La frontiera non è un limite.

“Combattere la tecnologia significa combattere l’ingegno umano”. Con questa affermazione il programma di Intelligenza Artificiale della IBM Project Debater si è recentemente confrontato, sotto le vesti di un display dalle dimensioni umane e con voce sintetica femminile, in un dibattito durato 20 minuti con due oratori sul tema della telemedicina. Nel dibattito il software ha sostenuto che i governi dovrebbero sovvenzionare l’esplorazione dello spazio, quindi la telemedicina dovrebbe essere utilizzata più ampiamente.

La capacità di argomentare dell’Intelligenza Artificiale continua a progredire e a sorprendere, iniziando a farsi percepire dal pubblico più istruttiva ed efficace dei competitori umani. Arriveremo presto all’oratoria greca e latina di Gorgia o Cicerone?  In fondo, una delle recenti realizzazioni di robot con IA si chiama Sofia.

Intanto rilevo con molto interesse la presenza di un professore universitario di “informatica e filosofia” (Chris Reed, Università di Dundee)  in questa demo dell’IBM, che mi richiama alla mente quanto sostenuto dal professore Ivano Dionigi, famoso latinista italiano,  che cita Steve Jobs e il bisogno che abbiamo di “ingegneri rinascimentali”.

L’intelligenza Artificiale ha aperto una nuova frontiera che richiede nuovi pionieri con nuovi saperi. 




La cortina di ferro del XXI secolo

Una nuova forma di mal d’Africa si propaga nel mondo. Non è la nostalgia per il continente, ma il ritorno al colonialismo nella versione aggiornata  di una guerra fredda tra le potenze globali, questa volta tre: Cina, Russia e Stati Uniti.

Il flusso migratorio che si dirige verso l’Europa proveniente dall’Africa attraversa il Sahel, una fascia di territorio colpita dalla desertificazione causata dai mutamenti climatici e dalla conseguente grave crisi alimentare, che si estende dall’oceano Atlantico al Mar Rosso. Su questa area considerata come frontiera da presidiare per controllare la migrazione si è  recentemente concentrata l’attenzione politica (e militare) di alcuni stati europei quali la Francia, la Germania e l’Italia.  Il Sahel rappresenta per l’Europa il suo orizzonte degli eventi, ma la visione limitata  rischia di oscurare l’origine del fenomeno: gli spazi di là da quella siepe non sono interminati e occupati da sovrumani silenzi.

La mappa odierna dell’Africa mostra una realtà ormai consolidata che vede da anni le tre grandi potenze globali sempre più vicine e disposte a confrontarsi:   la Cina presente economicamente e militarmente nei paesi del Corno d’Africa e che estende la propria influenza verso ovest e verso sud, la Russia impegnata in missioni diplomatiche nei paesi sub-sahariani per stabilire relazioni economiche e commerciali (vendita armamenti) per contrastare la Cina e gli Stati Uniti, gli Stati Uniti  presenti sia economicamente che militarmente.

Le ragioni dell’attrazione per l’Africa da parte delle grandi potenze non sono umanitarie (anche se in alcuni casi così si presentano e talvolta anche operato come n nella recente epidemia di ebola), alcune sono note: le risorse minerarie (titanio, cobalto, radio, rame, tantalio, uranio, petrolio, gas naturale, piombo, zinco, carbone, stagno, oro, diamanti, amianto, bauxite, cromo,…); altre meno note: l’uso agricolo del territorio per importare  prodotti alimentari (vedi il caso della Cina).  Tutto questo sarebbe sufficiente a far capire quali siano gli enormi interessi in gioco e a quali rischi di conflitto siamo tutti nel mondo esposti.

Eppure i paesi europei, preoccupati dalla crisi del proprio benessere e confusa dalle paure diffuse nelle proprie popolazioni, mostrano con la politica agita attraverso i partiti e vari movimenti  cecità e ignavia. L’immigrazione viene considerata come  variabile indipendente rispetto alla quale la politica e la sua propaganda si conformano, e si appiattiscono. Definita da alcuni come una nefasta e minacciosa invasione da respingere, da altri come una opportunità e risorsa economica da accogliere. L’immigrazione detta l’agenda delle crisi di governi.

Alcuni analisti e osservatori ci avvisano che si tratta di un fenomeno epocale spingendosi ad individuarne le cause nello sviluppo demografico e nella condizione di povertà che caratterizzano il continente africano. Tuttavia, sono ancora pochi quelli che uscendo dalla facile posizione politicamente corretta del soccorso umanitario mostrano l’onestà intellettuale di connettere  i fattori in gioco al fine di delineare un quadro generale della situazione: i) in Africa si sta ricostituendo una nuova cortina di ferro tra le tre più grandi potenze, tra loro in competizione per un nuovo ordine mondiale; ii) le guerre nei territori sub-sahariani, ancorché generate dalle condizioni di sottosviluppo culturale ed economico locali, sono manifestazioni su scala ridotta della politica con altri mezzi perpetuata delle grandi potenze per esorcizzare un conflitto armato diretto, dalle conseguenze incontrollabili.

Nulla di nuovo, si dirà, dopo l’infinita crisi mediorientale e quella petrolifera nel Golfo, ma certamente molto più preoccupante se sommata alle crisi in atto sul confine Europa-Baltico Russia, tra le due Coree e nei mari Cinese e Giapponese. Una volta si diceva “pensare globalmente e agire localmente” e oggi? Come si può pensare di affrontare il problema dei flussi migratori (variabile dipendente) senza avere conoscenza e consapevolezza di quanto sta accadendo su scala planetaria? I singoli Stati europei poco o nulla potranno fare se non diventare Europa, quarta potenza mondiale, a meno di non voler arroccarsi dentro i propri confini per mantenere il più possibile il benessere raggiunto.

In tema di immigrazione è  diventato lessico comune tra le sinistre e le destre parlare di “piano Marshall” (espressione che le sinistre traducono con “interventi umanitari” e le destre con “aiutiamoli a casa loro”), ma forse non è sufficientemente chiaro che per rimediare alle immense sofferenze dei migranti africani non basterà l’accoglienza, occorreranno lacrime e sangue (dopo Marshall anche Churchill è tornato di moda): enormi investimenti  a governi locali autonomi (mld di € all’anno, per almeno un decennio) e presenza militare per  garantirne l’utilizzo e la sicurezza locale.




La storia non ammette la tabula rasa

Arthur Schopenhauer diceva: “Tutti prendono i limiti della loro visione per i limiti del mondo”. Gli esiti dell’elezione del 4 marzo non annunciano una catastrofe, ma al contrario indicano un passaggio evolutivo nella politica italiana, tanto auspicabile quanto necessario, per entrare nel futuro del terzo millennio. Che muoiano i partiti della sinistra italiana è un bene, ma il problema diventa: chi e come recupererà i principi sani della sinistra?  La politica vera è la visione dell’interesse lontano,  sosteneva il giurista  Rudolf von Jehring, 1884) qui da noi prevale invece  la miseria intellettuale dei nostri politici e di molti opinionisti (sic!) ed è disarmante. Invece di conoscere e affrontare il tema cruciale dell’intervento della Scienza e delle nuove Tecnologie nella Cultura umana, non solo nel lavoro e nelle relazioni della vita quotidiana, si abbandonano alla più selvaggia pesca a strascico dei voti instillando in un popolo disorientato dall’analfabetismo funzionale insicurezza e paura verso ogni forma di cambiamento. Per loro il valore è la stabilità, leggi status quo sociale, per di più ricercata nel proprio cortile, mentre nel nostro Universo fondato sulla evoluzione l’unica costante è proprio il cambiamento.

Robert Owen, industriale e socialista del XIX secolo, scrisse: «La generale diffusione delle manifatture in tutto il paese genera un nuovo carattere nei suoi abitanti; e dato che questo carattere si forma in base a un principio del tutto sfavorevole alla felicità individuale o generale, produrrà i mali più deplorevoli e duraturi, a meno che la vera tendenza non venga controbilanciata dalle interferenze e dalla direzione del governo“. Dopo tre rivoluzioni industriali e all’alba della quarta fatta di Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie GNR (Genetica, Nanotecnologia e Robotica) già emerse nei settori tecnologici delle Nanotecnologie e nuovi materiali, della Genetica e biotecnologie, della Robotica e intelligenza artificiale, della Mobilità elettrica intelligente e guida autonoma, della Chimica, cosmetica e farmaceutica, dell’Agritech e agrifood, della Blockchain IoT (Internet of Things), della Realtà virtuale e aumentata, oggi in Italia  la “direzione del governo” cui si riferiva Owen rischia di essere conquistata da ignoranti e ipocriti che nascondendosi dietro la facile difesa dei diritti acquisiti, da loro usati come cortina fumogena, s’improvvisano nuovi luddisti ribaltando nel futuro una felicità perduta.

Un esempio di questa nostalgia ideologica è il “reddito di cittadinanza”. Usato come proposta politica per integrare i redditi inferiori alla soglia di povertà o per compensare lo stato di disoccupazione in attesa di un posto di lavoro,  questo nuovo istituto andrebbe piuttosto inteso e studiato come necessario rimedio allo strutturale aumento della disoccupazione che si prospetta per i prossimi anni, dovuto alla progressiva e inesorabile sostituzione di molti lavori manifatturieri e nei servizi con la robotica e lintelligenza artificiale. Alcuni economisti si sono accorti che la recente crisi economica caratterizzata da un forte aumento della disoccupazione ha coperto la sostituzione di molti lavoratori con l’automazione. E’ stata una prima dimostrazione del fatto che l’economia non potrà più mantenere la promessa di creare nuovi posti di lavoro e certamente non alla stessa velocità a cui la tecnologia, con la sua crescita esponenziale, li eliminerà. La disoccupazione cesserà di essere un fenomeno legato alla fase di un ciclo economico per diventare strutturale e irreversibile.

Siamo entrati in una epoca caratterizzata dal passaggio verso una nuova rivoluzione non semplicemente economica ma culturale e ci troviamo già di fronte ad un bivio:  assecondare la rifondazione in atto di un nuovo ordine mondiale secondo il vecchio paradigma capitalistico basato sulla crescita di una ricchezza che consuma il pianeta creando diseguaglianza economica e sociale, oppure conoscere il nuovo paradigma dello sviluppo tecnologico ed imparare ad accoglierlo per controllarlo e dirigerlo. Non conoscere l’evoluzione tecnologica in atto e non riconoscere in essa la nuova emergenza evolutiva,  resistere ad essa descrivendola come un pericolo per l’umanità o accettarla passivamente come una nuova religione salvifica, ci coglierà impreparati e ci condanna ad essere spazzati via dalla piena dei cambiamenti che sta per travolgere la nostra civiltà come oggi la conosciamo. Occorre perciò liberarsi dal pensiero unico-economico di uno sviluppo basato esclusivamente su beni materiali e sul possesso e ripensare l’intera struttura economica e sociale, ripensare le nostre vite, ruoli, scopi, priorità e motivazioni.  Ci sarà sempre meno spazio per ideologie verticistiche e conflittuali legate all’appartenenza etnica, religiosa, politica o territoriale. La politica democratica si svilupperà orizzontalmente, trasversalmente per problemi, e  richiederà sempre più informazione, comunicazione e cooperazione.

L’epoca appena iniziata della Singolarità Tecnologica, della fusione  di tecnologia e intelligenza umana, ci pone l’obbligo di costruirne uno nuovo paradigma culturale che cambierà radicalmente la nostra coscienza, la nostra intelligenza e dunque il nostro sistema sociale.




Propaganda vs verità

Ci si stupisce in questa campagna elettorale della bassezza delle cose dette e dei metodi usati. Si dice che ne uccide la penna più che le armi. Si dice ma non si comprende, ecco la dimostrazione:

l’intelligence della gran parte della propaganda elettorale obbedisce fedelmente ai principi formulati da Joseph Paul Goebbels, Ministro della Propaganda nel Terzo Reich dal 1933 al 1945, uno dei più importanti e geniali (genio del male) gerarchi nazisti.
  I suoi  Principi (circa venti) sono quanto di peggio possa offrire la comunicazione, in quanto non differenziano, non progettano, non ascoltano, ma semplicemente “assalgono”. I principi che vi riporto sono una trasposizione italiana ridotta del più ampio manifesto di propaganda prodotto da Goebbels, ma che ben ne esprimono il senso: comunicazione unilaterale, martellante e con i paraocchi.
 Leggendoli si pensi alla dittatura mediatica, sono tutt’ora usati da molti, purtroppo non solo in politica, ma anche nella comunicazione dei mass media e nella  pubblicità.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
 E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
 Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
 Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
 Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
 Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione. 
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
7. Principio del continuo rinnovamento.
 Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza. 
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
9. Principio del silenziamento. 
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
10. Principio della trasfusione.
 Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
 Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Questi principi valsero a conquistare l’opinione pubblica (il nazismo entrò nel Reichstag il 30 gennaio 1933 con il voto popolare espresso mediante elezioni democratiche) e costarono al mondo oltre 68 milioni di morti. Ecco, ora si comprenderà a pieno perché ne uccide più la penna che la spada. Quello che per voi era solo un insieme di parole ha acquisito significato: 68 milioni di vite strappate all’esistenza.

E adesso andate a votare. Solo la cultura ci salverà.




La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




Senza cultura non c’è sinistra

Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni  dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.

Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che  ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.

La buona scuola?! 
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.

“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14  gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.

Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
 Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.

Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!

Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?!       Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla  produzione e al consumo.

Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro. 
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra. 
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa”  entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo? 
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.




La dignità dell’uomo tra fine e mezzo

Anche fatti recenti dal mondo del cinema ci offrono l’opportunità di riflettere sulla questione morale: esiste un minimo comune multiplo tra le denunce tardive di molestie sessuali subite da attrici (e attori) e lo svelamento dei documenti top-secret di cui tratta l’ultimo film “The Post” di Steven Spielberg?  Sì, esiste e si chiama dignità. 

Daniel Ellsberg, ex militare ed economista del Pentagono, nel 1971 svelò al New York Times alcuni documenti segreti del dipartimento della Difesa degli USA su cui stava lavorando. Tali documenti, poi chiamati Pentagon Papers, rivelavano le strategie del governo americano in merito alla guerra in Vietnam. In una intervista apparsa sul quotidiano laRepubblica alla domanda “seguire gli ordini o la coscienza?” Ellsberg così risponde rivolgendosi in particolare a coloro che operano all’interno di un sistema:

(…) Se, tuttavia … dovessero scoprire che i loro capi e le istituzioni per cui lavorano stanno ingannando il parlamento o l’opinione pubblica, allora li incoraggerei a denunciare ai cittadini quello che hanno scoperto servendosi di documenti che lo provano, e agendo a qualunque costo per le loro vite e carriere”.

Si potrebbe limitare il senso di queste parole sottolineando la formazione da “soldato” o la tarda età cui è giunto Ellsberg dopo aver avuto successo nella sua impresa. Ciò allegerirebbe il peso del confronto con le nostre comuni esistenze. Tuttavia, non possiamo né dobbiamo dimenticare che molti uomini e donne comuni hanno rinunciato persino a vivere, figuriamoci per una carriera cinematografica, pur di non accettare il sopruso, la menzogna, l’umiliazione.  Su  tali sacrifici si sono fondate le libertà e diritti che oggi tanto spesso e orgogliosamente invochiamo e rivendichiamo.

Scrive Hannah Arendt in Responsabilità e Giudizio : “Un fatto del mondo è sempre qualcosa che è diventato tale (come si deduce dall’etimologia latina della parola: fieri – factum est) . In altre parole, è abbastanza vero che il passato ci assilla, poichè la sua funzione è appunto quella di assillare come uno spettro noi che viviamo nel presente e desideriamo vivere in questo mondo così com’è, ossia com’è diventato”.




De humana coscientia: il razzismo

Uno degli argomenti più scottanti di attualità riguarda l’immigrazione, uno dei temi più confusi e imbarazzati che vedono ideologie opposte offrire una diversa accoglienza fondata su pregiudizi di ogni provenienza. Tutte le posizioni si fondano su un’analisi del contingente senza alcuna valutazione né evolutiva né storica. Si tratta per lo più di “opinioni ignoranti” così come chiama Platone tutte quelle prese di parte che non hanno dietro di loro alcun approfondimento filosofico, antropologico, sociale.
E’ mio intento portare quanti più elementi possibile inerenti la questione in modo da liberare il discorso dalla chiacchiera. Tutti ritengono di sapere che cos’è razzismo. Non è così. I più rimarrebbero stupiti se affermassi che “il razzismo è legge di natura”. La diffidenza è una postura antichissima già animale appartenente alle prime specie, il razzismo diversamente è un fatto culturale puramente umano, anche se la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza possono stare alla base ed essere di sostegno al razzismo. Date del razzista a una persona diffidente e questi non capirà; qualificandolo come tale gli offrirete la possibilità di regredire e lo costringerete a schierarsi: dire a qualcuno “sei razzista” significa “quello che tu provi e quindi quello che sei, è razzismo”. Ditelo e avrete un razzista: “Se quello che penso è razzismo allora sono razzista”.
Quel “io sono quello che sento” è vestito da tutti come la pelle e provato con il cuore. Difficile il superamento senza riflessione. Orgoglio e diffidenza sono pulsioni naturali difficilmente superabili, stanno da sempre nella “pancia” della gente.

Le parole cambiano di significato. 

È convinzione comune che a ogni parola si associ uno e un solo significato ma mentre questo è vero per i termini concreti non lo è assolutamente per le parole astratte. Le parole astratte portano sempre con sé una molteplicità di significati che si stratificano a diversi livelli di profondità e sono nell’intendimento che ciascuno dà al termine la fonte della più grande confusione e difficoltà di comunicazione. Se dico “martello”, tutti sanno a che cosa mi sto riferendo ma se dico “libertà” e “ciascuno deve essere libero” ecco che allora diversi o diversissimi intendimenti del termine hanno luogo, ciascuno legato a una personale definizione che più o meno si allinea o confligge con quella di tutti gli altri.
La facilità con cui si accusa chiunque di “razzismo” appena questi mostra anche una vaga diffidenza verso la diversità, è diventata di uso comune e il termine in questione diviene di difficile definizione. Quando si pensa al razzismo, si pensa in genere agli ebrei, all’olocausto o ai negri e alla segregazione razziale. Dico “negri” e non “neri” o “di colore”, riprendendo il termine da un capolavoro “Ragazzo negro” (1945), un romanzo dello scrittore statunitense Richard Wright, un libro che vedrei volentieri come testo scolastico. L’autore con grande semplicità senza risparmiare e risparmiarsi, mette nero su bianco tutte le problematiche razziali senza indulgere in alcun modo né in un senso né in un altro. Wright per inciso è di colore. Il termine “negro” non era al tempo dispregiativo, neppure per l’autore del romanzo. Ciò significa che la valenza negativa del termine è stata assunta solo in seguito a successive vicende sociali relative a rivolte del popolo di colore.
Nietzsche in uno dei suoi maggiori scritti “Al di là del bene e del male” per quattro pagine insulta gli “antisemiti” chiamandoli pagliacci o anche “canaglia”.
Di contro all’attuale concezione che tende a sconfessare su una base scientifica le differenze razziali tra tutti gli uomini, Nietzsche chiama “razza” gli ebrei, con un valore estremamente positivo dato al termine, sostenendo che “gli ebrei sì sono una razza”, un vero popolo, mentre “i tedeschi non ne sono ancora capaci”. Nietzsche detestava i tedeschi, si diceva polacco. Tale la sua avversione per gli antisemiti che non frequenterà più la sorella perché spostata con uno di questi pagliacci. Incredibilmente per motivi di convenienza ideologica fu considerato il filosofo del nazismo.
Per molti il termine “razza” ai suoi tempi suonava aulico e benemerito, come il compimento di un percorso storico di un popolo.
Tutto questo fa capire che le parole in generale e termini come “negro” e “razza” in particolare cambiano di significato nel tempo in dipendenza delle circostanze e come di conseguenza cambi il loro uso. L’odio razziale in America cambierà il termine “negro” in “nero” o “di colore” e “negro” diverrà un insulto. Al termine della seconda guerra mondiale “razza” diverrà il sostantivo per definire il “razzismo”, un demone dell’umanità. Da “antisemiti” gli odiatori del popolo ebraico divengono razzisti.
Sotto il termine “razzismo” si nascondono mondi di pensiero, mondi che talora si sovrappongono e talora contrapposti.
Capire il “razzismo”, nel termine come nel senso, è quindi tutt’altro che di semplice soluzione. Il termine per quanto per lo più odiato al presente, si presta a diverse interpretazioni e merita di essere approfondito.
Cercare la soluzione con un’indagine sincronica, comparativa tra le culture presenti, senza conoscere la storia è impresa insensata e spesso controproducente.
La soluzione di un problema a un fenomeno culturale in atto è comunque riduttiva se del fenomeno non si conosce l’eziopatogenesi, ossia la sua storia a partire dalle origini e la successiva evoluzione, facendo più possibile riferimento nell’indagine alle grandezze e alle variabili che entrano in gioco a strutturare il fenomeno. Poiché ogni fenomeno culturale trae origine da situazioni già esistenti in natura, è oltremodo utile rifarsi alla natura per studiare il fenomeno.
Ciò che ora potrebbe sembrare una digressione è al contrario un approfondimento essenziale per la comprensione della necessità di distinguere il razzismo dalla diffidenza.

