Steve Jobs ha disegnato un nuovo continente, Apple, dove il bello è buono.
“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” (Oscar Wilde)
Se con la cultura non si mangia, di ignoranza si muore.
Una tra le principali cause del declino del nostro paese e che “si fa in modo che si riduca il consenso sociale attorno alla cultura e tra le cose ‘sdoganate’ ci sono la rozzezza e l’ignoranza”.
Questa amara constatazione è quanto scaturisce da una recente analisi sociologica sullo stato delle competenze linguistiche nella popolazione italiana condotta attraverso gli esiti delle prove di ammissione alle facoltà universitarie (“L’Italia dell’ignoranza”di Graziella Priulla, ed. FrancoAngeli, 2011. Libro recentemente recensito da Mario Pirani sul quotidiano ‘laRepubblica’).
Alla facoltà di Lettere di Firenze, per esempio, risulta che il 50% degli studenti non abbia superato il test d’italiano: per alcuni di loro la ‘lottizzazione’, che magari criticano come uno dei mali della politica, significa ‘fare le lotte’.
D’altra parte, dalle comparazioni internazionali risulta che meno del 10% della popolazione italiana è in grado di comprendere, indipendentemente dal livello d’istruzione, i contenuti di qualsiasi testo ai 2 livelli più alti dei 5 previsti dai test (gli standard internazionali sulla competenza alfabetica si pongono tra valori compresi dal 20% al 30% della popolazione). A simili risultati era giunto con le sue analisi Tullio De Mauro, allarmato per l’analfabetismo di ritorno che coinvoge una gran parte della popolazione.
Ho aderito con convinzione al referendum per cambiare la legge elettorale esistente, tuttavia mantengo anche la convinzione che la democrazia si fonda sulla cultura di una popolazione e di conseguenza sulla sua capacità di partecipare e di comunicare.
Ora, ricordando quanto sosteneva Walter Lippmann, sebbene in relazione alla funzione della stampa: “(…) Il governo rappresentativo (…) non può funzionare bene, quale che sia la base del sistema elettorale, se non c’è un’ organizzazione indipendente che renda i fatti non visti comprensibili a quelli che devono prendere le decisioni” (L’opinione pubblica, 1921), vi è da chiedersi, una volta garantito il diritto di scegliere i rappresentanti politici in Parlamento, come potranno esercitare tale diritto quei cittadini di oggi e di domani che risultano ‘ignoranti’.
La breccia di Porta Pia non chiude la questione romana.
Si è tornato a parlare di questione morale, dopo aver accantonato la questione meridionale, ma oggi ricorre l’anniversario della questione romana, anch’essa non ancora conclusa.
Le tasse: da Tobin a Robin
/L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale, in quanto da una parte sottrae risorse allo Stato e dall’altra alimenta la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone l’individuo al di fuori del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito.
L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che la lotta all’evasione fiscale deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasione / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere, e simultaneamente mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.
Tora! Tora! Tora!
Ebbene si, sono convinto che 27 milioni di cittadini (d’ora in avanti invito ad usare i valori assoluti della realtà e non più le percentuali dei sondaggi) si siano espressi per e con “emozione” urlando i 4 SI. E me ne rallegro. Ora inizia la fase della “razionalità” ed occorre, al più presto, un governo che sia all’altezza delle aspettative che hanno animato questa prova di civiltà.
Se ai 17 milioni di cittadini che hanno votato i Sindaci del centro/sinistra si sommano i 10 milioni che hanno votato in più al Referendum risulta ad oggi che esiste in Italia una nuova maggioranza capace di portare un governo che degnamente la rappresentasse a ben oltre il 50% delle preferenze! Un brivido deve correre lungo la schiena dei politici. Si tratta di una responsabilità che non si avvertiva dal Referendum del 1946 che portò il Paese alla Repubblica.
(P)referendum
Quelli che vorrebbero le centrali nucleari non ci dicono che quando le accendi la produzione di energia elettrica non è modulabile e puoi solo spegnerle, quando le dismetti, con costi enormi. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali, come alternativa alle centrali di media/grossa potenza, scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali. (Nota)
“Ogni giorno di energia atomica è un giorno di troppo”, firma Greenpeace sulla porta di Brandeburgo. Mentre la Germania, la più grande potenza industriale d’Europa, decide di rinunciare al nucleare con un piano di dismissioni di tutte le centrali da realizzarsi entro il 2022, seguita recentemente dalla Svizzera con amedesima decisione, in Italia la Cassazione ha restituito ai cittadini il diritto di esprimersi con il Referendum del 12 giugno su tre questioni cruciali per il nostro paese: l’acqua (Dossier), l’energia e il diritto.
E poichè si tratta di referendum abrogativi e il vento è una fonte di energia rinnovabile, rechiamoci a votare per provare il piacere di rispondere: Si!
SI ai Referendum dei 4 SI
Quelli che vorrebbero le centrali nucleare non ci dicono che quando le accendi non puoi più spegnerle. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali come alternativa alle centrali di media/grossa potenza , scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali.
Giuliano Pisapia è Sindaco di Milano.
(Milano, 30 maggio 2011).
Oggi il vento ha restituito alla città un orizzonte pulito. La vittoria di Giuliano Pisapia ci fa sperare in una fase nuova di risorgimento. Rivolgiamo a lui le parole di Emily Dickinson, perchè sia all’altezza delle aspettative dei milanesi :
“Non conosciamo mai la nostra altezza
finche’ non ci chiamano ad alzarci
e se siamo fedeli alla missione
tocca il cielo la nostra statura.
