Più si avvicinano le urne e più i candidati sindaci di Milano Giuseppe Sala e Stefano Parisi, manager a confronto uno per il centrosinistra l’altro per il centrodestra, si sforzano di mostrare la loro differenza a chi li considera come fotocopie, ma qual è l’originale? Giuseppe Sala, 58 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco uscente Pisapia all’inizio del suo unico mandato versus Stefano Parisi, 60 anni laureato in Economia, scelto come city manager dal Sindaco Albertini al suo primo mandato. Alla fine nel determinare la scelta del futuro Sindaco di Milano prevarrà l’appartenenza allo schieramento politico o il curriculum professionale? Se confrontiamo i curriculum dei due contendenti troviamo molte analogie, per esempio quelle sopra elencate, ma anche un’interessante differenza. Vediamo in sintesi i due curriculum:
Giuseppe Sala: 1983-2002 da dirigente ad Amministratore Delegato in Pirelli, 2003 Direttore generale Telecom Italia, 2006 socio fondatore Medhelan Management & Finance e senior advisor banca d’investimenti giapponese Nomura Bank, 2009 city manager del Comune di Milano con il Sindaco Letizia Moratti, 2010 rappresentante comune all’Expo 2015 SpA, 2013 commissario governativo Expo 2015 SpA, 2015 candidato Sindaco Milano.
Stefano Parisi: inizia all’Ufficio studi CGIL, 1984 Capo della segreteria tecnica del Ministero del Lavoro, poi stesso incarico alla Vice Presidenza del Consiglio e al Ministero degli Esteri, 1992-1997 Capo del Dipartimento per gli Affari Economici della Presidenza del Consiglio (con Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini), 1997 city manager col sindaco Gabriele Albertini, 2000 Direttore generale di Confindustria, 2004 Amministratore Delegato di Fastweb, 2012 fondatore della Chili SpA, 2016 candidato Sindaco Milano.
Quali sono le analogie? L’età, il titolo di studio, le esperienze manageriali nel settore privato, ma la più significativa è quella di essere stati entrambi city manager per due Sindaci di Milano e l’avere entrambi lasciato il mandato dopo circa due anni per assumere altri incarichi.
La figura del city manager fu introdotta dalla legge Bassanini, ispirantosi al modello statunitense, come figura tecnica scelta dal Sindaco per rispondere all’esigenza di dotare il Comune di una gestione manageriale vera e propria grazie a una funzione di direzione generale che rispetto a quella classica del Segretario fosse più tecnica e forte nelle dinamiche burocratiche-mministrative della vita dell’ente pubblico. Essa nasce in Italia dopo la legge di elezione diretta del Sindaco ed è un organo facoltativo, complementare alla figura del Segratario generale, avente nomina a tempo determinato legata al mandato del Sindaco. Poiché il city manager provvede ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo dell’ente, secondo il programma del Sindaco e sovrintende alla gestione dell’ente perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza, la sua identificazione avviene essendo un rapporto fiduciario per intuitu personae da parte del Sindaco e quindi formalizzata previa deliberazione della giunta, al di fuori della dotazione organica e con contratto a tempo determinato, con una retribuzione massima pari a 240 mila euro lordi.
Dal 1997, lungo i quattro mandati del Sindaco del Comune di Milano dopo quello di Marco Formentini, ovvero due mandati a Gabriele Albertini poi Letizia Moratti e quindi Giuliano Pisapia, si sono avvicendati ad oggi 7 city manager, nell’ordine: Stefano Parisi e Giorgio Porta con Gabriele Albertini; Giampiero Borghini, Giuseppe Sala e Antonio Acerbo con Letizia Moratti; Davide Corritore e Giuseppe Tomarchio con Giuliano Pisapia. La media è di 2,33 city manager per Sindaco o, se preferite, 1,75 per mandato. Questo turn over sembrerebbe smentire l’intuitu personae dei Sindaci nella scelta del collaboratore di fiducia se non considerassimo, invece, da un lato il decadimento nel nostro paese della vera politica, quella “visione dell’interesse lontano” ormai delegata al tecnicismo aziendalistico, dall’altro le reali motivazioni di carriera che guidano le scelte professionali dei manager in quanto tali.
Vediamo ora qual è in definitiva la differenza tra i due candidati. Sta essenzialmente nei due percorsi di carriera: Stefano Parisi ha navigato dai governi socialisti della prima repubblica a quelli di centrodestra della seconda Repubblica come un boiardo di stato, passando dalla Cgil alla Confindustria, dal pubblico al privato e di nuovo al privato, mentre Giuseppe Sala si presenta come un manager puro che passa dal settore privato alla pubblica amministrazione, prima nell’area del centrodestra come city manager e poi in quello del centrosinistra come candidato del centrosinistra sull’onda del successo dell’Expo.