La diffidenza

Gli animali difendono il territorio. Questa “difesa”, il “difendere” e “difendersi”, è la variabile in prima analisi da considerare. La difesa di sé comporta anche la difesa del territorio, la difesa di un ambiente dove l’individuo deve poter sentirsi al sicuro. Il sé e l’ambiente costituiscono il self. La difesa del self è una prerogativa irrinunciabile, ne va della sopravvivenza sia dell’individuo che del gruppo quandanche della specie. Bisogna considerare che qualsiasi animale ritiene una minaccia qualsiasi presenza estranea al proprio territorio, anche se si tratta di individui della stessa specie, della stessa razza o di famiglie diverse dalla sua.
Se osservate due nidi di formiche a poca distanza uno dall’altro, formiche identiche ma di diverso nido e le mettete a confrontarsi sullo stesso territorio, immancabilmente confliggeranno fin a staccarsi arti e teste; e non cesseranno finché uno dei due nidi non sarà totalmente annientato. Questa “carneficina” segna la ubris primordiale, negli animali superiori nota come “la frenesia del sangue” che si ripeterà fino a giungere all’uomo. La difesa del self è il sentimento di appartenenza al gruppo, ha origini antichissime, centinaia di milioni di anni. La natura dota l’individuo di una pulsione paura-aggressione atta alla difesa. Alla base della pulsione sta un istinto primordiale che rimane come meccanismo di fondo in tutte le specie uomo compreso, a partire da centinaia di milioni di anni. Questa pulsione innata si consolida sotto la fattispecie di una “spinta interna”, congenita, immutabile, irrefrenabile che prende il nome di “istinto di sopravvivenza”. L’istinto si configura come una reazione spontanea e potente a una determinata situazione di pericolo ambientale; nel nostro caso l’apparizione di un intruso. L’istinto non lascia all’individuo grande libertà ma in dipendenza delle situazioni di maggior o minore pericolo può comunque essere modulato, represso o agito con diversa forza, in dipendenza delle caratteristiche individuali innate o anche della gerarchia assunta nel gruppo quando evolutivamente si costituiranno i gruppi. Anche l’istinto è soggetto a evoluzione mostrandosi necessitato nelle tassie, risposte obbligate legate all’ambiente o contenuto, fino a poter essere represso nell’uomo in dipendenza delle circostanze ambientali. L’allargamento dei gruppi comporta sempre nuove regole e con questo l’istinto avrà modo di variare le sue manifestazioni in dipendenza non solo dell’ambiente ma di nuove pulsioni che nascono, si stabiliscono nel mondo interno sovrapponendosi all’istinto al fine di trovare nuove soluzioni comportamentali più evolute in risposta all’ambiente. Nasceranno passioni e sentimenti. In pratica tassie, istinti, passioni e sentimenti si stratificano formando diverse posture dello spirito della “persona”.

Una considerazione. Le caratteristiche comportamentali negli animali si trasmettono evolutivamente e passano da una specie all’altra senza soluzione di continuità a dimostrazione che l’”anima” non è prerogativa umana e che il comportamento animale nelle sue fondamenta arriva fino a noi seguendo un percorso evolutivo dello spirito. Anche nell’uomo la difesa del self è più che mai viva, tanto che i più la trovano “naturale”. Gli istinti che sottostanno ai sentimenti, sono vivi ancora in tutte le specie e in tutte le razze, e nell’uomo stanno alla base di tutti i fenomeni sociali e politici regressivi che si rifanno alla natura nelle sue componenti pulsionali primitive legate alla difesa al possesso al territorio a spiegazione di ideologie fondate sull’appartenenza (nazionalismi, campanilismi, tribalismo, clan, sono ancora testimonianze vive del bisogno di appartenenza. Le faide sono fossili comportamentali e vestigia del pregresso si trovano ovunque sparse anche se in misura diversa o molto diversa, in tutte le società.
Negli animali posti in basso sulla scala evolutiva la pulsione primitiva si manifesta unicamente come istinto e non si accompagna ad alcun sentimento ma in creature come i canidi, le scimmie e in particolare le scimmie antropomorfe, all’istinto si sovrappongono nuove posture dello spirito; già per queste specie si può parlare di “sentimenti”, di un modo di esserci, di essere nel mondo, che si lega all’autostima, al sentimento di sé, e quindi anche al giudizio. I sentimenti sono emergenze che si manifestano esteriormente per facilitare la comunicazione.
Essere felici o tristi, gaudenti o depressi , calmi o arrabbiati, è facilmente riscontrabile negli animali superiori dotati di “espressività”, si tratta di segnali dati non solo con il corpo ma anche e soprattutto attraverso la mimica facciale. L’espressività facciale è un incontestabile segno d’intelligenza anche nell’uomo.
L’avvento delle passioni e dei sentimenti negli animali vicini all’uomo e nello stesso uomo, pone l’individuo in un diverso rapporto con se stesso e con l’ambiente, con il sé e con l’altro da sé.
La domanda ora è qual è non già più solo l’istinto ma qual è il sentimento che evolutivamente si accompagna alla difesa del sé e del gruppo.

L’orgoglio di appartenenza

La diffidenza è la pulsione più antica legata all’origine all’istinto di sopravvivenza nato miliardi di anni fa, dall’istinto di sopravvivenza nudo e puro, per separarsene lentamente in relazione all’importanza che l’ambiente assume nel tempo e in dipendenza dell’aumento delle capacità relazionali dell’individuo. Con il progredire della coscienza, coscienza di essere nel mondo, decine di milioni di anni fa nasce l’autostima, il valore attribuito e da attribuire a se stessi, e con l’autostima nasce un sentimento che si sovrappone alla diffidenza , si tratta dell’ orgoglio di appartenenza, un sentimento che lega l’individuo non già più solo alla specie, al territorio e al gruppo ma che accentua l’importanza di esserci come individuo in quanto individuo nel gruppo, una primordiale coscienza di sé. Un salto titanico dello Spirito, spirito che prende posto nell’io, nel nucleo della cipolla. Da allora, con un cammino durato milioni di anni, diffidenza verso l’altro e orgoglio di appartenenza viaggeranno uniti.
In definitiva possiamo affermare che l’orgoglio di appartenenza in difesa del self è un’emergenza esistenziale che compare più recentemente ma antica comunque decine di milioni di anni che si pone nell’”Io” nel mondo interno e che ha come manifestazione esteriore una curiosa emergenza fenotipica: l’espressività.
Non è un caso se la mimica facciale e non solo facciale, di Mussolini sul balcone di piazza Venezia ricorda da vicino l’espressione e la postura di un maschio dominante di gorilla nella jungla e come tale veniva riconosciuta da folle di scimmie deliranti. Certi gesti sono riconosciuti come segnali antichi patrimonio di culture ancestrali ancora vivi nel DNA. Ancor oggi gli uomini a guisa delle scimmie si minacciano con gli occhi.
Una prima osservazione. Abbiamo analizzato finora un’unica postura spirituale, la diffidenza. Ma già qui si può osservare che la diffidenza, trattandosi di un sentimento ancestrale che riguarda anche gli animali molto prima della comparsa dell’uomo, non può e non deve essere confusa come di fatto generalmente avviene, con il razzismo. Si dimostra come un’analisi del reale condotta solo sul presente sia radicalmente infondata. Per questo, per altro e per tutto quello che per essere compreso necessiti di un’analisi storica ed evolutiva.
L’orgoglio di appartenenza di fatto è un altro ingrediente indispensabile per la ricetta razzista. La diffidenza gioca solo in difesa, l’orgoglio anche all’attacco.
Diffidenza e orgoglio sono ingredienti indispensabili ma rimangono condizioni necessarie e non sufficienti, solo elementi prodromici al razzismo. In sé possono sfociare in sentimenti di orgoglio familiare o nazionale senza per questo essere ostili al prossimo.
Il problema nasce quando questi sentimenti sono considerati come gli unici sentimenti validi a sostegno della vita di relazione senza ulteriore evoluzione affettiva. Né la diffidenza né l’orgoglio prevedono in sé un sentimento come la compassione, un’emergenza sentimentale che rifonda lo spirito solo recentissimamente.
Questo fa pensare che diffidenza e orgoglio senza la compassione rimangono chiusi in un’enclave comportamentale primitiva.
La mia tesi è che ideologie ferme a nazionalismi non siano altro che concezioni non evolute dello spirito che non prendono in considerazione gli ulteriori progressi dell’anima nella relazione col prossimo.
Diffidenza e odio, diffidenza fino all’odio, nascono dall’orgoglio di appartenenza, una pulsione antica, un “sentire” che arriva pressoché immutato fino all’uomo.
Nella specie umana l’orgoglio che si esprime nell’individuo come pulsione, diviene nella collettività “volontà di potenza”, un sentimento che unisce il gruppo e pone come condizione dell’essere, la supremazia di un gruppo sull’altro. La storia passata è storia e di conquiste. E’ la guerra e con la guerra la “volontà di potenza” di vincere e sterminare il nemico: uccidere gli uomini e i bambini e fecondare le donne. Storia antica di leoni e recente di sangue per il trono (Riccardo III, Shakespeare) a dimostrazione di come antiche leggi naturali tardino a morire; dentro l’uomo dorme la belva e può sempre risvegliarsi o essere risvegliata.

Il mito della natura

Quando si pensa a natura, si pensa “bello e buono”, bello come buono. Dio con la Natura rasserena lo spirito. È un inganno, questo pregiudizio sulla benignità della natura è frutto di molteplici errori e di molte ideologie che turbano e distorcono l’animo e il pensiero.
In verità la natura è crudele, la crudeltà in natura è stata ed è ancora nel regno animale, il valore più alto per fortificazione della specie e per la sopravvivenza.
La crudeltà è il valore guida di riferimento per la selezione e il miglioramento della razza. I predatori sono feroci, anche i più miti, il destino di tutti gli animali è di essere sbranati vivi o morire in solitudine di inedia. Non altro. La vita è confutata, la natura è feroce. La gioia nell’uccidere è un istinto primordiale entrato nel sangue per milioni e milioni di anni e che arriva fino all’uomo. La crudeltà non si è estinta neppure nell’uomo, si è solo “allontanata”. La strada per l’Eden è ancora lunga.
Alla crudeltà animale e dalla primitiva crudeltà umana che in antiche tribù “gioiva del sangue”, nuove emergenze si sono venute a sovrapporre e a sostituire la crudeltà come valore principe per la sopravvivenza. Nell’evoluzione spirituale alla naturale diffidenza si viene a sovrapporre molto più recentemente, solo qualche decina di milioni di anni fa, l’orgoglio di appartenenza. Questo nuovo sentimento estende l’io ad altre categorie dell’essere, ad altri modi di essere; in un modo più “razionale” l’individuo prende lentamente coscienza di sé, nasce l’amor sui.
Bisogna precisare che l’orgoglio in sé non sconfigge la crudeltà; la crudeltà anzi diviene spesso alle origini “motivo di orgoglio”, l’io neonato gioisce della propria crudeltà. Con l’orgoglio e la crudeltà nasce anche il cinismo, permane l’indifferenza alla sofferenza degli altri che diviene motivo di riso e anche di piacere. Un cocktail di sentimenti che ricorda da vicino il Nazismo.
L’orgoglio tuttavia porta anche la “nobiltà d’animo” che lascia allo sconfitto “l’onore delle armi” se chi viene sconfitto riconosce la superiorità del vincitore e il vincitore cessa ogni ostilità. L’orgoglio porta dunque con sé l’empatia, la possibilità di rivedere il sé nello specchio l’anima altrui, un passo fondamentale che dischiude la monade animale totalmente incapace di sentire l’altro da sé e apre la strada alla compassione. La collaborazione e la compassione, presenti in nuce anche in natura, hanno garantito la sopravvivenza attraverso un percorso millenario allontanando nel tempo la necessità di essere crudeli. Su questo percorso si possono leggere anche le tappe fondamentali percorse dall’uomo durante la sua vita e comprendere a fondo come certi individui si evolvano fino alla compassione, alla misericordia mentre altri rimangano imprigionati nelle pulsioni animali, in un mondo di solo utilizzo tutto sesso e possesso, cibo e territorio, fondato su sentimenti primitivi come la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza.

La cultura


Come si passa allora dalla crudeltà come valore indiscusso per la selezione naturale alla collaborazione come valore utile alla convivenza? La risposta è con la cultura ossia con un ulteriore progresso dello spirito che introduce nuove emozioni. Cultura nei termini più generali è un termine in uso per definire il possesso di conoscenze di un gruppo atte a garantire la sopravvivenza e la continuazione del gruppo e della specie. La cultura è soggetta a una continua evoluzione che porta a sempre nuove definizioni del rapporto con l’ambiente con la comparsa nell’individuo di emergenze pulsionali atte a migliorare il rapporto stesso. Nell’uomo per cultura s’intende un progresso in civiltà e una maturazione dello spirito, sia individuale che sociale, che consenta la possibilità di una migliore convivenza e un miglior rapporto con l’altro da sé.
La collaborazione apre un nuovo capitolo più vicino alla nostra storia, alla storia di noi umani.
Fa parte della cultura tutto lo scibile appreso che può essere trasmesso alla generazione successiva. La tradizione della cultura a partire dagli animali è cosa troppo complessa per essere qui trattata, basti sapere che nel processo evolutivo anche la cultura è soggetta a selezione e che in un lungo periodo di tempo sopravvivono solo quelle nozioni utili alla miglior relazione con l’ambiente, selezione del più adatto prima e spinta al più collaborativo poi. Il processo è ovviamente ancora in atto, competere e collaborare non sono necessariamente esclusivi uno dell’altro. Rimane che l’orgoglio predilige la competizione e la compassione la collaborazione.
Nessuno si accorge che nell’esprimere un’opinione la agisce, sotto metafora, a partire dalla pancia o dal cuore, e che sugli intendimenti pulsionali di orgoglio e compassione secondo misura si formulano tutte le ideologie politiche di questo mondo.

La morale e la colpa

Un giorno forse non mangeremo più mucche ma per ora mangiare mucche non è ancora un delitto. Il delitto di fatto nasce col crescere della cultura, quando la cultura, secondo coscienza acquisita, si rivolge al passato e lo giudica ossia quando nasce il “senso di colpa”. Un’osservazione interessante e un punto nodale è che con la cultura il “valore della vita cresce”. L’importanza che il sociale dà al valore della vita dell’individuo, fiorisce. Nasce un’attenzione al singolo che è uno degli indici di crescita dello spirito e di civiltà. Dall’individuo-specie all’individuo-gruppo, all’individuo, si completa il miracolo dell’individuazione. Il principium individuazionis nato con la filosofia e riconosciuto solo nell’uomo, ha in realtà una storia lunga quanto la vita. Nel dare corpo allo spirito lungo la via evolutiva si stabilisce altresì anche il principio che il valore della vita è relativo, proporzionale alla crescita dello spirito ossia della coscienza. Anche se questo può scandalizzare la sacralità della vita è relativa alla dimensione della coscienza. Detto altrimenti, da una diversa prospettiva, si potrebbe affermare che la cultura è lo “spirito santo”; venga o meno da Dio, è quella cosa che “valorizza” il mondo regalando lo spirito alla natura. La quantità di spirito e la qualità dello spirito crescono. In un’immagine questo “dar valore” è opera dello Spirito della cultura che crescendo si “inluia” (espressione dantesca) nel mondo. La cultura è uno Spirito, Fysis, Natura naturans. Deus sive natura sed natura naturans, evolutio. Chi non possiede questa comprensione non capisce “divino”.
Si apprende qui che il valore della vita non è un assoluto, noi mangiamo gli animali, non per questo ci sentiamo in colpa ma questo inciso pone immediatamente la questione in essere: il valore della vita è lo stesso per tutti gli uomini?
La considerazione con cui si tiene la vita degli altri non qualifica gli altri ma qualifica noi stessi per quello che in verità siamo.
Ritieni tu la vita degli altri importante quanto la tua?
A questa domanda il razzista risponde NO! Non considera “i non appartenenti al gruppo” uguali e in particolare li considera inferiori, non per cultura ma per genetica o per volontà di Dio.

Il razzismo in natura

La ferocia nel mondo animale segna l’aggressività, una qualità indispensabile per favorire la dominanza dentro e fuori dal gruppo e consentire la perpetuazione dei propri cromosomi. Questa qualità dello “spirito” permette al maschio dominante di primeggiare nella gerarchia e si manifesta con una competitività all’interno del gruppo anche in comunità ristrette di animali.
La dominanza accresce l’orgoglio, l’amor sui, l’orgoglio individuale, che già compare nelle specie più evolute. Il gorilla si batte il petto e dice “Io” a tutta la jungla.
Diversamente dagli erbivori che si radunano in mandrie anche di migliaia di capi, nei predatori, in cui la ferocia si manifesta soprattutto nei confronti di altre specie, i gruppi non superano mai le poche decine. I gruppi dei cacciatori competono per il territorio ma nel caso di un incontro con un altro gruppo le perdite subite in caso di conflitto tra bande rivali rischiano di essere troppo ingenti, di conseguenza le dispute si esauriscono o con la lotta tra i capi o con scaramucce, poco sangue e allontanamento. Gli animali non sono capaci di stragi.
Buonisti umanitari lettori di favole vedono in tutto questo virtù animali ma di fatto è solo convenienza e incapacità. Un animale sterminerebbe senz’altro un gruppo concorrente se solo ne avesse convenienza e capacità.
Perché si arrivi al genocidio bisogna dunque attendere l’avvento di gruppi di animali più numerosi che alla ferocia assommino anche armi micidiali che rendono impari la lotta, e un ingegno sufficiente a ideare una strategia: gli uomini.
La preistoria è storia di genocidi in cui i maschi di una tribù sono totalmente eliminati e le femmine rapite e stuprate; anche indipendentemente dalla razza, bastava appartenere a una diversa tribù. L’idea di una diversità razziale non è ancora nelle loro teste, i gruppi venivano raramente a confronto e sempre con i vicini.
Ma anche qui leggere differenze somatiche venivano percepite come diversità di sangue e guerre “razziali” potevano anche a quei tempi aver luogo.
Guerre razziali sono state combattute fino all’annientamento anche recentemente in Africa tra Tutsi e Hutu a dimostrazione che il razzismo nasce anche spontaneamente sulla base di evidenti differenze somatiche.
Quando la differenza “salta all’occhio” come salta all’occhio la statura o il colore della pelle, quando si ha in dote il vizio supremo, la superficialità, il nemico non deve essere solo vinto ma sterminato. Il problema come sempre è il territorio e sono le donne; ma le donne solo se non appartenenti alla stessa razza. Individui della stessa razza sono rivali ma portano dentro di sé gli stessi cromosomi, individui di razze diverse portano cromosomi diversi. La dittatura dei cromosomi non cessa: primo riprodurre me stesso, secondo la mia famiglia, terzo la mia tribù, quarto la mia razza. L’io si colloca al centro della cipolla.
Tutto questo, a difesa del self sotto la dittatura dei cromosomi, è ancora lotta per la sopravvivenza, non è ancora razzismo secondo l’intendimento moderno, è razzismo nei fatti secondo volontà di madre natura non nell’idea per volontà degli uomini.
Quando nasce allora il razzismo?
Abbiamo visto che l’idea del diverso e del diverso come nemico, è cosa naturale e antichissima, e abbiamo compreso che l’orgoglio non sconfigge la crudeltà: la crudeltà anzi diviene “motivo di orgoglio”.
Odiare o diffidare del “diverso” è nella natura degli uomini da sempre.
Il razzismo ideologicamente e modernamente inteso nasce solo quando nasce la coscienza e con la coscienza la colpa. La coscienza offre una nuova possibilità di considerare un comportamento che in natura è naturale ma che nell’uomo non lo è già più, in quanto la coscienza offre un nuovo modo di vedere la cosa e propone in libertà di scelta, nella scelta un diverso e migliore agire. Coscienza, colpa, libertà danno origine alla morale.
La coscienza nasce quando nasce il “senso di colpa” che si origina dalla libertà di scelta e pone una scelta come migliore di un’altra dando luogo a “bene e male”, ossia alla morale. Senza senso di colpa nessuna morale.
Se il razzismo è in natura, per capire “razzismo” dobbiamo ora porci la domanda inversa: quando siamo diventati non razzisti?.
Solo questa domanda ci mette sulla buona strada.

