“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Perché abbiamo bisogno del M5S
Gli esiti elettorali mostrano che i partiti sono ormai ridotti ad un brand ideologico utilizzato al solo fine di familiarizzare gli elettori: votare a sinistra o a destra oggi non significa più essere di sinistra o di destra. In un mondo globalizzato in cui regna il pensiero unico-economico la distribuzione dei valori che ha guidato per un secolo le scelte elettorali nelle democrazie occidentali, tanto a destra quanto a sinistra, non coincide più con la distribuzione dei partiti che ad essi si richiamano. Ciò accade perché i problemi nelle democrazie sono a un tal punto di accumulazione che chiunque si trovi a governarli sarà indotto, scegliendo di agire all’interno del pensiero unico-economico, ad adottare le stesse soluzioni.
Il mito novecentesco dell’uomo forte si è tramutato nel nuovo millennio nel mito dell’ uomo del fare. Non un capo, ma un manager, non un leader che unisce un popolo su ideali perseguendo la visione dell’interesse lontano, ma un manager che gestisce le risorse per gli interessi vicini dei singoli. Compromessi i partiti, unica istituzione che insieme alla Chiesa funzionava in Italia, banditi i politici di professione, fallita l’esperienza dell’imprenditore di successo al governo si assiste oggi alla scesa in campo del manager , prototipo dell’uomo del fare. Tutto ciò mentre il dilagare della corruzione e dell’illegalità mostra a tutti che la questione morale non sta nei partiti ma nella società e il vero, specifico problema della democrazia italiana è la selezione di una nuova classe dirigente, onesta e capace di guidare il paese fuori dalla catastrofe annunciata.
Se adottiamo questo criterio come test e ci domandiamo quale partito in questi ultimi cinque anni stia selezionando questa nuova classe dirigente, allora dobbiamo constatare che non i partiti ma il M5S ha investito in questo processo di rinnovamento formando nuove figure politiche che, partite dal basso, agendo nel territorio con l’impegno militante , premiati da una crescita del consenso popolare a livello nazionale, si propongono oggi per amministrare i grandi Comuni e domani di guidare il Governo.
L’acredine che la sinistra manifesta contro il M5S è spiegabile solo con la frustrazione provata nei confronti di un competitore vincente che di fatto, al di là delle debolezze ideologiche pure esistenti, ha utilizzato le modalità di fare politica che ricordano quelle del vecchio PC quando conquistò la sua forza popolare, sapendo coniugare la modalità classica della politica militante con la modernità della rete. Se il rinnovamento riguarda il futuro ma deve mostrarsi subito nel presente a chi se non ai giovani affidare il compito? Se la corruzione è alimentata dal potere di chi meglio fidarsi se non dei neofiti della politica purché motivati eticamente? Il M5S non ha avuto bisogno di inventarsi alcuna “rottamazione” perché incorporava il processo di rinnovamento nei suoi stessi giovani componenti, proponendo un ricambio generazionale nella politica non agito all’interno dei partiti esistenti, ma promosso a partire dalla società stessa: un ascensore sociale per la formazione di una nuova classe dirigente fondata sul merito.
Quali sono dunque quegli indicatori che possiamo utilizzare per verificare la realtà e il valore di questo processo di rinnovamento? La precondizione dell’onestà richiesta ad ogni candidato, la concezione della delega parlamentare limitata nel tempo e con vincolo di mandato, il ruolo dell’eletto come portavoce della volontà popolare con l’obbligo di riferire e rendicontare sulla propria attività piuttosto che un ruolo di rappresentante che agisce la delega in relazione al partito di appartenenza, la necessità di formarsi costantemente con lo studio e l’approfondimento della materia.
I toni a volte ossessivi che caratterizzano i comportamenti dei “grillini” (denotazione che personalmente trovo negativa e che dovrebbe essere abbandonata al più presto) ci dicono che ancora sussistono nel M5S quelle incertezze tipiche dello stato adoloscenziale di un movimento politico , ma la loro velocità di crescita, non tanto quella elettorale quanto quella verso la piena maturità politica, ci fanno sperare nelle loro capacità di sparigliare l’asfittica partita politica in atto nel nostro paese. Abbiamo bisogno del M5S dal momento che nell’evoluzione l’intelligenza è la capacità di apprendere, prima ancora che di adattarsi all’ambiente.
Landini ti voglio bene
La politica viene definita sui dizionari (Treccani) come la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Ora, l’arte di governare può essere intesa solo come possibilità in mano a chi può esercitarla e quindi di politica si dovrebbe occupare unicamente solo chi detiene il potere o più estensivamente politica può essere intesa come l’interesse che i cittadini hanno a partecipare dell’azione di governo. Dopo L’état, c’est moi, attribuita a Luigi XIV che instaurava la monarchia assoluta, siamo arrivati alla democrazia: governo a cui prendono parte diretta o indiretta tutti i cittadini. In democrazia quindi i cittadini hanno diritto di interessarsi di politica, ovvero si deve tenere conto della loro opinione.
