Ormai solo una rivoluzione ci può salvare

inception_vfxDalla caduta del muro di Berlino si è scritto molto sulla fine della storia, delle ideologie, del comunismo, senza tuttavia spiegare perché gli equilibri nel mondo siano oggi diventati più instabili e più pericolosi. Se nell’era ante muro la potenza sovietica minacciava quella americana, nell’era post muro è l’intero mondo occidentale a sentirsi minacciato dalle crisi economiche, dal riscaldamento climatico, dalle migrazioni e dal terrorismo islamico. Cresce la paura: dopo il vissuto olocausto nazista e il temuto olocausto nucleare quale altro olocausto incombe sull’umanità? Quello provocato da una guerra, dal clima o dalla demografia?

Si cerca una via di uscita dall’euro, dall’Europa, dalla crisi economica, dal pericolo del terrorismo, mentre si diffonde la nostalgia per il passato scontro ideologico tra capitalismo e comunismo, uno scontro che sempre più numerosi intellettuali e politici ritengono preferibile a quello che si va oggi delineando con timore tra civiltà o tra religioni. Risorge l’interesse per le analisi di Marx sul Capitale, mentre qualcuno già intravede in Putin, sebbene si rammarichi che non abbia la statura di Lenin, il possibile argine dell’incontrastata egemonia neoliberista e capitalista: l’economia unica, nuovo ordine mondiale.

Di fronte al pericolo di una nuova guerra, di una catastrofe, riemerge la necessità del mito della rivoluzione. Ma quale rivoluzione, questo volgere di nuovo, dopo quella della agricoltura, il cristianesimo, quella scientifica, quella francese, industriale, russa, digitale? Esaminiamo alcuni punti di vista, scelti tra recenti analisi sulle condizioni dell’ambiente, della tecnologia e della coscienza.

Per la giornalista ambientalista Naomi Klein (“Una rivoluzione ci salverà”, 2014) il limite del capitalismo è costituito dalla natura stessa. Detto in termini marxisti e logici sarebbe che la contraddizione interna al capitale sia costituita dalle sue esternalità. E dunque per lei la rivoluzione non può che essere quella ecologica ed ambientale. Un’analisi condivisibile nelle sue buone intenzioni, ma che ancora si muove all’interno del pensiero economico e affida la salvezza dell’umanità alla ricerca di una economia alternativa e sostenibile. Il problema è però, una volta accertato essere il sistema economico la causa prima: si può superare l’economia mediante un ragionamento economico.

Il giornalista tecnologo Kevin Kelly (Quello che vuole la tecnologia, 2010) nella sua analisi della tecnologia giunge a riconoscervi “una qualità essenziale: l’idea di un sistema di creazioni che si autorafforza” e che egli chiama il technium, che va oltre l’hardware e le macchine “per includere la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere. Comprende entità intangibili come il software, le leggi, i concetti filosofici.” L’autore osserva infatti che : “dopo una lenta evoluzione durata diecimila anni e l’incredibile esplosione degli ultimi due secoli”. Kelly è affascinato da una sorta di spiritualità che riconosce nella tecnologia “il technium sta maturando, sta diventando una cosa a sé”, per concludere che “il technium è il modo in cui l’universo ha progettato e costruito la propria autoconsapevolezza”. La rivoluzione è in corso d’opera e su questa spiritualità l’autore fonda il proprio ottimismo per l’umanità : “il fatto che ci sia qualcosa che vive delle proprie forze, è un valido argomento contro il nichilismo cosmico”.

Più recentemente per il teologo cattolico Vito Mancuso (vedi suo ultimo libro “Questa vita”, 2015), che riprende la visione della Terra di James Lovelock concepita come un unico organismo vivente (Gaia) la natura è dotata di intelligenza e dunque l’equilibrio va ricercato dall’uomo nella sua capacità di creare relazione, ovvero di aprirsi, di abbracciare, di amare liberandosi dall’ego, per una ecologia dell’Io perché: “oggi la scienza e la tecnica hanno urgente bisogno della sapienza umanistica e della spiritualità”. Qui si tratta di una nuova rivoluzione della coscienza, una rivoluzione culturale dopo quelle del cristianesimo e dell’illuminismo.

Tre posizioni differenti che pure muovendo da fattori apparentemente diversi come l’ambiente, la tecnologia e la coscienza convergono sulla comune necessità per l’umanità di un cambiamento radicale di fronte alla non sostenibilità della realtà attuale per accumulo di contraddizioni. L’elemento comune che attraversa le tre analisi sopra citate è la tecnica.

E di tecnica il filosofo Martin Heidegger si è occupato in più occasioni, per esempio nelle Conferenze: La questione della tecnica, 1953 e L’abbandono, 1955. Per il filosofo un radicale rivoluzionamento della visione del mondo è già avvenuto. Da alcuni secoli è infatti in corso un sovvertimento di tutte le più importanti rappresentazioni che trasporta l’uomo in una realtà completamente diversa e lo pone in un modo completamente nuovo nel mondo e rispetto al mondo. Si tratta di un rapporto essenzialmente tecnico dell’uomo alla totalità del mondo, in quanto: “La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderna”. La potenza della tecnica è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede. Heidegger si domanda se esista ancora quel “quieto abitare tra terra e cielo” che attraverso il pensiero meditante  permette all’uomo di radicarsi stabilmente o piuttosto tutto dovrà cadere “nella morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione”. 

Se consideriamo gli anni di queste riflessioni (prima metà anni cinquanta) potremmo stupirci dell’attualità di affermazioni come “ormai dipendiamo in tutto dai prodotti della tecnica” e come “possiamo dir di sì all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere”.  Heidegger chiama questo contegno che contemporaneamente dice sì e no al mondo della tecnica “l’abbandono di fronte alle cose”. L’abbandono è da Heidegger inteso eticamente come un modello di vita, un nuovo atteggiamento che l’uomo deve sforzarsi di esercitare nel suo rapporto al mondo della tecnica al fine di salvaguardare nella sua pienezza l’umanità dell’uomo contro l’impoverimento essenziale portato dal progresso tecnico-scientifico.

Per quanto superficiale sia questa digressione sul pensiero di Heidegger è tuttavia riconoscibile nella sua filosofia una radicalità nella quale è possibile intravedere la via di fuga se, con anche riferimento alle analisi di Marx, concepiamo l’economia come la ” morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione” dalla quale liberarci. Per questo, ormai solo una rivoluzione ci può salvare.




La sostenibile presenza dell’Essere

images-2Può apparire ovvio intervenire alla cerimonia di apertura dell’Expo dedicata alla nutrizione del pianeta e parlare del valore del cibo in un mondo dove milioni di persone muoiono di fame e altri miliardi la soffrono, tanto più per chi si muove tra le parole del Vangelo, non si vive di solo pane, e le invocazioni delle preghiere, dacci oggi il nostro pane quotidiano. Eppure, il discorso del Papa è andato ben oltre ciò che l’orgogliosa esposizione mostra con la propria magnificenza: “Vorrei che oggi ogni persona che visiterà Expo percepisca la presenza di quei volti, una presenza nascosta ma che in realtà deve essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, che muoiono anche per un alimentazione carente e nociva”.

E non solo si evocano i volti di coloro che non sono presenti come i veri soggetti della esposizione, piuttosto che gratificarsi per le masse attirate dallo spettacolo, ma si richiamano i governanti e gli uomini di potere alla etica della cura per la terra “L’atteggiamento della custodia non è un impegno esclusivo dei cristiani, riguarda tutti”, all’etica nella politica: “Quali i pilastri di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica? La risposta è precisa: la dignità della persona umana e il bene comune”. 

Ai politici in particolare il Papa si rivolge infine una lezione: «Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la iniquità”.

Il discorso del Papa è alto perché pone il problema non più solo in chiave pastorale e religiosa quanto perché esplicita una critica economica e politica: «No, a un’economia dell’esclusione e della iniquità. Questa economia uccide» e nel contempo apre alla riflessione filosofica, perché alla fin fine ciò che muove le coscienze è ciò che non si vede, la presenza immanente dell’Essere.

 

 

 

 

 




La lista di Schindler sentiero interrotto?

Sentieri interrottiQuello che so è che il futuro ci coglie ancora impreparati. Gli uomini non sono ancora uguali e neppure fratelli e non lo sono proprio perché si ritengono diversi. Ora per territorio, ora per religione, ora per etnia, ora per razza, ora per genere ciascuno difende il proprio sempre come migliore e chiamano questo la tradizione: bisogna rispettare le tradizioni. L’Uguaglianza nella diversità ha portato parole come la tolleranza e il rispetto, termine quest’ultimo ancora malinteso e mal digerito anche nelle civiltà più avanzate, ma sulla diritta via ci separano secoli fuori e dentro ogni civiltà. Lungo è il cammino. Bisogna rispettare i tempi di maturazione non le tradizioni. Non c’è equipollenza nei tragitti percorsi e per ogni dove un diverso esserci, una diversa emozione del mondo. Nulla è più stonato di questa intonatura: il volk. Per questo mito, per l’appartenenza, si sono combattute fin qui tutte le guerre.

È la paura di perdere la propria identità che impedisce all’uomo di gettarsi oltre se stesso. La paura stessa della morte, paura per la quale si è disposti anche a morire.
La redenzione dalla vendetta ha appena preso piede sulla terra, la giustizia è una fanciulla che dimora tra noi solo da duemilacinquecento anni, mentre un’aggressività vecchia di decine di migliaia di anni e mai sopita si agita ancora nella barbarie, tanto più quanto più sono grandi le condizioni di arretratezza culturale. La saggezza non prevale ancora sull’astuzia, né i sentimenti sugli istinti. “Disegnate una linea per terra e quelli che stanno a sinistra dopo poco litigheranno con quelli che stanno a destra” (Nietzsche).

Il cammino che porta dagli istinti ai sentimenti passa su diversi ponti, su ognuno dei quali l’uomo ha dovuto gettarsi oltre se stesso già diverse volte in passato, ponti che molte culture e molti uomini non hanno ancora attraversato. L’uomo delle caverne è ancora tra noi diversamente distribuito nelle diverse, perché diverse e dobbiamo prenderne atto, civiltà. Finché non si sarà in grado di prendere in mano le redini della storia, il polemos, padre e re di tutte le cose, siederà ancora saldamente sul trono: il pensiero più da considerare e che ancora non si pensa. Ancora un’accoglienza non è possibile. Quando la bomba demografica si unirà alla metafisica dei mercati, e già sta accadendo, focolai di guerra coinvolgeranno l’intero pianeta in una guerra globale di tutti contro tutti.
La nobiltà dell’anima di Schindler, l’uomo che si è gettato oltre se stesso, è un modello senz’altro da seguire, ma al tempo stesso un’utopia avvenire.

