Propaganda vs verità

Ci si stupisce in questa campagna elettorale della bassezza delle cose dette e dei metodi usati. Si dice che ne uccide la penna più che le armi. Si dice ma non si comprende, ecco la dimostrazione:

l’intelligence della gran parte della propaganda elettorale obbedisce fedelmente ai principi formulati da Joseph Paul Goebbels, Ministro della Propaganda nel Terzo Reich dal 1933 al 1945, uno dei più importanti e geniali (genio del male) gerarchi nazisti.
  I suoi  Principi (circa venti) sono quanto di peggio possa offrire la comunicazione, in quanto non differenziano, non progettano, non ascoltano, ma semplicemente “assalgono”. I principi che vi riporto sono una trasposizione italiana ridotta del più ampio manifesto di propaganda prodotto da Goebbels, ma che ben ne esprimono il senso: comunicazione unilaterale, martellante e con i paraocchi.
 Leggendoli si pensi alla dittatura mediatica, sono tutt’ora usati da molti, purtroppo non solo in politica, ma anche nella comunicazione dei mass media e nella  pubblicità.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
 E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
 Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
 Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
 Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
 Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione. 
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
7. Principio del continuo rinnovamento.
 Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza. 
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
9. Principio del silenziamento. 
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
10. Principio della trasfusione.
 Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
 Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Questi principi valsero a conquistare l’opinione pubblica (il nazismo entrò nel Reichstag il 30 gennaio 1933 con il voto popolare espresso mediante elezioni democratiche) e costarono al mondo oltre 68 milioni di morti. Ecco, ora si comprenderà a pieno perché ne uccide più la penna che la spada. Quello che per voi era solo un insieme di parole ha acquisito significato: 68 milioni di vite strappate all’esistenza.

E adesso andate a votare. Solo la cultura ci salverà.




La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




La post-verità è la verità dei post? Fake you!

Prima di internet, non molti anni fa, per sostenere la verità di una notizia si diceva “lo ha detto la televisione”. Dopo 22 anni di diffusione di internet si potrebbe sostenere oggi che “quod non est in web non est in mundo”, eppure sembra che solo oggi si scoprano le fake news.Prima di argomentare sulle fake news (fake news, job acts … sembra che in Italia la politica e l’informazione non riescano ad usare la lingua madre per dare significato a ciò che dicono, e fanno) e valutare le sue connessioni con il web vediamo cosa significa fake news e quali sono le dimensioni assunte oggi da questo nuovo mondo chiamato internet?

Il termine fake in inglese significa non genuino, qualcosa che non è autentico e che pretende di apparire come genuino, dunque si tratta di contraffazione, significato che sul piano logico non si contrappone al vero come falso. Infatti molte fake news si basano su, o comunque contengono, elementi di verità. Fake sono spesso i messaggi pubblicitari, la propaganda elettorale e persino alcune fondamenta delle ideologie (si veda per esempio il razzismo). I servizi di controspionaggio di tutti i paesi hanno sempre saputo bene come trattare l’informazione per renderla fake news, quello sovietico la chiamava “disinformatia”.

Su una popolazione di 7,4 miliardi di persone il traffico dati su internet è pari a 40 triliardi di byte, oltre 1 miliardo di siti, 3,5 miliardi di utenti ogni giorno si scambiano 171 miliardi di mails, 3,5 miliardi di ricerche su Google, 3,2 milioni di post, 475 milioni di tweets, 8 miliardi di video … nel 2020 (fra due anni) ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi ad internet.

Sempre più frequentemente il tema della distorsione della verità e della diffusione di false notizie su internet, per non parlare dell’odio e della violenza verbale che vi scorre che ha ragioni diverse, attira l’attenzione di giornalisti, opinionisti, politici e scienziati che sull’argomento scrivono articoli, pubblicano saggi, propongono leggi, lanciano appelli, sottoscrizioni e organizzano convegni. Ci sono politici che hanno visto in internet la possibilità del riscatto della volontà popolare, limitata alla discontinuità elettorale, attraverso la partecipazione attiva, diretta, in tempo reale; altri politici, a volte sono gli stessi del primo gruppo, che denunciano un pericolo per la democrazia e con loro scienziati e filosofi che denunciano una minaccia alla cultura. A questa dilagata paura si aggiunge poi quella emergente nei confronti dell’Intelligenza Artificiale (che poi dovrebbe rilevare le fake news in internet), vissuta come un pericolo per l’umanità stessa, dalla più parte degli osservatori in quanto eliminerà il lavoro umano e da una minor parte, costituita anche da studiosi e scienziati accreditati, per la possibilità che possa prendere il sopravvento nel controllare e dominare la specie umana. Si invocano così leggi e regolamenti per disciplinare il traffico sul web e si ipotizzano comitati etici per controllare la ricerca scientifica e tenere sotto controllo lo sviluppo tecnologico, per esempio l’ingegneria genetica, i robot e l’intelligenza artificiale. Molte di queste analisi e critiche circolano con sempre maggiore frequenza e si diffondono su internet: nella postmodernità la post-verità è dunque la verità dei post? Esaminiamo la questione a partire dalla percezione del tema che si sta generalizzando: il web produce e diffonde fake news.

Dopo decenni di stampa e televisione (il quarto potere) rispetto al potere informativo dei quali il popolo si trovava in uno stato di totale passività, dopo decenni di pubblicità suadente che ha invaso le menti con la tecnica subliminale di vendere ciò di cui non parlano e parlare di ciò che non vendono, dovrebbe risultare difficile sostenere che solo oggi ci troviamo di fronte al pericolo della diffusione di false notizie attraverso internet. Perché allora tale percezione/opinione risulta così diffusa e sostenuta? Quando si parla di verità non ci si sofferma abbastanza su chi o cosa l’accredita (una religione, una ideologia politica, una scuola di pensiero filosofico…) così come quando si invoca l’informazione oggettiva si dimentica di pretendere di voler conoscerne la fonte. La prima e più evidente differenza tra mass media tradizionali, analogici e cartacei come la stampa e la televisione, ed internet sta nella possibilità/libertà data a chiunque di agire e reagire nella rete producendo informazione, commentando quelle di altri e contribuire alla sua diffusione. Una interazione digitale senza confini accolta all’inizio come esercizio della libertà di pensiero e di parola, paradigma della democrazia reale in quanto partecipata. Nel dopo guerra in Italia, paese ancora di prevalente cultura contadina e con bassa scolarizzazione, il modello di comunicazione era fortemente gerarchico e basato sull’autorità: il capo famiglia, il notabile del paese, il prete, il politico impegnato apprendevano le notizie dal quotidiano e le diffondevano alla famiglia, ai parrocchiani, ai militanti e in generale a tutti i cittadini oralmente. La verità dell’informazione era determinata dall’autorità dell’emittente e dalla soggettiva appartenenza dei singoli alla famiglia, alla chiesa, al partito. In un tale contesto, al di là della volontà dei singoli, la contraffazione della notizia era un errore sistematico dovuto al mezzo di diffusione “connessione bocca-orecchio” (chi male intende peggio risponde, ricordate?).

Con la diffusione planetaria di internet e dei dispositivi a lui connessi la comunicazione è cambiata radicalmente ed è possibile trovare due spiegazioni semplici per inquadrare e spiegare il fenomeno delle fake news. In primo luogo, la libertà di socializzare in rete ha portato persone che precedentemente erano silenti o si esprimevano nei ristretti ambiti della loro vita privata e sociale a manifestarsi pubblicamente: dall’anonimo “mi piace” di uno sconosciuto sotto l’immagine di un gattino o di una tavola natalizia imbandita, alla condivisione dell’indignazione impotente per un attentato terroristico, alla firma della petizione e l’immancabile selfie. La seconda spiegazione è invece di natura statistica: i grandi numeri del web ci indicano che nella misura in cui aumentano le informazioni circolanti aumentano anche quelle false, non è il mezzo a creare il falso, ma l’affluenza dei produttori di informazione. In altre parole potremmo riconoscere che internet ha reso visibile ciò che prima era solo latente e che l’attenzione rivolta alle fake news è strumentale alla connaturata volontà del potere di controllare le coscienze, censurando le informazioni che non produce monopolosticamente e lucrando sul traffico discriminandone gli accessi secondo il modello pay per info. Le fake news sono in realtà una fake issue.

L’ignoranza di molti politici è grazie a internet visibile: confondere come spesso fanno le bufale con la propaganda politica di parte (informazione polarizzata) ormai non stupisce più. L’ignoranza dei giornalisti, invece, di coloro cioè che non dovrebbero produrre notizie ma rilevarle e distribuirle per informare il pubblico, è colpa grave. Un piccolo ma illuminante esempio è il seguente passo di un articolo apparso recentemente sul quotidiano “la Repubblica : ” (…) la candidatura del generale Gallitelli alla presidenza del Consiglio (n.d.r, dichiarazione fatta da Berlusconi durante la trasmissione “Che tempo che fa” la sera precedente) è la prima fake news di questa campagna elettorale (…)”. Non interessa qui il merito della dichiarazione, quanto piuttosto osservare che la notizia fornita della candidatura era in sé vera, in quanto resa pubblicamente durante una intervista televisiva, e che il suo contenuto non poteva per altro essere ancora smentito trattandosi di una previsione/opinione. Il punto è che il giornalista non si è limitato ad essere, per quanto possibile, un osservatore oggettivo della realtà per riportare il fatto, ma ha assunto il ruolo di commentatore che ha voluto esprimere una valutazione di parte reputando in tal modo come “falsa” una notizia perché non gli piaceva. E’ la valutazione del fatto che in questo caso diventa la notizia, da qui alla fake news il passo è breve.

Incapaci di accettare la realtà e il valore di internet, piazza virtuale per la libera conoscenza ed espressione per tutti, i politici temono di esserne controllati (e valutati) e quindi reagiscono, secondo l’istinto animale della paura verso ciò che non si conosce, attribuendo alla rete la responsabilità dei contenuti che gli umani vi inseriscono e confondendo fake news, propaganda elettorale, bullismo e violenza verbale per giustificare un intervento di tipo censorio, mascherato dalla necessità, per ben altre ragioni sostenibile, di regolamentare il traffico. Nella logica perversa del potere sorvegliare e punire rimane l’unica pedagogia praticabile, invece di preoccuparsi del 67% della popolazione che più ricerche sociologiche e linguistiche hanno descritto essere in uno stato di “analfabetismo funzionale” si cerca di limitare e censurare il nuovo mezzo di socializzazione, conoscenza ed espressione, di cui noi tutti disponiamo gratuitamente (quasi).

