L’estate del nostro scontento
Quando iniziò il consumismo si diceva con ingenuità che la pubblicità fosse l’anima del commercio. Oggi nel capitalismo globalizzato e totalitario, potremmo aggiornare quello slogan
affermando che la pubblicità rivela l’inconscio del capitalismo. E come avviene per l’inconscio che a volte rivela una verità attraverso i lapsus, così la pubblicità nella frenesia del marketing ci mostra il cinismo che sottende al sistema economico dal quale essa proviene.
Il video di una pubblicità di maglieria, diffusa in questi giorni anche con fotografie su riviste e quotidiani, è ambientato in un paesaggio nordico limpido e leggermente ventoso. Vi si vedono pezzi di ghiaccio staccarsi da un ghiacciaio, sotto un cielo azzurro abitato da nuvole bianche come il ghiaccio, che scivolano sull’acqua corrente come di un ruscello, sullo sfondo montagne rocciose. In primo piano alcuni eleganti capi in lana appoggiati su nudi sassi. Sappiamo che la pubblicità deve vendere, ma non ci accorgiamo che essa lo fa con un paradosso dal momento che vende ciò di cui non parla e parla di ciò che non vende. E in questo caso di cosa parla per vendere maglioni?
Il video evoca il clima primaverile del disgelo che annuncia dopo il freddo e il buio dell’inverno il ritorno della luce e del tepore dell’estate. Tuttavia, l’immagine del distacco di quei pezzi di ghiaccio suscita nella nostra coscienza l’effetto della dissolvenza incrociata con l’immagine dello scioglimento dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale, i cui effetti catastrofici sono perturbanti e devono dunque essere allontanati inducendo il rassicurante effetto dell’eterno ritorno alla ciclicità delle stagioni. Una forma di comunicazione che si fonda sul principio del terrore: pensarci sempre, non parlarne mai. Si utilizza una paura, inconscia, per generare un bisogno ed offrire in compensazione una merce simbolica, evocando e allo stesso tempo allontanando dalla nostra coscienza la tragedia del cambiamento climatico che incombe sul pianeta. Il messaggio subliminale diventa: con il riscaldamento terreste andremo incontro ad una eterna primavera in cui non occorrerà più coprirsi con giacconi imbottiti ma potrà bastare un semplice maglione, purché di qualità.
La rimozione del pericolo incombente non si manifesta solo con la negazione del fenomeno stesso del riscaldamento del pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo (non è vero perché non mi piace, dicono gli inglesi), ma anche con la scarsa attenzione dei media verso i fenomeni che il cambiamneto climatico sta producendo in tutto il mondo. Siamo concentrati sul fenomeno della migrazione e sulle sue cause politiche o belliche o economiche che lo determinano, ma ancora consideriamo gli uragani e tifoni sempre più intensi e distruttivi come un fenomeno naturale, mentre non ci accorgiamo che già si manifestano da anni trasferimenti di abitanti dalle isole del pacifico o dai villaggi dell’Alaska (l’Artico si sta riscaldando con una velocità due volte superiore resto del mondo). Da tempo ormai si parla di “rifugiati per del cambiamento climatico” e già si trattano richieste di “asilo climatico” come recentemente avvenuto in Nuova Zelanda ponendo nuovi problemi di diritto internazionale.
Come per i generali desiderati da Napoleone, anche per una campagna pubblicitaria conta molto essere fortunata, e questa lo è stata davvero fortunata, quanto meno in Italia dove una insolita “estate di san Martino” con temperature che arrivano ai 25 gradi sta regalando giornate splendide e calde che rendono tanto felice la gente facendola sentire nuovamente in vacanza e offrendo loro l’occasione per insperati week end, perché si sa: la vita è altrove.
Mafia popolare
Il sistema della collusione all’interno delle amministrazioni pubbliche funziona così: ognuno secondo la sua omertà, a ognuno secondo i suoi favori. Quando un’amministrazione è marcia perché esiste al suo interno un sistema consolidato di malaffare (tangenti, raccomandazioni, scambi di favori e altro) è necessario che al suo interno dal primo all’ultimo tutti siano coinvolti. Ciascuno viene favorito a seconda del grado in merce o pelosi favori. Tutti possono impunemente violare le regole e anche la legge, devono farlo di routine, purché stiamo al gioco: omertà. Chi non lo fa è classificato come “rompicoglioni”: è persona pericolosa. Così l’usciere può timbrare in mutande e la ciurma timbrare per tutti e poi andarsene magari a spasso. I babbei si dicono scandalizzati. Ebbene non solo nessuno li controlla, ma tutti si guardano bene dal controllare. Vige il “fatti i cazzi tuoi”, undicesimo comandamento. Dopo che uno è stato assunto si accorge in breve tempo di tutta la baracca, cosa peraltro che potrebbe fare con facilità qualsiasi istituzione deputata al controllo, e al mal capitato non resta che adeguarsi o denunciare: si facciano i nomi. Una domanda si pone: “ma che non lo sanno?”. Ovvio lo sanno, tutti lo sanno, e quelli che non lo sanno sono doppiamente colpevoli. E allora? “non sarò io certo a cambiare il sistema” ovvero mi adeguo. Tanto vale entrare a far parte del gioco e approfittarne. Chi più chi meno. Chi resiste e chi mette gli sci. Altro che whistleblowing.
Bisogna considerare d’altro canto la sorte di chi al gioco non partecipa e denuncia. Che fine rischi di fare chi denuncia tutti lo sappiamo. E oltretutto ci vogliono le prove. Cosa per cui subirete un vero e proprio interrogatorio se non un processo da parte delle autorità in un atmosfera da tribunale, in un clima di sospetto in cui a voi parrà di essere non il denunciante ma l’imputato. Non sarete per caso un calunniatore? un pentito? un infame che denuncia per una vendetta personale? e più in questo senso che in altri si volgeranno le indagini. Per non parlare delle ingiurie e minacce cui sarete sottoposti dai colleghi e dai loro parenti. Potete anche correre il rischio di essere messi alla berlina dai media e gettai nelle caritatevoli braccia dell’opinione pubblica: “del resto noi che ne sappiamo?”. Non sanno niente, ma non mancano mai comunque di schierarsi. La calunnia è un venticello e la macchina del fango scaverà in tutta la vostra vita e in quella dei familiari e se non troverà nulla vi taccerà di voglia di protagonismo. Vi nascerà dentro una rabbia che vi condurrà alla nevrosi, alla disperazione.
Chi sano di mente può con fragili vele attraversare da solo una tempesta? I migliori, i filosofi, possono solo resistere così come a suo tempo indicato da Borrelli, e per il resto aspettare tempi migliori, ma la massa chinerà la testa e si guarderà bene dal denunciare chicchessia aprofittando di quello che passa il convento. Ben 83 testimoni di giustizia hanno denunciato recentemente di aver avuto la vita sconvolta e di essere stati abbandonati dallo Stato (in verità dal Governo, da questo e dai precedenti). Anni fa lessi su un quotidiano di un imprenditore che stava saltando da una finestra per suicidarsi e fu fermato all’ultimo momento dai carabinieri. Che cosa aveva fatto? Aveva aperto un’impresa al sud e si era rifiutato come richiesto dalla criminalità locale di pagare il pizzo. Da allora ha perso la fabbrica e non ha più rivisto la sua famiglia. Notizie passate in cavalleria più veloci di una meteora. Nessun giornalista che abbia rilevato la gravità di questi fatti per la democrazia nel nostro paese. Eppure non prestare assistenza o peggio attaccare chi denuncia, abbandonarlo così come hanno denunciato all’opinione pubblica i testimoni di giustizia è un comportamento criminoso e criminogeno. Un chiaro messaggio mafioso rivolto a tutti, alla cittadinanza al suo completo, un invito all’omertà e a farsi i cazzi propri. Un perniciosissimo messaggio culturale che abbassa la cultura dell’intero paese.
Quindi se a San Remo sono stati colti in flagrante i “servi”, non basta chiederne il licenziamento, bisogna doverosamente chiedersi chi li ha compromessi e ammaestrati e puntare l’indagine direttamente su chi ha permesso la malvivenza, indagare là dove il marcio ha ben altre dimensioni. Nel sistema del malaffare, nel malaffare come sistema, certi privilegi non solo non sono casuali, ma sono creati ad arte affinché tutti siano coinvolti e complici nel medesimo malaffare. Non è forse così per tutta l’Italia, il bel paese dei furbi? “Si io, ma loro …” si difendeva don Abbondio, vaso di terracotta tra vasi di ferro. Oggi Cantone denuncia che chi è onesto nella pubblica amministrazione non fa carriera. Degnissima persona, ma deve aver soggiornato fino ad oggi nel paese dei balocchi. Vorrei suggerire alla Magistratura di uscire dalle aule dei tribunali e usare la polizia giudiziaria o quanto messo a disposizione per penetrare realtà di cui quello che viene data loro notizia non è altro che la punta di un iceberg tale che tagliata la punta una nuova punta spinta dal basso torna ad affiorare, di indagare con molto più giudizio di quanto si sia fatto in passato. Non si fa il proprio dovere aspettando, ma agendo.
Abbiamo bisogno di molti, moltissimi Serpico (film da meditare e che da noi dovrebbe assumere una valenza formativa). Tanto per comprendere, Serpico dopo aver denunciato il malcostume tra i colleghi poliziotti è dovuto andare a vivere in Svizzera e questo nei civilissimi USA. Bisogna quindi affermare che oltre alla fedeltà pretendiamo l’onestà degli agenti delle forze dell’ordine al servizio dei cittadini, vogliamo scrupolosi servitori dello Stato nel suo ideale di giustizia, in odio alla violenza e alla vendetta. Bolzanetto, il G8, Cucchi, Aldrovandi suonano come altrettanti moniti che spingono nella direzione dell’intimazione dell’intera popolazione a starsene buona. Dietro la democrazia il manganello o peggio è sempre pronto. Fatti gravissimi indegni di qualsiasi democrazia sottaciuti sempre dai governi per non inimicarsi il braccio violento della legge per il quale però ha sempre solo lodi. Chiedo la libertà di potersi esprimere senza timori di lesa maestà nei confronti di istituzioni che depistano, insabbiano, minacciano, abbandonano, deviando pericolosamente dai loro compiti istituzionali e dalle loro responsabilità, soprattutto quando inquisiscono in un’atmosfera di sospetto e diffidenza chi denuncia. Solo la cultura ci salverà.
L’esodo senza profeta
Alla fin fine, l’uomo ha due modi per affrontare la realtà: per necessità o per volontà. Il primo lo spinge ad agire di fronte all’emergenza posta da un fenomeno non più evitabile con l’emotività che tale stato comporta. Con il secondo egli prevede l’insorgere dei fenomeni, con la ragione ne individua le cause e si predispone ad affrontarli.
Ora, accade che nelle democrazie fondate sul consenso la coscienza delle maggioranze si formi prevalentemente sulla percezione, in particolare su ciò che viene fatto loro vedere come ben sanno i massmedia, mentre sarebbe auspicabile che si fondasse sulla conoscenza dei fatti e sull’uso della ragione per comprenderli. La rappresentazione mediatica dell’esodo migratorio via terra lungo le strade dal Medio oriente e dall’Africa ha superato quel valore di soglia percettivo al quale eravamo abituati dalle attraversate via mare, per diventare grazie alla comunicazione di massa un “fenomeno epocale”: dalla percezione di pacchetti di emigranti affollati su gommoni a quella di colonne di profughi che tentano di superare fili spinati e muri.
Mentre le politiche degli Stati europei esitano per mancanza di visione e per opportunismo, la coscienza dei loro popoli si è rapidamente polarizzata tra “accoglienza” e “respingimento”, una dialettica in forma ideologica del conflitto vissuto inconsapevolmente tra la redenzione dal senso di colpa per la supremazia occidentale e la paura di nuove invasioni barbariche. Nello schieramento ideologico riconosciamo facilmente un “popolo di sinistra” che favorisce l’accoglienza e un “popolo di destra” che favorisce il respingimento, entrambi i due “popoli”sono mossi dallo stato d’animo di fronte all’emergenza e da questa spaventati invocano scelte politiche ad migrazionem, considerando la migrazione come una variabile indipendente dalla quale far derivare le scelte politiche, dimenticando o spesso ignorando le cause.
Tra i tentativi di ragionare sul “fenomeno epocale” per risalire alle sue cause geopolitiche e quindi individuare ipotesi di soluzione su cui fondare l’azione politica, segnalo quello di Ernesto Galli della Loggia apparso il 31 agosto sul Corriere della Sera. L’autore individua quattro equilibri prossimi alla rottura (migratorio, demografico, climatico e lavorativo) che possono sopraffare le democrazie per concludere le sue argomentazioni con una nichilistica previsione da “tramonto dell’occidente”: “le nostre democrazie (…) si avvieranno a occhi bendati, come oggi stanno facendo, verso le tenebre del futuro”.