Dice Socrate “se fosse per Socrate gettatelo alle ortiche è la Verità che io difendo”. Quel passaggio di civiltà che tu giustamente auspichi pretende quella Verità per una metafisica dell’Essere in cui l’uomo responsabilmente si prende cura dell’Essere. Tempo eterno è di mezzo. Ora è il dominio di Nessuno. La globalizzazione non ha rispettato i tempi, né con le merci, né con gli uomini. Non era ancora possibile un libero scambio e questo ci coglie impreparati. Impreparati sia ad accogliere che a respingere, stante che l’unico rimedio essenziale è la Cultura e che il pensiero unico economico, la tèchne metafisica del pensiero, resta l’unica cultura dominante del pianeta. Scelte tragiche ci attendono.




La lista di Schindler è aperta

 

UnknownimagesAll’epoca di Omero la cerimonia dell’ecatombe, il ‘magnifico sacrificio’, copriva gran parte dell’area del mar Mediterraneo e si trattava di sacrifici di animali, buoi o agnelli. Oggi sono i  migranti stessi che a a migliaia si offrono in sacrificio pur di sfuggire alle persecuzioni, alla fame e alla morte nelle loro terre. Siamo di fronte ad un sacrificio sull’altare della civiltà. Si propongono accordi commerciali di libero scambio intercontinentali delle merci, ma non si propone l’apertura delle frontiere internazionali per la libera e legale circolazione degli uomini, siano essi lavoratori che turisti, profughi o migranti. Al di là della costernazione per gli annegamenti in mare, al di là delle risposte muscolari fatte di blocchi navali, aerei o terrestri e di distruzione delle barche degli scafisti, anche le argomentazioni sostenute da alcuni sensibili intellettuali e ONG  per dare una risposta positiva e razionale al fenomeno migratorio rimangono pur tuttavia nell’ordine del pensiero economico: l’Europa ha una demografia in declino e mentre le imprese cercano lavoratori che non trovano all’interno delle popolazioni nazionali, lo Stato teme che l’equilibrio previdenziale tra qualche decennio non sarà più finanziato. Il pensiero calcolante della tecnica domina sull’uomo: si sostiene un’azione perché conviene, non perché è giusta.

Il fatto è che la migrazione in corso che sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il continente africano conta già oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050.

Ma il continente africano non è solo l’epicentro dell’esplosione demografica, esso è anche il teatro del confronto strategico sempre più diretto tra USA e Cina, in relazione agli interessi che questi paesi mostrano per le enormi risorse minerarie ed energetiche del continente. Se osserviamo l’area dell’Africa centrale tra i due Oceani Atlantico e Indiano  vi troveremo la presenza economica e militare delle due più grandi potenze oggi sul pianeta, gli Usa negli Stati del Senegal, Liberia, Ghana, Nigeria, Kenya e Sudafrica e la Cina in Sudan, Kenya, Nigeria e Mali. A partire dal 2000 con il Forum per la cooperazione Cina-Africa  (Focac) si formalizzano gli interessi del governo cinese sul continente in termini politici, economici e militari. Ed è proprio questo combinato disposto sul suolo africano tra il fattore demografico e il nuovo colonialismo Cina-USA a creare le condizioni per il nascere e lo svilupparsi delle guerre che stanno divampando, sotto la forma di scontri tra le popolazioni locali e terrorismo. Queste guerre a loro volta inducono quei nuovi flussi migratori crescenti che premono verso l’Europa come uno tsunami provocato dal maremoto. L’Europa imbrigliata nella rete delle sue divisioni nazionali si trova così imbrigliata tra il nuovo “colonialismo imperiale” USA-Cina e il conflitto emergente tra USA e Russia, lasciata sola a gestire i flussi migratori sul suo nuovo confine del mar Mediterraneo. “Mare nostrum”, “Frontex”: lo stesso linguaggio esprime l’isolamento che ogni Stato rivela chiuso nella illusoria difesa dei propri interessi, mentre l’Italia si ritrova ad essere “quel vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro“.

Se questo è il quadro, che fare con la migrazione? Innanzitutto non giocare più con le parole, coi distinguo tra “migrazione economica” e “profughi”. Tali distinzioni, nell’ansia di dare un nome ai fenomeni per comprenderli e che pure appaiono al presente come classificazioni utili per una prima risposta, rischiano di essere travolti a breve e medio termine dalle proporzioni demografiche in atto. Esse, se pure spostano il problema nel futuro per allestire alcuni interventi palliativi, non ci preparano culturalmente ad affrontare la vera natura del fenomeno sottostante. La cultura occidentale, l’Europa prima degli altri, deve imparare ad accettare il proprio declino demografico senza cedere ad ipocriti sensi di colpa storici e viverlo per gestirlo non come un tramonto, ma come una trasfusione della propria civiltà ad altri popoli. Non opporsi al crescente flusso migratorio, per altro impossibile da contrastare per le sue proporzioni e per la nostra indisponibilità al sacrificio, ma favorire in modo controllato la sua diluizione nello spazio delle nostre nazioni, perché con il crescere dei volumi sempre più acquisterà importanza la densità distributiva dei migranti nel mondo. Non si tratta di semplice “accoglienza” dettata da un facile buonismo verso i più deboli e gli oppressi, ma di un consapevole “scambio di civiltà”: noi non occuperemo le vostre terre, non importeremo con la forza la nostra cultura, ma accetteremo che vi innestiate nella nostra cultura per accrescere la civiltà di tutti.

Di fronte al nuovo esodo del terzo millennio la prova di civiltà di un popolo non sta nella scelta forzata dalla strumentale propaganda politica, scambiata per chiarezza e democrazia, tra i poli di una falsa radicalizzazione: volete ‘Cristo o Barabba’, ‘burro o cannoni’, ‘accoglienza o guerra’. Tanto più se i popoli vengono indotti alla scelta dall’appartenenza religiosa, ideologica o di sangue. La prova di civiltà si misura nella capacità di cogliere in ogni occasione “la diritta via” tra la necessità di combattere il male e la volontà di perseguire il bene. Soprattutto nell’emergenza, perché  “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Dovremo tutti imparare a comportarci come Oskar Schindler.

 

 




La voce nel deserto

Unknown-1“Il deserto cresce, guai a colui che favorisce i deserti!” così Nietzsche nel suo Zarathustra. Il deserto è la peggiore delle catastrofi, peggiore della distruzione, perché dove si fa deserto non crescerà più l’erba. Con il dominio dello spettacolo la modalità del pensiero debole ha da lungo tempo preso il sopravvento. Rappresentazioni sterili che inavvertitamente ciascuno porta dentro di sé, ciascuno facendosi portavoce della chiacchiera. I significanti abbandonano i significati e con essi la memoria. Un destino che coinvolge la terra intera fin nel suo angolo più remoto. Nel deserto che cresce, cresce la quiete, ogni pensiero si sforza di restare nell’ambito che gli è assegnato soltanto per poter meglio tacere. Nella crescente aridità le lumache si ritirano nel guscio e i pesci nel fango. Un fare miope e spicciolo vive costantemente nell’urgenza e nell’impreparazione. Affanno e paura i nemici da esorcizzare. Tutto scorre sulla superficie, insostenibile leggerezza dell’essere: cultura è di-vertimento, anche la politica spettacolo. Sempre più cattivo.

Sempre nuovi strumenti sorgono dalla tecnica e l’uomo attuale non è preparato alla loro amministrazione, per un simile governo. Il loro sorgere è inquietante. Pone nuovi interrogativi. Da un lato la minaccia atomica, dall’altro l’uomo viene colto fin nella sua biologia. Il Senso diversamente si sottrae, non si lascia cogliere nelle circostanze: uno sguardo miope vaga attraverso la constatazione dei “fatti”. Chiamano “fatti” l’apparire del sole. Non sanno che è solo un’illusione. Non sanno quello che nel suo apparire fa essere presente ciò che è presente. Ancora non capiscono Senso. Il “sano” intelletto rimane modellato su un unico binario in una determinata concezione: il progresso tecnologico come universale panacea, come variabile indipendente da qualsiasi morale. Si chiede alla scienza una risposta che la scienza non potrà mai dare. Questo sano intelletto non è predisposto a nessuna problematica che interessi realmente il pianeta, a ottenere un senso, il pensiero rimane agnostico e indeterminato in attesa sprovveduta della provvidenza. Ogni imprevisto ci trova impreparati.

C’è il pericolo che il pensiero dell’uomo attuale intorno alle decisioni future sia troppo limitato e che quindi cerchi soluzioni laddove non ce ne potranno mai essere. Si vive in un mondo irresponsabile e questo viene chiamato libertà. Ancora non si pensa. I fatti ancora non parlano. Animalità e razionalità sono separati da un abisso, si contrappongono. Ancora troppo pesantemente vive dentro di noi la lupa carca di tutte brame. Questa divisione impedisce all’uomo di essere unito nella sua essenza e conseguentemente libero. Una libertà vissuta lontana dagli istinti nel cielo olimpico dei sentimenti è ancora da venire. Una libertà che appartiene solo al cammino del pensiero di contro all’odore stantio dell’uomo tradizionale che cementifica la chiacchiera e così facendo si offre inavvertitamente come maiale al sacrificio. Al servizio del popolo sempre, giammai suoi servitori.

Il semplicemente quantitativo non prevede salti di qualità. Eppure l’uomo deve gettare i semi oltre se stesso e abbandonare il pensiero unico: il Mercato. Il Mercato è la tècne ideologica che condiziona ogni pensato. Recita: “Bisogna fare i conti” e questo “contare” respira gelido “fin nell’angolo più remoto”. Squassa le viscere. Toglie i respiro. Sono gli uomini grigi che fumano in continuazione e ci intossicano l’aria. I servi del Mercato sono su tutti gli schermi a di-vertire, a fare spettacolo. Burattini della congiura di Nessuno.
Solo la cultura ci salverà.




Prima la giustizia, poi l’economia

imagesNella recente puntata “diMartedì” ha accettato l’invito da “Giova” uno dei personaggi più discussi del passato Governo Monti, Elsa Maria Fornero, docente universitaria, esperta di macroeconomia ha ricoperto la carica di Ministro del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, ma nota a tutti per la legge che porta il suo nome la “Legge Fornero”. Questa legge riguardante il sistema pensionistico ha rivoluzionato la vita di tutti. Le motivazioni sono presto dette: a causa dell’allungamento della vita è stato necessario posticipare il pensionamento, esisteva inoltre un buco di bilancio che rischiava di fare cadere in default l’intero Paese. Era necessario inoltre che le misure prese fossero strutturali ovvero permanenti. I parametri sono oggettivi e il target chiarissimo. La professoressa esperta di macro economia si è messa all’opera raggiungendo tutti gli obiettivi e salvando così l’Italia. L’Italia, ma non gli italiani che si vedevano scippato il proprio futuro. Gli esodati sono ancora oggi considerati un incidente, un imprevisto inciampo cui è possibile rimediare se se ne conoscono i numeri. Modifiche in tal senso dice in trasmissione la Fornero sono possibili e propone per questi diseredati, sempre che si trovino le risorse e se ne conoscano i numeri, un reddito di cittadinanza. Bontà sua.

