Domanda. Cambiamo ora argomento. “A me non piace che gli italiani abbiano scelto un sistema di governo che permetta alla canaglia di vivere meglio della gente per bene. Eppure da molti anni questo sistema riscontra approvazione e consensi. Dal momento però che gli italiani l’hanno scelto, intendo mostrare come si fonda e si sostiene il loro sistema”. Non le pare con questo incipit di aver fornito ai suoi detrattori la facile accusa, per altro oggi diffusa, di essere antitaliano e antidemocratico, o se preferisce un intellettuale isolato, messosi in una posizione eccentrica ed elitaria rispetto al mondo poco adeguata a comprendere ed affrontare la complessità della società contemporanea?
Risposta. Questa citazione costituisce l’adattamento al caso italiano di quella attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C. che scrisse un opuscolo contro il sistema politico allora vigente in Atene. Io penso che la riscoperta della realtà e del valore degli aristoi, l’eccellenza, i migliori, sia oggi benefica quanto necessaria se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici. Naturalmente gli aristoi oggi non sono più un censo o una classe, ma sono quelle persone che indipendentemente dalla loro posizione nella società ed anche dalla loro scolarizzazione posseggono comunque una coscienza aperta, attenta e critica sulla realtà. Sono gli spiriti liberi.
Significa questo essere antidemocratico? Considero la democrazia come la forma di governo dei popoli più avanzata e migliore fino ad oggi trovata dall’umanità, ma occorre fare attenzione a non confondere il modo di gestire il potere con il modo di selezionare i governanti. Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento delle regole e delle istituzioni terze, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, è pur vero dall’altra che la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza e nel processo di selezione dei governanti. In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare il popolo? In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?
Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale e morale diffuso nel nostro paese hanno esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile selezionare una classe dirigente politica così scadente attraverso le modalità democratiche. Tali critiche si sono accompagnate poi ad espliciti richiami all’esigenza di ripristinare la meritocrazia e di premiare l’eccellenza. Chi auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”, ed altri che usava l’espressione politicamente forse più consistente “la democrazia dei migliori”. Sebbene il ricorso all’uso della parola aristocrazia possa sembrare anacronistico e risultare persino pericoloso per quelle sensibilità frettolosamente costruitesi sui toni del politicamente corretto, esso suggerisce in realtà, a mio parere, una visione moderna e vigorosa per il futuro, dove ancor più del numero conterà la qualità delle persone: uno per me vale diecimila, se è il migliore. Queste idee sono nella testa di tutti. Quanto poi ad essere antitaliano, ebbene se lo sono è perché accuso il mio paese non tanto di essere ciò che è, quanto di mostrare di non voler diventare ciò che dovrebbe e potrebbe essere.
Domanda. Per lei quindi non esisterebbe contraddizione tra democrazia e aristocrazia
Risposta. Ho richiamato prima l’attenzione sul fatto che non si deve confondere la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma le modalità di selezione dei governanti. A parte le origini greche, la democrazia così come si è evoluta dall’illuminismo ad oggi prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso. In questa prospettiva va a mio parere colto il valore del progetto dell’Encyclopèdie La democrazia porta con sé la cultura o non è. Tale intima e profonda ragione che lega la cultura alla democrazia non può quindi accettare riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica e in questa visione del mondo la scuola deve rimanere prevalentemente pubblica, la formazione deve poter essere continua nella vita della persona e la ricerca scientifica non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma al più guidata dall’interesse generale. Ogni decisione contraria rivela alla fin fine una concezione del mondo, questa sì, anacronistica ed autoritaria.
Domanda. Lei dunque vede nel governo e nella costituzione della classe dirigente politica il rispecchiamento della cultura di un popolo?
Risposta. E’ proprio così. Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Il fatto è che tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica. La “politica culturale” non va solo intesa come una linea d’azione di un programma politico, ma come l’essenza stessa della politeia. Se il livello culturale di un popolo, anche misurato attraverso gli indicatori della scolarità o dell’anafalbetismo di ritorno, non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano nella società i problemi da affrontare e risolvere, accade che la scelta della classe dirigente si appiattisca inesorabilmente al livello più basso acquisito. Maggiore è il livello di equilibrio raggiunto dalla Cultura, maggiore é la sua instabilità e quindi l’energia necessaria per mantenerlo. Sappiamo bene che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra. Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono non già le personalità migliori, che pure esistono ed operano nel paese sebbene confinate nel proprio privato, ma rappresentanti del popolo che sono come il popolo. Si potrebbe definire il fenomeno come un “imperativo statistico”, con riferimento in questo caso al prevalere della “moda”, ovvero dei valori più frequenti, non quelli medi, né tanto meno quelli migliori. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non per il popolo, non soltanto con il popolo, ma proprio come il popolo. Alle loro deboli menti questa identificazione totale appare come la realizzazione compiuta della democrazia.
Domani. Ma, sostengono i politici sia di destra sia di sinistra, che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.
Risposta. Ah, potenza e fascino del numero! Per costoro il fondamento razionale della democrazia è appunto la statistica. Un rappresentante politico del passato governo, durante uno dei tanti talk show televisivi, ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale, a proposito di talune candidature femminili alle ultime elezioni politiche, giudicate inconsistenti in quanto giovani donne provenienti dal mondo dello spettacolo, stimate più per la loro presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico, guarda caso un uomo, faceva osservare che, al contrario di quanto veniva osservato criticamente, tali candidature costituivano un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa deve poter consentire ad ogni componente presente nella società il diritto di avere una sua rappresentanza politica. Oh, potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua! La misera cultura politica del nostro, addestrato dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità tramite corsi full immersion, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.