L’amor che muove il sole e l’altre stelle
Il teologo cattolico Vito Mancuso ci riprova con il suo ultimo libro a mettere ordine nell’etica cattolica e questa volta affronta il tema-tabù della sessualità.
Il tentativo è tanto lodevole per la coraggiosa apertura dell’autore, uomo di sincera fede cattolica, quanto apprezzabile per l’arretratezza etica e culturale del paese in cui opera. Tuttavia, l’autore non esce dal circolo vizioso di un’etica fondata sulla contrapposizione del Bene al Male, riproducendola nella Natura. La concezione della Natura di Mancuso è infatti anch’essa dualistica dal momento che contrappone al Logos il Caos e, dunque, l’obbedire alla Natura con i suoi cicli presi come criterio di legislazione etica, non significa obbedire a Dio, che va concepito come puro Bene. Di più, la morale sessuale cattolica conferendo un primato alla Natura così intesa disconoscerebbe la specificità dell’essere umano caratterizzato dalla libertà di comprendere, volere e decidere. L’autore, infatti, afferma di credere nell’uso libero e responsabile dell’intelligenza della persona umana e della sua volontà.
Una prima osservazione è chiedersi chi abbia creato la Natura con il suo portato di Caos se Dio si limita al Logos (il Bene): in questa impostazione vi si può riconosce l’impostazione della religiosità degli antichi greci che poneva Ananke, la Dea della necessità, della potenza del destino inalterabile, al di sopra di tutti gli altri Dei. Trovo, tuttavia, più interessante rilevare l’insistenza sui concetti di libertà, coscienza e responsabilità nella persona umana che l’autore mostra sempre più convintamente nelle sue opere. Le sue concezioni in materia, che personalmente condivido sebbene da una posizione extra religiosa, dovrebbero portarlo ad ammettere di essersi “riformato” ed uscire così da un’impostazione Cattolica ormai minata alla base per aderire a quella Protestante: l’autorità della fede che sostituisce la fede nell’autorità.
Dal mio punto di vista, tuttavia, è più interessante constatare come il vero tabù del cattolicesimo, ed anche dell’intero cristianesimo, sia la Teoria dell’ Evoluzione. La Chiesa, il cui vero peccato originale è la conoscenza, non può certo contrapporsi alla Teoria della relatività o alla Meccanica quantistica, ma tra tutte le teorie scientifiche moderne e attuali quella che non potrà mai accettare, e alla quale tenta sempre di opporsi fino a tentare di estirparne l’insegnamento dalla scuola, è quella di Darwin.
Ritroviamo nell’analisi di Vito Mancuso sulla Natura proprio l’assenza del concetto di Evoluzione, che gli consentirebbe di superare la concezione manicheista della Natura concepita in una dualistica opposizione tra Logos e Caos e giungere ad una visione dinamica della Natura (l’Universo) che è mutevole. Le malattie e le sciagure naturali non sono manifestazioni maligne della Natura (il Caos) sulle quali Dio (il Logos) non può intervenire, bensì parti fondative ed integranti del divenire universale, contro le quali l’uomo pure si oppone con la sua Cultura per limitarne gli effetti negativi, ma con la consapevolezza di appartenervi.
All’autore di questo saggio e a tutti coloro che sono alla ricerca della verità suggerisco l’ipotesi che discende dall’Evoluzione stessa secondo la quale la verità sta nel futuro.
Il principio cultura
Cultura è un termine polisemico ovvero un termine astratto cui si possono riferire molteplici significati. In termini generali si può definire cultura ciò che è sedimentato in un soggetto vivente attraverso l’apprendimento dall’ambiente esterno.
Di cultura possiamo parlare quindi anche a proposito degli animali e in un certo senso
anche dei vegetali dal momento che anche le piante apprendono. Tuttavia l’apprendimento riguarda massimamente l’uomo e la cultura umana è l’espressione evolutiva più alta. Per cultura umana bisogna dunque intendere quanto va a depositarsi nell’individuo e nella collettività degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente. Da qui la convinzione certa che la cultura inerisca la relazione soggetto oggetto, individuo ambiente, sé e altro da sé. Una convinzione certa non si attua in sede di opinione, ma si determina come fatto ovvero si struttura logicamente.
Per cultura si deve pertanto intendere quanto l’ambiente nella relazione ha depositato nell’individuo e nella collettività. Esiste infatti una cultura individuale e una cultura collettiva, di specie o di gruppo. La dinamica evolutiva pretende che il positum (ciò che si va a depositare) non rimanga mai identico ma sia soggetto a continue trasformazioni secondo modo e quantità delle informazioni ricevute, la cui velocità di apprendimento dipende dalla capacità dell’individuo e del sociale di accogliere nuove istanze (emergenze) che riguardano sia contingenze esterne (quelle sociali) che contingenze interne (quelle individuali) nella relazione.
La dinamica interno-esterno porta alla crescita culturale. Il gruppo non è un individuo, solo l’individuo pensa. Ovvero sia filogeneticamente che ontogeneticamente la cultura è in continuo progresso. Il positum nell’individuo come nel sociale è dunque soggetto a continui rimaneggiamenti.
Il processo tuttavia non è lineare e soggetto a subire battute d’arresto e anche a regressione. L’appreso necessita all’interno dell’individuo come nel sociale di sistematizzazione che porta inevitabilmente a una strutturazione fissa utile alla comprensione pratica della realtà. Convinzioni e regole stanno alla base della pratica sociale. Non sono inamovibili, ma la loro amovibilità sta tutta all’interno degli individui, unico soggetto pensante.
A questa strutturazione fissa che corrisponde a quella che possiamo definire una visione di vita possiamo dare ora il nome di mentalità. La mentalità degli individui é il soggetto della pratica sociale. Da qui la sua importanza. La mentalità può a sua volta essere definita come la visione di vita che il sociale in cui si è nati ha dato all’individuo nella sua particolare accezione, sociale che si definisce come cultura di gruppo o di popolo.
La variabilità individuale rispetto alle regole stabilite dal sociale o dal gruppo soggiace alle stesse e gode all’interno di una limitata libertà a causa dell’ignoranza che l’individuo ha di trovarsi all’interno delle stesse. Una maggiore libertà può essere goduta solo con un avanzamento dello spirito. Questo equivale a dire che si nasce già parlati dalla lingua, ovvero un ambiente che pre-determina la postura mentale dell’individuo, la sua mentalità.
In termini ancora generali possiamo ora definire la cultura come l’insieme degli insegnamenti ricevuti dall’ambiente attraverso il tentativo dell’ambiente di maturare individualmente lo spirito prima all’interno del gruppo e poi per il suo superamento. Questo processo è ciò che noi chiamiamo educazione.
Da ultimo rimane quindi che per cultura bisogna intendere l’educazione dello spirito per la sua maturazione. Una civiltà più progredita sarà di conseguenza una civiltà in cui lo spirito di tutti è più maturo. Il riferimento alla maturità dello spirito separa nettamente la cultura dall’erudizione, rimanendo l’erudizione se presa a se stante solo un accumulo amorfo di nozioni. La maturazione dello spirito non accumula passivamente nozioni, ma ordina attivamente l’appreso secondo direttive etiche ed estetiche. Si deve imparare e insegnare a riflettere passando dal contingente all’estensivo. In definitiva cultura significa educazione al bello e al buono.
Nel 1816 il socialista Robert Owen fece costruire nel villaggio di New Lanark (Scozia) per i lavoratori della azienda da lui diretta che ivi risiedevano e lavoravano, oltre ad una Scuola per l’infanzia e un Nursery Buildings già realizzato nel 1809, l’ Istituto per la Formazione del Carattere, dove : “Le tre stanze al piano inferiore saranno lasciate aperte all’utilizzo degli adulti del paese, i quali devono poter disporre di ogni utilità per poter leggere, scrivere, far di conto, cucire o giocare, discorrere o passeggiare. Due serate per settimana saranno dedicate alla danza ed alla musica, ma in queste occasioni, ogni comodità sarà predisposta per coloro che preferiranno studiare o continuare qualunque delle occupazioni seguite nelle altre sere.”
L’educazione spirituale è il pilastro su cui si fonda la civiltà, un’attività dello spirito necessaria e doverosa da parte sia dell’individuo che del sociale. La cultura è vivente o non è cultura. Molto diversamente da questa impostazione si dà importanza più all’erudizione che all’educazione confondendo la cultura con le arti, lo spettacolo e le scienze”, attività culturali che hanno senso solo se educative dello spirito per la sua maturazione, ma che diversamente rimangono solo epifenomeni etichettati. È questo il paradosso della politica: non comprendere l’importanza dell’educazione dello spirito non avendola ancora pienamente intesa o nella migliore delle ipotesi ritenendola erroneamente sotto-intesa. Ancora non si intende spirito, alla politica neppure sfiora l’idea.
Solo la cultura, la cultura vivente, ci salverà.
La solitudine del numero chiuso.
“Io sarò probabilmente l’ultima tra i figli di operai a potermi laureare”. Queste parole pronunciate da una giovane studentessa intervistata nel talk show di turno tra l’indifferenza generale, mi hanno provocato un groppo allo stomaco e suscitato un’indicibile rabbia. Sembra che nessuno comprenda in queste poche parole la disfatta sociale, perché la più grande sciagura sociale è ostacolare l’accesso alla cultura.
Mentre ci si riempie la bocca di meritocrazia, nova dea in mente dei et in culo hominum, si finge di dimenticarsi che il merito in una società cannibale dipende quasi esclusivamente da dove e da chi sei nato, dalle condizioni sociali di casta, di classe, di ruolo, secondo appartenenza. In quel ristrettissimo “quasi” tutta l’ipocrisia, perché per i più il futuro resta e sarà sempre più barrato. Anche la sinistra (ma quale sinistra?) ha accettato la logica liberista di contingentare l’accesso alla cultura. Sacrificare, lasciare indietro, una necessità. “Tagliare”, non un infinito ma un imperativo, un imperativo che pare infinito. In modo strisciante è stato reintrodotto il numero chiuso. Numero chiuso e alte tasse. Selezione.
In un paese in cui il numero di laureati è tra i più bassi in Europa, 20% contro la media europea del 37% e la media Inglese del 50%, ci si permette il lusso di precarizzare il futuro del paese con un numero chiuso, alte tasse universitarie e tagli al diritto allo studio. Secondo merito? Qualcuno ha ancora dubbi che l’università sia tornata ad essere un lusso? “Io sarò probabilmente l’ultima …” è un grido di dolore ma anche una frase che grida vendetta. Di fatto il diritto allo studio è stato calpestato. La spinta al privato ovvero all’esclusione, all’emarginazione, alla disuguaglianza, alla sudditanza si opera a partire da qui.
