Un Augurio per l’Italia: Viva la IIIª Repubblica !

Nel primo trimestre del Nuovo Anno si potrà valutare la “fase 2” della manovra economica di risanamento della nostra economia e quindi la stabilità stessa del Governo Monti.  Intanto qui rivolgiamo al Paese gli auguri per un ingresso nella IIIª Repubblica, ricordando il discorso del 4 marzo 1933  di Franklin Delano Roosevelt, pronunciato per l’insediamento alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America (poco prima, il 30 gennaio 1933, Hitler divenne Cancelliere del Reich).

Il discorso è una prova di come la politica e l’economia possono diventare strumenti efficaci per le grandi trasformazioni dei popoli solo quando si poggiano sulla cultura.

Prima di lui Herbert Clark Hoover, Presidente  degli Stati Uniti d’America  dal 1929 al 1933, affrontò la grande depressione proponendo l’austerità, ma fallì miseramente.  F.D.Roosevelt, Presidente dal 1933 fino al 1945, invece risolverà la crisi  redistribuendo il reddito e aumentando i salari.

f-d-roosevelt

Presidente Hoover, signor Giudice Supremo, amici.


Questo è un giorno di solennità nazionale, e sono certo che in questo giorno i miei connazionali si aspettano che, nell’assumere la presidenza, mi rivolga a loro con la franchezza e la fermezza che l’attuale situazione del nostro popolo esige. 

Questo è decisamente il tempo di dire la verità, tutta la verità con franchezza e coraggio.
 Né abbiamo bisogno di evitare di affrontare onestamente le condizioni del nostro paese, oggi. 

Questa grande nazione resisterà come ha resistito, risorgerà e prospererà.  Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa, la paura anonima, irrazionale, ingiustificata che paralizza gli sforzi necessari per trasformare il regresso in progresso.


In ogni ora oscura della nostra vita nazionale, una leadership franca e vigorosa si è incontrata con la comprensione e il supporto del popolo stesso, che è essenziale per la vittoria.  Sono convinto che darete ancora quel supporto alla leadership, in questi giorni critici.
 Con questo spirito, per quanto è nella mia e nella vostra parte, affrontiamo le nostre difficoltà comuni. Queste riguardano, grazie a Dio, soltanto aspetti materiali.

I titoli sono precipitati a livelli irrisori; si è verificato un incremento delle tasse; il nostro potere d’acquisto è caduto; ogni ramo dell’amministrazione è minacciato da una seria riduzione delle entrate; le foglie secche delle imprese industriali si accumulano ovunque attorno a noi; i contadini non trovano mercato per ciò che producono; i risparmi di molti anni in molte migliaia di famiglie sono scomparsi.
Inoltre, ed è ancora più importante, molti cittadini disoccupati affrontano il severo problema dell’esistenza, e un numero ugualmente elevato si affatica al lavoro con scarsissimo profitto. Solo un pazzo ottimista può negare le lugubri realtà di questo momento.

Tuttavia i nostri problemi non provengono da alcun fallimento sostanziale. Non siamo perseguitati dalla piaga delle cavallette. In confronto ai pericoli che i nostri progenitori superarono perché avevano fede e non avevano paura, abbiamo ancora molto da essere grati. 
La natura continua a offrirci i suoi doni, e gli sforzi dell’uomo li hanno moltiplicati.

L’abbondanza è dietro la porta, ma languiamo nel bisogno. Questo accade, in primo luogo, perché chi regola lo scambio dei beni ha fallito per la sua testardaggine e incompetenza, ha ammesso il fallimento, e ha abdicato.


Le pratiche degli operatori economici senza scrupoli sostengono ora l’accusa dell’opinione pubblica, e sono respinte dal cuore e dalla mente degli uomini.
 In verità, hanno provato, ma i loro sforzi sono caduti nel modello di una tradizione già superata.

Davanti alla crisi del credito, hanno proposto solo il prestito di più denaro. Mancando l’esca dei profitti con i quali indurre la gente a seguire la loro falsa leadership, hanno fatto ricorso alle implorazioni, supplicando lacrimosamente di ridar loro fiducia. Conoscono solo le regole di una generazione di egoisti. Non hanno una visione, un progetto per il futuro, e quando non ci sono progetti, il paese perisce.


I cambiavalute sono fuggiti, hanno abbandonato i loro seggi eretti nel tempio della nostra civiltà. Noi possiamo ora restituire questo tempio al culto delle antiche verità. La misura di questa restituzione sarà lo sforzo di considerare i valori sociali più nobili dei profitti monetari.


La felicità non consiste nel semplice possesso di denaro: consiste nella gioia della ricerca, nel brivido dello sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono essere ancora dimenticati nella folle caccia a profitti illusori.

Questi giorni oscuri ci costano molto, ma avranno molto valore se ci insegneranno che il nostro destino non è di essere serviti, ma di servire noi stessi e i nostri concittadini.


Il riconoscimento della falsità della ricchezza materiale come standard di successo va di pari passo con l’abbandono della falsa credenza che gli uffici pubblici e le alte posizioni politiche debbano essere valutate solo con l’orgoglio delle cariche o con il profitto personale; e deve finire la condotta nell’attività bancaria e negli affari che troppo spesso ha dato a un’attività importantissima l’aspetto di un comportamento negativo, insensibile ed egoista. 


C’é poco da meravigliarsi che la fiducia manchi, perché si basa solo sull’onestà, sull’onore, sulla giustizia dei contratti, sulla leale protezione, sul comportamento non egoista; senza queste basi, non sopravvive.


La ricostruzione richiede, comunque, non solo un cambiamento etico.  Questa nazione chiede fatti, e fatti immediati.
 Il nostro più importante compito è di rimettere la gente al lavoro.  Non è un problema irrisolvibile, se lo affrontiamo con saggezza e coraggio.

Potrà essere risolto da un lato tramite un reclutamento diretto da parte del governo stesso, trattando la questione come tratteremmo l’emergenza di una guerra, ma nello stesso tempo, attraverso questo impiego, portando a termine progetti estremamente necessari per stimolare e riorganizzare l’uso delle risorse naturali. 


Ci sono molti modi in cui il compito può essere agevolato, ma la soluzione non sarà mai resa più agevole semplicemente parlandone.  Dobbiamo agire, e subito.


Infine, nel nostro procedere verso la ripresa del lavoro, abbiamo bisogno di due salvaguardie contro il ritorno dei mali del vecchio ordinamento: ci deve essere una stretta supervisione sull’attività bancaria, il credito e gli investimenti, così che verrà posta fine alla speculazione con il denaro altrui; e deve essere prevista un’adeguata e sana circolazione monetaria.


Ricambierò la fiducia in me riposta con il coraggio e la dedizione che si addicono a questo momento.  E’ il meno che possa fare.  Chiediamo umilmente la benedizione di Dio.  Possa proteggere ciascuno di noi, possa guidarmi nei giorni che verranno.




Buon Anno ai giovani italiani.

Guardateli bene, ci guardano da fuori, da lontano e sembrano ricordarci cosa siamo in grado di fare in un ambiente diverso. Provo uno strano sentimento di orgoglio misto a vergogna.

Un gruppo di ricerca dell’Università di Bristol ha sviluppato il primo processore programmabile basato sulla fisica dei quanti. Un traguardo che potrebbe facilitare il decollo del nuovo paradigma computazionale.  La scoperta raccontata da tre italiani coinvolti nel progetto.




La profezia dei Maya avverata: l’Antropocene.

Il petrolio ha trasformato Dubai: oggi la città vanta l’edificio più alto del mondo e quasi due milioni di abitanti che per vivere nel deserto arabico hanno bisogno di acqua desalinizzata e aria condizionata, e quindi di energia a basso costo.

Il termine Antropocene fu coniato nel 2000 dal  Premio Nobel per la chimica Paul Crytzen  per definire la  nostra epoca come la prima era geologica nella quale le attività umane sono state in grado di influenzare l’atmosfera e alterare il suo equilibrio. Un modo per comprendere, anzi vedere, come l’influenza umana abbia agito sul nostro pianeta ce lo  offre oggi l’antropologo Felix Pharand, fondatore di Globaia, attraverso una particolare cartografia della Terra che visualizza la realtà della ‘globalizzazione’.

Una volta, quando era di moda sostenere che “piccolo è bello”  si  invocavano i principi del “pensare globalmente e agire localmente” e del “pensare a lungo e agire rapidamente”. Oggi, quando tutti parlano di ‘globalizzazione’, di ‘tempo reale’, di ‘rete’ si pratica diffusamente il principio del NIMBY (Not In My Back Yard), chiusi nel proprio particolare, preferendo  badare al proprio orticello nel rimpianto del passato.

 




Se l’economia regge il mondo, cosa regge l’economia?

Un recente rapporto sulla ricchezza nel mondo ha confermato che il nostro paese è non solo una nazione di grandi risparmiatori, ma  soprattutto di grandi proprietari di case: il tasso di proprietà ha superato l’80% (un primato Europeo);  260 mila dollari di ricchezza procapite per adulto,  3/5  della quale derivata dagli immobili, con incrementi nell’ultimo decennio di dieci punti percentuali.

Questa realtà, secondo alcuni nostri politici, avrebbe consentito all’Italia di arginare le perdite dovute alla crisi dei mercati finanziari perdurante da quattro anni; mentre,  a fronte di una   mancata crescita dell’economia in atto da almeno dieci anni,  il debito pubblico italiano aumentava inesorabilmente da oltre venti anni,  insinuandoci oggi  la colpa per aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità.  Così secondo gli analisti economici.

Senza nulla togliere ai meriti delle  analisi economiche e finanziarie prodotte sul tema, qui vorrei comprendere non tanto la ‘razionalità delle scelte economiche’,  quanto le ragioni più profonde che le guidano.  La questione che pongo in generale  è se  si possono spiegare i fatti economici con le sole regole dell’economia o, in altre parole,  cosa rimane della  economia se  ad essa  viene sottratta l’analisi del pensiero e del comportamento umano, propria della filosofia, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e della biologia (si veda la ‘Neuroecomics’ di Robert Shiller e George Akerlof) .   Nel caso italiano, in particolare, mi chiedo se la particolare propensione al risparmio e la scelta di un investimento prevalentemente immobiliare costituisca  una “anomalia” di una ipotetica variante italiana della specie  homo oeconomicus, se paragonata ad altre varianti  europee o americana.

Nell’attività economica è possibile riconoscere  le tre  categorie dei produttori, dei distributori e dei consumatori, con la considerazione generale però che se produttori e distributori cosituiscono  componenti specializzate della popolazione, i consumatori ne costituiscono la totalità. Qual è dunque la razionalità di chi ha inventato i “prodotti finanziari” quali per esempio gli hedge found, i subprime o i derivati?   Si tratta della medesima razionalità che ha guidato l’attività delle Banche o influenzato le scelte operate dagli investitori o dai risparmiatori?  La mia ipotesi è: esistono diversi  modi razionali, dipendenti ognuno dalle diverse mentalità  presenti negli individui, a loro volta derivate dalle culture  prevalenti in un  determinato paese e periodo.

