renzi e Beppe Grillo sono così diventati i due nuovi poli di attrazione nello spettacolo politico nostrano (presto vedremo con quali numeri,  nel frattempo le proiezioni Primarie collocano  Renzi a circa il 40%, ad un punto da Bersani e  in Sicilia M5S  è risultato il primo partito con  il 15% ).  Un crescente numero di elettori  si recherà alle primarie  polarizzato dal confronto Renzi vs. Bersani, ma avendo in testa  per le future politiche il confronto Renzi vs. Grillo.  Verosimilmente i risultati delle Primarie saranno a favore di Bersani, ma la questione è: al primo o al secondo turno? Già, perchè la prospettiva del ballottaggio, con buona pace dei sostenitori dei valori assoluti della trasparenza e della democraticità, sarà percepita come una sconfitta all’interno del PD di Pierluigi Bersani e la vittoria simbolica oltre il PD di Renzi.

Quanto ai due outsiders Laura Puppato e Bruno Tabacci spiace constatare la scarsa attenzione loro rivolta, che peraltro conferma la supremazia della politica spettacolo. Nel corso del dibattito alcuni hanno vantato l’applicazione delle “quote rosa”nei prorpi governi (Renzi ha chiosato che nella sua giunta c’è una Assessore donna in più dei colleghi uomini, al contrario della Giunta Regione Puglia che rimane al 50%, sic!) senza che alcuno rilevasse che lì, proprio lì, tra i candidati alle Primarie vi fosse una sola donna su cinque candidati.

Laura Puppato, ovvero la concretezza femminile in alternativa al pragmatismo (o cinismo?) maschile. Ma anche lei non scherza con l’deologia, a proposito dell’uso del cellulare durante il dibattito il giorno dopo rivela al mondo che “Il buon Renzi riceveva costantemente i messaggi sul telefonino e li leggeva ” concludendo  con un tono più materno che da potenziale leader che “Questo ragazzo sembrava teleguidato”.  L’ideologia del genere contro l’ideologia dell’età.

Quanto a Bruno Tabacci , stimabile esponente del moderatismo cattolico munito però di etica protestante, non gli è restato che correggere qualche intemperanza nell’interpretazione giovanile per esempio circa l’abbattimento dei costi della politica (10 ministri per governare l’Italia?) e di onestamente chiedere voti non tanto per sè, quanto per il centrosinistra  così ben rappresentato dal mix dei cinque candidati (Bruno Tabacci Ministro?).

Rimane Nichi Vendola, con le sue narrazioni.   Gli anatemi di Dalema prima di cadere su Renzi si rivolsero a Vendola (a quanto  sembra  portano piuttosto fortuna).  Alla realpolitik risulta sempre invisa ogni tipo di narrazione sul futuro, su un nuovo mondo, per un attaccamento ossessivo al principio di realtà  vissuto in opposizione al principio del piacere. Ma qui è il punto di queste Primarie: il confronto tra due tipi di narrazioni.

Quella di Renzi che si presenta realista, pragmatica e concreta: ricambio generazionale e governo efficiente: “Questo non è un programma: la solita raccolta di buone intenzioni e di proposte astratte che popolano le campagne elettorali e spariscono il giorno dopo. Qui non troverete né proclami, né promesse, perché la formula magica per risolvere i problemi dell’Italia non esiste. Ciò che esiste è un Paese stracolmo di capacità e di energie. Un Paese che, nella sua storia, è sempre uscito più bello e più forte dalle crisi che ha attraversato. E lo ha fatto grazie all’unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani”.

Quella di Vendola è così da lui sintetizzabile : “Se vogliamo che il futuro non sia lasciato al caso o diventi un qualcosa di cui avere paura è necessario tornare a credere nel valore delle idee. Le idee sono la causa di tutto ciò che ci circonda e la cultura è la loro unione”. E nelle proposte di Vendola la voce Cultura appare al primo posto, seguita dalla Formazione.  Quali basi più concrete di queste, per esempio, possono fondare un programma davvero realistico e non populista?

