La dignità dell’uomo tra fine e mezzo

Anche fatti recenti dal mondo del cinema ci offrono l’opportunità di riflettere sulla questione morale: esiste un minimo comune multiplo tra le denunce tardive di molestie sessuali subite da attrici (e attori) e lo svelamento dei documenti top-secret di cui tratta l’ultimo film “The Post” di Steven Spielberg?  Sì, esiste e si chiama dignità. 

Daniel Ellsberg, ex militare ed economista del Pentagono, nel 1971 svelò al New York Times alcuni documenti segreti del dipartimento della Difesa degli USA su cui stava lavorando. Tali documenti, poi chiamati Pentagon Papers, rivelavano le strategie del governo americano in merito alla guerra in Vietnam. In una intervista apparsa sul quotidiano laRepubblica alla domanda “seguire gli ordini o la coscienza?” Ellsberg così risponde rivolgendosi in particolare a coloro che operano all’interno di un sistema:

(…) Se, tuttavia … dovessero scoprire che i loro capi e le istituzioni per cui lavorano stanno ingannando il parlamento o l’opinione pubblica, allora li incoraggerei a denunciare ai cittadini quello che hanno scoperto servendosi di documenti che lo provano, e agendo a qualunque costo per le loro vite e carriere”.

Si potrebbe limitare il senso di queste parole sottolineando la formazione da “soldato” o la tarda età cui è giunto Ellsberg dopo aver avuto successo nella sua impresa. Ciò allegerirebbe il peso del confronto con le nostre comuni esistenze. Tuttavia, non possiamo né dobbiamo dimenticare che molti uomini e donne comuni hanno rinunciato persino a vivere, figuriamoci per una carriera cinematografica, pur di non accettare il sopruso, la menzogna, l’umiliazione.  Su  tali sacrifici si sono fondate le libertà e diritti che oggi tanto spesso e orgogliosamente invochiamo e rivendichiamo.

Scrive Hannah Arendt in Responsabilità e Giudizio : “Un fatto del mondo è sempre qualcosa che è diventato tale (come si deduce dall’etimologia latina della parola: fieri – factum est) . In altre parole, è abbastanza vero che il passato ci assilla, poichè la sua funzione è appunto quella di assillare come uno spettro noi che viviamo nel presente e desideriamo vivere in questo mondo così com’è, ossia com’è diventato”.




La post-verità è la verità dei post? Fake you!

Prima di internet, non molti anni fa, per sostenere la verità di una notizia si diceva “lo ha detto la televisione”. Dopo 22 anni di diffusione di internet si potrebbe sostenere oggi che “quod non est in web non est in mundo”, eppure sembra che solo oggi si scoprano le fake news.Prima di argomentare sulle fake news (fake news, job acts … sembra che in Italia la politica e l’informazione non riescano ad usare la lingua madre per dare significato a ciò che dicono, e fanno) e valutare le sue connessioni con il web vediamo cosa significa fake news e quali sono le dimensioni assunte oggi da questo nuovo mondo chiamato internet?

Il termine fake in inglese significa non genuino, qualcosa che non è autentico e che pretende di apparire come genuino, dunque si tratta di contraffazione, significato che sul piano logico non si contrappone al vero come falso. Infatti molte fake news si basano su, o comunque contengono, elementi di verità. Fake sono spesso i messaggi pubblicitari, la propaganda elettorale e persino alcune fondamenta delle ideologie (si veda per esempio il razzismo). I servizi di controspionaggio di tutti i paesi hanno sempre saputo bene come trattare l’informazione per renderla fake news, quello sovietico la chiamava “disinformatia”.

Su una popolazione di 7,4 miliardi di persone il traffico dati su internet è pari a 40 triliardi di byte, oltre 1 miliardo di siti, 3,5 miliardi di utenti ogni giorno si scambiano 171 miliardi di mails, 3,5 miliardi di ricerche su Google, 3,2 milioni di post, 475 milioni di tweets, 8 miliardi di video … nel 2020 (fra due anni) ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi ad internet.

Sempre più frequentemente il tema della distorsione della verità e della diffusione di false notizie su internet, per non parlare dell’odio e della violenza verbale che vi scorre che ha ragioni diverse, attira l’attenzione di giornalisti, opinionisti, politici e scienziati che sull’argomento scrivono articoli, pubblicano saggi, propongono leggi, lanciano appelli, sottoscrizioni e organizzano convegni. Ci sono politici che hanno visto in internet la possibilità del riscatto della volontà popolare, limitata alla discontinuità elettorale, attraverso la partecipazione attiva, diretta, in tempo reale; altri politici, a volte sono gli stessi del primo gruppo, che denunciano un pericolo per la democrazia e con loro scienziati e filosofi che denunciano una minaccia alla cultura. A questa dilagata paura si aggiunge poi quella emergente nei confronti dell’Intelligenza Artificiale (che poi dovrebbe rilevare le fake news in internet), vissuta come un pericolo per l’umanità stessa, dalla più parte degli osservatori in quanto eliminerà il lavoro umano e da una minor parte, costituita anche da studiosi e scienziati accreditati, per la possibilità che possa prendere il sopravvento nel controllare e dominare la specie umana. Si invocano così leggi e regolamenti per disciplinare il traffico sul web e si ipotizzano comitati etici per controllare la ricerca scientifica e tenere sotto controllo lo sviluppo tecnologico, per esempio l’ingegneria genetica, i robot e l’intelligenza artificiale. Molte di queste analisi e critiche circolano con sempre maggiore frequenza e si diffondono su internet: nella postmodernità la post-verità è dunque la verità dei post? Esaminiamo la questione a partire dalla percezione del tema che si sta generalizzando: il web produce e diffonde fake news.

Dopo decenni di stampa e televisione (il quarto potere) rispetto al potere informativo dei quali il popolo si trovava in uno stato di totale passività, dopo decenni di pubblicità suadente che ha invaso le menti con la tecnica subliminale di vendere ciò di cui non parlano e parlare di ciò che non vendono, dovrebbe risultare difficile sostenere che solo oggi ci troviamo di fronte al pericolo della diffusione di false notizie attraverso internet. Perché allora tale percezione/opinione risulta così diffusa e sostenuta? Quando si parla di verità non ci si sofferma abbastanza su chi o cosa l’accredita (una religione, una ideologia politica, una scuola di pensiero filosofico…) così come quando si invoca l’informazione oggettiva si dimentica di pretendere di voler conoscerne la fonte. La prima e più evidente differenza tra mass media tradizionali, analogici e cartacei come la stampa e la televisione, ed internet sta nella possibilità/libertà data a chiunque di agire e reagire nella rete producendo informazione, commentando quelle di altri e contribuire alla sua diffusione. Una interazione digitale senza confini accolta all’inizio come esercizio della libertà di pensiero e di parola, paradigma della democrazia reale in quanto partecipata. Nel dopo guerra in Italia, paese ancora di prevalente cultura contadina e con bassa scolarizzazione, il modello di comunicazione era fortemente gerarchico e basato sull’autorità: il capo famiglia, il notabile del paese, il prete, il politico impegnato apprendevano le notizie dal quotidiano e le diffondevano alla famiglia, ai parrocchiani, ai militanti e in generale a tutti i cittadini oralmente. La verità dell’informazione era determinata dall’autorità dell’emittente e dalla soggettiva appartenenza dei singoli alla famiglia, alla chiesa, al partito. In un tale contesto, al di là della volontà dei singoli, la contraffazione della notizia era un errore sistematico dovuto al mezzo di diffusione “connessione bocca-orecchio” (chi male intende peggio risponde, ricordate?).

Con la diffusione planetaria di internet e dei dispositivi a lui connessi la comunicazione è cambiata radicalmente ed è possibile trovare due spiegazioni semplici per inquadrare e spiegare il fenomeno delle fake news. In primo luogo, la libertà di socializzare in rete ha portato persone che precedentemente erano silenti o si esprimevano nei ristretti ambiti della loro vita privata e sociale a manifestarsi pubblicamente: dall’anonimo “mi piace” di uno sconosciuto sotto l’immagine di un gattino o di una tavola natalizia imbandita, alla condivisione dell’indignazione impotente per un attentato terroristico, alla firma della petizione e l’immancabile selfie. La seconda spiegazione è invece di natura statistica: i grandi numeri del web ci indicano che nella misura in cui aumentano le informazioni circolanti aumentano anche quelle false, non è il mezzo a creare il falso, ma l’affluenza dei produttori di informazione. In altre parole potremmo riconoscere che internet ha reso visibile ciò che prima era solo latente e che l’attenzione rivolta alle fake news è strumentale alla connaturata volontà del potere di controllare le coscienze, censurando le informazioni che non produce monopolosticamente e lucrando sul traffico discriminandone gli accessi secondo il modello pay per info. Le fake news sono in realtà una fake issue.

L’ignoranza di molti politici è grazie a internet visibile: confondere come spesso fanno le bufale con la propaganda politica di parte (informazione polarizzata) ormai non stupisce più. L’ignoranza dei giornalisti, invece, di coloro cioè che non dovrebbero produrre notizie ma rilevarle e distribuirle per informare il pubblico, è colpa grave. Un piccolo ma illuminante esempio è il seguente passo di un articolo apparso recentemente sul quotidiano “la Repubblica : ” (…) la candidatura del generale Gallitelli alla presidenza del Consiglio (n.d.r, dichiarazione fatta da Berlusconi durante la trasmissione “Che tempo che fa” la sera precedente) è la prima fake news di questa campagna elettorale (…)”. Non interessa qui il merito della dichiarazione, quanto piuttosto osservare che la notizia fornita della candidatura era in sé vera, in quanto resa pubblicamente durante una intervista televisiva, e che il suo contenuto non poteva per altro essere ancora smentito trattandosi di una previsione/opinione. Il punto è che il giornalista non si è limitato ad essere, per quanto possibile, un osservatore oggettivo della realtà per riportare il fatto, ma ha assunto il ruolo di commentatore che ha voluto esprimere una valutazione di parte reputando in tal modo come “falsa” una notizia perché non gli piaceva. E’ la valutazione del fatto che in questo caso diventa la notizia, da qui alla fake news il passo è breve.

Incapaci di accettare la realtà e il valore di internet, piazza virtuale per la libera conoscenza ed espressione per tutti, i politici temono di esserne controllati (e valutati) e quindi reagiscono, secondo l’istinto animale della paura verso ciò che non si conosce, attribuendo alla rete la responsabilità dei contenuti che gli umani vi inseriscono e confondendo fake news, propaganda elettorale, bullismo e violenza verbale per giustificare un intervento di tipo censorio, mascherato dalla necessità, per ben altre ragioni sostenibile, di regolamentare il traffico. Nella logica perversa del potere sorvegliare e punire rimane l’unica pedagogia praticabile, invece di preoccuparsi del 67% della popolazione che più ricerche sociologiche e linguistiche hanno descritto essere in uno stato di “analfabetismo funzionale” si cerca di limitare e censurare il nuovo mezzo di socializzazione, conoscenza ed espressione, di cui noi tutti disponiamo gratuitamente (quasi).

 

 




L’intelligence di poi non aiuta la democrazia

La strage di Manchester ha alzato il livello dell’angoscia, ora i terroristi  uccidono i nostri figli, oltre i genitori: DEFCON 3 o 2?  Un foglio supplementare che avvolge il quotidiano La Repubblica del 24/5 dal titolo “L’orrore spiegato ai nostri figli” riporta le idee a caldo di tre commentatori: per Massimo Recalcati  il punto è stabilire il compito di chi sopravvive alla tragedia; per Massimo Ammanniti quello di trovare le parole giuste per non turbare i più piccoli e per Eraldo Affinati cogliere la sfida di resistere alla rabbia, a partire dalla scuola.

Nell’affrontare la sfida contro il terrorismo lo psicanalista Massimo Recalcati  si pone la domanda “quale responsabilità hanno gli adulti che osservano impotenti  lo scempio compiuto sulle vite innocenti?”  Per rispondere ricorre ad un esperimento di psicologia evolutiva secondo il quale un bambino piccolo è invitato a gattonare un percorso che va verso un falso precipizio: se la madre che assiste mostra spavento il bambino si blocca e piange, se invece la madre mostra un sorriso il bambino dopo un’esitazione riprende il percorso con sicurezza e senza paura. La morale che lo psicanalista ne trae è che bisogna assumere la responsabilità di rendere questi lutti un lutto collettivo, dare prova di saper resistere, …testimoniare piuttosto che spiegare, testimoniare l’apertura e non la chiusura del mondo.

