Matteo Renzi, l’ultimo tribuno del popolo di sinistra?

Cola di RienziNon ho voluto partecipare a questa edizione delle Primarie del PD per la sostanziale inconsistenza dei quattro competitori, tuttavia sono favorevole al successo di Renzi (non con il mio voto) perché la mostrata capacità di essersi costituito come attrattore rispetto  al popolo-populista di sinistra e di centro lo pone nelle condizioni, qui in Italia ed ora, di sparigliare la partita politica e far uscire il PD dalla impotenza della palude ideologica.

Dunque, Matteo Renzi ha asfaltato i suoi rivali ed ora si appresta ad asfaltare anche il PD: vince dentro il PD con l’astensione di oltre un terzo degli iscritti (sic!), indicatore della resistenza al cambiamento di una classe dirigente morta, e vince fuori dal PD con una inaspettata partecipazione al voto, indicatore della diffusa volontà di rinnovamento nella politica. Renzi cambierà sicuramente il Partito Democratico, quanto all’Italia è cosa assai più complessa e si vedrà. Un’affermazione personale che richiama alla mente mutatis mutandi  quella di Enrico Berlinguer. Intanto, a poche ore dai risultati l’annuncio della costituzione della nuova segreteria composta  da 7 donne e 5 uomini di età media 35 anni.

Come l’hanno presa gli sconfitti? Le dichiarazioni e le facce di Cuperlo e Civati durante lo spoglio delle schede ce lo hanno indicato. Più illuminante a mio parere risulta invece la dichiarazione di Enrico Letta: “Fino a ieri era in campagna elettorale, da domani anche Matteo dovrà sporcarsi le mani con le istituzioni”. Dopo un parlamentare che giudicò una ‘porcata’ la legge elettorale da lui stesso presentata e da molti appena votata, ecco un Presidente del Consiglio che ci ricorda che le istituzioni sporcano le mani (dopo ‘mani pulite’ ça va sans dire). Non è un lapsus, è che siamo parlati dalla lingua e che il livello di regressione culturale cui siamo giunti è tale che la verità può essere mostrata alla luce del sole senza che nessuno, abbagliato dalla luce, la sappia cogliere.

In attesa di passare dalle primarie all’università io mi consolo con le parole di Hegel: la frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto, sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino.

 




Io penso come mi piace

734998_143240769168199_38304282_n«Lo spirito del mondo non ci vuole popolo: ci vuole massa, senza pensiero, senza libertà». Parrebbe la riflessione critica di un laico sulla crisi della politica e della democrazia e invece sono le parole di Papa Francesco, argomento della sua omelia odierna.  Il Pontefice si rivolge come Cristo agli “Stolti e tardi di cuore” ammonendo che lo spirito del mondo «vuole che andiamo per una strada di uniformità» e «ci tratta come se noi non avessimo la capacità di pensare da noi stessi; ci tratta come persone non libere». Il Papa prosegue quindi dicendo che «il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole» è «un pensiero diffuso” che alla mancanza di riflessione si oppone  con l’ “Io penso come mi piace!”, invitando a «pensare liberamente, pensare per capire cosa succede».

Nessun uomo di buona volontà e onestà intellettuale, laico che sia, può disattendere queste verità.  Ovviamente per papa Francesco la libertà di pensiero è solo in Cristo, in quel cuore che ci ha insegnato a pensare e ad amare senza essere schiavi del proprio tempo attenti a cogliere il segno dei tempi senza relegarlo per realismo al  qui ed ora  o per relativismo all’ io penso come mi piace. Guai a chi è schiavo del proprio tempo. La natura ed il suo vivente fluire non furono mai chiusi entro giorni, notti ed ore (Talete). Ma al di là della visione teologica rimane che certe verità siano talmente universali da trascendere ogni religione e ogni laicità.

Una recente mia lettura di “Dal Cristocentrismo al Cristomorfismo. In dialogo con David Tracy”, del pastore cattolico don Dario Balocco, rilevo la seguente sua osservazione critica: “Per riuscire nella comunicazione è necessario infatti compensare l’obiettiva debolezza del discorso , con la forza del soggetto che lo proclama e la debolezza dell’ascoltatore”.  L’autorità dunque dà forza al discorso in proporzione alla debolezza di pensiero di chi ascolta. L’assunto che il locutore possa servirsi della propria autorità o dell’autorità di altri per avvalorare il proprio discorso è un fatto. E che questo sia reso possibile, tanto più possibile, grazie alla debolezza della platea è altrettanto vero.

In pratica sia don Dario Balocco che  Papa Francesco stanno parlando dell’intendimento più vero della Cultura una maturazione in mente e cuore dello spirito per quella auspicata trasformazione da massa a popolo che può avvenire solo attraverso acquisizione di coscienza. La ‘coscienza di classe’ è stato tentativo in questa direzione e ha prodotto a suo tempo notevoli risultati.  Il fallimento del ‘comunismo reale ‘ha gettato via il bambino con l’acqua sporca, il momento di aggregazione è stato sacrificato all’ideologia (Chiesa rossa). Formare le coscienze avrebbe dovuto significare dare cultura al popolo secondo libero pensiero. Come sempre è divenuto catechizzazione, sostituendo l’idolo al Dio.

Questo errore capitale è caratteristico di ogni ideologia, religiosa o laica che sia. Finché avremo una platea debole, debole di spirito, non potremo aspirare a nessuna democrazia. Della cultura ovvero della maturazione delle coscienza non se ne è occupata la destra, che anzi ha tutto l’interesse a mantenere debole lo spirito e a operare perché l’analfabetismo dilaghi nelle masse, ma neppure la sinistra che ha ignorato in modo totale il problema attaccata ad una ideologia economicista del lavoro privandola della cultura, della formazione delle coscienza, un argomento del tutto estraneo.

Tutto questo ha portato a una regressione ben più grave della recessione che stiamo vivendo, di cui anzi la recessione non è che l’ultima conseguenza. Mondiale. Il mostro senza testa, la Finanza, sta divorando l’essente.

In Italia, paese dalla cultura particolarmente arretrata, da parte della destra come baluardo di tutti gli sragionanti proferiti esistono due punti fermi: la figura carismatica del leader e il suo consenso, milioni di voti di schiavi che si pensano liberi. Sono la massa, quella platea debole costituita non solo dai votanti di destra, ma da tutti coloro che riconoscono all’imbonitore merito e intelligenza, per quell’amor che affossa il mondo e tutto lo governa.

Dice papa Francesco «cercare cosa significano le cose e capire bene i segni dei tempi». Non  rimarrà ai laici che sperare nel Papa?  Solo la cultura ci salverà.

 




Minima moralia per la Casta Diva 2.0

DikeHegel con appropriato artificio distingue morale da etica, pensando alla morale come a un doveroso comportamento in osservanza alle regole e all’etica come un libero comportamento dopo avere fatto proprie le leggi in osservanza dello spirito delle stesse, quell’altra coscienza di sé che vale in quanto riconosciuta.  Fatta questa distinzione ci si potrebbe riferire nel caso della morale alla legge come ciò che è legittimo mentre nel caso dell’etica a ciò che è lecito, l’una postura si riferisce all’obbedienza mentre l’altra alla responsabilità, l’una alla legge l’altra alla giustizia. Dice padre Bonhoefer, pastore protestante fatto fucilare da Hitler poco prima del suo suicidio, che fare il proprio dovere non è obbedire ma essere responsabili. Dunque l’osservanza delle leggi, non essere trovati colpevoli di reato non è sufficiente soprattutto per coloro che rivestendo una carica pubblica della responsabilità portano il peso.

Si tratta di Giustizia (Dike) e non di legge. La giustizia si lega all’etica e un guardasigilli, ça va sans dire, in qualità di ministro della Giustizia ha l’obbligo etico e morale di essere al di sopra della legge nell’interesse unico della Giustizia e non a scellerati fini personali. La confusione che regna tra Legge e Giustizia tra il positum e lo spirito che lo informa è massima nell’analfabetismo politico che come giustamente rilevi copre tutta la popolazione dai vertici alla base. L’accezione “sub legge libertas” ha una duplice interpretazione: l’una che senza le leggi nessuna libertà, l’altra è che la libertà sia affossata dalle leggi. In verità sono valide entrambe. La prima perché si riconosce la necessità delle leggi per permettere la convivenza, l’altra perché le leggi se non obbediscono alla Giustizia affossano la convivenza.

Tra legittimo e lecito passa dunque un mare rimanendo il primo una condicio sine qua non che permette alla libertà di avere spazio ulteriore su cui costruire all’interno dell’etica. Dice Platone “un bravo medico non è quello che conosce il suo mestiere, ci mancherebbe altro, ma quello che si prende cura del paziente”. Questo “prendersi cura” (di heideggeriana memoria) della res pubblica implica la responsabilità morale e etica nella piena coscienza che un agire economico (o scientifico come vuole Franco nel suo commento) è e deve essere sempre secondo giustizia. Come giustamente viene osservato in  “il pari trattamento verso i cittadini, un bene che non è economico”. Lo Stato deve amministrare la Giustizia e solo in subordine le leggi e l’economia.

“Lasciate amici e parenti e venite con me”, queste parole di Cristo sono a conclusione del discorso per chi assumendo cariche di responsabilità deve di necessità dimenticarsi della propria vita privata (umano troppo umano, Nietzsche). È un prezzo da pagare. Chi non comprende questo non è degno di occupare poltrone. Le scimmie che si arrampicano l’una sull’altra trascinano il trono nel fango. La mancanza di una preparazione filosofica dei nostri governanti è il peggiore dei mali. La confusione tra morale e moralismo ha permesso il degrado culturale in cui siamo sprofondati senza che una sola voce si sia alzata a difesa della Cultura, un termine polimorfo che nasconde un significato ancora tutto da comprendere. Solo la cultura ci salverà.




Minima moralia per la Casta Diva

corruzione-italiaUn modo per rilevare l’arretratezza dell’Italia rispetto al mondo civile è quello di misurare nella classe dirigente (in verità l’argomento vale per il popolo intero) la distanza esistente tra etica e ideologia. Ed oggi grazie al comportamento di un Ministro della Giustizia e alle sue dichiarazioni unite a quelle dei suoi sostenitori abbiamo una buona occasione per coglierne il senso. Il fatto? La recente dichiarazione del procuratore Giancarlo Caselli “non si ravvisano reati allo stato” che restituirebbe un po’ di serenità al Guardasigilli Annamaria Cancellieri, la quale a sua volta dichiara  “ho recuperato l’onore perduto”, esposta com’è stata in queste settimane a una tempesta giudiziaria come se fosse stata una rea confessa (La Stampa). Dunque, che il Ministro avesse una consolidata relazione di amicizia e di interessi (vedi l’assunzione del figlio) con la famiglia Ligresti non costituisce reato, che il Ministro si fosse personalmente preoccupata ed anche occupata per lo stato di salute di una componente della famiglia Ligresti imprigionata non costituisce reato, che avesse non solo ricevuto, come inizialmente ammesso, ma fatto più volte di sua iniziativa telefonate ai Ligresti  non  costituisce reato. Insomma, il comportamento del Ministro è stato ritenuto legittimo, in quanto non si sono ravvisati reati.

Ora, sappiamo bene che una gran parte di cause amministrative, civili e penali vengono vinte dagli accusati non nel merito ma per difetti della forma e questo lo accettiamo perché riteniamo sia diritto di ogni cittadino chiamato a difendersi da una accusa a suo carico porre all’accusatore l’onere della prova. Tuttavia, il problema nasce quando il cittadino ricopre una carica istituzionale con ciò assumendo un ruolo terzo rispetto alla collettività, i cui interessi è chiamato a tutelare. In questo caso l’etica professionale del ruolo dovrebbe guidare l’esercizio del potere affinché  in alcun modo questo venisse condizionato dalle relazioni personali.