La specie  Homo sapiens – sapiens oggi vivente sul nostro pianeta con 7 miliardi di esemplari è apparsa 250 mila anni fa (2500 secoli fa) e a tutt’oggi conserva inalterato il volume del cervello originario, a fronte dei progressi straordinari del suo comportamento specifico, che globalmente  definiamo cultura: la Caccia, l’Agricoltura, l’Arte, la Religione, la Scrittura … la Filosofia, lo Stato, il Diritto, l’Industria, la Scienza, la Tecnologia …

Le  culture che da  millenni  hanno formato le popolazioni  e che oggi ancora formano le mentalità di ogni individuo attraverso l’educazione tramandata  per almeno 10 mila  generzioni, sono sostanzialmente descrivibili  secondo   phyla  culturali  della caccia, riferita al corpo,  contadina, riferita alla terra,  artigianale, riferita alla materia  e  commerciale,  riferita al denaro.

A queste forme culturali, che con diverse intensità  convivono in ogni individuo in un mix derivante  dalla sua  appartenenza ad un determinato popolo e al suo livello d’istruzione ed educazione, sono corrisposte quindi mentalità che si sono  affrancate su valori fondanti un’etica quali, rispettivamente,  il valore della  consanguineità legato al gruppo di appartenenza, il valore del sacrificio legato al lavoro,  il valore della creatività legato all’ingegno e il valore della ricchezza  legato all’individualità.

Se disponiamo  su un asse temporale le principali trasformazioni culturali avvenute nella storia dell’uomo (i progressi della cultura precedentemente elencati), esse ci appaiono caratterizzate  da una  crescente incidenza dal fattore velocità. Da almeno 6 secoli assistiamo ad un’accellerazione culturale travolgente, se paragonati ai precedenti 2496 secoli.  Tale accellerazione, che peraltro è correlabile all’aumento della popolazione, ha fatto la differenza fra le popolazioni del pianeta e, intra ogni popolazione, fra le categorie sociali costituenti.

Se guardiamo ora, su scala minore, la storia del nostro Paese (a 150 anni dalla sua Unità), possiamo osservare che, per esempio, l’industrializzazione in Italia, iniziata nei primi anni del ‘900 e interrotta con le due guerre mondiali, si realizza a partire dagli anni ’50, con la ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra.

La velocità con cui in Italia si è prodotta la ricchezza  su  base industriale, in particolare nelle regioni del Nord e del Centro a partire dagli anni ’60, non ha  favorito  uno sviluppo armonico del benessere della societa’ e una diffusione altrettanto veloce di una cultura moderna che fosse adeguata alle nuove esigenze. Ma quali sono le nuove esigenze di un’economia che dopo le due  guerre mondiali  è diventata essa stessa mondiale?

Le nuove domande poste oggi dalla “globalizzazione dei mercati” possono essere  derivabili dal fatto che i modi di produzione, le merci e  le informazioni circolano nel mondo con maggiore velocità e libertà di quanto circolino le persone; mentre  le persone ancora circolano nel mondo solo se spinte dalla necessità della ricerca di un lavoro (e per interventi militari)  o mosse dal piacere, per turismo.

La famiglia italiana, sia essa composta da contadini, artigiani,  professionisti,  imprenditori, lavoratori dipendenti,  si è così trovata nell’arco di una generazione a possedere una nuova ricchezza da amministrare. La risposta al  che fare di quella ricchezza non poteva che provenire dalla mentalità in quel momento prevalentemente posseduta e sedimentata dai secoli più recenti, quella contadina,  in forza della quale il sogno della proprietà della terra  è stato sostituito con la più realistica possibilità della prorpietà del metro quadro: la prima casa, un appartamento al mare, in montagna, il box, la villetta, la villa, la tenuta …

E’ pur vero che la prima utilizzazione della ricchezza in tal senso ha soddisfatto un bisogno reale e concreto,  quello dell’abitazione, ma come spiegare la coazione a ripetere  dell’accumulo degli investimenti  in altri immobili?

Si è sostenuto e ancora si sostiene che “il mattone” sia, alla fin fine, l’investimento più sicuro. Ciò potrebbe apparire  singolare se si riflettesse sul fatto che una delle cause della crisi finanziaria in corso  è stata la speculazione finanziaria legata al mercato immobiliare.  Il fenomeno  della “bolla immobiliare” è nato negli USA (ma   si è poi diffuso rapidamnete  anche in Europa) dove per sostenere il circuito Denaro – Denaro, i nuovi mercati finanziari (la finanza creativa)  hanno richiesto una mobilità degli investimenti che fosse  liberata dai vincoli economici, che  coinvolgesse gli Stati e le Istituzioni pubbliche (debito pubblico) e che fosse più veloce nelle transazioni. Di conseguenza, l’acquisto della casa come bene  è stato sostituito  dall’acquisto dei mutui come investimento, seguendone quindi la volatilità.

Lo stile di vita americano, che si rifà alla loro originaria mentalità pioneristica, si è sempre caratterizzato  per una elevata mobilità interna (oggi negli Usa si misura la crisi  adottando come indicatore  la sua riduzione, stimata a -40% ) sicchè in quel paese la casa  viene concepita come uno strumento di vita, un mezzo, piuttosto che un asset (negli Usa non si acquistano “metri quadri”, ma unità abitative già  corredate  dei servizi fondamentali). I frequenti cambiamneti di abitazione nell’arco dell’esistenza di un individuo sono resi possibili dalle facili acquisizioni di mutui, basati sul credito.

Da noi in Italia, invece, per una famiglia culturalmente  radicata alla propria terra d’origine (oggi si preferisce usare il termine più ideologico di ‘territorio’)  l’abitazione costituisce un fine e materializza  la ricchezza risparmiata attraverso sacrifici  col proprio lavoro.  E  la ” prima casa” il più delle volte è anche l’ultima, ma non l’unica.

Al primato italiano in Europa del risparmio che diventa investimento immobiliare, si aggiungono altri tratti peculiari  della nostra economia, che ne condizionano negativamente lo sviluppo:  una struttura industriale fondata  sulla piccola e media industria,  una  proprietà  delle aziende prevalentemente a carattere familiare e una elevata circolazione del denaro liquido.  Anche  queste  caratteristiche sono spiegabili riconducendo l’analisi sul piano culturale, non economico.

Per secoli la storia d’Italia è stata una storia di invasioni, spesso richieste dai poteri locali (la Chiesa di Roma), di divisioni politiche territoriali (Comuni, Signorie) in assenza di uno Stato con funzione   regolatrice, di sviluppi economici a livello locale basati sulle abilità artigianali e a livello internazionale  sui prestiti e i commerci (le Banche, le Repubbliche marinare).  E’  possibile intravedere in questo quadro le radici culturali della frammentazione territoriale in piccole e medie attività produttive, del passaggio da padre in figlio dei mestieri e delle proprietà,  della diffidenza verso le istituzioni “terze” e del ricorso al possesso ed uso diretto del denaro.

L’assenza di grandi eventi unificanti a partecipazione internazionale,   come per esempio sono state le guerre e il colonialismo,   ha favorito da un lato la distribuzione territoriale  di modeste economie e  limitato dall’altro lo sviluppo e l’intensificazione della produzione attraverso la creazione delle grandi industrie (trasformazione di materie prime, armamenti, cantieri navali, ferrovie, strade e infrastrutture in genere).

L’Unità d’Italia si è costituita proprio sulla politica di Cavour volta al riconoscimento internazionale dello Stato nascente, per sedersi al tavolo di grandi.  L‘interventismo nella  ‘Grande Guerra’ , l’aspirazione di Mussolini ad un Impero coloniale  e la scelta italiana per l’Europa  dopo la Seconda Guerra Mondiale (Trattati di Roma) sono state scelte culturali che ci confermano la continuità di questa politica.

Uscire dall’Euro significherebbe  per noi oggi, al di là dei danni economici, cancellare l’Unità d’Italia e regredire così a situazioni di  inconsistenza politica che ci condurrebbero nuovamente ai margini del  mondo.

 

 

 

 

 

 

 




Le vite degli altri

Credo che di fronte a sacrifici richiesti ai soliti noti bisognerebbe almeno chiedere la loro solidarietà, dimostrare che i provvedimenti presi sono nel loro interesse, chiedere la loro comprensione e la collaborazione.

A questo scopo slogan stupidi e retorici come “modernità” e “no ai totem e tabù” odiosamente ripetuti sono oltremodo offensivi. Provocano rabbia sociale.

“Maggior flessibilità” tradotto nella pratica significherà una maggior libertà di licenziare, maggiore ingiustizia, e chiamare retorica la giustizia può essere molto pericoloso, è pericoloso rompere il patto sociale. Una contraddizione per chi come impegno si era riproposto equità, ha dichiarato agli italiani di non voler colpire i soliti noti e si è riproposto una diminuzione della disoccupazione.

Queste parole mi avevano fatto ben sperare e le lacrime della Fornero mi avevano anche illuso della necessità della manovra. Ma la retorica oggi in atto in cliché alla nausea ripetuti “modernità”, “no ai totem” “no ai tabù” e l’accusa ai sindacati di “retorica passatista”, dà l’idea di aver abbracciato in pieno tesi di Marchionne  e di voler portare un attacco frontale al cuore del sindacato, non inteso come l’attuale sindacato, ma all’istituzione; dà l’idea della continuità col passato governo: una mancata coscienza della vita degli altri.




Elsa Fornero è una “anima bella”.

Elsa Fornero Al di là della pesantezza delle necessità contingenti, noi tutti dovremmo ringraziare il Ministro per il welfare state  Elsa Fornero se non altro per  l’esempio  di umanità che ci ha mostrato con la  commozione  manifestata durante la presentazione della parte che le competeva della manovra economica del Governo.   A lei ben si addice  il concetto di “anima bella”, secondo le parole di  Friedrich Schiller:  « Si dice anima bella, quando il sentimento morale è riuscito ad assicurarsi tutti i moti interiori dell’uomo, al punto da poter lasciare senza timore all’affetto la guida della volontà e da non correre mai il pericolo di essere in contraddizione con le decisioni di esso. L’anima bella ci fa entrare nel mondo delle idee senza abbandonare il mondo sensibile come avviene nella conoscenza della verità…per mezzo della bellezza …l’uomo spirituale è restituito al mondo dei sensi. »




Avviso di pubblicazione

Si  prosegue su questo sito la pubblicazione  di parti dell’opera inedita  La Filogenesi culturale, di Walter Bocelli.  Dopo l’ Introduzione  un secondo  capitolo dal titolo Fondamenti per una teoria della Filogenesi culturale. Come in un libro giallo letto  al contrario: si comincia conoscendo l’assassino per scoprire  poi il percorso che porta a smascherarlo.