Da parte sua lo psicanalista dell’età evolutiva Massimo Ammaniti osserva che “da sempre bambini e adolescenti sono stati testimoni silenziosi e impauriti delle violenze degli adulti“, il rimedio essendo la rassicurazione, soprattutto dei più piccoli, da parte dei genitori e per estensione delle forze dell’ordine, soldati compresi. Lo psicanalista osserva inoltre che la stessa specie umana è riuscita nel corso della sua storia a sopravvivere ai predatori e nemici che volevano distruggerla. Infine, sempre l’autore vede nella scuola , negli insegnanti “il compito di aiutare gli alunni a ricostruire la storia umana per far comprendere come siano stati affrontati  pericoli e minacce che venivano da altri popoli, mostrando come si sia riusciti a sconfiggerli quando la paura non ha preso il sopravvento”.

Infine lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il quale si spinge oltre l’analisi e con il linguaggio figurato della letteratura afferma che “dobbiamo spiegare che il mondo può essere malvagio, ma noi abbiamo la possibilità di contrapporci alla solitudine cui è inevitabilmente destinato il vendicatore“. Per l’autore “la risposta militare, che non può essere evitata, è sale sulla ferita. La paura e semplice contrapposizione ci costringe all’interno del conflitto mimetico, secondo la classica definizione di René Girard, in un circuito chiuso, interminabile, privo di sbocchi, almeno finché non troviamo il capro espiatorio. Stiamo parlando di zone d’ombra, boschi biologia , cervelli rettili che albergano dentro il nostro animo (…)”

Alla fin fine in tutti i tre casi non si va oltre la descrizione sgomenta dell’accaduto, in un corto circuito angoscioso tra la paura e il suo rifiuto, nell’allontanare una realtà che non può essere vera perché non piace.  Il politicamente corretto viene meno e si esce allo scoperto: “la vita deve andare avanti”, come del resto si dice per lo show.  E’ vero, la vita della specie e della società nel loro complesso vanno avanti, ma quella dei singoli popoli e dei singoli individui sopravvissuti alle stragi o quella dei semplici spettatori?

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945  sono nate nelle popolazioni degli stati europei occidentali quasi tre generazioni cresciute ed educate in un clima di pace artificiale creata in società-riserve separate dal resto del mondo, tra i due blocchi contrapposti che se lo spartivano sotto il cielo della Guerra Fredda e del deterrente nucleare. Ogni vota che guerre e crisi internazionali mettevano in pericolo la stabilità, scambiata per la pace (Corea, Cuba, Vietnam, guerre di liberazione dei paesi colonizzati, Medio Oriente …), crescevano soprattutto fra le generazioni più giovani forme di dissenso con proteste pubbliche e formazioni di movimenti politici contro l’imperialismo occidentale, quello americano in particolare e mai quello sovietico. Nasce così e si diffonde una cultura della pace, il pacifismo, che trova le proprie ragioni nell’appartenenza ideologica, in una petizione di principio che fonda lo spirito umanitario sulla paura di perdere la sicurezza acquisita. Ricordo il mio disagio nella seconda metà degli anni sessanta di fronte alle marce di protesta contro la guerra in Vietnam: noi giovani manifestavamo  nelle vie delle nostre città tranquille con rabbia ed orgoglio critico, mentre laggiù altri giovani della nostra età, nostri fratelli morivano. Un dialogo con la CIA ricavato dal film “Good shepperd” recita: “Siete voi quelli che mi spaventate. Siete quelli che fanno le grandi guerre” “No, ci assicuriamo che siano piccole”.

Ora, c’è da chiedersi come i genitori e gli insegnanti, oggi gli adulti appartenenti a quelle tre generazioni, tutti testimoni silenziosi ed impauriti della violenza dei terroristi  possano rassicurare i propri figli e spiegare agli alunni in che modo i popoli abbiano agito e reagito per difendersi dai pericoli provocati da altri popoli.

Parlare ai figli del terrorismo? Certo, la realtà, nessuna esclusa, non va mai nascosta o censurata con un silenzio che altro non esprime se non l’angoscia dei genitori e che genera nei figli uno stato d’ansia per risonanza, tanto le notizie e le immagini sono già sui loro smartphone. Il punto è che occorre agire l’ansia per evitare che la passività induca quei disturbi d’ansia che tanto ci preoccupano. Dovremmo prendere ad esempio, per comprendere ed imparare, quei popoli che hanno convissuto e tutt’ora convivono con la guerra o il terrorismo, sia quelli occidentali i cui governi in molti casi hanno provocato o favorito guerre e terrorismo, sia quelli mediorientali che le guerre e il terrorismo hanno subito e i cui governi le guerre e il terrorismo hanno strumentalizzato per motivi di potere. In quei popoli in cui la maggior parte delle famiglie hanno genitori e figli caduti in qualche guerra. Tra questi popoli indico, a solo titolo di esempio, come caso di studio, il popolo israeliano (le questioni politiche e ideologiche dei loro governi qui non c’entrano). Questi ben conoscono il significato di una esistenza messa quotidianamente in pericolo, un tempo dalle persecuzioni e dalle deportazioni, fino all’Olocausto,  e più recentemente dagli attentati nelle loro città. Osserviamo il comportamento che hanno evoluto ed impariamo a riscoprire la vita, ad unirci come popolo sui propri principi e valori, a resistere contro l’orrore senza rinunciare alle forme del vivere civile tra tutti popoli. Perché come scrive Hölderlin: “Ma là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”

Penso infine che dovremo prima o poi imparare anche dai loro sistemi di intelligence, perché la domanda tragica che la realtà ci pone con sempre maggiore frequenza è: a cosa serve l’intelligence? Forse a dare il nome dell’attentatore “già noto alla polizia” dopo che l’attentato è avvenuto? Tra terrorismo, sviluppo demografico e cambiamento climatico, per non parlare del dominio globale del capitalismo più sfrenato, siamo entrati in un epoca per affrontare la quale occorre chiarirsi sul fatto che la difesa della democrazia, a volte e in talune circostanze, non potrà più avvenire praticandola.




L’insopportabile pesantezza della colpa

Come spiegare la profonda commozione, non tristezza, che si prova seguendo rapiti per 135 minuti la storia di Manchester by the sea ? Una storia di colpa e di dolore raccontata con gli sguardi e la postura di un uomo qualunque che ci rivela due verità: una, attraverso l’interpretazione di Casey Affleck, che il dolore può essere comunicato e l’altra, attraverso la sceneggiatura di Kenneth Lonergan, che la colpa non può essere espiata.

Manchester by the sea non è un film cattolico e a ben vedere nemmeno cristiano, come per esempio è Mission di Roland Joffé, in cui la colpa del tracotante cacciatore di schiavi spagnolo (Robert De Niro) per aver ucciso il fratello per gelosia si espia nel passaggio dal rimorso alla penitenza e infine alla redenzione.

Manchester by the sea è invece un film mitico, una rappresentazione moderna dell’antico teatro greco, nella sua forma più elevata della tragedia, un film che mette in scena il dramma dell’individuo posto di fronte all’essenza del tragico.

Nel suo distacco emotivo dal mondo Lee Chandler ci appare più gelido dell’ambiente in cui si forza di sopravvivere, isolato e sofferente. La notizia della morte del fratello maggiore lo costringe a tornare nella sua città natale, dalla quale anni prima era fuggito dopo che una notte ubriaco causò incidentalmente l’incendio della casa e la morte dei suoi tre figli. Scagionato dalla polizia, ma non dalla moglie, fallito il tentativo di suicidarsi, si ritira in sé divorato dal senso di colpa per la sua incuria, congelandosi in una esistenza silenziosa e sospesa. Non bastano le frasi di amore della ex moglie che pure superano l’odio per la morte dei figli, forse sarà il rapporto col nipote adolescente, che la volontà del fratello gli affida come tutore, a far intravedere per il futuro uno spiraglio verso la vita. Intanto, sulla barca ereditata, che si è deciso di rimettere in moto, lo zio e il nipote si siedono a poppa a pescare, verso il futuro.

Affermava Nietzsche che la grandezza degli antichi Greci sta nel coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e le atrocità dell’esistenza”.

 




Donne testimonial del nazismo

È del 27 gennaio scorso, uno dei giorni dedicati alla Memoria dell’Olocausto, la notizia della scomparsa  di Brunhilde Pomsel nella sua casa di Monaco di Baviera, all’età di 106 anni. Chi era questa donna? La segretaria stenografa personale dal 1942 al 1945 dell’allora Ministro della Propaganda nazista Joseph Göebbels. È stata forse l’ultima testimone diretta, vissuta all’interno dell’apparato politico e amministrativo del regime nazista. Nel 2015 è stato girato il film documentario  German Life, una lunga intervista rilasciata dalla Pomsel, montata con filmati dell’epoca, proiettato nei giorni scorsi in occasione della Giornata della Memoria presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. Ho ascoltato il racconto di “una vita tedesca” attraverso i suoi ricordi di bambina educata nel conformismo di una Germania severa e culturalmente isolata dal mondo, di giovane donna nella Berlino degli anni trenta approdata agli agi di un lavoro da lei ritenuto gratificante ma vittima inconsapevole della tragedia incombente ed infine i ricordi di segretaria che descrive il suo capo come un attore, un narcisista freddo e rigido, unico intellettuale nella massa di disadattati della cerchia di Hitler, un nano delirante. E mentre ascoltavo i ricordi dalla sua lucida mente, guardavo le rughe del suo inconsapevole volto centenario come fossero una scultura fatta dal tempo per ricordare la tragedia di interi popoli. Una rappresentazione in corpore vili delle tesi di Hannah Arendt espresse nella Banalità del male.

Finito il film mi sono affiorati alla mente altri volti di donne testimonial più o meno consapevoli del regima nazista. Donne al di sotto o al di sopra della coscienza della tragedia umana avvenuta nel loro tempo.

Una di queste è Traudl Junge (1920-2002), una delle ultime segretarie personali di Hitler dal 1942 al 1945. Le due donne presentano alcune analogie: entrambe furono segretarie di massimi esponenti del nazismo, entrambe sono scomparse pochi giorni dopo la presentazione dei film-documentario girati sulla base delle interviste rilasciate dopo oltre mezzo secolo dalla fine della guerra ed entrambe hanno sostenuto di essere state all’epoca sprovvedute e infantili, non a conoscenza del genocidio degli ebrei. Le due segretarie per ragioni professionali avrebbero dovuto presumibilmente conoscersi e comunque, avendo entrambe seguito i loro capi fino alla fine, si sarebbero dovute incontrare nel Führerbunker  sotto la Cancelleria del Reich a Berlino dove Hitler e Göebbels si rifugiarono nell’aprile del 1945, negli ultimi giorni del regime, fino al loro suicidio. Dopo la fine della guerra la (1947) Junge scrisse Fino all’ultima ora. Le memorie della segretaria di Hitler, 1942-1945, libro di memorie degli anni passati al servizio di Hitler dal quale fu in seguito ricavato un film-documentario (2000) che condensa in 90 minuti una sua lunga intervista durata 10 ore ricca di particolari e di aneddoti. In anni più recenti (2004), in coda al film La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler, ispirato al suo librola Junge appare in un breve spezzone dell’intervista.

Un’altra importante testimone della Germania nazista, non una semplice funzionaria del regime, ma la figura atipica e controversa di un’artista è Leni Riefenstahl (1902 – 2003). È stata una regista, attrice e fotografa celebre soprattutto come autrice di film e documentari che esaltarono il regime nazista e che le assicurarono una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo. I suoi film più noti girati durante il nazismo sono La vittoria della fede, Olympia (Olimpiadi del 1936) e Il trionfo della della volontà).  La sua adesione al nazismo fu caratterizzata dall’amicizia e reciproca stima con Adolf Hitler e dalla condivisione dell’estetica nazista, che contribuì a sviluppare con l’espressione visiva che le diede. Ebbe contrasti con alcuni gerarchi nazisti, soprattutto con Joseph Goebbels, che la portarono ad assumere una autonomia dal partito nazista, a cui per altro non fu mai iscritta. Sebbene la sua arte abbia avuto una forte connotazione propagandistica, nei suoi film non sono presenti i principi antisemiti e razzisti che invece permeavano le idee di Goebbels e Julius Streicher. Nel recente film Race-Il colore della vittoria, incentrato sulla figura dell’atleta americano di colore Jesse Owens che vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, umiliando il mito razziale della superiorità della razza ariana, il ruolo assunto dalla Riefenstahl in quanto regista del film Olympia sulle olimpiadi vuole appunto rappresentare la sua concezione artistica contrastante quella razzista dei nazisti. La sua dimensione artistica non può tuttavia essere assimilata  a quella solo politica. La sua personalità libera e anticonformista non corrispondeva certo al modello femminile nazista e la sua influenza culturale, le sue innovazioni tecniche e il suo prestigio sopravvissero alla caduta del regime tanto da alleviare il peso del suo passato, passato che comunque le impedì di lavorare per lungo tempo. Infatti la regista fu processata quattro volte per le sue attività filonaziste e sempre assolta, perché giudicata non coinvolta in attività di guerra o di sterminio. Dopo la fine della guerra, si propose come autrice di opere sulle culture tradizionali africane e sulla biologia marina.