Prima la giustizia. È bene riflettere e riflettere a fondo su che cos’è diventato un “economista”. Un economista è un individuo che fa quadrare i conti, un professionista che agisce in un unico ambito, quello economico, per necessità economica ovvero a prescindere da ciò che è giusto o che non è giusto. L’economista è uno che “conta”, uno per cui “contare” è il pensiero unico e conta i numeri senza pensare che ad ogni numero corrisponde la vita di una persona, il suo personale destino. Lo fa non per insensibilità, ma perché ritiene che questi siano “i fatti” e i soli fatti siano solo quelli economici; ritiene cioè che la sola cosa che conti sia l’economia e che salvando l’economia si salvino anche le persone. Scelte tragiche dunque, inevitabili sacrifici. Dice l’economista “così stanno le cose”. Disposta al martirio, con la schiena diritta e severità dovuta al ruolo, pur sapendosi in futuro invisa, accetta di fare “il lavoro sporco”, che sporco in verità non sarebbe, se non fosse che altri pavidi politici non lo vogliono fare temendo per la loro carriera. L’eroina non ha ambizioni politiche e agisce impavida nel superiore interesse della Nazione. Occasionalmente benestante . Gli economisti nel loro pensiero unico si adoperano persino nei limiti delle possibilità economiche del Paese a fare giustizia cercando quanto più possibile a non discriminare tra la popolazione colpita.

Eh no cara Fornero, prima la giustizia. Prima la giustizia … poi l’economia. Ciò non significa, come a te piacerebbe intendere, illudere di poter dare ciò che non si può dare, ma di contenere ciò che è possibile dare all’interno della giustizia. La giustizia deve essere il contenitore. Non ti sei accorta né di chi andavi a colpire e del modo in cui andavi a colpire? Andavi a colpire diritti acquisiti delle fasce più deboli della popolazione non interessandoti, era tuo dovere ma non ne eri stata comandata, di togliere i diritti acquisiti ai più forti. Pochi soldi, dirai tu: la balla più grossa. È solo questione di misura.

Un esperimento sull’elasticità della mente nella misura. Prendete un elastico (giallo, naturalmente) e fissate un estremità, fate un segno con la matita e poi fatene un altro. Questo semplice espediente vi darà misura della giustizia. Se un segno, il più lontano dal vincolo, indicherà la lunghezza della vita, un altro più vicino al vincolo, indicherà l’età pensionabile. Estendendo l’elastico secondo la lunghezza della vita si otterrà proporzionalmente l’età pensionabile, in passato come in futuro. E stabilirà di conseguenza il dovuto secondo le capacità delle finanze dello Stato senza scosse e balzelli o incidenti di percorso. È ovvio inoltre che in caso di crisi dovendo superare i diritti acquisiti e acquisiti da tutti, chi più ha più debba contribuire.

Riprendiamo dunque l’elastico e segniamo questa volta il reddito più alto, stendiamo cioè l’elastico fino a far coincidere il segno col reddito più alto segnato sul tavolo. Rilasciamo ora l’elastico fino ad una altro segno, sul tavolo, che indica la soglia di povertà, dopo aver tarato l’elastico sapremo con precisione quanto ciascuno, nessuno escluso, dovrà in proporzione contribuire. Questo semplice espediente permette oltretutto di agganciare la ricchezza alla povertà: se vuoi maggiore ricchezza devi tirare di più l’elastico e alzare di conseguenza la soglia di povertà. Questo rozzo sistema può trovare ben altri algoritmi, ma per quanto empirico è massimamente indicativo dell’ingiustizia finora procurata e della giustizia da per perpetrare di contro all’indifferenza mostrata nei riguardi della vita degli altri.

Un’ ultima nota. Non svegliamo il can che dorme. Quanto alla patrimoniale, cara Fornero, ti avranno certamente “suggerito” di non toccarla, ma avresti almeno dovuto prestare attenzione alle Tasse di Successione che ferme un 4% (ora 5%), contro il 40%, salvo franchigia, dei paesi anglosassoni, rappresentano un notevolissimo scandalo e sangue da vendicare. Scandalo dal quale speri certamente di cuore di non doverti mai difendere, tu e tutto l’entourage Monti, attori di primo piano nel coro della Casta. La ricchezza si sa se onestamente meritata e onestamente ereditata non è peccato e infatti anche i cammelli ora passano per la cruna dell’ago. Solo la cultura ci salverà.




Parlati dalla lingua

UnknownUnknown-1Il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia dichiara in conferenza stampa a Palazzo Marino, 22/03/2015 che: “Non sarò candidato sindaco nel 2016″ e subito dopo dichiara “sono coerente non c’entra la stanchezza (…) fin dalla campagna elettorale ho sempre detto che avrei fatto un solo mandato”. Ma allora perché alimentare per mesi un’attesa nei suoi sostenitori e avversari politici se la sua rinunzia ad un secondo mandato era stata predeterminata? Non solo, ma la predeterminazione della rinuncia al secondo mandato è così motivata “anche perché volevo che a Milano crescesse una classe dirigente di sinistra capace di governare la città”. Questa è un’altra sospensione di giudizio. In attesa di riconoscere nella nuova candidatura a Sindaco quale sarà il risultato di tanta formazione di una nuova classe dirigente di sinistra assistiamo già alla lotta tra Assessori per rivendicare l’eredità: se Piaspia è Achille, chi sarà Ulisse e chi Aiace Telamonio?

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in una intervista al quotidiano La Repubblica del 22/03/2015 a proposito delle dimissioni del Ministro Lupi dichiara che : “ci si dimette per questioni politiche ed etiche non per gli avvisi di garanzia”. Dichiarazione davvero esemplare della sottocultura e amoralità dei politici italiani. La casistica così posta concepisce i tre enti, politica, etica e legalità,  distinti e separati tra loro, senza alcuna relazione al punto che il comportamento può essere adottato in funzione di uno di essi singolarmente a secondo della convenienza e dell’opportunità. Che poi uno dei poteri separati dello Stato, la Magistratura, sia appunto “separato” viene qui inteso come ininfluente nei confronti dell’agire della singola persona, sia essa intesa come persona fisica (l’individuo) che persona giuridica (il ruolo pubblico).

Mantenere una tale concezione tribale mostra però contraddizioni anche attraverso la lingua parlata, che non riesce più a camuffare la vera natura del ragionamento. Richiestogli una valutazione sul candidato del PD De Luca: “Lui ha fatto una scelta diversa, considera giusto chiedere il voto agli elettori e si sente forte del risultato delle primarie”. Tralasciando di commentare l’uso arrogante della “volontà popolare”, la volontà di un popolo che per altro non si accorge di chi vota, è interessante notare come il nostro confuti con tanto candore la sua analisi su De Luca quando rispondendo in merito alla richiesta di archiviazione per le vicende giudiziarie che hanno riguardato suo padre Tiziano così dichiara: “…le persone meritano di essere giudicate in tribunale e non dall’opinione pubblica”.




La scienza fine di mondo

UnknownSi sa che il giornalismo crea notizie sensazionali per ottenere attenzione. La notizia cerca il successo di pubblico, non certo della critica, la sua verità è solo cronaca nera. Poi si aggiungono l’ignoranza sugli argomenti, l’assenza di verifiche delle fonti e le errate traduzioni linguistiche. È accaduto recentemente che due warning lanciati, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, da numerosi scienziati operanti nelle due aree diella ricerca tecnologica tra le più più avanzate, l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica, sono stati diffusi come allarmi di prossime catastrofi del genere umano, la prima per opera delle macchine, la seconda per mutazioni genetiche indotte artificialmente:

– 400 autorevoli scienziati (tra cui Stephen Hawking) hanno firmato una lettera aperta:  Research Priorities for Robust and Beneficial Artificial Intelligence: an Open Letter  con la quale hanno lanciato un avvertimento sul rischio che “i nostri sitemi di intelligenza artificiale dovranno fare quello che noi vogliamo che facciano, non il contrario”;

– 16 biologi hanno pubblicato su Science Embryo engineering alarm ,  una moratoria internazionale sull’uso della nuova tecnica di manipolazione del genoma che se applicata all’uomo potrebbe cambiarne il DNA in modo tale da rendere ereditaria la manipolazione stessa (la stessa inventrice della tecnica è tra i firmatari).

Al di là del merito delle due singole argomentazioni, e del fascino esercitato dalle profezie apocalittiche, ciò che qui si vuole mettere in evidenza è il fatto che pur muovendo da diversi campi dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica si arrivi ad una determinazione comune, come se vi fosse una sorta di finalità in virtù della quale l’evoluzione del pensiero porti ad una comune verità.

Il coincidere di questi due appelli sul rischio per l’umanità potrebbe essere allora considerato come una conferma della teoria psicologica della sincronicità  di Carl G. Jung, il quale sosteneva che la causalità è solo un principio, e la psicologia non può venir esaurita soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di fini.  La stessa coincidenza può essere per altro considerata anche come una conferma del fenomeno scientificamente accertato della convergenza evolutiva, il fenomeno per cui specie diverse che vivono nello stesso tipo di ambiente, o in nicchie ecologiche simili, sulla spinta delle stesse pressioni ambientali, si evolvono sviluppando, per selezione naturale, determinate strutture o adattamenti che li portano ad assomigliarsi moltissimo.

Quanto al significato etico dei due appelli ricordiamo il Manifesto di Russell-Einstein del 1955 con il quale gli 11 scienziati firmatari lanciarono nel pieno della Guerra fredda, un appello per il disarmo nucleare che Joseph Rotblat, scienziato che abbandonò il progetto Manhattan e fu in seguito Nobel per la Pace nel 1995, presentò con la famosa frase: ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto.




Venti di guerra

imagesNon metto in dubbio che essere pacifisti significhi mettere la pace come valore prioritario e assoluto. Il che significa che la pace va difesa e garantita in ogni modo con qualsiasi mezzo. A tal fine, poiché come afferma Shopenhauer “Tutto lo spirito di questo mondo non può nulla con chi non ne possiede nulla”, è mia convinzione che un intervento contro la violenza così come proposta dal sé dicente Stato Islamico sia più che mai necessario. Il piano dell’Isis è chiaro: sgomentare il mondo con la hybris degli antichi greci o la matta bestialtade di Dante per richiamare l’Islam al sentimento umano più ancestrale: l’appartenenza. Guerra totale in nome di un Dio, Allah, che ancora si pensa diverso e che si bestemmia non nel nome, ma nei fatti, riportando l’uomo ai sentimenti più tribali in un oscuro passato dove la crudeltà e la forza erano le uniche virtù.

Questa regressione dello spirito che confina lo spirito all’interno degli istinti e delle passioni e che ha in odio i sentimenti, si appella all’appartenenza etnica come ad un’appartenenza di razza o ancor più anticamente di specie. Nessuna possibilità di dialogo e il pericolo di vedere masse islamiche in nome di un fanatismo religioso che esalta l’etnia, la razza, l’appartenenza scivolare verso le tenebre. Muoia Sansone con tutti i filistei. L’Europa ha già vissuto questa tragedia.