Solo la cultura ci salverà.

Per gli antichi romani la virtus era il valore in battaglia, la virtus era il modello da imitare. Con un respiro “storico” più ampio mi sono chiesto quali fossero i modelli da imitare.

La forza fisica è stato il primo modello in uso sul pianeta. Dominare significava essere più grandi e con questo anche più forti. Per centinaia di milioni di anni il pesce più grosso ha divorato il più piccolo.

Ma già in natura una nuova virtus emergente faceva capolino: l’astuzia. Nell’uomo l’astuzia è presto divenuta sinonimo di intelligenza e tale è rimasta per centinaia di migliaia di anni fino ai giorni nostri.

Diversamente, qualche millennio fa, una nuova emergenza ha sancito che collaborare è meglio che competere. Si tratta della compassione, una nuova forza che riconosce nell’altro la persona e ne porta la responsabilità per un destino comune nella coesistenza.

È un emergenza che ha rivoluzionato lo spirito dell’umanità e a cui sola spetterebbe il nome di intelligenza. Nel tempo ha portato a dire “gli uomini nascono liberi”, poche parole che hanno sconvolto l’assetto politico, sociale ed economico del pianeta.

Portiamo dentro di noi tutto il passato: centinaia di milioni di anni di natura contro poche centinaia di migliaia di cultura e contro poche migliaia di storia. Eppure queste emergenze si sono mostrate vittoriose. Tuttavia, il passato non è ancora stato superato e cova dentro ciascuno sotto le ceneri. L’amore per il prossimo non ha visto ancora piena luce.

Ancora viene  scambiata dai più la furbizia con la “intelligenza”, ancora resiste questa pesante eredità nella cultura. In tutte le culture,  comprese quelle democratiche.

Il sesso, il possesso e l’astuzia (furbizia) rimangono spesso i soli valori sociali, soprattutto presso il “popolo” e la “cultura del popolo”, che  costituiscono il fondamento di ogni regime e di ogni democrazia.  Solo la cultura ci salverà.




Come le foglie al vento.

Ho  seguito lunedì 14/11 la risposta delle Borse alla nomina di Monti: all’apertura un rialzo che è arrivato a toccare il 2%, poi la probabile notizia di un emerito esponete europeo che afferma che non è il cambiamento di un governo che potrà rimediare alla crisi e il mercato chiude a meno 2.

Dice Feltri “La borsa è nevrile (eccitabile) come un cavallo, basta un fruscio di foglie per provocare delle reazioni”. Nessuno lo contraddice. Su questo tutti concordano. A questo sono affidate le sorti dell’umanità, questo il mercato e le sue leggi.

Siamo un corpo acefalo governato dal panico. Gli umori del mercato guidano la politica. Chi più può influenzare il mercato più ha potere, più dei poteri nazionali, al di sopra della loro sovranità, potere per minacciare le democrazie e per impoverire intere nazioni.

È intollerabile! Occorre assolutamente reagire! In momenti di crisi occorre solidarietà. L’unica chance è l’istituzione prima possibile di un Governo Centrale Europeo che prenda le briglie del mercato. O così o il tunnel non vedrà la luce.




L’Ordine Nuovo

Chiesa Battista a Boston, Massachusetts USA

 La missione possibile affidata dal Presidente della Repubblica a Mario Monti è recuperare fiducia per ridare all’Italia la perduta credibilità.  Per fare ciò  il nuovo Presidente del Consiglio incaricato costituirà un governo di tecnici di comprovata competenza ed esperienza europea, al quale affidare il compito di varare le necessarie misure di risanamento finanziario e le riforme economiche per lo sviluppo.

Così come per liberarci dall’incubo berlusconiano abbiamo  avuto bisogno dell’intervento diretto dell’Europa, ora per  scongiurare il rischio del fallimento e ristabilire condizioni economiche positive abbiamo bisogno di personale esterno alla politica.

Le prime parole del nuovo premier mostrano consapevolezza della situazione.  Tuttavia, il vero problema non è  se e per quanto tempo il nuovo governo dei tecnici sarà in grado di  riacquistare la fiducia, bensì come tale fiducia potrà essere  rinnovata e mantenuta dal nuovo governo dei  politici che verrà, la IIIa Repubblica.

Possiamo immaginare, dopo la cura Monti dei prossimi mesi, un governo eletto nel 2013 composto da una combinazione di figure politiche, sia di maggioranza che di opposizione, quali quelle che oggi siedono al Parlamento?

L’ imbarazzo delle sinistre di fronte alle annunciate misure economiche e le rancorose esternazioni delle destre  dopo l’ inettitudine mostrata dal governo Berlusconi non fanno, per ora, presagire nulla di buono. Forse si dovrà sperare nel processo di “rottamazione” avviato da certe componenti della sinistra,  forse nella costituzione  del terzo polo come nuovo “centro” o forse in una riedizione del “berlusconismo” senza Berlusconi …

Penso, invece, che si dovrebbe considerare con attenzione l’ opportunità che  il nuovo governo  ci mostrerà, fungendo da nuovo attrattore per l’avvio di una politica di caratura internazionale, europea e mondiale.  In altre parole, si tratta di  vedere il “governo tecnico di Mario Monti” come una sperimentazione che ci permetta di individuare una nuova classe dirigente del Paese, composta da figure prestigiose sul piano tecnico e istituzionale, da affiancare a nuove figure politiche che siano selezionate sui nuovi criteri e valori.

 

 




La necessità e la virtù.

Mario Monti è la pillola amara che dovremo ingoiare per far passare la febbre.  È una persona per bene e questo ci conforta.
Rimane,  per sua stessa ammissione, che deve essere la politica a governare l’economia e non l’economia la politica.

Si ritiene quindi che il suo mandato alla carica di Presidente del Consiglio sia a termine. Il  fatto è che Monti è ora l’uomo giusto per risanare i conti pubblici e salvare l’Italia. La risposta dei mercati è decisamente positiva e in questo senso.

Non credo però, questione diversa, che Monti sia l’uomo giusto per salvare gli italiani. Il liberismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo Patto sociale si rende necessario per una nuova ridistribuzione della ricchezza che l’attuale sistema ha esasperato oltre ogni limite.
Una dominanza della politica sull’economia e dell’economia sulla finanza sono le condizioni necessarie per un nuovo assetto mondiale. Un riassetto mondiale dovrà necessariamente riconsiderare non solo le problematiche economiche ma soprattutto le problematiche sociali, un nuovo patto per la coesistenza.

A questo fine propongo alcune considerazioni di base per la formazione di una Carta Costituzionale valida per tutti gli Stati, che reciti:
-La cultura del popolo è fondamento per ogni democrazia. Prioritario dovere politico dei governi e di far crescere in civiltà la nazione.
-La civiltà di una nazione si misura dall’amore per il prossimo: dal rispetto dei cittadini nello Stato di diritto e dal rispetto degli uni nei confronti degli altri.
-A questo fine tutti i governi si devono impegnare affinché in ogni ambito educativo vi sia il massimo sforzo per migliorare lo spirito di ciascuno. Il fine è raggiungere lo status di cives, la piena coscienza politica del sociale.




Vox populi e vox Dei

Rattrista vedere l’Unione Europea che  esita  ad aiutare   con la finanza comune la Grecia  per evitarle il fallimento. E pensare che la Grecia, che oggi costiturebbe una minaccia alla stabilità  dell’Europa, con la sua filosofia fu la culla della civiltà occidentale.  Ma la rimozione delle  origini della nostra cultura operò già all’epoca della elaborazione di un Testo della Costituzione Europea, operazione fallita, tra altre criticità, anche per i problemi identitari (sic!) … causati dalla mancanza di riferimenti alle radici giudaico-cristiane della coscienza europea.

In questo quadro il Primo Ministro della Grecia ha proposto un referendum per rimettere al popolo  il giudizio finale sul piano di salvataggio stilato dalla UE e le misure di austerity ad esso collegato.

Si tratta di una concezione distorta della “democrazia”.  Concepire il “popolo” come variabile indipendente della politica è una concezione del potere demagogica ed economicistica, che segue cinicamente l’ambiguo principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole”, con ciò rivelando l’incapacità di riappropriarsi della propria missione originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene comune.  La politica, in una società aperta,  è invece la “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering).




Voci dall’Universo e dalla Leopolda

“big-bang”,”big-bang” … Salve, sono Matteo Renzi, il rottamatore… Secondo l’interpretazione standard della cosmologia, con il Big Bang inizia  l’allontanamento  delle galassie le une dalle altre.  Alla base della teoria  vi è l’osservazione del fenomeno dello spostamento verso il rosso (redshift), associabile all’ascolto di un suono che  costituisce  il rumore di fondo dell’avvenuta singolarità.

Ora, Matteo Renzi, in quel della Leopolda, non sembra essersi spostato verso il rosso. Al contrario, il suo spostamento verso il blu  indicherebbe un Universo non in espansione, bensì in contrazione. Possiamo concludere quindi che non  abbia iniziato alcun big-bang.

Il fenomeno dunque non è fisico, ancor meno esso appare come politico, ma configurabile piuttosto come etologico: gruppi di animali che convivono e interagiscono, soprattutto se dello stesso sesso, trascorrono del tempo in lotte rituali che sfociano in una gerarchia regolata dalla prestanza e dalla salute fisica. Lo scontro di generazioni per  la conquista della posizione alfa nel branco.




Una risata ci seppellirà?

“Le richieste che ci fanno in Europa sono pesanti, sono onerose sul piano del consenso elettorale, ma sono ineludibili. Vi chiedo quindi un mandato pieno per andare a Bruxelles, altrimenti è inutile che io parta”.

Questa frase pronunciata ieri da Berlusconi, rivolto a Bossi, di fronte al Consiglio dei Ministri è stata notata dai cronisti politici  per essere il primo cedimento del premier a fare l’atteso passo indietro : … mandato pieno … altrimenti …

Questa frase è invece significativa perchè disvela la verità e la miseria di un uomo e della cultura politica dominate: l’accettare la realtà di richieste pesanti, ma ineludibili perchè provienenti dall’esterno (Iddio lo vole) e, sopprattutto,  sottolineare la caratteristica di queste richieste per la loro onerosità sul piano del consenso elettorale.

Dunque, per il  Presidente del Consiglio, che ha governato il nostro Paese per quattro legislature, le misure economiche da adottare contro la crisi economica e finanziaria  vanno valutate non in base alla loro efficacia, ma in funzione della loro capacità di mantenere, e perchè no aumentare, il consenso elettorale.