Proposte per finanziare l’università, per eliminare il numero chiuso, per diminuire le tasse? Nessuna. Non si parla neppure più di difendere la scuola pubblica. Proposte per incrementare la cultura umanistica, oltre a quella scientifica, ovvero quella cultura che permette di fare di laureati cittadini in grado di contribuire al bene comune, unico merito riconoscibile a chi si laurea? Nessuna. I politici ignorano (non conoscono neppure) il problema, non sanno neppure che intendimento dare (cosa sia) alla Cultura.
Abbiamo davanti un futuro che è solo un ritorno al passato. Le condizioni dell’Italia nel 68’ non erano certo più floride del presente, eppure, lo voglio ricordare, le lotte studentesche sono riuscite ad imporre il pieno diritto di accesso all’università a tutti. Poi piano, piano il new deal liberista si è ripreso i privilegi riservati alla casta mentre finge riforme popolari, ironia: col consenso del popolo.
La cultura è un elemento strutturale uno dei pilastri insieme a economia e politica di un sociale laico; questi mal-nati parlano di “riforme strutturali” e neppure la intendono. I figli degli operai e ora anche quelli degli imprenditori non potranno più studiare, una massa crescente della popolazione non avrà più accesso all’università, non potrà più pagarsi un mutuo per avere una casa, non potrà più farsi una famiglia e poter vivere secondo quello che nella costituzione americana è uno dei fondamentali diritti: il diritto alla felicità.
“Questo è il paese del bengodi”, dice Pantalone, “Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, ”Colpa delle pensioni baby”…. una serie di indicibili pseudo-verità proferite da chi di fatto “ha vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, nel lusso e spesso, troppo spesso nel lusso con la frode. Ma basta ripetere e la gente se ne convince e a sua volta cita queste bestemmie pensandole proprie . Polli che votano la volpe a guardia del pollaio.
Così un paese economicamente e culturalmente immiserito trova anche il diritto allo studio barrato dalla crisi. Non più investendo in istruzione e in cultura conseguirà un futuro barrato nella crescita e sprofondato nella disuguaglianza, alla deriva verso il terzo mondo. Tutto questo mentre un illusionista al 40% si fa paladino della speranza. Ma di speranza non si tratta, bensì di paura. “Io sarò probabilmente l’ultima …” è l’annuncio di una tragedia, la fine di un’epoca e nessuno pare rendersene conto. Solo la cultura potrà salvarci.
Appartengo dunque sono
“Domani c’è l’assemblea del nostro popolo. Decideremo insieme a quelli che si riconoscono in noi.” Una dichiarazione di Beppe Grillo quando consulta la sua rete prima di una decisione politica? No, è una dichiarazione resa da Pippo Civati del PD intervistato sul voto di fiducia al governo Renzi. È solo un esempio preso dal passato prossimo politico che qui utilizziamo per porre una domanda cruciale: può un esponente politico rimettersi al suo popolo per decidere e poi agire in nome di tutti qualora fosse investito di una carica di governo? È in questione il concetto di delega, principio fondamentale per la democrazia. Tuttavia, prima di rispondere occorre fare una breve digressione antropologica sull’evoluzione della specie umana per comprendere l’importanza che l’appartenenza riveste nelle relazioni coi gruppi.
Il gruppo, come anche ogni individuo del gruppo, deve essere in grado di riconoscere gli individui appartenenti al gruppo e saperli distinguere dagli estranei appartenenti a gruppi diversi. Indipendentemente da come ciò avvenga (odori, aspetto fisico, abbigliamento…) qui interessa rilevare come questa capacità venga acquisita individualmente come pulsione che inibisce l’aggressività e instaura comportamenti graditi all’altro.
Forse si può già parlare di solidarietà, un sentimento più ancestrale dell’amicizia che ne costituisce il presupposto. La solidarietà partecipa alla forza del gruppo e costituisce in nuce il presupposto per l’orgoglio, l’orgoglio dell’appartenenza. L’appartenenza è dunque una delle pulsioni più forti e di fondamentale importanza per comprendere le relazioni umane.
Pensate come si deve sentire protetto un individuo all’interno del territorio all’interno del proprio gruppo, e come si debba sentire indifeso all’infuori del territorio al di fuori del suo gruppo, soprattutto quando entra nel territorio di un altro gruppo. Quanto si debba armare di aggressività di conseguenza per poter sconfinare. Un’aggressività tanto maggiore in quanto deve vincere la paura. Questa aggressività per vincere la paura verso l’alterità si configurerà in seguito come il coraggio. Il coraggio tuttavia si manifesta negli animali anche in caso di difesa del territorio, quando la paura legata all’estraneità del territorio non ha luogo, per cui sia singolarmente che complessivamente nel gruppo la determinazione è in genere maggiore sul proprio territorio che fuori dallo stesso.
Ciò costituisce un vantaggio per chi si difende, che riverbera tuttora nei giochi sportivi in cui si evidenzia la componente del rischio nell’azione d’attacco fuori dal proprio territorio. A parità di forze vince chi si difende, un vantaggio che chi attacca deve a sua volta vincere annullando la propria timidezza e aumentando la propria aggressività. Per questo gli invasori devono essere e sono in genere sempre più violenti.
All’origine nessuna convivenza è possibile tra gruppi differenti e i gruppi si limitano uno con l’altro nella competizione per il territorio. L’altro, anche se appartenente alla stessa specie e alla stessa razza e proprio per questo, rappresenta per la competizione per il territorio il peggior nemico. Questo ovviamente in tempo di pace, quando il gruppo è al sicuro da minacce esterne. Diversamente il gruppo si compatta e fa la guerra.
L’appartenenza quindi nasce come una pulsione complessa legata al territorio e già si prefigura come il sentimento dell’amore per la patria. Si intuisce facilmente che anche l’appartenenza fa parte del possesso, il possesso del territorio e l’appartenenza al gruppo sono infatti strettamente legate. Non è difficile osservare come queste pulsioni ancora giochino pesantemente anche nella nostra società contemporanea. Molto più avanti nel tempo gruppi differenti si uniranno consolidando l’unione attraverso forti vincoli come il matrimonio, secondo l’adagio “andar a far la legna fuori dal bosco”. Il vantaggio evolutivo è evidente: un gruppo più numeroso è più potente, inoltre, incrociando cromosomi di diversa origine, si rafforza la razza.
Torniamo ora al nostro humus democratico e riprendiamo l’osservazione dei nostri esponenti politici. Viviamo in un universo asimmetrico dove la materia e l’antimateria non sono presenti in egual misura, eppure accade che nel confronto politico il confronto dialettico sembra seguire prevalentemente la forma simmetrica della riflessione speculare: l’apposizione di un ‘non è vero’ all’argomento proposto è sufficiente per definire e qualificare la critica. Questo modo di argomentarsi è sufficiente per collocarsi all’opposizione. La rappresentazione mimica di questa postura mentale è visibile nello scuotimento del viso in segno di negazione del politico inquadrato dalla telecamera nei dibattiti dei talk show mentre segue l’esposizione di un argomento da parte del suo interlocutore.
Al di là del merito degli argomenti, accade in politica che la critica si fondi in gran parte sulla posizione rivendicativa legittimata dal mancato riconoscimento di un diritto o di un bene. Questa impostazione porta tendenzialmente gli interlocutori, già portatori sani o malati di un pensiero ideologico, ad assumere posizioni algebricamente simmetriche del tipo a contro non-a, una dialettica appiattita alla formulazione di anti-tesi contro tesi , privata della sintesi frutto del ragionamento.
Chi ha ragione in questa dialettica spettacolare? Per loro, come per i gusti che non sono disputandum, tutto si riduce ad una questione di punti di vista: la verità è relativa e dipende dall’appartenenza ideologica. Si esce dal dibattito con la convinzione di avere ragione per il fatto di aver espresso le proprie ragioni, convinzione rafforzata da siffatta opposizione. Il ritmo degli applausi degli spettatori scandirà quindi l’adesione popolare alla verità di turno.
La Costituzione tra cultura vigente e cultura vivente.
I limiti entro cui il popolo esercita la propria sovranità non sono quelli costituzionali, ma quelli culturali. Bisogna prendere atto che da tempo in Italia si è aperta una profonda linea di faglia che separa drammaticamente la Cultura dalla Costituzione.
Per rilevarla occorre soffermarsi non solo e non tanto sulle varie proposte di cambiamento della Costituzione via via avanzate dalla politica, quanto sulla resistenza ad esse opposta ogni volta dalla cultura, sia essa giuridica che politica, e alle ragioni da questa portate.
Entrambe, proposte e critiche, anche quando promanano dalla medesima formazione ideologica, si presentano conflittuali come se appartenessero a due opposte fazioni: quella degli “innovatori” che si motivano con la supposta necessità di avvicinare le norme alla mutata realtà per perseguire maggiore efficienza ed efficacia e quella dei “conservatori” che si giustificano con il paventato rischio di uno squilibrio del sistema che minerebbe la stessa tenuta democratica del paese.
Ho l’età della Costituzione e ritengo ormai che l’origine di tale arroccamento delle fazioni derivi da un fraintendimento di termini quali cultura, popolo, delega e democrazia. Termini ripetuti da entrambe le parti con la convinzione di avere un intendimento comune, sui quali invece adagia una falsa coscienza dei principi e valori che dovrebbero indicare.
Infatti, se per populismo s’intende l’evocazione di un “popolo” che si pone al di fuori delle sue istituzioni rappresentative e per molti versi contrapposto alla propria stessa rappresentanza, dal momento che non ci troviamo con la nostra Costituzione in una situazione simile a quella della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America che conferisce al popolo tale diritto, allora significa che si sta adottando una logica di puro dominio secondo la quale il popolo quando è d’accordo non conta nulla, mentre quando si oppone va contrastato o recuperato. D’altra parte, se s’intende la democrazia come il potere diffuso tra tutti in quanto partecipazione, controllo e trasparenza, allora bisogna aver chiaro che la partecipazione dipende non dalla esistenza della burocrazia ma dalla distanza dei cittadini dalle istituzioni, che il controllo dipende da una netta divisione dei poteri e non dalla pesantezza della amministrazione pubblica e da ultimo, ma più importante, che la trasparenza dipende dall’etica e dal merito dei singoli cittadini delegati alle cariche amministrative e di governo.