Sono stato per molti anni dirigente in un Ente pubblico territoriale (potrei anch’io affermare di essere stato un “servitore dello stato”, ma preferisco ricordarmi piuttosto come un civil servant) ebbene in molte occasioni ho dovuto ricordare ai miei collaboratori e colleghi che la ragione per cui il mestiere di dirigente pubblico è ben più complesso di quello del manager privato risiede nel fatto che il dirigente pubblico non solo fa (o almeno dovrebbe fare) quello che fa il dirigente privato, ma in più deve in ogni sua azione garantire il pari trattamento verso i cittadini, un bene che non è economico. A questa esperienza aggiungo un aneddoto di carattere formativo risalente al periodo scolastico delle mie scuole superiori: un insegnante di diritto insisteva nel far notare che in realtà la legge non può proibire di delinquere, ma persegue con la punizione chi  la trasgredisce e che solo ai principi etici e alla morale dobbiamo ricorrere per essere giusti e corretti nei nostri comportamenti, principi di cui troviamo traccia nelle Costituzioni (con il rispetto dovuto per i Dieci Comandamenti).

Nella millenaria Repubblica di Venezia l’amministrazione della giustizia  aveva raggiunto livelli evolutivi  ancora oggi  validi come modello di civiltà, soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza), ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.

La vicenda Cancellieri, indipendentemente dal suo esito, ci ha mostrato l’equivoco di fondo su cui riposa l’etica nazionale dominante: confondere l’illegittimo con l’illecito.  La preoccupazione primaria è non aver commesso un reato, non essere o non farsi sorprendere nella illegittimità, essere  nella regola,  mentre la possibile illiceità del comportamento riguarda la sfera individuale della persona che rimane padrone a casa propria.  Al più una critica sull’inopportunità del comportamento.  Anche ‘servitori dello stato’ come il Guardasigilli Cancellieri possono non comprendere la differenza tra soggettività e ruolo istituzionale (su cos’altro si fonderebbe il diritto?) e dunque come non dare ragione a Franco Cordero quando commentando la vulnerabilità del ministro (la Repubblica  del 19/11/2013) osserva: “dovunque restino barlumi di etica, in casi simili il ministro scompare radendo i muri. Nell’Italia attuale gli standard del lassismo sono larghi quanto le intese” ?




Con lo spionaggio civile la libertà è nuda

Assange - SnowdenIn forza di una analogia derivata dalla fisica termodinamica si era ritenuto che l’informazione fosse potere e qualcuno si era illuso che la sua libera circolazione sul web avrebbe portato a compimento la democrazia. Il principio di libero web in libero Stato è giusto e condivisibile, tuttavia il datagate, ma soprattutto la tecnologia che lo consente, ci mostra che il vero potere sta piuttosto nel controllo dell’informazione. Ad Alice che nel Paese delle meraviglie si poneva il problema sui differenti significati di una parola, Humty Dumpty risponde che l’importante è chi di quella parola è il padrone.

Mentre Governi nazionali e Multinazionali tentano da anni, attraverso normative, regolamenti e codici etici sulla libertà di espressione, di disciplinare la rete con la scusa del copy right e della privacy, scopriamo che in realtà non ne hanno bisogno.  Al contrario,  il web può essere quanto più libero possibile perché il vero controllo si è spostato al di sopra del processo di comunicazione e al di fuori di ogni sovranità, esercitandosi direttamente sui comportamenti dei singoli soggetti. Inoltre, l’impiego delle norme inducono sia i controllori che i trasgressori ad escogitare mezzi sempre più sofisticati per eluderle e la partita risulta non facilmente sostenibile quando rivelazioni generano scandali, mentre se si potesse agire da remoto e di nascosto su chi crede di agire nella convinzione di essere libero, si otterrebbe il risultato voluto con la massima efficacia. Sosteneva Goethe che “nessuno è più irrimediabilmente schiavo di coloro che credono falsamente di essere liberi”.

Ai Sumeri di 4000 anni fa viene fatto risalire il primo sistema informativo per controllare la città-stato. Oggi, la novità e la realtà del datagate, lo spionaggio elettronico esteso a tutte le comunicazioni, lo spionaggio civile, risiede nella potenzialità delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (acronimo inglese ICT), che hanno stravolto la tradizionale definizione della comunicazione concepita come “passaggio di una informazione da un emittente ad un ricettore”.  Alla base della circolazione planetaria dell’informazione sul web ci sono nell’acqua l’interconnesione mediante cavi sottomarini in fibra ottica e nell’aria le reti satellitari. Su queste infrastrutture girano programmi come Prism (programma di sorveglianza elettronica della NSA), Tempora (versione inglese di Prism) e operano sistemi come l’UFO  (UHF Follow-on) di prossima sostituzione con il MUOS  (Mobile User Objective System)  e l’AGS (Alliance Ground Surveillance).

La pervasività di questi sistemi di sorveglianza nella comunicazione globale rischia di stimolare tra i puristi della privacy, divenuti nel frattempo un po’ paranoici, la diffusione di gerghi linguistici per sottrarsi dai software che selezionano parole chiave ritenute dai controllori interessanti. Nuovi codici linguistici in alternativa ai codici etici? Il rischio di essere intercettati induce già in molti la preoccupazione di come parlare al telefono (ci vediamo di persona, non usare questa linea, …) come se vi fosse una zona franca di libertà di espressione, un luogo in cui “qui non c’è campo”.  In verità nella globalizzazione non c’ è scampo: la comunicazione sarà sempre più libera e la privacy verrà sostituita dalla trasparenza, per molti già divenuta un valore democratico irrinunciabile. Il dilemma, tuttavia, rimane quello indicato da Emanuele Severino, per il quale  “quando l’agire è subordinato al fare in quale modo si può impedire alla tecnica che può fare di non fare ciò che può”?

In attesa dei computer quantistici, di cui già appaiono le prime versioni, che risolveranno gli attuali problemi posti dalla analisi di enormi quantità di dati (big data) per trovare schemi e tendenze nascoste, deve diffondersi e crescere la consapevolezza che noi tutti siamo coinvolti nella globalizzazione della comunicazione e proprio per questo motivo occorrerà sviluppare non nuove tecniche (intelligenza artificiale) ma una nuova mentalità (la cultura) capace di spostare dentro ognuno di noi il valore etico della comunicazione.

Da ultimo un’altra osservazione sull’anormalità del nostro Paese, dove ancora una volta possiamo rilevare la miseria della sua politica e dei suoi governanti, constatando come alla posizione strategica della Sicilia non corrisponda un adeguato ruolo strategico dell’Italia. L’Italia non è ancora guarita dalla sindrome di Crimea.




Italia Terra di Mezzo

Die andere HeimatL’Italia, frontiera mediterranea del continente europeo, rappresenta per i profughi in fuga da guerre e regimi oppressivi un molo d’approdo per raggiungere paesi più civili di quelli che hanno deciso di abbandonare. La nuova migrazione oltre al benessere economico insegue la civiltà. Italia come terra di mezzo, e’ questa la nuova realtà che le recenti tragedie dei migranti ci mostrano.Come nel secolo scorso quando gli italiani si spostavano nei porti francesi in attesa d’imbarcarsi per gli Stati Uniti d’America, dopo che questi avevano chiuso l’accesso dai porti italiani, così oggi i nuovi profughi pagano per affollare barche insicure con il rischio di  morire annegati, o per bivaccare in stazioni ferroviarie, in attesa di poter raggiungere i paesi del nord Europa, dove potranno essere riconosciuti ed accolti.

Questo flusso si sovrappone, e risulta in fase, a quello delle migliaia di giovani in cerca di lavoro che si origina nei paesi del sud Europa verso i paesi del nord Europa. Non è più e soltanto” fuga di cervelli”, ma vera e propria emigrazione in cerca di lavoro e di nuovi insediamenti per costruire un futuro migliore di quello precluso in patria.  Assistiamo all’inizio di un movimento migratorio che produrrà non uno scontro di civiltà ma un effetto di sostituzione di parte delle popolazioni mediante innesti di giovani uomini e donne che migrano verso paesi più civili.

Lo sa bene la Germania, gigante economico europeo socialmente e civilmente tra i più evoluti, ma minato dall’invecchiamento della popolazione, la cui avveduta politica iniziata con il modello economico-sociale applicato per l’unificazione del paese dopo la caduta del muro, favorisce tale ineluttabile processo.  Nella vitalità di queste nuove cittadinanze sta la grande bellezza di Berlino.

Non lo sa ancora l’Italia, paese con la popolazione più vecchia in Europa dopo la Germania, con il più basso tasso di natalità, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile (oltre il 40%), con oltre 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano, con 80 mila giovani trasferiti all’estero solo nel 2012 (Germania, Gran Bretagna, USA e America Latina), dove oramai 8 giovani su 10 pensano che per fare carriera bisogna andare all’estero.

I nuovi flussi migratori possono costituire una opportunità per realizzare gli Stati Uniti d’Europa. Tutta la politica economica e sociale dell’Europa (per ora quella dei singoli Paesi Europei) dovrà concentrarsi su questi fenomeni perché gli effetti delle guerre e dei regimi politici oppressivi si sommano a quelli del  riscaldamento del pianeta e dell’andamento  demografico e incideranno sempre più nei prossimi decenni sui flussi migratori. La migrazione è destinata a polarizzarsi dalle fasce centrali del pianeta verso latitudini più polari. Era già successo 60000 anni fa con la migrazione dei primi uomini dall’Africa, inseguendo i pascoli nelle aree emerse dal disgelo.

 

 




A lezione di educazione cinica

imagesCi si deve domandare perché all’estero, nei “paesi normali” come si usa dire, la minima mancanza comporti un “passo indietro”. Orrida espressione con la quale si chiamano le dimissioni che seguono immancabilmente a episodi di scarsa o dubbia onestà da parte di chi riveste ruoli istituzionali. La stampa si riferisce spesso a questi episodi esemplari, quali il mancato pagamento dei contributi a una colf o la mancata virgolettatura di una tesi di laurea e si indigna perché da noi per reati e colpe molto più gravi nessuno si dimette. Si dimentica di indicare però le ragioni che inducono siffatti personaggi “stranieri” alle dimissioni dalle cariche ricoperte e i nostri a mantenerle ad oltranza. Eppure la risposta è semplice: si tratta di paesi più civili. Ma che significa più civili? Significa che i popoli di quei paesi hanno assimilato la correttezza nell’agire e l’onestà nei rapporti come valori irrinunciabili della democrazia. Una diversa cultura che appartiene al popolo prima che ai governanti. Contrariamente da noi correttezza e onestà non sono valori che interessino particolarmente gli Italiani al punto che in massa si è disponibili a votare personaggi che si macchiano di reati passati in giudicato, per esempio come la frode fiscale.

Non mi interessa più parlare di Berlusconi, piccolo uomo: è degli Italiani che voglio parlare, di un popolo volutamente tenuto nell’ignoranza politica fino a farne degli analfabeti, tanto a destra quanto a sinistra. I passati vent’anni di degenerazione culturale dovuta allo sdoganamento della pancia (il c.d. “berlusconismo”),  per cui i soli valori sono stati sesso e possesso  annegati in una salsa neo-postmoderna-liberista che ha tutto l’interesse a mantenere nel paese l’ignoranza e l’odio per la politica, complice una mancata opposizione sul piano culturale, uno sterile piagnisteo che altro non ha fatto se non inseguire al ribasso la mercificazione degli ideali del “popolo”, affossando quella dignità procuratasi in anni di lotte. Popolo è ora una parola di cui tutti si riempiono la bocca per poi riempirsi la pancia, sedicenti giornalisti hanno condotto la discussione politica nelle osterie mediatiche chiamate talk show, dove l’ignoranza popolare si confronta con politici ignoranti. Nella pratica pervicacemente sostenuta di far apparire la chiacchiera come democrazia la democrazia stessa é diventata una chiacchiera, il cui livello inesorabilmente sceso al di sotto dei limiti  tracciati dalla ironia del “filosofo” Riccardo Pazzaglia. Ci vorrà la vanga per ritrovare il senno.