Il che ci  mostra definitivamente la vera ragione della ignavia dell’attuale Governo, il quale  aveva negato fin dagli inizi la realtà e gravità della crisi,  che mai avrebbe potuto intaccare la solidità economica dell’Italia, secondo il principio del non è vero perchè non mi piace.

Non leggi ad personam, non conflitto d’interessi, non frequentazioni equivoche, non frustrazioni sessuali.  E’ condizione sufficiente la gravità di una tale concezione populista della gestione di un governo  di un Paese per squalificare qualsiasi uomo politico.

 

 




Il potere logora chi non ce l’ha.

Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Eppure la soluzione sembra sulla bocca di tutti essere crescere, produrre di più. Ma che senso ha aumentare la produzione / produttività se il potere d’acquisto, la domanda, diminuisce?
Se crescere significa produrre di più e già non siamo in grado di assorbire l’attuale capacità produttiva,  dove finiranno le merci in eccesso? A chi venderà chi produce?  Al mercato estero rispondono gli esperti, i furbi. Questo spingerà ogni paese a competere con l’altro anziché collaborare  e costringerà ogni nazione ad abbassare sempre più i costi di produzione a danno dei lavoratori che saranno costretti a lavorare a salari sempre più bassi per rendere competitivo il loro mercato.

Un gioco al ribasso in un sistema che si avvita. Liberalizzare (rendere più competitivo il mercato) prende quindi il “moderno” significato di demolire le contrattazioni sindacali e da ultimo il Patto sociale, ovvero ciò che è a base della nascita della nostra civiltà creando uno stato di instabilità e insicurezza (mondiale) per mancanza di regole riguardo a quelli che sono i diritti e i doveri.

Da Wikipedia, Contratto sociale: “Il contrattualismo comprende quelle teorie politiche che vedono l’origine della società in un contratto tra governati e governanti, che implica obblighi precisi per ambedue le parti. In questa concezione il potere politico si fonda su un contratto sociale che pone fine allo stato di natura, segnando l’inizio dello stato sociale e politico. Si considerano contrattualisti quei pensatori che muovono da tale sintassi del discorso”.

Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Ebbene è questa la gente che ci ha cacciato in questo guaio, è questa la gente a cui siamo in mano. Mentre una finanza continua liberamente a speculare si chiedono sacrifici ai lavoratori per sollevare le sorti del paese (Patto di solidarietà).

Eppure se l’asserito è vero e incontrovertibile (domanda e offerta sono leggi di mercato) non si capisce come dalla crisi si sortirà se non con una perdita secca del welfare state con un impoverimento di ciascuno e della nazione, della nostra e delle altre. Chi prima chi poi, in una competizione tra stati cannibali e a scapito da ultimo dei diseredati dei poveri della terra. Ormai, fatta eccezione per i pochi o pochissimi, tutti. Scenario che lascia prevedere sommosse, terrorismo e anche guerre se non si interviene per tempo a cambiare logica.

Nel momento in cui il Patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo; di conseguenza il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Queste parole potrebbero sembrare sovversive ma, sorpresa, non sono parole mie: sono tratte dalla medesima definizione data sopra da Wikipedia al contratto sociale.

Chiaramente si tratta di stabilire quanto e come il Patto sociale sia stato violato, ma deve rimanere chiaro che la legittimità della ribellione è proporzionale alla violazione. Costringere stati come la Grecia a violare i patti sociali, un fatto politico, in dipendenza di un fatto economico, è pericolosissimo e sbagliato. Sbagliato anche in dipendenza del fatto che, assoldate le colpe del governo greco, è stato uno tzunami finanziario a scoperchiare le pentole.

Ora bisogna rimettere i coperchi e chiedere ad ogni stato di mettersi sulla strada di risanare la propria economia senza vessare la popolazione, ma combattendo nei tempi e nei modi dovuti la mafia, la corruzione, l’evasione, la speculazione, e ogni sorta di furbizia e disonestà che sono il vero cancro di ogni Patto sociale. Bisogna inoltre restituire in fretta ai lavoratori e questo sì, il potere d’acquisto.

Un governo politico europeo per dare fine agli egoismi nazionali e alla competitività si rende indispensabile, o l’Euro e l’Europa affonderanno.

Se il potere d’acquisto diminuisce chi comprerà la merce? Dovremo distruggere i beni?  Deflazione?  Un’altra guerra? Nessuno incredibilmente ha  ancora risposto a questa semplice domanda.




Todos indignados

In una recente  puntata di “Otto e Mezzo” di La7  Lilli Gruber ha chiesto a Mario Monti la sua disponibilità a diventare Capo del Governo, ad occupare la poltrona di Berlusconi. Mario Monti ha glissato. Gli è stato chiesto inoltre quali siano i provvedimenti che sarebbe opportuno applicare (la ricetta) per uscire dalla crisi. Mario Monti ha risposto che, molto semplificando, bisognava intervenire sulle pensioni e su una maggiore tassazione sui redditi più alti. Allungare l’età pensionabile e non necessariamente una patrimoniale, aumentare le aliquote irpef. Ma che l’un provvedimento non si poteva prendere perché spiace all’elettorato di sinistra, l’altro perché non piace all’elettorato di destra e così il paese rimane fermo. Monti parlava inoltre di equità e di aiutare i giovani.

Ci sono osservazioni in merito:
-primo, colpire le fasce più deboli, la stragrande maggioranza, non è per equità la medesima cosa che colpire le fasce più forti, una netta minoranza;
-secondo, aumentare l’età pensionabile toglie posti di lavoro ai giovani e aumenta la disoccupazione;
-terzo, non si riesce a capire come diminuendo il potere di acquisto di un’intera popolazione si possa riavviare la crescita.

Assistiamo quotidianamente a programmi televisivi  i cui servizi ci mostrano i sempre più numerosi casi di persone che non riescono a far fronte ai debiti  e alla mancata richiesta di  mutui alle banche (23% in meno solo l’ultimo mese). Senza potere di acquisto garantito alle masse, diminuendo il volume del denaro in tasca alla gente, le merci andranno presto invendute e se le merci rimangono invendute, la produzione si arresta.  L’economia si avvita.

La Grecia non uscirà mai dalla crisi se non a carissimo prezzo, e tutto a spese della popolazione. Presto acquisteremo grazie a un basso costo del denaro prodotti dalla Grecia. Le merci greche invaderanno il mercato europeo grazie al loro basso costo tenuto basso dallo sfruttamento dei lavoratori greci. La Grecia diverrà per certo anche un paese di vacanze che grazie al turismo a basso costo cercherà di recuperare un po’ di valuta.

Così come ora il terzo mondo dove il costo del denaro, guarda caso, è il più basso possibile. Braccianti. Morale: avremo un paese che salverà la propria economia riducendo in miseria la sua popolazione.  La Spagna e noi a seguire?  Poi chi altro?

Tutto andrà indietro finché l’effetto domino non finirà per impoverire l’intera Europa, vedendo da ultimo un economia “risanata” e una società di schiavi . Rimanendo fermo che pochissimi, pochissimi  straricchi non subiranno in nulla la crisi.

Forse questo il progetto? Per  certo si tratta di paranoie di qualche radicale veterocomunista, ma altrettanto certamente qualche magnate della finanza tuttora nondichiaratofascista ci ha pensato e sta aiutando la crisi. Abbiamo liberalizzato i mercati. Monti si è detto favorevole (vedi libro di  Edoardo Nesi, Storia della mia gente Premio Strega). Il modello di sviluppo è forse quello cinese? Una “sana” economia in un paese di schiavi?  Caro Marchionne, “uomo più a sinistra di me” come il passato sindaco di Torino ha affermato. Ahi, serva Italia … un uomo di sinistra ancora non lo vedo.

Mi chiamo Cassandra e se non si invertirà la rotta il quadro fatto è inevitabile. Quello che ci si deve chiedere è solo quanto tempo e dove terminerà l’abisso. In Grecia trentamila licenziamenti e 60% di riduzione degli stipendi agli statali.  E noi …?  Noi tutti a sperare. A sperare di non finire come loro.

                                    Il pensiero debole

Mario monti è un economista e il convincimento di tutti è che essendo l’economia in crisi chi più di un economista, un eccellente economista, come anch’io Mario Monti ritengo che sia, possa guidare il paese fuori dalla crisi?  E la sorridente Lilli gli propone la leadership. Questo accade perché si ritiene che il problema sia economico e solo economico. Non è cosi.

Come si può osservare le compassate osservazioni di Monti colpiscono, secondo un suo personale senso di equità, sia i lavoratori che i capitalisti, la stragrande maggioranza e i pochissimi. La sinistra e la destra.

Pur avendo nella massima  considerazione la professionalità e la sicura buona fede di Monti, l’altezza morale della persona, mi sento comunque di dirgli: “lei è un economista ma non un politico e solo chi pensa alla politica come a una questione meramente economica può pensare a un economista che non sia un politico come alla persona che possa risolvere la crisi”.

Sul fatto che Monti sia meglio di Berlusconi non ho alcun dubbio, tra le due persone vi è un’abissale distanza, distanza anche morale. Ma appunto morale, un campo in cui la dignità della persona ha un peso specifico. Non giova ad uno statista un basso sentire, anche se questo incontra il consenso di tutti.

Tuttavia la statura morale non è tutto, una condizione necessaria ma non sufficiente (certo che se poi non c’è neppure quella …), ma la politica pretende scelte che esorbitano anche dal campo della dignità personale -pure dovuta- e dall’economia per entrare in quello della morale, della visione complessiva  che può essere solo quella del bene comune.

E una cosa è chiedere sacrifici economici alle persone, una cosa sacrificare le persone, togliere loro la dignità (Platone). Si può essere contro il consumismo, stringere la cinghia, ma non essere licenziati o vessati.

La seconda guerra mondiale è scoppiata non per ragioni economiche, ma perché è scomparsa dalla terra la compassione e con la compassione è morta la coesistenza.

Come si può sopportare di vedere gente senza lavoro e dirigenti che in dieci anni sono passati da 80 volte lo stipendio di un operaio a 356 volte? E sono solo dirigenti. Poi arrivano i banchieri, i manager, i broker, i calciatori, i portaborse, i faccendieri, i prosseneti .

Un lungo elenco quello dei figli della Notte. Siamo indignati, siamo tutti indignati. La vergogna è un sentimento per cui la nostra epoca verrà ricordata così,  come è stato detto dal professor Mancuso, un giovane teologo, ma vorrei aggiungere che non si tratta di moralismo ma di morale, una distinzione quella tra morale e moralismo, tra una virtù e la sua degenerazione, che dovrebbe a lui più che a tutti essere nota.

Siamo indignati, ma tutti ancora per motivi differenti. Gli indigandos non sono un soggetto politico così come ho visto loro rivolgersi da parte di tutti gli uomini di politica e di cultura prendendo le parti pro e contro un fantasma.