Dalle tre figure femminili vissute durante il nazismo e a questo sopravvissute annegando le proprie colpe in quella più generale di un intero popolo, dall’orrore di un popolo inconsapevole che si presta volontariamente ad essere al servizio di un dittatore, dalla banalità del male passiamo alla tragedia del male guardando le sofferenze che il male provoca sulle generazioni successive. Da donne collaboratrici inconsapevoli a donne vittime in quanto figlie del carnefice.   Helga Schneider (1937), oggi una scrittrice,

Helga Schneider bambina

La madre di Helga Schneider, 1998

nel 1941 all’età di 4 anni e suo fratello Peter di 19 mesi, il padre militare già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbrück e successivamente a quello di Auschwitz-Birkenau. Helga e il fratello vengono accuditi da parenti e poi dal padre risposato subendo drammatiche separazioni e vivendo con la zia a Berlino in una cantina in condizioni indicibili, sotto i continui bombardamenti. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia che lavorava nell’ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti con altri bambini berlinesi per essere “i piccoli ospiti del Führer” che li porterà nel bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona. In uno dei suoi libri la Schneider lo descriverà come un uomo vecchio, con uno sguardo ancora magnetico ma dal passo strascicato, la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Dal 1963 Helga vive in Italia, a Bologna.  Nel 1971, trentenni dopo l’abbandono, venuta a sapere dell’esistenza ancora in vita della madre che l’aveva abbandonata sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove viveva in una casa di riposo. Scoprirà solo allora che la madre era stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra e che dopo 30 anni non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse, e vuole regalarle gioielli di ignota provenienza. Stravolta da quell’incontro tuttavia Helga vorrà tornare a trovare la madre nel 1998, dopo 27 anni dal primo. Da questo secondo incontro ancora negativo e ancora traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre (2001) .

Sappiamo che erano 3700 le donne delle SS guardie nei campi di concentramento, di queste solo tre sono state condannate per genocidio. Nel 2015 queste donne avevano oltre 90 anni e vivevano senza aver mai scontato la loro pena. Si dice, e a ragione, che le colpe dei genitori non debbano ricadere sui figli, ma spesso si dimentica di ricordare la fatica che i figli dei carnefici, dei quali sono le vittime terminali, devono affrontare per dare, loro sì, una risposta alla irresponsabilità dei genitori. In termini di popolo questa fatica è culturale, non cerca vendetta ma pretende giustizia con la memoria; per i figli la fatica sta nel superare il risentimento in un rapporto capovolto tra padre-figlio e si chiama perdono.

Voglio chiudere questa sintetica descrizione di  donne vissute in relazione al nazismo con una figura femminile che ne è stata a mio parere la più grande interprete del novecento:   Hannah Arendt (1906 – 1975), la filosofa che preferiva non essere considerata una “professionista del pensiero”.

Proprio in questi giorni, dal 1 a al 6 febbraio, è in proiezione allo spazio Oberdan di Milano Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt, documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz nel 2015, che riprende il titolo di una sua famosa opera Vita Activa.La Condizione umana, esemplare espressione della sua teoria politica. Un altro film sulla sua vita Hannah Arendt (2012) di Margarethe von Trotta, fu distribuito in Italia in occasione della giornata mondiale della memoria il 27 gennaio 2015.

Hannah Arendt era una donna ebrea, dunque una vittima designata del nazismo, ma è stat anche una intellettuale che più e meglio di altri ha saputo “pensare” il male di tutti i totalitarismi, stalinismo e nazismo, in Le radici del totalitarismo e in particolare il male di quello nazista con la sua opera La banalità del male. Se il suo essere ebrea l’ha costrinse dopo una carcerazione a migrare fino ad approdare negli Stati Uniti d’America, dove morì,  il suo “pensare”  la condannò ad una sorta di apolidia culturale che per le posizioni critiche assunte nella sua costante ricerca della verità la rese invisa a buona parte della cultura dominante nel dopoguerra e del suo stesso popolo ebraico. In due frasi si può riconoscere l’essenza della sua visione del mondo:  “pensare non è conoscere, ma distinguere il bene dal male”, e “io non conosco che due forme di amore: per gli amici e per l’umanità”.

 

 

 

 

 




Uomini forti per popoli deboli

Nella prospettiva dei mezzi di comunicazione di massa  della vigente democrazia statistica  la volontà popolare si esprime attraverso i sondaggi.  A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Presidente USA Donald Trump ecco irrompere l’ultima verità shock scoperta dai sondaggisti dopo la sua elezione nel novembre scorso: 8 italiani su cento vogliono un “uomo forte” al potere. E non basta, a invocare l’uomo forte, che nel XX secolo si chiamavano Führer o Duce e oggi leader, sono soprattutto i giovani. Per la psicologia sarebbe fin troppo semplice spiegare questo ultimo aspetto, si tratterebbe di un modo con cui i figli manifestano un’accusa rivolta ai padri di essere incapaci di essere tali. Tuttavia, poiché è in gioco la volontà di un’intera popolazione occorrerà trovare una spiegazione di livello più generale.

La fisica ci ricorda la relatività di ogni misura e la necessità di considerare la coesistenza di ogni azione con la sua reazione. In altre parole, un forza si qualifica in funzione di ciò a cui si rivolge. Nella fattispecie dobbiamo dunque domandarci rispetto a quale altra entità un uomo è considerato forte.  Esiste sull’argomento un diffuso fraintendimento secondo il quale un uomo forte, in politica, è connotato da due principali caratteristiche, l’essere solo alla guida ed essere decisionista. La “solitudine del potere” è una condizione che ogni essere umano, indipendentemente dal sua grado di responsabilità sociale o individuale, vive in molte occasione della sua esistenza. Anzi si può affermare che è proprio da tale condizione che scaturisce in lui il senso di responsabilità. E dunque non è da ricercare in questa “solitudine” una caratteristica dell’uomo forte al potere, tanto più che, per quanto monocratico possa essere un potere, qualsiasi monarca, dittatore, presidente o leader massimo si circonderà di una corte, di consiglieri o di esperti e consulenti (il problema in questi casi è il metodo del loro reclutamento). Quanto al “decisionismo”, la questione leggermente si complica perché se da un lato non esiste un’azione che non sia preceduta da una decisione, sia pure la presenza di una fievole volontà, dall’altro esiste la condizione assai diffusa dell’ignavia, che non a caso viene considerata colpa grave da ogni morale laica o religiosa, tanto più se associata ad una condizione di potere.

Alla fine, dunque, per spiegare questa invocazione popolare dell’uomo forte al potere, al governo, occorre soffermarsi non tanto sulla personalità del leader designato, sulle sue apprezzate o denigrate qualità, quanto sul livello culturale del popolo che lo invoca. In occasione della recente scomparsa del linguista Tullio De Mauro sono stati diffusi  sui quotidiani i risultati di alcune sue ricerche sullo stato della cultura degli italiani. Il quadro che ne è risultato è sconfortante, ma è la verità del problema che abbiamo qui affrontato che può spiegarci il fenomeno: il 70 per cento degli italiani è analfabeta, legge, guarda, ascolta, ma non capisce.

Concludo questo articolo con le stesse parole con le quali conclusi “La democrazia statistica”: “Sarebbe ora che la coscienza democratica nel nostro paese si svegliasse dal torpore allucinatorio del “non è vero perchè non mi piace” e rivolgesse l’attenzione alle cause vere e profonde del declino del nostro paese. Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale. Il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura e solo la cultura potrà salvarci”.




AVVISO DI PUBBLICAZIONE

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Alla ricerca dello spazio perduto

desertificazione-climate-704x400La ricerca dello spazio perduto non è una nuova edizione dello “spazio vitale” della follia nazista, ma l’emergenza più grave del nuovo secolo.  Mentre tra i popoli europei cresce e si diffonde la paura per i 65 milioni di profughi in fuga nel mondo dalle guerre, 

disastri ambientali  e  crescita demografica annunciano la prossima catastrofe: nel 2015 gli sfollati a cause dei disastri ambientali sono stati 19,2 milioni, oggi nel mondo sono 70 milioni e se ne prevedono per il 2050, quando la popolazione mondiale sarà di 9 miliardi, fino a 250 milioni.  In termini temporali solo una generazione  ci separa da quell’evento (in media una generazione dura 25 anni dalla nascita di un genitore alla nascita di un figlio), ma già oggi guardando i migranti venuti da chissà dove vagare per le strade delle nostre città, dovremmo renderci conto che siamo noi europei e non loro extracomunitari ad aver dimenticato le radici e che dobbiamo al più presto abbandonare alcune nostre certezze per pensare ad un futuro che si annuncia diverso da quello atteso.

Non è una novità per la specie umana se solo ricordassimo che la storia dell’umanità si è evoluta su una scala temporale ben più ampia di quella individuale sulla quale formiamo la nostra coscienza e quindi la nostra percezione della realtà: la migrazione globale è nel dna dell’umanità e dunque nel suo futuro. L’analisi del mio genoma, per esempio, quello di un italiano figlio di italiani del sud e del nord, da decine di generazioni con chissà quali incroci con i greci, germanici, normanni, longobardi, arabi … , ha rivelato che i miei avi di 30 mila anni fa (solo 1200 generazioni) migrarono dall’Africa verso i territori dell’India. Di fronte allo scenario odierno della migrazione non saranno comunque i muri a salvarci perché l’Europa non è  una “Fortezza Bastiani”  in cui i singoli Stati si possano barricare aspettando i tartari sopraggiungere dal deserto, un deserto che per ragioni climatiche cresce ed avanza portandoli con sé.  L’Europa, se non vuole cessare di evolvere e tramontare definitamente, non deve chiudersi in una unità etnico-politica, ma al contrario deve  espandere  i propri confini oltre il bacino del Mediterraneo, verso il continente africano a partire dai territori costieri del Nord Africa.

Occorre perciò, senza ipocrisia, prendere atto della necessità urgente di “mettere gli scarponi” su quelle terre, quello economico per lo sviluppo e quello militare per difenderlo,  questa volta però non per prendervi le risorse (petrolio, minerali, terreni agricoli) come gli Imperi occidentali hanno fatto per secoli con il colonialismo, ma per portarvi le nostre risorse (economiche, tecnologiche e culturali) con lo scopo primario di accelerare localmente lo sviluppo economico e sociale . Non si tratta di esportare la democrazia né di trapiantare lo stesso modello di sviluppo economico che ha causato i problemi che dobbiamo risolvere, tantomeno di espandervi gli interessi della propria economia, come il nuovo colonialismo cinese sta facendo da anni, ma di promuovere con determinazione la crescita culturale di quei paesi nella consapevolezza che lì sono già reperibili  sia le risorse umane che  materiali per tale sviluppo. Non dobbiamo integrare un profugo medico, ma costruire e mantenere un ospedale nel suo paese dove quel medico possa lavorare.

Il costo economico richiesto da un tale programma sarà ingente, stimabile  in non meno di un decimo del PIL dell’UE ogni anno (nel 2014 il PIL è stato pari a 18.495.349 milioni di dollari, pari a 23,9% del PIL mondiale), e potrà essere sopportato solo se concepito come un investimento a lungo termine in grado di salvare le economie europee.  Se si osserva la crescita del PIL in alcune aree dell’Africa subsahariana si possono già individuare modelli di sviluppo avanzati in Angola, Kenya, Ghana, Etiopia e Sudafrica, gli unici ad avere tassi di crescita non più raggiungibili dai nostri paesi occidentali .

E il terrorismo islamico? Sul piano storico e politico va considerato come un’arma usata da gruppi estremistici in conflitto all’interno dei paesi arabi e verso il mondo occidentale che ha creato e sostenuto questi paesi per realizzare il progetto originario musulmano di costituzione di uno Stato arabo unitario (Califfato). Al di là della connotazione religiosa, una religione che nacque per unificare le tribù della penisola araba (religione significa “legarsi nei confronti degli dei”), anche nel caso del terrorismo islamico si tratta della ricerca di uno spazio vitale e come tale il terrorismo islamico va considerato oggi come un effetto collaterale del fenomeno più generale della migrazione, nei confronti del quale non devono sussistere dubbi o esitazioni nell’eliminarlo, ma  con la consapevolezza che lo si contrasta per il modo con cui opera e non per il fine che si prefigge.

Viviamo con angoscia il presente perché ci sentiamo minacciati dalla frustrazione delle nostre aspettative e poiché non ne riconosciamo le cause cerchiamo sicurezza trovando un nemico fuori da noi. Dobbiamo invece rappacificarci con la nostra storia trovando un senso che superi l’individualità, dobbiamo diventare consapevoli di attraversare un’era di cambiamenti per l’intera umanità. Così scriveva Dino Buzzati nella sua fuga del tempo, presagendo un diverso futuro: “A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno”.