Ebbene, l’anomalia non è Berlusconi perché i malriusciti e i superflui sono ovunque, anche in Svezia, dove tuttavia non li votano. La differenza non sta nei politici, nei leader, ma in chi li vota e li segue, nella cultura del popolo.  In altre parole noi non abbiamo una ma molte anomalie, una cultura di livello tanto basso da riuscire non significative ai fini del voto la correttezza e l’onestà di un candidato. Correttezza e onestà non sono valori significativi per la maggioranza degli italiani, nel pubblico come nel privato. Per i furbi “onesto” e “coglione” sono sinonimi. Per uomini intelligenti sono sinonimi “furbo” e “delinquente”.

Vittorio Sgarbi, la capra, riesumava nell’ennesimo talk show cui era stato invitato un detto di Benedetto Croce estrapolandolo dal contesto, detto per il quale “L’unico politico onesto è un politico capace”.  In verità Croce diceva che se stai male ti rivolgi a un medico e non a un uomo buono. Prima di lui Platone diceva che “un bravo medico non è colui che conosce la materia, ci mancherebbe altro, ma colui che si prende cura del paziente”.  Non dubito che Benedetto Croce avesse in amore la salute del paziente e che nel suo caso il paziente non fosse il Principe, ma la Nazione e il bene comune.  Parimenti “il fine giustifica i mezzi” di machiavellica memoria non può divenire autorizzazione a delinquere né per un politico né per altri. Quali fini? Per il re, per me per il partito o “tengo famiglia”? Al cavaliere in merito abbiamo sentito affermare: “chi non fa i propri intessi è un coglione” e i coglioni d’accordo con questa esemplare opinione lo votano. Un giorno, non ne dubito sarà ricordato da un Presidente della Repubblica come un grande statista così come ora si ricorda altri di craxiana memoria.  Presidenti di tutti gli italiani, proprio di tutti.

Sgarbi faceva questo per avvalorare la tesi (sua) che la correttezza e l’onestà non sono una qualità indispensabile per un politico. Ebbene questa citata giustificazione e autorizzazione a delinquere raccoglie il consenso popolare: “che rubi, rubi pure, purché faccia “.  Il fare diventa allora il nuovo mito. Fare sesso, fare politica come fare i soldi: ai valori della pagnotta, del sesso e del possesso si aggiunge così la concretezza del fare, un agire che rappresenta i valori trasversali che coinvolgono in termini di concretezza tutta la popolazione e che trovano per questo un quasi universale consenso, tutte cose per cui il popolo acclama: “Bene, bravo, giusto”, “dammi mille lire e voto per chi vuoi”.

Oggi si parla di centralità del lavoro, si parla di lavoro, ma non della sua sicurezza (deve essere garantito un posto a tutti) non della sua serenità (salvaguardata la dignità). Che l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro nessuno lo contesta, ma che cosa si debba intender per lavoro è tutt’altra questione. Gli uomini del fare parlano di meritocrazia, selezione, competitività, mobilità, flessibilità, adattabilità, efficienza, efficacia, tutte categorie e grandezze soggette alle leggi di Mercato: sia fatta la Sua Volontà, venga il suo Regno così in cielo come in terra. In questa disamina della ideologia neoliberista gli ultimi saranno schiavi o larve senza lavoro, quasi uomini in attesa del momento di sottrarre il lavoro agli schiavi. Un esercito di lumpen e proletari in crescita. Tutti complici, schiavi compresi. Difenderanno i padroni. Li stanno già votando.

Queste banalità sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo intendimento politico, ma della politica il popolo non conosce l’alfabeto. Sapere che in democrazia è necessario avere la complicità del popolo per poterlo sfruttare è da sussidiario elementare. Ma il popolo italiano volutamente tenuto lontano dalla politica confonde la polis con i politici. Il trono con chi lo occupa. E nessuno ancora chiarisce questo ignorantissimo equivoco. Una cosa sono le istituzioni altra cosa chi le occupa. Giornalisti, insegnanti, politici che tocchi anche a voi fare cultura? Cultura è per voi un fantasma. Il popolo ancora inneggia a Barabba, ancora si leva l’italiano patriottico grido “Viva l’Italia”.

Uno strano paese il nostro dove si ama l’Italia e si odia lo Stato, lo Stato che la rappresenta, uno strano paese dove tutti amano il popolo e detestano la gente, fosse anche il vicino. In verità quando la gente pensa “popolo” pensa “noi” e quando il popolo pensa “la gente” pensa “loro”. Eppure la gente e il popolo sono il medesimo. Nessuno specchio, nessuna riflessione: il popolo è santo e la gente di merda. In altre parole e in breve non ci può essere nessuna politica degna di questo nome se non c’è cosceinza sociale, la politica è coscienza sociale e la politica è uscita dal sociale. Neolaureati dichiarano di voler pensare seriamente solo alla loro professione e giammai interessarsi di politica, il Corriere della sera ne pubblica le dichiarazioni dedicandogli tutta intera la prima pagina. Il “Corriere della serva”, come chiamato un tempo sembra non smentirsi mai: dietro una facciata di moderazione il serpente Gerione è sempre pronto a colpire con la sua coda. Da chiedersi a che si debba tanta costanza nei secoli.

Morale: non si e mai visto un tale analfabetismo politico, un tale abbietto stato di prostrazione dello spirito in seno al popolo. L’insegnante anziché tenere lezione chiede agli alunni se vogliono fare lezione di greco o andare al parco e poiché a larga maggioranza si decide per il parco, con sacrificio dei pochi eletti detestati in quanto intellettuali, democraticamente si va al parco. Socraticamente il porco è soddisfatto e porco rimarrà. Lucignolo dopo aver condotto i fanciulli nel Paese dei Balocchi, ora porco anche lui, chiede il consenso agli asini. Hi-ho, hi-ho, gli asini acconsentono. Tutto il loro potere i politici lo devono proprio a loro, agli asini e paradossalmente se ne vantano (milioni di voti) e lo sbandierano in ogni Show televisivo in ossequio a quella democrazia che non nei valori ma nei numeri vede la propria forza. La propria forza, forse, ma non la propria dignità. Una democrazia portata nei numeri ma non nei valori non è una democrazia. Sosteneva Oscar Wilde: “Posso sopportare la forza brutale, ma la ragione brutale è insopportabile. Vi è qualcosa di sleale nel suo uso, come sferrare un colpo basso all’intelletto”.

Per questo dunque l’Italia non è un paese democratico,  non tanto per le forme come Cacciari e Scalfari ci spiegano nel loro recente dialogo a conclusione della manifestazione la Repubblica delle idee, ma per il basso livello culturale raggiunto dal popolo italiano, un popolo politicamente analfabeta che avvalla qualsiasi forma di scorrettezza o di reato purché l’eletto gli torni in qualche modo personalmente conveniente. Prima di essere una crisi economica la nostra è una mancanza di cultura, una crisi immanente che investe l’intera popolazione, una crisi più grave della recessione che ci può portare alla regressione, alla violenza alla barbarie. Questa assoluta immaturità del popolo italiano fa della cultura il nodo principale della crisi, ovvero il popolo stesso si mostra immaturo per la democrazia. Quanto alla economia essa è solo una tecnica e come tale risulta in stretta relazione alla mentalità, ovvero al grado di civiltà raggiunto da coloro che l’amministrano.

Il primo dovere di tutti i governi dovrebbe dunque essere di innalzare la civiltà del popolo, rendendo migliori i rapporti tra i cittadini ad ogni livello non solo in termini economici ma di convivialità. Senza una modifica nella postura dello spirito in ciascuno del rapporto da intraprendere con il prossimo nessuna formula economica sarà mai in grado di migliorare la felicità della nostra esistenza. Che l’alba arrivi, un’alba non dorata, ma chiara “poiché un sognatore è colui che vede la sua strada solo al chiaro di luna, la sua punizione è vedere l’alba prima del resto del mondo” (ancora Oscar Wilde). Solo la cultura ci salverà.




Temo i gesuiti anche quando portano doni

papaPapa Francesco è il primo pontefice appartenente all’ordine religioso dei Gesuiti ed il primo ad essersi denominato Francesco. Egli ci appare come un ossimoro nella storia della Chiesa cattolica apostolica romana,se non fosse per il costante richiamo della sua predicazione ecumenica alla povertà.

La recente corrispondenza con Eugenio Scalfari pubblicata con grande evidenza sul quotidiano La Repubblica sul tema del rapporto tra Fede e Ragione, ovvero sul dialogo tra credenti e non credenti, ha benevolmente sorpreso tutto il mondo e costituisce un ulteriore conferma del nuovo stile comunicativo del Pontefice che appare a molti come il nuovo e tanto atteso corso della Chiesa Cattolica.  Affermazioni come “la verità è una relazione”,  “il peccato anche per chi non ha la fede c’è quando si va contro la coscienza”, “il popolo ebreo è tuttora per noi la radice santa da cui è germinato Gesù”,“La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”, “Dio sarà tutto in tutti” hanno colpito in profondità l’immaginario di tutti gli uomini di buona volontà. Tra le analisi impegnate a rilevare l’apparente originalità di questo evento vi è quella di Enzo Bianchi (La Repubblica del 16/9) il quale rivela che Papa Francesco “è un Papa non italiano e non europeo che si rivolge a un intellettuale italiano” e più oltre che “Un vescovo di Roma, che ha la potestà e l’autorevolezza sull’intero orbe cattolico, dialoga direttamente con il fondatore ed editorialista di un quotidiano laico che ha sede a Roma”. Tutto questo inquadrato nel dialogo interreligioso e culturale che da tempo costituisce sfida e opportunità quotidiana per molti confratelli del Papa, i gesuiti.

Tre secoli separano la fondazione della Compagnia di Gesù (Ordine di chierici regolari) del 1534 da quella dell’Ordine francescano (Ordine dei Frati Minori) del 1209 e non v’è nulla di originale né nuovo nell’operato di Papa Francesco se solo si ricordano i ministeri ai quali dovevano attendere i gesuiti: la cura delle anime (non solo il catechismo, ma anche la consolazione spirituale dei credenti, con l’ascoltarne le confessioni e con l’amministrazione degli altri sacramenti), le opere di carità (rivolte agli ammalati, ai carcerati, alle prostitute, agli ebrei e mussulmani ai convertiti al cristianesimo) l’attività educativa (istituzione di collegi aperti a tutte le classi sociali, ma particolarmente specializzati nell’educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese al fine di formare la classe dirigente).

Impegnati ad arrestare il dilagare del protestantesimo nell’Europa centrale e ad evangelizzare i nuovi mondi da poco scoperti ed in via di colonizzazione, in osservanza del voto di totale obbedienza al papa, fin dagli esordi intrapresero un’intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti quali  l’India, il Giappone, la Cina, l’Africa, il Brasile, il Paraguay e il Canada. Ed oggi la preoccupazione della Chiesa cattolica non è mutata, di fronte alla temuta espansione delle chiese evangeliche in America Latina, in forte ascesa economica e sociale, che in questi ultimi anni hanno eroso la presenza cattolica nel continente fino a strapparne il primato in molti paesi come il Brasile, El Salvador, Guatemala.  Già il Cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire nel 2004 che “…Forse si deve qui osservare anche che gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America Latina e quindi il dissolvimento della Chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la Chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico ed economico stabile, in quanto dunque fallirebbe come educatrice delle nazioni, mentre ci si aspetta che il modello delle chiese libere renderà possibile un consenso morale e una formazione democratica della volontà pubblica, simili a quelli caratteristici degli Stati Uniti”.  Divenuto Papa Benedetto XVI compì in Brasile la visita nel 2007.