L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe di ogni giorno
se noi stessi la schiena non curvassimo
per paura di essere dei re”.
L’albero della vita
Abbiamo cominciato a capire come è apparsa la vita sulla Terra, ma come è apparso l’amore? Come meraviglia di fronte al mondo e come rispetto per la vita. Nell’esitazione del dinosauro predatore che con la sua zampa non schiaccia la testa del dinosauro morente, ma quasi la accarezza, per poi allontanarsi dopo un ultimo sguardo. Già in quel gesto (non ci richiama alla mente il monolite di Stanley Kubrick in “2001: Odissea nello spazio”?) riconosciamo la potenza espressiva dei films di Terence Malick, non solo un registra geniale, non solo un colto filosofo ma un ricercatore dello spirito, appartato e reticente nei confronti del mondo dello spettacolo. Per lui parlano gli sguardi di Sean Penn, di Brad Pitt e di Jessica Chastain. E’ vero, non siamo soli nell’universo. Dappertutto sono gli dei.
Il pensiero debole
L’esperienza non conta nulla. In genere si ritiene che “ciò che conta” sia l’esperienza; la pratica, si dice, conta più della grammatica. Sull’esperienza, l’esperienza personale, si formano le nostre opinioni, ma non solo.
Più profondamente dell’opinione si strutturano convinzioni che investono la sfera personale emotiva. Detto in uno, le nostre convinzioni siamo noi, noi per quello che siamo. Ecco perché cambiare opinione è se non impossibile, molto difficile. Significherebbe destrutturare, ovvero rinunciare a non solo a tutto quello che finora abbiamo creduto, ma accettare lo “spaesamento”, un vuoto esistenziale e con esso l’impossibilità di esercitare quello che riteniamo un nostro diritto “il diritto di esprimere la nostra opinione”, di essere noi.
L’accettazione della nullità del valore della nostra esperienza crea una disistima, una caduta dell’autovalutazione non solo del discorso nel dialogo, ma della persona. Per questo le opinioni sono sempre sostenute con un accanimento che va molto al di là della cosa discussa.
Il legame affettivo che lega la persona all’opinione porta il dialogo a una disputa in cui è pretesa una vittoria e la sopraffazione di uno sull’altro. Il discorso viene a mancare di oggettività e l’oggettività viene pretesa nell’opinione.
In una discussione l’esperienza personale può essere solo utilizzata per esemplificare, per far intendere una teoria già altrimenti espressa, una tesi diversamente formulata in base a principi logici oggettivi. Orbene l’esperienza personale non ha nessun valore né per costruire teorie né per difendere tesi e non può mai essere portata in un discorso né per affermare tesi né per confutarle.
Questi principi non sono a loro volta opinioni ma seguono oggettivamente leggi logiche e logico statistiche. La mancata acquisizione da parte dello spirito di questi principi vanifica ogni dialogo ogni discussione.
Ogni sistema necessita dell’analisi delle variabili intervenienti, variabili alle quali va dato un peso per stabilirne la pertinenza e l’incidenza. Id quod plerumque accidit, quello che per lo più accade: la statistica. (nota)
I più infatti si basano per misurare la realtà sulla propria esperienza in base all’accaduto, a quello che a loro è accaduto, formulando quella che viene giustamente definita da Platone l’opinione ignorante, strumento di sfruttamento principale di certa politica.
In una popolazione di dati molto estesa, ogni opinione qualsiasi essa sia sarà suffragata da innumerevoli esempi, moltissimi sono gli esempi che nella propria vita possono essere trovati a conforto della propria opinione, opinioni che si consolidano esempio su esempio e divengono nel tempo convinzioni ovvero posture dello spirito.
Ovviamente per ogni ipotesi siffatta si possono parimenti trovare un numero uguale di esempi contrari, nascono le discussioni ignoranti. Per gli uni gli altri vivono sempre nelle favole.
Si è così costretti ad assistere a pseudo dibattiti cui democraticamente viene attributo a questo dire ignorante la dignità di opinione, chi assiste possedendo identica mentalità non avverte minimamente l’inganno e pensa solo a schierarsi.
Non è possibile intervenire. Intervenire a favore di una tesi piuttosto che di un’altra significherebbe abbassarsi al livello della discussione e perdere la conoscenza.
Queste opinioni ignoranti appartengono naturalmente per definizione alla maggior parte della popolazione, di qualsiasi popolazione si tratti. Le opinioni ignoranti maturano da quello che tutti definiscono esperienza, un nulla di conoscenza costruito attorno al proprio spirito.
Bisogna comprendere che derivare convinzioni dall’esperienza è di fatto cosa naturale, è il primo approccio all’essere e rimane l’unico se non ne maturano altri: la pratica conta più della grammatica e tutti hanno diritto di parola, anche gli asini in classe; così è stato e così sempre sarà in quel periodo che precede la maturità dell’uomo nella filogenesi come nell’ontogenesi, si tratta come detto di una postura primordiale dello spirito nella conoscenza.
Da sempre i nostri antenati così hanno inteso e ancora intendono la realtà. Viviamo insieme a loro, e sono la maggioranza. L’opinione ignorante domina nella convinzione che la statistica sia quella scienza per cui se in una popolazione uno ha due uno non ne ha, in media ognuno ha un pollo; seguono grasse risate e sguardi di intesa.