 




Il terrorismo come stress test per le coscienze

Urlo-di-Munch-originaleL’Europa ha conosciuto nel secolo scorso regimi del terrore. Nel primo secolo del nuovo millennio stiamo forse entrando in un’epoca di regime del terrorismo?
Dopo l’11 settembre 2001, l’Europa (tralascio qui di considerare gli ancor più numerosi e devastanti attentati avvenuti nei paesi del Medio Oriente, dell’Asia, del Nord e Centro Africa) è stata oggetto di sanguinosi attentati terroristici di matrice islamica che hanno coinvolto fino ad oggi Spagna, Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania. Dalle bombe alle stazioni ferroviarie attorno a Madrid (2004) fino alla sparatoria a Monaco di Baviera (2016) si contano ormai centinaia di vittime, ma ciò che più sgomenta è la constatazione che l’obbiettivo dei terroristi, apertamente dichiarato e coerentemente perseguito, è la stessa vita quotidiana degli odiati paesi occidentali. È una tattica diretta in particolare contro le generazioni costituite dai liberi cittadini delle democrazie occidentali educate al pacifismo che non hanno da 70 anni conosciuto gli orrori e le sofferenze della guerra.

Una tattica che si mostra efficiente anche sul piano operativo: ucciderne uno per terrorizzarne cento. Una tattica oltretutto orchestrata con abilità sul piano della comunicazione i cui effetti possono essere vissuti con una soddisfazione emulativa tanto dagli islamici più radicali del daesh come vendetta per le morti e distruzioni subite dagli odiati occidentali, quanto dai nuovi nichilisti globali figli del “tramonto dell’Occidente”. Dagli sgozzamenti sistematici dei prigionieri ad opera delle milizie inquadrate dell’IS, ripresi in diretta con video girati sui territori occupati poi diffusi su internet, alle sparatorie dei “lupi solitari” rivendicati dall’IS come propri soldati ed eseguite negli affollati luoghi di ritrovo delle città europee, due fattori ci inducono paura e sgomento: da una parte la morte, vissuta dagli  attentatori suicidi come liberazione per sé e come punizione divina da infliggere agli infedeli, dall’altra il fascino ideologico subito da molti giovani occidentali verso la missione terroristica islamica.

Più che la concezione della morte di questi terroristi, che rimanda ad interpretazioni religiose ormai da secoli a noi estranee e che ci devono preoccupare  solo da un punto di vista militare in quanto l’uso della persona come arma tende ad annullare la potenza delle moderne armi sofisticate, quello che dovremmo comprendere sono le ragioni del fascino ideologico che spinge migliaia di giovani, ancorché caratterizzati da debolezze sociali o psichiche, ad abbracciare la causa del Califfato così estranea alla cultura occidentale. All’indomani degli ultimi attentati avvenuti in Germania analisti e commentatori televisivi, nell’ansia di trovare una spiegazione a tanto orrore, rilevavano come il vantaggio dei terroristi sarebbe dipeso dal fatto di essere guidati da “idee forti” a fronte della debolezza degli occidentali dovuta a una crisi di valori. Una spiegazione che sfiora il paradosso: sarebbe un’idea forte la concezione della società secondo la sharia islamica praticata dai terroristi?

Il fatto è che si confonde la forza di una idea con la violenza con cui l’idea viene sostenuta. Ed è forse nella confusione sulla forza che dobbiamo soffermarci e riflettere. Per farlo sottoponiamo la nostra coscienza al seguente stress test articolato nelle seguenti tre domande: i) un ragazzo del quartiere di Scampia a Napoli si arruolerebbe nelle milizie dell’IS? ii) I millennials sarebbero in grado di opporsi con la forza contro i terroristi ? iii) Esiste un limite nello stato di diritto oltre il quale la democrazia non può più essere difesa usando le forme democratiche?

i) In attesa del nuovo romanzo di Roberto Saviano “La paranza dei bambini” ho letto una sua anticipazione su La Repubblica e pensando ai cosiddetti foreign fighters mi sono domandato: un ragazzo del quartiere di Scampia a Napoli si potrebbe arruolare nelle milizie dell’IS? Io penso di no. In un mio recente articolo  ho cercato di mostrare come il male raccontato negli episodi di Gomorra-La serie sia la rappresentazione della regressione allo stato tribale delle relazioni umane  che ci hanno governato per centinaia di migliaia di anni, una regressione dovuta al venir meno della cultura evoluta proprio per dominare e superare istinti ancestrali. Ebbene, un’analoga situazione tribale è riscontrabile anche nelle relazioni e nei comportamenti dei militanti jihadisti: la prevaricazione, la ferocia, il territorio, l’appartenenza. E dunque possiamo comprendere come per un giovane isolato socialmente, economicamente, magari anche carente sul piano psichico, la paranza camorristica come la militanza terroristica possano costituire il modo per esercitare quegli istinti e in molti territori italiani controllati purtroppo criminalità organizzata non c’è posto per un’ideologia terroristica.

ii) Con il termine millennials si definisce la generazione del nuovo millennio, ma al di là dei richiami profetici potremmo comprendervi tutti i nativi digitali. I giovani fino ai 25 anni d’età (25 anni è il tempo medio che divide due generazioni) sono figli di altre due generazioni europee vissute in uno stato di pace, mai tanto lungo nella storia europea, costruito artificialmente sulla divisione ideologica Est-Ovest, con l’allontanamento dei teatri dei conflitti armati che la “Guerra fredda” alimentava, e sul consumismo economico. La caduta del muro di Berlino, dopo la breve illusione della “fine della storia”, non ha eliminato i confini, spostandoli a livello globale sotto le minacce della crisi economica, dell’inquinamento e dell’immigrazione. Uno di questi nuovi “confini” è rappresentato dall’invecchiamento tendenziale delle popolazioni occidentali a fronte i quelle asiatiche e africane. In un mondo sussunto nell’imperialismo del pensiero economico il lavoro scarso è distribuito su paesi alternativi e già si manifesta la competizione anche sul piano dell’istruzione e formazione tra giovani laureati di tutto il mondo. Ricordo un brillante intervento di un giovane pedagogista di molti anni fa il quale analizzando quel particolare periodo rivoluzionario della vita di tutti noi che si chiama adolescenza  ne individuava la chiave di volta nella avventura: dal gioco dell’infanzia il giovane si proietta alla scoperta del mondo. Oggi si sostiene che i nostri giovani rischiano di non avere un futuro e ciò rimane vero, ma non perché manca la prospettiva di un lavoro, magari sicuro, bensì perché l’uniformità imposta dalla visione economicistica dell’esistenza ha privato loro della dimensione progettuale della vita fatta di curiosità, di scoperte, di viaggi, di sogni, in altre parole dell’avventura. Hannah Arendt scrisse questa verità:“Gli uomini muoiono, ma non sono fatti per morire. Sono creati per incominciare”. 

iii) Concludo con l’ultimo test sui limiti della democrazia. Nella logica matematica i famosi teoremi di incompletezza del logico e filosofo austriaco Kurt Gödel affermano che i sistemi formali non possono avere alcune proprietà, per esempio il secondo teorema afferma che: nessun sistema sebbene coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza. Passando dal piano razionale a quello reale si potrebbe sostenere che esiste un limite oltre il quale la democrazia non può essere difesa praticandola. Del resto la storia ci ha mostrato che i principi, gli ideali e i valori che oggi sorreggono le democrazie occidentali si sono affermati con la spada per poi mantenersi col diritto. Il problema diventa dunque individuare qual è il limite.

(to be continued)




Saranno i Sindaci di tutti?

UnknownIl risultato più significativo delle elezioni comunali del 2016 è che solo il 50% degli italiani ha votato i sindaci, che  sono stati eletti ai ballottaggi con in media il 28% dei loro voti. Queste due percentuali sono gli unici valori che danno il senso di quanto è risultato dalle elezioni amministrative, perché sono riferiti ai valori assoluti dei cittadini aventi diritto al voto e non solo a coloro che hanno votato e quindi tengono conto del dato di affluenza, il valore più alto che emerge in tutte le città. Se confrontiamo questi due valori con le percentuali con le quali si sono rappresentati i risultati e sulle quali si sono condotte le analisi, tanto quelle emozionate dei vincitori quanto quelle sbigottite degli sconfitti, capiamo che il deficit di democrazia esistente nel nostro paese dipende non solo e non tanto dalle scorrettezze dei governanti, quanto dall’abbandono della politica da parte di una popolazione che non si percepisce più come cittadini.

Se decodifichiamo i risultati espressi ormai solo in valori percentuali (gli indici statistici non sono di così facile comprensione considerato il livello di analfabetismo funzionale esistente) e li riconduciamo ai valori assoluti di riferimento, ovvero le reali quantità in gioco che in questo caso descrivono la realtà nella sua concretezza, ci rendiamo conto della vera e profonda crisi politica del nostro paese. Quando si vuole far capire il concetto di percentuale si usa spesso la rappresentazione tramite il “grafico a torta” mostrando la percentuale come la parte (la fetta) del tutto (la torta). Ebbene, si provi per la propria città a disegnare su un foglio una torta (che rappresenta il numero di elettori) e poi si delimiti  una fetta magari con un diverso colore che rappresenti la quantità di voti raggiunti dal sindaco eletto: si dovrebbe provare un certo stupore nel constatare con quanti voti in realtà sia stato eletto il proprio Sindaco. Appaiono a questo punto ben diversi i valori percentuali pubblicati e diffusi dai media sui quali politici, opinionisti, giornalisti formano le proprie opinioni.  Nella mia città Milano, per esempio, il Sindaco Giuseppe Sala vince la consultazione col 51,70 % dei voti rispetto al totale dei votanti, ma solo con il 26,27% dei voti rispetto ai cittadini milanesi. In altri numeri, in valori assoluti, Giuseppe Sala è stato scelto da 264.481 milanesi su un totale di 1.006.701.

Invito a verificare i conti per tutte le altre città, utilizzando per esempio i dati pubblicati da TGCOM24, per avere un quadro generale su tutto il territorio nazionale e constatare quanto il fenomeno sia generalizzato. Nelle altre quattro città principali oggetto dell’attenzione politica di queste ore è avvenuto lo stesso fenomeno: a Roma Virginia Raggi è stata eletta col 32,60 % dei cittadini romani, a Torino vince Chiara Appendino col 29,194, a Bologna vince Virginio Merola col 27,91% e a Napoli è Sindaco Luigi De Magisteri col 23,58%.

In questa prospettiva ci dobbiamo interrogare sul significato della buona intenzione “sarò il Sindaco di tutti”. Per rispondere credo si debba fare prima un fondamentale distinguo tra le due principali formazioni politiche che si sono confrontate (direi piuttosto affrontate) in queste elezioni: il M5S e il PD. L’opinione del giorno dopo si è concentrata sulla novità delle due giovani donne elette Sindaco, ironia della sorte, proprio nella capitale dell’Unità d’Italia e in quella precedente dello Stato Sabaudo. Certamente un caso, tuttavia più che per una questione di genere la vera novità sta nella giovane età delle due Sindaco: 38 anni il Sindaco di Roma, 32 anni il Sindaco di Torino. L’Italia non è un paese per giovani, come la migrazione verso i paesi esteri e l’invecchiamento della popolazione dimostrano, e bisogna riconoscere che il M5S è la sola forza politica che in questi ultimi anni si è occupata, con successo come i fatti dimostrano,  di ricostruire una classe dirigente capace, a partire dal basso e dai giovani e fondata sull’onesta, i diritti, la partecipazione e la responsabilità, principi e valori ormai trasversali tra le giovani generazioni cresciute ormai al di là delle appartenenze ideologiche o di potere. Mi è piaciuto sentire da un loro esponente, uno di quelli appunto selezionato sui principi e valori, che si sentiva responsabile per essere un “portatore della speranza” per i cittadini e non più, aggiungo io, “un portatore d’interesse” per gli elettori.

A ben vedere i modi che il M5S ha utilizzato per crescere, come per esempio la militanza quotidiana sul territorio, sono gli stessi del vecchio PCI, sebbene questo agisse all’interno di una concezione ideologica che poneva alle avanguardie organizzate in partito il compito della guida della classe operaia. Quanto al PD, l’attuale suo segretario e Presidente del Consiglio appartiene pure alla giovane generazione di politici (divenne Sindaco di Firenze a 34 anni e ancor prima Presidente di Provincia a 29 anni), ma il suo insediamento al potere senza il sostegno del voto popolare e la sua irruenza, quasi volesse utilizzare l’attività di governo come propaganda elettorale per accreditarsi di fronte agli italiani, ha mostrato la sua debolezza nell’aver “predicato bene ma razzolato male”: che n’è stato della rottamazione? Come valutare l’operato delle giovani donne Ministro di cui si è circondato? Il tentativo di identificare il M5S con i suoi fondatori, visti come esponenti privati che condizionano dall’esterno la loro politica, si è rivelato nel tempo perdente nella misura in cui i “pentastellati” arrivati in Parlamento hanno studiato e imparato a capire la realtà sociale e politica del paese  più rapidamente di quanto il PD riuscisse a trasformarla.