Quanto ai temi teologici affrontati nel dialogo, temo si ricada nella falsa contrapposizione ideologica tra Fede e Ragione, tra assoluto e relativo, quando il problema è filosofico e risiede piuttosto nella conoscenza e nella coscienza. Giusto e condivisibile il passaggio  di Papa Francesco, a mio parere il più “illuminante” ed anche il più compromettente per un religioso, secondo cui “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario la verità lo fa umile sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”. E’ questo un passaggio notevole perché concepisce la verità come immanente e non più trascendente.

A pochi giorni dalla nomina a Pontefice di Jorge Mario Bergoglio, e da quelle del Presidente della Camera e del Senato della Repubblica, sul mio post Captatio benevolentiae  scrivevo “Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia,  il Presidente della Camera vuole rappresentare  i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale.  Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori:  il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia”.  

Alla fin fine sia benvenuta ogni apertura alla verità, alla fratellanza e al dialogo purché ciò avvenga nella tolleranza della diversità. La sapienza deve guidare il cammino dell’uomo, non la fede, nella consapevolezza che la verità esiste e che non è rivelata. Viene in mente Eraclito, per il quale “per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio”.




La cultura non è spettacolo.

PaideiaLa formazione politica di coloro che aspirano a governare un paese e dunque a costituirsi classe dirigente in un popolo dovrebbe fondarsi su una solida preparazione sia filosofica che scientifica: la filosofia per comprendere i fini, la scienza per conoscere i mezzi. Gli antichi greci la chiamavano paidèia,

il modello educativo con il quale si istruivano i giovani e che era sinonimo di cultura e di educazione alla cultura.  Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso, tanto che più che di processo educativo o di socializzazione si potrebbe parlare di processo di uniformazione all’ethos politico. Come afferma Giovanni Reale: “La forza educativa proveniente dal mondo greco ha caratterizzato l’Occidente a partire dai Romani; è poi più volte rinata con continue trasformazioni col sorgere di nuove culture, dapprima con il Cristianesimo, poi con l’umanesimo e il rinascimento” e  qui aggiungiamo con l’illuminismo.

D’altra parte la politica è il modo di amministrare la comunità dei cittadini avendo per fine il bene di tutti, ma quale sia il bene di tutti non è la politica a rivelarcelo, bensì la filosofia. In questa originaria  concezione della politica il modo, ovvero il rapporto tra mezzi e fini, non è di natura meramente strumentale come il cinismo di maniera tipo il fine giustifica i mezzi vuole fare intendere (motto per altro erroneamente attribuito a Niccolò Macchiavelli), bensì di natura morale. La politica andrebbe intesa come una pratica inerente alla razionalità scientifica e che dovrebbe conformarsi all’etica.

Il minimo comune denominatore tra la politica, la formazione, l’identità, i valori, i principi, l’etica, il diritto, la fede e la conoscenza è la cultura. La cultura come sedimentazione dell’insieme patrimoniale delle idee ed esperienze condivise da ciascuno dei membri delle relative società di appartenenza, dei codici comportamentali condivisi, del senso etico del fine collettivo e di una visione identitaria storicamente determinata. Singolare è la sua etimologia, che discende dal verbo latino colere (coltivare) l’utilizzo del quale è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una“cura verso gli dei”, da cui il termine “culto”.

E la cultura prodotta da un sistema vivente si comporta come i sistemi viventi: un equilibrio dinamico che va alimentato con quantità crescenti di energia.  Un ordine che si oppone alla naturale tendenza dei sistemi isolati all’aumento dell’entropia, che spontaneamente  tenderebbero alla morte termica. Per questo esistono forme organizzate di convivenza tra gli esseri umani, in cui si evolve la funzione dello Stato che agisce come un catalizzatore nei confronti delle componenti sociali, le istituzioni, le quali costituiscono  i reagenti che operano le trasformazioni della società.

Quanto al divenire della civiltà, l’equilibrio instabile a cui tendere e da mantenere si pone tra la misura delle cose e i confini della logica: per Orazio (Satire I) esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto, per Göedel (teoremi di incompletezza) se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all’interno del sistema logico stesso. La cultura è civiltà.

 




Al voto! Al voto!

UnknownQuando si dice che la quantità diventa qualità: l’astensione al voto arrivata al 50% fa ormai più paura dell’affermazione elettorale della formazione politica avversaria, per altro ormai assimilabile in governi di larghe intese.  Gli esiti delle ultime tornate elettorali politiche e amministrative hanno imposto all’attenzione dei politologi ed opinionisti la ricerca delle spiegazioni del fenomeno ‘astensionismo’,  quando  piuttosto dovremmo spiegarci il perché in passato avvenisse il contrario.

Quando i tassi di partecipazione al voto erano elevati (89% al referendum per scegliere fra monarchia e repubblica nel 1946, oltre il 90% negli anni ’70)  venivano interpretati come indicatore dell’elevata partecipazione alla politica degli italiani.  I dati sull’affluenza alle urne ci ponevano ai primi posti nel mondo occidentale e democratico e inorgoglivano i politici dell’epoca, i quali consideravano la scarsa partecipazione al voto  per esempio negli Stati Uniti d’America o in Gran Bretagna come una macchia per quelle democrazie che si consideravano più avanzate e mature. Il fenomeno è stato facilmente spiegato  con l’uscita del paese dalla dittatura fascista e con la contrapposizione ideologica domestica tra democristiani e comunisti nel quadro mondiale della divisione est-ovest.  Gli stessi tassi oggi drasticamente dimezzati segnalerebbero agli studiosi, già preoccupati per altre ragioni dello stato della democrazia in Italia, che in fondo non si tratterebbe di una pericolosa disaffezione nei confronti della politica, dei partiti e dei governi e che anzi il fenomeno va considerato come indicatore dell’affermarsi di una nuova specie di cittadino: “l’astensionista razionale, analitico, sofisticato: il cittadino critico che considera il non voto  come un’opzione politica”,  come analizza Elisabetta Gualmini (La Repubblica del 13/6/2013).  In un altro intervento sullo stesso quotidiano Roberto D’Alimonte osserva d’altro canto che “un alto livello di partecipazione non è necessariamente sinonimo di buona democrazia”.  D’altra parte, Barbara Spinelli in un acuto articolo dal titolo ‘ La paura del popolo’ (La Repubblica del 12/6/2013) aveva rilevato il riemergere dei dubbi sul suffragio universale in relazione al diffuso orrore del populismo, ricordano le origini del fenomeno tipicamente aristocratico risalenti all’epoca della Grecia classica e così bene espresse da Aristotele quando dichiarava di temere una degenerazione della democrazia  se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge.  Dobbiamo risalire dunque a 25 secoli fa per riscoprire il punto cruciale da chiarire prima di discutere di democrazia e di popolo.

Quello che forse sfugge alla sensibilità degli opinionisti contemporanei è che i Greci prima della democrazia e dopo i miti inventarono la filosofia, ponendola a fondamento dell’intera esistenza umana e pertanto non potevano ammettere che la vita della polis, oggi diremmo di uno Stato, potesse dipendere dalla ‘volontà popolare’ piuttosto che dalla sapienza. Bisognerà attendere fino agli illuministi per comprendere come la precondizione per il riconoscimento del diritto al potere del popolo fosse il livello della sua cultura. La conoscenza per tutti e il diritto all’istruzione (il vero e profondo spirito dell’Encyclopédie) sono le premesse che daranno realtà e valore al suffragio universale. Con l’illuminismo il popolo può finalmente evolversi  dalla condizione di massa  in un insieme di cittadini che cooperano e si riconoscono mediatamente il diritto (lo Stato come entità terza).  E se il popolo fa paura è solo quando si ribella, consapevole dei propri diritti, non quando è passivo, acquiescente o assente.

Una conclusione che si può dunque trarre dalla fluttuazione della partecipazione al voto è che non esiste una correlazione tra il livello di democrazia di un paese e la partecipazione elettorale dei suoi cittadini, ma che esiste piuttosto una relazione tra entrambi i due fattori  (democrazia e  partecipazione) e il livello culturale di un popolo, ovvero la sua civiltà acquisita, il cui accrescimento è il fine ultimo della politica.  Una nuova scuola di pensiero si sta dunque affermando nel nostro paese, che  vede nella dinamica dell’astensionismo e nella fluttuazione della scelta elettorale una nuova e più evoluta forma di esercizio della sovranità popolare, ma si tratta del trionfo dell’ideologia economicistica  del mercato, del marketing, della logica della mercificazione che vince anche in politica sui principi.




Riforma della Costituzione: orizzonte o buio oltre la siepe?

IMG_0600Nella trasmissione “Z” condotta da Gad Lerner su La7tv del 31/05/2013 erano ospiti Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky con Giuliano Pisapia per discutere sulla Costituzione e la sua riforma. L’occasione mi ha fatto ricordare che Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky sono illustri giuristi i cui nomi, insieme a quello di Valerio Onida, sono stati proposti da parti diverse e con accenti diversi come candidati per la recente elezione alla carica di Presidente della Repubblica. Sappiamo della esclusione politica di Rodotà e della rinuncia personale di Onida, ma di Zagrebelsky? Le recenti apparizioni di Gustavo Zagrebelsky in televisione e le sue sempre più frequenti manifestazioni pubbliche, come quella di Bologna per la festa della Repubblica del 2 Giugno in quanto autore del manifesto “Non è cosa vostra” lanciato dall’Associazione Libertà e Giustizia di cui egli è Presidente onorario, fanno pensare (e sperare) che egli possa essere il candidato prescelto per la prossima occasione. Sono personalmente convinto che il Paese e le sue Istituzioni abbiano bisogno della cultura e dell’equilibrio di Gustavo Zagrebelsky, così come credo che egli si meriti per le sue capacità e merito di diventare il Presidente della Repubblica di un Paese in questa sua fase critica della sua rinascita.

Come socio di Libertà e Giustizia e come allievo tra i primi della sua scuola di formazione politica ho avuto diverse occasioni di ascolto ed incontro con Zagrebelsky, potendo così constatare le sue capacità intellettuali d’analisi e soprattutto la sensibilità etica, in una parola la sua cultura. Nel suo intervento alla trasmissione di Lerner Zagrebelsky ha insistito sul concetto di oligarchia da lui individuata come la minaccia più seria alla democrazia italiana, stante il blocco politico cui è giunto il sistema parlamentare, che ha generato da un lato un governo ‘contro natura’ delle larghe intese, dall’altro l’irrituale e perciò pericoloso precedente della riconferma di Giorgio Napolitano al secondo mandato di Presidente della Repubblica. In riferimento poi a quest’ultimo rilievo, collegato alle valutazioni espresse la scorsa estate sulla questione delle intercettazioni telefoniche al Quirinale, Zagrebelsky ha ribadito dopo aver rinnovato la sua personale stima per la persona di Napolitano che egli di fronte alle istituzioni non intende derogare dal ‘dovere della verità’. Per me è sufficiente una dichiarazione del genere per stimare una persona e coerentemente qui mi rivolgo a Gustavo Zagrebelsky con una critica alla sua posizione contraria all’idea di una qualsivoglia forma di presidenzialismo in Italia.   Nothing personal, direbbero gli americani.