La disciplina che studia le caratteristiche delle popolazioni secondo la loro variabilità contrariamente a ciò che si pensa é una scienza esatta e la prima regola da imparare é che anche se esiste una variabilità molto elevata tra gli individui di una popolazione la media difficilmente varia e varia per parametri differenti da quelli che riguardano gli individui singolarmente considerati, e differenti dalla variabilità locale, dai parametri riscontrabili di zona in zona, il sud, il nord, il centro.
Ciò che vale per una popolazione può non valere per l’individuo, né per una parte di essa. Attribuire ad un individuo ciò che appartiene a una popolazione, come attribuire ad una popolazione ciò che caratterizza un individuo determina quella che si può a ragione definire un errore logico, una ragionamento ignorante fondato sulla falsa logica dell’ analogia, del sillogismo, e della correlazione, strumenti peraltro preziosissimi per l’intendimento della realtà agli albori della civiltà. Si tratta infatti della generalizzazione.
Chiarisco da subito che generalizzazione può essere considerata solo il fenomeno appena descritto, di contro avere un’opinione su di un individuo come su un popolo non solo non significa generalizzare ma è giusto e legittimo.
Tuttavia così come ignorante deve essere considerata la generalizzazione testé definita, ignorante deve essere considerata ogni opinione fondata sull’esperienza; è ignorante generalizzare quello che per esperienza si è appreso, anche perché per lo più non ce se ne avvede, anche questo fenomeno estensivo del sé più che della propria opinione rientra nella generalizzazione; per esperienza un abitante del nostro paese, che non abbia conosciuto altro che il proprio villaggio, sarà portato ad affermare che l’altezza degli uomini e delle donne é quella da lui riscontrata, sia o non sia quella statisticamente riscontrata, e affidandosi alla vista difenderà la propria opinione anche a discapito della scienza, una materia che peraltro non conosce e verso cui pertanto diffida.
Fonderà sulla personale esperienza una verità che estenderà tanto più quanto più limitata é la conoscenza per un’ansia naturale di dare nome ad ogni cosa in modo da poterla controllare in un universo tanto più ristretto quanto minore é la conoscenza.
La generalizzazione fondata sulla personale esperienza é proporzionale all’ignoranza. Più uno è ignorante e più generalizza, prima dà un nome alle cose e prima si chiude nell’opinione.
Quanto più l’esperienza è limitata quanto più l’opinione è ignorante e di una popolazione, un universo di dati, non si può avere conoscenza se non studiandola, e studiandola a fondo. Lo studio di una popolazione è la statistica, una scienza di cui tutti ignorano l’esistenza, politici compresi che ritengono solo di servirsene anziché di servirla.
Anche i dati sono utili ma per chi ha compreso ciò che è veramente necessario è una mentalità, la mentalità statistica.
Per l’individuo l’emozione legata all’esperienza é la chiave di lettura del mondo, il suo fine è l’utilizzo e la lettura sarà tanto più limitata quanto é più limitato lo spirito nell’analisi dell’esperienza vissuta nella conoscenza della parte e nel disconoscimento del tutto. Uno, due, tre… e il mondo è già detto e per come da me detto.
Il mondo al suo apparire affiora alla coscienza con relazioni elementari che non vanno al di là della correlazione e dell’attesa del ripetersi di un avvenimento esperito, un evento che si è legato accidentalmente alla memoria; un sillogismo, un’affinità solo linguistica di concetti o a volte di sole parole, chiude immediatamente il discorso con la conseguente generalizzazione del proprio accaduto a tutti quegli avvenimenti che presentino caratteristiche appena analoghe.
Alle volte non si è neppure in grado di riconoscere.
In che cosa consista l’analogia é soggettivo sia della specie, che dell’individuo, nonché dipendente dalla situazione in cui l’evento é venuto in essere e a ripetersi; ma questo porterebbe lontano, rilevo solo che la correlazione oltre ad essere il primo e più importante fondamento di ogni logica é tuttavia anche fonte di molti inganni e sta alla base di errori posturali dello spirito quali astrologia, magia e superstizione.
Quello che qui si vuole rimarcare é che come per altri esistenziali, la generalizzazione che nasce dall’esperienza individuale é stato naturale dell’essere, la prima propensione dell’io, è una postura dello spirito nel suo primo tentativo di comprensione del mondo. Spesso rimane l’unico.
Questo é lo stato naturale delle cose per l’essere esistenziale uomo ai primordi della cultura come della vita. Il superamento dell’esperienza come metodo sulla strada della conoscenza risiede ovviamente in vie diverse di accesso alla cultura che all’esperienza diretta non si rifanno, ma che cercano di approfondire la conoscenza attraverso lo studio di realtà più vaste del vissuto personale, o fidandosi delle ricerche e delle verità altrui o sperimentandosi direttamente in realtà diverse dalla propria.
Entrambe le vie sono necessitate e complementari. Sicuramente non é necessario aver vissuto per aver inteso ma é necessario ampliare lo spirito per diversamente intendere e relegare a un sé emotivamente per altre vie noto.
Queste altre vie necessitano di metodi diversi dalla correlazione e dal sillogismo e fondano la logica, ma esprimono anche l’essere nell’apertura per il senso legato ad una diversa emozione del mondo. Conoscenza razionale e conoscenza emotiva sono entrambe connesse all’intelligenza, alla postura dello spirito e quindi nel fondamento all’emozione cognitiva dell’essere, all’apertura.
Quando lo spirito chiude nulla più può essere scoperto, qualsiasi sia l’altezza a cui chiude.