Il caso di Giuseppe Sala Sindaco di Milano rappresenta forse un’eccezione. Partito con l’handicap di essere stato fortemente voluto dal Segretario-Presidente del Consiglio Matteo Renzi, con ciò provocando in occasione delle Primarie la spaccatura della sinistra milanese, vedendosi in parte erosa la fiducia acquisita come manager dell’Expo da parte dell’abile manager “fotocopia” contendente del centrodestra, ha saputo soprattutto nella pausa per il ballottaggio riconquistare la fiducia nell’area della sinistra, mostrando una personale maturazione politica che lo ha fatto percepire autonomo e sincero nelle sue intenzioni di incidere sulle periferie e interrompere lo sviluppo di una “Milano a due velocità”.

L’analogia che colgo nella apparente crescita, da una parte della nuova classe dirigente espressa dal M5S, dall’altra di un nuovo esponente per origine e stile del riformismo di sinistra, può essere una buna ragione per considerarli i “portatori della speranza”.




La “banalità” di Gomorra ci dice come eravamo

Unknown“E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale” (Hannah Arendt).

Gomorra-La serie non è solo una fiction, altrimenti non si spiegherebbe il suo successo. Prima produzione italiana nel suo genere all’altezza della migliore produzione americana, offre l’occasione di comprendere come nel nostro paese la questione morale non sia relegata solo nei partiti, ma sia diffusa nella popolazione. Gomorra è un documento etnologico di alto valore  che dimostra quanto la cultura sia il vero fondamento materiale della società e per questo non mi soffermerò sulla qualità della sua sceneggiatura e regia o sulla bravura del cast, su questi elementi altri hanno già espresso i meritati apprezzamenti che per altro condivido, ma voglio piuttosto assumere un punto di vista antropologico per mettere in evidenza le relazioni che legano i personaggi della fiction i quali si muovono negli ambienti degradati delle periferie urbane come fossero i dannati in un girone dell’inferno.

La realtà rappresentata da Gomorra è quella della camorra napoletana, una delle organizzazioni della criminalità organizzata italiana, (analoghe considerazioni sono trasferibili all’ndrangheta o alla mafia) vista però questa volta senza assumere dall’esterno la facile posizione della condanna morale, rappresentata dalle istituzioni che si contrappongono alla illegalità, ma ripresa al suo interno dal punto di vista del male. Nella convinzione etica di poterlo sconfiggere tenendolo separato dal bene, ogni volta che il male si mostra a noi nelle sue più efferate manifestazioni ci induce orrore provocando in noi repulsione, ma nel contempo inibendo la possibilità di comprenderlo col pensiero. Questo accade perché, come ancora Hannah Arendt ci ricorda, l’approccio al male deve procedere in un senso diverso: “La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto”.

Nella misura in cui rileviamo questo mondo del male, sebbene la nostra percezione si sforzi di tenerlo lontano dalle nostre coscienze emarginandolo ai confini della nostra vita quotidiana, esso ci informa con la sua diffusione e le sue modalità quanto sia endemico nella nostra società e non solo nelle periferie.

L’attrazione che proviamo nel seguire lo svolgimento degli eventi nella fiction non deriva tanto dalla curiosità di conoscerne l’epilogo, dal momento che sappiamo bene che quella realtà non è finita. L’attrazione deriva dalla risonanza che provoca in noi l’ambiguità esistente tra istinti e sentimenti che reggono quella fiction: noi interpretiamo coi nostri sentimenti i comportamenti dei personaggi che in realtà dettati da impulsi istintivi controllati a fatica. Si tratta degli istinti primordiali, ancestrali che hanno guidato il comportamento della specie umana nelle sue varie forme evolutive  per milioni di anni e che ancora albergano nel nostro profondo, pronti a riemergere non appena la cultura che abbiamo evoluto per educarli in sentimenti umanitari viene meno per le condizioni materiali di sottosviluppo economico, sociale e ambientale.

Il legame di sangue, l’appartenenza al gruppo, il controllo del territorio, la gerarchia in ogni rapporto tra gli individui, l’assenza di una realtà terza a cui riferirsi (la religione riguarda i morti), la forza come unica virtù (parola latina che significa potere), la paura come meccanismo di difesa, il tradimento come unica evasione dalla sottomissione, la vendetta personale come giustizia, si tratta degli istinti primordiali con i quali l’umanità ha convissuto e dai quali si è progressivamente evoluta tramite la cultura. Questi stessi istinti agiscono in Gomorra sostituendosi ai sentimenti che noi evoluti proviamo ed è per questo che l’opera non è più solo una fiction che descrive una realtà sottosviluppata, ma diventa lo specchio deformato degli istinti ancestrali che ancora albergano in noi sopiti nell’inconscio collettivo.

Condivido la spiegazione del successo di Gomorra fornita dagli stessi attori e sceneggiatori nella misura in cui si richiamano all’epica degli antichi greci, potremmo infatti guardare i personaggi come fossero delle maschere che agiscono guidate dalla volontà dei demoni (dàimon in greco significa “guida divina”, da cui deriva il concetto di destino), tuttavia, aggiungerei il fascino della saga dei popoli nordici e soprattutto, sempre rimanendo nella cultura greca antica dalla quale la nostra cultura proviene, la potenza del mito: quella narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico.

Quanto al successo dell’opera, dovremmo occuparci meno della sua audience tra il pubblico italiano e preoccuparci di più dell’intensità dei fenomeni imitatitivi o emulativi che si potrebbero verificare soprattutto tra i giovani. L’attenzione ai giovani non deve però limitarsi a quelli perduti nelle periferie urbane, ma volgersi a tutti, in quanto la stagione stessa della gioventù (lo “stato soave” di Giacomo Leopardi) costituisce con il portato del suo immaginario avventuroso la condizione “periferica” nell’umana formazione dell’individuo.

È in questa prospettiva che l’osservazione critica rivolta a Gomorra, secondo la quale i protagonisti per come sono stati ideati e per come gli attori li hanno così realisticamente interpretati possano indurre nei giovani e in generale nelle persone psicologicamente più fragili e socialmente più deboli fenomeni emulativi, acquista credibilità; a condizione cioè che essa venga considerata nel contesto di una società fondata sui ruoli che si è trasformata in un immenso accumulo di spettacoli, dove tutto ciò che prima era direttamente vissuto si è ora allontanato in una rappresentazione. Tuttavia, i timori attorno ai rischi di vedere il male per quello che è nulla tolgono al valore di Gomorra e alla necessità di diffonderne quanto più possibile la conoscenza, dal momento che proprio nel pericolo, per dirla con le parole di Martin Heidegger, cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva.

Una volta isolato il male, compresa la sua fenomenologia, occorre definire la cura, al di là della pur necessaria azione di contrasto della polizia e della magistratura, agendo a livello sociale sul piano culturale. Un primo vaccino contro i rischi da identificazione è costituito dall’ironia delle parodie di Gomorra come già circolano sulla rete con un successo pari a quello della fiction medesima: ridere del personaggio alienato che si rapporta nella realtà quotidiana ripetendo le battute del copione della fiction è un modo di affrontare con distacco ciò che è riprovevole e che tuttavia ci affascina. Più organicamente occorrerebbe diffondere la fiction nelle scuole superiori, penso nel triennio, come fossero documentari scientifici di antropologia accompagnando quindi la visione delle varie puntate con una adeguata e competente presentazione e commento. Infine, forse la più significativa per il carattere d’urgenza che la lotta contro la criminalità organizzata richiede, cito l’intelligente proposta del Presidente di Spazio Cultura Italia apparsa su l’Huffington Post con il titolo “Se il cast di Gomorra adottasse un’associazione di periferia”. L’idea è che gli attori escano dalla fiction e assumino nella realtà, cominciando ad appoggiare le iniziative delle associazioni che già operano nelle periferie di Napoli, il ruolo di eroe in difesa del bene (la legalità) che nella fiction è stata volutamente omessa per meglio comprendere il male (la criminalità).

Guardando Gomorra non solo noi ci avviciniamo alla verità conoscendo la fenomenologia del male come si manifesta in una parte della realtà, per altro a noi vicina, ma ci rendiamo conto di come abbiamo vissuto per migliaia di anni e possiamo quindi cogliere l’occasione per comprendere il reale significato della cultura, come essa abbia agito nell’evoluzione millenaria educando gli istinti in sentimenti facendo progredire il nostro spirito verso i diritti e la compassione. Gomorra è per un sito che si chiama “la cultura vivente” e che ha per incipit “dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento” un valido esempio della via verso la verità.




Passata la festa, gabbato lo Santo

UnknownCome suggerisce il proverbio oggi posso commentare la liturgia commemorativa sulla festa del 70° della Repubblica Italiana senza apparire politicamente scorretto. Mi rendo conto di rischiare comunque di essere sgradevole, come appunto accade a chi rovina una festa, per il fatto di intervenire contro la confusione dovuta ad ignoranza e ipocrisia con la quale si è voluto celebrare l’evento storico,  facendogli più o meno esplicitamente assumere significati strumentali, di natura politica e ideologica, a favore tanto dei “riformisti” quanto dei “conservatori” della Costituzione, sulla cui legge di riforma saremo chiamati ad esprimerci col referendum del prossimo mese di ottobre.

Una prima confusione è derivata dal fatto che la campagna referendaria sulla legge di riforma costituzionale, noncurante del calendario, ha interferito con quella più vicina per l’elezione dei Sindaci generando l’impressione che già in questa occasione gli elettori fossero chiamati ad esprimere non solo una preferenza sui candidati nelle proprie città, ma attraverso la scelta del partito e/o lista civica che sostiene il candidato anche il proprio orientamento sul referendum. Le recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio,seguite da alcuni suoi fidati Ministri, riguardo l’eventuale crisi di governo nel caso prevalesse il NO al referendum hanno poi definitivamente connotato come un plebiscito in suo favore  la consultazione referendaria, di per sé un giudizio tecnico su una materia specifica ancorché fondamentale per la vita del paese, prevenendo eventuali sconfitte politiche alle elezioni dei Sindaci.

Una seconda confusione sulla questione della riforma costituzionale sta nel modo con cui viene fatto intendere e percepire il prossimo voto referendario (confermativo): non una scelta consapevole e ragionata, ma un’adesione in termini di SI/NO. Il referendum è l’unico caso di ricorso alla democrazia diretta previsto nella nostra democrazia rappresentativa, nella misura in cui restituisce alla sovranità popolare l’ultima decisone in merito all’operato legislativo del Parlamento. Ora, però, se consideriamo la difficoltà e delicatezza del tema in argomento (nientemeno che alcuni articoli della Costituzione che è verosimile pensare solo una ristretta minoranza della popolazione italiana conosca) e la correliamo alla realtà dell’analfabetismo funzionale che riguarda due terzi della nostra popolazione, allora ci rendiamo conto di come l’esito del prossimo referendum (confermativo) non sarà frutto di una scelta consapevole che comporta la conoscenza dell’argomento, ma di un’adesione basata sulla fiducia in chi ha proposto la riforma o in chi la critica. Non prevarrà la ragione del pensiero e della critica, bensì la popolarità, la visibilità, la percezione di chi la sostiene piuttosto di chi la denigra.

Al combinato disposto di queste due confusioni tra elezioni dei Sindaci e prossimo referendum sulla legge di riforma costituzionale si aggiunge poi l’ignoranza sulla storia della madre dei referendum, quello tra Repubblica e Monarchia nel 1946. 13340259_10210214123497370_88304929351629682_oSe guardiamo i risultati del referendum di allora osserviamo due cose: i) la Repubblica s’impose sulla Monarchia con il 54,3% dei suffragi, ma ii) nelle 8 regioni dal Lazio alla Sardegna prevalse la Monarchia con il 66,6% dei voti.

Che significato attribuire a questi risultati? Diversi e pregressi: i) il popolo italiano non scelse tra Repubblica e Monarchia (si può davvero credere che la maggioranza uscita malconcia dalla dittatura fosse in grado di comprendere il significato di una tale scelta?) ma rifiutò (giustamente) la particolare monarchia sabauda. Una monarchia quella della casa Savoia che lo aveva tradito due volte, quando nel 1922 non si oppose alla marcia su Roma consentendo l’avvento del fascismo e quando nel 1943 caduto il governo fascista scappò dal porto di Bari (considerando lo scarto tra le due fazioni, si può ritenete che i risultati sarebbero stati gli stessi con una monarchia come quella inglese, spagnola, svedese, belga, olandese, danese, norvegese…?);  ii) con il referendum riemerse la profonda spaccatura esistente tra nord e sud che il Regno di Sardegna ereditò dalla forzatura garibaldina della spedizione dei Mille e che 85 anni prima credette di comporre con la costituzione del Regno d’Italia, sotto la monarchia piemontese

Dov’è dunque la festa, considerato che il santo è in realtà il popolo?  Si fantastica una democrazia diretta capace di ristabilire la sovranità popolare per risolvere la questione morale prodotta dalla nostra democrazia rappresentativa, quando in realtà siamo immersi nel pensiero unico-economico che ci spinge verso un regime di democrazia digitale in cui sarà consentito il consenso nella forma del SI/NO dettato dall’appartenenza. Tutto questo può aiutare a spiegare la politicizzazione demagogica che si sta facendo del referendum e sarebbe sufficiente per rifiutarlo.