Sappiamo che la destra berlusconiana ha da tempo sostenuto la necessità dell’elezione diretta del Capo dello Stato e del potenziamento dei poteri del Presidente del Consiglio. Sappiamo altresì che tali cambiamenti sono da loro trattati come riforme ad personam,  pensate al solo scopo di creare la via di fuga per il suo leader (che nel frattempo punta a diventare Senatore a vita) e a creare uno status per la Presidenza del Consiglio a lui congeniale.  Ora, l’argomento a sostegno del ‘presidenzialismo’ (ma sarebbe meglio parlare di semi-presidenzialismo)  secondo il quale la realtà dell’eccesso di potere esercitato da Napolitano avrebbe già mostrato la realtà e il valore di una riforma costituzionale in tal senso, è stato da Zagrebelsky confutato distinguendo l’eccezzionalità di una situazione caratterizzata da un blocco politico del sistema parlamentare, che giustificherebbe l’intervento autoritario della Presidenza dello Stato in quanto finalizzato al ristabilimento del regime parlamentare corretto, azione che è dentro la Costituzione, dal cambiamento strutturale della forma dello Stato, azione quest’ultima che si configura invece come fuori dalla Costituzione.

A mio parere in questo distinguo, sebbene motivato dal giusto timore di uno stravolgimento dei principi fondativi della nostra Repubblica, viene meno il rigore logico dell’analisi, mostrando la circolarità di una tautologia e la fallacia della petizione di principio: ciò che non é nella Costituzione non é nel mondo.  Se assumiamo la Costituzione essere un sistema formalizzato e privo di contraddizioni, allora valgono anche per lei le conseguenze logiche: se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all’interno del sistema logico stesso (teoremi di Gödel).  Al rigore della logica si può inoltre aggiungere la forza etica dell’argomento di natura filosofica, che Zagrebelsky riconoscerebbe facilmente di origine classica e che qui viene adattato al caso in esame, secondo il quale dovremmo osservare che la Costituzione è fatta per gli uomini e non gli uomini per la Costituzione.  Anche ammettendo che ‘la Costituzione italiana è la più bella del mondo’ possiamo altresì immaginare la possibilità che ne possa esistere una versione migliore, più adeguata alla realtà mutata del Paese. Non si ritiene forse e giustamente che la politica senza cambiamento non è politica? 

Vediamo ora qual è la realtà politica mutata nel Paese e come si è espressa la domanda di cambiamento. Gli esiti delle ultime elezioni politiche hanno mostrato un quadro dell’Italia così caratterizzato: i) un bi-populismo, il nuovo M5S a fianco del preesistente berlusconismo, ha sostituito il bipolarismo; ii) ben oltre un quarto degli elettori non ha esercitato scelte (assenteismo per altro aumentato fino al 50%  nelle recenti elezioni amministrative regionali e comunali); iii) la sinistra italiana rischia l’estinzione.  Tali risultati ci portano ad affrontare la questione fondamentale di ogni democrazia ovvero se, rispetto ad essa il popolo debba essere considerato come variabile dipendente o indipendente? Ed anche se i voti contano o pesano? Dobbiamo ritenere che il sistema democratico sia uno strumento neutrale che un popolo sceglie, tra altri strumenti possibili, ed usa per governarsi (popolo come variabile indipendente)? O, piuttosto, il popolo in quanto esso stesso prodotto da quella democrazia fa parte integrante del livello di maturità e culturale di questa  (popolo come variabile dipendente)?  Il rapporto fra soggetto e oggetto è sempre stato cruciale nella filosofia dall’antichità classica fino ad arrivare alla epistemologia moderna ed oggi possiamo disporre di strumenti concettuali sufficienti per affrontare il problema applicato anche all’ambito della politica.

Do per scontato che i politici e i giuristi illuminati della sinistra e del mondo liberale che si riconosce negli schieramenti del centro abbiano fatto propria la definizione di Rudolf von Jhering  “la vera politica é la visione dell’interesse lontano” e dunque mi chiedo come costoro possano accettare che la prospettiva di cambiamento della Costituzione sia stata non solo dettata dalla destra (grave carenza strategica già mostrata in passato a proposito di temi come l’immigrazione e la sicurezza) ma anche dalla destra gestita mediante il ricatto della rottura di una malsana alleanza di governo.

L’editoriale di Ezio Mauro su La Repubblica di oggi esprime bene il vero timore di una riforma semipresidenzialista: il problema non sarebbe la riforma in sé ma la “vocazione e la qualificazione costituente di questi partiti che lascia molti dubbi. Si mette mano alla Costituzione senza un disegno generale e un sentimento dello Stato condivisi (…)”. Il problema dunque è la posizione assunta dalla sinistra a difesa dei principi e dei valori della democrazia, limitando i rischi involutivi che ogni cambiamento comporta; quella sinistra che tanto incise nella formulazione stessa della Costituzione del 1948 e che in Italia porta la responsabilità storica di promuovere la cultura democratica, nella carenza congenita di una solida formazione del pensiero liberale nel nostro Paese.

A proposito di “disegno generale e sentimento dello Stato condivisi”, per il futuro del Paese non si tratta di cambiare le procedure, ma di introdurre mutazioni evolutive per una crescita in civiltà. Di fronte alla realtà mutata del paese, non solo quella elettorale, ma anche demografica, economica e sociale, le direttrici di un sano cambiamento dovrebbero essere così articolate: maggiore potere ai governanti e conseguente maggiore loro responsabilità verso i cittadini elettori, controllo dei poteri attraverso un Parlamento più efficiente e più efficace, allargamento della base elettorale con il riconoscimento del diritto di voto ai minorenni e la semplificazione del diritto di cittadinanza per gli stranieri.

Pur invocando la saggezza di Orazio quando ci esorta a considerare che “v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”, va pure preso atto della situazione critica in cui si sta dirigendo la nostra democrazia (forse non solo la nostra) ed accettare l’idea che nelle situazioni di emergenza, un tempo questa emergenza espresse la Resistenza, dobbiamo difendere e preservare la democrazia, non praticarla.

 

 




Uomini che odiano la civiltà.

Il sonno della ragione genera mostri. Francisco GoyaIl sonno della ragione genera mostri: “É ancora presto per dire se la Svezia, dopo gli incidenti di questi giorni, sia pronta a stravolgere una tradizione di tolleranza e accoglienza, cedendo alle sue pulsioni più oscure, così ben raccontate, e quindi esorcizzate, nei noir degli autori scandinavi.”  Tale è la considerazione dell’ inviato speciale de La Repubblica a commento della rivolta avvenuta per opera di giovani immigrati in alcuni quartieri periferici di Stoccolma.  Altri osservatori avevano precedentemente così titolato la notizia sugli avvenimenti quando erano ancora in corso: “Vacilla l’immagine di nazione egualitaria“.

Sembrerebbe che molti abbiano trovato negli scontri avvenuti nei giorni scorsi a Stoccolma un contenitore dove scaricare la propria ansia accumulata negli anni con la vergogna per lo stato degli extracomunitari in Italia e in questo modo consolarsi all’insegna dei più deleteri cliché tipo ‘così-fan-tutti’ e ‘tutto-il-mondo-è-paese’.  Il caso svedese,  dove altri commentatori hanno potuto rilevare che “Molti degli immigrati che arrivano nel Paese grazie alla generosa politica sui rifugiati (…)“, non riguarda certo il nostro Paese e, tuttavia, si usa la fantasia letteraria degli scrittori di noir come Larsson (Uomini che odiano le donne) per comprendere la verità dell’inconscio collettivo svedese mista all’estetica mitologica di Tolkien (Il Signore degli Anelli) per rappresentare  una realtà allucinata dove si agiterebbero svedesi dall’aspetto di Elfi, ma con l’anima degli Orchi.

Per altro si prende atto che Husby e Kista, luoghi degli scontri, sono quartieri vivibili dove i servizi pubblici, quali parchi, scuole, biblioteche e trasporti esistono e funzionano, quartieri ben diversi dalla banlieue parigina o dalle periferie londinesi. Il quartiere Kista, in particolare, viene considerato come la Silicon Valley di Stoccolma per il fatto di ospitare società ultratecnologiche. Ma questa realtà viene presentata “come un visionario piano di edilizia popolare” degli anni ’70 (quando in Italia non esisteva neppure il fenomeno dell’immigrazione straniera) piuttosto che essere notata e valorizzata come indicatore di civiltà di uno Stato.

L’idea di un benessere sociale (welfare state) è dunque un mito socialdemocratico fallito e che va dunque superato? Una falsità prodotta dalla falsa coscienza di una borghesia ricca ed egoista? Cosa c’è dunque che non va, anche in quelle società del nord ? Anche la bruttezza come la bellezza sta negli occhi di guarda. Bisogna essere ipocriti o stupidi, o entrambe le cose, per confondere ciò che uno Stato fa per accogliere gli stranieri, che connota e denota la cultura di quello Stato, e come una minoranza di questi reagisce al drammatico impatto di un trapianto socio-culturale.

Ed è proprio una scrittrice svedese di origine curda, Nima Samandaji, che con intelligenza ci invita a riflettere sul fatto che  “Stoccolma non brucia e la discriminazione non è sempre legata al razzismo“, spiegandoci, perchè molti di noi hanno ancora bisogno di capire, che parte della popolazione viene lasciata ai margini per cause economiche, legate all’educazione, al retroterra culturale. La scrittrice, con acume non comune tra gli intellettuali occidentali conclude le sue argomentazioni con la richiesta: “smettiamo di colpevolizzare la nostra società“. Gli uomini che odiano la civiltà sono tra noi, che ci riteniamo civili.

 

 

 

 




L’anomalia italiana: la politica ammette l’ignoranza.

images-2Un servizio di Report è stato sufficiente a far scomparire Di Pietro dalla politica. Perché? Una condanna penale lascia intatto il consenso a Berlusconi. Perché? In Germania la mancata virgolettatura in una tesi di laurea fa cadere un ministro: Perché?  Basterebbe una semplice riflessione per comprendere che la base elettorale che sostiene le diverse candidature non è la stessa. Ma una semplice riflessione è sufficiente a escludere una grande fetta della popolazione italiana: almeno 9 milioni di elettori la cui sovranità non viene da tutti, da tutti, contestata. Questo dicono tutti, tutti, pretende la democrazia.  Anche l’ignoranza, la disonestà, la furbizia, l’avidità, hanno diritto al voto e ad essere rappresentate. Ignoranza, disonestà, furbizia, avidità in Italia sono un Partito. Queste “qualità” ovviamente sono trasversali (sono ben più di nove milioni gli italiani che si riconoscibili in queste qualità e non solo a destra), ma “non res sed modus in rebus”: tutto, altrettanto o più ovviamente, dipende dalla misura. Chi non capisce misura nulla intende e continua ad accentare la realtà con eccezioni e anziché confermare la regola ritengono con l’eccezione di contraddirla. E già qui i più si perdono.

