Temo i gesuiti anche quando portano doni

papaPapa Francesco è il primo pontefice appartenente all’ordine religioso dei Gesuiti ed il primo ad essersi denominato Francesco. Egli ci appare come un ossimoro nella storia della Chiesa cattolica apostolica romana,se non fosse per il costante richiamo della sua predicazione ecumenica alla povertà.

La recente corrispondenza con Eugenio Scalfari pubblicata con grande evidenza sul quotidiano La Repubblica sul tema del rapporto tra Fede e Ragione, ovvero sul dialogo tra credenti e non credenti, ha benevolmente sorpreso tutto il mondo e costituisce un ulteriore conferma del nuovo stile comunicativo del Pontefice che appare a molti come il nuovo e tanto atteso corso della Chiesa Cattolica.  Affermazioni come “la verità è una relazione”,  “il peccato anche per chi non ha la fede c’è quando si va contro la coscienza”, “il popolo ebreo è tuttora per noi la radice santa da cui è germinato Gesù”,“La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”, “Dio sarà tutto in tutti” hanno colpito in profondità l’immaginario di tutti gli uomini di buona volontà. Tra le analisi impegnate a rilevare l’apparente originalità di questo evento vi è quella di Enzo Bianchi (La Repubblica del 16/9) il quale rivela che Papa Francesco “è un Papa non italiano e non europeo che si rivolge a un intellettuale italiano” e più oltre che “Un vescovo di Roma, che ha la potestà e l’autorevolezza sull’intero orbe cattolico, dialoga direttamente con il fondatore ed editorialista di un quotidiano laico che ha sede a Roma”. Tutto questo inquadrato nel dialogo interreligioso e culturale che da tempo costituisce sfida e opportunità quotidiana per molti confratelli del Papa, i gesuiti.

Tre secoli separano la fondazione della Compagnia di Gesù (Ordine di chierici regolari) del 1534 da quella dell’Ordine francescano (Ordine dei Frati Minori) del 1209 e non v’è nulla di originale né nuovo nell’operato di Papa Francesco se solo si ricordano i ministeri ai quali dovevano attendere i gesuiti: la cura delle anime (non solo il catechismo, ma anche la consolazione spirituale dei credenti, con l’ascoltarne le confessioni e con l’amministrazione degli altri sacramenti), le opere di carità (rivolte agli ammalati, ai carcerati, alle prostitute, agli ebrei e mussulmani ai convertiti al cristianesimo) l’attività educativa (istituzione di collegi aperti a tutte le classi sociali, ma particolarmente specializzati nell’educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese al fine di formare la classe dirigente).

Impegnati ad arrestare il dilagare del protestantesimo nell’Europa centrale e ad evangelizzare i nuovi mondi da poco scoperti ed in via di colonizzazione, in osservanza del voto di totale obbedienza al papa, fin dagli esordi intrapresero un’intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti quali  l’India, il Giappone, la Cina, l’Africa, il Brasile, il Paraguay e il Canada. Ed oggi la preoccupazione della Chiesa cattolica non è mutata, di fronte alla temuta espansione delle chiese evangeliche in America Latina, in forte ascesa economica e sociale, che in questi ultimi anni hanno eroso la presenza cattolica nel continente fino a strapparne il primato in molti paesi come il Brasile, El Salvador, Guatemala.  Già il Cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire nel 2004 che “…Forse si deve qui osservare anche che gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America Latina e quindi il dissolvimento della Chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la Chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico ed economico stabile, in quanto dunque fallirebbe come educatrice delle nazioni, mentre ci si aspetta che il modello delle chiese libere renderà possibile un consenso morale e una formazione democratica della volontà pubblica, simili a quelli caratteristici degli Stati Uniti”.  Divenuto Papa Benedetto XVI compì in Brasile la visita nel 2007.

Quanto ai temi teologici affrontati nel dialogo, temo si ricada nella falsa contrapposizione ideologica tra Fede e Ragione, tra assoluto e relativo, quando il problema è filosofico e risiede piuttosto nella conoscenza e nella coscienza. Giusto e condivisibile il passaggio  di Papa Francesco, a mio parere il più “illuminante” ed anche il più compromettente per un religioso, secondo cui “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario la verità lo fa umile sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”. E’ questo un passaggio notevole perché concepisce la verità come immanente e non più trascendente.

A pochi giorni dalla nomina a Pontefice di Jorge Mario Bergoglio, e da quelle del Presidente della Camera e del Senato della Repubblica, sul mio post Captatio benevolentiae  scrivevo “Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia,  il Presidente della Camera vuole rappresentare  i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale.  Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori:  il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia”.  

Alla fin fine sia benvenuta ogni apertura alla verità, alla fratellanza e al dialogo purché ciò avvenga nella tolleranza della diversità. La sapienza deve guidare il cammino dell’uomo, non la fede, nella consapevolezza che la verità esiste e che non è rivelata. Viene in mente Eraclito, per il quale “per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio”.