Occorre tuttavia ancora un chiarimento sulle cause. Le variabili identificabili come causali e quindi rispetto alle quali il fenomeno migratorio deve essere considerato come variabile dipendente sono la demografia, il clima e la geopolitica. Il disposto combinato di questi tre fattori, nell’assetto economico esistente, rischia di fare del fenomeno migratorio la tempesta perfetta del XXI° secolo. Sulla demografia si sa abbastanza: la migrazione in corso che tanto sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Considerando, per esempio, solo due continenti, possiamo osservare che oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il Continente africano conta già oggi oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050. Quanto al fattore climatico, i rapporti annuali dello IPCC sono sempre più precisi ed allarmanti per quanto riguarda gli effetti catastrofici delle variazioni climatiche in atto: la temperatura media non dovrà aumentare più di 2 gradi entro questo secolo, pena il superamento del punto di non ritorno per un equilibrio sostenibile. Da ultimo la geopolitica. Le strategie messe in atto dalle attuali principali potenze quali gli USA, la Cina e la Russia dopo la caduta del Muro di Berlino sono tornate ad essere conflittuali in quanto aventi interessi economici e politici convergenti: il controllo a livello planetario delle risorse energetiche, minerarie, idriche e agricole.
Ora, tutte queste cause possiedono una comune caratteristica, quella di essere prevalentemente di origine antropica e come tali può valere per esse la similitudine con la crescita di una popolazione batterica che trova il suo limite nelle dimensioni del supporto fisico dove avviene la coltura. Infatti, così come per i batteri anche per la specie umana esiste il limite costituto dalla finitezza del pianeta sul quale vive e si riproduce. Si esprime ciò con il concetto di sostenibilità, ma in realtà, sebbene noi non conosciamo quali siano le quantità accettabili per ognuna di esse, tuttavia avvertiamo la vicinanza del limite: una popolazione mondiale a fine secolo di quasi 12 miliardi di individui è sostenibile dal pianeta Terra? Una tale popolazione potrà abitare nelle città, circolare su auto, possedere elettrodomestici, utilizzare acqua e cibo nella stessa proporzione dei consumi attuali? Appare evidente che il problema, come la sua soluzione, non possa essere così impostato, perché la questione non risiede tanto nelle cause quanto piuttosto, per andare più alla radice delle cose, nel modo con cui quelle cause vengono gestite. E dal momento che le cause dei mali dell’uomo sono da ricercarsi nell’uomo, come già sosteneva Karl Marx, per il quale“essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso”, dovremmo spostare l’attenzione non tanto e non solo su ciò che l’uomo produce, ma sul modo con cui lo fa, quindi su quella forma economia, il modo di produzione capitalistico, che nasce in Europa a partire dal XI secolo consolidandosi nell’intero Mondo dopo il crollo del Muro di Berlino e del comunismo.
Dopo la religione l’ economia si presenta oggi come la madre di tutte le ideologie, come principio e pensiero unico che domina su tutti i valori umani: l’universalismo del mercato come l’alfa e l’omega. Ma c’è una misura nelle cose e dunque anche nel capitalismo il cui limite è determinato dalle sue esternalità, dalla natura stessa. Sulle prime pagine dei testi di economia si legge che le “risorse sono scarse e i fini sono alternativi” e, dunque, è solo la volontà dell’uomo che può cambiare lo stato di cose presenti: ormai solo una rivoluzione potrà salvarci.
Dagli amici mi guardi Dio
L’unica cosa che mi sento di imputare a Ignazio Marino è l’ingenuità e bisogna pur dire che l’ingenuità è una grave mancanza in politica. Si deve però considerare che ingenuità e onestà sono cose che vanno spesso a braccetto e che persone che provengono dalla società civile non possono aver esperienza di tutte le trappole che vengono tese loro: dalla cooptazione, alla sorridente menzogna, al tradimento, fino al reato commesso alle spalle a suo nome. L’uomo onesto cerca di blindarsi come può fin dove riesce e cerca di intervenire su quello che gli sembra più importante, intervenire secondo le sue possibilità di spazio e di tempo ovvero l’essenziale, dimenticando a volte di non mettere le dita nel naso, non sospettando che la macchina del fango potrà farlo cadere anche su questo suo gesto. Negli stati Uniti presero Al Capone, il boss mafioso, per evasione fiscale, qui un uomo onesto per una bottiglia da 55 euro. Potremmo dire che non è la cosa in sé ma il modo. “Se mente su questo può mentire anche su altro”, dice di Marino l’avvocatessa del M5S, potenziale candidata sindaco di Roma (Dio ci salvi) all’Annunziata che la intervista in “In 1/2 ora”. Insomma si dubita della sua onestà intellettuale. Potrei rispondere che “non è la cosa in sé, ma la misura”, quel catametron che è la sola verità che una persona “onesta intellettualmente” deve saper valutare.
Rubare una mela è un gesto senz’altro disonesto, ma non è far parte di un’associazione a delinquere di stampo politico. Chi non comprende questo è un individuo socialmente pericoloso. Se poi non si tratta di un individuo, ma di un partito o di un movimento la pericolosità sociale diviene grave o gravissima. Senza avere misura si entra a far parte della macchina del fango, il comportamento più odioso della politica, di quel modo di far politica che si vorrebbe sovvertire. Gli avvoltoi, perché di avvoltoi si tratta, non aspettano che una mossa falsa per divorare il tuo cadavere, è gravissimo entrarne a far parte guardando solo alla propria parte.
Il comportamento del M5S in questo frangente è stato a dir poco odioso. Il che mi getta nello scoramento perché su questo movimento affidavo seriamente la possibilità di un cambiamento. Devo diversamente constatare che la loro mentalità è entrata a far parte di quella disonestà intellettuale che ritiene onesto solo ciò che personalmente ritiene onesto senza riguardo all’onestà degli altri e al loro modo di ritenere onesto ciò che è onesto. Piccole bugie le raccontiamo tutti magari anche a fin di bene, per non mentire mai e mentire a se stessi, bisognerebbe essere santi, per cui l’unica cosa che conta è la misura e la volontà di non giustificarci al fine di migliorarci. Non ho alcun dubbio che ciascuno di noi costelli di piccole menzogne la quotidianità, menzogne che possono anche lasciare il segno ed essere smascherate, ma nel nostro privato ad eccezione di noi non abbiamo potenti nemici e non siamo sotto tiro. Quando invece si assume una carica pubblica i nostri comportamenti sono messi alla berlina e dobbiamo badare a non offrire il fianco. Comprare senatori, corrompere a destra e a manca, farsi un harem privato e quant’altro viene ora messo sullo stesso piano dell’aver mentito alla suocera, viene messo sullo stesso piano da saccenti presuntuosi ragazzini dalla schiena diritta. Persone con indubbi grandi meriti, ma con la sindrome da primo della classe. Vergogna.
Un’altra sindrome, la sindrome Gabanelli (n.b. persona che stimo molto) non ha tuttavia impedito di far fuori Di Pietro, attaccarsi troppo alle regole spesso non fa onore alla giustizia. Non commetterò lo stesso errore. Il movimento 5stelle nel suo percorso ha spesso goduto della mia stima e penso ancora sia una valida alternativa al vecchio potere e al suo modo di far politica, gode in sostanza ancora della mia fiducia. Tuttavia non posso esimermi dall’osservare che in questa circostanza ha preso quella che si chiama una brutta china. Crescete e finite di fare le pulci. Solo la cultura ci salverà.
Narcisismo e amor sui
Ama il prossimo tuo come te stesso secondo il pensiero debole. A proposito del “narcisismo” nell’ultima puntata “Di martedì” Eugenio Scalfari in parziale difesa dello stesso così risponde a Giovanni Floris “un comandamento della Chiesa è ama il prossimo tuo come te stesso … questo significa che devi amare te per il 50% e per il 50% il prossimo … io che ho il privilegio di poter parlare con il Papa gli ho posto questo quesito e lui mi ha risposto: il prossimo di più”. Segue applauso.
Questo il pensiero di uno dei più autorevoli opinionisti del nostro tempo. Una risata sarebbe il commento più appropriato se non fosse che questo è livello di pensiero dei più che a questo applaudono. È necessario premettere che ho molta stima di personaggi come Scalfari che hanno speso la loro vita in difesa della democrazia con un atteggiamento sempre rigoroso, attento e critico verso il potere e la politica, offrendo spesso un giornalismo degno di questo nome. Tuttavia non ritengo che le sue convinzioni profonde ora confessate in tarda età siano dovute all’età. Intendo dire che le convinzioni più profonde, malgrado l’impegno speso nella vita, spesso poggiano frequentemente sulla superficie su fragili o fragilissime opinioni grazie a convinzioni o credenze assunte in giovane età e mai più riviste nel corso della vita. Mi permetto doverosamente di fare alcune osservazioni.
Per cultura e solo per cultura è necessario conoscere che quando chiesero a Cristo quale fosse dei Dieci Comandamenti quello che gli piaceva di più rispose “Nessuno di questi” e citò un passo della Bibbia nel quale è contenuta la famosa frase. Frase peraltro di Cristo e non della Chiesa.
Si osserva quindi per prima cosa che il dettame di Cristo non è uno dei Dieci Comandamenti. L’interpretazione vera di questo suo pensiero pretende un comprensione logica e un percorso spirituale.
A fondo di ogni mio pensiero ho trovato spesso una frase pronunciata da Cristo, si è sempre trattato di una speculazione estremamente complessa che ha seguito un filo logico che alla fine ha incontrato le sue parole.
Proverò ora io ad esprimere che cosa Cristo ha inteso. Compito assai arduo.
Per prima cosa faccio notare che in tutto ciò che Cristo ha detto il “comandamento” spinge verso la positività molto più che verso la negatività. Fare agli altri ciò che vuoi sia fatto a te e tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi, così come giudichi sarai giudicato, sono una buona base per iniziare. Il “comandamento” inizia con “ama” il primo significato è dunque l’amore. Ma qual è il modo giusto di amare? Fare agli altri quello che vuoi sia fatto a te risponde Cristo e non solo non fare agli alti quello che non vuoi sia fatto a te, così come inteso in una logica borghese dall’uomo comune, cosa che risulta limitativa e immiserente nei confronti della prima proposizione. Fare agli altri ciò che vuoi sia fatto a te significa immedesimarsi con l’altro e servire il prossimo con lo stesso impegno che hai per te stesso. Qual è per Cristo l’impegno che hai con te stesso? Amarti. Ben lontano da un’idea narcisista amarsi per Cristo prende il senso della purezza della tua anima. L’unico modo di amarsi è quello di essere puri.
Prendo a prestito la logica platonica per avviare un dialogo.
Platone. Come puoi amarti? Ti amerai se sei una cattiva persona o se sarai una buona?
Non capisco.
P. Ti amerai se sei in pace o in guerra con te stesso?
In pace ovviamente.
Pensi che una persona che mente agli altri e che poi mente anche a se stesso posa essere in pace con se stesso?
Assolutamente no.
P. Quindi una persona che non mente agli altri e neppure a se stesso la chiameremo buona, mentre un’altra che mente agli altri e anche a se stesso cattiva.
Naturalmente.
P. A questo daremo nome di onestà intellettuale. Riprendiamo la domanda “Ti amerai se sei una cattiva persona o se sarai una buona?
Adesso è chiaro. Ovviamente una buona Platone.
P. E una buona persona farà del bene o farà del male al prossimo?
Certo del bene.
P. E se tu sei una cattiva persona potrai fare del bene al prossimo?
Che dici? Assolutamente no.
P. Quindi potrai fare del bene al prossimo solo sei una buona persona ovvero se ti amerai.
Ben detto.
P. E quanto vorrai bene al prossimo?
Di nuovo non capisco.
P. Vorrai più bene essendo meno buono o il contrario?
Il contrario.
P. E cioè?
Vorrò più bene quanto più io sarò buono.
P. In che misura?
Tanto più quanto più.
P. E cioè?
Non capisco.
P. Ma benedetto figliuolo, tanto più quanto più significa in misura diversa o in misura uguale?
In misura uguale.
P. E allora non è evidente che quanto più ami il prossimo più ami te stesso e quanto più sarai buono più amerai il prossimo?
Sicuramente.
P. E in questa visone d’amore “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” non è già ricompresa e superata.
Naturalmente.
P. E ricorda: in virtù di questa uguaglianza tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi. Diversi cieli raggiunge in amore la nostra anima e così come giudichi sarai giudicato. La menzogna è la peste dell’anima. L’onestà dello spirito è quella luce interiore che ci conduce alla Verità. Ma di questo discuteremo ancora altrove …
Mi scuso e ringrazio Platone.