La compassione

La risposta è: quando abbiamo smesso di odiare e di essere diffidenti verso il prossimo alla nascita della morale; morale che porta con sé la compassione come valore dominante per la convivenza. La compassione allontana la diffidenza e supera l’odio.
Questo “non più odiare e cessare la diffidenza” con la compassione si volge in “amore” per l’altro da sé: uomini, natura, mondo. Una disposizione d’animo positiva volta ad aprire anziché chiudere, volta all’”apertura”.
La compassione e il suo avvento meritano un trattato, qui basti osservare che si tratta di una nuova postura spirituale che solo recentissimamente in termini evolutivi acquisita, stravolge i rapporti sociali, 
L’idea che essa sorga a un punto preciso della storia è assurda e fallace, e deviante.
Un indispensabile chiarimento. Ogni emergenza esistenziale che riguardi l’uomo (parlerò di emergenza esistenziale per ogni evento dello spirito che per quanto sia datata la vita e grande il mondo, non era mai apparso prima) ha un periodo di gestazione all’interno del regno animale e si manifesta nell’uomo dopo un lunghissimo periodo d’incubazione per poi fiorire e giungere a maturità ma continuare a evolversi. Una curva a S, prima una parabola, poi un flesso che raggiunge un plateau comunque in ascesa. Ogni fenomenologia dello spirito considerata in una sua particolare accezione (vuoi diffidenza, vuoi orgoglio, vuoi compassione) si manifesta sempre nel tempo secondo misura. Espressioni di tutto o niente, prima o dopo sono totalmente insensate. Questo meccanismo deve essere ben compreso in quanto fondante dell’essere dello Spirito. Ogni fenomeno ha una nascita, una crescita, una maturazione: le varie fasi sono senza soluzione di continuità. Nella tavolozza della nostra anima ogni colore è giunto a noi dopo una lunghissima preparazione. Milioni di tonalità per ogni colore. La combinazione dei colori fa l’arte e l’artista.

Il bastardo


Questa figura “il bastardo” non è mai stata considerata nella sua fondamentale e straordinaria importanza nello stabilire l’assetto di qualsiasi società a partire anche dalle società animali. Nessuna dottrina filosofica, antropologica, storiografia, politica o sociale, ha mai preso nella dovuta considerazione questa figura.
La dittatura dei cromosomi che infonde pulsioni primordiali mai interamente sopite offre alla specie Homo diverse soluzioni per la sopravvivenza.
L’uomo a un certo punto del suo viaggio nel tempo scopre scientemente la relazione tra copula e nascita. Questa comprensione è un avvenimento che segnerà tutta la sua successiva organizzazione sociale. Il patriarcato, il domino del maschio sulla famiglia e in particolare sulla prole metterà l’accento anche sulla qualità della prole: il chi è nato da chi.
L’orgoglio di appartenenza è soprattutto anche orgoglio per il possesso. Il desiderio di possesso, l’anima concupiscibile per Platone che si riferisce alla pancia, corrisponde a una pulsione che fa riferimento a un vizio capitale: l’”avarizia” meglio nota ai tempi nostri come avidità. All’avidità fa riferimento anche la “volontà di potenza” e in ultima analisi all’orgoglio di appartenenza qui esplicitato come volontà di possesso. Il possesso ha all’origine come oggetto sia le cose, come le donne, come i figli, da parte del solo maschio. Come si può osservare il maschilismo ha origini alquanto antiche. Ma non è maschilismo finché non giunga a un sostegno teorico.
Ora, anche il figlio e soprattutto il figlio maschio, è la garanzia non solo della sopravvivenza della specie ma della sopravvivenza della stirpe. Nell’espressione “mio figlio”, “mio” è appieno un aggettivo possessivo. E guai a chi me lo tocca. La femmina, la figlia femmina, è pericolosa perché porta i cromosomi, il sangue, fuori dalla famiglia. “Puttana” all’epoca e per definizione chi copula fuori dalla famiglia. Gli incesti non si contano e prima che si manifesti un indebolimento della stirpe che sconsigli gli incesti, una prassi che consentiva di mantenere il sangue in famiglia, dovranno passare diversi millenni.
A questo punto della storia antica nasce il problema centrale di tutta l’umanità fino ai giorni nostri: “il bastardo”, bastardo che all’origine è semplicemente il nato da una relazione extrafamiliare. L’orrore dell’incesto è un nuovo sentimento che si affermerà solo quando “coscientemente” si verificherà il decadimento della stirpe e si assumerà la proibizione di rapporti tra consanguinei con condanne talmente gravi da arrivare a far considerare l’incesto un “tabù”. Il bastardo è un problema che si trascinerà con diverse vicende (tutte da seguire) per migliaia e migliaia di anni; problema che si è risolto solo ieri e solo nei paesi occidentali. Senza stare ora a dilungarmi dirò che con il “bastardo” nasce in relazione anche il problema della razza.
Il bastardo nato “fuori dal matrimonio” costituisce un problema sia che sia nato all’interno del gruppo sia che provenga da altro gruppo. All’interno, secondo “nobiltà” di nascita, avranno luogo le caste o le classi sociali, mentre il bastardo rimarrà comunque a margine come elemento di disturbo a diversi livelli del sociale. Il bastardo nato da un “matrimonio” fuori dal gruppo con femmine di altra tribù potrebbe ancora essere tollerato nel gruppo in dipendenza dello stato sociale di chi, padre, lo ha generato. Tuttavia il bastardo arriva al gruppo ancor più discriminato del precedente ed è fonte di disagi e lotte intestine a tutti i livelli. Una distanza ancor maggiore si crea quando il bastardo è un incrocio di razze riconosciute come diverse, si parlerà allora del bastardo come di una creatura immonda che non appartiene al proprio sangue, e nascerà col sangue l’idea della “purezza della razza”. La “Razza” nasce concettualmente col sangue, con l’orrore di mischiare il sangue. Sangue e spirito nella coscienza dei primitivi sono uno, e al sangue recentemente ancora Shakespeare si riferirà come metafora per lo spirito che anima il corpo e che un giorno tornerà alla terra. Il sangue e la terra sono uniti in un’unica rappresentazione. Sangue, spirto, terra sono uno nell’immaginario dell’antichità; montano nell’individuo in un’unica potentissima pulsione.
Il ritorno alla terra è i ritrovamento dello spirito degli antenati non solo instaura il culto dei morti ma fa rivivere al presente la grandezza della nazione: Pro patria mori.
L’idea di purezza della razza nasce per impedire non solo matrimoni misti ma anche gli stupri, copule che danno vita ai bastardi , a tutto ciò che può contaminare il sangue e inzozzare col proprio sangue la terra degli antenati. Bastardi che se portati nel gruppo creano aumento della litigiosità sociale e scadimento della razza. I bastardi sono “figli di puttana” chiunque sia la loro madre che resta sempre una cagna, un essere comunque da disprezzare.
I vichinghi e non solo i Vichinghi, nel caso in cui un soldato stuprasse una donna del nemico, uccidevano la donna e lo stupratore, reo di aver mischiato il sangue.
Il problema del bastardo, connesso con la “purezza della razza”, si trascinerà per millenni e in modi e misure diverse, arriva fino ai giorni nostri. Si pensi che la questio si risolve definitivamente in Italia solo nel dicembre 2012 con l’equiparazione dei figli naturali con i figli legittimi e che in India paese “socialista”, esistono ancora le caste tra le quali i matrimoni misti sono ancora pesantemente avversati.
Dunque il razzismo è un fenomeno “naturale” che ha preso particolari pieghe con l’evoluzione della cultura. La cultura in sé infatti non viene necessariamente a migliorare le cose.

Nazismo e natura

Il razzismo trae origine anche come visto anche dall’idea che ciò che è naturale è anche buono, tanto che il termine naturale più che “secondo natura “, è entrato potentemente nella lingua con una valenza estremamente positiva: buono e benefico ma ancor più prepotentemente col significato di: ovvio, di cosa scontata e quindi logica e giusta. I significati: “buono, ovvio, naturale”, si sono uniti nell’emozione legata al termine confondendo il significante e “sporcando” la comunicazione. Un “prodotto naturale” è un prodotto senz’altro buono, l’emozione che accoglie il termine è sempre positiva, ma naturale è anche il veleno e che il veleno sia mortale è naturale, ossia ovvio . Questa “metacomprensione” è stata ed è ancora foriera di molte credenze soprattutto sull’efficacia di medicine alternative alla medicina tradizionale fondate su prodotti e prassi esistenti in natura: “così come facevano gli antichi” o le nonne, con una regressione di secoli.
Le parole che veicolano la lingua portano con sé un’emozione di fondo che apre o chiude oltre che il cuore anche la mente. Questa emozione di fondo che si ravvede nelle categorie descritte di diffidenza, orgoglio, compassione, spinge lo spirito ad agire o a ripiegarsi su se stesso. Si tratta di quella parte dell’io che fa una scelta, esprime una volontà. In questo senso è il cuore a comandare.
Naturalmente è impossibile e improponibile cessare l’uso o apportare modifiche al termine, sono cose che avvengono molto lentamente nella cultura, ma questo dimostra come la lingua entri prepotentemente a influire sulle nostre idee, un bel esempio di quello che si intende “essere parlati dalla lingua”.
Questo richiamarsi alla natura anche attraverso un errore logico-semantico che ci fa leggere nella natura la bontà in luogo della jungla, un giardino incantato in luogo di terreno di spietata crudeltà, sarà il fondamento di molteplici errori filosofici che si interrogano sulla cosidetta “natura umana”, ideologie come quella di Rousseau che fonda sul mito del buon selvaggio la natura umana, o dei romantici che sognano l’arcadia, un eden pastorale di convivenza di lupi, leoni e agnelli; ma molto più feroce nasce il mito del nazismo che vede nel ritorno alla natura le radici della purezza della razza e del sangue, della ubris e della crudeltà. Nel delirante mito nazista l’orgoglio di appartenenza scatena la primordiale volontà di potenza, spinge la diffidenza fino all’odio, sposa il razzismo esistente in natura con la delirante idea del superuomo, consacrando l’ideologia nazista che chiama in causa non solo la Natura ma Dio stesso, un dio in tutto e per tutto votato alla causa.
Quello su cui bisogna riflettere e capacitarsi è che Hitler in definitiva non ha fatto altro che riprendere le pulsioni, i sentimenti e le leggi ancestrali che da sempre hanno guidato la ubris naturale.
In natura per l’animale il mondo è solo nell’utilizzo; la natura è crudele, impietosa e indifferente: elimina i vecchi, i superflui, i deboli, i cuccioli, gli inutili, gli incapaci; i valori sono la forza, la prepotenza, l’astuzia, l’aggressività, ferocia, la crudeltà, l’indifferenza; e con tutto ciò la natura ottiene il premio: seleziona e con la selezione rinforza la razza.
Il mito nazista recita: c’è qualcosa di grande nell’orrore. Nella grandezza dell’orrore l’orgoglio del guerriero trionfa impavido sulla morte. La morte stessa è esaltata nel coraggio e nella gioia. L’esaltazione è risvegliata nello spirito del guerriero dall’antica ubris, che il guerriero rivive nel cuore di tenebra della Natura.
L’ideologia nazista è un abbraccio naturale con la morte. Sentimenti di odio, volontà di potenza, di sangue, di morte e di gloria.
Come con grande ingegno e cuore Giacomo Leopardi ci rivela che la natura più che madre, è matrigna, una madre perfida che inganna “i figli suoi”. La dea Kalì di fatto divora la vita e fa della natura il regno della crudeltà della sofferenza e della morte ed è per questo che noi siamo “scappati di casa”. La natura di Dio e quella del Diavolo amano nascondersi. L’orrore si nasconde nella natura. Se la natura non ci appare tale, è perché Grimilde è bellissima e ci inganna e strega con la sua bellezza: “bello come buono” è l’inganno, anche questo l’intendimento di un antico adagio; bellezza e morte nelle tragedie greche sono dee protagoniste dell’ esistenza.
Di mezzo ci sta Eros, la vita: il sesso con l’amore per il corpo che domina uomini e animali, la Venere Celeste di Platone, e “l’amor che regge il mondo e che tutto lo governa” di Dante, un amore riservato ai soli uomini o agli dei.
Alla ubris che nasce in natura per volontà di un antico dio indifferente, generoso e malvagio, si contrappone ora e solo ora, la compassione.
La compassione, sentimento celeste che si prende “cura” dell’essere, meriterebbe un trattato: il “De nobilitate hominum”, solo la compassione fa dell’uomo l’uomo. Il resto è ancora spirito animale.
Con l’avvento della compassione e proporzionalmente a essa, nasce anche la colpa e con la colpa la coscienza; coscienza della colpa, di aver agito bene o male. Bene e male, giusto o sbagliato, hanno finalmente luogo. Ha luogo la morale e la giustizia. Senza il neonato “senso di colpa”, senza coscienza e senza compassione nessuna morale. Rimorso, vergogna, pentimento sono nuove pulsioni sconosciute agli animali, profondi sentimenti che stigmatizzano l’uomo come uomo e lo separano dalle bestie. Chi non prova compassione, rimorso e non sente colpa è ancora un animale. Sempre secondo misura. Anche il pentimento rientra nel “sentir novo”, pentimento che nella vergogna, nel rimorso e nell’espiazione cerca l’assoluzione e pensa di trovarla nelle cerimonie o nel perdono ma come dice Dante “Assolver non si può chi non si pente”.
Rimorso, senso di colpa, vergogna, sono sentimenti umani e solo umani, come umane sono virtù dello spirito come compassione e misericordia, volte a evitare con una condotta morale di provarli.
I più nell’assenza di colpa vedono l’innocenza, vedono il bene. Ebbene, gli animali sono innocenti e in questa innocenza esprimono indifferenza, crudeltà e ferocia, gli animali mancano di sentimenti e di coscienza e per questo sono spietati, innocenti e spietati. Guai a chi non sente colpa!
Coloro che ritengono che gli uomini siano più crudeli degli animali, si stanno riferendo alla possibilità che gli uomini lo siano, che lo possano essere. Questo accade perché e data all’uomo un maggiore campo di azione proporzionale alle sue potenzialità, la possibilità di agire maggiormente sia nel bene come nel male. Cosa per cui l’uomo può essere l’animale più mite o il più sanguinario secondo morale; e se come ora dimostrato se l’uomo si rifà alla natura per legiferare come spesso in passato è stato fatto, allora è selezione, razzismo e olocausto.

Conclusioni


Solo ora abbiamo gli elementi sufficienti per giungere a una definizione.
Il razzismo è un’ideologia che si fonda sulle leggi e le pulsioni esistenti in natura per sostenere una teoria filosofica fondata sulla purezza della razza, e una teoria politica che consente attraverso la volontà di potenza procedere per eliminare o sottomettere altri popoli considerati di razze diverse e inferiori.
L’eliminazione degli ebrei e la riduzione in schiavitù dei neri sono di questa fattispecie.
Finché l’ostilità verso “lo straniero” appartenente a una diversa etnia si limita alla diffidenza e alla difesa, non può e non deve essere considerata razzismo. Se date del razzista a chi diffida è possibile che se ne convinca e razzista lo divenga davvero.
Le tendenze a discriminare possono ben essere i prodromi del razzismo ma la tendenza a discriminare non è ancora razzismo fino a quando la discriminazione non è agita.
In definitiva il razzismo è contraddistinto dall’offesa mentre la diffidenza è contrassegnata dalla difesa.
Morale, la diffidenza verso lo straniero non può essere chiamata razzismo finché il comportamento non si manifesta, anche solo parole, in un’azione. Bisogna saper distinguere fra chi si difende e chi attacca.
In casa mia non può entrare chiunque questo non fa in nessun modo di me un razzista.
Torniamo ora alla domanda, quando siamo diventati non razzisti?
Quando la cultura ha avviato il suo corso nella specie umana non ha medicato ferite, non ha salvato deboli, non ha soccorso malati, non ha sepolto morti. La forbice gerarchica che divide gli animali in alfa e omega, nell’uomo è a dismisura allargata e continuerà a crescere per centinaia di migliaia di anni, fino a giungere al faraone figlio di Dio e lo schiavo figlio della terra.
Solo la comparsa della compassione invertirà la rotta, solo dalla sua comparsa si può parlare di non-razzismo. La compassione sgonfia il petto all’orgoglio. La compassione è la nuova pulsione che si oppone per la prima volta da quando esiste il mondo alla selezione naturale e trova soluzioni diverse alla sopravvivenza con la convivenza. L’uomo con la compassione impara a convivere.
L’orgoglio è una pulsione primitiva che guida gli animi da milioni di anni, un sentimento ancorato per così dire ai cromosomi, mentre la compassione è nata ieri, circa 2500 anni fa. Eppure se si pensa in tempi evolutivi, la compassione è potentissima. In soli due millenni ha cambiato il corso degli eventi di tutta l’umanità. Più di metà dell’umanità vive ancora pulsioni animali non solo nelle culture più arretrate ma ha ancora la maggioranza nei paesi più civili. Questo anche perché ad ogni nuova generazione arriva una nuova ondata di barbari. Ma se in sole poche migliaia di anni la compassione ha potuto lottare contro tutto questo chi ha fior d’ingegno pensi a quale sia la sua smisurata potenza. Mentre le formichine guardano all’oggi due i Titani che dominano ancora la scena, sono Orgoglio e Compassione. Nell’epoca del turbocapitalismo la fysis, la Verità dell’Essere rimane nascosta.

Epilogo


Da quanto detto emerge che l’accusa di razzismo può essere rivolta unicamente a chi crede nella “purezza della razza” e si adopra con mezzi o parole ad agire contro chi ritiene essere di una razza diversa della propria.
Alla luce di quanto chiarito ogni disputa sulla “natura” degli immigrati è pertanto demenziale: gli immigrati non sono tutti uguali, non sono una razza e non sono in sé né cattivi né buoni, unicamente per appartenenza. Sbagliato anche quello che ora si definisce “buonismo” che si schiera improvvido e che porta a non avere opinioni sullo stato di avanzamento o arretratezza di un determinato popolo temendo il pregiudizio; diversamente le opinioni sullo stato di civiltà di una cultura vanno chiarite e espresse sia per prendere insegnamento sia per venire a sostegno di quella cultura al di sopra di qualsiasi generalizzazione che dal giudizio dato al popolo passi al giudizio dell’individuo e viceversa.
Chi invece diffida a priori del prossimo se appartenente a un’etnia diversa dalla propria, per pregiudizio senza conoscenza, è solo un ignorante cavernicolo che non ha ricevuto un’educazione adeguata, un bambino maleducato spesso cattivo in un corpo di un adulto e per questo pericoloso. Bisogna avere riguardo al fatto che mentre la diffidenza e l’orgoglio sono sentimenti naturali, l’orgoglio è innato, alla compassione si deve educare.
Ricordo da ultimo che non esiste in assoluto la cosa buona e la cosa cattiva, esiste in assoluto un corretto agire o una cattiva azione in dipendenza delle circostanze. La diffidenza è una postura dello spirito in sé né buona né cattiva, una virtù che in natura salva la pelle e che, rimasta tale anche negli umani, se educata invita alla prudenza, una delle virtù cardinali. Agita diversamente in odio al prossimo può divenire il peggiore dei mali. L’atteggiamento di chi insulta la diffidenza con accuse di razzismo con l’intento di salvarsi l’anima, è vomitevole e controproducente. Come sempre si tratta di misura e di dire oltre che dare a Cesare quello che a Cesare va detto e dato, né più né meno. Solo la cultura ci salverà.




Uomini che odiano la morale.

Gli uomini del fare scelgono il male che ritengono essere il minore (Di Maio  o Berlusconi? Scelgo Berlusconi), d’altra parte per loro la politica non è un fatto morale. Così parlò Scalfari, detto Eugenio: “La politica è una cosa diversa dalla morale, la politica è un fatto di “governabilità”, non l’ho detto io l’ha detto Aristotele e prima di Aristotele lo ha detto Platone. Per Platone quelli che facevano la politica erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente è un problema che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione. Aristotele fu l’insegnante di Alessandro Magno, il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi”.  Simili affermazioni rivelano che Scalfari o non ha mai letto Platone o le poche letture fatte sono state male educate e superficiali. L’ignoranza, quella di tutti, è tale che Floris, pubblico in studio e a casa, pensando a Scalfari come a persona colta, che ha conosciuto il potere da vicino e intellettualmente onesta, avvallano senza battere ciglio le sue grottesche affermazioni. Altro che fake news.