Avere ragione

(da La filogenesi culturale )

  (…) La possibilità di fuggire alle regole sia naturali che culturali permette all’individuo una maggiore libertà d’azione. Può scapparci il morto o lo stupro e questo il sociale non lo può tollerare, ma in un caso o nell’altro dubito che l’intolleranza del gruppo agisca da subito; le punizioni per comportamenti indesiderati sono blande e lente a venire a meno che non si tratti di stupri e di morti di “persone” eccellenti e in ogni caso gli investigatori all’epoca non erano particolarmente né abili, né dotati. Per cui come già detto le ammazzatine e la perdita non volontaria della verginità non dovevano essere infrequenti e scarsamente perseguite. Insomma il bullismo se proprio non ben visto meritava al più una tirata d’orecchi, un grugnito più duro di un altro, ma era sicuramente tollerato se non addirittura in più di un caso incoraggiato, e mutatis mutandis arriva sino ai giorni nostri.

La competitività, come l’aggressività, nel maschio rimangono comunque nell’istinto legate a un cromosoma, oggi latente ma non ancora interamente sopito; istinto che viene in genere dirottato verso altri bersagli, bersagli non sempre, meno cruenti e meno crudeli. Questa sublimazione, dirottamento, degli obiettivi cui è legato l’istinto è parte integrante del processo di civiltà. Dirottare obiettivi come la morte dell’altro verso la sua mortificazione non è indifferente, è comunque un progresso. Ma ulteriori e migliori passi sono stati compiuti nella valutazione del prossimo e saranno ripresi più avanti.

Oggi avere ragione, in nulla relaziona con la forza fisica e la violenza, con tutte le limitazioni esposte precedentemente in nota, la ragione si fonda sulle ragioni, ragioni tanto più valide quanto più oggettive, verificabili nei fatti, ma indipendentemente da ciò avere ragione nella competizione significa ancora la sconfitta dell’avversario, e quasi mai cercare insieme la verità come affermazione a vantaggio di tutti. Il desiderio di vittoria che un tempo era espresso dalla forza fisica diviene il desiderio di avere ragione e la sua soddisfazione si ottiene con la sconfitta dell’avversario nell’eloquenza. Non più con la sua morte ma con la sua mortificazione.

In merito ricordo tuttavia, anche se ho sempre interpretato la cosa in senso figurato, che essere sconfitti da un indovinello o nel dialogo per i Greci comportava morte per scoramento. Nel dialogo si dovrebbe solo ascoltare quei punti di vista da noi non considerati per far crescere il Discorso per sé e per gli altri, senza alcuna ansia di imporre il proprio. Fantascienza. Si discute sempre per partito preso.

Molto più indietro nel tempo del tutto indipendentemente da ragioni di giustizia e verità la ragione contrariamente apparteneva unicamente al più forte, la ragione è del più forte, colui che con la forza fisica sconfiggeva il debole aveva ragione anche dello spirito. Tutti i racconti per ragazzi hanno questo alto intendimento morale, il buono prevale sempre anche con la forza fisica. Un ineccepibile realismo domina l’essente.  Ai tempi del nostro eroe al più forte andava l’ammirazione di tutti e la ragione, indipendentemente dai motivi del conflitto. Fino a quando poi con alto ingegno nel medio evo la ragione, la colpa, viene stabilita in modo del tutto analogo con l’ordalia; metti una mano nell’olio bollente e invochi Dio, se non ti bruci sei innocente.

Verità e affermazione di sé sin da allora competono e avere ragione assume nella storia significati diversi a seconda della partecipazione emotiva dell’individuo e del suo potere prima fisico poi temporale nel pretendere la ragione.  Avere ragione ed essere nel giusto a ben vedere sono cose molto diverse. Il legame tra verità e ragione è all’inizio inesistente, non esiste nessuna relazione logica tra i due, il vero viene affermato dalla forza, dalla forza fisica e dal potere. È la prima espressione del realismo, ha ragione solo chi è più forte. Solo successivamente e molto tardivamente si instaura il legame logico ma solo quando i fatti assumeranno importanza nel giudizio e il termine ragione arriverà ad avere il suo significato, quello da ultimo portato anche dalla scienza nell’oggettivazione del mondo e non ancora dalla filosofia e dalla morale.

Ma per moltissimo tempo e ancora oggi nell’uomo comune, il significato di ragione e avere ragione si confondono. Per avere ragione bisogna ritrovare nel mondo quell’oggettività che rinfranchi la propria tesi su un piano logico esistenziale ma ancora oggi si intende avere ragione nella competizione come avere ragione dell’altro ovvero battere l’avversario: un vecchio istinto, l’aggressività fa ancora da padrone e le discussioni anziché cercare la verità cercano come nei duelli, soddisfazione.