Non so a questo punto quanto sia riuscito a farmi intendere, il discorso andrebbe per certo approfondito e non solo per via logica, direi comunque superata una visione percentualistica della questione e anche, mi perdoni, la risposta di Papa Francesco che forse in quel “di più” ha solo voluto indicare a un miscredente una direzione. È probabile infatti che Francesco in quel “di più” abbia voluto aprire la strada a quell’umiltà del servire che caratterizza non solo la nostra religione.
Solo la cultura ci salverà.
Solo la filosofia ci salverà

L’ottima recensione di Massimo Cacciari all’ultimo e pregevole lavoro “Dike” di Emanuele Severino mi rincuora sullo stato della filosofia, oramai ridotta ad ancella della scienza, suscitando in me altrettanta “meraviglia” che mi porta a fare queste brevi considerazioni. Sebbene “eretico, Severino permane cristiano e come tale cerca di far rientrare la filosofia in questo ambito. E non solo nell’ambito del solo Cristo, ma dei problemi teologici che affannano la Chiesa pur dissentendone. La sua metafisica pretende l’eternità del tutto in un disegno divino chiamando diavolo il nichilismo e Dio la fede. La sua affermazione più sconvolgente è che il rimedio all’angoscia del nulla (Heidegger) che colpisce il “mortale””sia il pensiero che tutto è eterno, la cancellazione della fede nella morte: “Qui sta il fondamento necessario dell’errore stesso, consistente nella fede nella mortalità di ciò che è”.
Tutt’altro che banale, qui si vola alto. Si chiami fede o fiducia esistenziale, mostra un agire che pretende una tradizione, una continuazione post mortem. Nel Prometeo incatenato Eschilo fa dire a Prometeo in risposta a Hermes che gli chiede che cosa pensa di aver dato agli uomini rubando il fuoco agli dei “Era sbarrato l’occhio ai mortali all’ora fatale, questa scintilla artefice di molti mestieri e un opaco sperare”.. L’”occhio sbarrato di fronte alla morte” porta con sé il nichilismo mentre questo “opaco sperare” ha il merito di non concludere il discorso con la morte e un agire non solo come voleva Heidegger in funzione della fuga dalla morte, ma un agire che ha a cuore le generazioni future e con esse il Destino. Il discorso di Severino sulla fede nell’eternità di ogni essente in chiara contraddizione con la resurrezione cattolica è sicuramente di ampio respiro e più fedele al dettame di Cristo.
La mia visione è però diversa. Quanto asserito che non mi trova in disaccordo deve però essere inquadrato più estensivamente in una visione più globale che tenga conto dell’apparire delle emergenze che rileggono di volta in volta l’esserci.
Un discorso per cui lo Spirito si disvela sempre diversamente offrendo all’ente che si astrae una maggiore partecipazione. Per Severino gli enti paiono essere manifestazioni di Dio in un disegno predeterminato e immutabile. Ogni categoria è immutabile e immutabili sono le “figure”, l’uomo nell’esserci è sempre lo stesso. Nella mia visone laddove Severino vede una linea io vedo una spirale.
Lo Spirito muore di una morte totale, si “sacrifica” dando alla luce la materia e nella materia progressivamente si “inluia” fino a che con salti ontologici, ma senza soluzione di continuità, l’esserci è sempre differente e partecipa via via maggiormente dello Spirito. Agisce da fuori non come creatore, ma come attrattore lasciando all’essente la possibilità di redimersi. Chiama a sé senza intervenire con la verità, col bello e col buono. Detto altrimenti noi dobbiamo fare la Volontà di Dio, ma Dio può fare solo la nostra volontà.
Del resto però non posso negare che la fysis, la forza della natura naturans, non possa essere quel “meno di niente” (Slavoj Žižek) che nessuna scienza, come dice Severino, potrà mai scoprire. Se si pensa al superamento del principio di non contraddizione possiamo ipotizzare che l’essere sia l’una e l’altra: l’essenza degli enti nel divenire (movimento) e la Divina Essenza (immobilità che attrae). Conciliando in tal modo l’aporia tra essere e divenire. La Fenomenologia Evolutiva dello Spirito è una nuova avventura a cui la filosofia non è ancora pervenuta.
Dobbiamo diffidare degli -ismi.
Nell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.
Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.
Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.
A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.
Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.
Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.
Date a Cesare quel che è di Cesare
Sono stupito dall’insipienza con cui innumerevoli autori trattano il problema della scienza. Si rivolgono perlopiù contro chi “pretende di mettere in discussione ogni singolo elemento della realtà” (Carlo Rovelli) né è in discussione che la scienza sia “la stella polare orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani” (Silvia Bencivelli), Big Science. Giuste tutte le rivendicazioni di contro a qualsiasi spazzatura new age, nonché omeopatia, diete vegane, erbe curative, cure miracolose, rifiuto dei vaccini etc… ignoranza scientifica diffusa, per cui, per esempio, si fa molta fatica a capire che cosa significhi davvero il nesso causa-effetto (Garattini), asserire tuttavia che “Siamo l’insieme delle nostre connessioni, delle nostre architetture neuronali costantemente in trasformazione, o più esattamente dei nostri flussi di informazione. Siamo, insomma, il nostro connettoma” (Alessandro Rossi) o “il tessuto del pensiero che si identifica e coincide con il tessuto della carne” (Sossio Giametta) sono vere e proprie bestemmie contro la ragione.
La scienza “corrobora” ovvero avanza in teorie sempre più validate e spazza via tutte le opinioni che fantasticano laddove la scienza ha già detto, opinioni a cui ci si può riferire solo come ignoranza. Tuttavia Popper ha detto che “Tutto ciò che non è falsificabile non rientra nella scienza” : non ha mai asserito l’inesistenza di verità non scientifiche né tantomeno che solo quello che è asserito dalla scienza è vero. La filosofia non è un’ancella dell’epistemologia ne tantomeno della cibernetica. Quando Einstein si diceva meravigliato che l’universo fosse comprensibile avrebbe potuto con una ulteriore riflessione meravigliarsi di se stesso che lo comprendeva. Questo rivolgersi all’io lo avrebbe avviato al pensiero filosofico.
L’io è un’avventura in fieri. L’io infatti da quando la vita è cominciata su questo infinitesimale pianeta non è mai stata la stessa. Con la vita e solo da allora è apparso un dentro e un fuori, con la vita è nato il soggetto e l’oggetto. L’universo esiste da 13 milardi e mezzo di anni. Ma esisteva per chi? L’esistenza dell’universo bruto prima di allora era senza senso in quanto non esisteva il soggetto per cui esistere. Il soggetto è nato e il soggetto è stato il Senso. Incredibilmente è venuto alla luce quel “chi” per cui è stato dato un senso all’esistenza. Uno spirito in nuce miliardi di anni fa andava accumulando dentro informazioni che venivano dal fuori e quelle informazioni erano tutta la sua realtà. A che scopo? Per esistere, riprodursi e migliorare. Che cosa migliorare? Aumentare in numero e qualità le informazioni ricevute. Non è forse questo “aumentare” la stessa conoscenza?
E dove pervenivano queste informazioni? Ad un centro unico che fondava su di sé lo spirito della conoscenza. L’individuazione che fa di ogni essere esistenziale una creatura capace di soffrire o gioire è l’evento più formidabile dell’universo da quando l’universo è esistito. In questo gioire o soffrire la sua essenza.
Niente del genere era mai esistito. Ogni essere esistenziale è individuato e in quanto individuato possiede una propria recettività e una propria sensibilità. Questo sentire giunge all’unico io che presiede alla coscienza. Dalle tassie, agli istinti, alle passioni, ai sentimenti tempo eterno è di mezzo (la vita nasce 4,4 miliardi di anni fa) con un graduale accrescimento dei gradi di libertà tutti riconducibili alla coscienza di quell’unico io di cui siamo dotati. L’io dunque nel modo di essere o di esserci subisce nell’evoluzione continue trasformazioni che lo portano a diversi gradi di coscienza per nuove realtà che altro non possono essere se non quelle che alla coscienza di ogni singolo giungono.Il modo di esserci quindi è identificato con il grado di coscienza raggiunto e così la sua realtà. Una realtà che da biologica traligna in culturale, una realtà che si appella alla coscienza e alla morale, una realtà che riguarda unicamente il mondo interno venuto in essere e in nulla riguarda il mondo esterno, la materia e l’energia. Né i quanti né i neuroni sono capaci di morale.
Ed ecco allora esistere due verità, una riguardante la materia (il mondo esterno) corpo compreso (cervello) e un altro mondo che riguarda la verità filosofica e la verità morale: l’etica e l’estetica. Gli scienziati si possono esprimere in modo morale, etico o estetico la scienza giammai! L’insussistenza di uno senza l’altro non significa in nulla la sua unicità: si tratta di un due indiviso e indivisibile. Il dualismo non è un opinione, ma un fatto.
L’esserci comporta la sua emozione, la felicità o infelicità dell’esistenza con tutte le infinite sfumature delle passioni e dei sentimenti dalla pulsione istintuale fino all’impulso artistico. A questa felicità è ora più che mai legato il Senso. Un senso in fieri che fonda se stesso in ogni nuova emergenza civile ed umana corroborando come la scienza fa, verità morali e filosofiche di contro al becero relativismo ancora imperante, si tratti di fede o di fiducia esistenziale. L’oceano del Pathos è più grande e inesplorato del mare della Scienza ed è la ragione della nostra esistenza perché della nostra esistenza è il Senso.
Queste “banali” verità rimangono ancora velate da fantasticherie new age e dal neo-oscurantismo illuminista. Non del tutto a torto quindi l’illuminismo vien “bollato come responsabile del dispotismo della ragione strumentale” (Carlo Augusto Aviano sostiene il contrario). Il “connettoma” (Alessandro Rossi) al più si potrebbe dire di un tumore del tessuto connettivo, ma per certo non connette. Solo la cultura ci salverà.
La Grexit sulle scale di Escher
Oggi ci si arrovella sul destino della Grecia, rea di aver vissuto, dopo la fine della dittatura dei colonnelli nel 1974 e l’entrata nell’UE nel 1981, al di sopra delle proprie reali disponibilità finanziarie ed economiche con il distratto beneplacito dei paesi europei: dentro o fuori dall’euro? dentro o fuori dall’Europa? Gli economisti si interrogano su cosa significhi uscire dalla moneta unica europea, calcolandone costi e benefici, mentre i politici riscoprono la sovranità nazionale, alcuni con l’afflato democratico per la sovranità popolare. Ma se l’uscita dall’euro è controversa, l’uscita dall’Europa cosa significa?
Il fatto è che tutte le espressioni usate aventi la UE come soggetto sono petizioni di principio in quanto presuppongono l’esistenza di un’istituzione la cui esistenza dovrebbe invece essere dimostrata. A questa infondatezza logica si aggiunge quindi il paradosso dell’euro, presentato a partire dalla sua costituzione nel 1999 con entusiasmo quale fondamento dell’Europa e che con la crisi economica del 2008 ha mostrato al mondo la sua vulnerabilità : una moneta unica con una banca centrale, ma senza una tesoreria comune. Per tutti quegli anni i ministri delle finanze di turno negli Stati europei, in particolare dopo il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, avevano dichiarato che non sarebbe stato permesso a nessuna istituzione finanziaria europea di fallire. Questa convinzione ha permesso alla Cancelliera Angela Merkel, sensibile all’indisponibilità dei tedeschi dopo la loro costosa riunificazione promossa da Helmut Kohl, di insistere sul fatto che la responsabilità di un eventuale fallimento sarebbe ricaduta sul singolo paese, separatamente dagli altri in ossequio al mercatismo, e non sulla collettività della UE.
A partire dal 2008 scese la notte sull’Europa e l’incalzare della crisi economica, cui seguì inesorabilmente quella politica, oscurò il fallimento del tentativo di redigere cinque anni prima una Costituzione europea, sicché la UE si trovò ad affrontare ben cinque situazioni critiche: la Russia, l’Ucraina, la Grecia, l’immigrazione e, ultimo ma non meno importante, l’incombente referendum britannico sulla permanenza in Europa. Se consideriamo la politica estera europea, se ne ammettiamo l’esistenza, i fatti sono ancora più surreali: una UE che, dopo la caduta del muro di Berlino, non cerca di portare nella propria unione la Russia, che è di cultura europea, che però accetta e sostiene la candidatura della Turchia, che non è di cultura europea, e che dopo aver abbandonato definitivamente nel 2009 il progetto velleitario di una Costituzione per l’Europa ora spinge la Grecia, che è la culla della cultura europea, fuori dall’euro con il rischio di consegnarla nelle mani della Russia. Tutto questo mentre USA e Cina si fronteggiano, anche militarmente, nel centro Africa, nei mari orientali del continente asiatico e mentre la Nato dispiega ingenti forze militari nelle più grandi manovre finora eseguite ai confini con la Russia.