Il “pensiero debole” e un “basso sentire” dominano i talk show e con ciò, ecco l’anomalia, anziché perdere acquisiscono consensi. Inseguire al ribasso è lo sport preferito e ha nome populismo. Offendere l’ignoranza è offendere il popolo. Il popolo di Di Pietro, ex magistrato, tifa per i magistrati e il più piccolo sospetto fa cadere il beniamino. Il popolo di Berlusconi tifa per i delinquenti e la minima accusa li consolida nelle loro convinzioni. In Germania come nei paesi più civili la minima violazione alle “regole” è sufficiente alle dimissioni: una colf tenuta in nero, un amore clandestino, una citazione non dichiarata come tale …

Quanto ci vorrà per capire che questa “anomalia” dell’Italia ha nome Popolo Italiano, la sua cultura? Quanto ci vorrà per intendere che cosa si debba intendere per cultura? Una troppo larga fetta della popolazione (secondo misura) vive nell’ignoranza e la furbizia, italicamente contrabbandata per intelligenza, trova nell’ignoranza il suo terreno più fertile, e chiama opportunisticamente l’ignoranza “volontà popolare”. Un tabù: non bisogna parlare male del popolo, e tantomeno del Popolo Italiano, il popolo è sovrano. Morale: nessuna autocritica. Certo non bisogna parlare male del Popolo italiano. Che senso avrebbe? Né storico,né politico, né strategico, né attuale. Ma fare quanto più possibile per migliorare le condizioni culturali del popolo dovrebbe essere il primo dovere di qualsiasi governo e di qualsiasi istituzione abbia realmente a cuore le sorti del popolo. E invece no. Di Cultura non si parla in nessuna parte. In nessuna parte si combatte l’ignoranza, la mentalità, anzi si approfitta da ogni parte e in ogni occasione per ottenere audience, consenso. A destra ma anche a sinistra. Gli “uomini del fare” sono per il turbo capitalismo, “fare cultura” diversamente pare compito di nessuno.

Abbiamo ministri e politici che per cultura intendono “Arte e spettacolo” ma pare che nessuno in politica abbia mai inteso che cultura significhi far progredire in civiltà il proprio popolo. La Cultura non serve infatti unicamente a crescere il Pil, ha il compito ben più alto di far progredire in Civiltà lo Spirito di una Nazione. Gustavo Zagrebelsky rispose ad una mia domanda  sull’importanza della cultura dicendo “questo è sottinteso”. Purtroppo questo non è neppure inteso o nella migliore delle ipotesi “sotto-inteso”.  A questo dovrebbero essere impegnati governi e istituzioni capillarmente in ogni dove. Eppure Cultura e morale sono completamente al di fuori di qualsiasi programma di governo e protocollo istituzionale da sempre: partiti polititi, sindacati e persino la scuola non si sono mai occupati né di cultura né di morale, ovvero di formare cittadini, lavoratori, studenti che intendessero il sociale come bene comune, come il più importante dei beni comuni. Anzi la tendenza è de-umanizzare la scuola e le università per avere tecnici pronti al servizio dell’economia, nuova ideologia. Sociologia, educazione civica, filosofia, persino materie scientifiche come l’evoluzione sono state sminuite o bandite: a che servono? Filologia romanza?

“Fatevi un panino con la divina commedia”, questo un ministro. Badilate di ignoranza ovunque là dove servirebbero badilate di cultura. Il Pd che avrebbe dovuto rappresentare la sinistra ha mancato nella formazione dei dirigenti proprio perché privo di cultura, e senza cultura nessuna morale, senza morale nessun ideale, nessuna sinistra. La sua deiezione è stata graduale a partire dal ’68 quando per conquistare la maggioranza ha cercato di raggiungere il fatidico e ora fatale 51%, portando questo “ideale” come linea politica. E il gruppo dirigente non ha mai abbandonato questo ideale. Una strategia in luogo di un ideale. Da sempre “corrono verso il centro” (Achille Ochetto) lottando sempre meno contro le disuguaglianze economiche e sociali, offendo aperture che andavano a detrimento dei diritti dei lavoratori e dimenticando e dissipando valori culturali che di fatto, nel pensiero come nel sentimento, tenevano unito il popolo della sinistra. Hanno dimenticato di “fare cultura”, di combattere per gli stessi, arrivando ad accettare la disonestà come controparte, contrabbandando l’inciucio con la disponibilità al dialogo. Per i sindacati concertazione. Brividi.

Risultato? Il fatidico 51% è divenuto fatale, la base del PD non c’è più stata, ha strappato ed è confluita in larga misura nel M5S. Ma non solo, all’interno del partito stesso sono stati acquisiti democristiani e opportunisti che hanno ulteriormente diviso il partito con conseguenti ulteriori strappi. È stata portata all’interno del PD tanta di quell’acqua che sono affogati ma non contenti ancora con quell’acqua tentano di galleggiare: “una cosa già Letta”. Cambiamento? L’anomalia italiana si chiama ignoranza, quella descritta da Francesco Guicciardini: “La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi”.  Solo la cultura ci salverà.

 

 

 

 




Cittadini si nasce o si diventa?

images-2É di moda oggi invocare lo ‘ius soli’ in alternativa allo ‘ius sanguinis’, ponendo il dilemma in termini ideologici di appartenenza ad una presunta cultura di sinistra o di destra.  Ancora una volta l’immaturità politica e civile nel nostro paese confonde i principi, inviolabili in quanto basati sulla storia dell’umanità, con i valori, modificabili in quanto relativi alle singole culture. Ora, i sostenitori dello ‘ius soli’ che si rifanno all’esempio francese non precisano, o non sanno, che “chi è nato in territorio francese da genitori stranieri ottiene la cittadinanza francese solo se ne fa richiesta e solo se è vissuto stabilmente sul territorio francese, e la ottiene soltanto al compimento della maggiore età”, mentre dimenticano, o non sanno, che negli Stati Uniti d’America “secondo la Clausola sulla Cittadinanza, una persona diventa automaticamente cittadino statunitense se nasce nel territorio degli Stati Uniti o se nasce in un paese straniero ma ha uno o entrambi i genitori con cittadinanza statunitense, nel qual caso si chiama cittadinanza per nascita, altrimenti si può divenire statunitensi attraverso un processo detto di naturalizzazione”.

Dunque, gli appartenenti alle tribù di sinistra (in questo caso probabilmente per ‘ius sanguinis’) dovrebbero vincere le loro resistenze ideologiche anti yankee e sventolare l’esempio americano piuttosto che quello francese. E per dare un qualche fondamento storico alla crociata suggerirei loro di invocare i quindici secoli di invasioni straniere avvenute nella nostra penisola, oltre che la recente immigrazione, in analogia al colonialismo e al pionierismo sul quale si fonda appunto lo ‘ius soli’ americano.

Personalmente preferisco pensare alla cittadinanza come una condizione culturale e politica da acquisire con l’educazione e la formazione, in una società capace di offrire reali parità di condizioni e di mezzi per ottenerla.




La vittoria di Pirro in Friuli

Unknown“Se non c’era Roma sarebbe stata un’asfaltata”. Sembra la dichiarazione di Pirro dopo le vittorie sui romani e invece è quella di Debora Serracchiani (PD area Renzi) la neo eletta Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Questa affermazione elettorale, sebbene sia comunque benvenuta, ci restituisce la prima fotografia del day after del disastro elettorale nazionale.

I primi dati ufficiali sugli esiti delle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia (vedi tabella) sono a dir poco preoccupanti e ha ben poco di consolatorio rilevare che il centro-sinistra vince sul centro-destra con lo stesso esiguo scarto con il quale si era appena affermato alle politiche, ma su una base elettorale dimezzata, tanto grande è stato il fenomeno dell’astensionismo (al quale per altro vanno aggiunti le 17.800 schede bianche e nulle pari al 3,2% dei votanti)

Regionali

(%)

astenuti

Schede bianche e nulle

Debora Serracchiani

Renzo

Tondo

Saverio

Gallucci

Friuli V. G.

50,51

3,2

39,39

39

19 (M5S=13)

Lombardia

20,31

Lazio

27,92

Molise

38,38

La volatilità della partecipazione al voto è un importante indicatore del disorientamento dei cittadini di fronte alla politica e costituisce un precursore per il populismo. Un merito del M5S acquisito con le ultime elezioni nazionali è stato quello di aver recuperato alla partecipazione politica una parte dell’astensionismo che era crescente, anche se l’intransigenza del suo leader lo ha incanalato in una sterile protesta (è ancora assente il passaggio alla pars costruens che caratterizza il progressismo in una sana democrazia) configurandolo come nuova forma di populismo.

Oggi il ridimensionamento elettorale dello stesso M5S dovrebbe preoccupare non meno della debolezza del centro-sinistra nei confronti della destra berlusconiana. Una ragione in più per accellerare la ricostruzione di un partito che miri al progresso sociale, ovvero culturale ed economico, del nostro paese, prima che qualsiasi attrattore possa sorgere e governare sulla base di voti che pesano ma che non contano.




Lettera aperta a politici onesti.

S. Rodotà e G. Zabrebelsky(…) “Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani?”… “La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo?”… “È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l’esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata”.  (dalla risposta di Stefano Rodotà all’editoriale di Eugenio  Scalfari, LaRepubblica del 22 aprile 2013).

Chiarissimo Professore, mi stupisco del suo candore ma questo testimonia la dovuta ingenuità che l’onestà intellettuale pretende. Bersani si è genuflesso al M5S per giorni e giorni alla disperata ricerca di rendere possibile un governo invocando il senso di responsabilità data la tragica situazione in cui versa il nostro Paese.  Se ha accettato generosamente di prendere schiaffi in faccia, come è possibile che per una questione di principio del tipo ‘non è il nostro candidato’  si rifiuti di “chiamare” la sua persona?  Com’è possibile che scelga candidati graditi al Centro Destra e a Monti piuttosto che sostenere una persona, un compagno, mi si perdoni il termine, della sua stessa area?

Qualcuno glielo ha impedito. Sul suo nome, Rodotà, è stato messo un veto. Testimoniano in merito la mancata domanda dei giornalisti a esponenti del PD: “Perché non Rodotà?”, domanda più che legittima e più che ovvia. Questione posta pubblicamente solo dal M5S  e da Crozza (sic!) che ha spinto pochissimi a porla. Risposta?: “Non è il nostro candidato” o, con il modo più subdolo di evadere una domanda: “Perché non Prodi?”.  Quindi, non rispondendo e sapendo di imbarazzare sia l’uno che l’atro. Di più. Ho sentito dare dei “delinquenti” ai franchi tiratori da parte di responsabili del PD.       PCI meno “comunismo” uguale PDS,  PDS meno “sinistra” uguale PD. Purtroppo non si è cambiato solo il nome, ma la sostanza.  Si è persa la genuinità nella vana speranza (lunga quarant’anni) di conquistar il fatidico 51%, finché l’acqua acquisita non ha trasformato il vino in aceto.

Carissimo professore lei possiede in questo paese il più grave difetto: l’onestà, per di più quel tipo di onestà che meno aggrada, l’onestà intellettuale. L’onestà fa paura e infatti lei non sarebbe stato il Presidente di tutti gli Italiani, ma solo degli Italiani onesti, purtroppo non ancora una maggioranza.

La mia residua speranza è che attorno a personalità come la sua Stefano Rodotà unita a quella di non minore statura morale e intellettuale qual è Gustavo  Zagrebelsky  venga fondato un partito che porti a caratteri cubitali in nome della sinistra e della cultura e riunisca sotto di sé tutto il Popolo Della Sinistra: non un nuovo PD dunque, semmai un nuovo PDS.  Questo lo ritengo possibile e ne ho piena fiducia. Un’immensità di voti si raccoglierebbero su questi nomi e farebbero rinascere la sinistra dalle ceneri del PD.  Con stima e affetto, Walter Bocelli.




Fermiamo la democrazia diretta, nel baratro

images-2L’invocazione dei partiti rivolta a Giorgio Napolitano perché accettasse la  ricandidatura alla Presidenza della Repubblica ha ben più che mostrato l’inconsistenza del Partito Democratico, ha decretato il fallimento della democrazia parlamentare. Lo straordinario potere già esercitato dal Presidente della Repubblica in questi ultime settimane, che è seguito alla fine della illusione bipolarista decretata dagli esiti elettorali, ha rivelato l’immaturità del sistema parlamentare italiano, incapace di costruire una unità a fondamento di un governo, mostrandosi diviso tra nostalgie ideologiche e interessi di casta.