Il posto di lavoro deve essere garantito a tutti, a tutti quelli che vogliono lavorare. Nessuno è sacrificabile. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno, un imperativo morale. Dobbiamo garantire a tutti il futuro. Ben venga sorella povertà, salveremo anche il pianeta, ma nessuno può essere sacrificato. Tantomeno per l’economia, per il mercato e le sue ipocrite leggi.

Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Questo è l’economia e Monti può essere quell’ingegnere.

La domanda ora è se quell’ingegnere è in grado di pilotare quell’aereo. Potrebbe. Ma è chiaro che per fare il pilota occorrono altre doti. Se si potesse scegliere sarebbe sicuramente meglio scegliere tra gli ingegneri. Non è detto tuttavia che il miglior pilota sia un ingegnere. Ma anche avendo un buon pilota e un buon ingegnere il gioco non è finito.

Oltre ad un ottimo ingegnere e a un ottimo pilota ci vuole sempre qualcuno che dia la rotta e sappia dove dirigersi. Per capire gli obiettivi da raggiungere il pilota deve avere ordini e non dall’ingegnere. Gli obiettivi oggi sono o il bene comune o la sopravvivenza del capitalismo. Chiaramente senza un buon aereo e un buon pilota la navigazione potrebbe essere molto difficile ma anche con un buon pilota e un buon ingegnere la direzione può essere sbagliata e portare l’aereo a schiantarsi.

Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Non si tratta solo di interventi strutturali ma di cambiare direzione.

Anch’io ho la mia ricetta.
Non fare lavorare il denaro, chiudere con l’usura, aiutare l’economia, pubblica o privata che sia, mettendo la museruola e legando alla catena la finanza. Una finanza che per definizione è senza scrupoli e che nasconde l’avidità con le leggi dei mercati e i mercati non sono le imprese ma la borsa. Le imprese si preoccupino solo di produrre e di investire solo onestamente nella produzione. Bruciamo i prodotti finanziari. Libere imprese e finanza sorvegliato speciale.

A disonesti e speculatori bisogna fare i conti in tasca. Imprese e lavoratori uniti nella lotta. La finanza deve servire l’economia non l’economia la finanza (parole di Cristo). La corruzione, la disonestà, un facile guadagno sono nella testa di tutti e la Grecia è caduta per prima.

E con buona pace di tutti, sinistre e destre, al di là di ogni ideologia e appartenenza, l’economia di ogni stato è proporzione all’onestà dei suoi cittadini, tutti i suoi cittadini dai primi agli ultimi, trasversalmente. L’onestà è un fatto che pesa come una montagna sull’economia. Intelligenza versus furbizia. Di onestà non sento nessuno parlare, mentre molto, molto sarebbe ancora da dire.

L’unica soluzione reale della crisi è invertire la rotta, assicurare il futuro, battere moneta e pagare di più la gente. Dalla crisi del 1929 si cominciò ad uscire in realtà solo quando Ford cominciò a pagare di più i suoi operai.

Non stanno distruggendo solo l’economia, stanno distruggendo il Patto sociale, stanno distruggendo lo Stato sociale, stando distruggendo lo Stato di diritto. Sono liberisti, come possono essere “statisti”?  Se i liberisti vanno al potere toglieranno la spina e diranno che (lo Stato) non funziona.  Allo “straguadagno” va tolto l’extra.




C’era una volta una grave crisi economica …

Cose che sanno anche i bambini. C’era una volta …

… una grave crisi economica che rischiava di far perdere il futuro a tutta l’umanità Socrate decise di recarsi dal governatore della BME.  Il Governatore quando gli fu annunciata la sua visita si mostrò un po’ contrariato: “Che ci fa qui questo seccatore -pensò- che c’entro io con la filosofia?”. Tuttavia si trattava pur di Socrate e non riceverlo non sarebbe stato gradito ai Mercati. Tant’è.

socrate S- Caro Governatore, mi scuso per apparire inopportuno, chissà quante cose hai da fare, ma prometto che non ti ruberò molto tempo. Sono qui per farti semplici domande e poiché come sai io mi occupo di filosofia e sono digiuno di economia ti prego di avere pazienza e risolvermi alcuni semplici quesiti.

G- Dì pure Socrate ti ascolto.

S- Tutto, se ho ben inteso, dipende dalla produzione mondiale, se la produzione aumenta tutti stanno meglio se diminuisce peggio.

G- magari fosse così semplice Socrate. Bisogna considerare la popolazione, il territorio, le risorse, la finanza …

S- Fermati G. te ne prego, forse mi sono espresso male, la mia domanda era semplice e pretende una semplice risposta,  a tutte le cose che tu stai dicendo arriveremo un passo per volta. La mia testa è debole, non avvezza alla materia come la tua e se tu introduci troppe cose va in confusione. Riformulerò la domanda in modo che tu non abbia a rispondere che con un no o con un sì o se vuoi con un non so. In nome di Giove, la produzione mondiale deve aumentare o no?

G – Non saprei Socrate non mi sono mai posto questa domanda. Del resto io sono una figura che ancora non esiste.

S- Fai finta di esistere e rispondi.

G- Direi che deve aumentare.

S- Sei matto G. ma non pensi che aumentando la produzione le risorse di questo pianeta presto si esauriranno e che danneggerai così facendo non solo l’umanità ma l’intero pianeta che ci ospita?

G- Hai ragione Socrate a questo non avevo ancora pensato. Ma del resto noi viviamo qui ed ora e se la produzione non aumenta come sosterremo l’economia?

S- Qui sta il punto G. Che è questa economia?

G- Ma lo sanno tutti Socrate, è il mezzo per sfamare miliardi  e miliardi di persone, che permette la sopravvivenza dell’umanità, è il cuore, il motore, ne va della nostra stessa esistenza.

S- Se permetti una piccola obbiezione non è solo il mezzo per sfamare ma anche quello per arricchire, arricchire pochi nei confronti dei molti, ma di questo ti chiederò in seguito. Ora vorrei farti un’altra domanda. La ricchezza è in proporzione al numero delle persone o no?

G- Ovviamente Socrate ma capisco dove vuoi arrivare e ti precedo. Il numero non è controllabile.

S- Non è questo che intendevo, intendevo solo dire chiederti se pensi che le risorse siano in funzione del numero.

G- Che domanda mi fai questo è ovvio.

S- Non parrà ragionevole quindi porre come obbiettivi arrestare la produzione e la crescita economica così come il numero delle nascite?

G- Si, ma come? questo è impossibile e fuori controllo.

S- Se permetti sul come parleremo in seguito per ora è sufficiente che concordiamo che questi sono gli obiettivi da raggiungere. Per utopici che siano o possano sembrare indicano pur una direzione, una direzione verso cui muoverci e muovere l’economia. Ne convieni?

G- Senz’altro.

S – Quindi potremo definire buona ogni iniziativa che va verso questa direzione e cattiva ogni iniziativa che ce ne allontana sei d’accordo?

G. Si Socrate. Ma dove vuoi arrivare?

S- Concludendo se la produzione non deve complessivamente aumentare perché si chiede ad ogni singolo stato di aumentare la crescita economica? Queste indicazioni vanno verso i nostri obiettivi o nella direzione contraria?

G. Nella direzione contraria ovviamente. Del resto …

S- Capisco che cosa mi vuoi dire G. del resto per ora dobbiamo risolvere la crisi e senza aumentare la crescita non sappiamo come uscirne. Del resto G. anche se riuscissimo a uscirne aumentando la crescita finiremmo col bruciare tutte le risorse e distruggere il pianeta. Capisco i tuoi dubbi e anche il tuo imbarazzo. Io stesso se pensassi anziché alla filosofia all’economia non saprei cosa fare. Ma io come sai mi intendo un po’ di filosofia e magari con la filosofia ti posso un po’ aiutare?

G- Che dici Socrate che cosa centra l’economia con la filosofia, in questo momento poi, un momento di crisi mondiale in cui tutti dobbiamo venirne fuori risolvendo problemi economici tu te ne vieni fuori con la tua filosofia? (Mancava poco lo  cacciasse in malo modo)

S- Non ti adirare G. Se avrai pazienza ti dimostrerò che la filosofia è cosa per cui le cose sono e anche l’economia è?

G. Ti ascolto, ma ho poco tempo.

S. Non ti preoccupare non ci vorrà molto. Tu come Governatore della BME devi pensare per il bene del pianeta o per il bene di ogni singolo stato?

G- Non mi fare domande sciocche.

S- Scusami, ma se ovviamente dovrai pensare al bene di tutti dovrai ammettere due cose, una che pensi al bene, e due che pensi al bene di tutti ovvero non più a quello dell’uno che a quello di una altro e questa è la giustizia e che pensare al bene dell’uno piuttosto che al bene dell’altro è disonesto e questa è la disonestà.
Che dovrei pensare di te se per un tuo personale tornaconto favorissi uno stato piuttosto che un altro?

G- Che sono un disonesto. Queste sono banalità che si direbbero a un bambino.

S- Non ne sarei così sicuro. Ma dato che a te sembrano banalità sappi che queste banalità sono all’interno della morale della giustizia e non dell’economia, fanno parte cioè della filosofia.
Di queste banalità e di questo bambino tutti sembrerebbero essersene dimenticati. Ora ti faccio un’altra domanda. Se come riconosci queste banalità sono guida di tutta l’economia , tu ritieni che l’economia debba seguire giustizia e morale o che giustizia e morale debbano seguire l’economia?

G- Socrate io ho altro a cui pensare che alla tua filosofia.

S- Capisco bene G. quando si centra il problema e il problema è sempre la distribuzione, tu fuggi e chiami in dispregio giustizia, morale e filosofia. Ben sapendo che la soluzione di tutti i problemi è semplicissima e sempre la stessa togliere ai ricchi per dare ai poveri affinché tutti gli uomini siano uguali in ricchezza e dignità. In questa direzione tu non vorrai mai marciare e riempirai la testa di società di Rate, di Spread, di disavanzo pubblico, di debito pubblico, produzione, ricchezza, mercati, borsa, cloud e quant’altro. Intendiamoci G, tutte cose reali ma verso le quali tu hai un’unica posizione non perdere il tuo e non farlo perdere alla gente come te.

G- Stupido utopista pensi che espropriando i ricchi di tutta la loro ricchezza risolverai la crisi?

S- Si lo penso, penso che quella sia la direzione e che ogni iniziativa che vada in quella direzione sia buona mentre le altre che conservano ai ricchi la loro ricchezza siano cattive …

… Socrate fu messo alla porta.  Il Governatore era di malumore. Un pedante filosofo gli aveva guastata la giornata con la sua filosofia. Era ora di tornare a pensare alle cose serie: finanziare le banche o lasciare che qualcuna fallisse?…Ma sono tutte  collegate … rischio l’effetto domino …  Intanto una folla si era radunata in attesa di Socrate e Socrate come promesso riferì il colloquio. Si levarono applausi. E come al solito Socrate concluse: “Non è me che dovete applaudire ma la verità”. Sospirò e aggiunse: “Ma anche voi non abbiate in amore il consumo amate la povertà, cercate la gente e non la merce”.