Tutto ciò per dire che senza queste armi ogni discorso é inutile e che solo proporzionalmente al possesso delle stesse può essere significativamente compreso quanto da me detto e soprattutto ancora da farsi.
La comprensione di un’emergenza esistenziale in quanto sistema olistico di non facile definizione pretende una capacità di flessibilità, di immaginazione e di rimando delle aspettative, non indifferente, bisogna saper intuire e saper differire tenendo come valida in assoluto per ora solo la via intrapresa, indipendentemente da quelle che saranno le conclusioni e se ci saranno conclusioni.
L’esperienza dello spirito é nella conoscenza indipendente dai legami di spazio e tempo a cui la quotidianità o il contingente ci costringe.
Si potrebbe obbiettare che la mia indagine non si avvale di una conoscenza diretta dei fenomeni servendosi di metodi consentiti dalla scienza, ma di formulazioni di ipotesi a priori, di teorie indimostrabili se non parzialmente attraverso i fossili comportamentali esistenti.
Verissimo, potrebbero anche essere il frutto di uno spinello dopo un’ indigestione. C’é ovviamente un tuttavia. L’idea che la realtà oltre che comprensibile sia logica non é certo mia, io ho solo sposato questa tesi, aggiungendo che la comprensione é legata all’emotività, all’empatia; il mondo si disvela all’essere esistenziale per le capacità di ogni essere di penetrarlo attraverso la rappresentazione, la riproduzione in sé del mondo per l’emozione che dalla rappresentazione riceve, ovvero come detto non già più solo coi sensi, non solo nella comprensione, ma nell’emozione che ne é il fondamento.
Emozione che il ricevente ritiene per elaborarla dentro di sé, per essere in una nuova emozione come risposta al mondo.
All’empatia, a questa sorgente di ogni capacità di analisi, io ho fatto riferimento per leggere e formulare ipotesi sulla realtà esterna, per quanto lontana nello spazio come nel tempo. Ho pindaricamente rappresentato me, proiettandomi in quel mondo remoto del nostro essere per configurare quale esso sia stato, dandomi quelle limitazioni da me suggerite che covano in ciascuno sotto la cenere.
Il percorso fin qui compiuto é certamente criticabile nelle ipotesi fatte come nelle spiegazioni date e sicuramente degno di approfondimenti, mi attendo anche smentite, e nonostante tutto più che plausibile.
Che le cose siano avvenute proprio a questo modo, direbbe Platone, io non lo posso affermare tuttavia qualcosa di simile … Il perché di questo viaggio dell’immaginazione nel tempo trova molte spiegazioni una delle quali é il superamento dell’ ”orrido naturale”.
Di comune accordo con Leopardi, la natura é matrigna; tutto ciò che ci spaventa , indigna o terrorizza oggi, passato in giudicato come legge di natura, turba la nostra esistenza.
Vi sono convinzioni radicate all’essere nella sua prima infanzia ancor prima dell’insorgenza dell’io, così nella filogenesi come nell’ontogenesi, che si radicano nello spirito ancor oggi, nella quotidianità, manifestando un sentire primitivo, quando non primordiale, che convive nel quotidiano con l’informatica e i viaggi spaziali.
Pulsioni ancestrali legate all’essere fin da epoche remote convivono con sentimenti di giustizia, rispetto, tolleranza, bellezza e quant’altro dell’eccellenza cui l’uomo ha saputo giungere. La dispersione dell’essere nell’uomo é massima e destinata ad aumentare; di fatto non esiste nessuna specie paragonabile per difformità di esistenza.
I topi sono tutti uguali, non gli uomini. Nessuno é meno uguale degli uomini. Questo suggerisce una totale diaspora dell’essere nell’esistenziale uomo per quanto riguarda il modo di esserci, ovvero nell’emozione che lo fonda, se un intervento contro natura non portasse le diverse esistenzialità ad unirsi.
Questo intervento contro natura può essere solo addebitabile alla cultura. Anche per questo la cultura é essere separato. É la cultura che artificialmente, ad arte, tiene uniti gli uomini.
Il superamento dell’orrore può avvenire solo grazie a quell’altra coscienza di sé così come nella mia indagine si va delineando.
Politica e Cultura
Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione? Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto? Dei diritti da sempre calpestati? Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata? Di generazioni senza nome? Può essere “paradiso” la risposta? Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.
Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti, in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione. Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro, per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.
E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.
Il problema non è economico, ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla morale che nasce poi l’economia.
E se laidamente, pur essendo credenti, non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.
Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.
Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi economici si sono disinteressate della cultura, considerata problema non concreto o irrisolvibile e comunque a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare ostacoli. Gli intellettuali rimangono solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.
Sotto un apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.
Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.
La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.
Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni e alle aspettative che un popolo ha.
Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.
Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.
Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.
Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente rivolgere.
L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama cultura.
Stranieri in patria.
“Dalla patria, dietro il rosso dei fulmini, ecco, si avvicinano le nubi, ma mio padre e mia madre sono morti da tempo, nessuno là più mi conosce. Quando, ah presto, viene il tempo quieto, in cui riposo anch’io, e su di me risuona la bella solitudine del bosco, e nessuno qui più mi conosce.” (J.K.B. Eichendorff, 1788 – 1857)
Con la cultura non si mangia
Spesso accade in “democrazia” che chi raggiunge la notorietà, comunque raggiunta, venga interrogato su questioni che esulano completamente la sua competenza e l’opinione data assurga comunque a verità non per il contenuto ma per il pulpito, per l’autorità che l’ha proferita.