Nello scenario internazionale così tratteggiato la domanda che ci poniamo, fatti i debiti mutamenti, è quella di un secolo fa: il Partenone brucia? In questi giorni che precedono il referendum voluto da Tzipras appare evidente la volontà da parte della Troika, in particolare la Germania, di voler trattare con un diverso governo greco guidato da un leader più affidabile e pare quasi che la Cancelliera Merkel abbia assunto il ruolo che fu di Catone il censore: Atene delenda est.
Ma l’entrata in scena di Barak Obama coi suoi diretti rapporti con la Germania della Merkel, economicamente forse troppo legata alla Cina e alla Russia, dovrebbe avvertirci che sono in gioco ben altri destini che quello del popolo greco. Una possibile alleanza, sebbene di convenienza, della Grecia con la Russia, una volta che la Grecia uscisse dall’Euro, risulterebbe nello scacchiere europeo già compromesso dalla crisi in Ucraina e dalle mire espansionistiche di Putin strategicamente nefasta per la una nuova “Yalta” (incontri tra Obama e Xi Jinping previsti a settembre) che USA e Cina con le pretese della Russia intendono perseguire sul piano economico, finanziario e militare su scala planetaria.
Cosa rimane di quel “pensare globalmente e agire localmente” che non molti anni fa voleva ispirare le visioni politiche, intese come visioni dell’interesse lontano? Sempre più frequentemente analisti e consulenti di fondazioni di alto rango mondiale parlano apertamente di un reale rischio di una Terza Guerra Mondiale, rischio ancora sotto controllo, come le demolizioni controllate degli edifici, tramite l’innesco e il controllo di conflitti locali su scala globale, mentre la rimozione della realtà domina l’informazione massmediatica, disorientata ed impaurita, impegnata ad inseguire le singole e locali manifestazioni di una crisi internazionale.
Tutto questo richiama quell’allegoria dell’omino chinato in mezzo ad una strada a raccogliere una moneta da 5 cent, senza accorgersi che un Tir lo sta travolgendo. Tutto questo, se non viene al più presto considerato e trattato pubblicamente dalla politica di tutti i Paesi europei, ci sta drammaticamente portando alla condizione in cui si imporrà la necessità di difendere la democrazia, piuttosto che praticarla.
L’€uropa che non c’è
Una massaia, brava donna, mi ha detto“Quando c’era la lira un chilo di fagiolini costava 1500 lire ora ne costa 2700, usciamo dall’euro”. Sic! Chiaramente 2700 lire sono intese 2,7 euro. Che rispondere? Davanti all’ignoranza solo il silenzio. Eppure la buona massaia rientra nella categoria di coloro che provano a ragionare, per gli altri schierarsi senza pensare, la maggioranza, rimane l’attività principale. Un’Europa, che per inciso non esiste, viene sbandierata come l’amico o il possibile nemico, e raccoglie assensi o dissensi sulla base di sì solidi simili ragionamenti. Su solidi fantasmi creati dai media e dagli schieramenti politici, ci si orienta per avere un’opinione. Il percepito prevale sul reale. La disinformazione domina l’essente. Né chi è più informato dimostra per questo di saper ragionare. Dice un amico “quando ragionano è peggio”. Non v’è dubbio. E non solo tra il popolo. Consultare il popolo per una decisione che condiziona il futuro di una nazione senza averlo a fondo informato e solo dopo essere sicuri di essere stati ascoltati e compresi, può essere uno scaricabarile strumentalizzante e persino criminale.
Il referendum greco rischia di veder votare “né” solo grazie alla paura e non certo per adesione ad un pacchetto di cui non sanno nulla e che comprano a scatola chiusa da austeri usurai. Chi voterà “oxi” voterà no per dignità, ma soggetto alla stessa paura.
In un caso o nell’altro il popolo è spacciato. Spremeranno altro sangue a una rapa ormai esangue o l’avventura. In un caso o nell’altro il futuro della Grecia in termini di sofferenza popolare sembra segnato.
Egoisticamente le nazioni europee sperano nella vittoria del “sì”che ridarebbe fiducia ai Mercati, mette tutti al riparo dal vedersi negare il prestito e dal dovere essere il prossimo ad affrontare in prima persona la china. Abbandonando il popolo Greco al suo destino tutte le nazioni si sentirebbero per ora al riparo. Un’Europa politica con un’unica moneta, un’unica fiscalità, un unico contratto di lavoro, un unico welfare etc … è impensabile. L’Europa politicamente non esiste e non esistono più neppure le sovranità nazionali, l’unico dominio è il turbo capitalismo, la congiura di Nessuno, il Mercato. L’Usura.
La Grecia dei 350 miliardi avuti in prestito ha dovuto restituirne 320 in interessi saliti al 18%, in cinque anni. Chiaramente il cittadino che si trova in difficoltà economica quando le banche si rifiutano di dare credito si vede costretto a rivolgersi agli usurai con il ben noto meccanismo che porta a chiedere altri prestiti e ad aumentare l’usura a cascata. Anche gli stati sono soggetti ad usura. L’offerta di maggiori interessi da parte di uno stato è il solo modo per ottenere prestiti e favorisce di conseguenza la speculazione che lo dissangua. Questo meccanismo detto di “libero mercato” soffoca e uccide le economie più deboli che come sotto gli occhi di tutti malgrado le cosidette riforme strutturali continuano ad arrancare e aumentare il debito. Detto in parole povere il nemico non è la Germania o l’inesistente Europa, il nemico è il turbo capitalismo, il capitalismo d’usura, la Finanza che impoverisce l’economia e toglie sovranità agli Stati.
Alla fonte di tutto questo ci sta una questione semplicissima: ha il potere chi controlla il denaro e i suoi flussi. Lasciare il controllo al “libero mercato”, alla congiura di Nessuno, significa rendere schiavi i popoli e continuare ad accrescere le disuguaglianze. Una guerra è ben possibile. Ma non solo al potere sono attribuibili tutte le colpe. Complice del potere sono la paura e l’ignoranza. Paura e ignoranza sono il terreno fertile per i Mercati. Forse abbiamo un problema culturale.
Lunga promessa con l’attender corto / ti farà trïunfar ne l’alto seggio, così Guido da Montefeltro, XXVII Inferno, Dante. Correva l’anno 1300, sette secoli fa. Questa banalità, la lunga promessa che affida il potere a illusionisti, capipopolo, imbonitori, economisti etc … dovrebbe essere accolta dal popolo con un “Buuh, buffone, chi vuoi prendere in giro”. Eppure buffoni con promesse di un milione posti di lavoro, ciarlatani di ogni genere e fazione con il loro “abbassiamo le tasse”, tecnici inamidati del pensiero unico fedeli all’ideologia di Mercato, volpacchiotti in erba con promesse di cambiamento, di riforme, di futuro, hanno fatto e fanno tuttora storia nel nostro paese. Grazie a che? Grazie al pensiero debole e a un basso sentire. Ministri che pensano alla Divina Commedia come ad un improbabile panino hanno dominato per un ventennio la politica e anche la cultura, il che significa che la cultura in seno al popolo, e non solo, di questo paese è arretrata di 700 anni rispetto alla cultura di un uomo vissuto settecento anni fa.
Di contro l’undicesimo comandamento “fatti i fatti tuoi” rimane il più seguito dai tempi di Wilma e la clava. La furbizia vecchia di millenni domina ancora sull’intelligenza nuova venuta, soprattutto in seno al popolo e ancora non si comprende il suo diretto legame con la corruzione. Chi è furbo è ladro. Abbiamo un problema culturale?
Lunga promessa con l’attender corto … assolver non si può chi non si pente… sono cose da insegnare a partire dalle elementari e ripetere nei successivi studi finché ciò che deve essere sia: è il compito principe di una società che si vuole civile di contro a ogni populismo. Avere ragione non significa in nulla ragionare, chi ha ragione, chi è dalla parte della ragione, non è detto che ragioni. L’oppresso può a buon vedere essere peggiore dell’oppressore e se interroghiamo il popolo per trovare nel popolo ragione troveremo solo miseria. Prima della ragione ci deve essere coscienza e autocoscienza. Diversamente quello che troveremo è la verità della miseria. Miseria economica quanto culturale. Temo la regressione più di quanto tema la recessione. La barbarie non viene dalla recessione economica, ma dalla perdita dei valori morali. Il declino può ben cominciare con una crisi, ma il suo senso più profondo è la paura e l’ignoranza che immeschiniscono gli animi.
L’arretratezza culturale di un popolo è indice diretto della democrazia. La cultura di un popolo è la sua democrazia.
Tutti leggono la storia solo da un lato, solo dal lato del potere ritenendo che solo chi è al potere faccia la storia. Questa becera convinzione trascura totalmente l’altro lato, l’antitesi storica che poggia sulla cultura, sulla cultura del popolo. Sono possibili sul lato del potere solo quei regimi che la cultura del popolo permette. Il potere in mano al popolo è la Cultura. Dittature nelle culture tribali e democrazie solo in virtù della cultura popolare. Tirannie, dittature, oligarchie, monarchie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, democrazie segnano per livelli differenti il cammino dell’umanità sempre in dipendenza della cultura del popolo. I cambiamenti avvengono solo quando il popolo è pronto e solo la cultrura del popolo segna la civiltà. Le rivoluzioni falliscono e sono inevitabilmente destinate a fallire in diretta dipendenza della cultura del popolo. Un popolo di bestie pretende una dittatura.
Dunque la variabile indipendente non è il potere, ma il popolo e solo il popolo nel grado di cultura raggiunto. E su questa in democrazia si deve agire. Infatti “democrazia” non significa in nulla fare la volontà del popolo, ma fare ciò che è meglio per il popolo e il meglio per il popolo è accrescere la sua cultura perché solo la cultura permette la convivenza tra persone civili. Gli uomini non sono uguali, i popoli non sono uguali. Compete a ciascuno un diverso grado di maturazione nella misura e nel modo. Questa inoppugnabile verità pesi sulla coscienza di ciascuno come un mirabile pregiudizio, pregiudizio cui tutti siamo tenuti e di cui dobbiamo avere coscienza prima che ci colpisca alle spalle. Esistono popoli più civili e popoli più arretrati, non possiamo nascondercelo. Che i popoli più civili sfruttino i popoli più arretrati è un’infamia. La civiltà infatti aborre lo sfruttamento. Questo fa parte delle antinomie in seno al primo mondo. Fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te rimane un precetto morale imprescindibile per il progresso e la civiltà. Ma se l’uguaglianza è l’utopia verso cui mirare è necessario per ora fotografare l’essente per come l’essente si presenta senza alcuna propensione ideologica: l’ignoranza in seno al popolo è il nemico. L’ignoranza va combattuta ovunque in ogni individuo e in ogni popolo. Nego il rispetto di tradizioni che non rispettano l’uomo. Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie.
Quando il “noto” nell’individuo e la “tradizione” nel popolo sono di impedimento alla convivenza civile, vanno combattuti, civilmente combattuti con l’educazione.
Ditemi or per voi se avete fior d’ingegno quanto sia mai stato fatto da parte di chicchessia, governo o opposizioni per agire sulla mentalità del popolo, sulla Cultura. La Cultura non è in nessun programma di nessun partito. Oscenamente di contro si sfrutta l’ignoranza in seno al popolo facendo leva sui suoi sentimenti più bassi per trovare consenso e ottenere il potere. Guerra fra poveri? Ben venga! Divide et impera. Troviamo un capro espiatorio e tutti uniti nella palude stigia. Ciascuno sia lasciato solo. Il pensiero è solo economico, ma solo la cultura ci salverà.
Verità e realtà
Quando una cosa ci appare reale noi la diciamo vera. Vero è ciò che è conforme alla realtà.
Come sempre ciò che ovvio ci appare anche banale. Tra vero e reale pare dunque esserci un identità. Se così fosse i due termini dovrebbero essere interscambiabili ovvero sinonimi. Ma così non è. Di una proposizione noi diciamo che è vera o è falsa, non diciamo che è reale. Di un corpo diciamo che è vero o reale quando cade sotto i sensi. Nel concetto di verità c’è comunque qualcosa che si lega indissolubilmente allo spirito. Solo lo spirito è capace di giudizio. Di tutte le creature di questo mondo per l’uomo e solo per l’uomo una cosa può essere vera. La verità quindi è un esistenziale venuto in essere solo con lo spirito umano. Questo venire in essere significa che ha assunto realtà. La verità è una realtà dello spirito.