 

 




Il nirvana artificiale

imagesUn luogo comune vuole che la tecnologia abbia cambiato il nostro modo di lavorare      e di vivere. È una evidenza che nasconde però ben altra verità. Una verità che si manifesta oggi anche attraverso il nuovo linguaggio del luogo comune, quello della pubblicità. Una campagna pubblicitaria di un importante operatore telefonico nazionale descrivendo le meraviglie dell’evoluzione nelle telecomunicazioni parla di un universo di comunicazioni illimitato, di una tv unificata, per concludere dicendo: “Le nuove tecnologie ti stanno danno la libertà di non dover scegliere. Non è fantastico?”.  Fantastico e aggiungerei terrificante, vengono i brividi alla schiena.

Pensiero unico, partito della nazione e ora anche una sorta di unica televisione iper tecnologica al di sopra di tutte le televisioni, tutto per liberarci dall’angosciosa responsabilità di fare una scelta. Un nirvana artificiale. Anche in questo messaggio, anzi proprio in questo tipo di messaggio che si rivolge a tutti, si può riconoscere che sta avvenendo una mutazione nelle teste delle persone che porta al pensiero unico. Non si tratta più di offrire una variabilità di merci lasciando al consumatore l’illusione di scegliere, esiste infatti un sovraccarico di questa offerta, una fatica da stimolo che genera un’angoscia insopportabile all’atto della risposta: che auto acquisto, che film guardo,  come investo i miei soldi, che candidato sindaco voto, qual è lo smartphone migliore, qual è il tonno più buono … Di fronte alla crisi del mercato che mi abbandona nello stato del “voglio ma non posso”,  di fronte alle sollecitazioni partecipative della democrazia dei sondaggi l’accumularsi delle occasioni di operare una scelta mi scoprono senza strumenti e senza criteri e mi fanno percepire il peso sempre meno sopportabile della responsabilità, la capacità di dare risposte.

La libertà non è più il “lasciatemi in pace” per poter “fare ciò che voglio” perché la crisi economica, il terrorismo, il cambiamento climatico, la competizione globale incombono su tutto e su tutti.  Il nuovo intendimento della libertà sarà dunque quello di risparmiarci l’onere di dover scegliere esonerandoci dalla responsabilità, individuale e collettiva. Non sarà più una dittatura illiberale impostami con la costrizione, ma una forma di democrazia prodotta dal pensiero unico che recuperando l’atavico istinto dell’appartenenza offrirà la sicurezza in cambio di una semplice adesione.  Una democrazia plebiscitaria in chiave tecnologica il cui algoritmo ci porterà all’unica scelta possibile, quella binaria tra il  sì e il no.

Forse di questo si tratta negli appelli  sottoscritti in questi anni dai più famosi scienziati contro i pericoli dell’intelligenza artificiale. Di fronte alla crescente e minacciosa complessità del mondo sarò io stesso a richiedere questo nuovo “welfare state”. La verità esce così dalla prospettiva del pensiero. Una battuta tratta dal film di Steven Spielberg “Il ponte delle spie” (2015)  ci aiuta a capire lo stato d’animo e il livello culturale con cui centinaia di milioni di persone affrontano oggi gli accadimenti tragici del mondo: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.

 

 

 

 

 

 




Dobbiamo diffidare degli -ismi. 

220px-Worshiping_the_golden_calfNell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.

Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.

Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.

A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.

Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.

Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.




Date a Cesare quel che è di Cesare

Unknown-1Sono stupito dall’insipienza con cui innumerevoli autori trattano il problema della scienza. Si rivolgono perlopiù contro chi “pretende di mettere in discussione ogni singolo elemento della realtà” (Carlo Rovelli) né è in discussione che la scienza sia “la stella polare orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani” (Silvia Bencivelli), Big Science. Giuste tutte le rivendicazioni di contro a qualsiasi spazzatura new age, nonché omeopatia, diete vegane, erbe curative, cure miracolose, rifiuto dei vaccini etc… ignoranza scientifica diffusa, per cui, per esempio, si fa molta fatica a capire che cosa significhi davvero il nesso causa-effetto (Garattini), asserire tuttavia che “Siamo l’insieme delle nostre connessioni, delle nostre architetture neuronali costantemente in trasformazione, o più esattamente dei nostri flussi di informazione. Siamo, insomma, il nostro connettoma” (Alessandro Rossi) o “il tessuto del pensiero che si identifica e coincide con il tessuto della carne” (Sossio Giametta) sono vere e proprie bestemmie contro la ragione.

La scienza “corrobora” ovvero avanza in teorie sempre più validate e spazza via tutte le opinioni che fantasticano laddove la scienza ha già detto, opinioni a cui ci si può riferire solo come ignoranza. Tuttavia Popper ha detto che “Tutto ciò che non è falsificabile non rientra nella scienza” : non ha mai asserito l’inesistenza di verità non scientifiche né tantomeno che solo quello che è asserito dalla scienza è vero. La filosofia non è un’ancella dell’epistemologia ne tantomeno della cibernetica. Quando Einstein si diceva meravigliato che l’universo fosse comprensibile avrebbe potuto con una ulteriore riflessione meravigliarsi di se stesso che lo comprendeva. Questo rivolgersi all’io lo avrebbe avviato al pensiero filosofico.

L’io è un’avventura in fieri. L’io infatti da quando la vita è cominciata su questo infinitesimale pianeta non è mai stata la stessa. Con la vita e solo da allora è apparso un dentro e un fuori, con la vita è nato il soggetto e l’oggetto. L’universo esiste da 13 milardi e mezzo di anni. Ma esisteva per chi? L’esistenza dell’universo bruto prima di allora era senza senso in quanto non esisteva il soggetto per cui esistere. Il soggetto è nato e il soggetto è stato il Senso. Incredibilmente è venuto alla luce quel “chi” per cui è stato dato un senso all’esistenza. Uno spirito in nuce miliardi di anni fa andava accumulando dentro informazioni che venivano dal fuori e quelle informazioni erano tutta la sua realtà. A che scopo? Per esistere, riprodursi e migliorare. Che cosa migliorare? Aumentare in numero e qualità le informazioni ricevute. Non è forse questo “aumentare” la stessa conoscenza?
E dove pervenivano queste informazioni? Ad un centro unico che fondava su di sé lo spirito della conoscenza. L’individuazione che fa di ogni essere esistenziale una creatura capace di soffrire o gioire è l’evento più formidabile dell’universo da quando l’universo è esistito. In questo gioire o soffrire la sua essenza.

Niente del genere era mai esistito. Ogni essere esistenziale è individuato e in quanto individuato possiede una propria recettività e una propria sensibilità. Questo sentire giunge all’unico io che presiede alla coscienza. Dalle tassie, agli istinti, alle passioni, ai sentimenti tempo eterno è di mezzo (la vita nasce 4,4 miliardi di anni fa) con un graduale accrescimento dei gradi di libertà tutti riconducibili alla coscienza di quell’unico io di cui siamo dotati. L’io dunque nel modo di essere o di esserci subisce nell’evoluzione continue  trasformazioni che lo portano a diversi gradi di coscienza per nuove realtà che altro non possono essere se non quelle che alla coscienza di ogni singolo giungono.Il modo di esserci quindi è identificato con il grado di coscienza raggiunto e così la sua realtà. Una realtà che da biologica traligna in culturale, una realtà che si appella alla coscienza e alla morale, una realtà che riguarda unicamente il mondo interno venuto in essere e in nulla riguarda il mondo esterno, la materia e l’energia. Né i quanti né i neuroni sono capaci di morale.

Ed ecco allora esistere due verità, una riguardante la materia (il mondo esterno) corpo compreso (cervello) e un altro mondo che riguarda la verità filosofica e la verità morale: l’etica e l’estetica. Gli scienziati si possono esprimere in modo morale, etico o estetico la scienza giammai! L’insussistenza di uno senza l’altro non significa in nulla la sua unicità: si tratta di un due indiviso e indivisibile. Il dualismo non è un opinione, ma un fatto.

L’esserci comporta la sua emozione, la felicità o infelicità dell’esistenza con tutte le infinite sfumature delle passioni e dei sentimenti dalla pulsione istintuale fino all’impulso artistico. A questa felicità è ora più che mai legato il Senso. Un senso in fieri che fonda se stesso in ogni nuova emergenza civile ed umana corroborando come la scienza fa, verità morali e filosofiche di contro al becero relativismo ancora imperante, si tratti di fede o di fiducia esistenziale. L’oceano del Pathos è più grande e inesplorato del mare della Scienza ed è la ragione della nostra esistenza perché della nostra esistenza è il Senso.

Queste “banali” verità rimangono ancora velate da fantasticherie new age e dal neo-oscurantismo illuminista. Non del tutto a torto quindi l’illuminismo vien “bollato come responsabile del dispotismo della ragione strumentale” (Carlo Augusto Aviano sostiene il contrario). Il “connettoma” (Alessandro Rossi) al più si potrebbe dire di un tumore del tessuto connettivo, ma per certo non connette. Solo la cultura ci salverà.




Verità e realtà

imagesQuando una cosa ci appare reale noi la diciamo vera. Vero è ciò che è conforme alla realtà.
Come sempre ciò che ovvio ci appare anche banale. Tra vero e reale pare dunque esserci un identità. Se così fosse i due termini dovrebbero essere interscambiabili ovvero sinonimi. Ma così non è. Di una proposizione noi diciamo che è vera o è falsa, non diciamo che è reale. Di un corpo diciamo che è vero o reale quando cade sotto i sensi. Nel concetto di verità c’è comunque qualcosa che si lega indissolubilmente allo spirito. Solo lo spirito è capace di giudizio. Di tutte le creature di questo mondo per l’uomo e solo per l’uomo una cosa può essere vera. La verità quindi è un esistenziale venuto in essere solo con lo spirito umano. Questo venire in essere significa che ha assunto realtà. La verità è una realtà dello spirito.

Quando affermiamo che “L’universo è esistito da miliardi di anni” intendiamo dire che la realtà dell’universo è da sempre, a prescindere dall’esistenza umana. Tuttavia l’esistenza dell’universo a prescindere da un recipiente è cosa senza senso. Per chi esisteva? Incredibilmente a un certo punto è venuto in essere quel chi per cui esistere. Con differente intendimento possiamo quindi affermare che l’universo è esistito solo da quando esiste la vita, la vita intesa come il recipiente, colei per la quale l’universo ha diritto ad esistere, da quando cioè è esistito un dentro e un fuori, da quando è esistito il soggetto che ha posto l’universo come oggetto, e che nel porre l’universo come oggetto ha donato all’universo il senso, la ragione della sua esistenza.