Il personaggio assurto alle cronache viene intervistato e gli viene richiesto di esprimere opinioni che in nulla ineriscono la sua professione. Questo fa parte di un cattivo giornalismo che incontra una mentalità popolare che riconosce la verità solo nel pulpito per l’autorità che vi si insedia. Ingenuità popolare di cui per realismo qualsiasi potere si nutre. Da quello politico a quello dei media.
Eppure fuori dal seminato tali opinioni altro non hanno che valore di opinione, di chiacchiera, il valore che si può dare alla parola di tutti, all’uomo della strada intervistato per caso e per opportunità. Ciò che domina la scena, che venga da personaggi noti o dall’uomo della strada, è l’opinione con valore di chiacchiera. Seguono sondaggi.
Il problema nasce quando a stare sul pulpito è l’uomo della strada ovvero colui che raccoglie con la chiacchiera e grazie alla chiacchiera i maggiori consensi. Per la gente essere maggioranza significa “avere ragione” a meno di trovarsi in minoranza e allora solo allora, disorientata, sentirsi costretta a riferirsi diversamente al valore dato termine e cercare nuovi significati da dare alla democrazia.
Comunque sia, dando ascolto e voce alla sola chiacchiera tutto il sociale della chiacchiera si nutre e con al chiacchiera si alimenta il potere.
Per il realismo, una filosofia dell’essere tutta da discutere, la chiacchiera è il mezzo per raggiungere l’utente, the consumer, e la chiacchiera assurge al diritto di chiamarsi ed essere chiamata libertà di parola, libertà di espressione. Si potrebbe ritenere a questo punto che la chiacchiera debba essere proibita, che non debba avere possibilità di espressione. Assolutamente no! La chiacchiera, il parere dell’uomo di strada, non deve e non può essere proibita, è bene che essa si manifesti e si manifesti in molti ambiti, essa è preziosissimo campo di indagine e di massimo interesse per comprendere il grado di avanzamento dello spirito di una nazione indipendentemente da giudizi di valore. Questa è la virtù dell’ascolto in democrazia.
Rimane che una cosa è tenerne conto, una cosa criticare, una cosa incoraggiare, un’altra ancora servirsene per fare audience o peggio servirsene per dare la scalata al potere. Il voto dato a tutti, suffragio universale, permette di salire al potere chi meglio si fa interprete della cultura popolare, della mentalità del popolo e il livello culturale dal popolo raggiunto mette al potere chi meglio sa cogliere il suo spirito per alto o basso che sia.
Realisticamente,senza entrare in merito con giudizi di valore, in genere il livello raggiunto è un basso sentire, una grande immaturità, tutti abbiamo visto film in bianco e nero e bonariamente riso dell’ignoranza del popolo in passato ma anche se oggi, ringraziando il cielo, l’ignoranza non è più la stessa non possiamo di certo affermare di essere giunti a maturazione.
La povertà di spirito è sicuramente scusabile ma per certo non è condivisibile, né tantomeno da assumere da parte di governanti al potere come volontà popolare da esprimere nel governo di una nazione. Tutto ovviamente dipende dalla maturità del popolo, se un popolo è maturo il suo sentire è elevato e in democrazia esprimerà buoni governanti.
Dare alla gente quello che la gente vuole e l’azione più abbietta e ipocrita che un’istituzione può esprimere, è pura demagogia. Non si danno i gelati ai bambini per farsi amare. Indipendentemente da ogni volontà popolare è a questa maturità che ogni buon governo deve tendere, questa la cultura. Il dovere di ogni governo è far maturare lo spirito, elevare la cultura.
Purtroppo l’ignoranza spesso sale al potere e tocca a noi cittadini sentire frasi dette da ministro a ministro del tipo: con la cultura non si mangia. Terribile! non ci fanno, ci sono!
Questa l’alta filosofia siede oggi in Italia sugli scranni del potere. Si arriva a sedersi su poltrone da ministro facendo i gelatai. I bambini sono contenti e li votano e sono la maggioranza. E c’è chi pensa di mettersi in concorrenza.
Ma l’onestà intellettuale pretende una verità che assolutamente sconfessi l’ipocrisia, il pregiudizio, l’ignoranza e la menzogna, ingredienti di cui spesso chi è al potere si serve per ingannare il popolo.
Se si ritiene di usare gli stessi strumenti sarà possibile anche vincere ma si perderà il sale e l’inganno per il popolo potrebbe essere anche maggiore.
Ma al di là di giudizi di valore che generano malessere e insofferenza in tutti noi, si deve realizzare che il sentire, il modo di sentire del popolo, è parte costitutiva dell’essere; la sua mentalità è argomento principe dell’evoluzione culturale, politica e sociale. La Mentalità costituisce lo Spirito e lo Spirito la Cultura. Ad ogni mentalità deve competere la possibilità di evolversi, ogni mentalità deve possedere il seme per l’Apertura. A questa apertura dello Spirito deve rivolgersi ogni governo, questa l’evoluzione, il reale progresso di un popolo. A questa devono essere rivolte tutte le analisi e i progetti avvenire.
Dello Spirito non si parla né a destra, né a sinistra, né in centro. Dello Spirito la politica non si cura e si deve assistere alla miseria intellettuale in una frase che vanifica lo spirito: con la cultura non si mangia.
Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.
Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua natura essenzialmente democratica.
Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni di cui appropriarsi sui quali si possa esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici che l’individuo deve assimilare attraverso la formazione per essere nel mondo. Le idee sono dunque una componente del nostro essere appartenente all’umanità. L’uomo è responsabile perchè è libero e non esiste un copyright della cultura, perchè essa è patrimonio dell’Umanità.
Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione, una felicità, nel riscontrare in autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.
Ma oggi c’è internet, che affascina intellettuali e politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valoredell’informazione, al di là del suo contenuto di senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle tecnologie ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.
Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie pone all’individuo il serio problema di una capacità di adattamento non ancora pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio necessita che il nostro cervello si adatti al suo software al sua hardware. Il computer per poter esprimere il suo massimo potenziale ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.
L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate alle scoperte della biologia potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma, ricordando per esempio che quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta e che è trascorso appena un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che convenga ragionare con la massima apertura e in ogni caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando il progresso delle scienze.
Ci si chiede se è auspicabile l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della diffusione e della crescita della democrazia. In verità, il problema posto da internet non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di opinioni? Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?
Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato afasico di risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione dell’apprendimento; perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via della tecnologia corriamo il rischio di assimilare acriticamente la logica del marketing, che vuole il cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.
Navighiamo in una realtà virtuale in cui la relazione viene affidata sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi (sms, mms, e-mail, blog, youtube…), dal momento che l’efficienza dei siti si basa sul controllo della densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo. Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato, all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.
in questi ultimi anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei pacifisti, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a salvaguardia della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di rivolta in Nord Africa).
Tutti questi eventi sono fenomeni positivi fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi un rituale di una nuova liturgia massmediale. Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.
Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla sicurezza procurata dall’anonimato. Si osservi infatti come nella comunicazione sul web.2 prevalga l’uso di pseudonimi con i quali si cela la propria identità. La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.
Energia e informazione
Vogliamo P.A.C.E.
(Politica-Amore-Cultura-Energia)
Centrali nucleari in Italia, disastro nucleare in Giappone, moti di liberazione in Nord Africa, immigrazione africana verso l’Europa, divisioni politiche in Europa ….. se tutto è connesso, cosa può collegare tra loro queste emergenze? Esiste una soluzione comune ai problemi comuni?
La tragedia in corso in Giappone ha risvegliato in occidente le coscienze insinuando nuovamente il dubbio sulle centrali nucleari, ma lo ha fatto instillando la paura ed era già accaduto nel 1986. Che dire della memoria e delle fluttuazioni delle coscienze? Un incidente, il referendum, il rifiuto del nucleare, la riproposta del nucleare, nuovo incidente, la pausa di riflessione. Non si deve decidere sotto il ricatto della paura. Giusto, ma perchè si ripropongono, in particolare nel nostro Paese, le centrali nucleari? Solo per interessi economici? Gli interessi da soli non bastano a spiegare i comportamenti umani. Dobbiamo domandarci e rispondere al perchè di quegli stessi interessi e spiegare perchè si sia disposti ad accettarli.
Cos’è accaduto in Giappone? E’ accaduto che un terremoto poi uno tsunami, hanno devastato coste e città, ma chi poteva prevedere quell’intensità? Siamo di fronte all’ineluttabilità della natura … e la compostezza di fronte alla tragedia di quel popolo, da sempre convivente con quella natura ostile, è per noi esemplare. Ma lo tsunami ha nella sua furia compromesso 6 reattori della centrale nucleare di Fukushima, dove si da ormai l’emergenza è al massimo grado. Ora la catastrofe è nucleare, quindi umana. E’ anch’essa ineluttabile? Imprevedibile? Dobbiamo convivere anche con l’ostilità tecnologica del rischio nucleare? Qui la compostezza viene meno, anche in Giappone.
Nei bambini i mostri generano la paura,di notte, ma negli adulti, i bambini diventati grandi, è lo stato di paura che genera i mostri, anche di giorno. Così, dopo aver dimenticato le testate nucleari delle bombe e dei missili, percepiamo il reattore nucleare come un nuovo mostro che se, quando, ferito genera morte e distruzione di massa. Dopo Hiroshima e Nagasaki e gli esperimenti nel Pacifico non sono scoppiate altre bombe atomiche o all’idrogeno, mentre gli incidenti nucleari alle centrali, almeno quelli fino ad oggi rivelati, sono noti. Cosa pensare, dunque? Cosa dire? E soprattutto che fare?
Gli argomenti che vengono in genere offerti alla pubblica opinione per giustificare la necessità di ricorrere alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari sono principalmente due: la necessità di fare fronte alla domanda crescente di energia e la necessità di rendersi indipendenti dalle forniture energetiche. Dunque, da una parte la motivazione economica in relazione allo sviluppo, come si è caratterizzato in questi ultimi due secoli, dall’altra la motivazione politica in relazione alle strategie internazionali per il controllo delle fonti energetiche. Mancano tuttavia le motivazioni scientifiche in relazione alle tecnologie usate, all’impatto ambientale e ai rischi sulla salute. Gli argomenti proposti dagli strenui difensori del nucleare sono spesso infondati e irrazionali. Esse appaiono come pure petizioni di principio nella forma dell’ “imperativo tecnologico” secondo il quale se una cosa c’è dobbiamo usarla. Il primo argomento pro nucleare è sintetizzabile nella formula: “Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Si sostiene che dal momento che siamo circondati da centrali nucleari francesi, svizzere e croate, dalle quali per altro attingiamo energia per i nostri consumi ( la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari però ad appena l’ 1,5 per cento del totale) tanto vale renderci indipendenti con nostre centrali nucleari sul nostro territorio. Evidentemente in questo caso non vale la logica delle esternalizzazione e nemmeno della delocalizzazione, ma al contrario si sostiene la convenienza anche economica di costruire centrali nucleari sul territorio italiano. E per quanto riguarda i rischi? Torna il fatalismo sotto la forma dello “imperativo tecnologico”: tanto ci sono già, una più una meno…
Secondo argomento pro nucleare. Dobbiamo assicurarci il soddisfacimento del crescente bisogno di energia. Ma le cose non stanno proprio così. Consultando i dati pubblicati sulla produzione di energia elettrica in Italiasi scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Semplicemente perché conviene economicamente. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). Quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.
