La dignità dell’uomo tra fine e mezzo

Anche fatti recenti dal mondo del cinema ci offrono l’opportunità di riflettere sulla questione morale: esiste un minimo comune multiplo tra le denunce tardive di molestie sessuali subite da attrici (e attori) e lo svelamento dei documenti top-secret di cui tratta l’ultimo film “The Post” di Steven Spielberg?  Sì, esiste e si chiama dignità. 

Daniel Ellsberg, ex militare ed economista del Pentagono, nel 1971 svelò al New York Times alcuni documenti segreti del dipartimento della Difesa degli USA su cui stava lavorando. Tali documenti, poi chiamati Pentagon Papers, rivelavano le strategie del governo americano in merito alla guerra in Vietnam. In una intervista apparsa sul quotidiano laRepubblica alla domanda “seguire gli ordini o la coscienza?” Ellsberg così risponde rivolgendosi in particolare a coloro che operano all’interno di un sistema:

(…) Se, tuttavia … dovessero scoprire che i loro capi e le istituzioni per cui lavorano stanno ingannando il parlamento o l’opinione pubblica, allora li incoraggerei a denunciare ai cittadini quello che hanno scoperto servendosi di documenti che lo provano, e agendo a qualunque costo per le loro vite e carriere”.

Si potrebbe limitare il senso di queste parole sottolineando la formazione da “soldato” o la tarda età cui è giunto Ellsberg dopo aver avuto successo nella sua impresa. Ciò allegerirebbe il peso del confronto con le nostre comuni esistenze. Tuttavia, non possiamo né dobbiamo dimenticare che molti uomini e donne comuni hanno rinunciato persino a vivere, figuriamoci per una carriera cinematografica, pur di non accettare il sopruso, la menzogna, l’umiliazione.  Su  tali sacrifici si sono fondate le libertà e diritti che oggi tanto spesso e orgogliosamente invochiamo e rivendichiamo.

Scrive Hannah Arendt in Responsabilità e Giudizio : “Un fatto del mondo è sempre qualcosa che è diventato tale (come si deduce dall’etimologia latina della parola: fieri – factum est) . In altre parole, è abbastanza vero che il passato ci assilla, poichè la sua funzione è appunto quella di assillare come uno spettro noi che viviamo nel presente e desideriamo vivere in questo mondo così com’è, ossia com’è diventato”.




La proprietà transitiva del male

La Pietà di Michelangelo_ Allo spagnolo Samuel Aranda del New York Times il premio miglior foto 2012 dal World Press PhotoAl di qua del bene e del male ognuno in cuor suo pensa sempre di aver ragione. Il più efferato crimine si giustifica sempre con la buona fede. L’ ”io sento” trova sempre in sé le ragioni del proprio essere. Non solo Eichmann, ma anche Hitler hanno agito in “buona fede”, ovvero nella fede che loro ritengono buona. Questa verità deve essere chiara a tutti. Il crimine diventa crimine solo se e quando viene scoperto e solo allora associato, se associato, alla vergogna, ma in chi la fede è incrollabile neppure la condanna e la morte provocano il pentimento e salvano così anche la loro dignità. Se dunque non è la buona fede a salvare l’uomo, che cosa fa della coscienza una buona o una cattiva coscienza? Che cosa fa dell’uomo l’uomo?

L’essenza del male è la perdita della compassione. La compassione è ciò che relaziona il sé all’altro da sé e fonda con ciò la morale. Senza la morale che dice umano ciò che è umano, ciò che fa dell’uomo l’uomo, la buona fede si sostituisce nella coscienza capace di qualsiasi delitto nel sacrificio anche a costo della propria vita. Il Male gode della “proprietà transitiva” esso infatti non solo possiede i carnefici, ma passa alle vittime rendendo le vittime anche peggiori dei carnefici costringendole a collaborare e a perdere qualsiasi dignità. La perdita di dignità porta le vittime a collaborare spontaneamente coi carnefici e perduta tra di loro la solidarietà a essere a loro volta carnefici di se stessi.

Il Male gode inoltre di un’altra proprietà la “proprietà cumulativa”.  Al Male offerto dai carnefici si va a sommare il male profferto dalle vittime e il Male nella sua generalità aumenta. La responsabilità del male profferto dalle vittime va a sommari a quello offerto da carnefici, ma l’oppressione delle vittime sulle vittime è non di meno responsabilità delle vittime. La compassione è fede laica quanto religiosa, ha luogo nell’uomo solo in quanto conquista sociale dello spirito in modo indipendente da qualsiasi credo e per questo universale.

La scomparsa della compassione segna proporzionalmente la scomparsa della dignità che nella compassione trova il suo fondamento. Un uomo senza compassione è anche moralmente un uomo senza dignità. Questa è la logica che unisce oppressi e oppressori. Ogni regime che consideri, e nella misura in cui consideri, gli altri come massa di manovra, forza lavoro, numeri al servizio di alcunché (oggi il Mercato) opera nel male e sminuisce la coscienza di ciascuno: anche gli oppressi divengono ad uno a uno individualmente peggiori.

Il baluardo a difesa del Male trova nella dignità un suo fiero avversario, ma la dignità non ha radici se non si fonda sulla compassione e l’espressione più alta della compassione è la misericordia. Scrive Shakespeare ne Il Mercante di Venezia: La misericordia per sé non mai soggiace
 a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta:
 perché benefica chi la riceve 
come chi la dispensa. Solo la cultura ci salverà.