La verità dell’universo si pone di conseguenza nel suo senso, nel senso che si è venuto a costituire. Un senso in crescita, un senso in fieri che si fonda sull’evoluzione dello spirito, un universo che tanto più è quanto più lo spirito si evolve. Questo processo che allontana lo spirito dalla materia dando vita ad un mondo interiore ha nome di astrazione. Lo spirito si va astraendo dalla materia. Nella sua evoluzione lo spirito fonda viepiù il senso e con il senso arriverà la verità. Il sorgere della coscienza e il sorgere del senso, è il sorgere anche dell’esistenza del tutto, il sorgere della realtà. La realtà di conseguenza si disvela solo alla luce della coscienza e solo alla sua luce può dirsi reale, vera ed esistente. La vita alla sua apparizione ancora non dona senso nel senso che la coscienza dona.

Ora la coscienza dona senso e forma alla realtà e il suo modo di dare un senso è dirla vera. La verità è il ponte tra il mondo reale (esterno) e la coscienza. La verità è ora anche il ponte tra coscienza (realtà interna) e il sé. La realtà con l’avvento della coscienza si differenzia in due ambiti ben separati la realtà fenomenica sensibile (esterna) oggetto della scienza e la realtà metafisica soprasensibile (interna) oggetto della filosofia.

Monismo, materialismo e relativismo sono solo pseudo dottrine che si fondano sull’ideologia, una forzatura intellettuale che distorce la realtà negando la verità.
La realtà che prima era solo materia bruta ora si compone di un’altra realtà, la realtà dello spirito che fonda nella verità il proprio essere. Lo spirito conosce solo per verità. La verità diviene dunque il metodo d’indagine della realtà, non solo di quella esterna della materia ma anche di quella interna dello spirito. La realtà interna dello spirito è in sé e per sé il metodo d’indagine della realtà secondo verità. La verità è dunque lo strumento per la conoscenza e diviene al tempo stesso l’oggetto della conoscenza. La realtà dello spirito è nella sua verità. La realtà dello spirito, per quanto possa essere grande l’universo, è la realtà più vera. Per l’uomo, ovvero per la coscienza più evoluta nell’universo, nulla è più concreto che lo spirito stesso.

Si distinguono di conseguenza una realtà del mondo esterno, una realtà del mondo interno, un mondo in cui l’io pone il non-io e un mondo in cui l’io pone l’io come oggetto.
Ciò che comunemente chiamiamo realtà pone l’oggetto all’esterno della coscienza verso quello che abbiamo davanti, e cerchiamo la concretezza in ciò che soddisfa gli appetiti e i sensi. Non visto lo spirito, ovvero noi nella nostra massima concreta esistente realtà, opera sempre in avanti senza riflettere, chiamando reali le cose davanti. La verità, pur indossata, rimane nascosta per così dire “alle spalle”e verità e realtà si confondono. La fuga verso la vita nasconde l’Io. L’Io è l’abisso più profondo, ne facciamo quotidianamente uso, ma non lo conosciamo. Quando spremo tutto del cervello saremo ancora agli inizi.

Di un oggetto diciamo che è vero intendendo che è reale, e non diciamo che è vero a meno che non ci riferiamo alla sua sussistenza, all’esistenza della cosa in sé nella sua concretezza o autenticità. La verità in quanto concreta realtà dello spirito, implica sempre qualcosa che riguarda il rapporto e il giudizio. Ciò che è è l’ente e l’ess-ente è tutto ciò che è. Sia nella fattispecie della materia che in quella più concreta dello spirito. L’invisibile è più potente del visibile.

Su questo pianeta ad essere non sono solo le cose, ma anche la vita e la vita per l’essere esistenziale Homo è il pensiero e al di là da quello l’emozione che lo sostiene. Quindi qui e ora l’essente comprende sia il mondo fenomenico della materia che il mondo fenomenologico dello spirito. Questi due mondi vivono in uno, ma sono totalmente separati. La distinzione è assoluta. Uno è il mondo esterno e riguarda le cose sensibili, l’altro è il mondo interno e riguarda le cose sovrasensibili. Il nostro corpo beninteso è esterno, rimane quindi chiaro che per mondo interno non può essere inteso neppure il nostro cervello.

Dell’uno mondo si occupa la scienza, dell’altro la metafisica. La metafisica è in essere un’eternità di tempo prima di essere dottrina per la filosofia, esiste nel positum da quando esiste la vita. Ogni vivente porta con se lo spirito. Ogni essere esistenziale vive e sussiste nella dimensione metafisica. Noi e il nostro gatto viviamo in questa dimensione. Sin dall’inizio della vita la cosidetta realtà è divenuta duplice partecipazione di mondo interno e mondo esterno, di spirito e materia, di soggetto e oggetto. Per quanto incorporeo lo spirito vive in uno nella materia, lo spirito è letteralmente in carne e ossa. Per chi può comprendere è il miracolo stesso della transustanziazione che si compie anziché all’istante, in miliardi di anni mediante l’evoluzione. Da allora, dalla nascita della coscienza, allo spirito compete verità così come alla materia competeva la sola realtà.
Ma la verità venuta in essere esprime in sé una nuova fino ad allora sconosciuta realtà: la Realtà dello spirito.

Dunque anche lo spirito è reale e in quanto reale è un ente. Tutti gli enti concreti o astratti che siano, sono reali. Sia lo spirito che la materia godono di realtà. Lo spirito anzi è per così dire molto più reale della materia perché attribuisce alla materia la sua realtà. L’universo era, ma non esisteva prima che ci fosse quel quid per cui esistere. Quel quid si chiama vita. La vita si chiama soggetto che pone l’oggetto, prima del soggetto non esiste neppure l’oggetto, dire oggetto è privo di senso, solo il soggetto porta con sé il senso. La vita dà senso all’essente. Con la vita lo spirito, con lo spirito ancora miliardi di anni di evoluzione e prende senso un esistenziale come la verità, con lo spirito umano la verità che dice vero ciò che è reale. Il reale assume senso e verità con lo spirito. Allo stesso tempo è lo spirito stesso che assume realtà, assume realtà astraendosi dalla materia, in un crescendo evolutivo che fonda sempre più nella cultura la propria essenza. Con ciò è la verità stessa a nutrirsi e a crescere. La verità acquisisce senso e realtà dicendo vere le cose della materia e vere le cose dello spirito.

La verità c’è. Ma la verità non è un ente. Ogni ente sensibile o soprasensibile che sia, è in carne e ossa. La verità non è in carne ed ossa. La verità non possiede realtà sua propria essenza è indissolubilmente legata allo spirito. La sua storia è la storia evolutiva dal singolo all’universale e dall’universale all’assoluto. Sarà raccontata un’altra volta.




Perle di vetro

UnknownÈ necessario dire e pensare che il gioco non consiste nelle regole. Senza regole nessun gioco. Il gioco perfetto non ha regole. Fatte le regole il gioco può cominciare. Il gioco comincia quando le regole sono di tutti. Note a tutti in ugual misura e allo stesso modo. Questo non accade mai. Cambia per lo più.Per lo più è espressione che unisce e divide secondo modo e misura. Bianco e nero non esistono. La purezza è astratta, insussistente. Tanto meno il grigio che rimane solo un concetto nella mente di chi dimora nella caverna. Solo di notte le vacche sono nere. Il gioco è a colori secondo modo e misura. Sempre puntualmente in ogni punto determinato. Ogni determinazione è armonica e ogni determinazione è disarmonica, immutabile nello spazio e mutabile nel tempo. Per sé e per altro da sé. Osceno e bellezza coesistono, sono “la mia rappresentazione”. La realtà è reale la coscienza è vera. La coscienza dice vero ciò che è reale. La natura è reale. Sua la bellezza, mio il giudizio. Senza giudizio nessuna realtà.

Appartiene allo spirito un’espressione che accresce se stessa. Scintilla rubata agli dei artefice di molte arti e molti mestieri. Lo spirito che sale si eleva su diversi piani dell’essere, disvela la bellezza mentre l’opinione grugnisce in cantina. Anela libertà.
Guai a chi trasgredisce le regole. Chi trasgredisce le regole dilegua il gioco. Chi trasgredisce le regole deve essere punito. Senza certezza della pena corre un’epidemia. Non sono solo i malviventi a rovinare il gioco, rovina altresì il gioco chi non sa giocare. Per saper giocare non basta conoscere le regole. Gli uomini in catene vedono solo ombre, non conoscono il gioco. Sono tutti bendati e giocano a mosca cieca. Non ditegli di avere occhi, non vi crederanno e se vi credono ve li strapperanno. Detestano la luce del sole. Un cattivo giocatore non rispetta le regole, vuole vincere e può essere un buon giocatore. Questa aporia separa le regole dal gioco. È pericoloso affidare il gioco agli schiavi. Ecco una cattiva democrazia.

Oltre le leggi altre regole aspettano chi gioca. Fatte uno tutte le leggi, la giustizia è mille. Queste regole parlano di giustizia, coesistenza e verità. Un lunghissimo cammino ci attende. Un abisso separa la giustizia dalla legge. Magistrati che con-fondono legge e giustizia? che confondono la persona e il ruolo? severità e arroganza? obbedienza e responsabilità? … Non sanno né matematica né filosofia, la misura e il modo, non hanno le basi le basi per il giudizio. L’osservanza delle regole è condizione ma non il gioco. Il gioco vuole che i giocatori conoscano le regole. Una cosa sono le regole un’altra cosa è il gioco; il termine fisso e il movimento. Chi si muoverà meglio? Chi vince o chi migliora il gioco? La canaglia ama chi vince. Tiene i cani a ringhiare in cantina.