Per comprendere l’ossessione energetica che ispira le menti dei sinceri nuclearisti, intendo quelli in buona fede, non corrotti dalla frenesia degli appalti (vedi G8, L’Aquila, il Ponte sullo stretto…), penso occorra fare una preliminare riflessione di ordine storico e demografico in relazione ad un fenomeno che caratterizza da millenni l’evoluzione delle società umane: la città.
Secondo uno studio dell’Ined (Institut National Etudes démographiques) pubblicato nel 2007 su “Population et sciences” e che si basa su dati dell’ONU, la maggior parte della popolazione mondiale è urbanizzata. La soglia sarebbe stata superata il 23 maggio 2007: più del 50% della popolazione mondiale da allora vive in città. L’urbanizzazione è in ulteriore, continua crescita e si prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troveranno in questi continenti.
La crescita delle città costituisce uno dei fenomeni più importanti nella storia dell’umanità, con la specificazione però che nei paesi meno sviluppati la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai paesi sviluppati. C’è però una grande differenza tra quanto accade nei paesi ricchi e in quelli poveri. Nei paesi ricchi l’urbanizzazione è frutto dello sviluppo e le città offrono posti di lavoro e un modo di vita per molti più interessante. Dove la società è più ricca ed evoluta si sta tuttavia delineando una tendenza contraria: attività industriali, aree commerciali e zone residenziali si spostano dalla città verso altri luoghi. È ildecentramento urbano. Numerose fabbriche sono sorte in zone agricole, perché le reti telematiche e i trasporti veloci tendono ad annullare le distanze. In aree extraurbane, talvolta in aperta campagna, sono sorti grandi centri commerciali e insediamenti residenziali. Nei paesi poveri, invece, le grandi masse che si accalcano nelle sterminate periferie delle città, inseguono la speranza, spesso solo illusoria, di migliorare la propria esistenza.
L’alterazione del rapporto città – campagna ha creato numerosi e ben noti problemi alla composizione e alla dinamica delle società (integrazione tra etnie, criminalità, microclima, igiene e sanità pubblica, inquinamento, viabilità e trasporti, ecc), tutti riconducibili ai concetti di centro e di densità. La città ha al suo interno uno o più centri e si costituisce essa stessa come un centro rispetto ad un territorio più allargato. Nella città centro ogni fenomeno si concentra e quindi si manifesta con elevata densità, indipendentemente dalla sua intensità. Tra i problemi di maggiore rilevanza emerge quello del consumo energetico, che non è più soltanto da mettere in relazione alla concentrazione della produzione industriale, ma in relazione alla concentrazione dei servizi. Esiste cioè una correlazione tra densità di popolazione e densità di consumo d’energia.
L’idea della centrale elettrica, soprattutto quelle di media e di grande potenza, nasce dunque da questa necessità e la sua dislocazione dipende in parte dalla natura della sorgente d’energia (bacini idrici, giacimenti, raffinerie,) in altra dalle considerazioni tecniche ed economiche. Così viene normalmente accettato che, una volta scelta la fonte energetica (carbone, petrolio, gas o uranio) conviene costruire centrali di media o alta potenza in ragione dell’evidenti economie di scala e, d’altra parte, più la produzione è prossima all’utilizzazione, minori saranno le perdite nel trasporto di energia (le perdite, tra l’altro, condizionano la dimensione ottimale della centrale).
Dobbiamo dunque chiederci, prima ancora di scegliere le fonti energetiche, se lo sviluppo fondato sull’idea della centralità della produzione energetica sia ancora sostenibile per il futuro. E’ ancora una volta un problema di cultura, che deve guidare la politica nella visione dell’interesse lontano. Dobbiamo immaginare lo sviluppo energetico fondato su nuove visioni legate maggiormente ai concetti di decentramento e di rete, dove ogni nodo produttivo può coincidere con l’utilizzatore finale, analogamente a quanto già è avvenuto con la rivoluzione informatica di questi ultimi decenni.
Nella rete energetica può avvenire quello che sta in analogia accadendo nella rete dell’informazione, dove ogni singolo utente–nodo connesso alla rete è ad un tempo consumatore e produttore, più autonomo e quindi libero dai condizionamenti derivati dalla concentrazione di potere e più responsabile nei consumi.
Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec, l’Internet dell’energia, al di là delle scelte delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie oggi esistenti, nella rete che collega tra loro i vari tipi di centrali di produzione di energia, dislocate là dove è direttamente reperibile con maggiore facilità la fonte energetica, si vede non solo la soluzione energetica per l’Europa e del Nord Africa, ma anche la soluzione economica e politica per gli Stati del Nord Africa, oggi in aperta e drammatica ricerca di democrazia e sviluppo. Desertec non presenta ostacoli tecnici alla sua realizzazione, dal momento che utilizza tecnologie già esistenti e mature (per esempio gli impianti solari di Carlo Rubbia), per altro destinate a migliorarsi nell’arco temporale richiesto per la realizzazione, essa richiede l’intelligenza e la volontà di scegliere di adottare un nuovo modello di sviluppo fondato sulla cooperazione.
Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.
L’enorme successo di Wikipedia in questi dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno, suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità di internet: una cultura che nasce dal basso. E’ da condividere tale entusiasmo ?
In effetti, Wikipedia e tutte le iniziative che portano il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne permise la diffusione al di fuori del controllo della Chiesa. Tuttavia, non si tratta di una “cultura fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica. Essa costituisce una buona pratica di democrazia, di ciò che significa essere “per il popolo”.
Non è tutto. Mentre Wikipedia cresce e si diffonde, altri progetti innovativi, forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto avviato da un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.
Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano, da alcuni anni concluso. (nota)
Simili progetti possono anche’essi apparire ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo riconoscere la realtà e il valore di quei lavori poco visibili con i quali si mette ordine nel sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso. Si pensi alla formazione di Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una scienza, alla realizzazione, appunto, del Progetto Genoma Umano, sorta di dizionario dei geni dell’uomo.
Wikipedia e questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.
Oggi il problema è: come la Università e la Scuola potranno adeguarsia tali rivoluzioni? Si tratta questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea.Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino alle tesi di laurea presentate nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni. Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute. Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento, anche per l’esigenza di mantenere un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.
Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline, acquisendo la capacità di costruire, al momento del bisogno e in autonomia, il sapere al livello adeguato al compito richiesto.
Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.
Facciamo un esperimento teorico. Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che costituiscono il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni. Immaginiamo quindi di avere l’interesse di apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono applicati a quel argomento e cominciamo a creare hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che ben conoscono i critici e gli estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto immaginare?
Il fenomeno va considerato come una ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma posto da queste tecnologie, ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.
Si sostiene che Wikipedia sia democratica in quanto conoscenza che si costruisce dal basso. Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui applica la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione. Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.
Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico. Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati distribuendo loro gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto. In questa posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo cui il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.
Occorre tener ben presente che gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza, dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti. Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è dunque il contrario, ovvero se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia. La visione di internet come un’agorà rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione, una valida piattaforma per impostare la ricerca di un risposta corretta al problema.
Il Diritto
Il diritto di voto ai minorenni. Prima le donne poi i bambini.
La crisi economica in corso e le improvvide politiche adottate fino ad oggi in Italia per rimediarvi hanno fatto drammaticamente emergere la disoccupazione giovanile, ormai arrivata ad un terzo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni. La flessibilità del lavoro è divenuto l’incubo per i giovani, tendenzialmente privati del loro futuro. Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro? Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta.
Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come nelle altre democrazie contemporanee, sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica. Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?
Se il voto rappresenta il diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria, allora la partecipazione dei minorenni in assenza del voto è lasciata alla sola buona volontà delle strategie dei partiti politici. D’altra parte ben conosciamo i limiti dell’orizzonte politico appiattito sulla fine della legislatura e accade così che i bisogni e le aspettative dei giovani vengano sacrificati nei programmi, dal momento che il danno così procurato non appare nell’immmediato.
L’estensione del diritto di voto ai minorenni è un tema riconducibile al filosofo Antonio Rosmini (1848) ed è stato già affrontato in altre democrazie come in Francia, già con una proposta legislativa risalente al 1910, in Germania in anni più recenti ed in Austria, dove dal 2007 si vota a 16 anni di età.
L’argomento riguarda più di 9 milioni di cittadini di età compresa tra o e 17 anni, ovvero il 19% dell’intera popolazione di cittadini residenti in Italia e in particolare, considerando l’ Austria come esempio di prima fase di applicazione, interessa sempre in Italia circa 1,1 milioni di giovani di età tra i 16 e 17 anni (il voto per i cittadini da 0 a 15 anni è delegabile ai genitori).
E’ interessante notare come la partecipazione alla vita attiva del paese di questa quota parte di cittadini possa costituire la base per un riequilibrio delle politiche di welfare state nel nostro paese, dove la quota di popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta oggi il 26% circa dell’intera popolazione, ed è destinata a crescere.
L’idea centrale è che la competizione politica per il consenso elettorale obblighi i partiti politici a tenere conto dei bisogni dei giovani nei loro programmi elettorali e quindi nell’azione di governo. Il principo di “un uomo un voto” della tradizione democratica, sia esso maschio o femmina, adulto o minore verrebbe in tal modo realizzato.
In Italia la rappresentanza del voto dei minori non è compatibile con l’attuale normativa costituzionale e pertanto, in una prospettiva di difesa e consolidamento dei suoi principi e valori, una modifica della nostra Costituzione (cfr. art. 3) che attribuisse il diritto di voto dal momento della nascita, con ciò abolendo l’ultima discriminazione in base all’età, risulterebbe coerente con lo spirito costituente e potrebbe conciliare la crisi emergente del breve periodo con l’interesse lontano del paese.
(Per l’approfondimento del tema si rimanda alla lettura de “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni” di Luigi Campiglio – Prof. Ordinario di politica economica presso L’Università Cattolica di Milano – Il Mulino, 2005)