Per la cultura la questione è ancora più complessa. Essa non si riduce all’arte, allo spettacolo e alle scienze intese come attività subordinate a quella economica alle quali assegnare un budget, ma è molto di più, questa è solo la punta di un ben più vasto iceberg: il mezzo per far progredire in civiltà un popolo. È questo il compito che dovrebbe essere prioritario delle politiche di ogni governo democratico e progressista. Ora la domanda iniziale è: esiste una unica cultura universale a cui tendere oppure esistono molte culture equivalenti in diversi popoli? Più in generale, la cultura è vigente o è vivente?
Quando si è trattato di redigere una costituzione per l’unione europea si è a lungo discusso su quali fossero le basi culturali comuni per costruire e formalizzare l’unità. Il confronto pareva arenarsi nella tensione mostratasi tra due opposizioni convergenti: da un lato la critica all’assenza di riferimenti alle radici giudaico-cristiane della coscienza europea proveniente dagli ambienti religiosi ebraici, cattolici e protestanti, dall’altro la critica più trasversale tra destra e sinistra per la presenza di principi neoliberisti nel testo, per l’eccessiva importanza data ai temi economici e capitalistici, per il timore di svuotare di significato e di autorità i singoli stati, promuovendo un appiattimento delle identità nazionali in nome di un’unione indifferenziata.
Tale tensione è riemersa oggi sotto la pressione della crisi economica e finanziaria, facendo crescere nelle popolazioni il distacco verso le istituzioni europee fino a generare minacciosi partiti e movimenti antieuropeisti pronti ad uscire dalla moneta unica e dalla comunità. Una tensione che vuole risolversi con un ritorno ai valori del nazionalismo e del localismo per fermare l’inarrestabile e minaccioso processo della globalizzazione, che si è scoperto riguardare solo i mercati ma non le culture.
Dal ‘piccolo è bello’ si è passati ad una concezione della democrazia a Km zero.
È un fatto che nel continente europeo convivono da settant’anni, ovvero tre generazioni, popolazioni autoctone quali anglosassoni, latini, scandinavi, slavi con diversi patrimoni genetici e culturali. Se consideriamo in particolare il nostro paese gli italiani, come hanno mostrato i risultati di una recente ricerca antropologica, sono il popolo più ricco di diversità genetica in tutta Europa: oggi possiamo contare 57 popolazioni presenti nel territorio italiano dai Grecanici del Salento alla comunità germanofona di Sappada nel Veneto settentrionale. Gli italiani presentano diversità molto più di quanto lo mostrino tra loro popolazioni che vivono agli angoli opposti del continente: le nostre differenze genetiche sono dalle sette alle 30 volte maggiori rispetto a quelle registrate tra i portoghesi e gli ungheresi.
Un simile quadro indurrebbe a credere che le differenze culturali rilevabili tra le diverse popolazioni del nostro continente siano in qualche modo correlabili alla variabilità antropologica e magari alla diversità genetica presente in esse. Non è così o almeno non è solo così. Se concepiamo la cultura come cultura vivente allora possiamo comprendere il movimento generale esistente nella dialettica evolutiva tra apertura e convergenza: sullo sfondo della variabilità delle culture dei popoli si configurano ed emergono principi universali.
Vi sono anche nella storia della nostra penisola esempi che mostrano come nel corso dell’evoluzione culturale (la cultura è vivente anche perché si evolve nel tempo) a volte si affacciano principi e valori con largo anticipo rispetto ai tempi in cui riescono poi, dopo innumerevoli conflitti, ad affermarsi ed essere quindi percepiti come acquisiti. Tali esiti mostrano come quei principi fossero di tale valore da essere inevitabili, quasi come se la civiltà fosse una scelta che è andata assemblando se stessa. Per questo essi possono essere ritenuti universali.
Ne evidenzio qui due particolarmente significativi: l’emanazione delle Costituzioni di Federico II di Svevia avvenuta a Melfi nel 1231 e l’amministrazione equilibrata della giustizia nella Repubblica di Venezia che le fece meritare il titolo di Serenissima.
Nel proemio del Liber Constitutionum Regli Siciliae si legge: “Noi, che teniamo la bilancia della giustizia sui diritti di ciascuno, non vogliamo nei giudizi distinzioni, ma uguaglianza. Sia franco, sia romano, sia longobardo, l’attore o il convenuto, vogliamo gli sia resa giustizia”. L’essere uguali di fronte alla legge, si badi una legge laica e non religiosa, costituisce un’affermazione anticipatrice di quel principio di giustizia moderno che oggi riteniamo incontrovertibile. Per altro, il programma politico di Federico II, altra anticipazione storica e culturale, prevedeva una monarchia assoluta, cioè uno Stato accentrato e laico che si potesse costituire come istituzione terza rispetto alle relazioni tra gli individui. Visione politica a quel tempo schiacciata tra il potere assoluto del Papato e le rivolte delle autonomie locali dei Comuni.
Quanto alla amministrazione della giustizia nella Repubblica di Venezia essa si basava su un ridotto ruolo degli avvocati, su giudici non di carriera (aristocratici nominati per 1 o 2 anni, anche nelle alte gerarchie), e soprattutto per il modo di applicare le leggi al singolo caso concreto, che teneva conto delle decisioni precedenti (giurisprudenza) ma soprattutto mirava a realizzare la giustizia sostanziale, anche negando l’applicabilità di certe leggi se queste ledevano i principi superiori di giustizia, ossia la verità, il buon senso, la fede e l’equilibrio naturale delle cose.
Tornando ai nostri tempi, possiamo osservare che nei paesi democratici retti da governi di tipo presidenzialista, anche non repubblicani, la democrazia risulta più radicata e forte che nel nostro, il che dovrebbe quanto meno suggerire agli strenui assertori della nostra Costituzione l’ipotesi che non sia tanto la forma di governo a decidere dell’autoritarismo e che quindi non siano le riforme in gioco nel nostro paese a minare le sue basi democratiche. La Costituzione è fatta dagli uomini per gli uomini, non sono gli uomini fatti per la Costituzione. I sostenitori del rischio di una deriva autoritaria dovrebbero pertanto spiegare perché la nostra democrazia innestata in un paese che sarebbe caratterizzato da “una storia di dittature e rigurgiti autoritari” non sia ancora sana dopo 66 anni di Costituzione.
Secondo i sostenitori della ‘Costituzione più bella del mondo’ dopo il bipolarismo ideologico che ha sorretto i governi della Prima Repubblica attraverso il dominio dei partiti, dopo il bipolarismo populista e che ha sorretto per un ventennio (il secondo ventennio nel nostro Paese) e ancora sorregge la Seconda Repubblica dominato dagli uomini del fare, rischieremmo oggi una svolta autoritaria con la riforma del Senato, con la nuova legge elettorale e in prospettiva con l’elezione diretta del Presidente del Consiglio con poteri rafforzati ? Si tratta a mio parere di una mera visione ideologica sostenuta da convinzioni, le quali come è noto sono le nemiche più pericolose per la verità delle bugie stesse. Viene proposta, in nome del sano principio del bilanciamento dei poteri, la difesa sostanziale della Costituzione com’è nella sua struttura ed architettura, pur ammettendo la necessità di apporvi possibili migliorie, quale elemento forte e qualificante di aggregazione per la formazione di una ‘nuova sinistra italiana’, una sinistra divisa e frammentaria che si mostra oggi incapace di presentare alle elezioni europee un leader nazionale all’altezza di sostenere idee per l’Europa preferendo sostenere una lista antagonista di un altro paese, verosimilmente più per il suo significato ideologico-simbolico che per originalità dei suoi contenuti politici.
La riforma costituzionale nel nostro Paese dovrebbe con umiltà procedere dalla riscrittura del suo stesso primo articolo: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla cultura.
L’ autodafé popolare
Talk show – Servizio Pubblico – Michele Santoro: “A me hanno insegnato che quando uno ha pagato la sua colpa torna ad essere un cittadino come tutti gli altri”. Perdono, perdono cristiano. Nessuna voce contraria. Tutti d’accordo. Sul dovere di perdonare non si discute. Un cliché, un adagio consolidato presso tutti, a prescindere.
Cronaca nera – intervista alla madre a cui hanno stuprato e ucciso la figlia – domanda del giornalista: “Lei ha perdonato …?”. Insorge in me il sacro furore. E non solo nei confronti dell’intervistatrice, del cinismo dovuto alla sua stupidità assoluta, ma nei confronti dei direttori di quei pornogrammi e di chi li consente in ossequio ad una malintesa concezione del diritto alla “libertà di parola”.
Interno di famiglia – conversazione con mia figlia diciottenne: “Eh no! Dopo il carcere uno deve riconquistarsi con le azioni il proprio diritto a rimanere in società. Deve riacquistare la fiducia”. Mia figlia è giovane e si sa i giovani sono più intransigenti, partono con un più alto senso della giustizia. “Non credi – ho detto io – che prima di rifarsi una verginità uno debba capire l’errore commesso, pentirsi, vergognarsene, espiare la colpa e ripromettersi di non ricascarci?”. “Si – ribadisce – ma non basta!”.
Assolver non si può chi non si pente.
Divina Commedia – Inferno, ventisettesimo capitolo: Guido da Montefeltro prode guerriero e uomo di stato scaltrissimo, ravveduto in tarda età si fa frate francescano (NdR: era il 1296!) e muore due anni dopo. Alla sua dipartita san Francesco arriva a prelevarlo per portarlo in Paradiso. Ma un demone bussa alla spalla del santo: questa è roba mia. Si viene così a conoscere che Guido convocato dal papa, Bonifacio VIII al secolo, è interrogato dallo stesso su come ottenere il potere. Bonifacio promette in virtù del potere papale che per sua autorità gli sarà comunque aperta la porta del Paradiso. Avviene a questo punto una contraddizione a priori, si assolve ora per un peccato futuro. “Padre, da che tu mi lavi di quel peccato ch’io mo’ cader deggio, lunga promessa col l’attender corto ti farà trionfar nell’alto seggio”.