L’usuraio disprezza la filosofia e vive dei frutti del suo denaro.

In fondo le cose sono semplici.  Si potrebbe sintetizzare dicendo che il mondo dell’economia deve lottare contro il mondo della finanza per limitarne o impedirne gli eccessi. Parafrasando, la finanza è fatta per l’economia non l’economia per la finanza.

Lavoratori e imprenditori dovrebbero allearsi per impedire alla finanza il default, ovvero impedire di rovinare sia i lavoratori nella persona che l’economia nelle istituzioni.

Bisognerebbe impedire alla finanza di far lavorare il denaro, l’arricchimento in assenza di lavoro; di permettere la “libera” speculazione. Opporre il libero mercato alla speculazione. Libero mercato e speculazione non sono la stessa cosa. “Libero mercato” è un concetto liberista povero e da rivedere.

                                                Barare.1

È noto a tutti che per vincere a qualsiasi gioco c’è un metodo infallibile: “barare”. Barare al gioco consente di arrivare ai risultati meglio e prima di altri.

Questo sistema di vita, di sistema di vita si tratta, si chiama disonestà ma storicamente prima di giungere a intendimenti morali si chiamava “astuzia”. Molti, moltissimi, disonesti (che c’entra la morale con l’economia) ancora lo chiamano realismo, l’affarista è un uomo pratico.

Disonestà e realismo stanno spesso a confine. Senza il sostegno di una morale sono, come anticamente sono stati, intercambiabili.
Anche sul termine “realismo” si dovrebbe molto discutere, ma qui mi preme di analizzare un altro termine: l’astuzia. L’astuzia non è un valore come tutti gli altri.

Ulisse vinse le armi di Achille superando nell’agone il più possente Aiace, grazie all’astuzia.  L’astuzia nel tempo ha prevalso sulla forza fisica e in luogo della forza fisica si è fatta virtù. Dalla notte dei tempi, la furbizia ha fatto dell’uomo il re degli animali.

L’astuzia ci ha differenziato dalle bestie e fatto di noi un nuovo regno. “Callidus” (astuto) è stato per millenni e millenni, non secoli ma millenni, sinonimo di intelligenza e ancora come tale è tenuta dai più, dai patrizi come dal popolo. Pensando “astuto, furbo” un malizioso sorriso si dipinge agli angoli della bocca e gli occhi si fanno più sottili.

È talmente connaturata alla nostra cultura che la furbizia è entrata per così dire a far parte del patrimonio genetico. Un valore trasversale, posseduto e tenuto in stima da tutti; un esistenziale entrato a far parte del sentimento comune e che per questo permette la comunicazione.

Nel bene o nel male al simpatia per questa malcelata virtù con la nostra complicità avvantaggia il potere. Il capo non è altro che il più furbo tra i furbi. Il più furbo di tutti. Stima, ammirazione, riconoscimento o in misura inversamente proporzionale invidia.
Vince chi più è astuto, tutti i mezzi sono leciti per millenni e millenni barare è norma, regola di vita, dal signore al servo.
Importante è non venire scoperti e se si è scoperti: negare, mentire, comprare, corrompere. O anche uccidere. Quanto di del tutto e di ogni cosa secondo epoca e costume.

La morale? Un’impicciona.  “Lo fanno tutti”. “Chi al posto suo non lo farebbe”, “Fossi io al suo posto …” sono adagio popolari; le giustificazioni di tutti. Certo non lo farebbero Cristo e santi, ma appunto  … l’imitatio Christi non è cosa.

In tutte le epoche quindi mentire, comprare, corrompere e se il caso anche uccidere fa parte del gioco. È   stata la norma per tempi così lunghi che si sono tutti abituati e assuefatti a parlare della corruzione come a parlare del clima, del vento. Molti neppure ti ascolano.  Gli scandali?  Talmente tanti e tali da indurre la noia. Del resto c’è sempre stata e non solo ora e non solo qui. “Radio 24” se parli di corruzione, neppure ti ascolta. La corruzione non interessa a chi parla di economia. “… corruzione, sì vabbé,  poi …”. Parliamo di cose serie.  Arroganza.

La disonestà è una malattia endemica, non una variabile interveniente considerata da tutti una costante su cui si deve ma è difficile se non impossibile agire. Fatalismo.

Chi parla di malcostume, di conflitto di interessi, di corruzione sono piagnoni, Savonarola di contorno. Magari da fare all’occasione arrosto. L’astuzia e le sue disoneste conseguenze sono dunque da sempre. Sono un positum storico. Prendiamone atto.

Ma dovremmo ugualmente prendere atto che strada facendo l’astuzia, fatta ormai anche dal popolo virtù, trova nemici. Si fa luce nella storia una novità.  Così come la forza fisica ha dovuto fare posto all’astuzia (milioni di anni per questo) ora l’astuzia si trova di fronte un nuovo più avanzato avversario. Ciò che costituisce emergenza, la novità, è ora un diverso intendimento dell’ intelligenza che vede nella collaborazione anziché nella competizione la possibilità della coesistenza, nasce la morale.

Difficile darle un nome perché ancora oggi stenta ad essere riconosciuta. Tuttavia è un faro che illumina e fa di un popolo quel popolo e per di più definisce di quel popolo i grado di civiltà, un valore storico assoluto. Tanto più un popolo è civile più possiede questo nuovo ingrediente. Un nuovo alimento per lo Spirito. La civiltà di un popolo da questo nuovo ingrediente per intero dipende. Forse è sulla punta della lingua di tutti ma di certo è nella testa di pochi, pochissimi. Oggi degenerato e per certo non in uso.

Rappresenta nel singolo come nelle istituzioni quella che si definisce coscienza politica, la convivialità, l’essere nella coesistenza. Un discorso che pretende un non indifferente impegno filosofico. Questa coscienza definibile comunque come coscienza politica, rappresenta il saper essere da parte dell’individuo nel sociale; un elemento costitutivo della cultura della nazione, il suo patrimonio. La considerazione del prossimo, dell’altro da sé, diviene fondamentale.

Pensate or per voi se avere fior di ingegno che cosa possa significare in questa prospettiva essere guidati da un presidente del consiglio che afferma tra i denti “Chi non fa il proprio interesse è un coglione”. Opinione e sentimento peraltro condiviso dai più, anche dal popolo. Vedi undicesimo comandamento: “fatti i cazzi tuoi”. Risatine d’obbligo. La volgarità spinge sempre al riso.

La Coscienza, quella politica, implica diversamente un fare per gli altri, un “amore per il prossimo”. La compassione cui la coscienza politica si ispira fonda la morale, implica di contro all’individualismo un fare per gli altri, rendere un servizio nell’interesse di tutti.  Un sentimento in essere nella storia solo di recente, poco sentito da se dicenti cristiani che vestono i simboli non occupandosi della cosa (la res, la quiditate, l’essenza).

L’intelligenza politica che dovrebbe essere legata all’intendimento del bene comune, viene declassata ad arte per produrre il consenso, arte per incastrare i gonzi. Confusione tra polis e parte, tra politica e partitica.  L’intelligenza politica rimane pertanto defraudata dal linguaggio e dalla prassi, del suo intendimento; rimane pressoché sconosciuta e quanto mai bistrattata nel nostro bel paese soprattutto da parte di chi sta al potere: una casta che offre modelli di vita, nelle persone che rappresentano il potere come le istituzioni, che depistano verso bassi ideali, assolutamente egoistici, al di fuori di qualsiasi morale.

Il massimo della vita: andare a puttane. Una pornopolitica senza alcun riferimento al sesso o di cui il sesso rappresenta l’aspetto meno interessante è più marginale, se nonché su questi bassi ideali rischia di andare a puttane l’intera nazione. Ancora una volta si confonde moralismo con morale.

Rimane ovvio che chi è al potere deve proporre una strada, una condotta di vita, una strada che sia per tutti e condivisibile da tutti su valori i più alti possibili. La persona conta, conta la sua credibilità.

Di contro la polis, la coinè, il bene comune, la civiltà, si nutre solo ed unicamente di questa emergenza, di questa luce, la compassione, una nuova forma di intelligenza che in sostituzione dell’astuzia e della competitività, vede nella collaborazione il suo ideale.  Si tratta della “Cura”, l’Essere per il mondo.
Questa la Coscienza, questo lo Spirito, questa la Cultura.

Per inciso, il termine da me usato, compassione, nulla a che vedere con la religione anche se posso dirmi felice che sulla compassione le religioni anche se con intendimenti diversi in parte concordino. Dalla sua nascita, lontana ma di certo storicamente più recente, astuzia e compassione entrano in competizione segnando attraverso il prevalere ora dell’una ora dell’altra la civiltà di un popolo.

Furbizia e intelligenza dello spirito, onestà intellettuale, entrano in conflitto. Quello che c’è ancora da rilevare è che questa battaglia è battaglia interiore, di ciascuno di noi, di ogni coscienza. I termini, furbizia e intelligenza, si confondono nella quotidianità in tutti, una chiara distinzione non è ancora neppure nei dizionari. Tutti utilizzano ora l’una ora l’altra con un solo fine: la convenienza, per farsi belli o brutti secondo le circostanze. I più mentono a se stessi. “L’occasione fa l’uomo ladro”. Risatine d’intesa. Tutti. E chi non ride non è di spirito. Siamo tutti complici.

Ebbene, la menzogna e la falsa coscienza sono il cibo preferito da poteri forti e autoritari, quelli che cercano il consenso ai livelli più bassi dello spirito. Disonestà intellettuale, pensiero debole e basso sentire sono il principale nutrimento di poteri disonesti.

Per questo la cultura, la cultura data al popolo è rivoluzionaria.
Se non ci convinceremo di questo ogni movimento progressista che tratti il sociale solo in funzione dell’economia (economicismo = economia senza cultura) è destinato a fallire.

Si dovranno imporre provvedimenti impopolari per risanare i bilanci per un tempo così lungo da scontentare il popolo che in assenza di cultura tornerà a rieleggere “il venditore” alle successive elezioni. Il nuovo Mida non esiterà a trasformare in merda l’oro dello Stato per accontentantare il popolo e così sia nei secoli dei secoli … un gioco senza fine. Alternanza di potere? Democrazia?  Solo la cultura può porre fine.

                                             Barare.2
Il gioco è barare. Chi non sa barare è fesso. O coglione, a scelta. Bari siamo tutti e qualcuno barone, più bravo, migliore nel gioco di altri. Mida il più bravo, riconosciamoglielo. Chi non sta al gioco sono solo gli invidiosi.
Perché il gioco funzioni si gioca al ribasso. Più grande è l’ignoranza, i valori dello spirito sono bassi meglio si riesce a barare. Lo stupido e il complice. Tra i passati valori riemerge la furbizia.