La singolarità di ciascuno gioca nella confusione la propria partita morale. Il senno, accidentale, si perde nella chiacchiera. Tutti vogliono dire. Tutti ne hanno diritto. Tutti liberi di esprimere tutto. Vomitano bile dalle periferie e la chiamano opinione. Il peggio monta in cattedra il peggio è popolare. Anche molto popolare. Dite il peggio e vi ameranno. Chiameranno poi il vomito della plebe Democrazia.
La plebe non è popolo. Per essere popolo ci vuole cultura. Giustizia, verità, amore.
Le leggi sono lontane, o sopra la testa di chi è in catene o a tenere in catene chi vuole la luce. Il gioco perfetto non ha regole. Chi è in basso nella legge vede solo catene. Chiama libertà il proprio desiderio, la propria edificazione. Non capisce giustizia, non comprende morale. Tra etica e morale non conosce distinzione. Il per sé chiude l’intero arco della sua esistenza. Vede solo ombre e non sa di essere legato. Fugge sempre davanti a sé. Fugge nella realtà. Verso il lavoro, il fare. Il giogo anche quando si volta, gli sta sempre alle spalle. Per liberarsi dal giogo gli stoici hanno coltivato per sé lo spirito puro, uno spirito libero sul trono e in catene. Ma anche nell’ermo non gli è stato possibile non giocare.

È necessario dire e pensare che il gioco non è le sue regole. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire le regole sono lontane, sono ormai da sempre sue. Pennelli sapienti, scontati e logori in mano all’artista. Nuove discipline appassionano lo spirito.
La tela ora cerca giustizia, cerca armonia. Cerca l’abbandono, “la mia rappresentazione” di verdi pascoli in cielo. Il cielo di tutti, indeterminatezza dell’essere. A questo l’artista è chiamato. L’armonia delle genti. Il coro dell’essere in cielo. Respiro di anime in cieli di alta montagna. Anche la giustizia e l’affanno sono dimenticati. La misericordia per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta: 
perché benefica chi la riceve
 come chi la dispensa. Ora è chiaro che anche la giustizia deve obbedire alla morale così come l’artista all’estasi.

Come si chiama il gioco? Il gioco si chiama libertà dello spirito. Lo spirito va verso il sole, nell’ascesi pretende libertà. Lo spirito che non va verso il sole mette gli altri in catene. Chi è scettico rimanga in catene, in quelle catene che da sé si è procurato. Assoluta inquietudine, chiacchiera di ragazzi ostinati, coscienza infelice, vuota e priva di appagamento nel presente. Perennemente distratto dalla vita nella fuga da e verso la realtà. Tutto accade nella singolarità, nella solitudine e nella confusione.
La regola fondamentale essenza stessa del gioco è che si gioca assieme. Questo fatto l’assieme segna il tempo con il senso. È l’assieme a dare la direzione e ad alimentare la morale. L’assieme è l’essenza stessa della morale. Contro chi ci si batte? Contro la paura, la sofferenza, e la morte. Libertà dello spirito contro paura, sofferenza e la morte. Per non morire soli bisogna esserci stati. Questo esserci stati dimensiona lo spirito nella sua gloria.

Dov’è ormai la legge? Dove sono le regole? Sono per questo meno necessarie? L’assieme dà la direzione. Pensiamo dunque alle leggi, stabiliamo pure le regole. È indispensabile e doveroso. Le leggi sono i minima moralia; il gioco che si gioca altrove dimora nella giustizia nella morale e nell’amore, altissimo e impronunciabile dio. E dunque e sempre oltre la giustizia, oltre alla morale, è all’amore che le leggi, queste piccole operose formiche, si devono ispirare. Leggi, giustizia, morale e amore distano tra loro abissi cosi come stanno tra loro pianeti, sistemi solari e galassie. E tutto fa parte del gioco. Come posso parlare a chi mi parla di leggi senza conoscere i piani soprastanti, senza conoscere il gioco? La potenza: essere per riprodursi, riprodursi per migliorare, segna la vita. Gli uomini hanno un modo gli dei ne hanno un altro. Sarà il coraggio o l’amore la mazza a vincere la morte? Solo la cultura ci salverà.

 




Je ne suis pas Charlie

10525819_1506522106248757_8166857149866691938_nQuando si è di cattivo umore si tende ad essere aggressivi, lo so, e per una volta mi permetto di non essere politicamente corretto. Perciò fate attenzione:  “le parole che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità“. Ciò che sempre più mi indispone sono la vacuità del sentire comune, il relativismo del pensiero debole e l’ipocrisia del politicamente corretto. Quella postura rattrappita dello spirito che raccatta qua è là nel si dice e nella chiacchiera mediatica stereotipi scontati ad uso di un pubblico insipiente che nel gregge piagnucola il proprio diritto all’esistenza. Disprezzo tutto ciò che è retorico, inautentico e ripetitivo e lo disprezzo non come si usa dire “senza se e senza ma” ma senza eccezioni o riserve. Si può ritenere questo atteggiamento un’alterigia, una presunzione elitaria e offensiva che mi classifica nell’invisa categoria degli intellettuali, di un intellettuale narcisista in dispregio alla gente comune. Ebbene sì, è vero: disprezzo la massa. Disprezzo la massa per la sua mediocrità, quella volontà che in ragione del diritto all’esistenza banalizza la vita soffocandola dentro a credenze che gravemente nuocciono al seme come alla pianta, quella nenia sterile, sommessa e sottomessa, che ribolle nella belletta allegra, acre rancore che violenta lo spirito fino a spingerlo alla crudeltà. Un vero popolo non è un insieme di “gente comune” e d’altra parte come osserva Oscar Wilde la stupidità è crudele.

Oltre alla banalità del male (Hannah Arendt) esiste di fronte al sapere un’innocenza che è colpevole. Normali cittadini diventano spesso gli inconsapevoli autori anche dei più atroci delitti. Nefandezze compiute con ingenua ignoranza e bontà del cuore. Quella vita semplice a cui tutti aspirano si riduce alla coltivazione del proprio orticello, in disdegno della collettività e di un più profondo sapere da cui si sentono esclusi. Ebbene sì, l’ignoranza sorella maggiore dell’ingenuità è colpevole, come ben sapevano gli antichi Greci, colpevole di ignavia, di pigrizia, di invidia, di arroganza, di malanimo, di saccenza, di presunzione e spesso anche di cattiveria. Là dove non si sa si dovrebbe tacere. Si deve ascoltare e soprattutto non arrogarsi il diritto “di dire la sua”. Ascoltare prima di avere un’opinione e in assenza sospendere il giudizio.

Non esiste alcuna simmetria nel sapere. Chi non conosce la grammatica non può ridere di un filosofo. E gli stolti hanno il riso facile. La volgarità è facile al riso. Volgarità che è nell’anima prima ancora che nelle parole. Leggo sul Fatto quotidiano (Lunedì 12 gennaio 2015) di una trasmissione televisiva (South Park) in cui si recita “la Madonna caga sangue dal culo sul Papa – per poi scoprire che no, non sta sanguinando dal culo. Sta sanguinando dalla vagina ed è normale che le pollastrelle sanguinino dalla vagina (testuali parole del Papa in versione South Park)”. Parole che mi è offensivo scrivere. Satira? Libertà di espressione? No, è l’orrore!

Si attribuisce a Voltaire la frase “Combatterò tutta la vita le tue idee, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimerle”. Pienamente d’accordo, ogni libertà compresa la libertà di stampa è inviolabile. Nessuna censura. Ma religioso o laico che sia, la volgarità va fermamente combattuta tutta la vita. Nei media come nella quotidianità. Chiamare satira la volgarità è una bestemmia. Diverso è il riso che bacia l’essente. I cattivi ridono sempre.

Je suis Chiarlie? Quanti possono dire di aver conosciuto Charlie Hebdo?
“Je suis Chiarlie” era scritto sulla maglietta di Vauro nell’ultima trasmissione di Piazza pulita di Michele Santoro, Vauro che da vignettista Charlie Hebdo l’aveva conosciuto.
Vauro è stato accusato di aver criticato in passato Charlie Hebdo, si era espresso sul pericolo che la rivista correva ridicolizzando l’Islam, è stato accusato per questo di essere ipocrita nell’indossare tale indumento. Il quotidiano Libero, la cui stessa testata offende il principio che invoca e il cui il pensiero debole fa vendere vendendo fango, riprendeva il tema e l’accusa. Ma che relazione c’è tra criticare una persona e desiderarne la morte fino ad ucciderla?

Per un verso Vauro ha indubbiamente fatto bene a indossare la maglietta, per un altro ci si deve domandare se indossarla è un gesto per difendere la vita e la libertà di espressione o appoggiare le idee di “eroi” del cui operato non sappiamo nulla.
Eroi? Chiamereste eroi chi ha proferito frasi come quella sopra riportata? La morte non santifica. La pietas dovuta ai morti e che tutti ci assolve è solo il perdono finale. Il pensiero debole ora si chiede “ma quella è stata proferita da una trasmissione americana e non da Charlie” e ancora “che ne sappiamo noi della satira di Charlie?”. Appunto! Dio mio, quanta pazienza … personalmente credo che abbiamo il diritto di critica solo in casa nostra e se le critiche debbono essere come quella succitata neppure in casa nostra. Pena il disprezzo, non la morte.

Il circo mediatico scatenato e senza freni ha ancora una volta offerto lo spettacolo di una pretesa unità di oppressi e oppressori, dimentica per un giorno dei conflitti in casa propria. Per certo io non sono Charlie, sono disposto a appoggiare ogni satira, ma non sono disposto ad accettare la volgarità. Le religioni hanno per certo molti aspetti ridicoli che vanno sconfessati, sconfessati per mezzo della denuncia e della provocazione fino a dare scandalo, ma lo scandalo deve riguardare solo quegli aspetti che la ridicolizzano nel rispetto e in aiuto di chi si sta ridicolizzando per quello che chi viene investito è in grado di digerire, altrimenti è bullismo: il compiacersi tra pari di essere felici della propria appartenenza disprezzando il prossimo.

Il cinismo dei media che si concretizza in una satira che offende anziché provocare offende la verità. Giornalismo non è informare, ma contribuire a far emergere la verità.
Si chiacchiera sull’accaduto. Ci siamo dimenticati dell’essere, dell’ente fonte dell’informazione. Solo la cultura ci salverà.




Parigi val bene una messa?

UnknownGli ultimi tragici avvenimenti nella capitale Francese mi hanno portato in sogno alcune riflessioni. Se è vero come è vero che nessun popolo è giunto fino a noi se non a mezzo della religione, è altrettanto vero che gli dei sono un’invenzione dell’uomo che ha seguito passo passo l’evoluzione culturale. Cuius cultura eius religio. Una questione di mera appartenenza. Dunque tutta l’umanità in tutti i percorsi trascorsi indipendentemente dai modi è stata guidata da sempre solo da un sogno, da religioni tanto necessarie quanto impossibili. Siamo da sempre vissuti nella menzogna e i tempi degli dei falsi e bugiardi non è terminato, ancora si adorano idoli. L’unicità di Dio non è ancora stata raggiunta. Ancora si recita il mio e il tuo Dio.