Promettere lungo e mantenere corto, un granitico pilastro che ha retto il potere nei secoli e che ancora perfettamente regge. Questo consiglio è tanto potente e tanto ingannevole che fa precipitare il Montefeltro in uno dei gironi più bassi (VIII) tra i consiglieri fraudolenti. Ma, non basta. Guido scende all’Inferno “perché diede il consiglio frodolente”… “Ch’assolver non si può chi non si pente, né pentère e volere insieme puossi, per la contraddizion chel non consente”. Aggiunge il diavolo rivolto al povero frate: ”Forse tu non pensavi che io loico (logico) fossi!”.
Gli stolti pensano al passato come non attuale, come superato. Il tempo si sa guarisce tutto. Il libero arbitrio ci può far peccare, macchiare dei più efferati crimini, ma la combinazione confessione – assoluzione vi può porre rimedio ripristinando l’equilibrio perduto, come una doccia dell’anima. In verità, per l’anima secondo la cultura cristiana esiste un’altra postura molto potente: la conversione. L’abbiamo letta nella Bibbia a proposito di Paolo, nei Promessi Sposi riferita al malvagio e potente Innominato, l’abbiamo vista nel film Mission riferita ad un cacciatore di schiavi fratricida. Per la fede ebraica e cristiana essa è il ritorno a Dio dopo il ravvedimento, per la psicologia si tratta di una consapevole unificazione o forse riunificazione di un io prima diviso.
Pensate or per voi se avete fior d’ingegno di quanto la logica, la morale, la filosofia di Dante supera il nostro presente. Di quanto si fatto spirito un misero Santoro avanzi. E se la luce dei miseri brilla tra la gente, sono le tenebre a coprire la terra. “Ahi serva Italia di dolore ostello, non donna di provincia ma bordello”.
E adesso uomini del fare fatevi pure un panino con la Divina Commedia. Solo la cultura ci salverà.
Il dilemma del prigioniero della competitività
Sembrano tutti d’accordo che il modo per uscire dalla crisi sia puntare sulla competitività, sul merito e sulla flessibilità. Tre parole diventate il mantra dell’ideologia economica, della destra quanto della sinistra. Tre concetti usati senza più riguardo alla misura, che necessitano dunque di ristabilire una ottimale moderazione: est modus in rebus. In un sistema produttivo di un dato territorio l’aumento della competitività dovrebbe garantire di rimanere nel mercato reggendo alla concorrenza, il che significa che l’Europa nella sua generalità arriverebbe a produrre in quantità e qualità in modo competitivo con altre potenze mondiali le quali a loro volta se vogliono rimanere competitive sul mercato saranno spinte a produrre di più e meglio. Con la competitività quindi il mondo intero trarrà vantaggi. È la vecchia storia dello sviluppo capitalista: se aumenta la ricchezza staremo meglio tutti. Di contro il controllo politico dei mercati frena lo sviluppo, l’imposizione di regole nuoce al Mercato. Meno Stato e meno burocrazia segreto del successo.
Banalità indicibili che ancora oggi regnano sovrane nella mente dei Renzi che per questo di sinistra non sono. Ci sono almeno tre “se” al dictat competitivo: la competitività è un bene se non distrugge il pianeta, la competitività è un bene se non aumenta la disuguaglianza, la competitività è un bene se non schiavizza il popolo. Il fine infatti dovrebbe essere il benessere di tutti. Realisticamente, anche se questo non si rende immediatamente possibile, dovrebbe comunque esprimere la direzione verso la quale il progresso dovrebbe volgersi.
La velocità non è un parametro trascurabile, ma deve essere collocata non nel contingente ma storicamente; detto diversamente essere sì veloce in ogni situazione contingente quanto si può purché nella direzione del rispetto dell’ambiente e dell’uguaglianza ovvero dei diritti del pianeta e delle persone.
Un turbocapitalimo in obbedienza al solo mercato genera un competizione malsana che provoca disuguaglianze sempre crescenti e distruzione progressiva delle risorse a solo beneficio di pochi, sempre meno, che godono di parti crescenti di ricchezza. In definitiva saremo tutti destinati a lavorare sempre di più in condizioni di crescente ricattabilità, vedremo cioè per ragioni di realismo economico peggiorare progressivamente le nostre condizioni di vita in dipendenza di impersonali leggi di mercato.
La logica capitalista espressa in positivo nella banalità della convinzione secondo cui “più ricchezza e staremo meglio tutti” ha avuto successo in occidente, contro regimi burocratici che attraverso regole imposte dalla politica hanno fatto patire la miseria alla propria popolazione. Questo ha convinto i capitalisti della bontà della loro ideologia. Il problema delle disuguaglianze per il capitalismo è un falso problema. La disuguaglianza è per il capitalismo una necessità naturale inevitabile e necessaria e in un certo senso utile, incentiva la competitività. Fino a che punto? Non è questione morale: lo decide il Mercato. In fondo l’ideologia o non-ideologia capitalista segue le leggi naturali della selezione dando più spazio ai più meritevoli. Il merito unitamente alla flessibilità infatti è uno dei simboli più pubblicizzati.
Bisognerebbe riflette che in un mondo in cui ancora tutto dipende da dove si nasce e da chi si nasce, tanto più quanto più è arretrata la cultura in cui si nasce, parlare di merito è un tantino ipocrita e che flessibilità senza garanzie significa perdita dei diritti. Nella crescita della disuguaglianza e progressiva distruzione delle risorse dunque il nostro avvenire.
Ovviamente si impone un freno a tutto ciò. Orbene in una democrazia si esprime il volere della maggioranza e diminuendo progressivamente il numero di coloro che godono della ricchezza, al potere a conti fatti dovrebbe salire solo chi fa gli interessi del popolo. Il popolo diversamente elegge il sogno e non la realtà, l’aspirazione è in fatti sempre la stessa “essere come loro” per avere quello che hanno loro. Il modello utopico in seno al popolo rimane il mito capitalista del consumismo. Non esiste alcun mito che si contrapponga. Da qui la necessità di un nuovo mito. La caduta del comunismo che non ha saputo tradurre in pratica i propri ideali ha dato via libera al capitalismo traducendolo in turbo-capitalismo. Ora il pensiero debole e un basso sentire sono di fatto i suoi migliori alleati. Per chi ha inteso il problema in ultima analisi non è il potere economico, ma solo la cultura del popolo. Di cultura, questa cultura, nessuno parla. Nessun governo si rivolge al popolo per una sua emancipazione. Eppure solo la cultura potrà salvarci. Solo la cultura ci salverà.
Promesse da marinaio.
Narra Dante nella Commedia che quando morì Guido da Montefeltro, signore d’Urbino e sanguinario combattente, fu preso da un angelo per essere portato in Paradiso, ma sulla via celeste proprio l’angelo si sentì toccare sulla spalla, era il diavolo: “Questa è roba mia” disse e condusse Guido con sé all’Inferno sussurrandogli a un orecchio “forse tu non pensavi ch’io loico fossi”. Destino volle che prima della sua morte, pentito e fatto frate, il buon frate fu chiamato da papa Bonifacio ottavo che gli chiese il segreto per il potere: “Promettere lungo e mantenere corto” fu la risposta. Per questo ora se ne sta tra i consiglieri fraudolenti.
Renzi è un uomo del “fare” e per questo piace al popolo, ma bisognerebbe ricordare, perché sia ritenuto ben in mente dal momento che nulla serve aver inteso senza avere ritenuto, che dire “fatti e non parole” sono parole e non fatti. Una formula magica per addormentare la ragione laddove la forza in gioco ha un potere forte sulle menti deboli. “Promettere lungo e mantenere corto” sembra essere prerogativa del simpatico giovanotto, come pare si sia espressa la tedesca Merkel. E le sue promesse già perdono la coda.
Ciò che più mi rattrista è che la memoria degli uomini è ancor più corta delle promesse fatte da Renzi. Non starò a ricordarle, del resto la più parte del sui fans non le ha neppure ascoltate. Son passati pochi mesi (forse due o tre?) e se qualche giullare non ce le ricordasse (Grillo, Travaglio, Crozza e altri) quelle promesse sarebbero già nel dimenticatoio in fondo agli abissi. Perché l’abbia votato poi e cosa abbia detto per essere votato ora già il renziano non lo ricorda più. Le promesse di Renzi, promesse in base alle quali fu eletto sono ora smentite dai fatti e il trono stesso è stato di fatto trafugato, con mosse di palazzo e grazie alla spudorata menzogna: “non andrò mai al potere se non eletto”. “Momento storico”, “la svolta buona” sono gli slogan che tanto piacciono per la pubblicità, per il consumo dei cervelli all’ammasso. Tutti in attesa del miracolo. Che 80 euro netti pioveranno come una manna nelle tasche di 10 milioni di lavoratori è quasi sicuro, come più che certo è che l’aumento delle tariffe e nuove tasse (intanto paga l’Imu e … Tasi) si rimangeranno nell’immediato o ancor prima quanto prodigalmente donato.
Cosa dovrei attendermi da siffatto personaggio? In tutta verità al di là e al di sopra di becere fazioni pro e contro il “meno di niente” non mi aspetto nulla, nulla da un tele-imbonitore, venditore, illusionista. Dai tempi di Alberto Sordi mi sono stufato dei simpatici “mascalzoni”, ma ancor più delle folli folle che plaudono riconoscendo dentro di sé identica stoffa: “Senti ammé, fatti i cazzi tuoi … qua sono tutti malviventi”. Renzi dice di metterci la faccia, ma quel che è sicuro è che se cade, anche se chi troppo in fretta sale cade sovente precipitevolissimevolmente, cade in piedi e al di sopra delle nostre teste e coi piedi caldi di certo assicurati.
Scrive Slavoji Zizec: “Se il mio ideale è salvare vite umane come operatore allora vedrò nella gente le cose di cui mi devo pre-occupare, se diversamente sono un ricco capitalista e attraverso un quartiere degradato nella mia limousine, non vedo la povertà e la miseria di chi vi abita. Quello che vedo sono persone che vivono dei sussidi pubblici e sono troppo pigre per lavorare”. La sinistra attuale dove si colloca? Solo la cultura ci salverà.
La democrazia burocratica
Che la condizione femminile in Italia sia un’emergenza è un fatto, ma che essa venga ridotta ad una rivendicazione femminile è un fatto ancor più grave. In un paese dove le donne hanno potuto votare per la prima volta nel 1947 la parità di genere viene trattata come una parità di bilancio: ci si obbliga ad equiparare i diritti tra uomini e donne con l’aritmetica della partita doppia del dare e avere. E adesso tocca alle quote rosa: alternanza uomo-donna, alternanza dei capilista, 40% capilista alle donne.