I guerrafondai nostrani vorrebbero subito l’intervento militare, un intervento da parte dell’occidente, intervento ispirato alla vendetta sulla base degli stessi principi di appartenenza con l’alibi di appartenere ad una maggiore civiltà oggettivamente riconoscibile che scusa il proprio intervento con l’altrui barbarie,  ma è proprio in ragione di questa maggiore civiltà che bisognerebbe agire responsabilmente e agire su un piano diverso.

Credo quindi sia opportuno che un intervento militare, che si rende indiscutibilmente necessario, avvenga solo ed unicamente tramite forze islamiche che andrebbero appoggiate con ogni mezzo da parte dell’Occidente senza intervenire in nessun caso direttamente contro l’Isis su un territorio che a non importa se a torto o a ragione la maggior parte dell’Islam considera proprio, sacro e inviolabile.

L’Occidente, quello di von Clausewitz come quello di Roosevelt, dovrebbe questa volta limitarsi a boicottare economicamente e finanziariamente lo Stato Islamico e a impedire li suo armamento, di cui sappiamo bene che direttamente o indirettamente anche l’Occidente è responsabile: abbiamo sempre venduto fucili agli indiani. Ma non basta, bisognerebbe soprattutto intervenire economicamente con un nuovo e massiccio “Piano Marshall” per sostenere quel Islam moderato e democratico che pure esiste, rinunciando almeno in parte a vedere in quei territori solo giacimenti petroliferi da sfruttare. Occorrerebbe rivedere insomma la politica delle “sette sorelle” investendo parte dei profitti a questo fine affinché giungano alla popolazione e non piuttosto a quei dittatori, cani da guardia, che poi in nome della democrazia si vogliono defenestrare.

Ritengo indispensabile inoltre un aggancio culturale con tutto l’Islam laico, ancorché credente, e un suo sostegno in civiltà con ogni mezzo. La civiltà ha raggiunto indubbiamente anche l’Islam, dove esiste per certo una larga fascia di persone che hanno da lungo tempo superato la barbarie e che condividono con l’Occidente gli stessi valori, ovviamente non quei valori di disuguaglianza, sfruttamento e oppressione che neppure noi condividiamo. Quello che so di certo è che se l’Occidente attaccherà militarmente l’Isis frontalmente sul suolo dell’Islam la guerra e il terrorismo si estenderanno senza confini e non ne verremo a capo così come non siamo venuti a capo in nessun luogo nelle guerre finora perpetrate. Solo la cultura ci salverà.




Landini ti voglio bene

imagesLa politica viene definita sui dizionari (Treccani) come la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Ora, l’arte di governare può essere intesa solo come possibilità in mano a chi può esercitarla e quindi di politica si dovrebbe occupare unicamente solo chi detiene il potere o più estensivamente politica può essere intesa come l’interesse che i cittadini hanno a partecipare dell’azione di governo. Dopo L’état, c’est moi, attribuita a Luigi XIV che instaurava la monarchia assoluta, siamo arrivati alla democrazia: governo a cui prendono parte diretta o indiretta tutti i cittadini. In democrazia quindi i cittadini hanno diritto di interessarsi di politica, ovvero si deve tenere conto della loro opinione.

Il povero Maurizio Landini (Bersaglio mobile, 13 marzo 2105) tentava disperatamente di esercitare questo diritto in modo discorsivo e propositivo. Ma l’interesse dei giornalisti nelle persone di Marco Damilano, faccia da bravo ragazzo, e del vicedirettore del Fatto quotidiano, giovane di recentissima nomina, era unicamente conoscere le intenzioni di Landini a proposito della possibilità di formare un nuovo partito alla sinistra del PD. Il bravo Enrico Mentana illustrava il passato come una lunga serie di fallimenti in questa direzione, mentre Landini assisteva sconfortato. Invano tentava di far capire la rovinosa situazione sociale in cui versiamo e che il suo tentativo era di raccogliere forze culturali e politiche sufficienti a farsi sentire e poter cercare una rappresentanza in un parlamento che ora non mostra attenzione alle masse di lavoratori precari, sottopagati, disoccupati e altro, e che il suo era solo un primo momento per svegliare le coscienze e raccogliere il consenso. In tutta la trasmissione il ritornello era lo stesso “dove vai se il cavallo non ce l’hai”.

Il buon Maurizio, saldatore e sindacalista, con il suo quasi diploma non riusciva a spuntarla con quei bravi ragazzi con una laurea in tasca. La sua faccia sempre accigliata sprizza onestà da tutti i pori, ma per i gigioni della politica l’onestà è condizione necessaria, ma non sufficiente, anzi a volte neppure necessaria. Guardavano Landini con benevolenza, ma come a qualcuno che non capisce, non arriva a capire. Il che è vero, verissimo, tuttavia le cose dette da Landini non erano sue opinioni, ma fatti, fatti con cui loro stessi, i giornalisti professionisti dell’informazione, avrebbero dovuto concordare prima di muovere a critica saltando i fatti e interrogare Landini sul “che fare”. Avrebbero potuto dire “Siamo con te” prima di dire come troviamo la forza per ottenere una rappresentanza in parlamento. Se ne sono stati invece lì, in poltrona con aria saputa e sorriso di sufficienza ad ascoltare le sbrodolate logorroiche di Toro scatenato.

“Queste cose le sappiamo ma come possiamo farle valere?”. Volevano verificare insomma se Landini era portatore di qualche novità, novità di lotta. Del resto il loro mestiere è quello di giornalisti, giornalisti politici. Così mentre il paese scivola nel burrone non trovano di meglio che sconfortare chi pur a detta loro non avendone i mezzi cerca disperatamente di lottare. Personalmente ritengo che il saldatore può essere al più un capopopolo, ma non abbia la statura di un capo politico, né lui d’altra parte lo vuole, è il primo a dirlo, la sua umiltà, preziosissima, lo fa cosciente della cosa, ed è proprio per questo che andrebbe massimamente appoggiato e non scavalcato o ancora peggio deriso, come pare aver fatto la minoranza PD, forte solo del suo entrismo improduttivo.

Io non vedo Maurizio Landini a capo di un partito alla sinistra del PD, né ci si vede lui, ma voi giornalisti riconoscete un Matteo Salvini a capo della Lega e altri figuri come abili politici e per questo degni di essere capi. Qui il punto, essere abile, disonesto magari, ma abile. Allora la domanda è: “Fare politica significa sapersi giostrare nei giochi di potere e trovare il consenso o adoperarsi per migliorare le sorti del Paese?”. Quando arriveremo a distinguere la politica dalla partitica? Quando arriveremo a sganciarci da questa logica? La gente confonde ancora partitica con politica e a causa di questa confusione odia la politica. A questa confusione concorrono tutti i media che fondano l’informazione sulle opinioni e sui numeri, il più delle volte nemmeno compresi, e non sulla realtà, non fanno cultura, non aiutano l’opinione pubblica a distinguere Dio dal diavolo.

Il “detto” si sostituisce al “fatto” e cade in un abisso profondo. Eppure, una cosa è la politica, nobile arte cui tutti sono tenuti a partecipare, una cosa è la partitica, arte del compromesso e del raggiro al fine di ottenere soldi e potere. Come distinguerle? Difficile, ma per cominciare bisogna dirle due! Ma a quanto pare non è solo la gente, per realismo anche gli “intellettuali”, i politologi, gli eruditi del mestiere, alimentano questa confusione. L’unico uomo onesto – dicono – è un uomo capace (Croce). Vero, ci mancherebbe altro, ma un medico capace si deve occupare non solo della malattia ma anche del paziente (Platone). Forse Landini non è un primario, ma non vi è dubbio che si occupa della gente. Senza di questo l’apparenza avrà sempre la meglio sulla verità, la partitica sulla politica e il realismo sulla realtà. Tutti in coro, giornalisti e politici ragliano “I fatti non contano, contano solo le opinioni” e caro Landini vai a “pigliartelo nel culo” (Daniele Luttazzi), come tutti quegli idealisti che pensano di poter cambiare, una minoranza destinata a rimanere sempre tale nel paese delle meraviglie. Solo la cultura ci salverà.




Critica del pensiero pratico

Schermata 2015-03-04 alle 15.48.46Se cerchiamo su un dizionario dei sinonimi e contrari  i significati dell’aggettivo “pratico” possiamo trarre utili spunti per condurre un’analisi su ciò che riguarda il pensiero che viene formulato sulla pratica, del tipo: vale più la pratica che la grammatica. Ho scelto il dizionario del Corriere della sera perché rispecchia a mio parere meglio di altri il pensiero comune: Sinonimi: “concreto, effettivo, reale, tangibile; utile, efficace, semplice, facile, comodo, agevole, adatto, adeguato; idoneo, abile, capace, esperto, preparato, competente, ferrato, versato, affidabile, provetto, valente, efficiente”. Contrari: “astratto teorico: inutile, inefficace, difficile, complicato; inabile, incapace, inesperto, impreparato”.

Notiamo come tutti gli attributi dei “sinonimi” portano in sé positività in quanto giudizio di valore nel pensiero di chi legge, mentre gli attributi dei “contrari” diversamente portano in sé un carattere di negatività. Il che dimostra già nelle lingua un giudizio di valore che privilegia nettamente il pratico-concreto sull’astratto-teorico. La prassi sulla teoria.

Ebbene, gli sforzi compiuti dall’evoluzione per preparare un organo come “il cervello”, per essere pronto a interpretare una realtà di fatto assai complessa vengono completamente ignorati. Di fatto la mente umana è il risultato di un processo di neotenia, fenomeno evolutivo per cui negli individui adulti di una specie rispetto ad un’altra permangono le caratteristiche morfologiche importanti per fornire un più ampio spettro di adattabilità ambientale rispetto alla specie ancestrale più specializzata.
Più banalmente, si può dire che più si ritarda l’entratura (la maturazione cerebrale) di un essere esistenziale nel mondo, più un individuo è in grado di interpretare l’ambiente. Il che anche significa che la complessità è indice di maggior capacità adattiva.

Questo ritardo è fondamentale per organizzare nella sua indeterminazione la necessità di pensare prima di agire, una latenza che fonda la capacità di interpretazione teorica della realtà. Un cavallo si alza in piedi ed è in grado di camminare e correre appena nato, mentre ad un umano occorre un periodo di almeno tre anni per poter completare le funzioni vitali necessarie alla sopravvivenza. Il che dimostra indiscutibilmente, sul piano evolutivo, la superiorità delle funzioni teoriche sulle abilità pratiche.

Ciò non bastasse bisogna considerare che l’uomo è tale solo in quanto rispetto agli “animali” pone l’io come oggetto, ovvero è capace di riflessione e di coscienza. Il mancato uso della riflessione e della coscienza ci degrada infatti a semplici animali. La natura degli animali è indubbiamente semplice (meno evoluto perché meno complesso, meno organizzato), ma questo attributo non ha in sé un giudizio necessariamente positivo. Esso è più comunemente espressione degli istinti e genera il “pensiero debole”.

L’inversione proposta da Marx tra piedi e testa che consegna all’economia il primato sulla cultura e quella proposta da Heidegger tra tecnica e scienza con consegna, secondo l’attuale tendenza filosofica, alla cibernetica della filosofia, sono pertanto da considerarsi nella migliore delle ipotesi strumentali, momenti strategici del pensiero volti al contingente, ma diversamente in un ambito più estensivo della filosofia esistenziale evolutivamente ritrovata, semplicistici, profondamente errati e fuorvianti.