Manager attraverso lo specchio

images-1Più si avvicinano le urne e più i candidati sindaci di Milano Giuseppe Sala e Stefano Parisi, manager a confronto uno per il centrosinistra l’altro per il centrodestra, si sforzano di mostrare la loro differenza a chi li considera come fotocopie, ma qual è l’originale? Giuseppe Sala, 58 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco uscente Pisapia all’inizio del suo unico mandato versus Stefano Parisi, 60 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco Albertini al suo primo mandato. Alla fine nel determinare la scelta del futuro Sindaco di Milano prevarrà l’appartenenza allo schieramento politico o il curriculum professionale? Se confrontiamo i curriculum dei due contendenti troviamo molte analogie, per esempio quelle sopra elencate, ma anche un’interessante differenza. Vediamo in sintesi i due curriculum:

Giuseppe Sala: 1983-2002 da dirigente ad Amministratore Delegato in Pirelli, 2003 Direttore generale Telecom Italia, 2006 socio fondatore Medhelan Management & Finance e senior advisor banca d’investimenti giapponese Nomura Bank, 2009 city manager del Comune di Milano con il Sindaco Letizia Moratti, 2010 rappresentante comune all’Expo 2015 SpA, 2013 commissario governativo Expo 2015 SpA, 2015 candidato Sindaco Milano.

Stefano Parisi: inizia all’Ufficio studi CGIL, 1984 Capo della segreteria tecnica del Ministero del Lavoro, poi stesso incarico alla Vice Presidenza del Consiglio e al Ministero degli Esteri, 1992-1997 Capo del Dipartimento per gli Affari Economici della Presidenza del Consiglio (con Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini), 1997 city manager col sindaco Gabriele Albertini, 2000 Direttore generale di Confindustria, 2004 Amministratore Delegato di Fastweb, 2012 fondatore della Chili SpA, 2016 candidato Sindaco Milano.

Quali sono le analogie? L’età, il titolo di studio, le esperienze manageriali nel settore privato, ma la più significativa è quella di essere stati entrambi city manager per due Sindaci di Milano e l’avere entrambi lasciato il mandato dopo circa due anni per assumere altri incarichi.

La figura del city manager fu introdotta dalla legge Bassanini, ispirantosi al modello statunitense, come figura tecnica scelta dal Sindaco per rispondere all’esigenza di dotare il Comune di una gestione manageriale vera e propria grazie a una funzione di direzione generale che rispetto a quella classica del Segretario fosse più tecnica e forte nelle dinamiche burocratiche-mministrative della vita dell’ente pubblico. Essa nasce in Italia dopo la legge di elezione diretta del Sindaco ed è un organo facoltativo, complementare alla figura del Segratario generale, avente nomina a tempo determinato legata al mandato del Sindaco.  Poiché il city manager provvede ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo dell’ente, secondo il programma del Sindaco e sovrintende alla gestione dell’ente perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza, la sua identificazione avviene essendo un rapporto fiduciario per intuitu personae da parte del Sindaco e quindi formalizzata previa deliberazione della giunta, al di fuori della dotazione organica e con contratto a tempo determinato, con una retribuzione massima pari a 240 mila euro lordi.

Dal 1997, lungo i quattro mandati del Sindaco del Comune di Milano dopo quello di Marco Formentini, ovvero due mandati a Gabriele Albertini poi Letizia Moratti e quindi Giuliano Pisapia,  si sono avvicendati ad oggi 7 city manager, nell’ordine: Stefano Parisi e Giorgio Porta con Gabriele Albertini; Giampiero Borghini, Giuseppe Sala e Antonio Acerbo con Letizia Moratti; Davide Corritore e Giuseppe Tomarchio con Giuliano Pisapia. La media è  di 2,33 city manager per Sindaco o, se preferite, 1,75 per mandato. Questo turn over sembrerebbe smentire l’intuitu personae dei Sindaci nella scelta del collaboratore di fiducia se non considerassimo, invece, da un lato il decadimento nel nostro paese della vera politica, quella “visione dell’interesse lontano” ormai delegata al tecnicismo aziendalistico,  dall’altro le reali motivazioni di carriera che guidano le scelte professionali dei manager in quanto tali.

Vediamo ora qual è in definitiva la differenza tra i due candidati. Sta essenzialmente nei due percorsi di carriera: Stefano Parisi  ha navigato dai governi socialisti della prima repubblica a quelli di centrodestra della seconda Repubblica come un boiardo di stato, passando dalla Cgil alla Confindustria, dal pubblico al privato e di nuovo al privato, mentre Giuseppe Sala si presenta come un manager puro che passa dal settore privato alla pubblica amministrazione, prima nell’area del centrodestra come city manager e poi in quello del centrosinistra come candidato del centrosinistra sull’onda del successo dell’Expo.

Non siamo negli Stati Uniti d’America (spoil system) o in Francia (École nazionale d’administration, ENA), siamo in Italia,  paese unico in Europa dove imprenditori e manager stanno diventando i nuovi leader della politica imponendo il proprio modello ai nuovi politici “uomini del fare”. In questa scenario l’intercambiabilità nei due percorsi tra ruoli privati e ruoli pubblici viene fatta apparire come un valore per la professionalità acquisita, quando in realtà essa rappresenta solo la vera natura della figura del manager: un tecnico motivato dall’interesse vicino e personale, forte di una tecnica ritenuta neutrale spendibile sotto ogni bandiera.

Alle prossime elezioni per il Sindaco di Milano, a parte gli altri contendenti tra cui i principali Giancarlo Corrado e Basilio Rizzo, noi saremo chiamati a scegliere, verosimilmente con il ballottaggio al secondo turno, tra due esemplari della moderna edizione della figura mercenaria del capitano di ventura. È questa la figura originale di cui tanto i manager prestati alla politica quanto i politici asserviti al pensiero unico economico sono la fotocopia. A costoro i padroni della finanza e dell’economia, agendo sullo sfondo sfuocato della politica, affidano l’esecuzione dei loro programmi. Niente di personale, è l’economia bellezza, e tu non puoi farci niente.




Tutto il potere ai manager

images-1images-3Nel linguaggio del corpo la posizione con le braccia conserte esprime un atteggiamento negativo o difensivo, una barriera tra se stessi e il nostro interlocutore che noi tutti percepiamo con un senso di disagio. Eppure, come si può notare su tutti i quotidiani che scrivono di economia e finanza i manager sono spesso fotografati in questa posa,  anche sorridenti. Sono finiti i tempi in cui gli operai davanti alle fabbriche incrociavano le braccia per sottolineare la loro indisponibilità verso il padrone.  

Manager! Chi è costui? Per i latini, dalla cui lingua deriva il termine inglese, manu agere era un’espressione che significava ‘condurre con la mano’ o  anche  ‘guidare una bestia stando davanti a lei’. Oggi il termine è diffuso in tutto il mondo e sta ad indicare un dirigente con responsabilità del processo e capace  di gestire le risorse per conseguire determinati obiettivi. Se nell’ambito strettamente operativo della fabbrica o della azienda la funzione del manager è chiara, dal punto di vista del diritto la questione si complica perché la funzione è definita come l’attività svolta da un soggetto non nel proprio interesse ma nell’interesse altrui, un interesse che può essere privato come nel caso di un consiglio di amministrazione di un’azienda, o pubblico come nel caso di un ente pubblico o un governo in rappresentanza dei cittadini. Subentra infatti il concetto di “interesse” che supera la necessità oggettiva puramente tecnico-operativa reintroducendo il soggetto con la sua volontà.

Nella civiltà dominata dalla Tecnica, più che i mezzi e il fine conta la funzione, il processo,  secondo il quale i mezzi sono considerati neutrali e quindi tutti utilizzabili per conseguire il fine, che diventa tutto ciò che può essere conseguito: il risultato. La ragione di Stato diventa la ragione della Tecnica e l’economia il pensiero dominante. La prospettiva è unica e totalizzante:  ogni lavoratore diventa un funzionario del sistema che opera al suo interno con gradi di libertà proporzionali al ruolo. La società tende a diventare il luogo del mercato, entità neutrale senza più ideologie, nella misura in cui diventa l’estensione di un’azienda nella quale non si lavora più per un padrone, ma per un’organizzazione complessa dove la figura dell’imprenditore si scambia con quello dell’amministratore delegato. 

L’esaltazione della funzione del manager, nella misura in cui l’intervento degli uomini del fare crea l’aspettativa della soluzione dei problemi, è l’indicatore del decadimento del valore della politica nella società della Tecnica, in cui lo Stato viene concepito come un’azienda e il Comune come un condominio. In questo dominio la figura del manager da una parte si sostituisce al padrone, la cui proprietà familiare o societaria rimane appartata sullo sfondo, dall’altra al leader politico, la cui visione del mondo diventa inconsistente. Nella nostra società globalizzata e dominata dal mercato i manager sono l’edizione moderna dei “capitani di ventura”, i comandanti di una compagnia privata di mercenari dette per l’appunto “compagnie di ventura”. E non è un caso che il loro successo politico si stia affermando particolarmente nel nostro paese, la cui tradizione di assoldare capitani di ventura coi loro mercenari, le compagnie di ventura che oggi si chiamerebbero squadre, risale al medioevo.

Quella figura del manager a mezzo busto che con le braccia conserte ci guarda dalla foto non vuole essere  soltanto la figura salvifica dell’uomo del fare, ma rappresenta il funzionario della Tecnica che ci dice sorridendo: “È l’economia bellezza e tu cittadino non puoi farci niente”. 

 

 




L’ascolto degli altri secondo i Gesuiti

Unknown-1Il Papa della Chiesa Cattolica parla per il bene dell’umanità e in particolare per gli umili e gli oppressi. Tuttavia per la politica di Papa Francesco non basta il successo popolare, al gesuita s’impone di seguire il ministero della “cura delle anime”: occorre che ci si educhi e ci si convinca. Alle esternazioni del Pontefice segue dunque la letteratura di appoggio dei suoi esegeti, per esempio la recente opera di Adriano Prosperi  “La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento” . Il saggio si pone come fine quello di sfatare alcuni luoghi comuni sull’ordine dei gesuiti rivalutandone la storia e la capacità di dialogo piuttosto che l’azione di proselitismo.

L’autore del saggio così difende l’argomento: “«Un tratto che distingue l’ ordine fondato da Ignazio è l’ apertura senza limiti al diverso religioso» e subito dopo prosegue con l’osservazione  «E soprattutto la disponibilità a percepire nei comportamenti una religiosità diffusa, anche se non espressamente manifesta” portando ad esempio quel “Francesco Saverio che approdato in Giappone disse agli studenti universitari europei: correte perché qui si tratta di rivelare a questo popolo che sono cristiani anche se non lo sanno”.  Se di apertura e dialogo si trattava certo non era tolleranza. D’altra parte, se l’apertura e il dialogo era rivolto ad oriente, come se quelle popolazioni induiste e buddiste da millenni si trovassero in uno stato selvaggio sul piano religioso, la tolleranza era già stata mostrata nei confronti degli evangelici protestanti: “Intendiamoci: erano tempi di guerra di religione e anche i gesuiti dovettero trafficare pesantemente contro i nemici eretici”. Già, lavoro pesante per i gesuiti usati per combattere i protestanti che erano i  nemici eretici , dal momento che non v’erano dubbi su chi fosse detentore della verità. Una verità sulla quale allora si giustificava l’esercizio del potere, tanto spirituale che temporale, ed oggi la ricostruzione storica giustificazionista. E così continua “l’ apertura senza limiti al diverso religioso”: “Ma al fondo rimase questa convinzione che sulla base di precetti morali semplici ci si poteva incontrare. Bisognava ascoltare gli altri. E, come diceva Ignazio, bisognava “entrare con l’ altro e uscire con se stesso”: un motto che evoca il rituale della lotta giapponese, una cedevolezza apparente che ti permette di abbracciare il tuo interlocutore per portarlo dalla tua parte»”.  