La futura sinistra italiana, che pure emergerà da queste macerie, prenda atto degli esiti delle ultime elezioni che hanno mostrato come il nostro paese abbia ancora bisogno di un populismo per essere governato e che i populismi vanno essi stessi governati. Dunque, metta al più presto nella propria agenda politica tra le altre priorità anche quella di una radicale riforma costituzionale che contempli il passaggio ad una forma di Repubblica presidenziale (modello francese o modello americano?). Di fronte al diffondersi di vecchi populismi e al sorgerne di nuovi, il futuro partito della sinistra non dovrà commettere l’errore (come avvenuto più volte in passato, per esempio sulle questioni dell’immigrazione, della sicurezza, delle tasse…) di abbandonare il tema delle riforme costituzionali agli interessi equivoci di una destra ignorante e populista.

La capacità di ascolto della crescente insofferenza che il popolo mostra da anni, non solo causata dalla crescita delle diseguaglianze economiche, non solo per il mancato riconoscimento di alcuni diritti, non solo per la perdita di quanto è più fondante esista per la dignità umana ovvero l’aspettativa di un futuro migliore,  ma anche per la frustrazione derivante dal non essere considerati come cittadini  che intendono partecipare alle scelte per il proprio paese, questa capacità di ascolto dunque deciderà della affermazione politica e di conseguenza elettorale del futuro partito della sinistra italiana.

Presidenza, Segretario e Segreteria dimessi: che ne sarà del PD?  Deve interessare la brace non la cenere. I soggetti in grado di costruire questa nuova realtà politica sono evidentemente già esistenti, non solo nella società civile ma anche all’interno degli stessi partiti che oggi si collocano a sinistra. Essi hanno solo bisogno di liberarsi della vecchia nomenclatura e di buona parte della loro cultura ideologica che li ha formati. La dissoluzione della nomenclatura e delle sue incrostazioni ideologiche sono processi già al lavoro, occorre avere il coraggio di accelerare il fenomeno prendendo atto che l’idea di mantenere all’interno di un Partito Democratico anime e personalità così diverse è sbagliato e che è giunto il momento che le correnti divorzino ed ognuna segua il proprio destino. Non si deve temere la scissione di un partito quanto piuttosto la forzata convivenza in esso di opinioni e visioni tanto diverse.

Matteo Renzi si liberi e persegua la conquista del centro-sinistra muovendosi tatticamente dalla sinistra ma avendo strategicamente il centro come fine. Quanto alla ricostruzione di un partito della sinistra a Fabrizio Barca l’onere della prova di realizzare un partito nuovo per un buon governo con a fianco Nichi Vendola, emendato dall’errore commesso di essersi separato dal PD avendo così consentito a Renzi di proporsi come il riformatore. Con la consapevolezza che quando la testa (Barca) si mantiene troppo a lungo  separata dal cuore (Vendola) è la pancia a prendere il sopravvento (il populismo di destra).

Siamo giunti a condizioni di precarietà del nostro regime democratico, analoghe a quelle che caratterizzarono la sua nascita nel dopo guerra: abbiamo per ciò bisogno di una nuova Assemblea Costituente che sia promossa dal nuovo partito della sinistra e da questo ispirata.

 

 

 

 




Verità oltre il reality e la trasparenza

Unknown

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero (Demostene).    Vivere nella società dello spettacolo significa che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione, perché lo spettacolo non è un insieme di immagini,  ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.

Il successo della formula televisiva del reality show, dove la frustrazione  accumulata nella vita quotidiana dello spettatore si converte nel piacere voyeuristico procurato dall’osservazione di simulati vissuti altrui, pongono il dubbio: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?

Le telecronache sportive o i talk-show,  dove conduttori e commentatori simulano e anticipano con un dialogo concitato la partecipazione del pubblico,  privandolo in tal modo della possibilità di una elaborazione propria come avveniva dopo l’evento nei bar e nei luoghi di lavoro, non inducono lo spettatore alla passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi?  Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, viene adottato sempre più spesso in televisione? Non è forse  questo il “comune sentire”?

Nella prospettiva spettacolare la coscienza individuale non si manifesta con l’azione ma si annichilisce nella passività della delega. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio dei desideri, più semplici da capire ed accettare della realtà, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere. Essa non vede ciò che è troppo grande  e non osserva ciò che è troppo lontano. Formata in decenni di comunicazione mass-mediatica, ovvero marketing e pubblicità, la coscienza  si affida  alla  percezione immediata  di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle  informazioni  messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione.  Si ricompone in tal modo una  pseudo realtà come  effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza che vi siano necessariamente relazioni apparenti. Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini offerte allo sguardo digitale. Una illusione del vissuto  come quella provocata del movimento di una successione di fotogrammi. La vita vista come un film, come un sogno.

Si tratta di una semplificazione della visione del mondo ad un tempo razionale ed emotiva.  Razionale perché  la coscienza ritirandosi in uno spazio chiuso e limitato riconducibile all’esperienza personale ritrova un potere di controllo, emotivo perché tende a ristabilire attraverso l’adesione la sicurezza perduta.  D’altra parte, nel mondo globalizzato, pur sempre rimane costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata per la collettività la modalità prevalente di conoscenza e la coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo.

Il sociologo Derrick de Kerckhove, entusiasta per le tecnologie della comunicazione, definisce con Psicotecnologie: “qualunque tecnologia emuli, estenda o amplifichi il potere della nostra mente”  e la televisione è per lui una psicotecnologia per eccellenza, in quanto esprime niente di meno che la proiezione del nostro “inconscio emotivo” ed allo stesso tempo una esteriorizzazione collettiva della psicologia del pubblico. Sempre secondo de Kerckhove il “villaggio globale” di McLuhan è superato: siamo diventati tutti individui globali, grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non è un fenomeno riguardante la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Ho l’impressione che folgorati sulla via  della tecnologia abbiamo in realtà acriticamente accettato la logica del marketing che vuole l’individuo consumatore, magari informato, ma passivo e addomesticato.

Il World Wide Web fu messo a disposizione del pubblico nel 1993, da allora la sua diffusione e le sue potenzialità hanno preoccupato uomini di cultura e politici circa gli effetti e ricadute sulla democrazia, ovvero sul rapporto tra individui e potere.  Ben presto il problema posto da internet, al di là di stabilire se il suo uso dovesse essere totalmente libero o in qualche misura regolato da leggi, é apparso essere l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione. In un tempo minimo io posso infatti acquisire e diffondere  una massa enorme d’informazioni che non sono poi in grado di elaborare.

Oggi che gli utenti di internet nel mondo superano i 2 miliardi (circa il 30% della popolazione mondiale) è lecito domandarsi in quale modo esso, aggiungendosi e combinandosi con i mass-media, abbia influenzato la nostra percezione, il processo psichico che opera la sintesi dei dati sensoriali in forme dotate di significato, che gli individui hanno del mondo. Si tratta, dal momento che la coscienza si forma sulla base della percezione della realtà esterna, di comprendere la relazione esistente tra conoscenza e coscienza.

Davvero nei social network avviene la diffusione di idee e di pensieri o piuttosto si tratta di uno scambio compulsivo di opinioni?  Si elabora l’informazione per decidere una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?  Il “Mi piace “ di Facebook viene trattato piuttosto col significato di “É vero”.  Una cosa è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento del computer, altra cosa è ridurre il soggetto allo stato  afasico delle risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi?

Più recentemente con lo streaming il reality è entrato ufficialmente nella politica, con la pretesa di realizzarvi l’etica della trasparenza. Già, perché il vedere e sapere quello che accade in tempo reale viene considerato ormai con entusiasmo come la partecipazione democratica dei cittadini alla politica. É la coscienza di ultima generazione, che non si accontenta più dei risultati, ma pretende di assistere al processo per il loro ottenimento.

La gaffe della Capogruppo M5S alla Camera Lombardi che dichiara durante il confronto con Bersani per la formazione del Governo la propria impressione di trovarsi a Ballarò deve preoccuparci non tanto per la manifesta maleducazione istituzionale, quanto per il rischio che la visibilità in diretta dei lavori parlamentari in nome della trasparenza possa davvero trasformare per esempio una Commissione in un talkshow, come del resto proprio il video di quell’incontro con quella battuta rilasciata per ingraziarsi i suoi sostenitori ed il suo capo che agiva da remoto, ha già tristemente prefigurato.

Ma, paradosso dell’ottica, il mezzo trasparente che permette di vedere le cose è esso stesso invisibile e se secondo la percezione popolare là dove  ci sono oscurità e ombre può annidarsi il male, secondo la fisica dove c’è troppa luce l’occhio rischia di accecarsi e non vedere più nulla.

Se la fiction televisiva interessa più della realtà quotidiana e se la ricerca della trasparenza nelle istituzioni attraverso lo streaming non è altro che una  App della politica spettacolo, allora dove cercare la verità? Nel rigore scientifico, nella saggezza popolare o nella religione? Ma prima ancora, la verità c’è? E se c’è, è conoscibile? e se è conoscibile è comunicabile?

Può apparire destabilizzante terminare delle riflessioni con interrogativi,come un delitto che rimane impunito in assenza del colpevole, ma per coloro che, come me, non credono alla verità rivelata si impone la sua incessante ricerca, avendo presenti le seguenti avvertenze: la natura ama nascondersi (Eraclito) e dunque bisogna credere a chi cerca la verità, non credere a chi la trova (Gide), consapevoli che le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità (Nietzsche).  Io penso che la verità c’è, perchè ne avvertiamo la mancanza, ma essa non risiede nel passato nè si può completamente svelare nel presente. Poichè l’Universo è in evoluzione è il presente a spiegare il passato, mentre la verità si colloca piuttosto nel futuro e il comune orientamento ad essa degli uomini pone la condizione per la sua comunicabilità, come aghi in un campo magnetico.

Ma il mondo è qui ed ora, con la sua economia e la sua politica: che fare? Un passo indietro, due avanti. Il passo indietro consiste nel rivolgere senza indulgenza l’attenzione alle cause reali e profonde del declino del nostro paese  riconoscendo che è stata la condizione di sottosviluppo culturale del nostro paese la causa del nostro mancato sviluppo economico (per esempio con i bassi livelli d’istruzione, con la sfiducia nello Stato, la fragilità delle Istituzioni, con la dilagata corruzione e la diffusione territoriale della criminalità, col degrado ambientale e con la perdita dell’orizzonte dei diritti, …).

Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua reale condizione di sottosviluppo culturale perché non dobbiamo nasconderci il fatto che il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura.  Riconoscimento dei sintomi e consapevolezza della diagnosi innanzi tutto, solo a queste condizioni sono possibili reali e concreti passi in avanti in direzione del futuro, avendo la cultura come metodo e fine.

 

 

 

 

 

 




La democrazia statistica

imagesUn merito del M5S, con la sua esaltazione della rete concepita come strumento per la democrazia diretta o partecipata, è stato di ricordare agli italiani che siamo in una democrazia indiretta, un regime democratico rappresentativo nel quale gli aventi diritto al voto eleggono i propri rappresentanti per essere governati.

Beppe Grillo, nella sua autoreferenzialità, e i suoi seguaci  hanno riproposto dopo oltre due secoli la critica che Rousseau rivolgeva alla democrazia rappresentativa: “L’unico modo per formare correttamente la volontà generale è quello della partecipazione all’attività legislativa di tutti i cittadini, come accadeva nella polis greca: l’idea che un popolo si dia rappresentanti che poi legiferano in suo nome è la negazione stessa della libertà.”  (J.-J. Rousseau, Il contratto sociale III, 15).  Avrebbero potuto farsene un merito e in tal modo darsi una base culturale (di cui per altro pare ne abbiano bisogno) ed invece è seguita un’altra esternazione dell’ Auto-Grillo: “si può fare a meno del Governo, basta il Parlamento”.