Tendenze populiste che vogliono in definitiva arrendersi alla realtà, realtà intesa come materialità dell’essere che crea il pensiero e non viceversa. In politica Real Politik intesa parimenti come concreta materialità (pragmatismo) al di sopra di qualsiasi ideologia o finzione teorica. Un popolo ridotto dal pensiero debole a plebe ovviamente concorda e vota. Chi è in grado di intendere intenda.
 Alla fine anche il dizionario rispetta senz’altro il pensiero dell’uomo comune che ignaro di sé, vede sé nell’agito delle proprie mani e dei propri piedi.

L’uomo comune ha orrore dei libri e dello studio, cui si costringe ob torto collo solo per un profitto personale e pratico, appunto, in vista della cosidetta carriera. Dello studio in sé (la cultura) poco importa, vuole solo sfruttare il positum dell’intelligenza altrui e consumare il prodotto senza alcun riguardo a chi pensando più originariamente i beni ha procurato, una categoria di intellettuali poco pratici. L’erudito e insipiente agisce egoisticamente nel sociale con una politica di utilizzo, sfruttamento e consumo del tutto indipendente dalla considerazione del prossimo, ignaro della sua stessa esistenza. Una monade animale che usa l’intelligenza solo a proprio vantaggio.

Pratico quindi, “pensiero pratico”o pragmatico, a mio avviso dovrebbe essere definito anche come il pensiero di colui che vede il mondo solo come utilizzo, che si disinteressa totalmente degli altri, il prossimo, e del mondo, pensando solo alla individuale e personale realizzazione e al proprio profitto. Un cliché. Poiché politica, filosofia oggi concordano … la vita in bellezza! Solo la cultura ci salverà.




Il deserto cresce

Unknown-1Non si tratta del riscaldamento terrestre, ma della incomunicabilità creata dalla frenesia jihadista che rende sempre più difficile una qualsiasi forma di dialogo con lo Stato Islamico che pretende di costituirsi sull’orrore. Cresce pericolosamente la distanza che ci separa da questa inciviltà.

Non si tratta soltanto di iconoclastia, perché la questione propriamente teologica sull’utilizzo o la distruzione delle immagini religiose non ha impedito alle religioni abramitiche, la cristiana e l’islamica in particolare, di produrre quello splendore artistico che oggi possiamo ammirare, per esempio, in Andalusia e in Sicilia. Ed oggi, nella misura in cui gli allarmi di attentati terroristici in Europa e in Italia sono realistici, possiamo temere attentati anche alle opere d’arte, agli edifici e monumenti nelle nostre città.

Sarebbe qui il caso, ben al di là dell’ipocrisia del politicamente corretto, di far precedere i video sulla distruzione sistematica del Museo di Mosul dall’avviso “le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità“ perché qui l’orrore non è più soltanto la violenza di un omicidio, resa ancor più insopportabile dall’efferatezza della sua esecuzione, ma è l’espressione cruda dell’abiezione umana, dal momento che mostra l’essere umano disumanizzare sé stesso fino al punto di uccidere le proprie origini.

Di fronte all’avanzata degli jihadisti e alla esibizione mediatica delle loro imprese diversi commentatori si pongono pur da diverse posizioni politiche e religiose sempre più frequentemente le stesse domande: “quanto dureranno ancora?”, “quanto ancora il resto del mondo starà a guardare i loro video?.  Adriano Sofri su LaRepubblica: “(…) Ammazzano, umani di carne e ossa e umani di pietra, e aspettano, ubriachi di sé, d’essere ammazzati”.

Dobbiamo temere le nostre reazioni quanto le azioni dei nostri nemici. Il Male gode della “proprietà transitiva” per la quale esso non solo possiede i carnefici, ma si trasmette  alle vittime rendendo quest’ultime anche peggiori dei carnefici, costringendole a collaborare al loro livello e a perdere qualsiasi dignità. L’abate Aranud Amaury in occasione del massacro degli eretici Catari a Béziers, interrogato da un soldato su come poter distinguere nell’azione gli eretici dai cattolici, avrebbe risposto: “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”.  Nietzsche fa dire a Zarathustra che sì il deserto cresce, ma subito dopo ammonisce: guai a chi cela deserti dentro di sé!

 

 

 




La proprietà transitiva del male

La Pietà di Michelangelo_ Allo spagnolo Samuel Aranda del New York Times il premio miglior foto 2012 dal World Press PhotoAl di qua del bene e del male ognuno in cuor suo pensa sempre di aver ragione. Il più efferato crimine si giustifica sempre con la buona fede. L’ ”io sento” trova sempre in sé le ragioni del proprio essere. Non solo Eichmann, ma anche Hitler hanno agito in “buona fede”, ovvero nella fede che loro ritengono buona. Questa verità deve essere chiara a tutti. Il crimine diventa crimine solo se e quando viene scoperto e solo allora associato, se associato, alla vergogna, ma in chi la fede è incrollabile neppure la condanna e la morte provocano il pentimento e salvano così anche la loro dignità. Se dunque non è la buona fede a salvare l’uomo, che cosa fa della coscienza una buona o una cattiva coscienza? Che cosa fa dell’uomo l’uomo?

L’essenza del male è la perdita della compassione. La compassione è ciò che relaziona il sé all’altro da sé e fonda con ciò la morale. Senza la morale che dice umano ciò che è umano, ciò che fa dell’uomo l’uomo, la buona fede si sostituisce nella coscienza capace di qualsiasi delitto nel sacrificio anche a costo della propria vita. Il Male gode della “proprietà transitiva” esso infatti non solo possiede i carnefici, ma passa alle vittime rendendo le vittime anche peggiori dei carnefici costringendole a collaborare e a perdere qualsiasi dignità. La perdita di dignità porta le vittime a collaborare spontaneamente coi carnefici e perduta tra di loro la solidarietà a essere a loro volta carnefici di se stessi.

Il Male gode inoltre di un’altra proprietà la “proprietà cumulativa”.  Al Male offerto dai carnefici si va a sommare il male profferto dalle vittime e il Male nella sua generalità aumenta. La responsabilità del male profferto dalle vittime va a sommari a quello offerto da carnefici, ma l’oppressione delle vittime sulle vittime è non di meno responsabilità delle vittime. La compassione è fede laica quanto religiosa, ha luogo nell’uomo solo in quanto conquista sociale dello spirito in modo indipendente da qualsiasi credo e per questo universale.

La scomparsa della compassione segna proporzionalmente la scomparsa della dignità che nella compassione trova il suo fondamento. Un uomo senza compassione è anche moralmente un uomo senza dignità. Questa è la logica che unisce oppressi e oppressori. Ogni regime che consideri, e nella misura in cui consideri, gli altri come massa di manovra, forza lavoro, numeri al servizio di alcunché (oggi il Mercato) opera nel male e sminuisce la coscienza di ciascuno: anche gli oppressi divengono ad uno a uno individualmente peggiori.

Il baluardo a difesa del Male trova nella dignità un suo fiero avversario, ma la dignità non ha radici se non si fonda sulla compassione e l’espressione più alta della compassione è la misericordia. Scrive Shakespeare ne Il Mercante di Venezia: La misericordia per sé non mai soggiace
 a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta:
 perché benefica chi la riceve 
come chi la dispensa. Solo la cultura ci salverà.




Uno Stato Laico non può tener conto dell’al di là.

images-3Il Male c’è, il male si diffonde e si trasmette. Chi lo nega è il vostro assassino. Dai carnefici alle vittime scivola silenzioso, inavvertito, fatale. Il processo si chiama disumanizzazione, rende gli oppressi a volte peggiori degli oppressori. Ce lo ricorda Primo Levi: “I deportati collaborarono coi carcerieri per mantenere i privilegi a svantaggio degli altri detenuti”, ma anche Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori sono rei non solo del male che commettono ma del pervertimento altrui”.
La disumanizzazione, la perdita dello spirito, ciò che fa dell’uomo l’uomo, degrada l’uomo fino alla bestia, fino a divenire cosa. La perdita di umanità è il male in sé e ciò che è più tipicamente umano è la Dignità. La dignità è il valore fondante per qualsiasi società che voglia dirsi civile, un bene che si deve riconoscere a tutti. La dignità è il massimo valore dell’esistenza. Nessuno deve essere o sentirsi umiliato.

In una crisi non c’è solo la recessione economica ma soprattutto un arretramento culturale che rende peggiori gli oppressi. I poveri sono pericolosi per sé e per gli altri.
Il male traligna e si manifesta nell’adesione delle masse a movimenti che si dirigono inevitabilmente verso destra, una destra non ideologica ma viscerale che raccoglie nei voti il pensiero debole e un basso sentire. Nell’indigenza il popolo si difende, odia il prossimo e vuole dittatori. Si pensi a questo : ogni solidarietà in un campo di concentramento è morta, qualsiasi sentimento, la nostalgia, il ricordo che ci lega all’essere, azzerato. Se questo è un uomo.

Possiamo tenere come punto zero il non-morto, la non-vita vissuta nei lager, e confrontare il nostro galleggiamento esistenziale a partire da quella situazione, Questo può confortarci come sconfortarci, ma preso coscienza dell’abisso si deve anche comprendere che la distanza che separa l’umanità di ciascuno da questo punto è per ciascuno differente e che tutti abbiamo una resistenza diversa a precipitare, ricordando che nei lager chi ha più dignità è il primo a cadere. Nel non essere ogni passione è spenta, la dignità irrimediabilmente perduta. Intender non lo può chi non lo prova.

La disumanizzazione non gioca solo a destra, ma penetra anche altrove laddove governi sedicenti di sinistra, governi senza radici fumatori di loto, si spingono a considerare le risorse umane come forza lavoro, come merce da poter utilizzare e trasferire in ossequio al Mercato, e alle sue leggi. L’Ideologia di Mercato nella sua essenza metafisica ha solo servitori, ma privilegia a dismisura gli uni e opprime a dismisura gli altri disinteressandosi cinicamente del co-esserci. Ananke, la necessità, governa con leggi in spregio a Dike, la giustizia, serva solo di Pluto, il denaro. Nell’Olimpo non compare Dignità.
Scrive Hannah Harendt. “Pensare non è conoscere, pensare è distinguere il bene dal male”. Ne consegue che l’ignoranza non è l’insipienza, ma non avere intendimenti morali, a qualunque classe sociale si appartenga. Cultura e morale divengono sinonimi. Un “intelligenza morale” si impone. Purtroppo non ha ancora nome.