Tentare di concepire Dio sostituendosi nel suo pensiero e nella sua volontà è di per sé un’arroganza inesprimibile. Si tratta della ubris, di quella tracotanza che rimane vizio capitale in ogni religione. “Dio lo vuole” è la più grande delle bestemmie.
Al Dio piace e non piace si parli di lui. È pericoloso sfidare gli dei.
Ma sto parlando ancora del Dio delle religioni, quel Dio che le religioni hanno inventato. Diversamente affermo che è ancora possibile concepire Dio malgrado l’interpretazione da cui nascono gli dei umani. Potete voi immaginare un Dio, potete pensare a un Dio? ci chiede Nietzsche.

Di contro a verità assolute attribuite a falsi idoli, anche da parte laica di rimando a uno spirito che è solo un fantasma, si bestemmia la Verità e si attribuisce allo Spirito ciò che allo Spirito non appartiene. Morta la religione si aprono abissi su cui il materialismo ha fatto più danni delle religioni. Giustamente l’allora Cardinale Ratzinger metteva in guardia verso l’ateismo. È pericoloso liberare gli schiavi. Senza convinzioni ci si apre il nulla e la paura della morte attanaglia lo spirito. L’abisso che si apre è angoscia e smarrimento. “Scrivete da voi le tavole della vostra legge”(Nietzsche): nel vuoto esistenziale delirio in attesa del salvatore. Perché c’è comunque bisogno di un senso.
Stalin era ateo e Hitler considerava il cristianesimo un valore di appartenenza non certo una religione.

Laico o religioso che sia lo Spirito c’è, la Verità c’è, si esprimono e sono stati espressi in tutti i valori che hanno segnato il progresso come progresso umano e segnano di contro a ogni relativismo comunque inteso nel positum la Via, via corroborata da valori che sono nella coscienza prima che nell’universalità. Si tratti di Cristo, di illuminismo o di Umanesimo la via dello Spirito è segnata. Su questo bisogna riflettere. Esistono valori che hanno trasversalmente ad ogni credo segnato il cammino dell’umanità. L’Essere nella coscienza mostra la Via. Anche al di là dell’imperativo Kantiano.
“Combatterò per tutta la vita le tue idee ma sono disposto a sacrificare la vita perché tu le possa esprimere” (attribuita a Voltaire) e ancora “Da giovane ero comunista, poi ho cambiato idea. Allora ho capito che era giusto sacrificarsi per un ideale ma non era giusto sacrificare gli altri” (Herbert Marcuse) sono espressioni di civiltà e bastano da sole a definire l’assoluto della verità. Commentano e criticano in profondità l’accaduto.

Gli idoli dalla barba bianca o disseminati da profeti esegeti di Sacre Scritture nascondono la Verità e lasciano l’umanità addormentata a sognare se stessa.
Ha detto Cristo “Le scritture sono chiuse” e ancora non si è capito.
Pur segnando passi benemeriti e indispensabili per l’umanità le Sacre Scritture ci dicono solo del senso di appartenenza e della coscienza legata ai tempi. Precorrono grandemente i loro tempi, ma nel tempo col tempo segnano il passo. Per quanto benemerite bestemmiano dicendosi la Parola di Dio. Questo in quanto solo l’autorità attribuibile a Dio può tenere uniti i popoli. Le Scritture segnano indelebilmente i passi compiuti dallo spirito, ma paralizzano al contempo ogni sua possibile evoluzione. Le tesi in esse contenute divengono nuove antitesi, un freno per ogni possibile perfezionamento: un’ideologia.

Se devo pensare a Dio, io penso a Dio come Evoluzione, dal big bang fino alla coscienza di sé, miliardi di anni di contro alle poche migliaia di anni dei Sacri Testi. Queste le proporzioni nel modo come nella misura. Se devo pensare a Dio penso a quell’ Amor che regge il cosmo e tutto lo governa (Dante). Capire le stelle guardando il mondo dalle stelle. “Bisogna preparare la casa al superuomo” diceva Nietzsche e io penso all’evoluzione come alla preparazione all’avvento dell’uomo e alla terra come al centro spirituale dell’Universo a quella coscienza venuta in essere per dare all’Universo un Senso. Di contro al piagnisteo materialista offro l’immagine blasfema di una nuova centralità fondata sullo Spirito e la sua Verità. La natura umana è qualcosa da costruire in fieri e non da ricercare nel passato. Il libero arbitrio ci lascia una grande responsabilità. Se è vero che noi dobbiamo fare la Volontà di Dio è altrettanto vero che Dio può fare solo la nostra volontà. Dio ci aiuta solo con la bellezza, la bellezza del mondo come dell’anima. L’una per l’altro. La Verità dell’Essere è qualcosa ancora inesplorato. Solo la cultura ci salverà.




Horror vacui

UnknownChe l’uomo abbia inventato Dio a sua immagine e somiglianza è un fatto. È tuttavia altrettanto vero che nessun popolo sia giunto fino a noi senza una religione. L’ateismo, nelle sue varie forme dello agnosticismo e del nichilismo, ha fatto capolino solo in epoche più recenti. La religione quindi pur rimanendo un mito è stata per l’uomo una necessità. Ora, quello che lamento non è l’assenza di un Dio, ma della Verità. Tutta l’indignazione sull’accaduto a Charlie Hebdo trova giustificazione solo se i valori che si affermano storicamente, in questo caso la libertà di espressione, sono valori che raggiungono l’universalità. Ma bisogna riflettere che prima di raggiungere l’universalità sono stati nella testa di qualcuno, di pochi, di pochissimi e che per questo non erano meno validi. Il che significa, di contro a ogni relativismo, che la verità c’è ed esiste indipendentemente dalla condivisione di pochi o di molti o dai punti di vista religiosi, politici o filosofici che le varie popolazioni della terra hanno conseguito.

Il relativismo ci ha dato la tolleranza e allontanato dalla bestemmia, ovvero dal dire vera la nostra verità, ma per altro verso esistono valori sulla via della morale che si affermano indipendentemente dalle convinzioni legate all’appartenenza e alla tradizione. Il mancato riconoscimento dell’esistenza della Verità, ovvero di una via retta sulla quale riconoscere un cammino, pone l’umanità al di fuori del progresso gettandola in un’anarchia governata da un serpente senza cuore, intendo dalla finanza e dall’economia.

Se non sapremo riappropriarci del cuore per un nuovo umanesimo che riprenda i temi della cultura e della morale dovremo paventare più che la recessione la regressione.
È infatti mia perfetta convinzione che la democrazia non si misuri sul regime al potere ma sul grado di coscienza conseguito dal popolo. Sogno una costituzione che reciti: “La Nazione Italiana si fonda sulla Cultura, il primo dovere di ogni Governo e di far crescere con ogni mezzo in civiltà la Nazione”. Desidererei anche che dopo “Tutti gli uomini nascono liberi” si proclamasse “Tutti gli uomini nascono uguali” invitando tutti i governi a eliminare le disuguaglianze dovute alla nascita. Sebbene comprenda che una tale affermazione precorra troppo i tempi rimane come utopia a indicare la strada.

La crisi europea è una crisi di coscienza, un malessere generalizzato, una stanchezza esistenziale che investe l’intero continente in mancanza assoluta di idealità.
Questo vuoto epocale che avvia al declino un intero continente deve essere colmato con nuovi ideali e questo non sarà possibile all’interno di una filosofia relativista che non riconosce della Verità l’esistenza. Nel riconoscimento paritetico dell’altro il relativismo non discrimina sui valori che danno all’uomo e alle diverse culture una diversa dignità su una scala non misurabile secondo opinione, ma assoluta. Testimonia questo l’esistenza della Giustizia, quando la giustizia si afferma nei valori morali al di là della legge.

Barbarie e civiltà distano tra loro, ma non c’è soluzione di continuità e le sfumature di grigio si distribuiscono ovunque in ogni possibile ambiente. La distanza che caratterizza i rapporti di potere tra maschio e femmina, tra genitori e figli, tra sé e gli altri, tra un governo e il suo popolo stazionano su ambiti differenti di valore nelle diverse culture e diversamente all’interno di una stessa cultura. Anche se la Verità non la possiede né la può possedere nessuno, sarebbe bestemmia come sostituire l’idolo al Dio, è altrettanto indubbio che esiste un cammino lungo il quale l’affermazione di certi valori corrobora il positum (ciò che si deposita nella cultura) e fissa principi inderogabili, su cui non si può più fare marcia indietro.

Nel mondo islamico non si è ancora arrivati a riconoscere che il Dio dei cristiani e Allah sono il medesimo: non lo comprendevano gli Egizi, come non lo comprendevano i pagani, come non lo comprendono gli ebrei, tutti in misura e modi differenti. Ancora come ai tempi di Omero gli dei in un senso del tutto blasfemo sono solo supereroi che si sfidano dall’alto del cielo sulla terra attraverso i conflitti umani.
L’appartenenza è possesso e il Dio inventato non può che rispecchiare l’appartenenza, il privilegio. Si tratta di sentimenti tribali che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che si riassumono in libri sacri che fondano nell’appartenenza la tradizione.

Far riconoscere dunque che Dio è unico ma non è “il mio Dio” va considerato come un passo fondamentale per tutte le religioni. Non si può giungere all’ateismo saltando la contingenza storica. Mi chiedo peraltro che differenza ci sia tra la fiducia esistenziale e la fede se entrambe tendono a conoscere la Verità.

Rimane indubbio che chiunque interpreti la volontà di Dio sostituendosi a Dio per far valere il proprio credo in parole o azioni, bestemmi. In nome di Dio nessuna operato umano può essere giustificato. L’integralismo religioso, ovvero l’ideologia di coloro che ritengono di possedere l’unica vera fede, è la più grande delle menzogne. Ma non si dimentichi che il nichilismo Nietzschiano dello “scrivete da voi le tavole delle vostre leggi”, come l’ateismo comunista si sono resi colpevoli quanto e più delle religioni. Solo la cultura ci salverà.




L’uomo non è ciò che mangia.

UnknownIn fondo ma solo in fondo, le cose sono semplici. La scienza progredendo elimina le credenze delle epoche passate. Questo asserito è apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, ça va sans dire. Tra le credenze passate vanno senz’altro annoverate quelle contenute a proposito del mondo fenomenico nei “Sacri Testi” che nell’enunciazione mostrano nel merito unicamente la limitatezza delle conoscenze e delle credenze dell’epoca. Che male c’è? Che male ci sarebbe ad ammetterlo? Poi le cose si complicano, si fanno confuse. È prerogativa dell’ignoranza complicare le cose.