Se la democrazia italiana appare incompiuta e con forti segnali di crisi, quali sfiducia nelle istituzioni, astensionismo elettorale, corruzione e familismo, ciò non è dovuto solo ad un difetto di rappresentanza e non è sanabile forzandone il pareggio. I numerosi scandali nel settore politico, amministrativo pubblico e nel privato hanno mostrato come lì siano aumentati i soggetti femminili coinvolti, in una stretta correlazione col seppure basso incremento della loro ascesa ai posti di potere. Il video su Facebook che ci mostra un miserabile giornalista che tampina un Ministro della Repubblica donna insultandola ripetutamente con la tipica volgarità del ‘maschio latino’ dovrebbe essere mostrato come una pena da scontare tenendo loro aperti gli occhi con le pinze come avviene nella famosa scena del film Arancia meccanica. Non si tratta di condannare un giornalismo degradato a spazzatura o di difendere una donna vittima di una violenza, il punto è comprendere come il problema sia essenzialmente culturale piuttosto che economico, politico o sociale.
La classe politica italiana deve prendere atto della cultura dalla quale proviene e nella quale ci siamo tendenzialmente tutti, maschi e femmine, formati. Inconsapevole della cultura che li contiene, questa classe si mostra nella sua generalità come una burocrazia. Politici che gestiscono il potere, la democrazia, come fossero funzionari di un apparato, l’istituzione. Politici come burocrati della democrazia. I rimedi che essi hanno escogitato per affrontare, per esempio, il problema della rappresentanza femminile nella nuova legge elettorale sono bizantinismi con cui si vorrebbe affermare un egualitarismo, ideologia dell’uguaglianza, che invece di fondarsi sulla responsabilità e sul merito riposa sull’ipocrisia, nella misura in cui esauriscono il proprio compito conferendo alle regole, le salvatrici della patria, quella morale che non hanno dentro di sé.
Occupy Facebook
Vox internet, vox Dei? Il più famoso servizio di rete sociale ci descrive la qualità della partecipazione nei social network quasi con la stessa proporzione con cui si descrive la distribuzione della ricchezza: il 99% degli utenti aderiscono con ‘mi piace’ alle opinioni espresse dal restante 1%. Si conferma l’adagio popolare bresciano i asen menan la cua, toti i coioni disèn la sua (gli asini muovono la coda e tutti i coglioni dicono la loro, ndr.). Un tempo a Londra, quando i Beatles non erano ancora famosi, Hyde Park Corner era considerato un luogo simbolo della democrazia anglosassone. Oggi su scala planetaria abbiamo i social network considerati dai demiurghi contemporanei l’agorà della democrazia digitale. In quell’angolo del famoso parco londinese qualsiasi passante poteva salire su uno sgabello improvvisato e con la sua voce e la sua faccia, a busto intero, poteva arringare una piccola folla esprimendo la propria opinione, la più folle, la più critica, la più sacrilega. Nella ‘rete delle reti’ l’avatar solitario si aggira in incognito per siti e blog lasciando opinioni su tutto e seminando ‘mi piace’ su tutte le opinioni. È la globalizzazione del pensiero debole: 2,5 miliardi di utenti di internet (35% della popolazione mondiale) di cui oltre 1,8 miliardi utenti attivi sui social network, al di là della distribuzione geografca, sociale, economica, politica e religiosa. Internet non è la versione moderna e digitale dell’agorà democratica ateniese, al più essa può essere considerata, complice la vastità della piazza e dietro la maschera dell’anonimato, un’opportunità che fornisce al popolo-populista l’illusione di potersi esprimere liberamente e individualmente di ‘dire la sua’.
Quando poi si scopre che tutta l’informazione che scorre su internet, sui telefoni, con le carte di credito è tecnicamente controllabile e viene di fatto controllata si denuncia l’attentato ai diritto dei cittadini. Da una parte la ricerca della sicurezza invocata come giustificazione per l’invadenza dello Stato (per altro non sempre consapevole delle azioni dei propri Servizi), dall’altra la difesa della privacy presa spesso a pretesto per coprire l’ipocrisia dei comportamenti privati. In mezzo l’esortazione generale per la trasparenza nella politica.
Il popolo invoca il rispetto delle regole per ogni cosa, ma quando i controlli costretti ad uscire proprio perché spinti dalla chiamata popolare mietono le prime vittime si alza l’indignazione generale per il cinismo nell’applicazione delle regole tanto invocata. Gli abusi nelle intercettazioni, nella registrazione di dati personali e sensibili, nel loro uso illegale, ed illecito, sono dilagati al punto che ormai si é diffusa l’idea, anche tra coloro che avevano fin qui difeso la libertà incondizionata della rete, che si è resa necessaria una sua regolamentazione, a partire dal divieto dell’anonimato. In tal modo, l’immaturità di una moltitudine capace di esprimersi solo dietro una maschera, come permesso a Carnevale, umori e sentimenti repressi mai educati, si giustifica e si riafferma il ritorno alla censura e alla segretezza. Il problema è ancora una volta culturale: non può esistere trasparenza senza responsabilità.
La capacità di volere, ma non d’intendere
“Ma finiamola, si sa che il popolo deve essere guidato”. Sono perfettamente d’accordo con l’intervento di Massimo Cacciari. Quello che penso della volontà popolare l’ho già altrimenti espresso in più occasioni su questo blog: il popolo va guidato, ma solo se questo è nell’interesse del popolo. E aggiungo che nessuno è sacrificabile, a meno che non vogliate essere voi quello che deve essere sacrificato. Solo in questo senso la fuga dal voto può essere giustificata. L’intervento era rivolto al giornalista del Corriere della Sera che nella trasmissione Omnibus su La7 evidenziava come l’opposizione del referendum sull’acqua fosse dovuta alla mancata applicazione di una legge sulla privatizzazione. Il privilegio che mi deriva dall’essere un pensionato mi permette alla mattina di assistere a dibattiti politici alla televisione e la cosa di cui mi sono accorto è che i temi trattati sono ben differenti da quelli dei talk show serali. Sgombri da ogni populismo giornalisti, politici, filosofi partecipano su quelli che ritengono, al di là della chiacchiera, i temi reali e concreti: la stabilità e la forza di governo necessita di essere indipendente dagli umori popolari, di lasciar fuori il popolo dalle scelte politiche. Necessità assoluta per poter non essere ricattati e bloccati su provvedimenti necessari che non siano non graditi alla popolazione o ai rappresentanti di piccoli partiti .
Quello che mi aspetto è dunque, anche di contro alla volontà popolare, una lotta alla disuguaglianza, ai poteri forti, alla criminalità organizzata, alla corruzione, alle lobbies, alla casta, al familismo al sessismo, all’omofobia, a tutto quanto fa del nostro paese un’anomalia dovuta alla cultura ovvero a una mentalità la cui arretratezza coinvolge il popolo non meno di chi lo rappresenta.
Credete forse che Matteo Renzi abbia anche solo una vaga idea di tutto questo? Ne ha mai parlato? Se va bene tutto rimandato. Di ‘fare’ queste battaglie Renzi non ha la più pallida intenzione e grazie al NCD suo scomodo alleato ne ha anche l’alibi. A tutt’oggi non si conosce ancora il programma di Renzi e non lo si conosce per l’unico motivo “che deve essere taciuto”, poiché provvedimenti per una patrimoniale soffrono già del veto del NCD e addio lotta alla disuguaglianza, perché alla giustizia non si vuole un ministro giustizialista ma uno garantista e addio lotta alla corruzione, perché nel job act si parla di disapplicare l’art.18 e aumentare la flessibilità in entrata e ed uscita e addio ai diritti. Perché Renzi è “amico” dei poteri forti e si sa: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
A Omnibus il solito ritornello: la centralità del lavoro. Si parla di investimenti per aiutare le imprese per far ripartire la produzione. Questo mito è il più ipocrita di tutti. Far ripartire, far aumentare la produzione per vendere a chi? A casa soldi per comprare non ce ne sono. Vendere all’estero, dunque, per un futuro da terzo mondo in cui la popolazione nostrana aspetta il turista, il ricco straniero. Ovviamente in competizione con gli altri stati del Sud Europa.
Le imprese come problema principale e prioritario hanno quello che non squilla il telefono, e il telefono non squilla perché l’impoverimento generale ha affossato i consumi e non v’è nulla che possa rimediare alla diminuzione della domanda. La domanda è l’unico e vero motore per l’economia. L’unico imperativo economico per uscire dalla crisi è far entrare più soldi nelle tasche dei cittadini, secondo equità e giustizia naturalmente, l’unico modo affinché i cittadini possano vivere e le imprese ripartire. Il resto, tutto il resto, è in dipendenza di questo unico punto. La redistribuzione del reddito, la lotta alla corruzione e la possibilità di battere moneta si impongono. Su questo silenzio assoluto!
In pratica a Omnibus, tutti concordi, si parla di quanto ingiustamente sia stata bistrattata la povera Fornero (sic!) e della necessità di tagliare ulteriormente la spesa pubblica bloccando il turn over, garantendo l’efficienza dei servizi attraverso l’informatizzazione. Alé, altri blocchi per l’occupazione giovanile e uomini sacrificati alla “scienza” cosicché la tecnologia anziché permettere a tutti di stare meglio ingrasserà solo ulteriormente i profitti dei poteri forti creando una crescente disoccupazione. Si parla di dismettere, vendere e privatizzare anziché utilizzare e valorizzare i beni posseduti creando posti di lavoro, ovvero investire sul patrimonio posseduto. Se si vende, o si svende, chi compre avrà per certo il suo tornaconto e per quale motivo questo tornaconto privato non dovrebbe essere anche di interesse pubblico? Perché non cercare di rendere produttivi quelli che per lo Stato sono solo dei costi: diano in concessione dietro un corrispettivo anziché svendere. Anche così si creerebbero posti di lavoro.
Ma per investire – dicono i realisti – ci vogliono i soldi e lo Stato non ne ha, per cui la sola cosa che rimane da fare è tagliare e vendere per realizzare i capitali utili a diminuire le tasse e investire. Dove li troviamo questi capitali? “ma è ovvio – dice ancora Cacciari – tagliando la spesa pubblica, non licenziando ma bloccando il turn over”. Cosicché il grande filosofo della disuguaglianza non trova realisticamente di meglio che creare nuovo scontento e nuova mancanza di occupazione . Ma credete veramente che vessare il popolo non sia senza conseguenze? L’economia si fonda sulla fiducia sento dire dai professori e alti funzionari tecnici dell’economia. In verità la fiducia che cercano è quella dei mercati e si pensa di raggiungere la fiducia dei mercati sfiduciando il popolo.