A causa della deiezione, la caduta dal punto morale in cui ciascuno di noi si trova e che determina la nostra visione di vita, la nostra fortezza, la nostra carità , si apre un abisso verso il punto zero, il non essere in cui tutti possiamo ancora precipitare; ma bisogna anche riflettere che nella direzione opposta, andando dal non essere all’essere, la morale apre alla vita nell’intendimento del co-esserci verso nuove avventure dello spirito per progredire verso un’umanità migliore. Ciò che fa di noi i compagni di quell’effimera comparsa, il presente, nelle tenebre dell’universo e nell’eternità del tempo, ci può ancora vedere legati in spirito nell’avventura dello Spirito per l’avvenire. Il coraggio è la mazza che supera la morte. Si tratta di fiducia esistenziale e non solo di fede religiosa.

Alla filosofia morale e non certo all’economia compete dunque il primato su tutte le altre scienze. Questo ancora non è stato inteso, ancora si ride di chi voleva i filosofi al governo. Eppure irridere la civetta che vede nella notte è pericoloso. Tutto ciò che segue è più potente di ciò che l’ha preceduto. La filosofia nasce un’eternità dopo l’economia, e segna la comparsa dell’uomo non già più come sola merce nel mondo come utilizzo ma in quanto uomo nella con-passione: per questo è più potente. Il valore aggiunto all’economia è l’uomo nella sua umanità. Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie.
 Il Mercato è una cerimonia tecnologica che nella sua metafisica non ha chi umanamente sappia tenerne le redini. Il capitalismo è un treno in corsa senza manovratore.

Non sappiamo se esista un al di là e lascio tutti liberi di credere, ma ciò che è certo è che uno Stato Laico non può che tenere in considerazione la vita, la vita di ciascuno, qui ed ora, al di là di ogni convinzione religiosa, come l’unica, la sola possibile esistenza. In questa visione che uno Stato laico non può che fare propria, l’ingiustizia dovuta alla disuguaglianza offre tutta la sua crudità e la sua crudeltà. Nessuno può permettersi di affermare giusta la ricchezza prima di aver assicurato e garantito a tutti la sopravvivenza e una vita degna di essere vissuta.
 Solo la cultura ci salverà.




Kalashnikov e Toyota

055502942-0b7f5f60-73de-44f0-8081-0d36b68a60fdAdesso sappiamo che l’arruolamento nelle  milizie dell’ISIS è un lavoro regolato da un contratto: conversione all’Islam, adesione alla guerra santa con turni di combattimento fino a 16 ore in cambio di uno stipendio fisso, una scheda di valutazione con premio di produttività (numero uccisioni e/o ferite subite),

permessi matrimoniali, droghe gratis per sostenere il ritmo, compreso il viagra per sostenere gli stupri. Il tutto sotto il controllo di una efficiente organizzazione interna, con tanto di comitato di controllo e di timbri. Molto di più dei soliti mercenari o contractors, dunque, veri soldati che trovano nel costituendo califfato Dio Patria e Famiglia.

Se andiamo oltre lo sgomento per l’orrore provato alla visione delle ripetute immagini di gole sgozzate, di prigionieri ingabbiati e bruciati, di fucilazioni di massa, sgomento accompagnato dalla paura provocata dalle ripetute minacce di invasione e di attentati nelle nostre città, e riprendiamo quindi il controllo con la ragione, potremo intravedere la politica che dovremmo assumere nei confronti del terrorismo jihadista che proclama la costituzione di uno Stato Islamico in fieri.

Come è stato già fatto osservare altrove, le immagini delle efferate uccisioni sono state montate con un uso sapiente delle regole e delle tecniche della comunicazione del marketing e pubblicità, inventate per altro nella nostra cultura, mostrando al cittadino del’Occidente già assuefatto alle guerre mondiali, alle esecuzioni di massa e alle shoah singole esecuzioni di singoli uomini. Sia la vittima in ginocchio a volto scoperto nella sua tuta arancione che il carnefice col volto nascosto, il coltello puntato, nascosto dalla sua tuta nera, “guardano in macchina”, guardano noi che in solitudine di fronte allo schermo li guardiamo attoniti. Il messaggio subliminale voluto e trasmesso è evidente: quello a cui stai assistendo può accadere anche a te. La minaccia psicologica è più potente di quella militare. Ma se poi subentra la generalizzazione per cui l’efferatezza dello jihadista diventa l’intolleranza dell’islamismo il gioco è fatto: il piano si inclina, la pietra comincia a rotolare e nessuno la può più fermare. La paranoia è tra noi.

Primo flashback. Hitler negli anni che precedettero la guerra lasciò credere ad alcuni gerarchi nazisti  che la soluzione del problema ebraico potesse essere risolto liberando l’intera Europa conferendo agli ebrei “una terra da mettere sotto i piedi” (per esempio il progetto di deportarli in Madagascar coltivato da Eichmann), ma in realtà sappiamo che Hitler aveva già deciso lo sterminio di tutti gli ebrei già nel Mein Kampf e che lo aveva rilevato come progetto da attuare solo a pochissimi suoi stretti e fedeli seguaci. Ancora oggi proviamo orrore per l’Olocausto, ma lo proviamo per l’enormità della strage e per le assurdità delle motivazioni piuttosto che per il metodo con cui è stata condotta. L’inesorabile e costante processo di disumanizzazione degli ebrei (Untermenschen) perpetuato per tutto il periodo del nazismo, considerati prima come merce forza-lavoro poi solo come oggetti, ha permesso l’applicazione della razionalità produttivistica realizzata in maniera così efferata nei campi di sterminio (Conferenza di Wannsee). In altre parole ciò che dovrebbe di più inorridire nella shoah non è tanto il risultato, perché l’occidente ha conosciuto altri olocausti, quanto il modo con cui è stata realizzata: la rivelazione che la economia e la tecnica possano dominare gli umani a tal punto.

Non dimentichiamo che sugli ingressi dei campi di sterminio nazisti v’era scritto Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Ma non si dimentichi neppure gli stermini stalinisti che per un periodo ancora più lungo e con genocidi ancora più vasti hanno visto sugli ingressi dei gulag la scritta Trudom domoj (con il lavoro si torna a casa).

Ora, superiamo lo shock e riflettiamo con la ragione domandandoci se esiste una razionalità anche nei comportamenti delle milizie jihadiste per capire cosa realmente vuole il Da’ish . La costituzione di uno Stato Islamico costituisce il mezzo per combattere e distruggere la civiltà occidentale o il fine non è piuttosto la costituzione di un nuovo potere centrale, essendo la nuova e spietata forma di terrorismo solo il mezzo con il quale raggiungere tale fine? Ed ancora: questo terrorismo è finalizzato solo a spaventare gli occidentali inducendo in loro il senso di colpa per le responsabilità colonialiste ed imperialiste o piuttosto serve a dare sicurezza alle innumerevoli tribù private del capo-dittatore che fornisce loro una prospettiva di unificazione nel vuoto politico di quei territori? Appare chiaro che comprendere senza ideologie pregiudizievoli i fenomeni che stanno avvenendo anche in Libia, non solo riducendoli alla sola connotazione religiosa, ma inquadrandoli sul piano antropologico, storico, economico e sociale, significa trovare la chiave interpretativa di ciò che sta accadendo in quei territori per approntare quindi una solida strategia di confronto con la nuova realtà, che non si riduca alla sterile contrapposizione tra una diplomazia di convenienza e la possibilità di una guerra.

Secondo flashback. L’espansione dell’Islam tra il VII e VIII secolo ebbe inizio con l’unificazione delle tribù beduine arabe perseguita da Maometto e proseguì dopo la morte del Profeta con una guerra di espansione per la costituzione del Califfato che con una sorprendente rapidità sconfisse gli imperi Persiano e Bizantino: i territori occupati si estesero dalla penisola Iberica, lungo la costa africana del Mediterraneo fino ai territori del Medio Oriente ed Oriente. Fino alle crociate del XI e XIII secolo gli arabi convissero con i poteri allora esistenti in Europa mantenendo quegli stessi equilibri di potere che da secoli sussistevano fra i poteri europei medesimi. Non solo, ma anche durante il periodo delle Crociate la cultura araba raggiunse in Spagna e nel Regno di Sicilia di Federico II di Svevia livelli di cultura e civiltà senza eguali.

L’attuale rappresentazione mediatica degli accadimenti nel mondo islamico, connotata dai commenti di politologi e dalle dichiarazione dei politici, rivela un’angoscia accompagnata dall’assenza della comprensione razionale del fenomeno  con ciò offrendo al nuovo nemico, il progetto di uno stato islamico, la conferma della sua giusta strategia. Questa irrazionalità del mondo occidentale tende sempre più a cedere verso la necessità del ricorso alla “guerra”, anche se giustificata dalla legittima difesa, quasi una nuova edizione della “soluzione finale” della questione del terrorismo islamico. Tutto ciò senza considerare, al di là delle criticità sul puro piano militare, i devastanti effetti collaterali di ordine politico e sociale nei confronti delle tribù (non popoli) locali e più in generale delle divisioni interne presenti nel mondo islamico. Dischiuso il vaso di Pandora con l’eliminazione dei dittatori,  alcune componenti pure presenti nelle “primavere arabe” dovrebbero ancor più oggi essere recuperate con un accorta strategia di sostegno politico ed economico, anche con le armi quando necessario, alla causa della costituzione di una democrazia.

Dobbiamo accettare la prospettiva, anche se non ci piace, che nei prossimi anni dovremo fare i conti con un nuovo Stato che pretenderà di sedersi al tavolo dei grandi per stabilire un nuovo ordine mondiale. A quel punto coloro che oggi sono gli irriducibili terroristi nemici dell’occidente si proporranno come  la nuova classe dirigente con la quale trattare. Vale anche per l’ISIS la famosa e tanto celebrata affermazione di von Clausewitz secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, mentre l’Occidente deve ricordare quanto lo stesso autore scrive altrove: ” In qualunque modo io possa immaginare la relazione tra me e il resto del mondo, la mia strada passerà sempre attraverso un campo di battaglia.” Ormai solo un dio ci può salvare?

 

 

 

 

 

 




La dittatura dei numeri

UnknownÈ noto, ma dimenticato, che quando fu chiesto di scegliere tra Cristo e Barabba il popolo scelse a larghissima maggioranza Barabba e gli altri tacquero. Meno noto, e non meno dimenticato, è che quando Hitler salì al potere nel 1933 fu grazie al voto popolare pari al 44%. Tre anni dopo nel 1936, in Germania si tennero le elezioni parlamentari nella forma di un referendum con una singola domanda, chiedendo cioè agli elettori se approvavano l’occupazione militare della Renania e un elenco composto da un unico partito, quello nazista. Ebbene a questa farsa partecipò il 98,8% della popolazione, di cui rispose “sì” il 95%, mentre il rimanente furono schede ritenute “non valide”. Un vero e proprio plebi-scito.