Quando affermiamo che “L’universo è esistito da miliardi di anni” intendiamo dire che la realtà dell’universo è da sempre, a prescindere dall’esistenza umana. Tuttavia l’esistenza dell’universo a prescindere da un recipiente è cosa senza senso. Per chi esisteva? Incredibilmente a un certo punto è venuto in essere quel chi per cui esistere. Con differente intendimento possiamo quindi affermare che l’universo è esistito solo da quando esiste la vita, la vita intesa come il recipiente, colei per la quale l’universo ha diritto ad esistere, da quando cioè è esistito un dentro e un fuori, da quando è esistito il soggetto che ha posto l’universo come oggetto, e che nel porre l’universo come oggetto ha donato all’universo il senso, la ragione della sua esistenza.
La verità dell’universo si pone di conseguenza nel suo senso, nel senso che si è venuto a costituire. Un senso in crescita, un senso in fieri che si fonda sull’evoluzione dello spirito, un universo che tanto più è quanto più lo spirito si evolve. Questo processo che allontana lo spirito dalla materia dando vita ad un mondo interiore ha nome di astrazione. Lo spirito si va astraendo dalla materia. Nella sua evoluzione lo spirito fonda viepiù il senso e con il senso arriverà la verità. Il sorgere della coscienza e il sorgere del senso, è il sorgere anche dell’esistenza del tutto, il sorgere della realtà. La realtà di conseguenza si disvela solo alla luce della coscienza e solo alla sua luce può dirsi reale, vera ed esistente. La vita alla sua apparizione ancora non dona senso nel senso che la coscienza dona.
Ora la coscienza dona senso e forma alla realtà e il suo modo di dare un senso è dirla vera. La verità è il ponte tra il mondo reale (esterno) e la coscienza. La verità è ora anche il ponte tra coscienza (realtà interna) e il sé. La realtà con l’avvento della coscienza si differenzia in due ambiti ben separati la realtà fenomenica sensibile (esterna) oggetto della scienza e la realtà metafisica soprasensibile (interna) oggetto della filosofia.
Monismo, materialismo e relativismo sono solo pseudo dottrine che si fondano sull’ideologia, una forzatura intellettuale che distorce la realtà negando la verità.
La realtà che prima era solo materia bruta ora si compone di un’altra realtà, la realtà dello spirito che fonda nella verità il proprio essere. Lo spirito conosce solo per verità. La verità diviene dunque il metodo d’indagine della realtà, non solo di quella esterna della materia ma anche di quella interna dello spirito. La realtà interna dello spirito è in sé e per sé il metodo d’indagine della realtà secondo verità. La verità è dunque lo strumento per la conoscenza e diviene al tempo stesso l’oggetto della conoscenza. La realtà dello spirito è nella sua verità. La realtà dello spirito, per quanto possa essere grande l’universo, è la realtà più vera. Per l’uomo, ovvero per la coscienza più evoluta nell’universo, nulla è più concreto che lo spirito stesso.
Si distinguono di conseguenza una realtà del mondo esterno, una realtà del mondo interno, un mondo in cui l’io pone il non-io e un mondo in cui l’io pone l’io come oggetto.
Ciò che comunemente chiamiamo realtà pone l’oggetto all’esterno della coscienza verso quello che abbiamo davanti, e cerchiamo la concretezza in ciò che soddisfa gli appetiti e i sensi. Non visto lo spirito, ovvero noi nella nostra massima concreta esistente realtà, opera sempre in avanti senza riflettere, chiamando reali le cose davanti. La verità, pur indossata, rimane nascosta per così dire “alle spalle”e verità e realtà si confondono. La fuga verso la vita nasconde l’Io. L’Io è l’abisso più profondo, ne facciamo quotidianamente uso, ma non lo conosciamo. Quando spremo tutto del cervello saremo ancora agli inizi.
Di un oggetto diciamo che è vero intendendo che è reale, e non diciamo che è vero a meno che non ci riferiamo alla sua sussistenza, all’esistenza della cosa in sé nella sua concretezza o autenticità. La verità in quanto concreta realtà dello spirito, implica sempre qualcosa che riguarda il rapporto e il giudizio. Ciò che è è l’ente e l’ess-ente è tutto ciò che è. Sia nella fattispecie della materia che in quella più concreta dello spirito. L’invisibile è più potente del visibile.
Su questo pianeta ad essere non sono solo le cose, ma anche la vita e la vita per l’essere esistenziale Homo è il pensiero e al di là da quello l’emozione che lo sostiene. Quindi qui e ora l’essente comprende sia il mondo fenomenico della materia che il mondo fenomenologico dello spirito. Questi due mondi vivono in uno, ma sono totalmente separati. La distinzione è assoluta. Uno è il mondo esterno e riguarda le cose sensibili, l’altro è il mondo interno e riguarda le cose sovrasensibili. Il nostro corpo beninteso è esterno, rimane quindi chiaro che per mondo interno non può essere inteso neppure il nostro cervello.
Dell’uno mondo si occupa la scienza, dell’altro la metafisica. La metafisica è in essere un’eternità di tempo prima di essere dottrina per la filosofia, esiste nel positum da quando esiste la vita. Ogni vivente porta con se lo spirito. Ogni essere esistenziale vive e sussiste nella dimensione metafisica. Noi e il nostro gatto viviamo in questa dimensione. Sin dall’inizio della vita la cosidetta realtà è divenuta duplice partecipazione di mondo interno e mondo esterno, di spirito e materia, di soggetto e oggetto. Per quanto incorporeo lo spirito vive in uno nella materia, lo spirito è letteralmente in carne e ossa. Per chi può comprendere è il miracolo stesso della transustanziazione che si compie anziché all’istante, in miliardi di anni mediante l’evoluzione. Da allora, dalla nascita della coscienza, allo spirito compete verità così come alla materia competeva la sola realtà.
Ma la verità venuta in essere esprime in sé una nuova fino ad allora sconosciuta realtà: la Realtà dello spirito.
Dunque anche lo spirito è reale e in quanto reale è un ente. Tutti gli enti concreti o astratti che siano, sono reali. Sia lo spirito che la materia godono di realtà. Lo spirito anzi è per così dire molto più reale della materia perché attribuisce alla materia la sua realtà. L’universo era, ma non esisteva prima che ci fosse quel quid per cui esistere. Quel quid si chiama vita. La vita si chiama soggetto che pone l’oggetto, prima del soggetto non esiste neppure l’oggetto, dire oggetto è privo di senso, solo il soggetto porta con sé il senso. La vita dà senso all’essente. Con la vita lo spirito, con lo spirito ancora miliardi di anni di evoluzione e prende senso un esistenziale come la verità, con lo spirito umano la verità che dice vero ciò che è reale. Il reale assume senso e verità con lo spirito. Allo stesso tempo è lo spirito stesso che assume realtà, assume realtà astraendosi dalla materia, in un crescendo evolutivo che fonda sempre più nella cultura la propria essenza. Con ciò è la verità stessa a nutrirsi e a crescere. La verità acquisisce senso e realtà dicendo vere le cose della materia e vere le cose dello spirito.
La verità c’è. Ma la verità non è un ente. Ogni ente sensibile o soprasensibile che sia, è in carne e ossa. La verità non è in carne ed ossa. La verità non possiede realtà sua propria essenza è indissolubilmente legata allo spirito. La sua storia è la storia evolutiva dal singolo all’universale e dall’universale all’assoluto. Sarà raccontata un’altra volta.
La campanella suona per il cambio dell’ora
Stimolato dall’articolo “Per chi suona la campanella” non perdo certo l’occasione per aprire una via per rispondere alle domande che lì vengono poste: qual è il prodotto dell’istruzione? qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla? Io tuttavia le riformulo con: “a che l’istruzione?” Quella “a”, che nella sua proposizione più estensiva e originaria non può che rifarsi alla koiné (termine che viene utilizzato in generale per indicare la versione accettata uniformemente su vasta scala di una lingua in contrapposizione alle varianti locali); in modo altrimenti estensivo, considerato nell’accezione di “parlare la stessa lingua”, esso può essere inteso come “l’intendersi”, e non c’è altro modo di intendersi se non sul bene comune. La koinè dunque rappresenta il bene comune. L’istruzione deve essere intesa come tesa al bene comune. Il bene comune è il bene di tutti e il bene di tutti non tollera varianti locali né tantomeno varianti parziali.
Una visione aziendale della scuola non è solo sbagliata, è una bestemmia, un’eresia, un maledetto imbroglio. Favorisce il pensiero unico nella sola visione economicista del progresso sociale che subordina l’uomo alla Tecnica, al Mercato. Alienazione e reificazione sono alle porte, il degrado culturale è incrementato da pseudo riforme verso cui è doveroso indignarsi. Ma la coscienza anche del corpo docente è bassa e i motivi della loro indignazione sono per lo più fuori bersaglio e spesso anche corporativi. Si chiamano a fare i docenti persone che terminato il corso di studi e vinto un concorso vanno ad insegnare. Vanno a insegnare senza alcuna preparazione all’insegnamento nella presunzione che chi sa sia anche in grado di trasmettere quanto appreso. Si chiamano insegnanti di conseguenza persone la cui capacità all’insegnamento è presunta dalla sola conoscenza della materia. Sono coloro che chiamo i “relata refero”, quello che ho appreso riferisco. Questa presunzione non è solo sbagliata, è demenziale. E si fa questo da sempre perché sempre così è stato e non si sa che altro fare.
Ebbene la conoscenza della materia è solo il primo passo verso l’insegnamento, manca ancora in toto lo spirito. Un principio deve essere chiaro e chiaro a tutti: chi studia non studia per sé, studia per tutti. Studia per il bene comune. Questo principio dovrebbe essere di tutti da sempre. Questo principio dalle elementari all’università è ignorato da tutti, dagli studenti come dai docenti, come dai politici, come dai giornali.
Ciò di cui la società ha bisogno è di una scuola che educhi al servizio di questo principio: si studia per il bene e nell’interesse di tutti. Che dire allora delle scuole private?
Un altro fondamentale principio è che la scuola ha necessità di produrre il maggior numero possibile di gente preparata, cosa per cui: la scuola non serve a selezionare ma ad educare ovvero selezionare quanto meno possibile ed educare quanto più possibile.
Rimane evidente che nell’impegno per il bene comune occorre avviare nei discenti una progressione dello spirito, una progressione in spirito proporzionale all’età. Ogni studente inoltre si differenzia per personalità, carattere ed educazione. Necessita di conseguenza un corpo docente preparato a questo scopo. Pare ovvio che oltre alla laurea ogni insegnante debba ricevere un’adeguata educazione psicologica e filosofica ed sia sottoposto ad un esame clinico volto a valutare possibili disturbi della personalità, debba comunque essere valutato prima di essere inserito nell’insegnamento. Allo scopo personalmente ritengo che per ogni disciplina debba corrispondere un corso di laurea volto specificamente all’insegnamento in modo separato dal normale corso della facoltà.
Molti insegnanti ancora oggi si valutano e auto valutano in base alla sola conoscenza della materia, cosa di per sé lodevole ma assolutamente insufficiente e a volte anche controproducente se la loro volontà non è quella di trasmettere il più possibile quell’amore che per la materia che i docenti dovrebbero nutrire. Amore che si mostra solo nel modo in cui un docente sa motivare. La maggior parte degli insegnati ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalle mie personali esperienze, fa odiare, rende invisa, o perlomeno non fa amare la materia che insegna. Ancora confondono la persona con il ruolo e da ultimo non fanno amare la scuola. Non fanno amare il sapere, non fanno amare la conoscenza; la sapienza mal digerita rimarrà invisa per tutta la vita. In media gli Italiani non leggono neppure un libro all’anno e questo è indubitabilmente merito della scuola. Tanto li ha nauseati e poco motivati che di leggere non ne vogliono più sapere. Studiano tutti solo per sé, per quello che serve e per quello che basta.
Il degrado culturale prodotto dalla scuola durante il berlusconismo nell’abbassamento dei valori culturali è stato devastante e ora con la crisi e la pseudo-riforma di Renzi, rischia di precipitare. Fare amare la scuola è la cosa migliore che un insegnante possa fare. Compito difficile, difficilissimo. Ma fare amare la cultura è e deve essere sempre e con ogni mezzo per ogni magister il fine. La scuola non può essere un ripiego, chi non ha amore per l’insegnamento deve essere cacciato, non deve insegnare. Nessuna materia è arida se si riesce a far comprendere il fine. Il fine è la crescita dello spirito nella prospettiva del bene comune. Quanto siamo lontani da tutto questo?
Corsi di formazione psicologica e filosofica in specifici corsi di laurea per aspiranti docenti, con tanto di esame per la valutazione di idoneità all’insegnamento presso psicologi, filosofi, analisti, psichiatri sono per me imprescindibili per qualsiasi disciplina. Per insegnare non ci si può improvvisare, a insegnare si impara. Questa sarebbe una riforma della scuola! e non chiudere i cancelli dopo che le vacche sono scappate. Dopo, merito e valutazione sono peggio che vuote parole. Come si può pensare di trovare criteri nell’anarchia? Il giudizio sugli insegnati deve essere dato prima, dopo è solo sterile, inutile, controproducente confusione e chiacchiera. E nella confusione come è noto regna il malaffare.