Ebbene voterò per Vendola, ma a lui vorrei rivolgere questa critica che è anche il mio rammarico per un’occasione perduta: tu e non Renzi, avendo una giusta  concezione della cultura,  avresti dovuto assumere il ruolo di “rifondare” il Partito Democratico e tutta la sinistra traghettandole fuori dalle storiche secche ideologiche alle quali  sono ancora in parte ancorate,  dal  momento che, senza nulla togliere al valore degli ideali socialisti sempre validi perchè umanitari, non si tratta più di realizzare una missione della storia. E’ questo un retaggio  che frena e limita  la tua stessa prospettiva di  risollevare il nostro Paese dalla palude partitica dell’asse destra-sinistra, con le idee e la cultura che è la loro unione: “L’amore che muove il Sole e le altre stelle”.  Lo spirito non è nella Storia, ma nell’Evoluzione.

L’etica che supporta la mia intelligenza mi induce ancora una volta a partecipare alle Primarie perchè, sebbene nessuno dei cinque candidati rappresenti sufficientemente la mia visione del mondo, c’è un Paese da governare.  Si, ma il modo con cui saranno governati deciderà del loro futuro. Milioni di  persone perbene hanno “diritto alla felicità” perchè la meritano in quanto cittadini in una democrazia (mi permetto una libera citazione di un fondamentale principio tratto dalla Costituzione Americana, che manca alla nostra). Così come in un primo momento abbiamo  accolto favorevolmente il Governo Monti come una finestra che si apriva sulla stanza dall’aria resa irrespirabile dal ventennio berlusconiano, con ciò riequilibrando l’inquinamento indoor con quello atmosferico, oggi penso  si debba comunque sostenere queste Primarie e il risultato che ne seguirà con la  consapevolezza che solo la cultura ci potrà salvare.




Sul viale del tramonto tutte le vacche sembrano rosse.

E’ dunque probabile che  Silvio Berlusconi esca definitivamente dalla scena politica, non senza però dare gli ultimi colpi di coda da caimano ferito. Ma è auspicabile che esca a colpi delle tanto attese sentenze di tribunale? Quando il Cavaliere scese in campo fui tra coloro che temevano la sua entrata nella politica attiva. In seguito, una volta preso atto che l’opposizione non sarebbe riuscita a sconfiggerlo nel merito, ho anch’io accarezzato la possibilità che l’uomo  potesse essere sconfitto nella forma, perché alla fin fine la forma è l’unica dimensione possibile per un uomo di marketing. Dunque nel 1994 un imprenditore edile e televisivo scese in campo per gestire l’azienda Italia.  Con la rottamazione forzata dalla magistratura di una classe politica corrotta si affacciò sul Paese una nuova classe dirigente costituita sì ancora da reduci e rifugiati politici ( gli ex di qualche partito), ma soprattutto da nuovi personaggi,  professionisti e imprenditori. I nuovi stakeholders  della società civile del tempo.

Per il solo fatto che quel  governo fu eletto dal popolo, per altro già infettato dal  vecchio morbo dell’antipolitica e preparato dalle nuove forme di comunicazione della televisione privata, può per questo essere definito un governo politico?

Oggi, in attesa delle elezioni, lo spettacolo della politica si è arrestato. Nuovi Carneade salvatori della patria gareggeranno alle Primarie (di sinistra?, di centro-sinistra?, del PD, del Pdl? del centro- destra?) per occupare il campo della politica e costituire nuovi poli aggregativi e nuovi carri di vincitori su cui salire.  E noi in questo fermo immagine abbiamo forse l’occasione per riflettere e cogliere una verità: non il governo Monti, ma il governo Berlusconi, in tutte le sue edizioni, è stato il vero “governo tecnico” della Seconda Repubblica.

Ricordiamo che le ragioni per le quali il governo di Mario Monti  è stato definito tecnico sono la prima perché i suoi componenti provengono nessuno dalla politica, ma tutti dal mondo universitario, della economia, della finanza, delle professioni e delle istituzioni; la seconda perché nominato direttamente dal Presidente della Repubblica in seguito alle dimissione del IV governo Berlusconi, dunque senza l’avallo del popolo.  Tuttavia, queste due ragioni rimangono solo formali se non si ricorda altresì che la sua missione andava ben aldilà dell’obiettivo tecnico di sanare i conti pubblici. La vera mission del Governo Monti era sostanzialmente politica: da una parte restituire all’Italia la compromessa credibilità presso i governi europei e americano, dall’altra riconquistare la fiducia dei mercati internazionali. Pena il default finanziario ed economico con l’uscita dall’Europa.