In passato la volontà popolare, in quanto espressione della massa verso il potere, si è sempre espressa per un potere centrale, forte, autoritario o anche una tirannide o dittatura identificandosi nel capo, nel leader. Ancora oggi le coscienze si mostrano non essere sufficientemente mature per esprimere una pluralità al potere. La democrazia può forse legittimarsi, ma non può fondarsi solo sulla base del voto popolare. Chi si esprimere per fare la volontà del popolo, anche se in buona fede, comunque è un ingannatore e spesso se in mala fede anche un ipocrita. Fondare la democrazia sui soli numeri non è espressione della volontà popolare, ma è il populismo nella sua più infima essenza, un insulto alla stessa democrazia, perché la democrazia non è una forma di potere, ma il modo con cui il potere governa un popolo in considerazione del valore da attribuire alla persona.

il concetto di popolo, inteso come nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (Barcellona, 1990) ove si afferma che “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato”, viene sostituito da quello di popolazione, ovvero di un insieme di individui aggregati per talune caratteristiche. In seguito la definizione data scade dal concetto di popolo come sostanza politica legata alla cultura a quella di un definizione numerica legata all’appartenenza.

Questo passaggio ha portato con sé anche il cambiamento del concetto di rappresentanza, che dal suo significato politico fondato sul diritto e sulla storia (l’agire in nome dell’istituzione per l’interesse della collettività) si è spostato verso quello statistico (l’agire in nome dell’interesse prevalente, la moda).  Secondo l’impostazione statistica, infatti, un campione può dirsi rappresentativo del proprio universo quando si verifica un’identità delle proporzioni secondo le quali sono presenti, nell’uno e nell’altro, i vari caratteri della popolazione. E la rappresentatività statistica ha stravolto a sua volta il concetto di delega, non più inteso come conferimento di poteri dall’elettorato all’eletto per superare  i limiti oggettivi dell’incompetenza, ma come un mandato esercitato da un campione selezionato in nome e per conto dell’universo.  Nuovo fondamento razionale e scientifico della democrazia, la statistica va imponendosi nella società dominata dalla tecnica con la  potenza dei numeri e la suggestione dei sondaggi: è la democrazia statistica, in rappresentanza dell’opinione senza alcun riferimento morale.

Per di più anche secondo un tale rigore metodologico i dati risultanti dalle elezioni politiche basate sul suffragio universale potrebbero paradossalmente essere intesi come non rappresentativi della volontà popolare, quando il campione dei votanti non è rappresentativo dell’universo degli aventi diritto al voto.  In definitiva è passato il concetto secondo cui una vera democrazia rappresentativa deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica in modo del tutto indipendente dai valori culturali partecipati.

Questo può apparire una concezione corretta del pluralismo ma quando la cultura del popolo è bassa può portare irrimediabilmente come in passato alla dittatura o comunque spingere verso regimi autoritari anche se portano il nome di democrazie. Ciò significa che la democrazia è diretta conseguenza della cultura popolare e dice della necessità assoluta di agire sulla stessa per avere maggiore democrazia senza sottomettersi alla dittatura dei numeri.

La miseria culturale dei politici contemporanei, addestrati dalle scuole di formazione politica di appartenenza sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confonde il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei sondaggi d’opinione.

Non è qui in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale perché la democrazia non ammette l’ignoranza. Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio ruolo o nel privato, ma  rappresentanti del popolo che sono come il popolo. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti come rappresentanti della moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto con il popolo, ma di essere proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Votus non olet. Potenza e fascino del numero: il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

Qualsiasi regime sia al potere la democrazia è dovuta unicamente al grado di civiltà raggiunto da un popolo, non la sua misura, ma l’essenza stessa legata alla sua cultura. O alla sua ignoranza. Più democrazia non dovrebbe di conseguenza significare che tipo di forma debbano prendere le istituzioni per meglio interpretare la volontà popolare, ma impegnare le istituzioni per migliorare la cultura del popolo.
La distinzione tra populismo e democrazia è netta: lottare per migliorare le condizioni materiali e spirituali del popolo e giammai per fare la sua volontà.
Ormai solo la cultura ci può salvare.




Ormai solo la cultura ci può salvare

UnknownSi legga l’articolo sul Corriere della sera in cui estrapolando pochissime righe virgolettate si vorrebbe attribuire al filosofo indubbie collusioni con il nazismo. È inutile parlare di Heidegger, né parlare con Heidegger, pensando di comprendere e poter riportare quanto dice se non si comprende il piano della discussione, ovvero l’ ex-sistentia, che l’Essere non è un ente, che la verità è la Verità dell’Essere, che la sostanza è la manifestazione dell’Essere nell’essente. Per certo il suo dire non è facile e non è comprensibile a tutti: un grande uomo condanna gli altri a spiegarlo. Un po’ altezzosamente non si cura degli sciocchi. Soprattutto non si schermisce da possibili fraintendimenti, “chi ha orecchie per intendere intenda” degli altri degli sciocchi non si occupa. Grave errore: gli sciocchi lo crocifiggeranno! Heidegger non si difende, non si difende mai. Si scusa, ma non si difende. La sua è una posizione esistenziale e un metodo cui vuole rimanere fedele fino in fondo. Di qui il suo silenzio.

L’operazione giornalistica è quella solita scorretta e banditesca con la quale si pretende di comprendere una filosofia o un’appartenenza attraverso frasi virgolettate. Giornalismo da strada ad uso di straccioni che hanno fame di notizie più che di verità. E, nota bene, si tratta della pagina culturale. L’importante per tutti per “capire” non è mai infatti capire, ma schierarsi. È tipico del pregiudizio imperante ragionare per partito preso. Solo si accenna e già si giudica. Per un giudizio su Essere e Tempo personalmente ho dovuto sospendere lo stesso per più di mille pagine. E il giudizio è seguito solo quando sono stato sicuro di aver capito. Capito tutto fino in fondo. Ogni frase contenuta nel libro presa a sé non significa nulla, come nulla significa ciò che viene riportato dai giornali. Dai giornali a volte, spesso, neppure il fatto viene mai chiarito, ma ecco che già l’opinione pubblica, l’opinione ignorante della plebe è schierata. E in “democrazia”, si sa, quello che conta sono i numeri: l’opinione.

Sull’articolo del «Corriere» si riporta che «Gli ebrei (nei Quaderni neri) non appartengono nemmeno ad un mondo diverso da quello tedesco, ma sono senza mondo, esclusi dall’Essere». In particolare, nella nuova parte dei Quaderni Neri, il pensatore di Essere e Tempo parla espressamente di «autoannientamento», riferendosi al popolo ebraico. Ebbene, personalmente detesto gli ebrei, i neri, i gay, le lesbiche, i rom, i mussulmani i cristiani … perché mentre io li ritengo uguali, tutti costoro si ritengono diversi e in particolare migliori, sicché considerano la loro emarginazione unicamente una colpa altrui e guardano al prossimo con diffidenza, malanimo e spesso anche rabbia fino ad arrivare ad odiare. Si impone una domanda: chi è razzista?

In altre parole i “diversi” si autoescludono dal mondo o, per usare le parole di Heidegger, dall’Essere. Più gli ebrei di quanto non abbiano fatto i tedeschi, non i tedeschi della shoah, ma il popolo tedesco nella storia. Ovviamente Dio deve essere uno per tutti come parimenti la Verità, essenza dell’Essere garante dell’uguaglianza.
In un’intervista a Der Spigel del 1966 (pubblicata postuma nel 1974):
-Spiegel: Si dice che i suoi rapporti, senza dubbio non con tutti, ma con alcuni di questi studenti ebrei siano stati molto cordiali anche dopo il ’33. E’ così vero?
-Heidegger: Dopo il 1933, il mio atteggiamento è rimasto immutato.
Si noti bene: immutato. Questa infatti deve essere la posizione di fronte a chi vuole diversificare. La postura corretta dello spirito di contro a ogni razzismo: né contro né a favore.

Ancora nell’articolo del Corriere si legge: “Nei testi composti tra il 1942 e il 1948, dice in sostanza che l’azione degli alleati nel fermare i tedeschi è stato un «crimine» più grave delle «camere a gas»”. Questo “in sostanza” rivela che l’asserito non è l’asserito di Heidegger, ma solo la comprensione dovuta all’intervistatore.
Per sostanza Heidegger intende ben altrimenti, ovvero la manifestazione dell’Essere nell’essente e credo che Heidegger si chieda il più estensivamente possibile quale danno sia stato maggiore per l’umanità se l’olocausto o l’aver residuato il dominio dell’uomo sull’uomo e la conseguente disumanizzazione dell’uomo considerato mezzo e merce, così come è avvenuto in Russia o, aggiunge, nel regime capitalista, considerazione espressa da Heidegger nell’intervista a der Spigel del ‘66. Lettura che consiglio a tutti.

In attesa di leggere i Quaderni neri annunciati di prossima pubblicazione in italiano, un avviso ai lettori, solo quei pochi che hanno orecchie per intendere: non ho inteso difendere Heidegger, ma la Verità. Solo la cultura ci salverà.




Le miserie ‘d Monsù Travet

libro_vandelliÈ sincero ma non dice la verità. Chi è? Un uomo in buona fede. Accigliato come si conviene alle persone serie, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan così risponde a un giornalista: “Chi chiama condoni provvedimenti come il rientro di capitali tipo lo scudo fiscale commette un errore tecnico”. E più non dice. Nessuno mette in dubbio la sua competenza: sudate carte e anni di sacrifici. Questo mezzemaniche impiegato dello Stato misura sulle sue parole tutta l’insipienza del suo pensiero. Al folle dotto hanno affidato un compito e quale servitore dello Stato si appresta a realizzare sul piano economico quello che tecnicamente ritiene necessario. Niente di personale, nessun interesse di parte, è un uomo onesto per natura. Moralmente irreprensibile. I servitori dello Stato quando sono strumenti passivi del potere politico intendono per Stato il Governo, il potere esecutivo. E come umili e semplici esecutori stringono irresponsabili e innocenti il capestro. Pare a me di sentirli: “un mestiere difficile, ma qualcuno lo deve fare, importante è farlo bene”.

Tuttavia, si impone una domanda: quale aspetto della morale, della filosofia, del gusto, della condotta di vita non ha stabilito? Di quale mistero non ha manifestato la sua conoscenza?. Della giustapposizione dei suoi provvedimenti, delle conseguenze sociali che tecniche economiche tortuose e oscure posso avere presso l’anima di chi non intende ragione ma intende ipocrisia e tradimento, non ha alcuna contezza. Esulano il pensiero. Dell’impatto sociale del suo operato non ha alcuna idea, semplicemente non gli compete. Il prossimo rimane umanamente sconosciuto. Non avverso, sconosciuto. Probabilmente è anche un uomo di buon cuore.

Ebbene, l’ennesimo premio all’evasione comunque lo si voglia “tecnicamente” chiamare rimane un fatto. Un fatto tanto grave quanto più si dichiara da tutte le parti, compresa quella governativa, che la lotta all’evasione è un punto cardine e fondamentale. Questo meschino atteggiamento denuncia l’ipocrisia di chi crede che la concretezza risieda nelle cifre, che la materialità dell’esistente trovi soddisfazione solo nella tecnica economica incurante dell’impatto sociale che provvedimenti legislativi hanno sui sentimenti di un’intera nazione. Dei sentimenti infatti non hanno notizia. Gli uomini grigi non possiedono anima. Sono chiamati a svolgere disciplinatamente un compito in giacca e cravatta e si impegnano con la massima responsabilità e nei limiti delle loro capacità, con serietà e umiltà, a svolgere le loro mansioni. Il destino delle loro azioni non computa.