Quanto segue vorrei fosse ben compreso perché questa separazione tra morale e politica e tra governabilità e morale sta alla base di tutto il fraintendimento e il marcio sociale.
Orbene, innanzitutto è bene sapere che Platone ha fatto della morale il tema, il leitmotiv di tutta la sua opera e di tutta la sua vita in quanto il suo massimo sforzo sociale è stato proprio cercare di portare la morale in politica. Senza dimenticare che prima di lui la filosofia non ha nome, per Platone non esiste filosofia se non è anche ethos, ovvero  filosofia morale. Infatti, in quello che viene ritenuto il suo capolavoro, Il simposio, l’eroe è l’Eros, l’amore come massima virtù morale e il suo premio è l’Agaton, il Sommo Bene, il supremo valore etico. La filosofia per Platone è “Amore della Sapienza” e la Sapienza non è, come poi inteso e maturato da Aristotele, solo conoscenza, la Sapienza è in uno “pensiero-amore”, non l’uno senza l’altro (logos e pathos). Il pathos è l’emozione che regge il mondo e guida il pensiero: la lingua esegue quello che il cuore comanda (vedi anche il Libro dei Morti degli antichi Egizi).

Per comprendere che cosa sia l’amore per Platone bisogna capire l’amore celeste, quello con l’A maiuscola (degenerato nell’intendimento volgare come amore senza sesso), amore che si contrappone all’amore volgare,  l’amore che si fa. La frase che segue è una metafora che servirà a metterci sulla strada per chiarire il concetto. Dice Platone: “Un bravo medico (vale anche per il politico, ndr) non è un medico capace, ci mancherebbe altro, ma uno che si prende cura del paziente”. Invito a fare attenzione all’apparente banalità con cui Platone si esprime, in verità le sue proposizioni (“sembra che dica cose banali”) sono abissi senza fondo. Platone considera la “capacità” come una condizione indispensabile di cui non si deve nemmeno discutere, ossia una condicio sine qua non necessaria ma insufficiente; la scavalca, va oltre e fissa l’accento sul gruppo aggiunto al periodo che definisce compiutamente che cosa si debba intendere per “bravo”: “uno che “si prende cura del paziente” . Si comprende allora che l’obiettivo vero e ultimo è “il paziente”, l’uomo; e chi è il paziente se non l’altro da sé, il nostro prossimo bisognoso di cure? Si comprende altresì che il modo è la “cura”, ossia, detto altrimenti la comprensione, la compassione e la misericordia che fanno della cura un atto dovuto, un dovere deontologico assoluto, senza considerare il soggetto agente.  Dunque, senso morale dell’essere e dello Stato. Questa altissima virtù che ha nome dignità e agisce generosamente in favore del prossimo dimenticandosi dell’io per Platone si chiama Amore. E chi è affetto da questo amore ha amore per una sola cosa la Verità.

Confrontate ora tale uomo con un individuo che da una posizione di potere afferma “Chi non fa i propri interessi è un coglione” (Berlusconi detto Silvio). Non vi sembra di precipitare dalle stelle alle stalle? Nella “cura” Platone esprime moralmente quello che per Kant diverrà l’io categorico, “ la morale dentro di me”, ossia l’agire che governa la vicenda umana in senso sia etico che morale. In questa aggiunta: “prendersi cura del paziente “ è espresso poi l’amore nella sua forma più alta e sublime, qual è l’amore per la verità morale come unica via per il Sommo bene.
Ora, Sgarbi detto Vittorio, a suo tempo citando Croce, ebbe a dire “se sei malato non cerchi un medico buono ma un buon medico, un buon medico non è un medico buono ma un medico capace”. Su questo “capace” tutto l’accento. Lo Sgarbi pensiero lì giunge e lì si ferma. A questo Platone risponderebbe “ci mancherebbe altro!”, ma non è questo il punto il punto è il paziente e la sua cura. L’impegno a considerare il paziente, ossia l’uomo, il centro e il fine dell’azione del medico (ovvero del politico) fonda per Platone tutta l’azione di governo e l’etica diviene la scienza della morale intesa a governare i nostri costumi, scienza politica, della polis, volta nell’interesse dell’uomo attraverso la cura a trovare l’Agaton, il Sommo Bene, la migliore e più felice convivenza . Mi fermo.

Riconsiderate ora le parole di Scalfari e capirete che abisso di ignoranza sostiene il pensiero di quest’uomo e di altri come lui. Meditate anche come la filosofia lontana dall’essere un’arte astratta sostenga invece tutto il pensiero moderno. Infatti, se si toglie la centralità dell’uomo, si perde l’umanesimo e anche il cristianesimo, sia il pensiero laico che religioso. “Le cerimonie sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le cerimonie” sono parole di Cristo e la proposizione viene ora ribaltata, l’uomo è fatto per l’economia e, non c’è confine al tormento, per la finanza. Così l’uomo è moralmente dimenticato, usato solo come risorsa umana ai fini produttivi. Separando la morale dalla politica si dà corso ideologicamente al  pensiero unico-economico, ossia al neoliberismo e alla idolatria del Mercato. Scalfari, detto Eugenio, è un personaggetto vittima di questa povertà spirituale che purtroppo, essendo nella testa di tutti e nel cuore dei più, domina con diversa sorte questo primitivo pianeta. Il rifiuto della massa, e non solo della massa, per la cultura avvalla di fatto il potere dei mediocri. Solo la cultura ci salverà.




La post-verità è la verità dei post? Fake you!

Prima di internet, non molti anni fa, per sostenere la verità di una notizia si diceva “lo ha detto la televisione”. Dopo 22 anni di diffusione di internet si potrebbe sostenere oggi che “quod non est in web non est in mundo”, eppure sembra che solo oggi si scoprano le fake news.Prima di argomentare sulle fake news (fake news, job acts … sembra che in Italia la politica e l’informazione non riescano ad usare la lingua madre per dare significato a ciò che dicono, e fanno) e valutare le sue connessioni con il web vediamo cosa significa fake news e quali sono le dimensioni assunte oggi da questo nuovo mondo chiamato internet?

Il termine fake in inglese significa non genuino, qualcosa che non è autentico e che pretende di apparire come genuino, dunque si tratta di contraffazione, significato che sul piano logico non si contrappone al vero come falso. Infatti molte fake news si basano su, o comunque contengono, elementi di verità. Fake sono spesso i messaggi pubblicitari, la propaganda elettorale e persino alcune fondamenta delle ideologie (si veda per esempio il razzismo). I servizi di controspionaggio di tutti i paesi hanno sempre saputo bene come trattare l’informazione per renderla fake news, quello sovietico la chiamava “disinformatia”.

Su una popolazione di 7,4 miliardi di persone il traffico dati su internet è pari a 40 triliardi di byte, oltre 1 miliardo di siti, 3,5 miliardi di utenti ogni giorno si scambiano 171 miliardi di mails, 3,5 miliardi di ricerche su Google, 3,2 milioni di post, 475 milioni di tweets, 8 miliardi di video … nel 2020 (fra due anni) ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi ad internet.

Sempre più frequentemente il tema della distorsione della verità e della diffusione di false notizie su internet, per non parlare dell’odio e della violenza verbale che vi scorre che ha ragioni diverse, attira l’attenzione di giornalisti, opinionisti, politici e scienziati che sull’argomento scrivono articoli, pubblicano saggi, propongono leggi, lanciano appelli, sottoscrizioni e organizzano convegni. Ci sono politici che hanno visto in internet la possibilità del riscatto della volontà popolare, limitata alla discontinuità elettorale, attraverso la partecipazione attiva, diretta, in tempo reale; altri politici, a volte sono gli stessi del primo gruppo, che denunciano un pericolo per la democrazia e con loro scienziati e filosofi che denunciano una minaccia alla cultura. A questa dilagata paura si aggiunge poi quella emergente nei confronti dell’Intelligenza Artificiale (che poi dovrebbe rilevare le fake news in internet), vissuta come un pericolo per l’umanità stessa, dalla più parte degli osservatori in quanto eliminerà il lavoro umano e da una minor parte, costituita anche da studiosi e scienziati accreditati, per la possibilità che possa prendere il sopravvento nel controllare e dominare la specie umana. Si invocano così leggi e regolamenti per disciplinare il traffico sul web e si ipotizzano comitati etici per controllare la ricerca scientifica e tenere sotto controllo lo sviluppo tecnologico, per esempio l’ingegneria genetica, i robot e l’intelligenza artificiale. Molte di queste analisi e critiche circolano con sempre maggiore frequenza e si diffondono su internet: nella postmodernità la post-verità è dunque la verità dei post? Esaminiamo la questione a partire dalla percezione del tema che si sta generalizzando: il web produce e diffonde fake news.

Dopo decenni di stampa e televisione (il quarto potere) rispetto al potere informativo dei quali il popolo si trovava in uno stato di totale passività, dopo decenni di pubblicità suadente che ha invaso le menti con la tecnica subliminale di vendere ciò di cui non parlano e parlare di ciò che non vendono, dovrebbe risultare difficile sostenere che solo oggi ci troviamo di fronte al pericolo della diffusione di false notizie attraverso internet. Perché allora tale percezione/opinione risulta così diffusa e sostenuta? Quando si parla di verità non ci si sofferma abbastanza su chi o cosa l’accredita (una religione, una ideologia politica, una scuola di pensiero filosofico…) così come quando si invoca l’informazione oggettiva si dimentica di pretendere di voler conoscerne la fonte. La prima e più evidente differenza tra mass media tradizionali, analogici e cartacei come la stampa e la televisione, ed internet sta nella possibilità/libertà data a chiunque di agire e reagire nella rete producendo informazione, commentando quelle di altri e contribuire alla sua diffusione. Una interazione digitale senza confini accolta all’inizio come esercizio della libertà di pensiero e di parola, paradigma della democrazia reale in quanto partecipata. Nel dopo guerra in Italia, paese ancora di prevalente cultura contadina e con bassa scolarizzazione, il modello di comunicazione era fortemente gerarchico e basato sull’autorità: il capo famiglia, il notabile del paese, il prete, il politico impegnato apprendevano le notizie dal quotidiano e le diffondevano alla famiglia, ai parrocchiani, ai militanti e in generale a tutti i cittadini oralmente. La verità dell’informazione era determinata dall’autorità dell’emittente e dalla soggettiva appartenenza dei singoli alla famiglia, alla chiesa, al partito. In un tale contesto, al di là della volontà dei singoli, la contraffazione della notizia era un errore sistematico dovuto al mezzo di diffusione “connessione bocca-orecchio” (chi male intende peggio risponde, ricordate?).

Con la diffusione planetaria di internet e dei dispositivi a lui connessi la comunicazione è cambiata radicalmente ed è possibile trovare due spiegazioni semplici per inquadrare e spiegare il fenomeno delle fake news. In primo luogo, la libertà di socializzare in rete ha portato persone che precedentemente erano silenti o si esprimevano nei ristretti ambiti della loro vita privata e sociale a manifestarsi pubblicamente: dall’anonimo “mi piace” di uno sconosciuto sotto l’immagine di un gattino o di una tavola natalizia imbandita, alla condivisione dell’indignazione impotente per un attentato terroristico, alla firma della petizione e l’immancabile selfie. La seconda spiegazione è invece di natura statistica: i grandi numeri del web ci indicano che nella misura in cui aumentano le informazioni circolanti aumentano anche quelle false, non è il mezzo a creare il falso, ma l’affluenza dei produttori di informazione. In altre parole potremmo riconoscere che internet ha reso visibile ciò che prima era solo latente e che l’attenzione rivolta alle fake news è strumentale alla connaturata volontà del potere di controllare le coscienze, censurando le informazioni che non produce monopolosticamente e lucrando sul traffico discriminandone gli accessi secondo il modello pay per info. Le fake news sono in realtà una fake issue.

L’ignoranza di molti politici è grazie a internet visibile: confondere come spesso fanno le bufale con la propaganda politica di parte (informazione polarizzata) ormai non stupisce più. L’ignoranza dei giornalisti, invece, di coloro cioè che non dovrebbero produrre notizie ma rilevarle e distribuirle per informare il pubblico, è colpa grave. Un piccolo ma illuminante esempio è il seguente passo di un articolo apparso recentemente sul quotidiano “la Repubblica : ” (…) la candidatura del generale Gallitelli alla presidenza del Consiglio (n.d.r, dichiarazione fatta da Berlusconi durante la trasmissione “Che tempo che fa” la sera precedente) è la prima fake news di questa campagna elettorale (…)”. Non interessa qui il merito della dichiarazione, quanto piuttosto osservare che la notizia fornita della candidatura era in sé vera, in quanto resa pubblicamente durante una intervista televisiva, e che il suo contenuto non poteva per altro essere ancora smentito trattandosi di una previsione/opinione. Il punto è che il giornalista non si è limitato ad essere, per quanto possibile, un osservatore oggettivo della realtà per riportare il fatto, ma ha assunto il ruolo di commentatore che ha voluto esprimere una valutazione di parte reputando in tal modo come “falsa” una notizia perché non gli piaceva. E’ la valutazione del fatto che in questo caso diventa la notizia, da qui alla fake news il passo è breve.

Incapaci di accettare la realtà e il valore di internet, piazza virtuale per la libera conoscenza ed espressione per tutti, i politici temono di esserne controllati (e valutati) e quindi reagiscono, secondo l’istinto animale della paura verso ciò che non si conosce, attribuendo alla rete la responsabilità dei contenuti che gli umani vi inseriscono e confondendo fake news, propaganda elettorale, bullismo e violenza verbale per giustificare un intervento di tipo censorio, mascherato dalla necessità, per ben altre ragioni sostenibile, di regolamentare il traffico. Nella logica perversa del potere sorvegliare e punire rimane l’unica pedagogia praticabile, invece di preoccuparsi del 67% della popolazione che più ricerche sociologiche e linguistiche hanno descritto essere in uno stato di “analfabetismo funzionale” si cerca di limitare e censurare il nuovo mezzo di socializzazione, conoscenza ed espressione, di cui noi tutti disponiamo gratuitamente (quasi).

 

 




La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza

Una ragazzina viene violentata dal branco: stuprata e svergognata. In modo indipendente dalla colpa la femmina a giudizio di tutti a è marchiata dall’infamia. Questa mentalità non è altro che un residuo ancora vivo 

nel meridione d’Italia e in molti popoli della terra del giudizio in assenza di colpa, giudizio che testimonia come sentimenti primitivi, di sentimenti si tratta, sopravvivano all’interno delle culture attuali.

Testimonia altresì l’esistenza di una legge morale: non ci può essere condanna senza colpa. Questa che ora si presenta come un’ovvietà e stata una delle più grandi conquiste morali dell’umanità, un’umanità che è stata da sempre “fuori legge”; questo assunto segna la nascita della Giustizia in seno alla Legge, un Titano cieco e oscuro che dall’eternità del tempo l’ha preceduta.
Il valore ovvio e incontrovertibile di questa Legge Morale esclude dalla chiacchiera dannosa e sterile ogni relativismo. Il “chi decide cosa” nell’assolutezza della legge è già deciso: è e rimane in assoluto un parametro di Verità. La Verità esiste.

Ovvio che chi vive in una mentalità passata dove la “legge della jungla” impera, la jungla ha le sue leggi e i suoi imperativi. La storia di queste leggi copre milioni di anni e dal comportamento animale al comportamento umano centinaia di migliaia di anni in cui le leggi non sono mai state le stesse, ma come ogni altro esistenziale si sono evolute ed evolute sempre più velocemente secondo parabola. La considerazione della femmina, per più che giustificate ragioni di sopravvivenza del gruppo, non poteva in passato essere quella che è attualmente divenuta. I diversi gradi di evoluzione della civiltà hanno visto mutare di volta in volta la considerazione da un puro oggetto d’uso per il sesso e la prole a un essere di pari dignità, una “persona” al di là, al di sopra del genere di appartenenza. Per inciso questo processo deve essere ancora concluso per difficoltà da parte di entrambi i generi a concepire “persona”. La “persona” di fatto non fa mai alcun riferimento al genere né quando pensa né quando agisce.

Il salto da “oggetto a persona” copre miriadi di anni e segna con un vettore, la direzione della civiltà e l’esistenza della Verità: una verità morale che si afferma di fatto nello spirito dell’essere di contro a ogni becero relativismo. I relativisti che vorrebbero “culture di uguale dignità” sono solo pensatori di sterile e debole pensiero con cui non vorrei nemmeno polemizzare se un malaugurato falso senso dell’uguaglianza e della giustizia non fosse nella testa di tutti, anche dei migliori. L’idea che la verità sia relativa e che nessuno possa giudicare un altro dal proprio punto di vista sommata alla tirannica democrazia del dubbio, fanno di questi personaggi i più forti oppositori all’avvento della Verità.

Che chi giudica svergognata una bambina innocente in quanto stuprata, viva nell’assoluta convinzione della correttezza del proprio sentire, (sentire confortato dal sentimento di tutti, sentimento su cui si organizza un’intera cultura) non consente di attribuire a questa cultura un valore di verità se non relativamente all’epoca e alle condizioni in cui si è formata per la necessità che l’ha fondata. Se questa cultura viene confrontata con quella di chi nello stupro vede la colpevole violenza dell’aggressore e l’innocenza senza macchia alcuna della vittima, la superiorità di quest’ultima cultura è ovvia, assoluta, inoppugnabile.

La morale non può che essere soggettiva e come tale è realativa solo alla grandezza dello spirito che giudica, ma grandezza dello spirito giudicante obbedisce a leggi che faticosamente si sono fatte spazio ma che sono altrettanto assolutamente oggettive. La conqueista di queste leggi da parte dello spirito soggettivo univerasalizza lo spirito e fonda nello Spirito la sua verità, Verità morale. In questa adesione alla Legge Morale si produce un punto vista soggettivo oggettivamente più alto. Chi vive all’interno di una cultura fonda il proprio “sentire” sulla base educativa ricevuta dall’odore del latte materno. I più all’oscuro del processo evolutivo che ha portato in porto, nel qui e ora, tutto il passato, vivono come propri tutti i retaggi sentimentali anche i più beceri e retrogradi, quelli che ora e solo ora, la civiltà chiama pregiudizi.

Lo spaventoso salto nella considerazione della donna è un parametro fondamentale, non il solo, per considerare quanto sia insulsa e sconsiderata ogni teoria sull’eguaglianza culturale dei popoli. Un’abissale ignoranza attanaglia ancora l’umanità. Esiste un’evoluzione morale, le culture non sono equipollenti, i popoli non sono uguali. Quando il giudizio si lega alla colpa nasce la giustizia, prima non occorreva ci fosse colpa per la condanna. La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza. Solo la cultura ci salverà.




L’intelligence di poi non aiuta la democrazia

La strage di Manchester ha alzato il livello dell’angoscia, ora i terroristi  uccidono i nostri figli, oltre i genitori: DEFCON 3 o 2?  Un foglio supplementare che avvolge il quotidiano La Repubblica del 24/5 dal titolo “L’orrore spiegato ai nostri figli” riporta le idee a caldo di tre commentatori: per Massimo Recalcati  il punto è stabilire il compito di chi sopravvive alla tragedia; per Massimo Ammanniti quello di trovare le parole giuste per non turbare i più piccoli e per Eraldo Affinati cogliere la sfida di resistere alla rabbia, a partire dalla scuola.

Nell’affrontare la sfida contro il terrorismo lo psicanalista Massimo Recalcati  si pone la domanda “quale responsabilità hanno gli adulti che osservano impotenti  lo scempio compiuto sulle vite innocenti?”  Per rispondere ricorre ad un esperimento di psicologia evolutiva secondo il quale un bambino piccolo è invitato a gattonare un percorso che va verso un falso precipizio: se la madre che assiste mostra spavento il bambino si blocca e piange, se invece la madre mostra un sorriso il bambino dopo un’esitazione riprende il percorso con sicurezza e senza paura. La morale che lo psicanalista ne trae è che bisogna assumere la responsabilità di rendere questi lutti un lutto collettivo, dare prova di saper resistere, …testimoniare piuttosto che spiegare, testimoniare l’apertura e non la chiusura del mondo.

Da parte sua lo psicanalista dell’età evolutiva Massimo Ammaniti osserva che “da sempre bambini e adolescenti sono stati testimoni silenziosi e impauriti delle violenze degli adulti“, il rimedio essendo la rassicurazione, soprattutto dei più piccoli, da parte dei genitori e per estensione delle forze dell’ordine, soldati compresi. Lo psicanalista osserva inoltre che la stessa specie umana è riuscita nel corso della sua storia a sopravvivere ai predatori e nemici che volevano distruggerla. Infine, sempre l’autore vede nella scuola , negli insegnanti “il compito di aiutare gli alunni a ricostruire la storia umana per far comprendere come siano stati affrontati  pericoli e minacce che venivano da altri popoli, mostrando come si sia riusciti a sconfiggerli quando la paura non ha preso il sopravvento”.