Non siamo negli Stati Uniti d’America (spoil system) o in Francia (École nazionale d’administration, ENA), siamo in Italia, paese unico in Europa dove imprenditori e manager stanno diventando i nuovi leader della politica imponendo il proprio modello ai nuovi politici “uomini del fare”. In questa scenario l’intercambiabilità nei due percorsi tra ruoli privati e ruoli pubblici viene fatta apparire come un valore per la professionalità acquisita, quando in realtà essa rappresenta solo la vera natura della figura del manager: un tecnico motivato dall’interesse vicino e personale, forte di una tecnica ritenuta neutrale spendibile sotto ogni bandiera.
Alle prossime elezioni per il Sindaco di Milano, a parte gli altri contendenti tra cui i principali Giancarlo Corrado e Basilio Rizzo, noi saremo chiamati a scegliere, verosimilmente con il ballottaggio al secondo turno, tra due esemplari della moderna edizione della figura mercenaria del capitano di ventura. È questa la figura originale di cui tanto i manager prestati alla politica quanto i politici asserviti al pensiero unico economico sono la fotocopia. A costoro i padroni della finanza e dell’economia, agendo sullo sfondo sfuocato della politica, affidano l’esecuzione dei loro programmi. Niente di personale, è l’economia bellezza, e tu non puoi farci niente.

Nel linguaggio del corpo la posizione con le braccia conserte esprime un atteggiamento negativo o difensivo, una barriera tra se stessi e il nostro interlocutore che noi tutti percepiamo con un senso di disagio. Eppure, come si può notare su tutti i quotidiani che scrivono di economia e finanza i manager sono spesso fotografati in questa posa, anche sorridenti. Sono finiti i tempi in cui gli operai davanti alle fabbriche incrociavano le braccia per sottolineare la loro indisponibilità verso il padrone.
Manager! Chi è costui? Per i latini, dalla cui lingua deriva il termine inglese, manu agere era un’espressione che significava ‘condurre con la mano’ o anche ‘guidare una bestia stando davanti a lei’. Oggi il termine è diffuso in tutto il mondo e sta ad indicare un dirigente con responsabilità del processo e capace di gestire le risorse per conseguire determinati obiettivi. Se nell’ambito strettamente operativo della fabbrica o della azienda la funzione del manager è chiara, dal punto di vista del diritto la questione si complica perché la funzione è definita come l’attività svolta da un soggetto non nel proprio interesse ma nell’interesse altrui, un interesse che può essere privato come nel caso di un consiglio di amministrazione di un’azienda, o pubblico come nel caso di un ente pubblico o un governo in rappresentanza dei cittadini. Subentra infatti il concetto di “interesse” che supera la necessità oggettiva puramente tecnico-operativa reintroducendo il soggetto con la sua volontà.
Nella civiltà dominata dalla Tecnica, più che i mezzi e il fine conta la funzione, il processo, secondo il quale i mezzi sono considerati neutrali e quindi tutti utilizzabili per conseguire il fine, che diventa tutto ciò che può essere conseguito: il risultato. La ragione di Stato diventa la ragione della Tecnica e l’economia il pensiero dominante. La prospettiva è unica e totalizzante: ogni lavoratore diventa un funzionario del sistema che opera al suo interno con gradi di libertà proporzionali al ruolo. La società tende a diventare il luogo del mercato, entità neutrale senza più ideologie, nella misura in cui diventa l’estensione di un’azienda nella quale non si lavora più per un padrone, ma per un’organizzazione complessa dove la figura dell’imprenditore si scambia con quello dell’amministratore delegato.
L’esaltazione della funzione del manager, nella misura in cui l’intervento degli uomini del fare crea l’aspettativa della soluzione dei problemi, è l’indicatore del decadimento del valore della politica nella società della Tecnica, in cui lo Stato viene concepito come un’azienda e il Comune come un condominio. In questo dominio la figura del manager da una parte si sostituisce al padrone, la cui proprietà familiare o societaria rimane appartata sullo sfondo, dall’altra al leader politico, la cui visione del mondo diventa inconsistente. Nella nostra società globalizzata e dominata dal mercato i manager sono l’edizione moderna dei “capitani di ventura”, i comandanti di una compagnia privata di mercenari dette per l’appunto “compagnie di ventura”. E non è un caso che il loro successo politico si stia affermando particolarmente nel nostro paese, la cui tradizione di assoldare capitani di ventura coi loro mercenari, le compagnie di ventura che oggi si chiamerebbero squadre, risale al medioevo.
Quella figura del manager a mezzo busto che con le braccia conserte ci guarda dalla foto non vuole essere soltanto la figura salvifica dell’uomo del fare, ma rappresenta il funzionario della Tecnica che ci dice sorridendo: “È l’economia bellezza e tu cittadino non puoi farci niente”.