Il povero Maurizio Landini (Bersaglio mobile, 13 marzo 2105) tentava disperatamente di esercitare questo diritto in modo discorsivo e propositivo. Ma l’interesse dei giornalisti nelle persone di Marco Damilano, faccia da bravo ragazzo, e del vicedirettore del Fatto quotidiano, giovane di recentissima nomina, era unicamente conoscere le intenzioni di Landini a proposito della possibilità di formare un nuovo partito alla sinistra del PD. Il bravo Enrico Mentana illustrava il passato come una lunga serie di fallimenti in questa direzione, mentre Landini assisteva sconfortato. Invano tentava di far capire la rovinosa situazione sociale in cui versiamo e che il suo tentativo era di raccogliere forze culturali e politiche sufficienti a farsi sentire e poter cercare una rappresentanza in un parlamento che ora non mostra attenzione alle masse di lavoratori precari, sottopagati, disoccupati e altro, e che il suo era solo un primo momento per svegliare le coscienze e raccogliere il consenso. In tutta la trasmissione il ritornello era lo stesso “dove vai se il cavallo non ce l’hai”.
Il buon Maurizio, saldatore e sindacalista, con il suo quasi diploma non riusciva a spuntarla con quei bravi ragazzi con una laurea in tasca. La sua faccia sempre accigliata sprizza onestà da tutti i pori, ma per i gigioni della politica l’onestà è condizione necessaria, ma non sufficiente, anzi a volte neppure necessaria. Guardavano Landini con benevolenza, ma come a qualcuno che non capisce, non arriva a capire. Il che è vero, verissimo, tuttavia le cose dette da Landini non erano sue opinioni, ma fatti, fatti con cui loro stessi, i giornalisti professionisti dell’informazione, avrebbero dovuto concordare prima di muovere a critica saltando i fatti e interrogare Landini sul “che fare”. Avrebbero potuto dire “Siamo con te” prima di dire come troviamo la forza per ottenere una rappresentanza in parlamento. Se ne sono stati invece lì, in poltrona con aria saputa e sorriso di sufficienza ad ascoltare le sbrodolate logorroiche di Toro scatenato.
“Queste cose le sappiamo ma come possiamo farle valere?”. Volevano verificare insomma se Landini era portatore di qualche novità, novità di lotta. Del resto il loro mestiere è quello di giornalisti, giornalisti politici. Così mentre il paese scivola nel burrone non trovano di meglio che sconfortare chi pur a detta loro non avendone i mezzi cerca disperatamente di lottare. Personalmente ritengo che il saldatore può essere al più un capopopolo, ma non abbia la statura di un capo politico, né lui d’altra parte lo vuole, è il primo a dirlo, la sua umiltà, preziosissima, lo fa cosciente della cosa, ed è proprio per questo che andrebbe massimamente appoggiato e non scavalcato o ancora peggio deriso, come pare aver fatto la minoranza PD, forte solo del suo entrismo improduttivo.
Io non vedo Maurizio Landini a capo di un partito alla sinistra del PD, né ci si vede lui, ma voi giornalisti riconoscete un Matteo Salvini a capo della Lega e altri figuri come abili politici e per questo degni di essere capi. Qui il punto, essere abile, disonesto magari, ma abile. Allora la domanda è: “Fare politica significa sapersi giostrare nei giochi di potere e trovare il consenso o adoperarsi per migliorare le sorti del Paese?”. Quando arriveremo a distinguere la politica dalla partitica? Quando arriveremo a sganciarci da questa logica? La gente confonde ancora partitica con politica e a causa di questa confusione odia la politica. A questa confusione concorrono tutti i media che fondano l’informazione sulle opinioni e sui numeri, il più delle volte nemmeno compresi, e non sulla realtà, non fanno cultura, non aiutano l’opinione pubblica a distinguere Dio dal diavolo.
Il “detto” si sostituisce al “fatto” e cade in un abisso profondo. Eppure, una cosa è la politica, nobile arte cui tutti sono tenuti a partecipare, una cosa è la partitica, arte del compromesso e del raggiro al fine di ottenere soldi e potere. Come distinguerle? Difficile, ma per cominciare bisogna dirle due! Ma a quanto pare non è solo la gente, per realismo anche gli “intellettuali”, i politologi, gli eruditi del mestiere, alimentano questa confusione. L’unico uomo onesto – dicono – è un uomo capace (Croce). Vero, ci mancherebbe altro, ma un medico capace si deve occupare non solo della malattia ma anche del paziente (Platone). Forse Landini non è un primario, ma non vi è dubbio che si occupa della gente. Senza di questo l’apparenza avrà sempre la meglio sulla verità, la partitica sulla politica e il realismo sulla realtà. Tutti in coro, giornalisti e politici ragliano “I fatti non contano, contano solo le opinioni” e caro Landini vai a “pigliartelo nel culo” (Daniele Luttazzi), come tutti quegli idealisti che pensano di poter cambiare, una minoranza destinata a rimanere sempre tale nel paese delle meraviglie. Solo la cultura ci salverà.
Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.