Nella biologia di base degli individui, nel ripetersi della dittatura cromosomica nell’ontogenesi, nulla è cambiato, solo una diversa educazione è venuta a sovrapporsi con la cultura a inibire i primordiali istinti, che non cessano per questo di esistere e si manifestano in tutte le occasioni che consentono le circostanze quando per esempio la rabbia fa perdere il lume della ragione lasciando sfogo all’aggressività di fondo: l’stinto represso ma sempre presente se non sufficientemente inibito libera la violenza, l’ultima chance per avere ragione.

L’uomo civilizzato ha imparato solo a dominare l’istinto, non ad annullarlo, la sua manifestazione dipende unicamente dalle capacità di controllarlo e di reprimerlo fino ad un punto oltre il quale, perso il lume della ragione, si scatenano forze primordiali incontrollate; se l’individuo non riesce a tornare al suo equilibrio di base alla così detta calma, le sue azioni saranno guidate dall’istinto fino alle estreme conseguenze, anche fino alla propria morte o alla morte dell’avversario chiunque esso sia. “Ero fuori di me”, denuncia l’affido dell’io all’es e rende l’idea. “Non sai di che cosa sono capace”, confessa nella minaccia la responsabilità. Una frase da prendere in seria considerazione. La richiesta di un perdono a priori ti deresponsabilizza verso qualsiasi atto. La nostra anima non è ancora per intero nelle nostre mani. Il limite in cui stabilire la rabbia, il suo scatenamento, è soggettivo e dipende strettamente dalla cultura posseduta e mai come in questo caso si deve intendere per cultura spirito, e distinguere cultura ed erudizione.

Anche se è più difficile che una persona erudita sia violenta, l’erudizione non esclude il crimine, la cultura se si comprende che cosa per cultura ho inteso è anche il controllo della ubris come educazione dello spirito e il crimine viene dalla cultura a priori escluso senza consentire alibi. Anche se l’individuo non arriva a delinquere coscientemente per intero, il limite viene deciso a priori dalla ragione secondo educazione, ed è soggettivo per ciascuno, ogni individuo decide a priori quando è il caso, ovvero qual è il punto in cui incazzarsi e i limiti possibili da raggiungere con l’incazzatura; da alzare il tono della voce ad alzare le mani. Alzare le mani in passato non solo era tollerato ma approvato. Il maschio alfa se non alza le mani arriva a omega. Che cosa sia giusto fare o non fare riguarda l’ontogenesi.

La ragione è qui intesa solo come la parte razionale legata alla temporalità in opposizione agli istinti, ma sulla maturazione del’io molto deve essere detto. Quando affermo quindi che il punto di collera viene deciso a priori dalla ragione non voglio assolutamente dire che questo venga fissato ragionevolmente, secondo coscienza e volontà, esso può essere benissimo solo il frutto, come per lo più avviene, di condizionamenti ambientali, dell’educazione ricevuta.

Dice Aristotele che quando uno si adira per la cosa giusta, al momento giusto, con la persona giusta, nel modo giusto, nella situazione giusta, ha diritto di adirarsi. Il che significa che se viene a mancare una sola di queste condizioni si perde il diritto. Perdere il lume della ragione può essere a seconda degli individui diverso e la risposta differente.

Il discorso ovviamente si complica e sarà ripreso a partire da queste basi in seguito, qui si vuole solo far comprendere come l’Homo sapiens conservi e non annulli definitivamente tutti i comportamenti pregressi dovuti agli istinti e alle pulsioni e come quindi sia indispensabile conoscere e conoscersi per vivere liberi secondo propria volontà.  Ancora una volta la conoscenza dell’evoluzione dello spirito e la conoscenza dello spirito dentro di noi, è indispensabile per il cambiamento e il cambiamento è indispensabile per la coscienza. Chi si ferma è perduto, chi si ferma non rimane uguale ma arretra e inesorabilmente invecchia, cresce senza maturare.

Nella teoria della cipolla noi siamo composti da una serie di strati sovrapposti, come nella tettonica a strati in cui in epoche diverse si sono depositate risposte diverse ai diversi ambienti di volta in volta incontrati. Possediamo risposte per ogni ambiente pregresso e senza libera coscienza se l’ambiente arretra arretriamo di conseguenza. Se non sappiamo controllarci andiamo in preda al passato, a un io primordiale che noi siamo e non siamo nella misura in cui l’istinto toglie le redini e guida le nostre azioni. Dovremmo rivendicare noi stessi solo nell’ultimo strato quello più alto, più recente e più superficiale perché nel profondo siamo tutti delle bestie.

Esistono dunque due abissi per lo spirito uno all’ingiù e uno all’insù; quanto debba essere alto lo strato che individua al presente la nostra persona rimane indeterminato. Come non esiste limite al tormento, non esiste limite alla santità, chiarire il passato è lo strumento per la bellezza dell’essere.  La via all’ingiù e la via all’insù sono la stessa  (Eraclito , detto l’oscuro).