L’espediente del ricorso ai tecnici per governare in particolari condizioni di emergenza in verità non è nuovo se ripensando alla nostra storia antica si ricordi la figura del dittatore romano, costitutiva della Repubblica Romana. La motivazione al suo ricorso era politica, in quanto dettata da una crisi  degli equilibri politici, così come politica era la gestione dei poteri nella continuità del perseguimemnto degli interessi generali della Repubblica. Ma sappiamo bene che la storia non si ripete e, d’altra parte, che Silvio Berlusconi non è certo Giulio Cesare.

 

 

 

 

 

 




La democrazia non ammette l’ignoranza.

Una signora intervistata da Radio Popolare sui fatti di Formigoni, Zambetti e company ha dichiarato: “Sono tutti da bruciare … Pisapia per primo”.  Un’altra signora da me sentita per strada ha dichiarato: “Quello che so è che sotto Berlusconi stavo bene e con questo qui sto male,  è questa la verità”. Durante la campagna per Pisapia distribuendo volantini e conversando ho nominato Ruby, “Che rubi, rubi pure” mi ha risposto la signora sottintendendo il cavaliere “purché faccia le cose”.

Possono anche apparirci barzellette, testimonianze di una abissale ignoranza popolare,  tuttavia non possiamo trascurare che questa “ignoranza” vota.   Sottostimando pure la parte della popolazione  animata da questi pensieri ad un valore  minimo del 10%  dobbiamo riflettere sul fatto che il 10% degli elettori rappresenta circa 4 milioni di voti che possono da soli fare la differenza.  Ma al di sopra di questo analfabetismo politico esistono frange di popolazione, in una percentuale più elevata, cui compete un disinteresse politico e sociale e un analfabetismo di ritorno (antipolitica) che costituiscono la maggior parte dell’elettorato. In un panorama di questo tipo senz’altro condivisibile da qualsiasi persona intellettualmente onesta non si comprende come si possa  definire “democratico” il voto di tutti costoro.

Democrazia è prima di tutto conoscenza. Di fatto costoro eleggono politici di secondo o terz’ordine fatti a loro immagine e somiglianza, salvo poi lamentarsene e condannarli. Un bieco opportunismo politico chiamato “realismo” ha procurato voti a gente che ha saputo interpretare la volontà popolare, gente che si fregia del nome di “politico” per aver ottenuto il consenso e con esso la “vittoria”, la vittoria elettorale.  Prima di essere un buon ministro, bisogna essere ministro, recita un adagio.

Ed ecco il punto:  un politico deve fare il bene del popolo, non la sua volontà.

Fare la volontà popolare e come dare al popolo la responsabilità delle proprie azioni e sentirsi poi dal popolo traditi.  Il risultato di questa sciagurata interpretazione della democrazia è sotto gli occhi di tutti.  In passato come ora.  Il risultato dell’aver inseguito al ribasso i tiramenti del popolo per ottenerne il consenso ha portato a una caduta verticale di tutti i valori, primo fra tutti “l’amore” che per intenderci è sceso nell’intendimento collettivo come “bunga, bunga”, un valore che viene diversamente inteso da Dante come “L’Amor che regge il mondo e che tutto lo governa” nella Divina Commedia, un opuscolo con cui, è bene ricordarlo, un Ministro della Repubblica (Tremonti, un uomo concreto)  invitò  a farsi un panino.

Ad una conferenza di Zagrebelsky ho espresso in una nota che la Cultura serve a far crescere in civiltà un popolo e non ad aumentare il Pil.  Zagrebelsky, persona che pur amo e stimo, mi ha risposto che “questo era sottointeso”. Non sono d’accordo, questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi sotto-inteso.

Fantasticando ho pensato ad uno Stato in cui la possibilità di voto venisse concessa in linea di principio a tutti, ma, ritenendo il voto un importante momento sociale ed espressione di una volontà, che la possibilità del suo esercizio fosse condizionata perlomeno alla conoscenza di elementari nozioni sociologiche e politiche del vivere civile. In pratica un esame, un esame che non desse altra possibilità che non fosse quella di poter accedere al voto.