Infine lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il quale si spinge oltre l’analisi e con il linguaggio figurato della letteratura afferma che “dobbiamo spiegare che il mondo può essere malvagio, ma noi abbiamo la possibilità di contrapporci alla solitudine cui è inevitabilmente destinato il vendicatore“. Per l’autore “la risposta militare, che non può essere evitata, è sale sulla ferita. La paura e semplice contrapposizione ci costringe all’interno del conflitto mimetico, secondo la classica definizione di René Girard, in un circuito chiuso, interminabile, privo di sbocchi, almeno finché non troviamo il capro espiatorio. Stiamo parlando di zone d’ombra, boschi biologia , cervelli rettili che albergano dentro il nostro animo (…)”

Alla fin fine in tutti i tre casi non si va oltre la descrizione sgomenta dell’accaduto, in un corto circuito angoscioso tra la paura e il suo rifiuto, nell’allontanare una realtà che non può essere vera perché non piace.  Il politicamente corretto viene meno e si esce allo scoperto: “la vita deve andare avanti”, come del resto si dice per lo show.  E’ vero, la vita della specie e della società nel loro complesso vanno avanti, ma quella dei singoli popoli e dei singoli individui sopravvissuti alle stragi o quella dei semplici spettatori?

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945  sono nate nelle popolazioni degli stati europei occidentali quasi tre generazioni cresciute ed educate in un clima di pace artificiale creata in società-riserve separate dal resto del mondo, tra i due blocchi contrapposti che se lo spartivano sotto il cielo della Guerra Fredda e del deterrente nucleare. Ogni vota che guerre e crisi internazionali mettevano in pericolo la stabilità, scambiata per la pace (Corea, Cuba, Vietnam, guerre di liberazione dei paesi colonizzati, Medio Oriente …), crescevano soprattutto fra le generazioni più giovani forme di dissenso con proteste pubbliche e formazioni di movimenti politici contro l’imperialismo occidentale, quello americano in particolare e mai quello sovietico. Nasce così e si diffonde una cultura della pace, il pacifismo, che trova le proprie ragioni nell’appartenenza ideologica, in una petizione di principio che fonda lo spirito umanitario sulla paura di perdere la sicurezza acquisita. Ricordo il mio disagio nella seconda metà degli anni sessanta di fronte alle marce di protesta contro la guerra in Vietnam: noi giovani manifestavamo  nelle vie delle nostre città tranquille con rabbia ed orgoglio critico, mentre laggiù altri giovani della nostra età, nostri fratelli morivano. Un dialogo con la CIA ricavato dal film “Good shepperd” recita: “Siete voi quelli che mi spaventate. Siete quelli che fanno le grandi guerre” “No, ci assicuriamo che siano piccole”.

Ora, c’è da chiedersi come i genitori e gli insegnanti, oggi gli adulti appartenenti a quelle tre generazioni, tutti testimoni silenziosi ed impauriti della violenza dei terroristi  possano rassicurare i propri figli e spiegare agli alunni in che modo i popoli abbiano agito e reagito per difendersi dai pericoli provocati da altri popoli.

Parlare ai figli del terrorismo? Certo, la realtà, nessuna esclusa, non va mai nascosta o censurata con un silenzio che altro non esprime se non l’angoscia dei genitori e che genera nei figli uno stato d’ansia per risonanza, tanto le notizie e le immagini sono già sui loro smartphone. Il punto è che occorre agire l’ansia per evitare che la passività induca quei disturbi d’ansia che tanto ci preoccupano. Dovremmo prendere ad esempio, per comprendere ed imparare, quei popoli che hanno convissuto e tutt’ora convivono con la guerra o il terrorismo, sia quelli occidentali i cui governi in molti casi hanno provocato o favorito guerre e terrorismo, sia quelli mediorientali che le guerre e il terrorismo hanno subito e i cui governi le guerre e il terrorismo hanno strumentalizzato per motivi di potere. In quei popoli in cui la maggior parte delle famiglie hanno genitori e figli caduti in qualche guerra. Tra questi popoli indico, a solo titolo di esempio, come caso di studio, il popolo israeliano (le questioni politiche e ideologiche dei loro governi qui non c’entrano). Questi ben conoscono il significato di una esistenza messa quotidianamente in pericolo, un tempo dalle persecuzioni e dalle deportazioni, fino all’Olocausto,  e più recentemente dagli attentati nelle loro città. Osserviamo il comportamento che hanno evoluto ed impariamo a riscoprire la vita, ad unirci come popolo sui propri principi e valori, a resistere contro l’orrore senza rinunciare alle forme del vivere civile tra tutti popoli. Perché come scrive Hölderlin: “Ma là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”

Penso infine che dovremo prima o poi imparare anche dai loro sistemi di intelligence, perché la domanda tragica che la realtà ci pone con sempre maggiore frequenza è: a cosa serve l’intelligence? Forse a dare il nome dell’attentatore “già noto alla polizia” dopo che l’attentato è avvenuto? Tra terrorismo, sviluppo demografico e cambiamento climatico, per non parlare del dominio globale del capitalismo più sfrenato, siamo entrati in un epoca per affrontare la quale occorre chiarirsi sul fatto che la difesa della democrazia, a volte e in talune circostanze, non potrà più avvenire praticandola.




L’insopportabile pesantezza della colpa

Come spiegare la profonda commozione, non tristezza, che si prova seguendo rapiti per 135 minuti la storia di Manchester by the sea ? Una storia di colpa e di dolore raccontata con gli sguardi e la postura di un uomo qualunque che ci rivela due verità: una, attraverso l’interpretazione di Casey Affleck, che il dolore può essere comunicato e l’altra, attraverso la sceneggiatura di Kenneth Lonergan, che la colpa non può essere espiata.

Manchester by the sea non è un film cattolico e a ben vedere nemmeno cristiano, come per esempio è Mission di Roland Joffé, in cui la colpa del tracotante cacciatore di schiavi spagnolo (Robert De Niro) per aver ucciso il fratello per gelosia si espia nel passaggio dal rimorso alla penitenza e infine alla redenzione.

Manchester by the sea è invece un film mitico, una rappresentazione moderna dell’antico teatro greco, nella sua forma più elevata della tragedia, un film che mette in scena il dramma dell’individuo posto di fronte all’essenza del tragico.

Nel suo distacco emotivo dal mondo Lee Chandler ci appare più gelido dell’ambiente in cui si forza di sopravvivere, isolato e sofferente. La notizia della morte del fratello maggiore lo costringe a tornare nella sua città natale, dalla quale anni prima era fuggito dopo che una notte ubriaco causò incidentalmente l’incendio della casa e la morte dei suoi tre figli. Scagionato dalla polizia, ma non dalla moglie, fallito il tentativo di suicidarsi, si ritira in sé divorato dal senso di colpa per la sua incuria, congelandosi in una esistenza silenziosa e sospesa. Non bastano le frasi di amore della ex moglie che pure superano l’odio per la morte dei figli, forse sarà il rapporto col nipote adolescente, che la volontà del fratello gli affida come tutore, a far intravedere per il futuro uno spiraglio verso la vita. Intanto, sulla barca ereditata, che si è deciso di rimettere in moto, lo zio e il nipote si siedono a poppa a pescare, verso il futuro.

Affermava Nietzsche che la grandezza degli antichi Greci sta nel coraggio di “guardare in faccia il dolore e di conoscere e sentire i terrori e le atrocità dell’esistenza”.

 




Donne testimonial del nazismo

È del 27 gennaio scorso, uno dei giorni dedicati alla Memoria dell’Olocausto, la notizia della scomparsa  di Brunhilde Pomsel nella sua casa di Monaco di Baviera, all’età di 106 anni. Chi era questa donna? La segretaria stenografa personale dal 1942 al 1945 dell’allora Ministro della Propaganda nazista Joseph Göebbels. È stata forse l’ultima testimone diretta, vissuta all’interno dell’apparato politico e amministrativo del regime nazista. Nel 2015 è stato girato il film documentario  German Life, una lunga intervista rilasciata dalla Pomsel, montata con filmati dell’epoca, proiettato nei giorni scorsi in occasione della Giornata della Memoria presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. Ho ascoltato il racconto di “una vita tedesca” attraverso i suoi ricordi di bambina educata nel conformismo di una Germania severa e culturalmente isolata dal mondo, di giovane donna nella Berlino degli anni trenta approdata agli agi di un lavoro da lei ritenuto gratificante ma vittima inconsapevole della tragedia incombente ed infine i ricordi di segretaria che descrive il suo capo come un attore, un narcisista freddo e rigido, unico intellettuale nella massa di disadattati della cerchia di Hitler, un nano delirante. E mentre ascoltavo i ricordi dalla sua lucida mente, guardavo le rughe del suo inconsapevole volto centenario come fossero una scultura fatta dal tempo per ricordare la tragedia di interi popoli. Una rappresentazione in corpore vili delle tesi di Hannah Arendt espresse nella Banalità del male.

Finito il film mi sono affiorati alla mente altri volti di donne testimonial più o meno consapevoli del regima nazista. Donne al di sotto o al di sopra della coscienza della tragedia umana avvenuta nel loro tempo.

Una di queste è Traudl Junge (1920-2002), una delle ultime segretarie personali di Hitler dal 1942 al 1945. Le due donne presentano alcune analogie: entrambe furono segretarie di massimi esponenti del nazismo, entrambe sono scomparse pochi giorni dopo la presentazione dei film-documentario girati sulla base delle interviste rilasciate dopo oltre mezzo secolo dalla fine della guerra ed entrambe hanno sostenuto di essere state all’epoca sprovvedute e infantili, non a conoscenza del genocidio degli ebrei. Le due segretarie per ragioni professionali avrebbero dovuto presumibilmente conoscersi e comunque, avendo entrambe seguito i loro capi fino alla fine, si sarebbero dovute incontrare nel Führerbunker  sotto la Cancelleria del Reich a Berlino dove Hitler e Göebbels si rifugiarono nell’aprile del 1945, negli ultimi giorni del regime, fino al loro suicidio. Dopo la fine della guerra la (1947) Junge scrisse Fino all’ultima ora. Le memorie della segretaria di Hitler, 1942-1945, libro di memorie degli anni passati al servizio di Hitler dal quale fu in seguito ricavato un film-documentario (2000) che condensa in 90 minuti una sua lunga intervista durata 10 ore ricca di particolari e di aneddoti. In anni più recenti (2004), in coda al film La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler, ispirato al suo librola Junge appare in un breve spezzone dell’intervista.

Un’altra importante testimone della Germania nazista, non una semplice funzionaria del regime, ma la figura atipica e controversa di un’artista è Leni Riefenstahl (1902 – 2003). È stata una regista, attrice e fotografa celebre soprattutto come autrice di film e documentari che esaltarono il regime nazista e che le assicurarono una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca del suo tempo. I suoi film più noti girati durante il nazismo sono La vittoria della fede, Olympia (Olimpiadi del 1936) e Il trionfo della della volontà).  La sua adesione al nazismo fu caratterizzata dall’amicizia e reciproca stima con Adolf Hitler e dalla condivisione dell’estetica nazista, che contribuì a sviluppare con l’espressione visiva che le diede. Ebbe contrasti con alcuni gerarchi nazisti, soprattutto con Joseph Goebbels, che la portarono ad assumere una autonomia dal partito nazista, a cui per altro non fu mai iscritta. Sebbene la sua arte abbia avuto una forte connotazione propagandistica, nei suoi film non sono presenti i principi antisemiti e razzisti che invece permeavano le idee di Goebbels e Julius Streicher. Nel recente film Race-Il colore della vittoria, incentrato sulla figura dell’atleta americano di colore Jesse Owens che vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, umiliando il mito razziale della superiorità della razza ariana, il ruolo assunto dalla Riefenstahl in quanto regista del film Olympia sulle olimpiadi vuole appunto rappresentare la sua concezione artistica contrastante quella razzista dei nazisti. La sua dimensione artistica non può tuttavia essere assimilata  a quella solo politica. La sua personalità libera e anticonformista non corrispondeva certo al modello femminile nazista e la sua influenza culturale, le sue innovazioni tecniche e il suo prestigio sopravvissero alla caduta del regime tanto da alleviare il peso del suo passato, passato che comunque le impedì di lavorare per lungo tempo. Infatti la regista fu processata quattro volte per le sue attività filonaziste e sempre assolta, perché giudicata non coinvolta in attività di guerra o di sterminio. Dopo la fine della guerra, si propose come autrice di opere sulle culture tradizionali africane e sulla biologia marina.

Dalle tre figure femminili vissute durante il nazismo e a questo sopravvissute annegando le proprie colpe in quella più generale di un intero popolo, dall’orrore di un popolo inconsapevole che si presta volontariamente ad essere al servizio di un dittatore, dalla banalità del male passiamo alla tragedia del male guardando le sofferenze che il male provoca sulle generazioni successive. Da donne collaboratrici inconsapevoli a donne vittime in quanto figlie del carnefice.   Helga Schneider (1937), oggi una scrittrice,

Helga Schneider bambina

La madre di Helga Schneider, 1998

nel 1941 all’età di 4 anni e suo fratello Peter di 19 mesi, il padre militare già al fronte, vengono abbandonati a Berlino dalla madre che arruolatasi come ausiliaria nelle SS diverrà guardiana al campo femminile di Ravensbrück e successivamente a quello di Auschwitz-Birkenau. Helga e il fratello vengono accuditi da parenti e poi dal padre risposato subendo drammatiche separazioni e vivendo con la zia a Berlino in una cantina in condizioni indicibili, sotto i continui bombardamenti. Nel dicembre del 1944 Helga e suo fratello Peter, grazie alla zia che lavorava nell’ufficio di propaganda del ministro Joseph Goebbels, vengono scelti con altri bambini berlinesi per essere “i piccoli ospiti del Führer” che li porterà nel bunker del Führer dove incontreranno Adolf Hitler in persona. In uno dei suoi libri la Schneider lo descriverà come un uomo vecchio, con uno sguardo ancora magnetico ma dal passo strascicato, la faccia piena di rughe e la stretta di mano molle e sudaticcia. Dal 1963 Helga vive in Italia, a Bologna.  Nel 1971, trentenni dopo l’abbandono, venuta a sapere dell’esistenza ancora in vita della madre che l’aveva abbandonata sente il desiderio di andarla a visitare a Vienna dove viveva in una casa di riposo. Scoprirà solo allora che la madre era stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra e che dopo 30 anni non ha rinnegato nulla del suo passato, di cui conserva orgogliosamente come caro ricordo la divisa di SS che vorrebbe che Helga indossasse, e vuole regalarle gioielli di ignota provenienza. Stravolta da quell’incontro tuttavia Helga vorrà tornare a trovare la madre nel 1998, dopo 27 anni dal primo. Da questo secondo incontro ancora negativo e ancora traumatico a causa della fede irriducibile della madre nell’ideologia nazista nasce il libro Lasciami andare, madre (2001) .

Sappiamo che erano 3700 le donne delle SS guardie nei campi di concentramento, di queste solo tre sono state condannate per genocidio. Nel 2015 queste donne avevano oltre 90 anni e vivevano senza aver mai scontato la loro pena. Si dice, e a ragione, che le colpe dei genitori non debbano ricadere sui figli, ma spesso si dimentica di ricordare la fatica che i figli dei carnefici, dei quali sono le vittime terminali, devono affrontare per dare, loro sì, una risposta alla irresponsabilità dei genitori. In termini di popolo questa fatica è culturale, non cerca vendetta ma pretende giustizia con la memoria; per i figli la fatica sta nel superare il risentimento in un rapporto capovolto tra padre-figlio e si chiama perdono.

Voglio chiudere questa sintetica descrizione di  donne vissute in relazione al nazismo con una figura femminile che ne è stata a mio parere la più grande interprete del novecento:   Hannah Arendt (1906 – 1975), la filosofa che preferiva non essere considerata una “professionista del pensiero”.

Proprio in questi giorni, dal 1 a al 6 febbraio, è in proiezione allo spazio Oberdan di Milano Vita Activa: The spirit of Hannah Arendt, documentario scritto e diretto dalla regista israeliana Ada Ushpiz nel 2015, che riprende il titolo di una sua famosa opera Vita Activa.La Condizione umana, esemplare espressione della sua teoria politica. Un altro film sulla sua vita Hannah Arendt (2012) di Margarethe von Trotta, fu distribuito in Italia in occasione della giornata mondiale della memoria il 27 gennaio 2015.

Hannah Arendt era una donna ebrea, dunque una vittima designata del nazismo, ma è stat anche una intellettuale che più e meglio di altri ha saputo “pensare” il male di tutti i totalitarismi, stalinismo e nazismo, in Le radici del totalitarismo e in particolare il male di quello nazista con la sua opera La banalità del male. Se il suo essere ebrea l’ha costrinse dopo una carcerazione a migrare fino ad approdare negli Stati Uniti d’America, dove morì,  il suo “pensare”  la condannò ad una sorta di apolidia culturale che per le posizioni critiche assunte nella sua costante ricerca della verità la rese invisa a buona parte della cultura dominante nel dopoguerra e del suo stesso popolo ebraico. In due frasi si può riconoscere l’essenza della sua visione del mondo:  “pensare non è conoscere, ma distinguere il bene dal male”, e “io non conosco che due forme di amore: per gli amici e per l’umanità”.

 

 

 

 

 




Populismo: politica senza memoria e senza cultura

Il termine populismo nella sua accezione generale di atteggiamento o movimento politico e intellettuale tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari nasce nella seconda metà del XIX secolo in Russia e negli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti con  Partito del Popolo del 1892 che sosteneva le istanze dei contadini del Midwest e del Sud, le quali si ponevano in conflitto con le pretese delle grandi concentrazioni politiche industriali e finanziarie. In Russia il populismo russo proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi contadine attraverso la realizzazione di un socialismo basato sulla comunità rurale, in antitesi alla società industriale occidentale. E proprio dal movimento russo nasce il termine populismo, come traduzione della parola narodničestvo, in cui narod significa popolo, che in seguito ai grandi movimenti politici del XX secolo ha assunto le varianti di populismo di destra e di sinistra.

Il populismo è dunque un movimento e in particolare un movimento culturale dove i soggetti sono gli intellettuali e il popolo, con una nascita presso gli intellettuali  e una direzione dagli intellettuali verso il popolo. Ora, se alle parole intellettuale o popolo avete già da ora preso posizione non continuate a leggere, l’articolo non è per voi. Per conoscere e capire i fenomeni bisogna sapere e prendere atto che il primo atteggiamento del bambino non è comprendere ma schierarsi. Se i termini populismo e popolo hanno oggi un’accezione ambigua dovuta alle loro diverse manipolazioni semantiche in relazione all’appartenenza ideologica, anche il termine intellettuale presenta non pochi problemi interpretativi. Secondo la Treccani intellettuale è “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica. Al plurale gli i., per indicare complessivamente coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale. In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e sim., costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo sign. anche l’espressione gramsciana i. organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. 

Gli intellettuali dunque non hanno una collocazione, non sono definibili in una classe precisa e uniforme ma caratterizzati solo da un generico amore per la cultura intesa come una passione privata o , politicamente, come struttura portante e indispensabile per il sociale nel momento in cui gli intellettuali intendono rivolgersi al popolo. Gli intellettuali appartengono a diverse o diversissime filosofie, dal nichilismo al comunismo, dalla fede all’ateismo, filosofie che sottintendono diverse o diversissime visioni di vita e della società. Possiamo quindi senz’altro definire idioti coloro che si rivolgono a questa non categoria come a un unico cui addebitare giudizi del tipo “Gli intellettuali sono, o sono stati, la rovina del paese”. La spiegazione di questo vile agire del pensiero sta nell’ignoranza di chi invidia e odia tutto quello che gli è estraneo, che non può capire e a cui non può arrivare, nella volontà di rivendicare in seno alla mediocrità il diritto all’esistenza. Diritto sacrosanto, ma non criticare ciò che non puoi comprendere. L’odio per la cultura è una prerogativa popolare che va dai ceti più bassi a salire, secondo misura e in proporzione. La sua fonte primaria è l’invidia, quella che Dante relega Giuda nel Cocito insieme a Caino, fu per invidia che Giuda tradì Cristo. Tutto l’ultimo girone dell’inferno si fonda sull’invidia. Anche Caino uccise Abele per invidia, la motivazione di fondo per il tradimento e anche per l’avarizia (cupidigia per Dante) è l’invidia. In sé l’invidia può essere motivo di odio o ammirazione secondo diverse posture dello spirito: bontà, acredine o convenienza con infinite sfumature. Esiste persino un’euinvidia che guarda con gioia alla felicità altrui.