Grazie alla condivisione di questo basso sentimento il grande comunicatore vende i suoi prodotti: soldi, sport e gnocca, i “nuovi” valori. L’ultimo poi è talmente radicato da appartenere anche alle bestie è per certo anche nel DNA. A chi non piacciono?

Chi dice di no è un ipocrita, recita l’uomo del fare o è un intellettuale, una genia ai margini, in genere non pericolosa ma da tenere d’occhio. Spiacente sconfessarlo, piace anche a noi. Ma nessuna illusione: neppure sotto, sotto ci intendiamo.

Finché il popolo li avrà in odio e con essi avrà in odio la cultura per il potere nessun problema. Nessun problema se anche e finché partiti politici e  sindacati guarderanno con sospetto la cultura. Finché della cultura non avranno inteso la risolutiva sostanza.

Mida è un uomo del popolo  che bene conosce il popolo e che del popolo fa parte.  Sale al potere e trova a sostegno il popolo, la sua complicità, il suo maggior alleato. È stato democraticamente eletto dal popolo. Questo è accaduto e sempre accadrà finché il popolo non capirà Cultura e la sua importanza.

Essere furbo è la maggior calamità che oggi possa colpire un uomo! Il raggiungimento dell’onestà intellettuale è un obiettivo imprescindibile per ogni società che voglia chiamarsi civile, non è un soprammobile per il soggiorno è un pilastro per le fondamenta!  Questo lo Spirito, questa la Cultura.

La dignità e la distribuzione del reddito da questo dipendono.
Fare una scelte politica non significa quindi di schierarsi, non si tratta di un appartenenza ideologica, ma di ritrovarsi insieme a persone che la pensano tutte nello stesso modo, e questo modo riguarda un sentire, un sentimento comune che si può attestare su diversi gradi di civiltà. Elevare il sentimento popolare corrisponde a maturare il progresso sociale ed anche economico della nazione.

L’uomo pratico penserà ora che personalmente sia contro i soldi, lo sport e la gnocca, mentre ciò che desidero è solo che questi valori trovino la loro giusta dimensione per lasciare spazio a idealità più alte come la coscienza, la compassione e l’amore e che i predetti valori da queste idealità vengano tutt’altro che annullati ma rivisitati.

La cultura popolare ferma emotivamente all’astuzia non arriva alla polis, vede nella politica solo il marcio che colpisce le istituzioni come il marcio delle istituzioni, e se ne un alibi: “la politica è una cosa sporca”, per votarsi al disimpegno. Il livello è tanto basso che si confonde il fare politica con il mettersi in politica. Avviene così che il “sentimento popolare” si rende nell’ignoranza complice dei carnefici; costoro sono in genere  gente inesperta di politica che porta in politica mentalità affaristiche che affascinano l’uomo della strada, l’uomo pratico, come loro l’uomo del fare.

Non da ultimo ma da sempre le vittime abbracciano i carnefici. Saltano sul carro del vincitore. Meno si dice, più i valori comunicati  sono bassi e più gente si incontra. Sul sesso poi ci incontriamo tutti. Sulla via del fare solo “viva la gnocca” può sconfiggere “forza Italia”. Non la domenica.

                                              Le banche

Per realismo l’uomo del fare mira ai risultati, ovvero al profitto e per realismo ad un particolare profitto: il proprio. La logica è elementare: “se le cose vanno bene … bene per tutti; e se vanno male io di certo non ci rimetto”. Termometri di massima.
Questa grande astuzia  regge i business men, le banche e regge il mondo.

Il risultato è che un flusso continuo di capitali viene sottratto alla circolazione, al bene comune, alla comunità per finire nelle tasche di privati cittadini che si arricchiscono a dismisura fino a possedere la stragrande maggioranza della ricchezza e come utopia il mondo.  Aneurismi che sottraggono linfa in circolo  che impediscono la libera circolazione e a volte rompendosi provocano emorragie interne.

L’uomo del fare,  non sopporta regole che limitino il profitto. Tutto ciò che è contro il mercato (di mercato parla anche per la finanza) è filosofia. Il mondo del resto è palesemente nostro. Tutti lo possono vedere. L’economia è al struttura il resto è filosofia.

“Libertà di guadagnare, e di guadagnare senza limiti” un assioma in essere da sempre: “ un imperativo categorico nella mentalità di ogni uomo del fare. Dal capitalista al servo. L’dea della rinuncia un’eresia. L’uomo del fare ha un’unica dimensione, un’unica scala, quella economica. Unica variante: una diversa distribuzione, ma anche questa con la condivisione e la complicità di tutti. Intendiamoci l’uomo del fare non ha una grande intelligenza, ovvero coscienza politica, ha un’intelligenza pratica e la pratica, lo sanno tutti, vale più della grammatica.

“Una cosa o si può fare o non si può fare se si può fare quanto costa”. “Importante” diranno altri “non è se si può o non si può fare, ma se si riesce o non si riesce a fare”.

Queste alte filosofie reggono il mondo della finanza e le sorti dell’umanità. La morale, le regole, intralci, non computano. Deregulation, liberalizzazione. Che sia la morale quella coscienza politica che  ha permesso la civiltà neppure lo sfiora. Tutto per loro è stato fatto da loro, dall’economia.

La morale non sanno cosa sia, la morale è un fatto privato: “Se vado a puttane sono cazzi miei”, economia e puttane ecco tutto. Volgarità che il volgo ama e condivide. Chi si sente chiamato in causa imputet sibi.

Della politica l’uomo del fare si occupa solo se rende, rende a lui personalmente.  Per il profitto è disposto, suo malgrado, a mettersi anche in politica e far vedere ai politici quelle mummie, come lui, il grande comunicatore, raggiunge in breve il popolo, la maggioranza. E ci riesce. Questa la mentalità, questa la cultura. È la nuova cultura, la cultura vincente.

Dante non fa audience, e Sgarbi paladino della cultura si fa complice dell’ignoranza di gente che pensa a fare panini della Divina Commedia. La cultura ci parla con la bellezza e con l’amore. Di poteri ignoranti i più grandi alleati sono la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, valori o disvalori, indispensabili da condividere con il popolo per la vittoria.

Di contro combattere l’ignoranza, la disonestà, il pensiero debole e un basso sentire, devono essere prima e al di sopra di qualsiasi necessaria manovra economica, nel  programma di ogni movimento progressista. Non vedo nulla di tutto questo in nessun programma, non vedo l’alba. Non vedo il sol dell’avvenir. In fondo è semplice, ogni volta che ci alziamo dal letto basta chiedersi per ogni azione, è conveniente o è la cosa giusta.  La cultura contro il capitalismo.

                                  L’uomo del fare

Per l’uomo del fare misero o ricco che sia, gli “eccessi” della finanza sono il suo profitto. Considera lecito, legittimo far lavorare il denaro. Tutti concordano. Nessuno pensa che se c’è stato un guadagno in borsa, in una compravendita, in una speculazione finanziaria, i soldi “guadagnati” qualcuno deve aver lavorato per produrli. Che c’è stato qualcuno che materialmente  con il proprio lavoro quel guadagno ha prodotto e che per produrlo ha dovuto lavorare, che tutta, tutta la ricchezza, si tratti di beni o di servizi, viene dal lavoro.  E se dal lavoro non viene al lavoro sottrae, ruba.

Ma se si può far lavorare il denaro, se far lavorare il denaro è lecito, per quale motivo dovrebbe rinunziarvi? Quanti anni alla Bocconi per fare un broker, perché un “derivato strutturato” mandasse a gambe all’aria un intero pianeta?. Un’ottima annata, o uno tsunami economico che farà per certo a conti fatti più vittime di quello naturale.

L’avidità guida la finanza, guida ogni suo pensiero prima ancora di ogni sua azione. In morale è agnostica. Realismo è la parola chiave. L’azione precede il pensiero, come nella borsa sventolii di braccia tese, nessuna riflessione. Degli altri di filosofia non vuole sapere.

La filosofia è per tutti una materia letteraria per studi all’università. Una materia scelta da un numero sempre minore di sfigati per questioni di gusto: “mi piace”. Appassionante, profonda. Nessuno ne capisce il senso, l’importanza.  Le università che insegnano filosofia insegnano una materia il cui scopo non né le è in nulla chiaro. Non entra nell’economia, non  crea posti di lavoro, per i più un parassita, per gli economisti senz’altro da eliminare o al più da tenere come reliquia, vestigia del passato.

Un incomprensibile insegnamento che ha ostacolato in passato la strada all’economia e alla finanza e che ancora oggi rischia di mettere grilli nella testa agli studenti. Per fortuna ora grazie ai docenti la filosofia si è ridotta a “storia della filosofia” e la filosofia è definitivamente morta. L’idea di educare lo spirito neppure li sfiora. Né loro né chi la studia.

                                  Contano solo i fatti

“Fatti e non parole” è mentalità radicata in tutti, un basso valore trasversale, dai potenti ai servitori, da destra a sinistra. Una mentalità che permette logiche di potere e al potere di essere logico. La logica si lega allo spirito e lo spirito al mondo, da ultimo un basso sentire trova tutti concordi.

Tra l’altro “fatti e non parole” sono solo parole. In tutti nessuna riflessione. Ciò che accomuna tutti è l’odio per le parole. L’odio per la cultura.

Suona nelle orecchie del popolo un altro adagio “troppo spesso gli intellettuali hanno tradito il popolo”. Hitler, Stalin, Pol Pot e così via erano intellettuali o piuttosto gente del popolo che odiava la cultura? Tutti i dittatori vengono e sono amati dal popolo e odiano la cultura.

Avete mai sentito che uomini di cultura appartenessero in maggioranza alla destra? Gli uomini di cultura a destra sono una rarità ma a sparlare degli intellettuali non sono le destre ma le sinistre. E ancora ne diffidano.

Odio per gli intellettuali, per tutti coloro che nella riflessione vorrebbero la coscienza, a cultura va ben solo se è spettacolo; della cultura bisogna solo godere. Vedere bei quadri, bei film, leggere bei libri. La cultura degli “oh bei o bei”.

Che cultura significhi mentalità, critica e autocritica, avanzamento dello spirito nessuno lo pensa. Faticoso. Fatti dunque e non parole.  Barare, usare l’astuzia per emergere, è indubbiamente un fatto. Ma un fatto tanto incancrenito nella cultura popolare da essere entrato a far parte della sua filosofia, filosofia di vita: “che ce vo’fa’, guagliò”; un malcostume  tollerato quando non compiaciuto e condiviso. Il paraculo è per molti un ideale, per altri un simpatico mascalzone.