Essendo i buoi ormai scappati, un simile progetto, a meno di un atto autoritario del Parlamento, rimane irrealizzabile.  Non rimane quindi che rivolgersi alla Cultura, cercare di promuovere tutte quelle iniziative e quelle forze sociali, partiti compresi, che mettono la Cultura al primo posto tra le iniziative politiche. Ovvero nessuno.

Nessuno ha mai parlato né ancora parla di Cultura. Eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere quello di far crescere in civiltà la Nazione.  Questo non è ancora scritto neppure nella nostra pur eccellente Costituzione. Per un politico per cultura si intende “Arte” e “Spettacolo”. Ben vengano. Ma ancora non si intende Filosofia, ovvero quell’educazione dello spirito che fa di un anonimo individuo un cittadino. La crescita culturale è fondamentale per il benessere come per la felicità dei popoli, un fattore per ora in Mente Dei.  Solo la cultura ci salverà.

 

 

 




Rottamazione o secessione?

Gran traffico sulla strada per l’Aventino: c’è chi vi sale e chi vi discende.  E’ più facile che un politico nuovo o meno scenda in campo che mantenere lo spirito critico in uno spazio reso sempre più ristretto dalle vergogne dell’esercizio del potere. Tuttavia sappiamo anche che “il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa”.  Tra i motivi che rendono gli scandali attuali del potere ben più gravi e preoccupanti di tangentopoli v’è il progressivo sottrarsi dall’impegno di governo di personalità politiche e tecniche di valore. Il fenomeno è correlato all’allontanamento nel popolo dall’interesse nella politica  e  al  progressivo aumento del voto di protesta e dell’astensionismo.  Oggi è l’ideologia dell’età dopo quella di genere, per altro ancora viva e diffusa, a condizionare e forse  anche a fornire un alibi per il ritiro (o la fuga?) nel privato

Nelle circostanze in cui si trova la  democrazia in Italia le persone per bene (ribadisco persone non “i-giovani” o “le-donne”) hanno il dovere morale di mettersi a disposizione del Paese e i governanti la responsabilità di farli emergere per utilizzare i loro valore.  In questa prospettiva la società civile (sic!) dovrebbe pretendere dai candidati alle Primarie che si esprimessero con chiarezza e determinazione  sia sui programmi,  sia sulle persone su cui si intende contare per la rinascita, per esempio, quale personalità ai miniseri per l’economia, gli esteri, welfare state,   cultura,   lavoro …

Dopo l’abbinamento  Napolitano – Monti che ha avuto se non altro il merito di aver  restituito credibilità di fronte al mondo, quale visione per la coincidenza delle due prossime elezioni alle massime  cariche istituzionali e politiche?  Cosa pensano i candidati, per esempio, sulla disponibilità a proporre e a sostenere  la candidatura di Mario Monti alla Presidenza della Repubblica?

Pensando ai nomi che in questi giorni e ancor più nei prossimi sfileranno sulla passerella mediatica tra scandali, dimissioni, ritiri, candidature, noi cittadini participeremo alle Primarie “per seppellire le loro ossa o per tesserne le lodi”?

 

 




La nostalgia è il dolore per la lontananza del vicino.

No, non è Times Square, è Piazza del Duomo negli anni ’50. Questa immagine è dedicata ai nati dopo gli anni ’60, quelli che  tra birra e movida  anelano al potere  invocando la rottamazione dei politici vecchi, non sempre della vecchia politica. Per loro, che avvertono e temono il prossimo sorpasso demografico degli anziani, l’Italia non è un paese per vecchi.  Tutto questo è corretto dal punto di vista etologico, ma non siamo forse fieri noi umani di non essere solo animali? 

Anne: “Infame, tu ignori ogni legge di Dio e dell’uomo. Non v’è animale tanto feroce che non conosca un briciolo di pietà”   Riccardo: “Ma io non la conosco e perciò non sono un animale”  (Shakespeare,  Riccardo III)

Dopo quella del territorio e quella del genere avanza l’ideologia dell’età.  Il marketing della politica profilerebbe una ‘giovane-donna-del nord’ come testimonial del rinnovamento politico italiano, se non ci fosse l’impatto con la realtà  a modificare il modello in almeno una delle sue componenti.

Prima delle primarie c’è la memoria. Solo la cultura ci potrà salvare.