Ben altri sono tuttavia per lo più i mari in cui ancora si agitano le acque.
“Forti con i deboli e deboli con i forti” non è assolutamente prerogativa dei potenti, questa naturale disposizione dello spirito testimonia l’ancestrale attività animale, incolpevole nelle bestie, bestiale negli uomini. Viltà umana comune a tutti gli strati sociali, tanto più manifesta quanto minore è il potere. La “sindrome del caporale” dimostra che una briciola di potere in mano al penultimo può essere disprezzabile, umiliante e avvilente quanto e più dell’arroganza dei potenti. In milanese masapioc (ammazzapidocchi) è definito chi con un minimo di potere si vendica sul prossimo cercando con ciò il riscatto alla propria condizione, lo fa per “sentirsi qualcuno”, per quel minimo gradino acquisito si accanisce con chiunque incontri sotto di lui. Atteggiamento definito anche “sindrome della portiera”, questo genere di potere è considerato dal singolo alla stregua di un diritto acquisito, si esercita abitualmente in sedi burocratiche e anche nei condomini sul vicinato con singole piccole beccate dando al sociale tutto l’aspetto di un pollaio. Non è forse un fatto che tutti i regimi totalitari, fascismo, nazismo e comunismo, hanno creato apparati militari e polizieschi da affiancare alle forze istituzionali con il compito di controllare il popolo arruolando soggetti reclutati tra i più abbietti presi dal popolo? Nessuno è più lontano da un cittadino di un altro cittadino. Nessuno detesta il popolo più del popolo. Unirsi per collaborare è per lo più inviso.
Passando dal sociale all’individuale si pensi alla considerazione che si ha nel paese delle cosiddette tasse (in verità imposte) una santa istituzione che fa del primo mondo il primo mondo. Dove non ci sono tasse è il terzo mondo. Chi ci ha mai pensato? Tutti contro le tasse considerate da tutti un male: non l’eccesso ma le tasse in sé, l’istituzione! Va da sé che affiancare e sostenere questa idiozia procura consensi. Programma di governo: diminuire le tasse. E tutti applaudono.
Se osservate i palazzi in città, vi accorgerete che sono pieni di antenne di tutti i tipi, paraboliche e non, una per famiglia, indicatore dell’indisposizione assoluta anche in un condominio a unirsi e condividere. I contadini resistono a unirsi in cooperative, le piccole imprese in grandi e così via… Nessuno nel popolo è un essere sociale, pigrizia, ignoranza, orgoglio, diffidenza, sentimenti animali ancora padroni dello spirito.
Possiamo quindi ora tentare una prima definizione di populismo: la posizione politica di chi tende a sostenere sentimenti retrivi e ignoranza popolare, per appartenenza o per convenienza politica. Secondo l’adagio: ci sei o ci fai.

Orbene, il potere, comunque assunto, può essere esercitato per migliorare le condizioni sociali, sia materiali sia culturali del popolo o per trarne un vantaggio per il partito o movimento che dir si voglia o da ultimo personale.
Tra questi tre parametri: interesse pubblico, di partito, personale gioca la coscienza individuale. Senza l’ausilio di una profonda coscienza filosofica, l’io mercanteggia con se stesso ogni genere di falsità. Vendersi può significare: “non lo fò per piacer mio ma per piacere a Dio”. Dio il partito, Dio la famiglia, Dio quello che vuoi… gli alibi sono infiniti, compresa l’amante, la bella vita e la tossicodipendenza.
Al di fuori di valori certi rivolti unicamente all’interesse pubblico, tutte le scuse sono buone. Ne nasce un torbido malaffare cui è imposto il nome di “politica” o “politica del reale” ovvero rendere lecito l’illecito. Con un’idea di concretezza data alla somma indeterminata, scomposta e casuale quale risultante di tutte le menzogne e compromessi che determinano il contingente senza l’ombra di una direzione, ha luogo uno scontro continuo di affare e malaffare in cui l’animo di ciascuno entra in gioco dicendosene estraneo e tirandosene sempre fuori. La beffa. Responsabile chi?
Sic stantibus rebus il sacro nome del Dio, la Politica, viene trascinato nel fango e il popolo che si bea di tanta scelleratezza ne bestemmia il nome.
Storicamente in politica il ruolo degli intellettuali all’interno dei partiti è stato spesso quello di guida; rifacendosi a diverse ideologie gli intellettuali hanno dato la linea a questo, quel partito o movimento con diversa sorte e successo. Quasi invariabilmente all’idealità proposta dai magnanimi, è seguita una deiezione, un decadimento spirituale dovuto in parte alla difficoltà di mettere in atto utopie ma soprattutto dovuto all’incapacità degli eredi, dei seguaci, degli uomini pratici saliti al potere, di comprendere il valore e la portata delle idee che hanno ispirato il movimento, idee che sempre si fondano sulla filosofia e che per questo vengono presto disattese.

A questo punto è necessaria una breve nota su ciò che è la filosofia. Per quanto all’ignorante paia strano, idee come “tutti gli uomini nascono uguali” o “sono uguali di fronte alla legge” sono profondissimi intendimenti filosofici senza i quali questo mondo non sarebbe in concreto quale lo vediamo e viviamo. Di fatto nulla è più concreto della filosofia, non mi riferisco al suo studio ma alla sua entratura morale nel mondo. Quando nasciamo, nasciamo come eredi di principi universali che hanno liberato l’uomo grazie ai magnanimi da una condizione di schiavitù e sudditanza ma il cittadino che tutto questo assolutamente ignora, dal microcosmo della sua pusillanimità si chiede: “Che cosa ha fatto lo Stato per me” e va con i forconi in piazza. Quote latte. In democrazia è a questa infelice moltitudine senza radici che mi devo rivolgere per ottenere il consenso che mi permetterebbe di andare in loro soccorso. Giacché ogni generazione deve imparare di nuovo tutto il percorso fatto dall’umanità e se questo non accade come dovuto, la prospettiva è solo la regressione. Memoria e Cultura.

Scadendo ora dalla teoria alla strategia, alla tattica dalla generalità e dalla generosità dell’essere al contingente, si è sempre finito col confondere l’idolo con il Dio. A questo processo degenerativo hanno sempre contribuito l’interesse al potere personale e la volontà di compiacere al ribasso il popolo. Le perifrasi “il popolo non è pronto”, “il popolo non è in grado di capire” sono assolutamente vere! Per questo, a questo dovrebbe di necessità seguire un’azione diretta a mettere il popolo in grado di capire; questo non viene di fatto, fatto. Si offre al popolo demagogia al posto di educazione. Se ne riceve audience anziché cultura.
Anche in occasione delle più grandi guerre e delle più grandi stragi non bisogna scordare che dietro le armi si combatte sempre una battaglia culturale, una battaglia di civiltà: una guerra per imporre la propria concezione della “pace” nel mondo. Tutti, tiranni, i dittatori persino le democrazie hanno da secoli dichiarato di avere come obiettivo la pace: Tempus belli para pacem, la guerra per preparare la pace e non hanno ancora finito. Missioni per la pace o di pace orbi terraque.

Da sempre per governare e non solo in democrazia, occorre il beneplacito delle masse, il cosidetto consenso popolare ma andare incontro ai bisogni del popolo in nulla significa fare la sua volontà , a questo punto deve essere chiaro che al popolo purché mangi e si diverta, sta bene anche essere in catene. La dignità è un valore che appartiene al popolo nella misura della civiltà raggiunta. Mangiare e divertirsi, cui segue una grassa risata, è per il popolo il “concreto”, la vita reale, il resto è filosofia, parole al vento. L’uguaglianza tra gli uomini non è per il popolo principio morale ma vissuta come diritto in conseguenza dell’invidia: “Perché lui sì e io no”? Questa l’idea della giustizia. Quale altra?
Il cittadino, come a qualcuno piace chiamare la gente, ha sempre al centro l’io e agisce solo in sua difesa per appartenenza, per ciò cui appartiene e per ciò che gli appartiene. In questa prospettiva il sociale per coesistere deve essere necessariamente gerarchizzato per poter confermare come valido e riconosciuto il principio: “a lui si e a me no”. In una società gerarchizzata la superiorità è riconosciuta solo al “padrone”, mentre al “servo” conviene invece l’obbedienza e la fedeltà. Fedeltà: pessima virtù per uno schiavo. . I cittadini sono tutti sudditi, “yes man” in quanto solo facendosi schiavi soddisfano il padrone e ottengono il risultato voluto. Il servo infatti raggiunge il suo scopo quando soddisfa il padrone. Il paradigma è semplice “obbedisco non perché ci sono costretto ma perché mi piace”, questa la menzogna detta in sacrestia del proprio spirito unitamente alla chiosa: “io sono furbo, alla fin fine mi conviene”. La menzogna detta a se stessi: “non perché costretto ma perché lo voglio”, “non per necessità ma per virtù”, è il pilastro morale per molti di tutta un’esistenza. Ovviamente ne va della dignità, la schiena si piega e come al Luna Park lo specchio deforma l’immagine e la fa apparire diritta; all’onor del vero, smascherati, si aggredisce il debole e ci si china al potente. Solo il padrone e il sarto possono accarezzare la tua gobba. Al potente l’arroganza, al meschino la furbizia.

Stando che la morale del popolo è unicamente la convenienza, il popolo è pratico, panem et circenses, bastone e carota con il popolo funzioneranno sempre. Nel primo mondo, le bastonate un tempo pubbliche sulla pubblica piazza così come avveniva nei vecchi regimi o regimi dittatoriali, ora si limitano, per fortuna, a sperequare e umiliare in termini di ricchezza e giustizia. In altre parti del mondo diversamente la “canaglia” è ancora tenuta a freno con violenza e catene. Qualcuno ha pensato bene di liberarla. Il vaso di pandora aveva come tappo un canaglia, un dittatore. Ora è guerra ovunque. La democrazia è funzione diretta della coscienza popolare non una forma di regime. Le cosiddette libertà individuali riguardanti la morale non hanno ragione di essere se non in un contesto etico politico che riguarda tutto il sociale.
Il “Cicero pro domo sua”, volgarmente reso dal “farsi i fatti propri”, è un principio universale che segna l’ignoranza come substrato culturale comune a tutti gli uomini e fa degli uomini un’unica razza l’Homo sapiens sapiens.
Anche nel progredito occidente il popolo tende ancora a farsi i fatti propri, l’acuto aforisma è chiamato dalla plebe grassa e rozza l’11esimo comandamento; a seguire l’immancabile compiaciuto ridacchio per l’alta filosofia espressa.

Il popolo inoltre è molto miope, coltiva unicamente il suo: tira sera o tira a campà, non si interessa né del sociale né della politica, di visioni del mondo che vadano oltre confine del suo immediato. Stato e politica sono pericolosi stranieri pronti a invadere uno spazio che considera suo e solo suo. Al pubblico piace il privato.
Il popolo è ottuso, non ha conoscenza né esperienza, ritiene in buona sostanza reale, falso o vero che sia, ciò che vede e sente dalle emittenti, per confermare o per smentire la televisione rimane l’unico riferimento; oltre alla televisione non ha altri agganci culturali che il microcosmo di contatti negli ambienti in cui vive, a casa e al lavoro. Miserie che fanno da colonna portante per l’idea che si deve avere sulla morale, sulla convivenza civile, sulla natura umana, sull’universo e su Dio e su come deve essere tenuta l’asse del water, secondo il principio “solo quello che accade a noi accade veramente”. Concreto è solo quello che accade sotto i sensi e di quello che accade è vero solo quello che ci piace. È vero perché ci piace. Sul gusto personale tutta la verità e tutte le scelte. “Chi (è quell’idiota che, ndr) ha detto de gustibus disputandum non est se è sui gusti che si gioca l’intera esistenza?” (Nietzsche).
Il popolo chiama concreto solo quello che soddisfa i suoi appetiti. Tutto ciò che non accade a me non accade nel mondo. Non si documenta, non legge, non riflette e non sperimenta. Se lo fa, ripete all’infinito se stesso: i pochi files che occupano il suo universo morale, sempre gli stessi. Il resto è quotidianità, sesso, sport e cucina. Pusillanime significa dall’anima piccola (pusillus animus) al contrario di magnanimo, dalla grande anima. In fondo tutto si gioca su questo. La dimensione dell’anima conta. Una sana educazione dello spirito porta a crescere l’anima e la sfera degli interessi in crescita è destinata sempre più all’universale, coinvolge sempre più gli altri rendendo possibile la convivenza. Da individuo a persona esiste una lunga strada che nessun governo si è mai preso la briga di sostenere. La chiacchiera occupa interamente il sociale veicolando solo e unicamente stereotipi che conversano tra loro in luogo delle persone. Cose già dette.

Molti dei giudizi da me espressi non sono giudizi particolari dati a un popolo ma rivolti alla condizione umana nella sua generalità e ben altro ci sarebbe da dire. Anche da queste poche note si possono tuttavia tracciare le grandezze e le variabili del sistema popolo purché il sistema sia visto geograficamente, storicamente ed evolutivamente. Tutti i popoli sono diversi e tutti i popoli sono uguali. Molte delle cose dette sono vere per tutti i popoli, ma per tutti i popoli in misura diversa o diversissima corrispondenti a diversi o diversissimi gradi di civiltà. Un parametro come “farsi i fatti propri” può variare dall’incesto con stupro, o peggio, a non arrivare per tempo a tavola, o meglio, ed è presente in tutte le civiltà umane. Voglio dire che chi ha inteso il mio discorso come una critica unicamente negativa al presente, non ha veramente ma veramente, inteso nulla. Io analizzo e non mi schiero. È che la strada della civiltà è lunga e lunghissima e il punto in cui ci troviamo ha più strada da percorrere di quella già percorsa. Cosa per cui voglio bene alla mia epoca anche se non gli risparmio critiche. Se la democrazia ha messo al potere la mediocrità ho ben presente come nel passato sia stata la crudeltà e la barbarie a dominare.
La dignità come visto è una variabile fondamentale, un parametro che entra come novità assoluta nella storia solo recentemente, a partire dai primi atti di ribellione, nasce per combattere tutte le meschinità dell’essere quando l’individuo compiace per interesse alla propria umiliazione cedendo ai ricatti e facendo di necessità virtù, chiamando realismo la giustificazione ideologica che fa lecito l’illecito.
Molto diversamente in sostituzione del più antico “onore”, la dignità, la sua comprensione e assunzione, rimane fondamentale per la concretezza dell’esistenza. Dalla dignità dipendono lotte, diritti, libertà, fratellanza, uguaglianza, giustizia, convivenza, felicità ed economia. Senza dignità abbiamo solo padroni, crumiri e schiavi. L’uomo schiavo-crumiro, panem et circenses, sesso-possesso detto “uomo di pancia” è il peggior nemico del popolo e coloro che a lui si rivolgono in questi termini, gli “uomini del fare”, sciacalli. Chi aspira a rivolgersi al popolo da una posizione di potere, fosse un movimento o un partito politico, dovrà tenere ben presenti queste assolute verità. Può tenerle presenti in due sensi per fini contrapposti o per emancipare il popolo o per usare il popolo ai propri fini per il potere.

A emancipare il popolo o altrimenti detto, fare della massa, della gente, un popolo, sembra in mente dei, eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere far progredire la nazione in civiltà, sogno una costituzione che all’art.1 reciti “L’Italia è una Repubblica fondata sulla Cultura”. La cultura pare invece cosa che non riguardi né i governi, né le istituzioni né le opposizioni. Agire sulla mentalità del popolo per una sua emancipazione non pare riguardare la politica. L’importanza della cultura è soffocata dal Pensiero Unico Economico. Lo stato di civiltà di un popolo pare essere un fatto inalterabile, una costante del sistema sociale che come tale non deve essere presa in considerazione da nessun governo e da nessuna forza politica, da nessuna istituzione. La crescita morale dello spirito è ovunque fuori discussione. Per certo è un fatto che l’inerzia culturale di ogni popolo è un macigno tale da essere difficilmente smosso nel contingente da qualsiasi forza politica. Questo accade in ogni nazione, in ogni epoca. Eppur si muove. Provvidenza o pronoia si voglia chiamare, esiste una forza che spinge il progresso in modo indipendente dalle circostanze e tuttavia la politica può essere un freno o un acceleratore di questo cammino che andrebbe in ogni modo agevolato anche e soprattutto con interventi culturali mirati a migliorare le relazioni tra gli uomini non solo con la coazione, leggi, ma con insegnamenti morali, nelle istituzioni. L’educazione dello spirito, massima e unica disciplina per Platone, è ancora istituzionalmente una sconosciuta. Non un pensiero per educare il popolo. Il popolo si serve e non si educa.
Anziché rivolgersi alla gente con un piano educativo ogni potere dalle dittature alle monarchie alle democrazie, alla gente si chiede solo il consenso, consenso per ottenere o conservare il potere così la gente non diverrà mai popolo. L’ignorante è un ottimo cliente.

Ottenuto il potere, i migliori tra i governanti pensano al bene del popolo, ma totalmente privi di sapere filosofico pensano al bene del popolo unicamente come soddisfazione materiale. Che altro? Pagnotta calcio e sesso sono quantum satis, minimum vitae. Che anche questo star bene per avere successo debba corrispondere una mentalità, una cultura e una morale, neppure un pensiero. Nessuno realizza che il benessere economico sia frutto di una convivenza civile. Con gli schiavi un’economia, con gli uomini liberi un’altra. La mentalità è tutto. Il pensiero unico economico domina il pianeta e trova consenso proprio nella pancia del popolo. Il suo fine è il dominio del pianeta da parte di pochi o pochissimi, per ottenerlo ha bisogno del consenso degli sfruttati ovvero del popolo che volentieri con una mentalità da schiavi senza filosofia ovvero senza dignità, glielo accorda gridando in piazza il diritto di mangiare, “fare” sesso e andare allo stadio e tacendo al lavoro alla presenza delle videocamere. Un vecchio adagio recita: “Chi pecora si fa lupo se lo mangia”. Ovviamente va letto: “Più ti fai pecora più l’altro si fa lupo”, tutto avviene sempre secondo misura.

Il popolo in sé nella sua globalità è privo di qualsiasi valore, significato, unicità, direzione, voce, come un gregge può essere condotto ovunque. Tra il signore e il capopopolo per il popolo l’ultimo che parla ha sempre ragione. Della cosa, di qualsiasi cosa, vede solo una ragione: la propria, del resto non sa né vuole sapere. Per ogni individuo una ragione diversa, per ogni individuo solo la propria. Un io ipertrofico anima ciascuno e se unito ad altri in una “causa contro” moltiplica se stesso senza vedere gli altri, anche quando le ragioni dell’uno nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’altro eppure se lasciati soli si accopperebbero; cessato il motivo che li ha visti uniti, una volta lasciati soli, cominciano a beccarsi e ricreano subito il pollaio. Per comprendere è bene capire che di là da giudizi, tutto questo è naturale, fa parte della natura umana come derivazione da quella delle bestie.
Leader carismatici possono occasionalmente anche sorgere dal popolo, ma è cosa storicamente recente, rara e preoccupante. Quando il popolo attraverso suoi capipopolo prende il potere nascono terrore, orrore, stragi, genocidi.  I capipopolo e la ciurma appresso sono in genere falliti che raccolgono con la violenza (il sangue piace al popolo) il consenso di tutti i falliti, frustrati, umiliati, rancorosi, in spirito di riscattare il fallimento e la frustrazione. Il successo del golpe è garantito nei momenti di crisi e di povertà usando la violenza e offrendo il meglio alla canaglia in proporzione diretta all’esaltazione e alla meschinità dell’anima e chiedendo in cambio fedeltà. Il popolo ha dentro di sé un mostro: se risvegliato porta il terrore.
Veniamo dunque al populismo, termine tornato in auge dopo essere stato a lungo dimenticato e posiamo i pezzi sulla scacchiera. Il termine viene impiegato in Italia per indicare il Movimento5Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia, in Europa Marine Le Pen(Francia) , Nigel Farage (Inghilterra) , Norbert Hofer (Austria), Victor Obran (Ungheria). Ora pare che anche Trump possa essere investito di questo termine. Per Putin, Erdogan, Assad il termine è dittatore ma paiono anche questi tutti in odore di populismo.

Fatta eccezione per i 5Stelle, movimento a carattere più trasversale, negli altri casi possiamo parlare di “populismo di destra”. Eppure una volta esisteva un “populismo di sinistra” ben più affermato socialmente dell’attuale populismo. Il segreto era l’unità raccolta in una classe, quella operaia. Un’idealità che raccoglieva tutti i lavoratori e li spingeva alla lotta, la lotta di classe, lotta per i diritti del lavoro di contro a una classe padronale che difendeva il profitto.
Per tutta l’esistenza del PCI e del PSI, populismo ha significato per la sinistra stare dalla parte del popolo; e stare dalla parte del popolo senza approfittare né della pancia né dell’ignoranza, lottare anzi per la sua emancipazione, per una coscienza popolare che rivendicava i propri diritti. Questa idealità nelle attuali cosiddette sinistre è quasi totalmente scomparsa. L’idea di un’emancipazione, di una lotta e di una coscienza popolare non è neppure sfiorata e dunque nessuna ideale possibile unità. Indegni usurpatori si sono infilati nei panni altrui e danno ora al termine populista un significato unicamente negativo. Ma la notte era già cominciata e cominciata da un pezzo. I media viaggiano sempre in mezzo al fiume senza accorgersi della corrente, vanno dove li porta il vento, rassegnazione, cinismo, interesse personale. Fanno della professione un mestiere. Loro sì che sanno come gira il mondo. Bella gente. Le belle presentatrici televisive non hanno la minima cognizione del significato del termine e tanto meno dell’accezione in cui lo stanno usando. Una volta si chiamavano annunciatrici ora si spacciano per giornalisti, pardon giornaliste.
Ora tutti parlano di populismo ciascuno attribuendo al termine un significato diverso con diverse sfumature. Chi lo è un po’ chi non lo è per niente, per principio. Quelli che lo sono del tutto e non si vergognano. I più onesti… oh yees. Rimane ovvio che la considerazione in cui tenere il popolo dipende dall’intervento che si vuole fare sul popolo e che l’intervento dipende dalla definizione della fotografia come dall’azione che ne segue. Che cosa significhi populismo parrebbe a tutti chiaro dal momento che il termine si spreca ad ogni telegiornale o talk show ma come visto e dimostrato il significato e la valutazione da dare al termine possono essere differenti e persino opposti.
Populismo, mi dice un amico, Carlo dei 5Stelle, è stare dalla parte del popolo,  stare dalla parte di chi è sfruttato, di chi soffre, di chi è emarginato, degli umili, dei poveri…Un’idea catto-comunista definibile anche questa come populista che pur non essendo io né cattolico né comunista non solo non disprezzo ma in certa misura ammiro.

Sul socialismo è calato il silenzio. Ora che la farfalla è tornata nel bozzolo non è più in grado di volare. Il neonato bruco Renzi non sa neppure che cosa siano i diritti dei lavoratori, lavora per la parte avversa, proclama la necessità di scelte anche impopolari definite per l’occasione, udite udite, coraggiose. Spara qua e là sui diritti dei lavoratori e sulla costituzione e il 40%, che ancora non si è accorto del colore scuro della sua anima, lo applaude perché di sinistra. Populismo per Renzi è un’oscenità con cui diffamare i 5Stelle unitamente a tutte le destre.
Ovviamente ciò che è impopolare non è necessariamente contro il popolo: non credo sia una novità che le medicine non piacciono né ai bambini né agli adulti, ma ciò che è impopolare può anche ben essere contro il popolo. Che significato ha dunque essere o non essere contro il popolo? Fai del bene quando compri un gelato a tuo figlio?
La decisione dipende dalla condizione e dalle conseguenze, non dai un gelato a tuo figlio se ha il mal di pancia, anche se per questo tuo figlio potrebbe odiarti. Diverso se non dai il gelato a tuo figlio per darlo all’amante o mangiartelo tu. Il figlio è colui di cui ci si deve prendere cura e che ha bisogno essere educato.
“Dare al popolo quello che il popolo vuole e dire al popolo quello che il popolo vuole gli sia detto” e un’azione irresponsabile, opportunistica e criminale. Dico questo in memoria del grande statista Bettino Craxi che con queste parole fece scomparire il socialismo dalla storia del nostro paese. Dedichiamogli una piazza.

Un popolo senza educazione, educazione dello spirito, avrà come ricompensa al potere il regime che si merita, si tratti di una dittatura o di una democrazia. La democrazia infatti è espressione diretta della cultura di un popolo.
Tutti i discorsi sulla natura umana, il buon selvaggio o l’homo homini lupus, tendenti a individuare una “natura” sono amenità ignoranti del processo evolutivo della cultura. Perdonabili per il passato ma intollerabili al presente. Errori logici riempiono la nostra cultura e frenano l’evoluzione.
In genere ogni proposizione viene letta con un fondamentale errore logico che qualifica con un aggettivo una tesi e con l’aggettivo opposto l’antitesi: se A è bianco allora B, diverso da A, è nero. Così si afferma quasi inconsciamente che se A è cattivo allora B, vittima di A, è buono. Ovviamente se A sevizia B, A è cattivo ma questo non dice nulla sulla natura di B. Questa stortura logica ha riempito tutta la cultura, dalla televisione, alla letteratura, alla filmografia, in genere la più scadente, facendo leva proprio su questo inganno.
Qui nasce infatti il più grande inganno. Chi è sfruttato, chi soffre, chi è emarginato, chi è povero … sarà cattivo o buono? Si preoccuperà degli altri o solo di se stesso?
“Incattivito dalla vita” non è forse questa l’espressione che più si addice ai diseredati? Il termine “cattivo” non nasce forse da “captivus” prigioniero?
Impariamo questo, se la cattiveria non è come sostiene qualcuno insita nel DNA, essa nasce da una malasorte: quanto più sono state infelici le condizioni di vita, quanto più grande è stata la sofferenza tanto più la cattiveria ha ragione di esistere. Insorge allora una patologia dell’essere non obbligatoria per il singolo ma per certo necessitata per la massa. E dunque… gli sfruttati sono forse persone migliori degli sfruttatori? È stato il plebeo, il borghese, persona migliore dell’aristocratico? La canaglia non è forse sempre stata in mezzo al popolo?

Il comunismo nasce con questo peccato originale: credere lo sfruttato migliore dello sfruttatore rivendicando paradossalmente in lui virtù che il popolo, non per sua colpa, non ha mai conosciuto. Questo vizio ideologico ha fatto dimenticare il problema della coscienza, la necessità imprescindibile dell’emancipazione popolare dello spirito e ha consegnato all’ignoranza il potere. Il socialismo reale è stato la morte del socialismo. “Dio è popolo” è un’utopia che deve ancora realizzarsi, realizzarsi nell’idea di fare della gente un popolo, diversamente è una bestemmia non meno pericolosa di “popolo bue”. Questo falso ideologico ha fornito alle classi dominanti un alibi, la povertà spirituale del popolo si è riversata nel comunismo reale, regime che forzatamente voleva vedere il popolo legato alla virtù. Forti di questa evidente falsità, i padroni del mondo pretendono per sé un diverso destino e ritengono con ciò giustificato lo sfruttamento.  A ciascuno secondo i propri meriti, di nascita e carriera, è ancora legge universale anche in democrazia. Selezione e competitività per il bene comune è la tesi neoliberista. Eppure, non è forse ingiusto e odioso lo sfruttamento? Non è forse odioso chi sfrutta?!  Dunque da una parte chi pensa “popolo è bello” e dall’altra chi pensa “sfruttare è giusto”. In queste becere puerili opinioni si è dibattuta e ancora si dibatte la più parte dell’umanità.
Il popolo in sé non è nessuno, non ha voce, nel popolo esiste gente di grande generosità come esiste la canaglia come dai primordi ai giorni nostri e da qui all’eternità. Quando si pensa al popolo non si può pensare a questo o a quel popolo ma tutto deve essere visto attraverso i secoli, attraverso i millenni, attraverso la storia, la geografia e l’evoluzione, e comprendere che né il potere né il popolo sono mai stati gli stessi e che quello che la gente, politici compresi, ha in mente per “popolo” è solo un’astrazione miope, misera e puerile. Per comprendere bisogna leggere, studiare, pensare e soprattutto riflettere, molto riflettere o avere la bontà di tacere. Il turbocapitalismo è l’ideologia dominante, è un’idrovora che succhia costantemente capitali all’economia per nasconderli nelle tasche di pochissimi, ha un unico nemico la Cultura. “Gli uomini non sono uguali” è una verità universale e solo la cultura potrà renderli tali. Solo la cultura ci salverà.

 




Uomini forti per popoli deboli

Nella prospettiva dei mezzi di comunicazione di massa  della vigente democrazia statistica  la volontà popolare si esprime attraverso i sondaggi.  A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Presidente USA Donald Trump ecco irrompere l’ultima verità shock scoperta dai sondaggisti dopo la sua elezione nel novembre scorso: 8 italiani su cento vogliono un “uomo forte” al potere. E non basta, a invocare l’uomo forte, che nel XX secolo si chiamavano Führer o Duce e oggi leader, sono soprattutto i giovani. Per la psicologia sarebbe fin troppo semplice spiegare questo ultimo aspetto, si tratterebbe di un modo con cui i figli manifestano un’accusa rivolta ai padri di essere incapaci di essere tali. Tuttavia, poiché è in gioco la volontà di un’intera popolazione occorrerà trovare una spiegazione di livello più generale.

La fisica ci ricorda la relatività di ogni misura e la necessità di considerare la coesistenza di ogni azione con la sua reazione. In altre parole, un forza si qualifica in funzione di ciò a cui si rivolge. Nella fattispecie dobbiamo dunque domandarci rispetto a quale altra entità un uomo è considerato forte.  Esiste sull’argomento un diffuso fraintendimento secondo il quale un uomo forte, in politica, è connotato da due principali caratteristiche, l’essere solo alla guida ed essere decisionista. La “solitudine del potere” è una condizione che ogni essere umano, indipendentemente dal sua grado di responsabilità sociale o individuale, vive in molte occasione della sua esistenza. Anzi si può affermare che è proprio da tale condizione che scaturisce in lui il senso di responsabilità. E dunque non è da ricercare in questa “solitudine” una caratteristica dell’uomo forte al potere, tanto più che, per quanto monocratico possa essere un potere, qualsiasi monarca, dittatore, presidente o leader massimo si circonderà di una corte, di consiglieri o di esperti e consulenti (il problema in questi casi è il metodo del loro reclutamento). Quanto al “decisionismo”, la questione leggermente si complica perché se da un lato non esiste un’azione che non sia preceduta da una decisione, sia pure la presenza di una fievole volontà, dall’altro esiste la condizione assai diffusa dell’ignavia, che non a caso viene considerata colpa grave da ogni morale laica o religiosa, tanto più se associata ad una condizione di potere.

Alla fine, dunque, per spiegare questa invocazione popolare dell’uomo forte al potere, al governo, occorre soffermarsi non tanto sulla personalità del leader designato, sulle sue apprezzate o denigrate qualità, quanto sul livello culturale del popolo che lo invoca. In occasione della recente scomparsa del linguista Tullio De Mauro sono stati diffusi  sui quotidiani i risultati di alcune sue ricerche sullo stato della cultura degli italiani. Il quadro che ne è risultato è sconfortante, ma è la verità del problema che abbiamo qui affrontato che può spiegarci il fenomeno: il 70 per cento degli italiani è analfabeta, legge, guarda, ascolta, ma non capisce.

Concludo questo articolo con le stesse parole con le quali conclusi “La democrazia statistica”: “Sarebbe ora che la coscienza democratica nel nostro paese si svegliasse dal torpore allucinatorio del “non è vero perchè non mi piace” e rivolgesse l’attenzione alle cause vere e profonde del declino del nostro paese. Non è in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale. Il livello di democrazia di un popolo è direttamente proporzionale al suo livello di cultura e solo la cultura potrà salvarci”.




AVVISO DI PUBBLICAZIONE

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Alla ricerca dello spazio perduto

desertificazione-climate-704x400La ricerca dello spazio perduto non è una nuova edizione dello “spazio vitale” della follia nazista, ma l’emergenza più grave del nuovo secolo.  Mentre tra i popoli europei cresce e si diffonde la paura per i 65 milioni di profughi in fuga nel mondo dalle guerre, 

disastri ambientali  e  crescita demografica annunciano la prossima catastrofe: nel 2015 gli sfollati a cause dei disastri ambientali sono stati 19,2 milioni, oggi nel mondo sono 70 milioni e se ne prevedono per il 2050, quando la popolazione mondiale sarà di 9 miliardi, fino a 250 milioni.  In termini temporali solo una generazione  ci separa da quell’evento (in media una generazione dura 25 anni dalla nascita di un genitore alla nascita di un figlio), ma già oggi guardando i migranti venuti da chissà dove vagare per le strade delle nostre città, dovremmo renderci conto che siamo noi europei e non loro extracomunitari ad aver dimenticato le radici e che dobbiamo al più presto abbandonare alcune nostre certezze per pensare ad un futuro che si annuncia diverso da quello atteso.

Non è una novità per la specie umana se solo ricordassimo che la storia dell’umanità si è evoluta su una scala temporale ben più ampia di quella individuale sulla quale formiamo la nostra coscienza e quindi la nostra percezione della realtà: la migrazione globale è nel dna dell’umanità e dunque nel suo futuro. L’analisi del mio genoma, per esempio, quello di un italiano figlio di italiani del sud e del nord, da decine di generazioni con chissà quali incroci con i greci, germanici, normanni, longobardi, arabi … , ha rivelato che i miei avi di 30 mila anni fa (solo 1200 generazioni) migrarono dall’Africa verso i territori dell’India. Di fronte allo scenario odierno della migrazione non saranno comunque i muri a salvarci perché l’Europa non è  una “Fortezza Bastiani”  in cui i singoli Stati si possano barricare aspettando i tartari sopraggiungere dal deserto, un deserto che per ragioni climatiche cresce ed avanza portandoli con sé.  L’Europa, se non vuole cessare di evolvere e tramontare definitamente, non deve chiudersi in una unità etnico-politica, ma al contrario deve  espandere  i propri confini oltre il bacino del Mediterraneo, verso il continente africano a partire dai territori costieri del Nord Africa.

Occorre perciò, senza ipocrisia, prendere atto della necessità urgente di “mettere gli scarponi” su quelle terre, quello economico per lo sviluppo e quello militare per difenderlo,  questa volta però non per prendervi le risorse (petrolio, minerali, terreni agricoli) come gli Imperi occidentali hanno fatto per secoli con il colonialismo, ma per portarvi le nostre risorse (economiche, tecnologiche e culturali) con lo scopo primario di accelerare localmente lo sviluppo economico e sociale . Non si tratta di esportare la democrazia né di trapiantare lo stesso modello di sviluppo economico che ha causato i problemi che dobbiamo risolvere, tantomeno di espandervi gli interessi della propria economia, come il nuovo colonialismo cinese sta facendo da anni, ma di promuovere con determinazione la crescita culturale di quei paesi nella consapevolezza che lì sono già reperibili  sia le risorse umane che  materiali per tale sviluppo. Non dobbiamo integrare un profugo medico, ma costruire e mantenere un ospedale nel suo paese dove quel medico possa lavorare.

Il costo economico richiesto da un tale programma sarà ingente, stimabile  in non meno di un decimo del PIL dell’UE ogni anno (nel 2014 il PIL è stato pari a 18.495.349 milioni di dollari, pari a 23,9% del PIL mondiale), e potrà essere sopportato solo se concepito come un investimento a lungo termine in grado di salvare le economie europee.  Se si osserva la crescita del PIL in alcune aree dell’Africa subsahariana si possono già individuare modelli di sviluppo avanzati in Angola, Kenya, Ghana, Etiopia e Sudafrica, gli unici ad avere tassi di crescita non più raggiungibili dai nostri paesi occidentali .

E il terrorismo islamico? Sul piano storico e politico va considerato come un’arma usata da gruppi estremistici in conflitto all’interno dei paesi arabi e verso il mondo occidentale che ha creato e sostenuto questi paesi per realizzare il progetto originario musulmano di costituzione di uno Stato arabo unitario (Califfato). Al di là della connotazione religiosa, una religione che nacque per unificare le tribù della penisola araba (religione significa “legarsi nei confronti degli dei”), anche nel caso del terrorismo islamico si tratta della ricerca di uno spazio vitale e come tale il terrorismo islamico va considerato oggi come un effetto collaterale del fenomeno più generale della migrazione, nei confronti del quale non devono sussistere dubbi o esitazioni nell’eliminarlo, ma  con la consapevolezza che lo si contrasta per il modo con cui opera e non per il fine che si prefigge.

Viviamo con angoscia il presente perché ci sentiamo minacciati dalla frustrazione delle nostre aspettative e poiché non ne riconosciamo le cause cerchiamo sicurezza trovando un nemico fuori da noi. Dobbiamo invece rappacificarci con la nostra storia trovando un senso che superi l’individualità, dobbiamo diventare consapevoli di attraversare un’era di cambiamenti per l’intera umanità. Così scriveva Dino Buzzati nella sua fuga del tempo, presagendo un diverso futuro: “A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno”.

 




La scuola dell’obbligo

La scuola di Atene

La scuola di Atene

Leggo su un quotidiano: “L’Italia fanalino di coda negli investimenti per la scuola”. Come sempre il problema è affrontato sul solo piano economico. I mezzi sono indubbiamente necessari, ma se ci si limita a questioni di bilancio non si raggiunge il fine. Diversamente è indispensabile un cambiamento di mentalità.
 La domanda è semplice: qual è il fine della scuola?
 Col termine scholéion gli antichi greci indicavano il luogo in cui veniva speso il “tempo libero”, cioè il luogo in cui si tenevano discussioni filosofiche o scientifiche durante il tempo libero, per poi descriverlo come  il “luogo di lettura”, fino a concepirlo come il luogo d’istruzione per eccellenza.  Ai nostri tempi la necessità della preparazione è cosa nota, quello che invece è meno noto è che la scuola è utile  a “fare dei cittadini”, ovvero gente preparata non solo didatticamente ma sopratutto  ad inserirsi nel sociale attraverso insegnamenti morali. Che si sta facendo per questo?  La maturazione dello spirito è fondamentale affinché un cittadino non sia una merce solo in uso all’industria o alla finanza ma una “persona”, una persona socialmente utile. Occorrono regole morali, una cultura sociale, politica e filosofica, che deve essere bagaglio educativo necessario e imprescindibile per tutti, materie che devono essere insegnate in ogni ordine di studi, università compresa.

Il “merito” oltre che sulle capacità, deve essere fondato sull’utilità sociale. Senza una coscienza sociale geni superdotati possono fare più danni di quanti possa sognare la tua filosofia. La direzione presa mondialmente è ora esattamente opposta: servono tecnici-robot privi di spirito. Il Pensiero Unico Economico privilegia gente supercompetente senza coscienza sociale e affossa sistematicamente ovunque gli studi umanitari, studi che non a caso portano questo nome. Gli studi umanitari stessi vengono depauperati di umanità: si può laurearsi in legge senza capire “giustizia” o studiare filosofia senza comprendere “morale”.  Si confonde morale con moralismo, il Dio con la sua degenerazione: l’idolo.  Il risultato, sotto gli occhi dei vedenti, è il disastro umanitario cui stiamo assistendo.

Abbiamo nei vari governi personaggi “poveri di spirito”, che hanno vissuto la loro triste esistenza nei salotti della politica, con poche o nessuna esperienza umana, con scarsa o nessuna educazione spirituale. Personalità che intimamente riproducono la mediocrità infantile che appartiene a tutti, e che per questo hanno successo. Sono i grandi comunicatori, abilissime nullità, che sono stati causa di tutte le tragedie avute in passato e che sono ora rischi per l’avvenire. Chi era Hitler? Chi è Trump? Chi sono umanamente anche tutti gli altri? Senza un’adeguata educazione dello spirito sia per il popolo sia per i governanti, ogni speranza è vana, qualsiasi sia l’ideologia o regime cui una nazione si rifaccia. Il ruolo della scuola in questo è vitale.  Solo la cultura ci salverà.

 




Maledetti quei popoli i cui governanti non conoscono vergogna

a-vergognaGli atteggiamenti dello spirito sono responsabili della nostra esistenza, sia individuale sia sociale. L’attenzione che riponiamo nell’altro determina tutti i rapporti e condiziona la nostra anima. Da una parte l’esortazione greca alla sapienza del conosci te stesso, dall’altra la massima latina  nessuno accusa se stesso. L’apparente conflitto dipende dal fatto che appartiene allo spirito una proprietà innata che spinge all’autodifesa. Si tratta di un’eredità ancestrale che sperimenta se stessa evolutivamente in modo differente in dipendenza dell’ambiente. Nell’uomo l’ambiente non è solo la natura ma soprattutto la cultura e “istintivamente” si attuano quei meccanismi di difesa atti a proteggere l’io. L’io sta al centro di ogni nostra emozione e d ogni nostra azione “l’io sono io”. Un’educazione spirituale sta al centro di tutte le relazioni umane. Un’educazione spirituale è fondamentale per ogni possibile convivenza. Ebbene un’educazione spirituale non viene né discussa né praticata. Senza un’adeguata educazione è lo stesso meccanismo di difesa a spingere verso la patologia. Una patologia che vive sotterranea nel quotidiano. Nell’universo dei sentimenti umani un particolare posto merita la vergognaIl senso da me trattato è esattamente quello della “verecondia”, il ritegno, la coscienza dell’immoralità di un’azione, un sentimento dell’anima che provoca disagio e turbamento e somaticamente rossore. Avere o non avere ritegno pone una scelta fondamentale per l’onestà spirituale. 