Con dire apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, questa volta un dictat, la Chiesa deve considerare come assolute tutte le verità contenute nei Sacri Testi in quanto “rivelate”, rivelate da Dio, così la Chiesa si è impegnata a sostenere pseudoverità che ritualmente vengono dalla Scienza di volta in volta sconfessate. Da qui il conflitto Chiesa-Scienza e il conseguente atteggiamento oscurantista della prima, ovvero un credo dottrinale e una politica ecclesiastica contraria da sempre anche se con forza e modalità diverse ad ogni progresso scientifico. Malgrado la Chiesa si mostri, come ovvio che sia, di volta in volta perdente di fronte alla Scienza tuttavia pare non capire la lezione e mantiene costantemente anche ai giorni nostri i “freni tirati”. Il suo alibi è “i fedeli non sono pronti” e “bisogna aspettare che anche l’ultima pecorella sia rientrata nell’ovile”.

Concordo in parte con questa posizione: ogni verità deve essere calata nel contingente in modo tale che gli uomini in catene in fondo alla caverna abituino i loro occhi alla luce (come insegna Platone nel Mito della caverna). Diversamente ti si rivolteranno contro, ti uccideranno . L’unica realtà per chi è in catene sono solo le ombre, solo ciò che appare. Il mondo dell’apparenza, la società dello spettacolo, è l’unica realtà a cui il popolo è aperto. Pur trattandosi di un’interpretazione e non della realtà, il percepito è l’unica realtà per chi non “vede”.

Ed è con questa pseudo realtà che chi ha occhi per vedere deve nel secolo confrontarsi. Il contingente dunque non permette al popolo la conoscenza diretta della Verità: la caduta delle pseudoverità contenute nei Sacri Testi possono diminuire la fede, e con essa il consenso e il potere della Chiesa. La distinzione tra un sapere fenomenico e un sapere religioso in termini di fede non è ancora interamente avvenuta presso la Chiesa, ancora si cerca di salvare le credenze legate all’epoca.

Certo non è più sostenibile affermare che la terra è piatta o che è al centro dell’universo, ma la rivoluzione copernicana non è stata ancora del tutto digerita e la teoria evoluzionista che spazza il creazionismo suona ancora blasfema nelle orecchie della maggior parte dei credenti. I teologi più illuminati ben sanno che Dio non è un uomo, e ora il Papa stesso ammette l’evoluzione. Recupera la creazione come un atto più complesso in mente dei. Ma queste verità non trovano terreno fertile presso i fedeli e questo perché si ritiene i fedeli non ancora pronti ad accettare tale distinzione. Il credo deve confortarli anche nelle cose materiali dell’esistenza e operare miracoli. La superstizione che si lega alla religione è tutt’altro che sconfitta. Con quanta prudenza la politica ecclesiastica offra ai fedeli le novità della scienza può essere motivo di critica, ma credo si debba accettare sul tema un civile confronto. Credo sia opportuno dare a Cesare quel che è di Cesare e lasciare alla Chiesa quel che è della Chiesa. Dovrebbe far parte di quell’atteggiamento dello spirito che viene definito come “pluralismo” e nella tolleranza ammettere strade diverse per conseguire la verità. Di contro tuttavia al relativismo per il quale diversamente la verità non esiste.

A giustificazione dell’operato della Chiesa aggiungo un altro parametro: la Chiesa deve operare nel contingente pensando alla propria esistenza non nei secoli ma nei millenni. Deve quindi calarsi nella realtà con grandissima prudenza, certa di non perdere consensi, seguendo passo, passo la crescita culturale dei fedeli. Si tratta di una messa a punto: due passi avanti e uno indietro. La Chiesa risulta essere così fedele alla mentalità di volta in volta espressa dai fedeli, termometro dell’ignorantia populi. Il dover mediare nel contingente tra verità e cultura presso i fedeli implica necessariamente oscurare secondo misura la verità. Problema non solo della Chiesa ma di qualunque potere comunque costituito. Ogni regime infatti si misura sulla cultura popolare, equilibrio tra la forma di potere costituita e la coscienza popolare conseguita.

Su un piano più estensivo, al di fuori di problematiche ecclesiastiche benché come sopra esposto ritenga prudente l’atteggiamento della Chiesa a calare verità scientifiche nel contingente, mi trovo tuttavia ad asserire che è immorale porre confini alla conoscenza, condannando senz’altro come oscurantista ogni atteggiamento volto a limitare qualsiasi ricerca o sperimentazione scientifica. Ciò che trovo sconveniente quindi da parte della Chiesa è sconfinare nel secolo, ostacolando all’interno della politica sociale ogni possibile progresso con una morale che appartiene alla sola Chiesa, morale spesso non condivisibile da chi alla Chiesa non appartiene e vorrebbe cercare la verità in ambiti più vasti. La Chiesa, come qualsiasi altra chiesa, non ha il Verbo anche se questa affermazione per ogni dottrina religiosa che ritenga per sé essere “la vera religione” suona ovviamente come eresia.

Il pluralismo per qualsiasi religione è inammissibile. L’atteggiamento ecclesiastico di fronte alle scoperte scientifiche è giustamente chiamato oscurantista quando e perché tende ad ostacolare la ricerca della verità. Si pone ora imperativo il problema di quale verità si stia trattando. Che cos’è la verità? In genere la confusione è tale perché non solo si scambia “questo per quello” ma anche perché si con-fonde, ovvero si fondono insieme significati diversi. Da che vita è vita, affermazione qui tutt’altro che retorica, esistono infatti diverse verità. Esiste una verità fenomenica che riguarda la Scienza e una verità fenomenologica legata allo Spirito che riguarda verità filosofiche, morali e teologiche. Direbbe Platone una cosa sono le cose, un’altra è lo spirito.

Un becero monismo che non considera la distinzione tra corpo e anima (comunque si voglia intendere lo spirito) affrancato da tempo da un altrettanto rozzo materialismo di varia provenienza, non ammettendo questa distinzione per motivi ideologici contingenti, con-fonde verità materiali con verità spirituali cosicché l’asserito a proposito delle verità contenute nei Sacri testi diviene uno, sia per i credenti che per i non credenti. Questa mancata distinzione tra materia e spirito sta quindi alla base di ogni possibile confusione. Questa ignoranza mantiene il presente in odio alla filosofia non solo tra il popolo ma anche tra intellettuali che al materialismo e al monismo si rifanno.

La tragedia è che la più sconvolgente avventura evolutiva di tutto l’universo da quando l’universo è esistito: la comparsa della vita che ha separato la materia facendola altro da sé, non è ancora appieno stata compresa e che contingenti e pur necessarie teorizzazioni ideologiche (parlo della Chiesa come del materialismo e molto altro) oscurano di volta in volta questo avvenimento negando lo Spirito nella sua fysis ed evoluzione come cosa in sé e per sé distinta dalla materia. La mancata distinzione nei testi sacri tra verità fenomeniche e verità spirituali poiché uno e solo uno era l’intendimento della verità nella testa di tutti ai tempi, confonde ancora oggi il pensiero religioso. D’altro canto il ritornello nietzschiano del “Dio è morto” ha ucciso col materialismo un male inteso spirito sicché verità morali e filosofiche hanno perso di forza e di significato. Alla fine abbiamo una Chiesa che recupera allo spirito questioni puramente fenomeniche e un pensiero laico che vorrebbe recuperare alla materia ciò che appartiene allo spirito.

Il termine Spirito viene di conseguenza da tutti mal-trattato, da un lato Spirito inteso come Spirito Santo e dall’altro una filosofia che non ne comprende non solo la necessità ma neppure l’esistenza. Se non ne vien neppur accettata la forma, il significante, che dire della sostanza? Dare alla scienza quello che è della scienza e allo spirito quello che è dello spirito è più che mai necessario. Solo la cultura ci salverà.




L’io sento

UnknownSento dunque sono? Leggiamo cosa dice  Louis Agassiz  a proposito dei neri americani nella seconda metà dell’ottocento in una lettera alla moglie (His life and corrispondence, Luis Agassiz, 1893): “Tutti gli inservienti del mio albergo erano uomini di colore. Mi è difficile descriverti la penosa sensazione che questi mi hanno suscitato, specie perché il sentimento che mi ispiravano è contrario a qualsiasi principio di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie. Ma la verità prima di tutto. Ho provato pietà alla vista di questa razza degradata e degenerata e, al pensiero che si trattasse di uomini, ho sentito per loro una grande compassione. Tuttavia mi è impossibile reprimere la sensazione che essi non siano dello stesso nostro sangue. Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve , e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me. E quando allungavano quella mano ripugnante verso il mio piatto per servirmi, avrei voluto scappare lontano a mangiare un pezzo di pane piuttosto che cenare con un tale servizio. Che infelice scelta per la razza bianca aver legato, in certi paesi, la propria esistenza a quella dei negri! Dio ci salvi da un tale contatto!”. 

Agassiz, chi era costui? Naturalista americano della seconda metà dell’ottocento Agassiz è un importante studioso di pesci fossili, protetto dal “Grande” Cuvier, il fondatore della paleontologia.  Agassiz lasciò la nativa Svizzera per far carriera in America “in quanto europeo famoso ed affascinante” (come ce lo presenta il paleontologo evoluzionista Syephen J. Gould nel suo libro Il pollice del Panda, 1980).

Come il suo ispiratore Cuvier, Agassiz fu uno strenuo difensore della teoria creazionista di contro alla teoria evoluzionista darwiniana. Citato e riconosciuto all’epoca come “scienziato” non ha perso neppure oggi tale appellativo. Ciò che sono intenzionato a fare non è certo entrare in polemica per smentire tesi (il fissismo) ridicolizzate nei fatti  dalla stessa scienza, ma entrare più profondamente nell’analisi del brano sopracitato in quello che superficialmente, troppo superficialmente, viene definito “animo umano”, per trarne poi insegnamenti sulla sua “natura”, appunto “la natura umana”. Un termine quanto mai ambiguo usato in tutte le epoche con grande superficialità nella falsa sicurezza che con esso fosse noto l’oggetto da indagare.

Tutti o quasi oggi etichetterebbero l’autore del brano in questione con una pronto giudizio: razzista. La mia tesi sarà scoprire le origini del razzismo e dimostrare che Agassiz non solo non si pensava razzista, ma che era un uomo intellettualmente onesto. Dimostrare altresì quanto sia errata la definizione di scienziato attribuita fino ai giorni nostri di personaggi che vengono definiti tali solo perché si occupano di scienza alla stessa maniera con cui si definiscono filosofi coloro che si laureano o insegnano filosofia.

Scusate la digressione e torniamo senz’altro al brano sopra citato. Dalla lettera (sconvolgente) che cosa principalmente si evince? Si evince che il giudizio sul mondo è a partire dalla propria emotività, dice Agassiz “il sentimento che mi ispiravano”, senza avvedersi di prendere la propria emotività, ovvero “come io sento e percepisco il mondo” a metro e verità dell’essere: il metro con cui io andrò a giudicare il mondo. Guardando dentro a se stesso, alle proprie emozioni, Agassiz con grande onestà intellettuale si sente in dovere di contraddire i propri principi “di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie”. “Ma – afferma Agassiz – la verità prima di tutto”.

Che cos’è per Agassiz la verità?: l’io sento. Prendere per vero ciò che la propria anima a se stesso con grande travaglio interiore confessa. Non si avvede minimamente che il proprio modo di sentire è solo il suo personale modo di sentire e lo trova vero tanto più che questo va contro i suoi principi, ispirati da sentimenti cristiani di compassione: “ma la verità prima di tutto”. Agassiz riconosce nell’ io sento, il massimo della soggettività, quell’oggettività che eliminando l’ideologia (l’ideale di fratellanza e di un’unica specie) lo riconduce in buona fede a un “atteggiamento da scienziato” che non lascia che le proprie aspirazioni ideologiche pur emotivamente fondate (compassione e pietà) possano turbare o negare quella verità che i sensi gli offrono che sono il suo modo di vedere la verità. Per i ‘negri’  prova pietà e compassione, ma non lascia che questi sentimenti neghino l’evidenza, dove l’evidenza, ob torto collo, è quello che la realtà mostra attraverso i suoi personalissimi sentimenti.

Questo atteggiamento si può riassumere in due paradigmi: io sono quello che sento (l’io sento) e ciò che sento è la verità. Da questa monade, “l’io sento”, con cui il giudizio di valore di tutta la realtà viene determinato come vero, pochissimi fuggono. L’ io sento,  secondo cui é vero ciò che sento, l’unificazione tra realtà e verità all’interno dell’io costituisce per ciascuno la “visione del mondo” e la con-fusione tra realtà e verità. Da questa gabbia che ci unisce e isola a un tempo, da questa gabbia che siamo noi nel senso più proprio, sia superficiale che profondo, partono tutte le nostre considerazioni sociali, politiche, filosofiche. L’ io sento fa da filtro alla realtà e giudica come vere solo quelle proposizioni che compiacciono allo spirito.

Di questa gabbia nessuno o pochissimi hanno coscienza. Da questo autoinganno pochissimi fuggono. La quasi totalità degli umani, compreso il lettore, così come Agassiz (nota bene definito come scienziato) confonde la propria visione del mondo con la verità dell’essere, molti come Agassiz addirittura a livello addirittura epidermico  “ Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me”.

Dal suo epidermico sentire, infanzia dell’umanità, l’io sento vede, respira e giudica: lo fanno tutti, compreso tu che stai leggendo. La paura, l’orrore, la fobia del diverso è la patologia più diffusa tra gli umani. In ciascuno il bambino giudica il mondo a partire dall’ io sento. Le fobie e le antipatie o simpatie sono per la stragrande maggioranza della gente ancora il tramite della conoscenza e il modo di relazionarsi al mondo. Se a questo si aggiungono i pregiudizi, cliché del sentire comune che operano nel “grege” si ha il panorama del sociale nella sua patologia.

La stragrande maggioranza degli individui è parlata dalla lingua e dalla mancata evoluzione dell’ io in una più ragionevole condivisa visione della realtà, ovvero la maggior parte degli individui, lasciata a se stessa senza un’educazione sentimentale, non raggiunge mai l’età adulta, indulgia in uno stato mentale nel quale considera il proprio personale modo si sentire come metro oggettivo di valutazione. Ci si rivolge al sé in maniera acritica in una postura resistiva in difesa costante dell’io nella paura di perdere la personalità.

La realtà esterna giunge come conflittuale obbligando a un cambiamento forzoso.
 Le convinzioni emotivamente fondate tendono alla conservazione. La resistenza al cambiamento costringe l’individuo a ingoiare la realtà e a forzarla all’interno del proprie convinzioni a partire dall’io sento. Il bambino cui è mancata l’educazione sentimentale conserva nell’età adulta, il nucleo emotivo legato al principio dello “è vero quello che sento” e nella mancata maturazione dello spirito riversa sul sociale tutte le sue manchevolezze qualsiasi ruolo vada a rivestire anche quello riconosciuto di scienziato, filosofo o politico.




L’amor che muove il sole e l’altre stelle

Amor scaro e amor profano. TizianoIl teologo cattolico Vito Mancuso ci riprova con il suo ultimo libro a mettere ordine nell’etica cattolica e questa volta affronta il tema-tabù della  sessualità.

Il tentativo è tanto lodevole per la coraggiosa apertura dell’autore, uomo di sincera fede cattolica, quanto apprezzabile per l’arretratezza etica e culturale del paese in cui opera. Tuttavia, l’autore non esce dal circolo vizioso di un’etica fondata sulla contrapposizione del Bene al Male, riproducendola nella Natura. La concezione della Natura di Mancuso è infatti anch’essa dualistica dal momento che contrappone al Logos il Caos e, dunque, l’obbedire alla Natura con i suoi cicli presi come criterio di legislazione etica, non significa obbedire a Dio, che va concepito come puro Bene. Di più, la morale sessuale cattolica conferendo un primato alla Natura così intesa disconoscerebbe la specificità dell’essere umano caratterizzato dalla libertà di comprendere, volere e decidere. L’autore, infatti, afferma di credere nell’uso libero e responsabile  dell’intelligenza della persona umana e della sua volontà.

Una prima osservazione è chiedersi chi abbia creato la Natura con il suo portato di Caos se Dio si limita al Logos (il Bene): in questa impostazione vi si può riconosce l’impostazione della religiosità degli antichi greci che poneva Ananke, la Dea della necessità, della potenza del destino inalterabile, al di sopra di tutti gli altri Dei. Trovo, tuttavia, più interessante rilevare l’insistenza sui concetti di libertà, coscienza e responsabilità nella persona umana che l’autore mostra sempre più convintamente nelle sue opere. Le sue concezioni in materia, che personalmente condivido sebbene da una posizione extra religiosa, dovrebbero portarlo ad  ammettere di essersi “riformato” ed uscire così da un’impostazione Cattolica ormai minata alla base per aderire a quella Protestante: l’autorità della fede che sostituisce la fede nell’autorità.

Dal mio punto di vista, tuttavia, è più interessante  constatare come il vero tabù del cattolicesimo, ed anche dell’intero cristianesimo, sia la Teoria dell’ Evoluzione. La Chiesa, il cui vero peccato originale è la conoscenza, non può certo contrapporsi alla Teoria della relatività o alla Meccanica quantistica, ma tra tutte le teorie scientifiche moderne e attuali quella che non potrà mai accettare, e alla quale tenta sempre di opporsi fino a tentare di estirparne l’insegnamento dalla scuola, è quella di Darwin.

Ritroviamo nell’analisi di Vito Mancuso sulla Natura proprio l’assenza del concetto di Evoluzione, che gli consentirebbe di superare la concezione manicheista  della Natura concepita in una dualistica opposizione tra Logos e Caos e giungere ad una visione dinamica della Natura (l’Universo) che è mutevole. Le malattie e le sciagure naturali non sono manifestazioni maligne della Natura (il Caos) sulle quali Dio (il Logos) non può intervenire, bensì parti fondative ed integranti del divenire universale, contro le quali l’uomo pure si oppone con la sua Cultura per limitarne gli effetti negativi, ma con la consapevolezza di appartenervi.

All’autore di questo saggio e a tutti coloro che sono alla ricerca della verità suggerisco l’ipotesi che discende dall’Evoluzione stessa secondo la quale la verità sta nel futuro.




Temo i gesuiti anche quando portano doni

papaPapa Francesco è il primo pontefice appartenente all’ordine religioso dei Gesuiti ed il primo ad essersi denominato Francesco. Egli ci appare come un ossimoro nella storia della Chiesa cattolica apostolica romana,se non fosse per il costante richiamo della sua predicazione ecumenica alla povertà.

La recente corrispondenza con Eugenio Scalfari pubblicata con grande evidenza sul quotidiano La Repubblica sul tema del rapporto tra Fede e Ragione, ovvero sul dialogo tra credenti e non credenti, ha benevolmente sorpreso tutto il mondo e costituisce un ulteriore conferma del nuovo stile comunicativo del Pontefice che appare a molti come il nuovo e tanto atteso corso della Chiesa Cattolica.  Affermazioni come “la verità è una relazione”,  “il peccato anche per chi non ha la fede c’è quando si va contro la coscienza”, “il popolo ebreo è tuttora per noi la radice santa da cui è germinato Gesù”,“La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”, “Dio sarà tutto in tutti” hanno colpito in profondità l’immaginario di tutti gli uomini di buona volontà. Tra le analisi impegnate a rilevare l’apparente originalità di questo evento vi è quella di Enzo Bianchi (La Repubblica del 16/9) il quale rivela che Papa Francesco “è un Papa non italiano e non europeo che si rivolge a un intellettuale italiano” e più oltre che “Un vescovo di Roma, che ha la potestà e l’autorevolezza sull’intero orbe cattolico, dialoga direttamente con il fondatore ed editorialista di un quotidiano laico che ha sede a Roma”. Tutto questo inquadrato nel dialogo interreligioso e culturale che da tempo costituisce sfida e opportunità quotidiana per molti confratelli del Papa, i gesuiti.

Tre secoli separano la fondazione della Compagnia di Gesù (Ordine di chierici regolari) del 1534 da quella dell’Ordine francescano (Ordine dei Frati Minori) del 1209 e non v’è nulla di originale né nuovo nell’operato di Papa Francesco se solo si ricordano i ministeri ai quali dovevano attendere i gesuiti: la cura delle anime (non solo il catechismo, ma anche la consolazione spirituale dei credenti, con l’ascoltarne le confessioni e con l’amministrazione degli altri sacramenti), le opere di carità (rivolte agli ammalati, ai carcerati, alle prostitute, agli ebrei e mussulmani ai convertiti al cristianesimo) l’attività educativa (istituzione di collegi aperti a tutte le classi sociali, ma particolarmente specializzati nell’educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese al fine di formare la classe dirigente).