Non mi piace Renzi, per essere ambiziosi bisogna servire l’umiltà. Il principale conflitto di interessi è dentro di noi, non si può servire Dio e Mammona. “Non è per Socrate, fosse per Socrate buttatelo nello sterco, è la Verità che io difendo”.
La statura di uno statista che non c’è
La crisi economica che ha investito i paesi occidentali in questi ultimi anni ha definitivamente rotto nel nostro immaginario collettivo l’incantesimo del ‘Bel Paese’. Le nuove parole usate per descrivere la crisi e che si accompagnano alla angoscia diffusa sono futuro, baratro, povertà e declino. Gli indicatori dell’arretratezza della nostra situazione generale, paragonandoci ad altri paesi occidentali e rispetto alla stessa cultura e storia cui apparteniamo, sono tutti noti per la loro intensità e per la loro estensione: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, abbandono scolastico, analfabetismo di ritorno, familiarismo, sessismo, disprezzo per le istituzioni. E tutti questi indicatori convergono su un’unica comune matrice, quella culturale. Sappiamo bene che se sommassimo tutti coloro che appartengono ad almeno una di quelle condizioni supereremmo di gran lunga la metà della popolazione e tuttavia anche a costoro riconosciamo per vocazione democratica il diritto di voto, ovvero la capacità di incidere sulla vita di tutti. Togliere allora il suffragio universale tanto faticosamente conquistato, per altro in tempi recenti, magari giustificati dal dilagante astensionismo elettorale? Certo che no, al contrario, si dovrebbe abbattere in tutta l’Europa l’ultimo vincolo esistente al suffragio universale secondo il principio liberale di “una testa un voto” e riconoscere il diritto di voto ai minorenni.
In ogni caso, se ci inganniamo sulla diagnosi del malato quale cura potremmo mai adottare per superare la malattia? Ed ancora, il malato deve essere consapevole della sua reale malattia? Prima di ogni analisi economica, politica e sociale dovremmo risponder a queste domande. Per quanto tempo ancora il bon ton e il politicamente corretto potranno mascherare l’ipocrisia nazionale del chiagnere e fottere? Quel guardare da quale-pulpito-proviene-la-predica in un mondo percepito come un immenso paese dove così-fan-tutti appare in modo sempre più evidente come il riflesso condizionato che permette agli italiani, tanto indulgenti con se stessi, di tacitare la propria coscienza, idebolendola.
Nella testa delle persone più evolute e sinceramente indignate per lo stato generale del paese alberga l’idea che la diversità, comunque intesa e dovunque riscontrata, sia un valore da proteggere ed alimentare, sempre e in ogni circostanza, a cominciare dal relativismo delle diverse culture umane (le civiltà) per passare alla varietà delle colture ambientali (il patrimonio della foresta amazzonica) e finire quindi con il voto di preferenza (la sovranità popolare). La sicurezza di tale convinzione deriva da una lettura ecologica della natura intesa come un immenso ed armonico equilibrio tra le diversità. Questa visione benevola non rileva però il ruolo della selezione (naturale) per il quale si conservano quelle differenze che risultano favorevoli all’adattamento, mentre le varianti nocive vengono eliminate oppure quelle né utili né nocive rimangono fluttuanti. Il motore della evoluzione (biologica) è dunque la dialettica tra variabilità e uniformità emergenti sullo sfondo di un ambiente in continuo mutamento che pone la necessità di un adattamento. Quando dalla natura si passa alla cultura il discorso si complica notevolmente e non vale la semplificazione riduzionista del darwinismo sociale. Si complica per la relazione esistente tra soggetto ed oggetto, ovvero per il motivo che l’agente che produce la diversità nell’ambiente, la specie umana, è il medesimo che deve poi adattarvisi. E d’altra parte quale razionalità potrebbe far accettare una logica del due pesi-due misure, una legge evolutiva che valga solo per la natura e l’altra solo per la cultura?
Questo popolo-populista di sinistra che dopo gli esiti delle elezioni regionali in Sardegna invece di rallegrarsi per la vittoria di un uomo colto e per bene e preoccuparsi di come la sua realtà e valore rimanga sconosciuta alla metà della popolazione, preferisce la ricerca di un nemico esterno attribuendo ora a Renzi ora a Grillo o a Berlusconi la responsabilità della fuga dal voto. Questo popolo-populista che all’epoca dell’intervento americano in Iraq affermava che la democrazia non potesse essere esportabile, oggi si appresta ad importare il socialismo tramite una lista greca. Non si tratta di una esercitazione della coscienza europeista, ahimè in declino anche in Italia, ma dell’incapacità di produrre autonomamente idee di rinnovamento e di selezionare un leader che ne sia all’altezza.
Lo sciame meteoritico della sinistra italiana si polarizza ancora una volta nell’irrisolta tensione tra la nostalgia adolescenziale per l’opposizione dura e pura e la resistenza all’assunzione della responsabilità di governare. La valanga di critiche e contumelie rivolte a Matteo Renzi non possono essere giustificate e spiegate ricorrendo semplicemente agli argomenti ideologici e politici dei suoi oppositori. Nel suo comportamento vanno ricercati atteggiamenti e dichiarazioni che devono aver profondamente urtato la mentalità diffusa nel popolo della sinistra. Si tratta io penso della sua manifestata ambizione. In un paese la cui etica non è fondata sulla responsabilità individuale e sul merito chiunque osi alzare la testa oltre la soglia della mediocrità, la palude, diventa inesorabilmente bersaglio di coloro che vorrebbero nuovamente affondarlo. Io non sono un fan di Renzi (che non ho neppure votato alle primarie) ma riconosco nel suo ‘stil nuovo’ naïf la prefigurazione del modello di leader di cui la sinistra-populista italiana ha disperatamente bisogno. Credo che Renzi non abbia la statura adeguata, ma di statura si dovrà parlare d’ora in avanti. Quei principi universali, ancorché migliorabili, cui la sinistra fa riferimento hanno bisogno di statisti per essere realizzati, non di burocrati di partito, né tantomeno di politici come il popolo.
I limiti entro cui il popolo esercita la propria sovranità non sono quelli costituzionali, ma quelli culturali: con onestà intellettuale dobbiamo prendere atto che in Italia si è drammaticamente aperta una profonda linea di faglia che separa la Costituzione dalla Cultura. Oggi è lecito domandarsi come sia stato possibile che il più evoluto sistema politico di governo fin ad oggi realizzato dall’umanità, la democrazia, abbia consentito alla canaglia del nostro paese di star meglio della gente per bene. La risposta va ricercata nella mentalità formatasi e sedimentata nei secoli di storia di una penisola incessantemente percorsa da invasori. D’altra parte, i risultati di una recente ricerca antropologica ci mostrano come gli italiani siano il popolo più ricco di diversità genetica in tutta Europa, molto più di quanto lo siano tra loro popolazioni che vivono agli angoli opposti del continente: le nostre differenze genetiche sono dalle sette alle 30 volte maggiori rispetto a quelle registrate tra i portoghesi e gli ungheresi. Oggi possiamo contare 57 popolazioni presenti nel territorio italiano: dai Grecanici del Salento alla comunità germanofona di Sappada nel Veneto settentrionale.
La piccola grande guerra

Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa. E così sia di Cesare. (William Shakespeare)
Amici, italiani, cittadini, prestatemi orecchio. Il nobile Letta vi ha detto che Renzi era ambizioso, e Letta è un uomo d’onore. Se il nascente governo di Matteo Renzi dovesse fallire, al suo funerale politico qualcuno potrà rievocare il discorso di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare. Questo per quanto riguarda il futuro. Intanto, al presente altre rievocazioni sono suggerite dalla crisi di governo e del PD: la strage di San Valentino e la Grande Guerra del ’14 -’18. Tradimento della democrazia, colpo di Stato o realpolitik? Relativismo ideologico: dipende da quale parte dell’opposizione si sta.
Le parole d’ordine con cui il nascente governo Renzi si instaurerà sono stabilità e velocità. La stabilità perché il governo si propone di terminare nel 2018 secondo la scadenza naturale del mandato (2013-2018), la velocità perché il decisionismo del suo leader si offre come fideiussione politica per il successo delle riforme economiche ed istituzionali da adottare contro la gravità della situazione in cui si trova il paese che guarda all’Europa affetto dalla sindrome di Crimea.
Quanto al metodo di avvicendamento secondo la staffetta Letta-Renzi senza legittimazione del voto popolare, modalità non nuova che divide non solo gli oppositori di Renzi di sempre ma anche alcuni dei suoi sostenitori sia interni al Pd che esterni appartenenti alla maggioranza parlamentare vigente, il dubbio è come potrà avere successo il nuovo leader, sebbene più coraggioso e deciso di Letta, avendo la stessa maggioranza? La risposta, siamo parlati dalla lingua, è stata già fornita pubblicamente dai suoi collaboratori: la differenza la fa il governo non la maggioranza. Del resto, il ricorso alle elezioni in assenza della riforma elettorale proposta da Renzi risulterebbe assai rischiosa per lui e per tutto il centrosinistra, dal momento che il centrodestra come i sondaggi indicano ripetutamente risulta fortemente competitivo, per non parlare poi della temuta crescita del M5S.
Dunque si tratta di un problema dell’esecutivo, non del Parlamento. Ed questo spostamento dei poteri verso il Presidente del Consiglio, analogamente a quanto sarebbe già avvenuto coi poteri assunti di fatto dal Presidente della Repubblica, il vero punto che più di altri divide la sinistra e preoccupa i democratici puri. Matteo Renzi ha smesso di fare propaganda elettorale per vincere le elezioni, ha scelto di avvicendarsi a Letta, sotto condizione di spostare il termine della legislatura al 2018, per utilizzare il periodo esercitando un nuovo stile di potere ed accreditarsi in tal modo come leader politico in Italia, in Europa e nel Mondo: did this in Ceasar seem ambitious? Questo movimento che vuole competere con il populismo del M5S preoccupa alcuni ideologi, ma affascina tutti gli uomini del fare. Si è configurata nei fatti una Terza Repubblica che presto avrà bisogno di una legittimazione istituzionale.