Per realismo: “ma ormai le vacche sono scappate!” Ho capito, ho capito da sempre, ma come invece far capire che le vacche sono scappate da sempre, è che fregandocene di dare sempre e solo risposte al contingente dovemmo invece preoccuparci di costruire recinti. Difficile? Lungo? Certo! Ma se mai si inizia … Altro che “avanti” … è ora di fermarsi, fermarsi e riflettere! Il più considerevole è che ancora non si pensa. Solo la cultura ci salverà.
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Perle di vetro
È necessario dire e pensare che il gioco non consiste nelle regole. Senza regole nessun gioco. Il gioco perfetto non ha regole. Fatte le regole il gioco può cominciare. Il gioco comincia quando le regole sono di tutti. Note a tutti in ugual misura e allo stesso modo. Questo non accade mai. Cambia per lo più.Per lo più è espressione che unisce e divide secondo modo e misura. Bianco e nero non esistono. La purezza è astratta, insussistente. Tanto meno il grigio che rimane solo un concetto nella mente di chi dimora nella caverna. Solo di notte le vacche sono nere. Il gioco è a colori secondo modo e misura. Sempre puntualmente in ogni punto determinato. Ogni determinazione è armonica e ogni determinazione è disarmonica, immutabile nello spazio e mutabile nel tempo. Per sé e per altro da sé. Osceno e bellezza coesistono, sono “la mia rappresentazione”. La realtà è reale la coscienza è vera. La coscienza dice vero ciò che è reale. La natura è reale. Sua la bellezza, mio il giudizio. Senza giudizio nessuna realtà.
Appartiene allo spirito un’espressione che accresce se stessa. Scintilla rubata agli dei artefice di molte arti e molti mestieri. Lo spirito che sale si eleva su diversi piani dell’essere, disvela la bellezza mentre l’opinione grugnisce in cantina. Anela libertà.
Guai a chi trasgredisce le regole. Chi trasgredisce le regole dilegua il gioco. Chi trasgredisce le regole deve essere punito. Senza certezza della pena corre un’epidemia. Non sono solo i malviventi a rovinare il gioco, rovina altresì il gioco chi non sa giocare. Per saper giocare non basta conoscere le regole. Gli uomini in catene vedono solo ombre, non conoscono il gioco. Sono tutti bendati e giocano a mosca cieca. Non ditegli di avere occhi, non vi crederanno e se vi credono ve li strapperanno. Detestano la luce del sole. Un cattivo giocatore non rispetta le regole, vuole vincere e può essere un buon giocatore. Questa aporia separa le regole dal gioco. È pericoloso affidare il gioco agli schiavi. Ecco una cattiva democrazia.
Oltre le leggi altre regole aspettano chi gioca. Fatte uno tutte le leggi, la giustizia è mille. Queste regole parlano di giustizia, coesistenza e verità. Un lunghissimo cammino ci attende. Un abisso separa la giustizia dalla legge. Magistrati che con-fondono legge e giustizia? che confondono la persona e il ruolo? severità e arroganza? obbedienza e responsabilità? … Non sanno né matematica né filosofia, la misura e il modo, non hanno le basi le basi per il giudizio. L’osservanza delle regole è condizione ma non il gioco. Il gioco vuole che i giocatori conoscano le regole. Una cosa sono le regole un’altra cosa è il gioco; il termine fisso e il movimento. Chi si muoverà meglio? Chi vince o chi migliora il gioco? La canaglia ama chi vince. Tiene i cani a ringhiare in cantina.
La singolarità di ciascuno gioca nella confusione la propria partita morale. Il senno, accidentale, si perde nella chiacchiera. Tutti vogliono dire. Tutti ne hanno diritto. Tutti liberi di esprimere tutto. Vomitano bile dalle periferie e la chiamano opinione. Il peggio monta in cattedra il peggio è popolare. Anche molto popolare. Dite il peggio e vi ameranno. Chiameranno poi il vomito della plebe Democrazia.
La plebe non è popolo. Per essere popolo ci vuole cultura. Giustizia, verità, amore.
Le leggi sono lontane, o sopra la testa di chi è in catene o a tenere in catene chi vuole la luce. Il gioco perfetto non ha regole. Chi è in basso nella legge vede solo catene. Chiama libertà il proprio desiderio, la propria edificazione. Non capisce giustizia, non comprende morale. Tra etica e morale non conosce distinzione. Il per sé chiude l’intero arco della sua esistenza. Vede solo ombre e non sa di essere legato. Fugge sempre davanti a sé. Fugge nella realtà. Verso il lavoro, il fare. Il giogo anche quando si volta, gli sta sempre alle spalle. Per liberarsi dal giogo gli stoici hanno coltivato per sé lo spirito puro, uno spirito libero sul trono e in catene. Ma anche nell’ermo non gli è stato possibile non giocare.
È necessario dire e pensare che il gioco non è le sue regole. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire le regole sono lontane, sono ormai da sempre sue. Pennelli sapienti, scontati e logori in mano all’artista. Nuove discipline appassionano lo spirito.
La tela ora cerca giustizia, cerca armonia. Cerca l’abbandono, “la mia rappresentazione” di verdi pascoli in cielo. Il cielo di tutti, indeterminatezza dell’essere. A questo l’artista è chiamato. L’armonia delle genti. Il coro dell’essere in cielo. Respiro di anime in cieli di alta montagna. Anche la giustizia e l’affanno sono dimenticati. La misericordia per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
come rugiada gentile sulla terra
due volte benedetta:
perché benefica chi la riceve
come chi la dispensa. Ora è chiaro che anche la giustizia deve obbedire alla morale così come l’artista all’estasi.
Come si chiama il gioco? Il gioco si chiama libertà dello spirito. Lo spirito va verso il sole, nell’ascesi pretende libertà. Lo spirito che non va verso il sole mette gli altri in catene. Chi è scettico rimanga in catene, in quelle catene che da sé si è procurato. Assoluta inquietudine, chiacchiera di ragazzi ostinati, coscienza infelice, vuota e priva di appagamento nel presente. Perennemente distratto dalla vita nella fuga da e verso la realtà. Tutto accade nella singolarità, nella solitudine e nella confusione.
La regola fondamentale essenza stessa del gioco è che si gioca assieme. Questo fatto l’assieme segna il tempo con il senso. È l’assieme a dare la direzione e ad alimentare la morale. L’assieme è l’essenza stessa della morale. Contro chi ci si batte? Contro la paura, la sofferenza, e la morte. Libertà dello spirito contro paura, sofferenza e la morte. Per non morire soli bisogna esserci stati. Questo esserci stati dimensiona lo spirito nella sua gloria.
Dov’è ormai la legge? Dove sono le regole? Sono per questo meno necessarie? L’assieme dà la direzione. Pensiamo dunque alle leggi, stabiliamo pure le regole. È indispensabile e doveroso. Le leggi sono i minima moralia; il gioco che si gioca altrove dimora nella giustizia nella morale e nell’amore, altissimo e impronunciabile dio. E dunque e sempre oltre la giustizia, oltre alla morale, è all’amore che le leggi, queste piccole operose formiche, si devono ispirare. Leggi, giustizia, morale e amore distano tra loro abissi cosi come stanno tra loro pianeti, sistemi solari e galassie. E tutto fa parte del gioco. Come posso parlare a chi mi parla di leggi senza conoscere i piani soprastanti, senza conoscere il gioco? La potenza: essere per riprodursi, riprodursi per migliorare, segna la vita. Gli uomini hanno un modo gli dei ne hanno un altro. Sarà il coraggio o l’amore la mazza a vincere la morte? Solo la cultura ci salverà.
Per chi suona la campanella
La mia ormai lontana esperienza d’insegnante e di preside mi fa ricordare che tutte le sedicenti riforme della scuola hanno sempre riscosso la disapprovazione solidale degli insegnanti e degli studenti, nonostante le posizioni e gli interessi delle due componenti non fossero quasi mai coincidenti. Bisognerebbe riflettere su questa invariante e partire dalla constatazione che la scuola dagli anni settanta ad oggi è diventata sostanzialmente un “nonluogo” della cultura, subìto e frequentato dagli studenti e dai docenti al ritmo della campanella. Diciamolo apertamente: all’ingresso di ogni edificio scolastico si potrebbe scrivere “kultur macht frei”.Esistono forti analogie tra le funzioni della sanità, della giustizia e dell’istruzione e tra queste spicca il ruolo autonomo del medico, del magistrato e dell’insegnante nell’esercizio della loro professione. Questa caratteristica dell‘autonomia, invisa a gran parte della classe dirigente politica, ha da tempo attirato la loro attenzione facendo prefigurare un comune destino: prima è stato l’ospedale a diventare Azienda Ospedaliera, poi si è passati alla responsabilità civile dei magistrati e ora tocca alla Scuola. Il problema vero per il potere rimane sempre il controllo.
La proposta di riforma scolastica presentata dal Governo in carica, chiamata con la locuzione un po’ näif “Buona Scuola forse per evitare di associarla questa volta al nome del Ministro pro tempore, vuole intervenire sulla filiera produttiva preside–docente –studente con la pretesa di introdurvi elementi di selezione e di controllo. Il nuovo lessico riformista si avvale di termini e locuzioni come bonus, carriera, valutazione, merito, scuola digitale, nuove alfabetizzazioni (lingue straniere dai 6 anni, coding e pensiero computazionale nella primaria, digital makers nelle secondarie principi di economia in tutte le secondarie…), dopo il POF il MOF (Miglioramento dell’Offerta Formativa), attrarre risorse private (cittadini, fondazioni, imprese), alternanza scuola-lavoro obbligatoria nei professionali e tecnici, esperienze di apprendistato sperimentale…Tutto sembra pensato per rendere la scuola più autonoma e flessibile ovvero efficace rispetto al prodotto ed efficiente rispetto alle risorse, ma rimangono sospesi i punti fondamentali di una vera riforma della scuola: qual è il prodotto dell’istruzione? Qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla?
Per quanto riguarda le risorse ricordo che all’epoca delle riforme “Moratti” e “Gelmini” si giustificava la necessità che imponeva di intervenire nel sistema scolastico osservando con meraviglia come oltre l’80% della spesa per l’istruzione fosse assorbita dal personale, docenti per primi. I Ministri dell’istruzione mostravano la loro sorpresa per il fatto che l’insegnamento fosse prevalentemente basato sul lavoro delle persone piuttosto che delle macchine. Questa surreale ammissione ci avvertì subito che si trattò di taglio della spesa pubblica e non certo di riforma scolastica, ma lo stile comunicativo dei governi di centro-destra dell’epoca ponevano l’attenzione in nome dell’efficienza sul nome delle cose piuttosto che sulle cose stesse
Quanto all’efficacia, il principio per cui sia giusto valutare in base al merito, da sempre un precetto morale per l’educazione impostosi poi nelle aziende secondo le visioni manageriali, è oggi diventato un luogo comune di tutte le coscienze che si sentono motivate all’eguaglianza sociale secondo la regola delle pari opportunità, ma con diversi meriti. Ora, se nell’ambito scolastico ci riferiamo agli studenti il criterio della loro valutazione in funzione del merito appare evidente in quanto costitutivo nella funzione stessa dell’istruzione. Tuttavia, una delle caratteristiche della scuola risiede nel fatto che vi coesitono due fronti nelle relazioni tra le parti in causa che non presentano tra loro continuità ed omogeneità. Infatti, mentre nel rapporto docente-studente la valutazione del merito si fonda sull’assimmetria dell’informazione, dal momento che si suppone che il docente conosca la materia da insegnare al discente il quale non conoscendola, e per di più minorenne, da quello deve apprenderla, nel rapporto docente-preside questa assimmetria non sussiste, ancor meno se si considera il fatto che fino ad oggi i Presidi sono stati selezionati tra gli insegnanti, sicché la valutazione del merito deve essere fondata su un’altra evidenza.
Quando erano limitati alla verifica della preparazione degli studenti, i parametri della valutazione del merito venivano declinati nei termini di impegno, volontà, capacità, attenzione, comportamento le cui combinazioni formavano i profili didattici, le valutazioni degli elaborati, degli esami e l’orientamento scolastico. L’imbarazzo che gli insegnati hanno provato per anni nello stilare giudizi personalizzati (fino al punto di creare moduli e griglie precompilate dove apporre crocette) è stato superato ripristinando il sistema docimologico fin dalle scuole elementari. D’altronde se il fine è la misura del risultato diventa necessario munirsi dello strumento dei numeri.