La mancanza

Per “mancanza” si deve intendere una nostra azione non solo socialmente riprovevole ma riprovevole in modo assoluto ovvero anche nell’opinione della la persona che la agisce. È su questo riconoscimento che si gioca la partita. L’agente anziché ammettere la propria colpa o errore in base al principio di difesa dell’io reagisce con la negazione o la menzogna e talvolta anche con l’aggressione, secondo misura. Anziché provare un sentimento di vergogna e chiedere scusa, si scusa, cerca scuse, giustificazioni al proprio comportamento o addirittura aggredisce rimuovendo completamente la colpa. Sa di essere in torto? La difesa precede la razionalità e agisce come una pulsione che fa da scudo all’accusa. La pulsione, perché di pulsione si tratta, è già da subito un atteggiamento precostituito dello spirito. Il soggetto aggredisce per coprire la mancanza, secondo l’adagio “la miglior difesa è l’attacco” prima di qualsiasi analisi razionale, che verrà o non verrà, in seguito a un ripensamento. Se l’atteggiamento ha successo o viene comunque rinforzato, si assume nel tempo un’abitudine a mentire e aggredire automatica quando si è colti in fallo, questa pulsione è tanto sedimentata dentro di noi da divenire un cristallo e tanto remota (acquisita nell’infanzia o nell’adolescenza) da essere interamente rimossa. Si tratta di una difesa incondizionata, un rifiuto assoluto di aderire alla realtà in ogni caso, l’anima recita “qualunque cosa accada non sarà mai mia la colpa”, non sarò mai io il responsabile. Su questa base formativa si conduce un’intera esistenza e si esprimono opinioni. Il vizio comportamentale fondato su una falsa postura spirituale entra a far parte del cosidétto “carattere”.

Il responsabile è sempre l’altro, fosse l’altro l’individuo o il sociale. L’anima si sente frustrata per un mancato appagamento di un bisogno, il bisogno di avere ragione, e scarica la sua frustrazione sul prossimo accumulando rancore al proprio interno. Paradossalmente il torto fatto all’amico gli fa odiare l’altro che ha osato rilevare la sua mancanza, responsabile inoltre di essere il testimone della sua mancanza e soprattutto responsabile della condizione del suo malessere, del suo star male, provocata dal malanimo e dalla rabbia che si accumula nell’anima senza trovare sfogo e si muta in rancore o odio. Sentimento che si accumula anche perché soggetto a banalità come lo stimolo condizionato: ogni volta che vede l’altro, l’altro gli ricorda la sua mancanza e il suo star male. Il fenomeno si ripete e il rapporto si rompe. Muoiono così i rapporti di amicizia, di coppia, quelli tra genitori e figli. Quando le relazioni affettive si indeboliscono, compare all’orizzonte l’interesse economico e alla fine, in caso di rottura definitiva rimane il solo interesse. I poveri di spirito non riflettono e non vi perdoneranno mai il torto che vi hanno fatto. Le frustrazioni sedimentano dentro di noi in modo irrazionale in quanto non arrivano mai a coscienza, non vengono mai analizzate, non sono mai poste a giudizio, a riflessione. La coscienza ha un compito ordinativo delle passioni e dei sentimenti che si accumulano al nostro interno. Per chi possiede malanimo l’imperativo categorico è sempre quello del diritto, mai del dovere. Un io che si riempie d’orgoglio sempre in sua difesa. La conseguenza è che rabbia, rancore e frustrazioni si accumulano nel tempo e generano un malessere che si scarica sempre all’esterno, ora su un oggetto ora su un altro, spesso in modo inappropriato, indipendente dalla volontà del soggetto e dalla situazione, sia familiare sia sociale.

Si crea all’interno dello spirito un marasma inconscio di pseudoverità relazionate solo secondo logiche di convenienza personale, libere da logica morale. Il tutto si esprime da parte del soggetto internamente disturbato con una pretesa libertà soggetta solo al proprio volere. La pretesa libertà d’opinione è anche la volontà di confermare se stessi nell’opinione. I poveri di spirito chiamano infatti questa cattiva amministrazione della propria anima, libertà d’espressione. Di fronte all’improvviso attacco l’anima storpiata fin dalle fondamenta agisce solo secondo una pseudologica opportunisticamente fabbricata al momento (razionalizzazione) pronta a difendersi fino all’assurdo, fino a negare l’evidenza. “Non ammettere, non ammettere mai” è l’imperativo. A volte anzi è proprio l’evidenza a fare imbestialire (termine non a caso), a farci diventare rossi e aggressivi. Questo il senso di “Nulla offende più della verità”. La circostanza che mette in dubbio la nostra “onestà” deve essere annullata. L’ego non tollera alcuna “sminuzione” dell’io, un’umiliazione che mette in gioco la considerazione di sé a se stessi, e l’azione si proietta all’esterno, si ritiene comunque responsabile l’altro del proprio star male, il malessere non si scarica su di sé ma sull’altro. La “ragione” infatti è sempre solo nostra e si aggredisce perché si ritiene l’aggredito responsabile del proprio stare male, finanche a odiarlo, fosse l’altro il partner, i figli o il sociale. Ci si sente incompresi. Quando il malanimo assume forme morbose, si difende la malattia per difendere noi stessi. L’identificazione tra l’io e la patologia è graduale e può divenire assoluta nelle forme psicotiche, note come irreversibili. Sconfiggere il male significa cambiare la personalità, destrutturare quanto il soggetto ha finora costruito.

Utile dire che il cattivo umore si scarica irrazionalmente cercando “soddisfazione” in chi è più vicino e sui soggetti meno temuti ovvero più in famiglia che nel sociale. Appartiene a questo atteggiamento anche un elemento di codardia e di ipocrisiaSi teme di più l’ignoto che il note, di conseguenza i comportamenti in famiglia e nel sociale sono differenti. L’ipocrisia e la codardia sono utili a nascondere il malumore e la malafede e nei poveri di spirito può divenire una postura permanente interamente rimossa inficiando i rapporti sia familiari sia sociali. Tutto il sociale si presenta come una ragnatela di falsità. Viene a mancare la franchezza e il coraggio sociale. L’anima assume una doppiezza utile a mantenere i rapporti sociali accompagnata da una diffidenza proporzionale. Le persone infide sono anche diffidenti, sono chiuse in se stesse, convinti delle proprie ragioni attente a mantenere le relazioni sociali solo quantum satis alla superficie. La diffidenza è quindi un metro per misurare anche l’onestà. Un atteggiamento di chiusura che trae in inganno il prossimo attraverso una superficiale patina di sorrisi e buone maniere nota anche come perbenismo, che spia l’altro da dietro l’uscio attraverso cui non potete entrare. Diffidare da chi diffida. “La prima impressione è quella che conta, il vizio supremo è la superficialità” (Oscar Wilde). Ebbene questo malaugurato atteggiamento dello spirito che trova origine nella natura se non educato diviene dannoso in famiglia quanto nel sociale, sta alla base di tutti i rapporti umani. Chi lo agisce in tener età “dice il suo”, si relazione a se stesso in modo conforme e adeguato, ma se nel corso degli anni non acquisisce un’adeguata educazione che porti a maturazione, da adulto il carattere è ormai formato e non ne è già più cosciente; il malcostume, modo di essere e di fare (ci fa e ci è), ha già maturato tutta una parte di sé totalmente irrisolta, irrisolta in quanto mai analizzata, che qualcuno chiama “inconscio”, una parte ormai divenuta parte integrante e costitutiva della personalità.

Questo morbo ha un nome: la malafede, si distribuisce nel sociale per quantità e qualità all’interno della cosidetta normalità fino alla patologia. I confini sono labili: non c’è soluzione di continuità, tutto è sempre secondo misura. Da cui il perenne dubbio se un criminale sia un criminale o un malato di mente. Il malavitoso in genere non ha alcun senso di colpa neppure quando uccide, di certo non si vergogna, tanto più è criminale quanto meno si vergogna. Vergogna e senso di colpa rimangono quindi punti nodali per il giudizio in quanto presumono il pentimento e conseguente possibilità di ravvedimento. La paranoia, un delirio di grandezza, persecuzione o gelosia dovuti a un disturbo dell’anima, non trova spiegazione se non in questo, nell’assenza di vergogna, in un io smisurato che difende ad ogni costo se stesso ovvero la propria malattia, ed è pericolosa proprio perché è una malattia in diversa misura posseduta da tutti. Hitler per certo non conosceva vergogna, come non la conosce chi agisce in malafede. Anche nell’azione più efferata il criminale in cuor suo è sempre convinto di aver ragione anche quando ammette la colpa. In cuor suo, in questa profondità dell’anima si trova la menzogna originaria ormai obsoleta. In base a questo malagurato incipit il criminale troverà sempre dentro di sé le ragioni per giustificare a se stesso i propri atti. Si può arrivare ad ammettere a posteriori l’errore ma la difesa profonda del gesto commesso a suo tempo rimane la stessa. L’agire in malafede è costume sociale più o meno diffuso e il comportamento di tutti diviene giustificazione del comportamento di ciascuno. La sua maggior o minore diffusione classifica la civiltà dei popoli. In assenza di un’educazione dello spirito la malafede si stabilizza su certi valori medi sociali che divengono riferimento morale per la massa, ciò che fanno i più perdere fa perdere di significato qualsiasi morale che si opponga al costume e la morale stessa viene tacciata di moralismo, con confusione assoluta dei due termini, del Dio e dell’idolo. La conseguenza è che taluni costumi in sé condannabili in via morale come la corruzione vengono ricompresi nello spirito senza più sensi di colpa e l’attenzione si volge solo al non venire scoperti. Sono gli uomini pratici. Rubano ancora” ha dichiarato un magistrato, “ma a differenza di prima non si vergognano”.

La menzogna

La menzogna è la peste dell’anima. Parleremo forse un giorno di che cosa sia la verità ma per ora mi accontento di dire che la menzogna è un universale che attraversa tutte le culture esistenti e quelle esistite in ogni epoca, dalle tribù, “lingua biforcuta”, alle democrazie. Se la menzogna fosse non dire il vero, un soldato fatto prigioniero dal nemico che sotto tortura non dicesse il vero dovrebbe essere considerato un mentitore o eroe? 

Che cos’è la menzogna? Questo semplice esempio esprime che la menzogna non è nelle parole ma nel cuore, la menzogna è uno svilimento dell’anima e un tradimento del cuore, quello degli altri e del proprio. Vero e verità sono due cose diverse. Si può mentire anche quando si dice il vero, ovvero quanto si riporta una realtà di fatto a sostegno di una tesi che meriterebbe ben altra analisi per appurare la verità. In buona sostanza la verità sta solo nella buona disposizione d’animo di chi la propone. Un’anima è in buona disposizione solo se ha analiticamente valutato se stessa, se si è stata costantemente attenta in ogni momento della sua vita a non mentire, nelle grandi come nelle piccole cose. Diversamente la buona fede è solo l’espressione di un’anima povera di spirito che prende per spontaneo ciò che malamente è già stato costruito e stabilito nella sua anima. Per dire quello che si pensa bisogna aver “pensato” prima di dire. In questo si chiarisce il significato e il senso dell’onestà intellettuale. È intellettualmente onesto solo chi non si mente e non accampa scuse con se stesso per giustificarsi ai propri occhi: “voglio essere il mio miglior nemico” Nietzsche. Non il peggiore ma il migliore sottoponendo se stessi a costante critica in ogni nostro pensiero e in ogni nostra azione. NB non critica del pensiero e delle azioni ma di noi. Questa pratica costante pulisce l’anima e la fa progredire. Chiarito questo: stolto colui che mentendo crede di trarne beneficio per sé e per gli altri. In un assoluto di presunzione e umiltà io sono tutto quello che desidero. Il malanimo accumulato nel tempo a causa dell’improvvida e insana difesa dell’io sedimenta sotto forma di rancore o di odio verso tutto e verso tutti, sedimenta nel cosidetto inconscio in modo confuso e indeterminato dove le passioni disordinatamente accumulate confliggono nei sogni. Il malanimo crea personalità malate per insicurezza, paura, diffidenza, solitudine, paranoia, ossessione, nevrosi, psicosi, un crescente isolamento che peggiora nel tempo lo spirito. I bambini sono molto più uniti e vicini, ma senza crescita spirituale l’anima di pari passo invecchia si intristisce e cerca conforto solo nell’esteriorità, nell’appagamento dei sensi e del corpo per quanto può e finché può, e alla superficie ciascuno sempre più isolato nelle propria realtà come le stelle si allontana. Il mondo, la realtà, viene letta solo nell’utilizzo. Col decadimento del corpo e dei sensi decade anche lo spirito, e l’anima stanca e povera muore prima del corpo (Platone). La menzogna è il vaso da cui scaturiscono tutti gli spettri che popolano la terra. 

Rimedio a tutto

La sofferenza prodotta nell’anima da chi vive in malafede produce isolamento, allontanamento, stanchezza, difficoltà di rapporti. Quando la convivenza con se stessi diviene insopportabile, si ricorre all’aiuto esterno. Chi è ricco va alla bottega dell’analista. L’analista disonesto ragiona in questo modo: il medico cura il corpo e l’analista lo spirito (psiche), l’obbiettivo per entrambi è non far più soffrire il paziente. Penserà allora l’analista a togliere la vergogna e i sensi di colpa, nessuna morale: stronzi ma felici. Il paziente non soffre più, non si vergogna più né dei propri atti né delle proprie bugie. Ora chiama moralismo la morale. Tolti gli scrupoli è guarito. Guariti dagli analisti o autodidatti in buona malafede, perso ogni amore per il prossimo, si contengono solo in vista di rapporti di forza, ormai divenuti solo economici; amore, amicizia, solidarietà solo per interesse e profitto, con uno stereotipato sorriso, guariti dalla morale, riservano all’anima un considerevole posto per l’ipocrisia, un’ipocrisia che li accompagnerà tutta la vita e che nessuno specchio potrà mai fargli vedere. In tarda vecchiaia, persi gli interessi per il mondo, l’ipocrisia cessa perché non ha più ragione di essere il rapporto sociale, allora il malanimo torna a manifestarsi, inacidisce la bile e si scarica senza ritegno sugli astanti. Ognuno atterra su se stesso. I vecchi sono la fotografia di quello che saremo ma anche di quello che intimamente inconfessato già siamo. Il bugiardo non può ammettere di mentire a se stesso, ha bisogno di essere in pace con se stesso, ha bisogno di trovare una ragione per avere ragione di essere quello che è. Quando viene scoperto nega e anche quando ammette, in cuor suo nega, non si ravvede, tanto che tornerà a ripetere. Si fa anche spesso vanto dell’onestà della sua ammissione e con ciò si ritiene assolto. A tanto arriva la malafede. Lo chiamano “il coraggio di ammettere i propri errori” ma in cuor loro non ne ammettono alcuno. Nessuna intima vergogna, nessun pentimento. Sono le astuzie della ragione. Dicendo “chi non sbaglia?” si è già assolto. L’errore viene ammesso solo quando scoperto e l’ammissione anziché redimere nasconde. Nessuno scrupolo, nessuna conseguenza interiore. Se il “mal vivente” si sente agitato non è per un conflitto interiore ma solo per il timore di essere scoperto. Al di qua di ogni ragionevolezza odia chi lo scopre, alla propria coscienza risulta sempre un santo: “Questi mediocri sono tutti santi” (Nietzsche).

Il cinico

Per tutti la malattia sociale ha un nome, si chiama menzogna, il “paziente” è disposto a tutto pur di non ammettere di avere mentito. Il paziente, cittadino comune, non vuole guarire, perché guarire significa ammettere di aver vissuto per tutta una vita nella menzogna, di aver rovinato la propria esistenza, di aver sempre avuto torto. Detesta, odia chi lo vuole aiutare, detesta chiunque lo critichi: ”Credi di essere migliore di me?”, dice un mafioso all’amico che si vuol tirare fuori dal malaffare. Non si tollera che altri siano migliori. Farsi un esame di coscienza” non è mai il caso. Gli esami di coscienza si chiamano scrupoli, ai suoi occhi impedimenti nella vita “reale”, quella quotidianità che necessita di denaro e non di filosofia. Ah ah. Quello che lo disturba sono i sensi di colpa che muovono sentimenti di vergona (la vergogna infatti è un sentimento) e lo fanno stare male, lo rendono ridicolo a se stesso. Non farsi scrupoli, deridere la morale, diviene utile necessità pratica, uno stile di vita. “Con la morale non si mangia” la sua filosofia. Eliminare gli scrupoli e i sensi di colpa per ritrovare la pace. Un’autoterapia che risolve il problema eliminando non la malattia ma i soli sintomi. Un sano realismo che ci libera dalla sofferenza, nostra e altrui è sufficiente vivere in superficie e pensare solo a scopare, mangiare e divertirsi. “Contare e la figa” sono i veri valori della vita. Un sano cinismo facilita l’esistenza. Il mediocre per conto suo cerca giustificazioni e le cerca negli altri “fanno tutti così” (pressione di gruppo), conformarsi è il suo ideale di vita e quando anche gli altri non si comportano “così” con coraggio trova in sé l’eroe negativo, quello che sa fare cose che gli altri non sanno fare: il più furbo di tutti, l’arrivista o uno che è anche capace di uccidere, il mafioso. In questa morale si ritrovano tutti, secondo misura, da zero a infinito. Un miscuglio ibrido di malaffare e buone intenzioni, all’occorrenza. Nel cinico, quello che ha capito tutto della vita, un masochistico piacere nello stare male in un’esistenza che vede comunque confutata; piacere che diviene anche piacere della sofferenza altrui, quella degli illusi. Può mai un cinico conoscere un sentimento come la vergogna? Con l’assenza della vergogna se ne va la sofferenza e la compassione, il senso dell’umano. Nella mente del cinico l’altro, tutto l’altro, è il nemico. Un criminale non conosce la vergogna e con la vergogna se ne parte anche il sentimento di umanità. Tuttavia un cinico non è necessariamente un criminale può essere anche un leader politico o il direttore di un giornale che il fiele che ha dentro pubblica in prima pagina a conforto di chi come lui vive di ignoranza e malafede. Ciò che siamo lo portiamo nella vita privata come nella vita pubblica.

Conclusione

Chiaramente io qui ho tracciato solo a grandi tratti un percorso lungo il quale l’individuo con minore o maggiore “coraggio” può diversamente fermarsi ma penso di aver illustrato significativamente come tutto parta dalla menzogna originaria atta a difendere l’io dagli attacchi esterni che tendono a sminuire l’io, in modo indipendente dalla ragione o dall’avere ragione. La malafede è alla base dei rapporti sociali e condiziona la vivibilità sia in famiglia, sia nel sociale, sia nel rapporto con la natura, essa è quindi di vitale importanza per la convivenza, determina tutti i rapporti di potere ed economici mondialmente intesi. Abbiamo governanti personalmente poveri o poverissimi di spirito per lo più affetti da malafede che reggono le sorti del mondo. Il sociale non ha ancora compreso l’importanza di un’educazione spirituale e ritiene la morale e l’etica, un problema individuale legato per lo più alla religione e su cui uno stato laico non deve intervenire. Tant’è che un’educazione spirituale non è praticata in nessuna istituzione e si lascia alle famiglie un compito che le famiglie non sono in grado di assolvere o assolvono nel caos secondo l’educazione a loro volta ricevuta. Eppure la menzogna non è territoriale, territoriale è solo il modo di interpretarla secondo la cultura e la civiltà in cui è inserita.
Occorre qui una profonda riflessione: quanto qui espresso è applicabile ad ogni civiltà in ogni tempo; l’uomo è sempre lo stesso. Ciò che distingue una civiltà dall’altra è solo la misura,
l’avanzamento dello spirito
Chi legge quanto ho scritto lo fa leggendolo nella propria cultura ma le leggi morali qui esposte travalicano ogni possibile cultura e si ambientano in ciascuna di esse. I popoli si distinguono in civiltà attraverso l’interpretazione e la valutazione che danno alla menzogna. E la capacità di vergognarsi, l’autocritica, segna il loro sviluppo, il loro cammino e il loro destino. Solo la cultura intesa come avanzamento dello spirito è il cardine di ogni società. Tutto questo ha un nome: autocoscienza, un percorso dello spirito lungo le tappe del quale uno a uno meritiamo il posto nel mondo, e il mondo che abbiamo. E adesso parlatemi di riforma costituzionale.