1 – Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.
Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua natura essenzialmente democratica.
Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni da acquisire, di cui appropriarsi, magari acquistandoli o rubandoli, su cui quindi si possa esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici da assimilare dall’individuo attraverso la formazione, per essere nel mondo. Le idee sono dunque una componente del nostro essere appartenente all’umanità. L’uomo è responsabile perchè è libero e non esiste un copyright della cultura, perchè essa è patrimonio dell’Umanità.
Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione nel riscontrare in autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.
Ma oggi c’è internet, che affascina intellettuali e politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valore dell’informazione, al di là del suo contenuto di senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle tecnologie ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.
Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie pone all’individuo il serio problema di una capacità di adattamento non ancora pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio necessita che il nostro cervello si adatti al suo software al sua hardware. Il computer per poter esprimere il suo massimo potenziale ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.
L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate alle scoperte della genetica potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma, ricordando per esempio che quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta e che è trascorso appena un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che convenga ragionare con la massima apertura e in ogni caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando il progresso delle scienze.
Ci si chiede se è auspicabile l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della diffusione e della crescita della democrazia. In verità, il problema posto da internet non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di opinioni? Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?
Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato afasico di risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione dell’apprendimento; perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via della tecnologia corriamo il rischio di assimilare acriticamente la logica del marketing, che vuole il cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.
Navighiamo in una realtà virtuale in cui la relazione e la comprensione vengono affidate sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi, dal momento che l’efficienza dei siti viene basata sulla densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo. Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato, all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.
In questi ultimi anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei “pacifisti”, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a salvaguardia della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di liberazione in Nord Africa).
Tutti questi eventi sono fenomeni positivi fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi un rituale di una nuova liturgia massmediale. Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.
Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità, in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla sicurezza procurata dall’anonimato. Si osservi infatti come nella comunicazione sul web.2 prevalga l’uso di pseudonimi con i quali si cela la propria identità. La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.
2 -Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.
L’enorme successo di Wikipedia in questi dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno, suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità di internet: una cultura che nasce dal basso. E’ da condividere tale entusiasmo ?


In effetti, Wikipedia e tutte le iniziative che portano il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne permise la diffusione al di fuori del controllo della Chiesa. Tuttavia, non si tratta di una “cultura fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica. Essa costituisce una buona pratica di democrazia, di ciò che significa essere “per il popolo”.
Non è tutto. Mentre Wikipedia cresce e si diffonde, un altro progetto innovativo, anch’esso rivoluzionario perchè destinato ad incidere nel rapporto con la cultura, è stato annunciato: il progetto di Google di digitalizzare tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti: la realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.
“La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Ora, insieme agli autori, agli editori e alle biblioteche, siamo in grado di compiere un grande passo in avanti in questa missione”, afferma Sergey Brin, co-fondatore e president of technology di Google. “Benché questo accordo porti realmente dei vantaggi a tutti noi, coloro che ne beneficeranno di più sono i lettori. Avranno a portata di mano l’enorme quantità di conoscenza racchiusa nei libri di tutto il mondo”.
Già avviato attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche USA universitarie e nazionali, tale progetto rivela una valenza di portata pari al Progetto Genoma Umano, da alcuni anni concluso (il fatto che quest’ultimo Progetto sia diventato, almeno nelle sue componenti più tecnologiche, una proprietà privata attraverso i brevetti, ci ricorda la realtà economica in cui ancora viviamo, ma nulla toglie al suo contenuto rivoluzionario e liberatorio, talchè da subito prese forma una protesta nel mondo intero e negli USA in particolare, dove lo stesso allora Presidente degli Stati Uniti si era espresso parzialmente a favore per liberalizzare l’accesso a quelle informazioni perchè ritenute essere patrimonio dell’intera Umanità).
Il progetto di Google può anche’esso apparire ambizioso e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo riconoscere la realtà e il valore di quei lavori poco visibili con i quali si mette ordine nel sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso. Si pensi alla formazione di Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una scienza, alla realizzazione appunto del Progetto Genoma Umano, sorta di dizionario dei geni dell’uomo. Internet, Wikipedia e il progetto Google books possono essere considerati come la realizzazione dell’deale illuminista dell’Enciclopedia Universale.
Oggi il problema è: come la Università e la Scuola potranno adeguarsi a tali rivoluzioni?
Si tratta di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino alle tesi di laurea presentate nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni. Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute. Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento, anche per l’esigenza di mantenere un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.
Certo è che, di fronte agli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerà reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento, fondandolo sul metodo di studio e sull’uso degli strumenti moderni dell’ICT , che mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline, acquisendo la capacità di costruire, al momento del bisogno e in autonomia, il sapere al livello adeguato al compito richiesto.
Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.
Facciamo un esperimento teorico. Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che costituiscono il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti, gratuitamente, in una enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni. Immaginiamo quindi di avere l’interesse di apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono applicati a quel argomento e cominciamo a creare hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che ben conoscono i critici e gli estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto immaginare?
Il fenomeno va considerato ome una ricombinazione di idee, in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite.
Rimane il dilemma posto da queste tecnologie, ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.
Si sostiene che Wikipedia sia democratica in quanto conoscenza che si costruisce dal basso. Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui rischia di applicare la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione. Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza, concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.
Tale impostazione pretende di compensare, se non sostituirsi, la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico. Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati distribuendo loro gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della censura e del segreto. In questa posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo cui il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.
Occorre tener ben presente che gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza, dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti. Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è dunque il contrario, ovvero se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia.
La visione di internet come un’agorà rappresenta, pur nella sua entusiastica ed a volte eccessiva semplificazione, una valida piattaforma per impostare la ricerca di un risposta corretta al problema.