Oggi i tempi sembrano maturi per estendere la valutazione secondo il merito anche ai docenti. Non si tratta più e soltanto di soddisfare l’efficacia dell’insegnamento, ma di perseguire l’efficienza della scuola intesa come un sistema produttivo, un’azienda. Dopo la concezione dell’Azienda Italia e la visione dell’amministrazione di un Comune come un condominio, la letteratura di riferimento rimane ovviamente quella economica aziendale, con il suo lessico e tutto la panoplia dei suoi strumenti operativi.
Rimane tuttavia il dilemma presente in ogni sistema organizzativo chi valuta il valutatore? Più in generale, il problema che si pone è se il merito possa essere valutato obbiettivamente all’interno di un ordine gerarchico. Valutare sulla base del merito richiederebbe infatti l’oggettività del metodo e l’assenza di conflitti d’interesse nel controllore. Il paradosso che si può generare in ogni situazione gerarchizzata, ovvero secondo una linea di comando, in particolare nel settore del pubblico impiego, sta nel fatto che un dirigente valutato dai suoi superiori come un mediocre abbia il potere di determinare il valore dei suoi dipendenti. Se immaginiamo gli stessi criteri di selezione per i presidi e per i docenti all’interno dell’organizzazione scolastica (pubblica) si instaurerebbe necessariamente un rapporto gerarchico, con la complicazione logica che nei comitati di valutazione dei docenti parteciperebbero rappresentanti dei genitori, non selezionati con gli stessi criteri meritocratici, ma eletti con il criterio politico della rappresentatività di una componente scolastica.
Nelle aziende, la valutazione del merito di un manager è fondamentalmente legata alla sua capacità gestionale delle risorse su tre livelli: scegliere i collaboratori migliori per raggiungere gli obiettivi prefissati, fare squadra motivando tutti gli operatori, elaborare programmi capaci di conseguire i risultati attesi. Su quali criteri? Alla fin fine nelle aziende il problema è semplice perché è il fatturato con i suoi utili a dettar legge e la volontà ultima è quella della proprietà attraverso il suo Amministratore Delegato. E nella Scuola?
La “Buona Scuola” immagina una nuovo Preside selezionato e formato con capacità mangeriali che nomina i propri docenti per realizzare un MOF triennale e capace di attirare risorse dai privati (aziende, fondazioni, associazioni, famiglie). Gli oppositori della riforma animati da spirito democratico e partecipativo, già indignati come cittadini dalla corruzione, dall’illegalità ed ogni sorta di inefficienze ed incapacità mostrate dal nostro Paese, interpretano subito la proposta negativamente vedendo nella nuova figura di Preside, sebbene legalmente già Capo d’Istituto, l’allegoria di un minaccioso Capo, in analogia alla trasformazione del Sindaco in Podestà operata dal fascismo.
Una caratteristica del nostro Paese, o più precisamente del suo non-popolo, è quella di invocare nuove regole, nuove leggi e il ricambio della classe dirigente, di richiedere capacità decisionale e responsabilità in autonomia da ogni potere centrale, salvo poi neutralizzare ogni potere con la malintesa concezione della partecipazione che rivela piuttosto una visione sterilizzata di democrazia. Anche per la Scuola il problema non è economico, non è politico, ma culturale.
Per un mondo di padroni senza schiavi
Renzi e tutta la destra inseguono una politica liberista, sono la stragrande maggioranza. Questo è un fatto. Inoltre il pensiero unico economico, la metafisica della tecnica, il turbocapitalismo, il Mercato vanno ben al di là dei confini nazionali. Secondo cliché già sperimentati e controproducenti, ancora una volta l’opposizione combatte Renzi non le sue non-idee. Sul piano filosofico-esistenziale nessuna idea, da parte di nessuno. Mi dà la nausea che anche all’opposizione il pensiero unico domini l’intera partita, che il pensiero sia da sempre, sempre e solo economico. Nessuno spazio per la cultura considerata ancora oggi dalla sinistra, nel vetero intendimento pseudo-marxista, una sovrastruttura. Eppure dovrebbe essere chiaro che un servo vive nella paura.
Gli schiavi hanno vissuto nella paura un’intera esistenza, nella paura assoluta, nella paura quotidiana di perdere la vita. Lo schiavo ha dovuto dimorare in ogni istante della propria esistenza con questa minaccia sempre presente; pericolo che ora si avvicina ora si allontana in funzione del servizio reso al signore. Paura della morte e servizio si legano indissolubilmente. Lo schiavo vive solo se serve. In considerazione di ciò bisogna riflettere che il modo migliore per allontanare la paura è servire, servire diminuisce la paura. Un altro è non pensarci. Lo schiavo deve inoltre nascondersi, nascondersi più che può, il pericolo viene da Cesare e più ci si avvicina a Cesare più aumenta la paura.
Servizio, non pensiero e lontananza. Tutto avviene secondo misura. Come possiamo noi immaginarci un’intera vita vissuta nell’angoscia, nell’ansia, nel terrore? intender non lo può chi non lo prova. Ma anche se questa esperienza, per nostra fortuna, ci è negata non ci è negata la possibilità di rappresentarla. Lo spirito si approfondisce nella conoscenza solo se sperimenta la sofferenza. La propria come quella degli altri. Senza questa conoscenza che riguarda tutti nel passato come nel presente manca infatti la Memoria. La memoria, il ri-cordare, il riportare al cuore e ritenere l’immagine nel ricordo, segna lo spessore della nostra persona o la nostra superficialità, da ultimo la memoria siamo noi. Senza memoria le parole restano parole e l’esistenza galleggia irrisolta nella mediocrità in perenne fuga verso la realtà, un contingente sempre più stretto che può arrivare a soffocarci nel qui e ora. Per gli stolti schiavo sarà sempre solo un nome su un libro, un libro di quella storia stolta che stolti insegnanti hanno dato da leggere senza la capacità di far rivivere quello Spirito in carne e ossa che è il vero spirito della storia.
Il civilissimo Cesare, modello di grandezza per tutti i poveri di spirito, faceva tagliare la testa allo schiavo che gli aveva fatto cadere un vaso. Questo non ve lo hanno mai insegnato. Il Signore ha coscienza solo per sé e la sua mira è il godimento, ma il Signore non ha rapporto con le cose e per questo gli servono servi, servi che con una coscienza da servi, servono l’unico “fare”: il fare del Signore. Signori e Servi sono tutti “uomini del fare”. Sulla paura si è fondata la storia.
Millenni di anni di schiavitù, poi il passaggio alla condizione del servo, con le sue varianti nobili del cavaliere nell’occidente europeo e del samurai in Giappone, infine queste parole “gli uomini nascono liberi”. Queste parole sanciscono un diritto che stravolge i rapporti umani e con questo anche l’economia. La morte, la paura assoluta, cessa di essere ricatto. Passato il tempo degli schiavi e la forza del ricatto diminuisce, oggettivamente diminuisce, diminuisce in virtù di un principio umanitario che cambia le relazioni e i rapporti di forza. La ricattabilità diminuisce ma non scompare, diminuisce secondo misura. Nuove forme di ricatto prendono atto. Nel mondo civile non esistono più gli schiavi, la pena per la disobbedienza non è più la morte, oggi il ricatto si chiama “futuro”. Oggi il ricatto è il lavoro. Oggi il Mercato è il Signore, il Signore per poter imporre il servizio tiene in ostaggio il futuro. Il lavoro è lo strumento di ricatto: arbeit macht frei. L’unico baluardo sono i diritti.
Tutti d’accordo sulla “la centralità del lavoro. Lavoro inteso come elaborazione da parte del Sevo e come ricatto da parte del Signore. Meno diritti significa infatti più paura, più ricattabilità. Per questo quelle del Mercato devono essere chiamate Leggi. Le Leggi del Mercato tolgono di necessità i diritti. Più paura più servizio. È sulla paura che si fonda lo sfruttamento.
Oggi i giovani vivono nella precarietà, che non è solo precarietà del lavoro ma preoccupazione per la propria intera esistenza, è la vita stessa ad essere messa in discussione, a essere precaria. Vivono nella paura di non trovare lavoro, di perdere il lavoro, di non avere futuro. La precarietà, l’ insicurezza sono condizione di vita. Sono lasciati soli. L’essere lasciati soli aumenta l’insicurezza e la paura e con la paura aumenta la ricattabilità. Gli hanno sottratto il futuro e sottrarre il futuro significa rimetterli nella paura. Il malessere si diffonde.
La minaccia viene dal futuro, viene da lontano e la difesa è il non-pensiero. I giovani fuggono nel contingente e cercano di non pensare a ciò cui non sanno trovare soluzione, scusati in se stessi dalla non responsabilità per le colpe dei padri: i giovani pensano che non avere colpe li assolva. Trovano la soluzione in una coscienza da servo, hanno una sola soluzione “non pensarci” e servire, fuggire nel contingente in maniera sempre più miope e ristretta: io speriamo che me la cavo. Questa la regressione favorita da vent’anni di berlusconismo che continua aggravata dalla crisi da un giovinastro.
Il ricatto sul lavoro fondato sulla paura del futuro è alla base dell’ideologia liberista, del Mercato che trova nella paura e nel ricatto il suo odioso fondamento. I Monti non comprendono questo dire, la loro insipienza è grande più della loro ricchezza e l’una e l’altra preservano lor signorie da ogni preoccupazione filosofico-esistenziale, una materia di cui ignorano l’esistenza. Il problema è che la Cultura è sconosciuta a tutti. Tutti ignorano che a fondamento di ogni economia ci sia il Diritto. Le sinistre anziché fare cultura si sono preoccupate solo di dire no dove il mercato diceva sì, senza mai uscire dal discorso unico. La centralità è l’uomo non il lavoro. Il lavoro non può essere un ricatto e l’uomo non deve più vivere nella paura.
La ricattabilità è categoria dell’essere da sempre esistita, dal ricatto naturale per la sopravvivenza al ricatto del Signore nella storia. Dobbiamo liberarci da questa odiosa fattispecie. Dobbiamo liberarci dalla paura. Sarà chinare la testa la soluzione?
Una coscienza da Servo libera l’anima di molti dalla paura, ma offende la dignità di tutti.
Solo la cultura ci salverà.
Le vittorie di Pirro non asfaltano più
Se l’espressione della sovranità popolare è indice di democrazia, se democrazia è partecipazione, allora i risultati elettorali andrebbero valutati considerando le percentuali calcolate rispetto agli aventi diritto al voto e non soltanto ai votanti. I valori “legali” dei risultati elettorali calcolati secondo regola decidono il vincitore, ma quelli “reali” che tengono conto dei partecipanti indicano il peso della volontà popolare. La cultura dei commentatori politici del voto non supera, nelle maggioranza dei casi, il livello d’ignoranza delle statistiche alla Trilussa. La statistica, si sa, è materia difficile e pressochè sconosciuta, ma la politica-marketing nella sua comunicazione da regime ha imbonito le masse condizionandole a percepire la realtà nei termini sondaggistici di “campione rappresentativo” o “trend”, intorbidendo le acque con il ricorso all’uso semplificativo quanto ingannevole dei valori percentuali piuttosto che dei valori assoluti.
Accade così che dopo aver rilevato in queste ultime elezioni complessivamente in tutte le Regioni il 53,90% dei votanti (in altri termini ha votato poco più della metà degli aventi diritto al voto secondo la Costituzione, ma le elevate percentuali di votanti nell’era della cd Prima Repubblica non erano ritenute indice della maturità politico democratica degli italiani rispetto alle altre democrazie occidentali?) tutti si lanciano nelle più stravaganti analisi delle percentuali di voto raggiunti dai candidati e dalle varie formazioni politiche, con l’ambizione di rappresentare la realtà politica e cercare ragioni per cantar vittoria..
La seguente tabella (in corso di aggiornamento in base ai dati del Ministero degli Interni) illustra invece un altro modo di descrivere tale realtà, che sarebbe opportuno avere presente quando si parla di democrazia, di sovranità popolare, di volontà popolare e di rappresentanza.
|
Regione |
Partecipazione al voto (%) |
Candidato vincente |
Voti ottenuti rispetto ai votanti (%) (valore legale del voto) |
Voti ottenuti rispetto agli aventi diritto (%) (valore reale del voto) |
|
Campania |
51,92 |
De Luca |
41,04 |
21,30 |
|
Liguria |
50,68 |
Toti |
34,44 |
17,40 |
|
Veneto |
57,15 |
Zaia |
50,09 |
28,60 |
|
Umbria |
55,42 |
Marini |
42,78 |
23,70 |
|
Marche |
in corso di aggiornamento | |||
|
Puglia |
in corso di aggiornamento | |||
|
Toscana |
in corso di aggiornamento |
In conclusione, si constata che nelle quattro Regioni indicate (nelle rimanti tre Regioni è verosimile attendersi risultati equivalenti) i loro Governatori sono stati eletti “mediamente” da poco più di 1/5 della popolazione avente diritto al voto: volontà della maggioranza o dittatura della minoranza?