Luci della ribalta

È quello che siamo tutti: dilettanti. Non viviamo abbastanza per diventare di più. (Luci della ribalta, C.Chaplin)
La sceneggiata offerta dai politici alla Camera dei Deputati, causata dall’ abbinamento forzato e nascosto del decreto Imu-Bankitalia e agìta secondo i loro livelli culturali, già oscura con i suoi clamori la proposta di legge elettorale, messa in disparte e rimandata. Matteo Renzi spiazzato dalle agende del Governo e della Camera si defila dalla ribalta, mentre la sguaiata opposizione del M5S da rumore di fondo diventa segnale. E che segnale: dall’attacco ai politici e ai governanti si passa all’attacco delle persone che ricoprono le massime Istituzioni dello Stato quali la Presidente della Camera e il Presidente della Repubblica, colpevoli di fare politica di parte e di non garantire nella trasparenza i diritti di tutte le parti, e all’attacco di quei giornalisti o intellettuali che li criticano apertamente.
Il comportamento adottato dai parlamentari del M5S in relazione a quello dei demiurgi che li guidano, indipendentemente dal contenuto di verità delle loro affermazioni, richiama alla mente la strategia del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda del fu Partito Comunista Sovietico, ricordata come agitprop, termine acronimo che per antonomasia è stato da allora utilizzato per descrivere in politica la figura del provocatore. Negli anni che seguirono il ’68 si usava la logica del cui prodest? per scovare gli estremisti responsabili degli attentati politici.
Oggi quel metodo a quali spiegazioni ci condurrebbe? Mentre la sinistra si arrovella nella ricerca di incostituzionalità e di attacchi alla democrazia, il populismo sia di destra che di sinistra cerca il salvatore della patria ed ha fretta: dopo Silvio Berlusconi oramai in declino alla ricerca di una successione ecco affermarsi il decisionista naïf Matteo Renzi e, perché no, quel giovane sanculotto Alessandro Di Battista.
Gli uomini del fare si richiamano alla concretezza e vivono di percezioni: si concentrano sul qui ed ora, mentre il loro pensiero debole riposa tra rimozioni e proiezioni. La velocità con cui le notizie e i commenti si susseguono nei media, velocità notevolmente accelerata dalla potenza del web divenuto il pace maker dei giornali e televisione, obbliga la realtà a mutare continuativamente, sottraendo tempo alla riflessione e inducendo all’oblio.
Avverte Macchiavelli: “Tu bada ben che l’aver in le tue mani il potere della Repubblica e il plauso di chi crede che si possa governare senza inganno non ti è bastante, poiché non è tanto la novità che conta, ma produrre il nuovo. Quindi ascolta e provoca il popolo perché parli a costo di causare in te risentimento (…)”
La sinistra di Peter Pan
Vendola prefigura la fusione tra Sel e Pd, Rizzo rifonda un nuovo Partito Comunista, Cuperlo e Fassina si dimettono dalle loro cariche. Lo sciame meteoritico della sinistra italiana si polarizza ancora una volta nell’irrisolta tensione tra la nostalgia adolescenziale per l’opposizione dura e pura e la resistenza all’assunzione della responsabilità di governare.Secondo un adagio orientale contro chi rema con la pagaia non servono coccodrilli più intelligenti: è bastato Matteo Renzi con il suo piglio decisionista un po’ naïf a scatenare il panico nella sinistra italiana. Dichiarazioni stizzite tipo “il partito non è una caserma”, “rifiutiamo il pensiero unico”, “Renzi è arrogante” suonano in realtà ipocrite a chi ricorda la formazione politica di chi le ha pronunciate. Emerge la confusione originaria “comunista” tra potere e democrazia che ha partorito l’ossimoro ideologico del “centralismo democratico”. Nella burocrazia di partito articolata tra una pletorica direzione e una segreteria pretoriana la maggioranza non può governare se non piace alla minoranza.
Quanto alle preferenze, se un serio partito di sinistra motivato a cambiare radicalmente la società in una più giusta ed egualitaria ammettesse con onestà intellettuale la condizione di arretratezza culturale in cui versa il popolo italiano (la questione morale) avrebbe un senso riconoscere il ruolo delle avanguardie politiche da selezionare per metterle alla guida di un partito e il ruolo di un governo che avesse per finalità la crescita culturale di quel popolo, da cui deriverebbe ogni altra crescita. Contano ben poco il territorio, compromesso dalla diffusa illegalità, e la rete, speakers’ corner virtuale dove si esprimono i malcontenti più viscerali. I governanti di un paese devono essere migliori dei governati e la loro selezione deve avvenire sulla base del merito, che è sintesi di capacità, impegno, opere, qualità e valore.
Il ‘berlusconismo’ dell’ultimo ventennio preesisteva alla scesa in politica di Berlusconi. Questi, piccolo uomo di marketing e pubblicità, altro non ha fatto che usare il sottosviluppo popolare per alimentare i propri fini ed interessi. È sua l’affermazione secondo la quale l’età mentale media del popolo è quella di un quattordicenne. Per questo il dialogo di Renzi con Berlusconi va inteso, a torto o a ragione, come dialogo politico con il blocco berlusconista del popolo.
L’affermazione che la democrazia si realizza dando potere alla volontà popolare mediante governanti che sono come il popolo è sbagliata e pericolosa perché dimentica che il popolo manifesta sì legittimi bisogni ma contingenti, mentre la politica è la visione dell’interesse lontano. In questo senso un leader non comanda ma dirige. In questo senso la democrazia è il governo dei migliori.
Furbi et orbi
Quello che ha detto Massimo Cacciari alla trasmissione Servizio Pubblico è perfettamente vero: la corruzione è a sistema. Tuttavia la corruzione non è da oggi ed è un bene che oggi venga denunciata. Nasciamo in un paese corrotto dove un cittadino entrando in società si pone nell’alternativa di seguire le regole e rimanere indietro o adeguarsi al sistema per sopravvivere o peggio servirsi del sistema per arricchirsi. Chi resiste comunque arretra e corre il rischio di finire in fondo alla scala.
Il sistema della corruzione e dell’illegalità non è opera di nessuno in particolare, è un fatto in generale. Un fatto ereditato alla nascita in un paese che della corruzione ha fatto appunto sistema, l’Italia funziona così. Il problema e solo di chi lo vorrebbe cambiare, per tutti gli altri va bene così. In tempi migliori se la maggioranza riesce a sopravvivere o anche ad arricchirsi, tutto va bene. I guai compaiono quando in un paese interviene la crisi. In una crisi la lotta per la sopravvivenza si fa più dura e di conseguenza la corruzione anziché diminuire aumenta, aumenta perché a dover accettare compromessi è un parte sempre più preponderante della popolazione. Aumenta la ricattabilità e per un posto si è pronti al compromesso, anche a qualsiasi compromesso.
“Con la cultura non si mangia”, questo adagio, grazie anche all’esternazione di un passato ministro della Repubblica, ha penetrato ogni singola coscienza, giustificandola. Per poter stare al mondo e pensare ai propri figli cresce il numero di coloro che accettano questa realtà, così fan tutti, ovvero la disonestà come regola di vita. In tal modo insieme all’impoverimento si assiste al ben più grave degrado morale e nel degrado ciascuno cerca sempre più la soluzione personale fino al si salvi chi può. Succede anche qualcuno cada fuori bordo e si suicida.
In ultima analisi a soffrirne è il grado di civiltà dell’intera nazione. Un popolo di furbi degrada l’intera nazione e porta a boomerang sofferenze al popolo stesso. Nell’ignoranza politica dilagante, supportata da vent’anni di berlusconismo i cui soli valori sono stati sesso e possesso, il pensiero debole e un basso sentire hanno preso sempre più il sopravvento. Gli uomini del fare trovano facile consenso tra il popolo, a destra come a sinistra. Trovano consenso anche gli uomini contro.
Della cultura non si è capito né il significato né l’importanza. Cultura è stata intesa come arte e spettacolo, come un’attività marginale su cui stabilire un budget. Nessuno è mai stato sfiorato dall’idea che la cultura sia il mezzo per far progredire in civiltà una nazione, ovvero quello che dovrebbe essere il primo compito di ogni governo. Solo la cultura ci salverà.
Le scelte tragiche
Quali sono le logiche di potere? Per comprenderle occorre superare i limiti delle banali analisi fondate sull’interesse economico e sulla strategia del complotto. Tali elementi sono sì reali e forti, anche perché non trasparenti, tuttavia la realtà è ben più complessa perché è stratificata. Esistono altre dimensioni che riguardano la responsabilità di coloro che nella solitudine del potere devono prendere decisioni che riguardano tutti. Nel settembre dello scorso anno è stata lanciata in molte città degli Stati Uniti ReThink911.org una campagna d’informazione volta a sottoscrivere una petizione internazionale indirizzata alle autorità americane affinché venga fatta luce con nuove indagini sui crolli delle Torri Gemelle e il WTCB7, avvenuti in seguito all’attentato terroristico del 11 settembre 2001 a New York. Le dinamiche di tali crolli, così come sono state spiegate a suo tempo dalle Autorità, verrebbero infatti messe in dubbio dalle ricerche condotte da numerosi tecnici qualificati. Rimando il lettore alla lettura dell’ampia e dettagliata documentazione disponibile sulla rete composta da dati, analisi, foto e video, mentre qui di seguito voglio mettere in evidenza una riflessione che ne consegue e che esula dalle finalità della petizione, ammettendo per ipotesi quelle deduzioni come vere.
Quel martedì 11 settembre del 2001 le immagini del crollo delle Twin Towers sconvolsero il mondo ed alcuni di coloro che assistettero alla diretta televisiva (io tra quelli) le associarono subito a Pearl Harbor, sovrapponendo nella confusione dettata dallo sgomento le immagini dell’attacco giapponese al porto americano che diede inizio alla guerra a quelle delle azioni disperate dei kamikaze alla sua fine. Ancora oggi a rivedere quelle immagini si prova una certa inquetitudine che dimostra quanto quella profonda ferita delle nostre coscienze, almeno quelle occidentali, non sia stata ancora sanata. E in questa convalescenza viene insinuato il dubbio che i crolli di quegli edifici (l’attenzione in particolare viene posta sulla terza torre WTCB7) sarebbero stati provocati non dagli incendi seguiti all’urto degli aerei dei terroristi, ma da esplosioni come quelle usate per la demolizione controllata degli edifici. La ferita si riapre. Curiamoci con la ragione.