A me rimane invece la convinzione, avvaloratami dalle argomentazioni usate nel saggio, che il proselitismo è sempre stata la principale funzione di quest’ordine (i cui ministeri erano la cura delle anime, le opere di carità e l’attività educativa) e che, come ogni potere totalitario apprenderà da allora, i gesuiti «Seppero riconoscere il tesoro nascosto nella plasticità delle giovani e spesso giovanissime intelligenze, intercettando il bisogno di sapere che proveniva da tutta la società. Fu l’ asso calato da Ignazio nel secolo che scopriva la scuola».

Alla fin fine, la rivalutazione dei gesuiti in questo saggio passa attraverso la figura cinematografica nota come il “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, essendo i Gesuiti il volto buono, mentre all’Inquisizione rimane quello cattivo.




La paura della verità alimenta il terrore

12832316_1771238819771858_7155826556372205959_nSe il terrorismo non va confuso con la crisi migratoria, è altrettanto vero che la pulsione xenofoba strisciante in Europa non è razzista e non va confusa con la crisi della democrazia. I contriti democratici dovrebbero piuttosto considerare l’ondata xenofoba anch’essa come un’espressione della volontà popolare a cui amano richiamarsi.

Oggi siamo di nuovo in lutto per altre vittime di attentati jihadisti a Bruxelles, nemmeno il tempo di rincuorarsi dai precedenti con la cattura di un responsabile al Bathaclan. La paura dilaga e nemmeno più ci si può abbandonare all’adagio rassegnato de “l’ordine regna, ma non governa” perché il terrorismo c’è ed incalza con una velocità del proselitismo jihadista tra giovani europei (cosiddetti “homegrown mujahidin”) che è uguale, se non superiore, a quella della crescita del sentimento xenofobo. Ma cosa temere di più: l’azione sanguinaria e spettacolare compiuta da Salah Abdeslam a Parigi o la copertura silenziosa del suo autore per quattro mesi nel quartiere Molenbeek di Bruxelles? La stupidità giornalettistica si agita di fronte a tali eventi descrivendoli attraverso titoli e commenti dai toni della cronaca nera, stile a loro più familiare: a quando un terrorista jiahdista, magari pentito, intervistato a “Porta a Porta”?  Anche da ciò si capisce cosa significa “società dello spettacolo”, dove la paura di fronte a tali eventi altro non è che la proiezione della nostra passività, ipocritamente ammantata di principi democratici e ostentata dal politicamente corretto. Passività nostra di singoli cittadini, ma anche degli Stati e dei Governi. È singolare l’asimmetria che si osserva tra le valutazioni dell’Europa rispetto alle sue crisi. l’Europa infatti non esiste come entità politica quando si tratta di decidere sulla finanza, sulla politica fiscale, per affrontare l’immigrazione o agire contro lo Stato Islamico, ma esiste quando è oggetto degli attentati terroristici, quasi fosse un unico corpo: “Is, guerra all’Europa” titolano i quotidiani.

Lucio Caracciolo nel suo articolo “La crisi migratoria rivela chi siamo veramente” apparso su La Repubblica del 29/1/2016 non si capacitava di come la Svezia, paese di indubbia solidità civile e di tradizione politica socialdemocratica, possa essere giunta alla decisione di espellere 80 mila migranti dopo aver sostenuto una politica modello di accoglienza . Da questa decisione per l’espulsione l’analista trae la preoccupazione circa l’instaurarsi in tutta l’Europa di un circuito perverso di azioni e reazioni irrazionali che tendono ad uscire dal controllo: intervento militare contro lo Stato Islamico- azioni terroristiche dello Stato Islamico in Europa – reazione xenofoba delle popolazioni europee.

Il titolo dell’articolo di Caracciolo parafrasa la ben nota verità secondo la quale nello stato di emergenza, di fronte ad un reale pericolo, uno stato di limite, noi riveliamo la nostra vera natura. L’istinto di conservazione tende a prevalere sulla educazione civile rendendo quell’esposizione al limite un test del grado di civiltà raggiunto. Ed è per superare questo test che nella specie umana si è evoluta per oltre due milioni di anni  la cultura come  una forza più efficace della natura stessa. Tuttavia, come insegnano le leggi della fisica, il progresso della cultura, ovvero della civiltà di un popolo,  è uno equilibrio instabile: tanto più alto è il livello raggiunto tanto maggiore sarà l’energia necessaria per mantenerlo e basta poco per farlo ricadere a livelli più bassi. Terrorismo, emergenza, livello di civiltà sono esemplificazioni del concetto di  limite che descrive nella progressività degli eventi l’avvicinarsi ad una data situazione ed anche la logica ci aiuta a comprendere tale situazione quando dimostra che la coerenza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata.

Dove sta la democrazia in tutto questo? Sarebbe stato meglio mantenere i dittatori al potere piuttosto che inneggiare alle “primavere arabe”?          Alla fin fine, la questione che gli ultimi quindici anni hanno posto e che ci occuperà per il prossimo futuro è se si può praticare la democrazia quando la si deve difendere dagli attacchi che ne minacciano l’esistenza ? Il fatto è che si sono confusi i principi con i valori, la volontà con il potere, con il modo di governare, più in generale la libertà con il laissez faire, laissez passer. In una delle tante chiacchierate lascive che si svolgono in televisione i presenti si arrovellavano sugli effetti nefasti per la nostra vita quotidiana e per l’economia  dovuta alle limitazioni al turismo per la paura indotta dal terrorismo, sforzandosi di rassicurare gli spettatori: “non rinunciate a viaggiare perché fa parte della nostra cultura … e poi si crea un danno all’economia di quei paesi che vivono sul turismo…”.

La coscienza delle ultime due generazioni europee è stata intorpidita da una condizione di benessere artificiale e  irresponsabile scambiandola per la “pace” quando in realtà si trattava di “pacificazione”, di sottomissione al pensiero unico dell’economia . Il “pacifismo” peloso inneggia al laicismo, all’armonia e solidarietà tra i popoli dimenticando i sacrifici dei padri, rifiutando di conoscere che quei principi e i valori democratici attraverso i quali si aspira a realizzarli sono costati sangue a centinaia di milioni di persone delle generazioni precedenti: rivolte di schiavi e oppressi, guerre di liberazione, rivoluzioni sociali, guerre per l’unità nazionale ed anche guerre mondiali. In particolare, proprio quei principi universali di libertà, eguaglianza e fraternità che oggi si invocano ogni volta che l’altra parte del mondo rivela la propria arretratezza culturale si sono prima diffusi con la cultura dell’Illuminismo e poi imposti con la violenza della Rivoluzione Francese (per non parlare delle guerre con le quali Napoleone intese esportare la “democrazia” in Europa).

Tornando al presente, noi dobbiamo temere il fenomeno che è stato denotato come “ondata xenofoba”, che in varie forme e intensità avanza in sempre più numerosi paesi europei, non tanto perché esso possa far riemergere sentimenti razzisti, quanto perché quel fenomeno rivela la malattia senile delle nostre democrazie, ovvero la nostra incapacità a rinunciare sia pure in stati di emergenza ai nostri previlegi per difendere i nostri principi e valori. Questa è la vera asimmetria della guerra  in atto: l’opinione contraria ad ogni forma di violenza diffusa tra i cittadini europei di fronte al fanatismo religioso di uomini che cercano la morte usando se stessi come un’arma. Una battuta del film “Il ponte delle spie” ci aiuta a comprendere lo stato d’animo e il livello culturale con cui milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 




Il nirvana artificiale

imagesUn luogo comune vuole che la tecnologia abbia cambiato il nostro modo di lavorare      e di vivere. È una evidenza che nasconde però ben altra verità. Una verità che si manifesta oggi anche attraverso il nuovo linguaggio del luogo comune, quello della pubblicità. Una campagna pubblicitaria di un importante operatore telefonico nazionale descrivendo le meraviglie dell’evoluzione nelle telecomunicazioni parla di un universo di comunicazioni illimitato, di una tv unificata, per concludere dicendo: “Le nuove tecnologie ti stanno danno la libertà di non dover scegliere. Non è fantastico?”.  Fantastico e aggiungerei terrificante, vengono i brividi alla schiena.

Pensiero unico, partito della nazione e ora anche una sorta di unica televisione iper tecnologica al di sopra di tutte le televisioni, tutto per liberarci dall’angosciosa responsabilità di fare una scelta. Un nirvana artificiale. Anche in questo messaggio, anzi proprio in questo tipo di messaggio che si rivolge a tutti, si può riconoscere che sta avvenendo una mutazione nelle teste delle persone che porta al pensiero unico. Non si tratta più di offrire una variabilità di merci lasciando al consumatore l’illusione di scegliere, esiste infatti un sovraccarico di questa offerta, una fatica da stimolo che genera un’angoscia insopportabile all’atto della risposta: che auto acquisto, che film guardo,  come investo i miei soldi, che candidato sindaco voto, qual è lo smartphone migliore, qual è il tonno più buono … Di fronte alla crisi del mercato che mi abbandona nello stato del “voglio ma non posso”,  di fronte alle sollecitazioni partecipative della democrazia dei sondaggi l’accumularsi delle occasioni di operare una scelta mi scoprono senza strumenti e senza criteri e mi fanno percepire il peso sempre meno sopportabile della responsabilità, la capacità di dare risposte.

La libertà non è più il “lasciatemi in pace” per poter “fare ciò che voglio” perché la crisi economica, il terrorismo, il cambiamento climatico, la competizione globale incombono su tutto e su tutti.  Il nuovo intendimento della libertà sarà dunque quello di risparmiarci l’onere di dover scegliere esonerandoci dalla responsabilità, individuale e collettiva. Non sarà più una dittatura illiberale impostami con la costrizione, ma una forma di democrazia prodotta dal pensiero unico che recuperando l’atavico istinto dell’appartenenza offrirà la sicurezza in cambio di una semplice adesione.  Una democrazia plebiscitaria in chiave tecnologica il cui algoritmo ci porterà all’unica scelta possibile, quella binaria tra il  sì e il no.

Forse di questo si tratta negli appelli  sottoscritti in questi anni dai più famosi scienziati contro i pericoli dell’intelligenza artificiale. Di fronte alla crescente e minacciosa complessità del mondo sarò io stesso a richiedere questo nuovo “welfare state”. La verità esce così dalla prospettiva del pensiero. Una battuta tratta dal film di Steven Spielberg “Il ponte delle spie” (2015)  ci aiuta a capire lo stato d’animo e il livello culturale con cui centinaia di milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 

 

 

 

 




Fare o non fare questo è il problema

UnknownLa vignetta di Massimo Bucchi  accompagnata dalla battuta “per una giustizia rapida e più efficiente aboliremo quanti più reati possibili” fa sorridere amaramente perché afferma una verità indicibile. Non solo una verità sullo stato della giustizia nel nostro paese e sulla politica che l’amministra, ma una verità sulla mentalità diffusa a tutti i livelli di pensiero ormai diventata metastasi del pensiero unico  in tutti gli ambiti dell’operatività: la logica imperante del primato del risultato, che prevale sui principi e finisce con invertire la relazione  tra causa ed effetto.

Troviamo un esempio di questa logica in un articolo del 20/01/2016 sempre su La Repubblica   dove si tratta  dell’aumento del numero dei corsi universitari a numero chiuso e si esprime la preoccupazione di andare verso una università per pochi, questa volta non tanto per il costo delle rette quanto per l’aumentata selezione all’ingresso. Sull’argomento viene pubblicata anche un’intervista al Prorettore alla didattica dell’Università Bicocca di Milano,  in cui la verità sul fenomeno in argomento viene distribuita  tra le domande e le risposte come fosse un copione teatrale, provocando un effetto a dir poco surreale: “Diminuisce il numero dei professori, aumenta quello delle aspiranti matricole. Quindi bisogna mettere un freno alla continua crescita“?, chiede il giornalista, “Proprio così” risponde il prorettore che più oltre prosegue “In Italia c’è un grosso problema legato agli abbandoni. L’idea di porre un freno a questo ha portato al numero programmato. Molti studenti infatti lasciavano gli studi perché non seguiti dai professori., i quali non potevano seguire tutti perché le classi erano grandi. Uno spreco di capitale umano enorme, se ci pensa“. E il giornalista incalza: “ Quindi con la selezione all’ingresso diminuiscono gli studentesche lasciano l’università?” ottenendo per risposta “Si. L’abbiamo sperimentato direttamente (…) Funziona perché diventa una selezione di qualità e gli studenti che si iscrivono sono più motivati”. Qui ci fermiamo perché c’è abbastanza materiale per una riflessione.