Il Mercato rende liberi
Il Mercato, questa metafisica della Tecnica, questa congiura di Nessuno, domina attualmente il pianeta. E quali sono gli effetti del Mercato? Banalissimo: diminuire le retribuzioni, togliere i diritti, aumentare le disuguaglianze, inquinare e desertificare il pianeta. Non si tratta di un’opinione, tutto questo è sotto gli occhi di tutti. In questa direzione si stanno muovendo tutti gli Stati, compreso il nostro con un leader che ha come parola d’ordine “noi andiamo avanti!” . Avanti !? Mentre ci si arrovella se respingere o accogliere i migranti l’esplosione demografica in Africa, dimenticando per altro quella in India e in altre parti del mondo, ridicolizzerà qualsiasi proposta. Troverà come già trova, tutti impreparati. Per ora si volta la testa e con la testa sotto la sabbia si aspettano gli eventi. Io speriamo che me la cavo… del diman non c’è certezza. La memoria si riduce e lo sguardo si fa miope, si cerca il contingente. Le risorse energetiche e quelle agricole tendono a diminuire (esaurimento fossili, equilibri forestali e idrici compromessi, uso massivo dei fertilizzanti). Oggi il 12% della popolazione mondiale è denutrita (850 milioni di abitanti con meno di 2000 Kcal) ed è in aumento nonostante la razione media per ogni abitante della terra sia oggi, a meno del forte squilibrio distributivo esistente tra i paesi, adeguata ai bisogni biologici (2700 Kcal). Le risorse in generale, dunque, non tarderanno a mancare e la grande livella si farà sentire sempre più.
Se ad un formicaio forniamo più cibo il formicaio aumenterà. Questo che ha prima vista può sembrare un bene deve però porci diversi interrogativi. Se guardiamo al tutto dal punto di vista del singolo dobbiamo chiederci quale sarà la sua qualità della vita. L’aumento di risorse per il formicaio non è necessariamente un aumento di risorse per il singolo, anzi. Poiché le risorse aumentano in ragione aritmetica e la popolazione in ragione geometrica, l’aumento delle risorse in relazione all’aumento demografico potrebbe significare meno cibo per ciascuno. Il sovraffollamento di fatto provoca anche un aumento non solo della competitività, portando il singolo a lavorare sempre di più, ma anche della conflittualità ovvero a una maggiore litigiosità, a rivoluzioni, a guerre. La mortalità assoluta ovviamente aumenterebbe, più sono i vivi più sono i morti. I superflui, coloro che non lavorano o sono ammalati destinati a venir abbandonati.
Le nascite si possono controllare solo in due modi, o secondo coscienza o per selezione naturale, dove per selezione naturale si debbono intendere anche le guerre e gli olocausti, perché di ritorno ai crudi metodi della natura si tratta. In questa prospettiva assolutamente reale pare chiaro che si debba per tempo arrivare con la cultura a un controllo delle nascite, imposta dai governi o per coscienza dei popoli. L’autolimitazione delle nascite insegue la civiltà. Il Mercato, il pensiero unico economico, il treno in corsa, la congiura di nessuno, in combutta con gli egoismi nazionali corre in soccorso dei nuovi padroni della terra nei loro progetti di sfruttamento degli uomini e desertificazione del pianeta.
Lavorare di più, con meno diritti, con maggior ricattabilità, con paghe più basse e minor assistenza è il Nuovo Ordine Mondiale a cui ci vogliono preparare umiliando la dignità di una vita che per l’unica vita che ci è data, valga la pena di essere vissuta. La propaganda è già da tempo in atto. Per poter accettare tutto questo in Italia occorreva che a imporlo fosse una sinistra: dagli amici mi guardi Dio. Coloro che votano per l’eliminazione dei diritti e con ciò dello Stato di Diritto sono coloro che aiutano i deserti a crescere: “guai a chi aiuta i deserti a crescere”, ci ammoniva Nietzsche. Occorre un nuovo umanesimo dove per nuovo si intenda non la ripresa del vecchio, ma il suo superamento. Solo la Cultura ci salverà
Verso la barbarie
Una sentenza deve tener conto del solo diritto e certo non può né deve tenere conto della possibile solvenza del soccombente. Questo principio fonda il diritto nelle cause civili.
A questo principio si richiama anche la Corte Costituzionale e le sentenze emesse dalla Consulta. Ieri alla trasmissione Piazzapulita un ex montiano passato al PD, quello stesso Andrea Romano che il 21 ottobre 14 dichiarava “Io traditore? No, è Renzi che ha fatto propri i valori di Scelta Civica”, ha questa volta dichiarato ingiusta la sentenza della Consulta sulla “legge Fornero” non avvedendosi che questa vera e propria bestemmia mette tutti nella possibilità di giudicare le sentenze anche quando divenute definitive. Tanto più grave la dichiarazione in quanto da un lato il giudizio è stato pronunciato dal massimo organo legislativo, la Corte Costituzionale, che ha il compito di accertare l’illegittimità o meno delle scelte operate dal legislatore ordinario, il Parlamento, dall’altro in quanto ad esternarla è stato un parlamentare (professore di storia, sic!) che rappresenta le Istituzioni e che certamente si dichiara per la legalità.
Non uno dei presenti, il conduttore Corrado Formigli in testa, uno che di politica e non solo poco intende, ha rilevato l’enormità della cosa. Enrico Mentana muto.
Non contento Romano della sua esternazione ha criticato la Corte Costituzionale “per il vizietto di difendere i diritti acquisiti”. Anche qui da parte di nessuno nessun commento.
Insomma si mette in discussione il diritto, i suoi principi e la Corte Costituzionale e nessuno fa una piega. Pare chiaro, ma pare chiaro a pochi e sempre meno, che una sentenza vada rispettata e che la possibilità di rispettarla in sede economica sia altra cosa. Le due cose vanno tenute assolutamente distinte o lo Stato anziché Stato di Diritto rapidamente degenera nello Stato delle banane.
Il soccombente in questo caso è lo Stato, quello Stato che per primo deve difendere il diritto e la Costituzione. Ça va sans dire. Ma lo Stato non ha Cassa.
Ne prendiamo atto, i 18 miliardi per assolvere la sentenza non ci sono. Ma questa insolvenza pur giustificata del debitore non ha alcun diritto di dire la promulga della Corte ingiusta. Non si tratta di un’opinione, ma di ciò che fonda lo Stato nel suo diritto per essere uno Stato di Diritto, lo Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale.
Razionalizzare le scarse risorse distribuendo il possibile tra gli aventi diritto può sembrare operazione corretta, ma lo è solo se la restituzione, perché di restituzione si tratta, è congrua ed equitativa, congrua ed equitativa tra gli aventi diritto senza tirare in ballo altre questioni.
Indubbiamente il Governo e non lo Stato, ha urgenze maggiori che la restituzione del maltolto, perché di maltolto si tratta, ma non si può accettare il principio che non si assolve a un debito perché se ne ha un altro senza violare un altro principio del diritto. Qui non si tratta di distribuire risorse, ma di restituire il maltolto. E il maltolto viene ora restituito da Renzi sotto il nome di “Bonus” secondo la tecnica comunicativa nella misura di un nono (11%) del dovuto pensando di adeguare le pensioni a partire dal 2016.
Orbene il blocco è partito dal 2011 quindi mi aspetto gli arretrati a far data dal 2011 fino al 2015 e che dal 2016 si tenga conto di tutti gli scatti maturati negli anni precedenti. Credete che questo si farà? Ma Renzi chiama la restituzione del maltolto “Bonus” in analogia ad elargizioni fatte dal governo” affinché il grande comunicatore possa abbindolare i minus abens e tutti sono felici di intascare 500 euro non si sa ancora se lordi o netti.
Altra questione: contributivo e retributivo. Tutti ritengono giusto che le pensioni vengano pagate in base ai contributi versati e ritengono quindi ingiusto che le stesse vengano pagate in base a criteri retributivi. Personalmente invece ritengo che le pensioni debbano essere ricevute in un modo congruo in base agli anni lavorati e alla professione svolta in modo da assicurare a tutti una dignitosa vecchiaia, in modo del tutto indipendente dal nome dato al sistema.
La trappola del contributivo sta nel fatto che tardando i giovani a ottenere un contratto di lavoro e il posto fisso, il sistema contributivo non sarà mai in grado di permettere a tutti di ottenere una pensione dignitosa. Senza casa, senza liquidazione, e con pensioni da fame: ecco il futuro. Come sempre si mette giovani contro anziani chiamandolo “patto generazionale”, ma non ho sentito ancora nessuno dire che dal tempo della crisi i nonni aiutano le famiglie con la loro pensione e che i giovani usufruiscono di questo aiuto.
Milioni di disoccupati, ma chi pensate li mantengano? Come pensate si mantengano?
Papà, mamma e nonni. Sono sempre di più i nonni che aiutano le famiglie. L’Italia sta inesorabilmente ipotecando i propri risparmi.
Un candidato alle regionali della Campania, militante di estrema destra ha dichiarato che la sua lista è collegata al PD perché Renzi fa una politica di destra. Vedere per credere.
Caro Renzi a furia di far propri i valori della destra hai ottenuto il 40%, se ottieni anche il consenso della camorra chi ti ferma più. La piega autoritaria del tuo governo striscia in ogni tuo agire e in quello dei tuoi luogo-tenenti, ma grande comunicatore non temere … i polli e le volpi in Italia non si contano. Tira dritto e avanti. Sono una civetta non un gufo.
Rosa Luxemburg ci aveva ammonito: socialismo o barbarie. Solo la cultura ci salverà.
La Cina è sempre più vicina
Se in Italia qualcuno pensa di stimolare l’offerta di lavoro con il Job Act, in Cina dove al contrario ci sono posti di lavoro ma mancano i lavoratori si programma di sostituirli con i robot. L’esaurimento dell’immigrazione interna dalla campagna alla città combinato all’invecchiamento della forza lavoro, più istruita e costosa degli anni precedenti, hanno indotto il governo a investire 135,5 miliardi di euro perché entro il 2020 l’80% della manodopera nella provincia di Guanzhou, facente parte della regione manifatturiera più sviluppata, venga sostituita dalle macchine. Questo “grande balzo in avanti” rende ridicolo il “piano di elettrificazione ” di Lenin e fa rimpiangere la “rivoluzione culturale” di Mao Zedong
La “economia di mercato socialista” che ha già portato il PIL della Cina a crescere negli ultimi 30 anni al ritmo medio del 10% e che si appresta a superare quello degli USA nel prossimo decennio, che acquista industrie e debiti occidentali, che colonizza il continente Africano si sta in questi ultimi anni riarmando con incrementi del budget militare senza precedenti, superiori ad ogni altra super-potenza (la Cina è oggi la prima importatrice mondiale di armi e la terza nell’esportazione). Consolidata l’espansione economica, questa crescente forza militare consente alla Cina di assumere un ruolo politico mondiale che trova nelle sue ultime manifestazioni la conferma di una volontà “imperialista”: la Cina ha sfilato con la sua armata popolare a Mosca nella piazza Rossa per il 70° dalla fine della II Guerra Mondiale e ha programmato per il 3 settembre una parata militare con le più moderne armi a Pechino in piazza Tiananmen per commemorare la vittoria sul Giappone. Nel frattempo, la prossima settimana, Cina e Russia svolgeranno le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Mediterraneo, mare sempre meno nostrum.
L’assenza dei leader europei alla parata di Mosca commemorativa del 70° anniversario della fine della II Guerra Mondiale, al di là della gaffe storica e diplomatica del mancato riconoscimento del sacrificio russo per sconfiggere il nazismo, è un ulteriore sintomo dell’ incapacità di una visione politica che non vede l’interesse lontano. Arroccata nella difesa illusoria dei propri interessi economici, compressa com’è tra il confronto strategico Cina-USA e quello USA-Russia, mentre singoli membri come la Germania e la Francia cercano confronti bilaterali con la Russia, la UE mantiene il perseguimento dell’errata scelta politico strategica, dopo il crollo del muro di Berlino, dell’esclusione della Russia, soprattutto dopo aver accettato la prospettiva di inglobare la Turchia.
E l’Italia? Paese diviso all’interno di una Europa divisa si ritrova essere “quel vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro“.
La Pubblica Amministrazione, ma l’argomento vale per qualsiasi amministrazione, non è solo costituita dagli adempimenti cui è preposta bensì dal personale che ne fa parte. Il suo buon funzionamento dipende oltre che dall’organizzazione tecnica dalla mentalità acquisita da tutti i suoi operatori, dai dirigenti fino all’ultimo usciere. Questa mentalità all’apparenza impalpabile costituisce il vero “capitale umano” e oltre ad avere un ruolo fondamentale per il conseguimento dei risultati essa connota uno Stato e il suo popolo.