Assumiamo per vera l’ipotesi della demolizione controllata e domandiamoci cosa sarebbe accaduto se al contrario le torri fossero state lasciate bruciare. Dopo ore e giorni di agonie e angosce per l’impossibilità di soccorrere le vittime eventualmente sopravvissute sarebbero rimaste in piedi due enormi tizzoni dalle estremità annerite e fumanti, che avrebbero comunque richiesto speciali interventi con esplosivi per la loro demolizione controllata, con in più l’onere di dover agire nella massima sicurezza possibile dell’area, cosa che avrebbe per altro richiesto molto tempo e una costosa organizzazione. Tutto questo mentre il mondo avrebbe avuto sotto gli occhi e per molto tempo ancora un simbolo di libero mercato, pace e prosperità tramutato in simbolo della umiliazione subita. È come se qualcuno avesse ritenuto che fosse meglio praticare un vuoto, un Ground Zero, piuttosto che mantenere un insostenibile totem della sconfitta.
Quale morale possiamo trarre da questa tragica ipotesi? Possiamo ritenerci soddisfatti dalla concezione di un potere ‘cinico e corrotto’, il cui unico scopo sia quello di mantenersi, che opera sempre ed esclusivamente per conseguire interessi economici speculativi legati al petrolio, all’edilizia (le Twin Towers erano ormai vecchie e sembra che avrebbero richiesto imponenti interventi di manutenzione in relazione all’amianto) e che mette in atto strategie politiche internazionali di potenze dominanti? Per cambiare la realtà occorre conoscerla anche nelle sue parti meno ‘politicamente corrette’ ed uscire dal piano del puro ragionamento utilitaristico.
Possono essere qui d’aiuto le parole di Guido Calabresi e Philip Bobbitt, autori del libro Le scelte tragiche (1977), i quali affermano nell’introduzione: “Non possiamo comprendere le ragioni per le quali il mondo soffre, ma possiamo invece capire il modo in cui il mondo stabilisce che le sofferenze ricadano su alcune persone piuttosto che su altre. Mentre il mondo permette che siano scelti coloro che sono destinati a soffrire, qualche cosa al di là della loro agonia si guadagna, qualcosa che va al di là del puro soddisfacimento delle necessità e dei desideri del mondo stesso. È nel fare le scelte che le società stabili conservano o distruggono quei valori che proprio la sofferenza e la necessità mettono in evidenza. Le diverse società emergono attraverso i valori sacrificati, non meno che attraverso quelli conservati a prezzo altissimo; é così che possono essere comprese le caratteristiche di una società.”
Alla fin fine, tuttavia, di fronte alla rapidità della supposta ‘scelta tragica’ rimane un dubbio: quando sarebbero state deposte le cariche di esplosivo? E ancor più in generale mi chiedo se la progettazione di un grattacielo contempli anche la sua demolizione.
Take a walk on the wild side.
Che un’invasione da parte del terzo mondo in un paese in crisi sia insostenibile è evidente. Il problema è reale e difficilmente risolvibile, ma quello che è certo non si risolve voltandogli le spalle. La sinistra sul merito non si pronuncia, ma è chiaro che un’accoglienza umanitaria senza regole è attualmente impossibile. Non ne abbiamo né la capacità né i mezzi. Deresponsabilizzarsi addebitando alla destra accuse di egoismo e razzismo mettendosi in testa un’aureola significa sottrarsi al problema. Ipocrita bastonare il cane che ti fa la guardia. Avere lasciato in mano alla Lega il compito di contenere l’immigrazione è pericolosissimo. Il popolino sta con loro. Problema anche europeo dove si prevede che un terzo dei votanti sarà a destra contro l’euro per paura delle invasioni barbariche. La nuova alba è dorata, ma state pur certi che non sarà l’oro a splendere. Italia agli Italiani, Europa agli Europei il nuovo grido di battaglia. Di fatto la crisi colpisce gli strati più deboli della popolazione e gli strati più deboli si trovano a competere con gli immigrati. Il margine diviene di giorno in giorno più stretto e le file degli scontenti senza cultura né parte vanno aumentando. Non c’è né pane né posto per tutti, o perlomeno se non si chiudono le frontiere presto non ce ne sarà.
Lampedusa è un carcere ed è un carcere perché se non fosse un carcere altri verrebbero. Inutile nascondersi dietro ipocrisie. I promessi aiuti non arriveranno mai perché non devono arrivare. Non arriveranno mai né da questo né da futuri governi. Un’accoglienza universale non è ancora possibile. Di fronte a questa situazione non si capisce che cosa si aspetti a chiudere le frontiere. Rimandare al luogo di provenienza gente disperata (non capisco la differenza tra gente disperata per fame o per guerra) è per certo cosa ignobile. Si tratta dunque di decisioni dure e sconvolgenti che devono lasciarci un senso di colpa e un debito. Non si tratta come vorrebbe la Lega o Fratelli d’Italia di esercitare un diritto, quello di essere padroni in casa propria, ma di rinunciare a un dovere ritenuto sacro: l’ospitalità, l’aiuto dovuto a chi più di noi soffre.
Bisogna prendere coscienza che la cosa più giusta da fare non sempre è una cosa giusta. Lasciare gente indifesa e sofferente al loro destino è anzi cosa maledettamente disdicevole. Di questo bisogna prendere atto molto diversamente da coloro che nell’allontanamento pensando di esercitare un diritto. Ma in coscienza prima o poi la chiusura delle frontiere diverrà inevitabile e credo sia la cosa meno peggiore. Questo almeno impedirebbe alle destre di monopolizzare la rabbia del popolino. Ma altre due azioni devono essere intraprese. L’integrazione degli immigrati (jus soli) e gli aiuti ai paesi che immigrano. Due questioni di enorme difficoltà. Le guerre e la fame che affossano il terzo mondo non sono problemi del terzo mondo. Tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi. Bisogna intervenire con ogni mezzo perché le guerre cessino e fare in modo che la popolazione cresca in misura delle proprie risorse. Due obiettivi impossibili da realizzare stante l’impero delle multinazionali e la logica distruttiva del turbo capitalismo, che sta affossando non solo il terzo ma anche il primo mondo andando ad aumentare le file dei diseredati.
La disperazione genera mostri. Il popolo cerca sempre il Messia e il Messia che cerca è Nero. Una cosa è chiara: gli aiuti economici non servono se contemporaneamente non si importa cultura. I popoli della terra non sono giunti a un medesimo grado di civiltà e solo la cultura in luogo delle carestie e delle guerre può contenere la popolazione. L’autodeterminazione di popoli passa per la cultura. Le risorse materiali non hanno senso senza la cultura. Date più cibo a un formicaio, il formicaio crescerà ma non per questo ciascuno avrà più cibo e la conflittualità aumenterà. Ciò che occorre è cultura. Cultura per combattere l’onnipotenza dei mercati, cultura per integrare gli immigrati, cultura per emancipare il terzo mondo. E di cultura ancora non si parla. Quando la cultura sostituirà la centralità del lavoro allora saremo sulla buona strada. Solo la cultura ci salverà.
Forconi, forcaioli e forchettoni
Le istituzioni sono un sedimento dell’evoluzione culturale ed esse meritano lo stesso rispetto che un credente ha per Dio. In democrazia bisogna saper distinguere il trono (l’istituzione) da coloro che il trono occupano legittimati dal popolo. Distinguere quindi i politici dalla politica, la polis-etica che ha come fine il Bene Comune. Il popolo vive nella più assoluta ignoranza di questa distinzione, vive cioè nell’analfabetismo politico. Cosicché ad essere eletti sono legittimi rappresentanti che rispecchiano in toto l’analfabetismo suddetto. Questo comporta l’assoluta ignoranza dell’ intendimento di democrazia, una democrazia per alzata di mano, legata alle forme e non alla sostanza, al numero e non ai valori. Di valori mai si parla né si discute, se ne disconosce persino l’esistenza. Conseguentemente sinistra o destra che siano hanno perso di vista qualsiasi morale tacciando di moralismo qualsiasi tentativo di far emergere come dovere dello Stato quello che deve essere il suo primo compito ovvero far progredire il popolo in civiltà.
Come in una paradossale tesi di Nietzsche ciascuno si sente libero di scrivere da sé e per sé le proprie leggi intendendo e bestemmiando con questo la dea Libertà. Valore in-discusso. Da qui l’importanza della cultura, cultura intesa come mentalità. Il decadimento morale (corruzione, falso in bilancio, tangenti, conflitto di interessi, nepotismo, furbizia relazionale in tutti a tutti i livelli, popolo compreso) ha condotto in modo precipuo questo paese alla recessione. Recessione che indipendentemente dalla crisi mondiale si è particolarmente espressa presso di noi a seguito di una regressione sociale che ha visto durante il ‘berlusconismo’ affossare tutti i rapporti relazionali, da quelli politici, a quelli economico-commerciali a quelli meramente umani. Un gioco morale al ribasso che ha inquinato i rapporti sociali e di conseguenza anche l’economia.
Il degrado culturale, principale problema del nostro paese, è tale che esso non viene neppure visto. Si sono uniformati tutti a un’idea di “concretezza”, che ha portato in assenza di qualsiasi filosofia politica a questa paradossale situazione, l’ideologia del “fare” ha portato allo sfascio e ancora non ce se ne accorge.
E’ mia convinzione che ogni economia si regga sulla civiltà del suo popolo e basta guardare in modo non ideologico al mondo per comprendere questa banale e ovvia verità. La cultura quindi sta alla base di ogni economia, il che significa che bisogna essere per il popolo, per la sua crescita in civiltà, e giammai fare la sua volontà. Chi fa la volontà del popolo è già in nuce un traditore, un potenziale dittatore che alla fine dirà che è stato il popolo a tradirlo.
Affidereste la conduzione della vostra famiglia ai vostri figli? E non basta certo un’età anagrafica per dire una persona “matura”. Non si tratta di sporcarsi le mani, ma di stare in ogni compromesso con la schiena diritta. Il popolo si sente unito solo quando è “contro” ma nessuno del popolo è più lontano da chi gli sta accanto. Matteo Renzi è il nuovo capopopolo, è un uomo che ha raccolto i consensi “contro”, il nuovo attrattore del malcontento. Piace anche a destra proprio per questo, ma sono certo che nessuno o pochissimi di quelli che lo hanno votato conoscano quello che Renzi ha in testa. E probabilmente neppure lui.
La grande comunicazione raccoglie consensi laddove il sentire è più basso. Ciò detto ascolterò anch’io il PD secondo Matteo, come dire: quello che passa il convento, ma non credo fin da ora nel Salvatore.