La logica che traspare da queste poche battute ricorda la supply-side economy,  tanto di moda nei primi anni ottanta col nome di Reaganomics, ovvero l’idea contrapposta a quella keynesiana secondo la quale sarebbe l’offerta a stimolare la crescita economica. Se a questa teoria macroeconomica si affianca poi il rigore sul pareggio dei bilanci che tanto ha condizionato l’economia europea di questi ultimi cinque anni, otterremmo il quadro di riferimento concettuale all’interno del quale si colloca la necessità del numero chiuso nelle università. In tutti questi anni la politica, parafrasando concetti mutuati dalla pratica privatistica aziendale, ci ha presentato programmi di riforma giuridica, economica e sociale sostenendo la necessità nel settore pubblico, caratterizzato da una cultura amministrativa fondata su procedure farraginose, costose e inconcludenti, verso una cultura gestionale fondata sui risultati. Di qui la critica alla burocrazia inefficiente e l’esaltazione della produttività e della concretezza in nome dell’efficacia. La figura osannata dello “uomo del fare” interpreta bene questa ideologia, nella misura in cui riassume nella personalità del leader politico o del manager che si presta alla politica i due aspetti che caratterizzerebbero il nuovo riformismo.  Da un lato, la solitudine dell’uomo messo a capo della situazione in crisi che risolve i problemi superando le resistenze di un potere reso inefficiente dalla necessità di essere condiviso, dall’altro viene meno l’attenzione al come si fanno le cose per far prevalere quello che si è fatto e ottenuto, ovvero  il risultato.

Questo modo di pensare applicato, come si fa ormai su larga scala nel mondo, alla ricerca scientifica ha effetti devastanti. Condizionare la ricerca considerando i risultati, magari da ottenere a breve termine, come variabile indipendente induce inevitabilmente, attraverso il controllo degli investimenti, una limitazione della creatività con il restringimento del campo di ricerca, con ciò contraddicendo lo spirito stesso della ricerca, che al contrario deve essere libera, come libero dovrebbe essere il pensiero, e non necessariamente finalizzata a risultati immediati e concreti. Sappiamo che di molte delle più rivoluzionarie scoperte scientifiche o matematiche non si sapeva che farsene appena prodotte.  In altre parole, l’esigenza dell’economia-pensiero unico, per non parlare della finanza, ha imposto ad ogni attività l’immediato conseguimento di una utilità,  identificando così la cultura con la tecnologia. Il trionfo del principio del a cosa serve?

Il passo dalla ricerca scientifica all’istruzione e alla formazione è evidentemente breve. Riprendendo l’argomento iniziale circa la “utilità” del numero chiuso/programmato all’università vi è da chiedersi perché volendo pure agire sul lato dell’offerta non si preferisca adottare politiche più aperte volte a stimolare l’aumento della domanda di cultura, a potenziare l’università  ovvero ampliare l’universo dei giovani sul quale agire sì con criteri selettivi fondati sulle capacità ma al fine di ottenere il massimo possibile dei risultati. L’enorme spreco di capitale umano, di cui si rammarica il prorettore citato, professore di psicologia, sarebbe così arginato, dal momento che guardando al futuro di un Paese che continua ad avere un basso tasso di laureati nella fascia d’età giovanile bisogna comprendere che se con la cultura forse non si mangia, certamente d’ignoranza si muore.




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Je suis soldat

images“Guerra totale all’Isis” è il nuovo grido di battaglia consolatorio dopo l’11 settembre di Parigi. Quale che sia il livello d’intervento che si deciderà prossimamente di attuare in Medio Oriente, quello che ormai appare a tutti è l’asimmetria di questa guerra. Non si tratta di un esercito regolare che si contrappone ad un altro esercito regolare come avvenuto in Iraq o a dei guerriglieri come avvenuto in Vietnam. Nè si tratta di un comune campo di battaglia: dai vasti territori desertici del Medio Oriente e Nord Africa alle popolate città metropolitane europee. Il fatto è che si è realizzata da tempo una radicale trasformazione nella concezione stessa delle armi in uso nella nuova guerra in atto. Sebbene i terroristi usino ancora le armi convenzionali, la loro vera è più temibile arma è l’uomo stesso: lo jihadista col giubbotto esplosivo che si fa esplodere in mezzo ad una folla o che spara con un fucile mitragliatore contro un gruppo di persone in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento della vita quotidiana di una città europea nella rivendicata consapevolezza di morire. L’intelligence lo sa da sempre ed ora tutti lo scrivono sui quotidiani che queste azioni sono scarsamente prevedibili e quando si manifestano sono assai poco contenibili nei danni che vogliono provocare. Questa asimmetria nella concezione delle armi corrisponde poi ad una concezione della vita altrettanto diversa tra le parti: noi tutti,  non importa se laici o religiosi,  sosteniamo la “sacralità” della vita di ogni persona e per questo ci dichiariamo anche contrari alla pena di morte e siamo tolleranti. I così detti integralisti islamici non esitano invece con le esecuzioni capitali esemplari, magistralmente diffuse con le tecniche mediatiche, e del martirio ne fanno un valore supremo.

L’asimmetria è anche descrivibile in termini di efficienza: da una parte si usano soldati super addestrati che utilizzano armi sofisticate, complesse e costosissime, sebbene dal potenziale distruttivo devastante, mirando a obiettivi identificati e precisi, dall’altra abbiamo terroristi poco addestrati militarmente ma totalmente indottrinati “religiosamente”che usano se stessi e con poco esplosivo e qualche arma basilare di facile reperibilità seminano morte indiscriminata.  A questa forma di combattimento non è opponibile come alternativa il raid aereo, sebbene questo rimanga necessario a livello strategico, né ha senso correlare tra loro bombardamenti e attentati per identificare, per esempio, i bombardamenti aerei francesi in Iraq come la causa della strage di Parigi. L’autonominato Califfo del sedicente Stato Islamico (sembra che Daesh sia il termine da preferire perché più politicamente corretto) non ha bisogno dei bombardamenti aerei per giustificare le azioni terroristiche in Europa perché questa fa parte della sua strategia di base.

Se per incanto gli jihadisti combattenti in MO e Nord Africa (le cui stime vanno da 20.000 a 200.000 unità a secondo della fonte d’informazione) sparissero oggi tutti improvvisamente, compreso il loro capo Abu Bakr al-Baghdadi, parte degli stimati 15.500 foreign fighters o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi” che vagano tra MO e Europa rimarrebbero un pericolo per molti anni ancora. Vuoi per vendetta, per disperazione o per coerenza paranoica molti di loro infatti uscirebbero allo scoperto seminando morte con tanti attentati quanti sono loro numericamente, mentre altri rimarrebbero dormienti tra noi covando frustrazione e rancore in attesa di una prossima occasione. Questa considerazione ci porta alla domanda cruciale : che fare? Le analisi e i commenti prevalenti, da qualunque punto di vista ideologico, convergono sostanzialmente su due soluzioni: intensificare l’intelligence e intensificare l’intervento armato in MO, droni e bombardamenti, con la variante di armare i gruppi “alleati” o “alleabili” locali o intervenire direttamente sul terreno, come in Iraq e in Afghanistan. A tutti appare chiaro il significato di “bombardamenti”, intervento che desta in alcuni la disapprovazione per i probabili  effetti collaterali, o il significato del “intervento sul territorio”, che fa paura per le vittime tra i soldati che inevitabilmente genererebbe (vedi scelta Usa in questi ultimi anni dell’uso intensificato dei droni). Meno chiaro invece appare il significato dell’intelligence, perché entriamo nel campo dello spionaggio, del controspionaggio e dei servizi segreti, locuzione quest’ultima diventata sinonimo di poteri occulti e causa di tutti i mali del mondo.

Quando apprendiamo dai media il numero di terroristi esistenti che ogni agenzia rivela, magari accompagnato da nomi e cognomi, quando dopo ogni attentato veniamo a sapere che alcuni di quei terroristi uccisi o catturati erano conosciuti dalle polizie dei vari Stati, abbiamo la sensazione che i “servizi segreti”, a parte la mancanza di un loro reale coordinamento europeo,  abbiano una conoscenza del fenomeno più ampia di quella utilizzata per intervenire in termini di prevenzione o anche di repressione. Non sono in grado di entrare nei particolari per mancanza di informazione e di conoscenze tecniche sul problema, tuttavia quanto è dato di conoscere è sufficiente per comprendere, se lo vogliamo, che questa è e sarà in buona parte una “guerra coperta”, fatta con sistemi e metodi non convenzionali che l'”opinione pubblica”, quella stessa che inorridita dalle atrocità compiute dai terroristi reclama sempre maggiore intransigenza, non sarebbe disposta ad accettare  se li conoscesse, in nome del diritto. In altre parole, rinunciando ad essere “politicamente corretto”, intendo affermare che questi individui, “foreign fighters” o “lupi solitari” o “jihadisti bianchi”, costituiranno una minaccia per tutta la loro esistenza e quindi andrebbero neutralizzati. Per quello che so, il modello di riferimento dovrebbe essere quello del Mossad, servizio segreto israelianoi cui metodi e risultati (cattura di Eichmann, operazione “Collera di Dio”, operazione Entebbe, ecc) appaiono oggi quelli più efficaci per sconfiggere il nuovo nemico.

Tuttavia, per combattere con efficacia la nuova guerra non basta adottare i metodi dei   servizi segreti israeliani, perché io penso che comunque non basti l’intervento militare e poliziesco, occorre che tutto un popolo eserciti una vigilanza attiva con una coesione sociale forte, la coesione che fa di una popolazione un popolo. E ancora può valere qui il modello israeliano, questa volta in chiave civile. Dalla costituzione dello Stato di Israele (qui non interessano le questioni politiche e religiose) il suo popolo ha dovuto adattarsi in un territorio ostile pur volendo edificare e mantenere un sistema politico democratico. Nel 1990, a cavallo fra le due intifada che scoppiarono in quel paese, feci un viaggio in Israele e tra meraviglie storiche e naturali non mancai di notare alcuni aspetti della vita quotidiana che mi sorpresero molto e che a mio parere denotano la coesione sociale esistente tra quei cittadini. Notai per esempio che i tassisti di Gerusalemme montavano nelle loro auto un apparecchio ricetrasmettitore che li collegava in rete tra loro e con una centrale operativa. Il dispositivo, per altro diffuso anche tra altri privati cittadini, sfruttava la loro costante presenza sul territorio per esercitare una vigilanza attiva che potesse essere d’aiuto alle forze di polizia (e dell’esercito) al fine di prevenire attentati. Ciò che più mi aveva sorpreso era tuttavia constatare che ciò avveniva in un modo assolutamente normale, senza mostrare alcuna ansia o paura dovuta ad uno stato di emergenza che potesse interferire con lo svolgimento della vita quotidiana. Io non penso che nel nostro paese si possa nelle condizioni presenti proporre simili comportamenti (con buona pace di coloro che hanno voluto importare nelle istituzioni il whistleblowing da popoli con ben altra cultura), ma credo che quelli siano i comportamenti che dobbiamo apprendere al più presto. In questa prospettiva credo anche che sia stato un grave errore eliminare il servizio militare di leva e/o il servizio civile perché si è tolto ai giovani di tutto il paese, maschi e femmine naturalmente,  l’unica possibilità di aggregarsi temporaneamente per educarsi alla cooperazione per un fine comune. Sono convinto che un servizio di leva ben organizzato su solide basi democratiche e fini umanitari (per favore non si confonda il mio appello con l’ignoranza leghista o con la nostalgia fascista), fatto in tutti i Paesi europei, che consentisse anche scambi tra come un Erasmus civile, fornirebbe ai giovani l’occasione di educare la propria naturale propensione all’avventura e arginerebbe per esempio il successo della propaganda aruolativa degli jihadisti, fenomeno  che oggi tanto ci allarma.

Ammettiamolo: gli jihadisti stanno ora vincendo, non tanto sul campo di battaglia (prima o poi anche loro saranno definitivamente sconfitti) quanto per gli effetti dirompenti sulla tenuta democratica dei popoli nei nostri paesi occidentali, quelli europei in particolare. Intorpiditi dal benessere e dal consumismo abbiamo generato in Europa due generazioni di giovani dalla coscienza modificata  (chi scrive è nato nel 1948 ed è padre di tre giovani figli) che non hanno mantenuto la memoria del sacrificio delle generazioni precedenti nel conquistare ed affermare i principi della democrazia. Coloro che oggi insistono e giustamente nel ricordare i principi di libertà, uguaglianza e fraternità su cui si è fondata da oltre due secoli la civiltà occidentale a cui apparteniamo dimenticano tuttavia di ricordare che la Rivoluzione Francese è stato un bagno di sangue (colgo l’occasione per ricordare en passant  che Napoleone è stato il primo a voler esportare in Europa la “democrazia”), che tutte le successive Rivoluzioni, Risorgimenti, Guerre d’Indipendenza, Resistenze e Lotte Operaie sono stati tutti bagni di sangue. Risvegliamo dunque almeno con onestà intellettuale le nostre coscienze assopite e riconosciamoci nei nostri principi universali al di sopra delle religioni e delle ideologie. È  la nuova guerra, bellezza, e siamo chiamati a difendere la democrazia, non a praticarla. Siamo tutti soldati.