Alla fin fine l’Auto-Grillo fa ridere perché è un comico, ma possiamo fare altrettanto dei suoi sostenitori? Certamente no, non tanto per la presenza in Parlamento dei 163 grillini, edizione naïf dell’entrata in politica della società civile,  quanto per la diffusa e rapida affermazione elettorale del M5S che indica un comune sentire che é in formazione tra il popolo sovrano. Del fenomeno M5S non dovrebbe interessare la sua classificazione a destra o a sinistra (i cultori della classificazione politica ricordano gli scienziati naturalisti del settecento, i quali per comprendere un oggetto dovevano in primo luogo classificarlo), quanto piuttosto la sua emergenza dovrebbe esser colta come una opportunità per comprendere cosa sia nella realtà italiana la così detta società civile.

I più sostengono che democrazia significhi governo del popolo e ciò è etimologicamente corretto (ricordiamo che il termine proviene dal greco antico perché furono gli antichi greci ad inventare tale forma di governo), ma a ben vedere se intendiamo il termine ‘governo’ come ‘esercizio del potere’ v’è allora da chiedersi se la democrazia sia il ‘potere del popolo’ o il ‘potere per il popolo’. In questo cambio di preposizioni  è riconoscibile una sostanziale differenza culturale nella concezione del rapporto tra cittadini e Stato, tra politica e potere e nei criteri di selezione dei delegati a governare.

Per evidenti ragioni organizzative dovute ai grandi numeri in gioco tutti i membri di una una popolazione non possono materialmente governare la propria nazione e pertanto si deve ricorrere alla selezione di un numero ristretto di individui in qualche modo loro rappresentanti che assumano con criteri predeterminati e condivisi il compito di governare.  Nascono a questo punto i problemi di come selezionare i rappresentanti e inoltre di definire quale sia la delega dei poteri di governo da attribuire loro. Nella democrazia indiretta (parlamentare) il potere è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo. Sembra tutto chiaro e condivisibile, ma temo non sia proprio così (e mi scuso per la pedanteria di questa sintetica spiegazione).  Riscontro infatti una diffusa confusione di significati attribuiti ai termini quali per esempio popolo, rappresentanti, grande coalizione,  diventati nel lessico politico odierno  dei luoghi comuni, simboli piuttosto che parole, espressioni contenitori di senso su cui riteniamo di avere un intendimento comune e condiviso.  A ciò si aggiunga la illusoria aspettativa che una nuova legge elettorale, più giusta in quanto coerente ai principi democratici, possa trasformare la volontà popolare in stabilità di governo.

Partiamo da quest’ultimo luogo comune.  Dunque, la legge elettorale n. 270/2005 (c.d. porcellum), non consentendo da un lato la scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti e  applicando dall’altro regole differenti per attribuire il numero dei seggi ai due rami del Parlamento, viene indicata come una delle cause dello stallo cui siamo giunti.  Si tratta in realtà di un tentativo di esorcizzare lo sgomento di fronte alla constatazione della fine del bipolarismo. Se guardiamo infatti i risultati elettorali  qui sinteticamente riportati nella tabella (Fonte: Ministero degli Interni.  N.B: le percentuali relative ai risultati vengono espresse in relazione ai votanti, non agli aventi diritto dei totali degli elettori, rispetto ai quali invece viene calcolata l’astensione):

Coalizioni / Elettori

CAMERA

SENATO

n° partiti

Valori assoluti

%

Valori assoluti

%

Centro-sinistra

4(C) 6(S)

10047808

29,55

9686471

31,63

Centro-destra

9(C) 12(S)

9922850

29,18

9405894

30,72

M5S

1

8689458

25,55

7285850

23,79

Lista Monti

3(C) 1(S)

3591607

10,56

2797486

9,13

Altri

30(C) 36(S)

1750801

5,15

1441844

4,71

Sch. bianche

395285

1,12

369301

1,16

Sch. nulle

872541

2,47

763171

2,4

Astenuti

11633613

24,81

10519474

24,89

Totale elettori

46905154

 

42270824

 

possiamo notare le seguenti evidenze: i) ha votato il 75% degli aventi diritto; ii)  quattro formazioni politiche hanno superato la soglia, sommando il 70% dei voti; iii) quasi il 5% dei voti si è distribuito su oltre 30 partiti non superando la soglia; iv) il 3,5% dei votanti hanno consegnato la scheda bianca o la hanno annullata; v) la differenza di età degli elettori alla Camera e al Senato (si tratta di oltre 4,6 milioni di elettori) non influenza il numero degli gli astenuti, né quello delle schede bianche o nulle, mentre incide più nel M5S e nella Lista Monti che nelle due coalizioni di sinistra e destra.

Tali risultati sembrano rappresentare un quadro politico dell’Italia odierna caratterizzata dai seguenti tratti: i) un bi-populismo, il nuovo M5S a fianco del preesistente berlusconismo, ha sostituito il bipolarismo; ii) ben oltre un quarto degli elettori non esercita scelte; iii) la sinistra italiana rischia l’estinzione.

La questione centrale è però l’intendimento sulla democrazia rappresentativa che si sta diffondendo nella popolazione e che si pone a fondamento del nuovo populismo: l’illusoria prospettiva offerta dal web.2 di realizzare l’auspicata partecipazione attiva  del popolo al governo del paese. Si tratta di una visione tecnicista e semplificata  della democrazia nella quale il concetto di popolo, inteso come nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (Barcellona, 1990) ove si afferma che “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato”, viene sostituito da quello di popolazione, ovvero di un insieme di individui aggregati per dati anagrafici ed altri caratteri.

Questo passaggio ha portato con sé anche il cambiamento del concetto di rappresentanza, che dal suo significato politico fondato sul diritto e sulla storia (l’agire in nome dell’istituzione per l’interesse della collettività) si è spostato verso uno statistico (l’agire in nome dell’interesse prevalente, la moda).  Secondo l’impostazione statistica, infatti, un campione può dirsi rappresentativo del proprio universo quando c’è l’identità delle proporzioni secondo le quali sono presenti, nell’uno e nell’altro, i vari caratteri della popolazione. E la rappresentatività statistica ha stravolto a sua volta il concetto di delega, non più inteso come conferimento di poteri dall’elettorato all’eletto per superare  i limiti oggettivi dell’incompetenza, ma come un mandato esercitato da un campione selezionato in nome e per conto dell’universo.  Nuovo fondamento razionale e scientifico della democrazia, la statistica va imponendosi nella società dominata dalla tecnica con la  potenza dei numeri e la suggestione dei sondaggi: è la democrazia statistica.

Secondo un tale rigore metodologico i dati risultanti dalle elezioni politiche potrebbero essere intesi come non rappresentativi della volontà popolare, dal momento che il campione dei votanti non è rappresentativo dell’universo degli elettori.                            Un rappresentante politico dell’ultimo governo  berlusconiano, intervenendo in uno dei tanti talk show televisivi,  espresse molto bene  questa deformazione del pensiero a proposito di talune candidature femminili alle elezioni politiche di allora, giudicate inconsistenti in quanto riguardanti giovani donne  provenienti per lo più dal mondo dello spettacolo stimate più per la presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico fece osservare che, al contrario di quanto sostenuto dai critici, tali candidature  costituivano un esempio di un buon governo democratico, in quanto una vera democrazia rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.  La miseria culturale dei politici contemporanei, addestrati dalle scuole di formazione politica sulle tecniche del marketing e della pubblicità tramite corsi full immersion, confonde il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei sondaggi d’opinione.

Quanto, infine, al riferimento alla Große Koalition  condotta dalla Cancelliera Merkel dal 2005, divulgata come l’originaria esperienza politica tedesca, non é che un’altra grossolana approssimazione, perché la prima grande coalizione in Germania fu costituita dal 1966 al 1969 per approvare (e qui ci starebbe davvero l’analogia con l’attuale nostra situazione economica e politica) un pacchetto di leggi di emergenza in materia fiscale e sociale, quelle che consentirono al paese di proiettarsi verso il primo boom economico. La Germania oggi rappresenta in Europa un riferimento solido per la democrazia e viene spesso citata nel nostro paese, in verità con umori molto mutevoli, come un modello di riferimento.  Personalmente condivido questo riconoscimento e suggerisco per meglio comprenderlo di volgere lo sguardo alla facciata del Palazzo del Reichstag di Berlino, ove si legge ancora la scritta  Dem Deutschen Wolke (al popolo tedesco). La scritta risale alla edificazione originaria di fine ottocento, mentre la mirabile cupola in vetro che la sovrasta sostituisce quella distrutta dai bombardamenti, con ciò volendo rappresentare la trasparenza di una democrazia faticosamente ricostruita e riunificata sulle devastazioni di una guerra e sulla memoria tanto dell’orrore nazista quanto della dittatura comunista.

Sarebbe ora che la coscienza democratica nel nostro paese si svegliasse dal torpore allucinatorio del “non è vero perchè non mi piace” e rivolgesse l’attenzione alle cause vere e profonde del declino del nostro paese. Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale. Il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura e solo la cultura potrà salvarci.




Captatio benevolentiae

Pericle

Nel caos della politica e dell’etica italiana il Papa Francesco, i Presidenti della Camera Laura Boldrini e del Senato Pietro Grasso, persone singolarmente stimabili, si sono presentati come un attrattore nei confronti di un popolo culturalmente vulnerabile e reso insicuro dalla crisi economica.  I discorsi d’insediamento con i quali si sono presentati appaiono accomunati da un’abile ed efficace retorica (l’arte del dire) che mischia elementi laici a quelli religiosi.  Già da questi discorsi abbiamo una prima conferma della principale verità emersa con gli esiti elettorali: la sostituzione del bipolarismo con il bipopulismo, di destra e di sinistra.  Il fatto è che gli italiani hanno bisogno del populismo per fare politica.

Da questa constatazione, che di per sé non costituirebbe un limite negativo per l’evoluzione della democrazia, discendono però importanti considerazioni sulla comunicazione politica, che ricordiamo riguarda il rapporto uno-molti.

Nei passati regimi politici totalitari la comunicazione politica era chiamata propaganda e veniva considerata di fondamentale importanza nella formazione del popolo. Nei regimi economico-finanziari contemporanei essa è stata sostituita dal marketing. Le parate militari, le adunanze oceaniche, i comizi e i cortei sono stati tendenzialmente sostituiti dai talk show televisivi e più recentemente dall’illusione partecipativa offerta dal web, mentre il duce o il führer o il dittatore del proletariato è stato sostituito dal leader.

Viviamo in una società della percezione dove la comunicazione è divenuta spettacolo, che non è più un banale insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone mediato da immagini dove tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione. E le tecniche impiegate sono quelle della pubblicità: la ripetizione ossessiva di un messaggio isterico, che vende ciò di cui non parla e parla di ciò che non vende.

Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia,  il Presidente della Camera vuole rappresentare  i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale.  Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori:  il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia.

In omaggio alla retorica, alla demagogia, alla democrazia e al popolo ricordo il Discorso agli Ateniesi, 461 a.C. di Pericle, nella speranza di poterlo ascoltare, con gli opportuni adattamenti alla nostra epoca e condizione, pronunciato da un futuro Presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica:

“Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.  La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.  Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.  Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.  E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.  Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.  Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.  Qui ad Atene noi facciamo così.”