Impegnati ad arrestare il dilagare del protestantesimo nell’Europa centrale e ad evangelizzare i nuovi mondi da poco scoperti ed in via di colonizzazione, in osservanza del voto di totale obbedienza al papa, fin dagli esordi intrapresero un’intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti quali  l’India, il Giappone, la Cina, l’Africa, il Brasile, il Paraguay e il Canada. Ed oggi la preoccupazione della Chiesa cattolica non è mutata, di fronte alla temuta espansione delle chiese evangeliche in America Latina, in forte ascesa economica e sociale, che in questi ultimi anni hanno eroso la presenza cattolica nel continente fino a strapparne il primato in molti paesi come il Brasile, El Salvador, Guatemala.  Già il Cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire nel 2004 che “…Forse si deve qui osservare anche che gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America Latina e quindi il dissolvimento della Chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la Chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico ed economico stabile, in quanto dunque fallirebbe come educatrice delle nazioni, mentre ci si aspetta che il modello delle chiese libere renderà possibile un consenso morale e una formazione democratica della volontà pubblica, simili a quelli caratteristici degli Stati Uniti”.  Divenuto Papa Benedetto XVI compì in Brasile la visita nel 2007.

Quanto ai temi teologici affrontati nel dialogo, temo si ricada nella falsa contrapposizione ideologica tra Fede e Ragione, tra assoluto e relativo, quando il problema è filosofico e risiede piuttosto nella conoscenza e nella coscienza. Giusto e condivisibile il passaggio  di Papa Francesco, a mio parere il più “illuminante” ed anche il più compromettente per un religioso, secondo cui “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario la verità lo fa umile sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”. E’ questo un passaggio notevole perché concepisce la verità come immanente e non più trascendente.

A pochi giorni dalla nomina a Pontefice di Jorge Mario Bergoglio, e da quelle del Presidente della Camera e del Senato della Repubblica, sul mio post Captatio benevolentiae  scrivevo “Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia,  il Presidente della Camera vuole rappresentare  i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale.  Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori:  il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia”.  

Alla fin fine sia benvenuta ogni apertura alla verità, alla fratellanza e al dialogo purché ciò avvenga nella tolleranza della diversità. La sapienza deve guidare il cammino dell’uomo, non la fede, nella consapevolezza che la verità esiste e che non è rivelata. Viene in mente Eraclito, per il quale “per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio”.




Verità oltre il reality e la trasparenza

Unknown

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero (Demostene).    Vivere nella società dello spettacolo significa che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione, perché lo spettacolo non è un insieme di immagini,  ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Il successo della formula televisiva del reality show, dove la frustrazione  accumulata nella vita quotidiana dello spettatore si converte nel piacere voyeuristico procurato dall’osservazione di simulati vissuti altrui, pongono il dubbio: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le telecronache sportive o i talk-show,  dove conduttori e commentatori simulano e anticipano con un dialogo concitato la partecipazione del pubblico,  privandolo in tal modo della possibilità di una elaborazione propria come avveniva dopo l’evento nei bar e nei luoghi di lavoro, non inducono lo spettatore alla passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi?  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, viene adottato sempre più spesso in televisione? Non è forse  questo il “comune sentire”?

Nella prospettiva spettacolare la coscienza individuale non si manifesta con l’azione ma si annichilisce nella passività della delega. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio dei desideri, più semplici da capire ed accettare della realtà, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere. Essa non vede ciò che è troppo grande  e non osserva ciò che è troppo lontano. Formata in decenni di comunicazione mass-mediatica, ovvero marketing e pubblicità, la coscienza  si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza che vi siano necessariamente relazioni apparenti. Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini offerte allo sguardo digitale. Una illusione del vissuto  come quella provocata del movimento di una successione di fotogrammi. La vita vista come un film, come un sogno.

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza ritirandosi in uno spazio chiuso e limitato riconducibile all’esperienza personale ritrova un potere di controllo, emotivo perché tende a ristabilire attraverso l’adesione la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, pur sempre rimane costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata per la collettività la modalità prevalente di conoscenza e la coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.

Il sociologo Derrick de Kerckhove, entusiasta per le tecnologie della comunicazione, definisce con Psicotecnologie: “qualunque tecnologia emuli, estenda o amplifichi il potere della nostra mente”  e la televisione è per lui una psicotecnologia per eccellenza, in quanto esprime niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Sempre secondo de Kerckhove il “villaggio globale” di McLuhan è superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non è un fenomeno riguardante la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Ho l’impressione che folgorati sulla via  della tecnologia abbiamo in realtà acriticamente accettato la logica del marketing che vuole l’individuo consumatore, magari informato, ma passivo e addomesticato.

Il World Wide Web fu messo a disposizione del pubblico nel 1993, da allora la sua diffusione e le sue potenzialità hanno preoccupato uomini di cultura e politici circa gli effetti e ricadute sulla democrazia, ovvero sul rapporto tra individui e potere.  Ben presto il problema posto da internet, al di là di stabilire se il suo uso dovesse essere totalmente libero o in qualche misura regolato da leggi, é apparso essere l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione. In un tempo minimo io posso infatti acquisire e diffondere  una massa enorme d’informazioni che non sono poi in grado di elaborare.

Oggi che gli utenti di internet nel mondo superano i 2 miliardi (circa il 30% della popolazione mondiale) è lecito domandarsi in quale modo esso, aggiungendosi e combinandosi con i mass-media, abbia influenzato la nostra percezione, il processo psichico che opera la sintesi dei dati sensoriali in forme dotate di significato, che gli individui hanno del mondo. Si tratta, dal momento che la coscienza si forma sulla base della percezione della realtà esterna, di comprendere la relazione esistente tra conoscenza e coscienza.

Davvero nei social network avviene la diffusione di idee e di pensieri o piuttosto si tratta di uno scambio compulsivo di opinioni?  Si elabora l’informazione per decidere una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?  Il “Mi piace “ di Facebook viene trattato piuttosto col significato di “É vero”.  Una cosa è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento del computer, altra cosa è ridurre il soggetto allo stato  afasico delle risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi?

Più recentemente con lo streaming il reality è entrato ufficialmente nella politica, con la pretesa di realizzarvi l’etica della trasparenza. Già, perché il vedere e sapere quello che accade in tempo reale viene considerato ormai con entusiasmo come la partecipazione democratica dei cittadini alla politica. É la coscienza di ultima generazione, che non si accontenta più dei risultati, ma pretende di assistere al processo per il loro ottenimento.

La gaffe della Capogruppo M5S alla Camera Lombardi che dichiara durante il confronto con Bersani per la formazione del Governo la propria impressione di trovarsi a Ballarò deve preoccuparci non tanto per la manifesta maleducazione istituzionale, quanto per il rischio che la visibilità in diretta dei lavori parlamentari in nome della trasparenza possa davvero trasformare per esempio una Commissione in un talkshow, come del resto proprio il video di quell’incontro con quella battuta rilasciata per ingraziarsi i suoi sostenitori ed il suo capo che agiva da remoto, ha già tristemente prefigurato.

Ma, paradosso dell’ottica, il mezzo trasparente che permette di vedere le cose è esso stesso invisibile e se secondo la percezione popolare là dove  ci sono oscurità e ombre può annidarsi il male, secondo la fisica dove c’è troppa luce l’occhio rischia di accecarsi e non vedere più nulla.

Se la fiction televisiva interessa più della realtà quotidiana e se la ricerca della trasparenza nelle istituzioni attraverso lo streaming non è altro che una  App della politica spettacolo, allora dove cercare la verità? Nel rigore scientifico, nella saggezza popolare o nella religione? Ma prima ancora, la verità c’è? E se c’è, è conoscibile? e se è conoscibile è comunicabile?

Può apparire destabilizzante terminare delle riflessioni con interrogativi,come un delitto che rimane impunito in assenza del colpevole, ma per coloro che, come me, non credono alla verità rivelata si impone la sua incessante ricerca, avendo presenti le seguenti avvertenze: la natura ama nascondersi (Eraclito) e dunque bisogna credere a chi cerca la verità, non credere a chi la trova (Gide), consapevoli che le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità (Nietzsche).  Io penso che la verità c’è, perchè ne avvertiamo la mancanza, ma essa non risiede nel passato nè si può completamente svelare nel presente. Poichè l’Universo è in evoluzione è il presente a spiegare il passato, mentre la verità si colloca piuttosto nel futuro e il comune orientamento ad essa degli uomini pone la condizione per la sua comunicabilità, come aghi in un campo magnetico.

Ma il mondo è qui ed ora, con la sua economia e la sua politica: che fare? Un passo indietro, due avanti. Il passo indietro consiste nel rivolgere senza indulgenza l’attenzione alle cause reali e profonde del declino del nostro paese  riconoscendo che è stata la condizione di sottosviluppo culturale del nostro paese la causa del nostro mancato sviluppo economico (per esempio con i bassi livelli d’istruzione, con la sfiducia nello Stato, la fragilità delle Istituzioni, con la dilagata corruzione e la diffusione territoriale della criminalità, col degrado ambientale e con la perdita dell’orizzonte dei diritti, …).

Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua reale condizione di sottosviluppo culturale perché non dobbiamo nasconderci il fatto che il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura.  Riconoscimento dei sintomi e consapevolezza della diagnosi innanzi tutto, solo a queste condizioni sono possibili reali e concreti passi in avanti in direzione del futuro, avendo la cultura come metodo e fine.

 

 

 

 

 

 




I tabu nazionali

L’apertura dell’uomo di fronte al mondo si  misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste, ma che si colloca nel futuro.   Nel presente, che ci contiene, risiede la verità del passato, ma come comprenderla?  Per noi  la condizione preliminare sta nelle armi della critica:   combattere i luoghi comuni,  incrinare le certezze, riscoprire i significati e  infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre visioni.

Con la  rubrica I tabu nazionali ci proponiamo  di  smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che compromettono l’evoluzione del nostro paese (si tratta di cliché che si radicano nell’immaginario in modo spesso irreversibile, tanto da configurarsi come  veri e propri tabu). Rivendichiamo la libertà di combattere tutte le ideologie, laddove si annidano, ovvero di combattere l’ ideologia, quel pensiero che  sebbene fondato su una verità parziale si irrigidisce nella forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo  originario.