L’inadempienza alle regole non viene solo tollerata ma volte premiata (anche dai governi: condoni) senza che nessuno se ne scandalizzi. Tremonti, un uomo del fare viene tacciato di moralismo. “Che c’entra la morale con la politica? Non facciamo i moralisti”.  Confusione, ignoranza abissale : si confonde la morale, la Dea, con moralismo, la degenerazione, l’idolo.

Molto, molto sarebbe da aggiungere, ma qui mi fermo.                 In fondo le cose sono semplici, ma la semplicità non è un punto di partenza ma un punto d’arrivo quando lo spirito è maturo.

In definitiva per arrestare gli eccessi della finanza, il turbo capitalismo, è indispensabile la cultura. Dare cultura al popolo deve essere il programma delle sinistre. Portare al popolo la Coscienza politica l’obiettivo.

La miseria del popolo non è solo economica e se la Cultura non interverrà anche la miseria economica in strettissima dipendenza sarà inevitabile.  Finché in democrazia saranno eletti dal popolo poteri che il popolo rispecchiano nei sentimenti più bassi e che al popolo ancora appartengono non potremo vedere l’alba.
Beceri populismi da ogni parte hanno affossato e ancora impediscono la storia.

“Anche noi” dice Bersani ”siamo capaci di misure impopolari”. Bravo asino. Misure impopolari non sono misure economiche che diminuiscono i soldi in tasca alla gente, misure che la gente percepisce come impopolari, misure contro il popolo sono  misure che ne offendono la dignità.

Tutti siamo pronti a collaborare se la nave affonda, non è stringere la cinghia che spaventa, spaventa la paura del futuro la mancanza di sicurezza, spaventano la precarietà, i licenziamenti, spaventa essere lasciati fuori. Spaventa la Necessità a cui la finanza si appella per decidere i nostri destini. Inorridisce sapere che chi ha provocato il disastro sta e starà sempre a piedi caldi, sgomenta sapere che ci sarà anche chi dalla crisi ci guadagnerà.

Che si chieda a noi e solo a noi di rimediare a guai che altri hanno procurato. Ma neppure lo si chiede, lo si impone, lo si impone a dispetto di conquiste secolari con grave sofferenza del “patto sociale”. Non è il welfare state che vogliamo, non siamo insensibili alle sofferenze del pianeta, volgiamo sia rispettato il Patto sociale. Rivedere il patto sociale al ribasso non è solo demenziale, è criminale. Saranno inevitabili i conseguenti disordini sociali le cui cause non sono certo da ricercare in innocenti disperati attori pestati a sangue dalla polizia.

Uguaglianza sociale. Equa distribuzione dei sacrifici. Sicurezza del lavoro, consenso, collaborazione, e soprattutto dignità, sono parole d’ordine imprescindibili. Chi ha più sbagliato più paghi. I colpevoli responsabili della crisi devono essere esautorati e puniti. Licenziare i banchieri. Licenziare i brokers. Licenziare la borsa. Licenziare tutti coloro che fanno lavorare il denaro.

Chi dovrebbe farlo? Ovviamente chi ne ha il potere: i governi sovrani. Sovrani di che? Non solo i responsabili non vengono puniti, non solo quasi tutti conservano il loro posto, ma continuano imperterriti sulla vecchia strada, continuano a speculare, chiedendo al popolo di sopportare per intero la crisi togliendo al popolo non solo il welfare state ma anche i patti sociali, regole che i lavoratori hanno realizzato in anni con sacrifici e lotte. Questa la “modernità” richiesta dei mercati.

L’ obbiettivo è destabilizzare il Patto sociale, la crisi pur reale diviene un alibi per riconquistarsi il terreno perduto, un alibi mascherato dalla necessità dell’economia, della finanza, del capitalismo.  Liberalizzare? … privatizzare … Certo con un  governo come questo … prima tolgono la spina e poi dicono che non funziona.

“ … e perché l’usurier  altra via tene,
per sé natura, e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene”.
(Dante, Inferno, XI, vv. 109,111)




Il pulpito e la predica

Senti da che pulpito viene la predica… questo adagio popolare è nella testa di tutti e costituisce uno dei principali criteri di analisi, in molti casi l’unico,  col quale molti  esponenti della attuale politica che si avvicendano nei dibattici dei talkshow televisivi si difendono dalle accuse loro rivolte (ma osservate anche quei giornalisti e opinionisti che si definiscono ‘terzisti’…).    In base a tale modalità  tutti si sentono scusati delle proprie malefatte dal pulpito se il pulpito è ritenuto colpevole, e in particolare più colpevole.

Leggendo i “Promessi Sposi”  si sarebbe dovuto far tesoro delle così dette scuse di don Abbondio:  “Si io, ma loro …”

Voglio qui solo ricordare  una semplice verità: “il pulpito non cancella la colpa”, né la nostra, né quella di altri.  Il pulpito può costituire al più attenuante, ma mai essere assolutorio: la colpa continua a sussistere indipendentemente dal pulpito e dalle circostanze. Pulpito e circostanze della colpa costituiscono solo connotazioni e non denotano in alcun modo la cosa, la sostanza,   attributi questi che non possono sostituirsi al nome.

“Il pulpito non cancella la colpa” non è un’opinione, è una verità, le sue prerogative sono l’ovvio e l’incontrovertibilità. Ne consegue che “non ci si può scusare dei propri peccati con i peccati altrui”, un’altra verità che fa da corollario alla prima. Ed ancora: “Che le proprie colpe vanno assolte con se stessi prima di trovare giustificazione negli altri”…

Quello che è tuttavia importante qui rilevare è l’appartenenza di queste verità: che verità sono?

In prima istanza dirò che sono verità logiche, ma di una logica che fugge l’epistema (di esse non troverete traccia in nessun trattato di logica) per appartenere allo spirito. E questo è il punto. Dello spirito manca una grammatica.

Lo spirito non si sa neppure che cosa sia, dello spirito manca una definizione, dello spirito neppure si parla. Quello della merce (Materialismo) e quello Santo sono gli unici conosciuti.
Ho affermato che queste verità sono ovvie e apodittiche, incontrovertibili, ma sono ovvie solo a chi possiede spirito. Nell’educazione una grammatica dello spirito si rende indispensabile. Ebbene una grammatica dello spirito non esiste ancora.

Una grammatica dello spirito non solo non viene insegnata ma della stessa non si conosce neppure l’esistenza e questo perché ancora non esiste, ancora non esiste come conosciuto “spirito”.
Riprendo quello che ora si comprende essere solo un esempio: “il pulpito non cancella la colpa”, questo asserito può divenire un assioma, una regola, che deve entrare nella testa di tutti e dovrebbe essere segnalato come errore, errore logico, l’uso improprio del pulpito come esimente.

“Cerca prima dentro di te”, dovrebbe rientrare negli imperativi morali. La mancanza di questa semplice regola grammaticale permette all’ignoranza di rivolgersi in modo ignorante agli ignoranti e ottenerne il consenso.

“Si io o lui, ma loro …” è un errore grammaticale logico che essendo nella testa di tutti permette a cattivi poteri di abbindolare il popolo. La mancata educazione del popolo è per certo una colpa dei governanti, a volte strumentale ma di fatto anche un fatto dovuto all’ignoranza delle stesse persone che ci governano: ci sono e ci fanno. Una falsa coscienza fa loro da alibi.

Quello che è sconfortante è che tutt’oggi non venga avvertita la necessità di trovare per il linguaggio una grammatica dello spirito e di insegnarla nelle scuole. Mondialmente. Uno studio organico che compendi verità grammaticali dello spirito mirato ad innalzare la cultura popolare e non solo popolare si rende sempre più necessario come freno ad un turbocapitalimo che trascina i valori in basso, a soddisfare gli istinti, rivendicando in questa soddisfazione la libertà.

Cliché, adagi popolari, opinioni ignoranti ammorbano lo spirito e finiscono con l’ammalare l’anima. La degradazione del linguaggio è degradazione dello spirito, del singolo come di una nazione.

Una grammatica dello spirito, un compendio quanto più possibile organico delle regole e degli errori in cui più comunemente la logica può incappare deve essere scritta ed essere materia di insegnamento scolastico. È incredibile che ancor oggi nel primo mondo non si sia avvertita la necessità di questo insegnamento culturale.

L’interlocutore che cita il pulito a discolpa dovrebbe essere immediatamente bloccato sottolineando come errore grammaticale la logica usata.  Possibile solo se e  nella misura in cui la grammatica è da tutti conosciuta.

Allo stato attuale delle cose questo percorso è solo individuale, non ha regole scritte, e non permette all’eccellenza di emergere, anzi chi ha lavorato su se stesso non tanto per emergere quanto per migliorarsi viene accusato di essere un intellettuale e come tale, secondo un altro adagio trasversalmente condiviso, inviso al popolo e a chi sta al potere.    Non ho parole …   (lavoro in corso) …




Crisi economica o crisi del sistema economico?

La caduta del muro di Berlino e gli attentati del 11 settembre 2001 confermarono a Francis Fukuyama  il concetto di fine della storia:   una “storia universale” direzionale dell’umanità che ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali, di contro alle “storie nazionali” con le loro regressioni, opposizioni, condanne o ritardi rispetto al destino del mondo.

Oggi, i movimenti di protesta della ‘Primavera araba’, degli ‘Indignados’, del ‘Piraten Partei’ tedesco  ed ora dello  “Occupacy Wall Street” negli USA,  rivolti contro le Banche, la speculazione finanziaria, la riduzione del welfare state, la mancanza di lavoro e del futuro, sono da considerarsi ‘storie nazionali’? Anche quelli che  sono sorti nei paesi dalle più solide democrazie?

Si osservi in  questi movimenti spontanei il combinarsi di due  caratteristiche:

i) il tratto  anti ideologico, in quanto si pongono al di là delle collocazioni tradizionali della  appartenenza politica a destra/sinistra , al di là dei generi, al di là della età  e delle classi sociali;

ii) il tratto radicale, in quanto  le critiche convergono sul sistema  economico e sociale, accusato di essersi  scollegato  dalla produzione  e di pretendere di  esistere basandosi sulla sola Finanza. Si direbbe che  queste  proteste  abbiano dato voce alla  teoria marxiana del valore,  in  particolare alla transizione  dal ciclo Merce-Denaro-Merce  a quello del Denaro-Merce-Denaro, e quindi al Denaro-Denaro (dal sito www.circolodegliscipioni.org suggeriamo un’interesante analisi sulle vere  ragioni dell’attuale crisi).

Certo, è prematuro  ipotizzare che questi movimenti possano diventare forze capaci di determinare quei cambiamenti nella politica e nella società che molti di noi  auspicano. Tuttavia, il loro fascino fa ricordare quanto Hegel scrisse nella Fenomenologia dello spirito: “La frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino”