Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.
Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.
La buona scuola?!
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.
“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14 gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.
Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.
Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!
Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?! Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla produzione e al consumo.
Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro.
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra.
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa” entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo?
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.
Cultura è un termine polisemico ovvero un termine astratto cui si possono riferire molteplici significati. In termini generali si può definire cultura ciò che è sedimentato in un soggetto vivente attraverso l’apprendimento dall’ambiente esterno.
Di cultura possiamo parlare quindi anche a proposito degli animali e in un certo senso
anche dei vegetali dal momento che anche le piante apprendono. Tuttavia l’apprendimento riguarda massimamente l’uomo e la cultura umana è l’espressione evolutiva più alta. Per cultura umana bisogna dunque intendere quanto va a depositarsi nell’individuo e nella collettività degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente. Da qui la convinzione certa che la cultura inerisca la relazione soggetto oggetto, individuo ambiente, sé e altro da sé. Una convinzione certa non si attua in sede di opinione, ma si determina come fatto ovvero si struttura logicamente.
Per cultura si deve pertanto intendere quanto l’ambiente nella relazione ha depositato nell’individuo e nella collettività. Esiste infatti una cultura individuale e una cultura collettiva, di specie o di gruppo. La dinamica evolutiva pretende che il positum (ciò che si va a depositare) non rimanga mai identico ma sia soggetto a continue trasformazioni secondo modo e quantità delle informazioni ricevute, la cui velocità di apprendimento dipende dalla capacità dell’individuo e del sociale di accogliere nuove istanze (emergenze) che riguardano sia contingenze esterne (quelle sociali) che contingenze interne (quelle individuali) nella relazione.
La dinamica interno-esterno porta alla crescita culturale. Il gruppo non è un individuo, solo l’individuo pensa. Ovvero sia filogeneticamente che ontogeneticamente la cultura è in continuo progresso. Il positum nell’individuo come nel sociale è dunque soggetto a continui rimaneggiamenti.
Il processo tuttavia non è lineare e soggetto a subire battute d’arresto e anche a regressione. L’appreso necessita all’interno dell’individuo come nel sociale di sistematizzazione che porta inevitabilmente a una strutturazione fissa utile alla comprensione pratica della realtà. Convinzioni e regole stanno alla base della pratica sociale. Non sono inamovibili, ma la loro amovibilità sta tutta all’interno degli individui, unico soggetto pensante.
A questa strutturazione fissa che corrisponde a quella che possiamo definire una visione di vita possiamo dare ora il nome di mentalità. La mentalità degli individui é il soggetto della pratica sociale. Da qui la sua importanza. La mentalità può a sua volta essere definita come la visione di vita che il sociale in cui si è nati ha dato all’individuo nella sua particolare accezione, sociale che si definisce come cultura di gruppo o di popolo.
La variabilità individuale rispetto alle regole stabilite dal sociale o dal gruppo soggiace alle stesse e gode all’interno di una limitata libertà a causa dell’ignoranza che l’individuo ha di trovarsi all’interno delle stesse. Una maggiore libertà può essere goduta solo con un avanzamento dello spirito. Questo equivale a dire che si nasce già parlati dalla lingua, ovvero un ambiente che pre-determina la postura mentale dell’individuo, la sua mentalità.
In termini ancora generali possiamo ora definire la cultura come l’insieme degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente attraverso il tentativo dell’ambiente di maturare individualmente lo spirito prima all’interno del gruppo e poi per il suo superamento. Questo processo è ciò che noi chiamiamo educazione.
Da ultimo rimane quindi che per cultura bisogna intendere l’educazione dello spirito per la sua maturazione. Una civiltà più progredita sarà di conseguenza una civiltà in cui lo spirito di tutti è più maturo. Il riferimento alla maturità dello spirito separa nettamente la cultura dall’erudizione, rimanendo l’erudizione se presa a se stante solo un accumulo amorfo di nozioni. La maturazione dello spirito non accumula passivamente nozioni, ma ordina attivamente l’appreso secondo direttive etiche ed estetiche. Si deve imparare e insegnare a riflettere passando dal contingente all’estensivo. In definitiva cultura significa educazione al bello e al buono.
Nel 1816 il socialista Robert Owen fece costruire nel villaggio di New Lanark (Scozia) per i lavoratori della azienda da lui diretta che ivi risiedevano e lavoravano, oltre ad una Scuola per l’infanzia e un Nursery Buildings già realizzato nel 1809, l’ Istituto per la Formazione del Carattere, dove : “Le tre stanze al piano inferiore saranno lasciate aperte all’utilizzo degli adulti del paese, i quali devono poter disporre di ogni utilità per poter leggere, scrivere, far di conto, cucire o giocare, discorrere o passeggiare. Due serate per settimana saranno dedicate alla danza ed alla musica, ma in queste occasioni, ogni comodità sarà predisposta per coloro che preferiranno studiare o continuare qualunque delle occupazioni seguite nelle altre sere.”
L’educazione spirituale è il pilastro su cui si fonda la civiltà, un’attività dello spirito necessaria e doverosa da parte sia dell’individuo che del sociale. La cultura è vivente o non è cultura. Molto diversamente da questa impostazione si dà importanza più all’erudizione che all’educazione confondendo la cultura con le arti, lo spettacolo e le scienze”, attività culturali che hanno senso solo se educative dello spirito per la sua maturazione, ma che diversamente rimangono solo epifenomeni etichettati. È questo il paradosso della politica: non comprendere l’importanza dell’educazione dello spirito non avendola ancora pienamente intesa o nella migliore delle ipotesi ritenendola erroneamente sotto-intesa. Ancora non si intende spirito, alla politica neppure sfiora l’idea.
Solo la cultura, la cultura vivente, ci salverà.