Portano lenti molto spesse e si ritengono falchi. Un buon ministro, come nell’anonimato del si dice, è in sostanza chi sa far quadrare i conti, premi agli evasori arricchiscono nell’immediato le casse dello Stato e tanto basti. Non sta a loro giudicare. Modificare al ribasso la mentalità della nazione, scoraggiare deprimere gli animi, incitare ad una privata vendetta, pregiudicare la fiducia dei cittadini nello Stato, non rientra nel conto economico. Pertanto non esiste. Siano pure premiati i “furbi”purché i conti tornino.

Così il bene incarcerato dal male, suo capestro, è svilito da una storpia potenza: ogni colpevole inconsapevole agito in ossequio a un turbo capitalismo fondato sulla diseguaglianza e la speculazione. In cielo sarà perdonato a quelli che non sanno ciò che fanno, ma qui sulla terra non abbiamo bisogno di boia. Solo la cultura ci salverà.




La modica quantità della morale

imagesQuando una realtà è “stabile e duratura” l’obiettivo da porsi per contrastarla è “ridimensionarla nei limiti fisiologici“. La questione morale si affronta dunque con la ratio della modica quantità. No, non stiamo parlando di stupefacenti, ma di corruzione. Questo il logos di Raffaello Cantone, come si evince dalla sua  intervista rilasciata su La Repubblica. Potrebbe trattarsi di una ennesima espressione di quel pensiero debole   (relativismo assoluto) tanto diffuso che dopo faticose analisi prende atto realisticamente del mondo per adagiarsi poi sul “così fan tutti”. La realpolitik dei moderni “uomini del fare”. Purtroppo si tratta, invece, di una dichiarazione fatta da un rappresentante non solo delle Istituzioni, ma proprio di quella Istituzione preposta a combattere la corruzione: l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Bisognerebbe indignarsi per la povertà dello spirito, per lo spirito superficiale, qualunquista e per questo volgare di quelli che in aria di sapere filosofico sentenziano “sempre”, “è sempre stato così”, “ci sarà sempre” o “mai. Passi per il popolino, la cui filosofia non viene opportunisticamente mai criticata, ma quel pensiero debole appartiene anche alla schiera dei “politici” o degli “intellettuali” che nelle stesse radici filosofiche fondano la loro azione e il loro pensiero.

Laddove bisognerebbe cogliere l’evoluzione dell’essere dello spirito da zero a infinito, lo spirito della natura come quello della storia, il cambiamento che giustifica nella fysis il nascimento e il motore dell’essere, di fronte ad emergenze esistenziali che da millenni stravolgono l’esserci, ebbene di fronte a tanto divenire le eccelse menti sanciscono “è inutile, la corruzione ci sarà sempre” e parlano di una “patologia fisiologica”, a regime.

La povertà delle loro anime, la miseria del loro spirito sarebbero solo meritevoli di profonda compassione se non fosse che il pensiero debole e il basso sentire facessero parte considerevole e integrante del popolo di barbari a cui ancora apparteniamo. Pensate or per voi se avete fior d’ingegno se, ma solo per esempio, una scienza ancorché ancora empirica come la medicina ragionasse con ugual ingegno ed un medico di fronte ad un tumore dicesse “è inutile, la malattia ci sarà sempre” e si arrendesse alla patologia dichiarandola fisiologica. Demenziale. L’allocuzione, priva di senso, non dovrebbe trovare alcun destinatario, di nessuna utilità.

Chi dice sempre o mai a proposito di patologie sociali, qualsiasi esse siano, denuncia in sé una sterile, misera, insipiente dimensione dello spirito, né ci si potrà attendere da costoro parole o azioni che possano in alcun modo giovare al cambiamento. Arresi in nuce non daranno germogli, ma solo palliativi, spesso ipocriti e interessati, si preoccuperanno diversamente di conservare cadaveri nella ghiacciaia come immagine del proprio fallimento che si vorrebbe quello di tutti. “Sempre e mai” detti con rassegnazione, sospiro dell’anima nel tentativo di cogliere la profondità dell’umano destino: sospirano per paura di respirare. O detti con realismo, realismo che fotografa la realtà pensando al presente con un’immagine cristallizzata dell’eternità. Il “qui e ora” domina la scena e condanna qualsiasi volontà di cambiamento come utopia. La schiera dei senza tetto popola l’essente. Cinici o depressi, vogliono tutti giù nel baratro insieme a loro.

Dal nichilismo cinico di Giuliano Ferrara, quello che trasuda nell’intervista a Gad Lerner su LaF del 14/01, secondo cui “la corruzione è una malattia endemica. Qualcosa che è stato e sempre ci sarà. Un fatto marginale, un parassita indebellabile. Inutile preoccuparsene , vano occuparsene. Perdita di tempo e di energie: ci pensi la magistratura. Gli scandali servono solo al giornalismo per pubblicare. E poi … cos’è questa balla che le tangenti le pagano i contribuenti, anzi anche i contribuenti alla fine fruiscono benefici dalle tangenti. Pensiamo alle cose serie, ai ponti alle autostrade”  alla rassegnazione realistica del  ” Non riusciremo mai a sconfiggerla (la corruzione, ndr.) del tutto perché nessuno degli stati moderni ne è indenne” di Raffaele Cantone, il male, perché del male si tratta, viene considerato una patologia-fisiologica, e su questa grande verità si fonda il loro pensiero e l’azione che si limita ad accettarne una modica quantità. Inconsapevoli e insipienti predicano e agiscono a partire dalla povertà filosofica del loro grande e profondo sapere.

Ma quello che più ancora dovrebbe indignare è che nessuno da nessuna parte sollevi obiezioni. Sarebbe interessante ascoltare nel merito i commenti dei cavalieri della società civile, quelli che “i principi non sono negoziabili“. La verità è che nel nostro Paese non si ascoltano le parole della predica, ma solo il pulpito che la promana e si accetta il pensiero per adesione emotiva e di parte in ossequio alla simpatia per il personaggio affidandosi non al verbo, ma all’autorità. Appartengo dunque sono. La rivoluzione luterana deve ancora avvenire nella laicità del nostro paese. Solo la cultura ci salverà.




Un cecchino che vede oltre

imagesAmerican sniper. IL FILM. Un’ingenua, pulita, commovente visione. Clint tratta sempre della vicenda umana cercando di far intendere alti ideali. Cristo ha detto che bisogna essere disposti a lasciare la famiglia e l’eroe deve essere disposto a questo, a rinunciare ad avere una vita. L’io devo kantiano è ben espresso. Nel film ben si evidenzia questa lotta interiore. Magistralmente, con grande pulizia si porta a confronto modi diversi di esserci, in pace e in guerra, e come diversi valori parimenti stimabili e desiderabili entrino in gioco. La condizione dell’esserci è paurosamente differente, tanto che i reduci sono spaesati, non riescono più a comprendere il mondo in cui hanno vissuto così come chi vive in pace non ha alcuna avvisaglia del proprio essere.

L’idealità proposta è indubbiamente alta e sconfessa un pacifismo che si rintana nella quotidianità dicendo di democrazia ma non appoggiando chi la difende. Si può essere vili in pace come in guerra. L’eroe umano proposto è sicuramente un modello non criticabile. Una bella persona. Come sempre solo di fronte a scelte tragiche. Va da sé che la distinzione tra buoni e cattivi, agnelli e lupi, non è così didascalica e che il valore in battaglia dovrebbe essere tradotto nel coraggio sociale. Fatto si è che gli uomini non sono eroi e vanno in battaglia solo perché ci sono costretti con la forza, dalla miseria o entusiasti di falsi idoli. Tutto si fa grigio, sporco, informe. Il teorema proposto non è per questo meno valido, fa ben comprendere ai pochi in grado di capirlo come certe posizioni assunte per principio se non rimangono aperte a nuovi sviluppi cadano inevitabilmente nell’ideologia, un sistema chiuso di pensiero per parte presa: smidollati pacifisti o sadici guerrafondai.

OLTRE IL FILM . Si apre un nuovo punto di vista, l’esserci. Il sentimento di sé in una situazione di guerra. Bisogna riallacciarsi a questo per comprendere come l’io-sento possa modificarsi, come la relazione col mondo possa mutare. Con l’avvertimento che l’esserci anche considerato come sentimento di sé non è ancora coscienza. Manca la riflessione. E infatti i diversi modi di esserci hanno possibilità di essere visti se non ci si pone davanti a uno specchio. Neppure gli altri sono uno specchio se noi negli altri ritroviamo sempre solo noi stessi e ciò che ci piace. Lo Sheraton è uguale in tutto il mondo. Un ripetere sempre se stessi per tutta la vita.

Possiamo pensare che le condizioni materiali di esistenza sprofondino lo spirito in un baratro così come avviene durante una guerra o lo gratifichino in un accoppiamento. Eppure esistono condizioni in cui lo spirito dispera anche quando le condizioni oggettive sono le migliori: è il non essere. Un punto da cui pochi sono tornati, il punto in cui ogni legame emotivo viene assolutamente perduto e solo il corpo per inerzia rimane vivo. “Io non morì, e no rimasi vivo” dantesco o “l’esperienza anticipatrice della morte” heideggeriano, ritenuto entro il niente, il niente che nientifica, chiudere gli occhi dietro gli occhi. Languida quiete.

Di contro esistono condizioni materiali infime in cui lo spirito può dirsi libero e felice. Valori di alta idealità mantengono più che mai vivo l’eroe e parlano dell’Essere. Valori cui l’eroe è disposto a sacrificare la vita. Per gli agnelli ancorché armati lo spirito muore col corpo. È pur vero che lo spirito muore prima del corpo. Le Valchirie trasportano in cielo solo le anime degli eroi. L’uomo si distingue dagli animali per il coraggio. Coraggio è la mazza che vince la morte.

Tra L’Essere che esprime attraverso la Verità un esserci di più nobile sentire e il Non Essere che sprofonda lo spirito nel nichilismo: un abisso. Un abisso all’interno del quale ognuno si colloca puntualmente come parte di un discorso tutt’altro che terminato.

Clint Eastwood finemente analizza una realtà che ben conosce e su cui sa esprimere alta idealità, ma vale anche per lui il modo di Platone. “Dici bene Alcibiade incoronato di edera e di viole, hai parlato ottimamente e io te ne sono grato tuttavia forse non hai considerato che…”. In parallasse dobbiamo aggiungere tutti quei punti di vista che non si sono considerati finché le parallele non si incontreranno all’infinito. Bello come buono. Il Discorso sedimenta verità sempre più corroborate ma deve comunque rimanere aperto.

Cristo, Gandhi, l’eroe muoiono tutti per mano di chi volevano salvare: gli agnelli. Come nel poker dove la scala reale minima batte la massima e il cerchio si chiude. Le vittime abbracceranno carnefici, dice Cristo. Il terribile riposerà nella pace. “Cessate dunque e per sempre il compianto nella Verità dell’Essere, tutto ormai sarà compiuto”. Tutte queste aporie esprimono un anelito di eternità.