La proprietà transitiva del male

La Pietà di Michelangelo_ Allo spagnolo Samuel Aranda del New York Times il premio miglior foto 2012 dal World Press PhotoAl di qua del bene e del male ognuno in cuor suo pensa sempre di aver ragione. Il più efferato crimine si giustifica sempre con la buona fede. L’ ”io sento” trova sempre in sé le ragioni del proprio essere. Non solo Eichmann, ma anche Hitler hanno agito in “buona fede”, ovvero nella fede che loro ritengono buona. Questa verità deve essere chiara a tutti. Il crimine diventa crimine solo se e quando viene scoperto e solo allora associato, se associato, alla vergogna, ma in chi la fede è incrollabile neppure la condanna e la morte provocano il pentimento e salvano così anche la loro dignità. Se dunque non è la buona fede a salvare l’uomo, che cosa fa della coscienza una buona o una cattiva coscienza? Che cosa fa dell’uomo l’uomo?

L’essenza del male è la perdita della compassione. La compassione è ciò che relaziona il sé all’altro da sé e fonda con ciò la morale. Senza la morale che dice umano ciò che è umano, ciò che fa dell’uomo l’uomo, la buona fede si sostituisce nella coscienza capace di qualsiasi delitto nel sacrificio anche a costo della propria vita. Il Male gode della “proprietà transitiva” esso infatti non solo possiede i carnefici, ma passa alle vittime rendendo le vittime anche peggiori dei carnefici costringendole a collaborare e a perdere qualsiasi dignità. La perdita di dignità porta le vittime a collaborare spontaneamente coi carnefici e perduta tra di loro la solidarietà a essere a loro volta carnefici di se stessi.

Il Male gode inoltre di un’altra proprietà la “proprietà cumulativa”.  Al Male offerto dai carnefici si va a sommare il male profferto dalle vittime e il Male nella sua generalità aumenta. La responsabilità del male profferto dalle vittime va a sommari a quello offerto da carnefici, ma l’oppressione delle vittime sulle vittime è non di meno responsabilità delle vittime. La compassione è fede laica quanto religiosa, ha luogo nell’uomo solo in quanto conquista sociale dello spirito in modo indipendente da qualsiasi credo e per questo universale.

La scomparsa della compassione segna proporzionalmente la scomparsa della dignità che nella compassione trova il suo fondamento. Un uomo senza compassione è anche moralmente un uomo senza dignità. Questa è la logica che unisce oppressi e oppressori. Ogni regime che consideri, e nella misura in cui consideri, gli altri come massa di manovra, forza lavoro, numeri al servizio di alcunché (oggi il Mercato) opera nel male e sminuisce la coscienza di ciascuno: anche gli oppressi divengono ad uno a uno individualmente peggiori.

Il baluardo a difesa del Male trova nella dignità un suo fiero avversario, ma la dignità non ha radici se non si fonda sulla compassione e l’espressione più alta della compassione è la misericordia. Scrive Shakespeare ne Il Mercante di Venezia: La misericordia per sé non mai soggiace
 a costrizione; essa scende dal cielo
 come rugiada gentile sulla terra 
due volte benedetta:
 perché benefica chi la riceve 
come chi la dispensa. Solo la cultura ci salverà.




Uno Stato Laico non può tener conto dell’al di là.

images-3Il Male c’è, il male si diffonde e si trasmette. Chi lo nega è il vostro assassino. Dai carnefici alle vittime scivola silenzioso, inavvertito, fatale. Il processo si chiama disumanizzazione, rende gli oppressi a volte peggiori degli oppressori. Ce lo ricorda Primo Levi: “I deportati collaborarono coi carcerieri per mantenere i privilegi a svantaggio degli altri detenuti”, ma anche Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori sono rei non solo del male che commettono ma del pervertimento altrui”.
La disumanizzazione, la perdita dello spirito, ciò che fa dell’uomo l’uomo, degrada l’uomo fino alla bestia, fino a divenire cosa. La perdita di umanità è il male in sé e ciò che è più tipicamente umano è la Dignità. La dignità è il valore fondante per qualsiasi società che voglia dirsi civile, un bene che si deve riconoscere a tutti. La dignità è il massimo valore dell’esistenza. Nessuno deve essere o sentirsi umiliato.

In una crisi non c’è solo la recessione economica ma soprattutto un arretramento culturale che rende peggiori gli oppressi. I poveri sono pericolosi per sé e per gli altri.
Il male traligna e si manifesta nell’adesione delle masse a movimenti che si dirigono inevitabilmente verso destra, una destra non ideologica ma viscerale che raccoglie nei voti il pensiero debole e un basso sentire. Nell’indigenza il popolo si difende, odia il prossimo e vuole dittatori. Si pensi a questo : ogni solidarietà in un campo di concentramento è morta, qualsiasi sentimento, la nostalgia, il ricordo che ci lega all’essere, azzerato. Se questo è un uomo.

Possiamo tenere come punto zero il non-morto, la non-vita vissuta nei lager, e confrontare il nostro galleggiamento esistenziale a partire da quella situazione, Questo può confortarci come sconfortarci, ma preso coscienza dell’abisso si deve anche comprendere che la distanza che separa l’umanità di ciascuno da questo punto è per ciascuno differente e che tutti abbiamo una resistenza diversa a precipitare, ricordando che nei lager chi ha più dignità è il primo a cadere. Nel non essere ogni passione è spenta, la dignità irrimediabilmente perduta. Intender non lo può chi non lo prova.

La disumanizzazione non gioca solo a destra, ma penetra anche altrove laddove governi sedicenti di sinistra, governi senza radici fumatori di loto, si spingono a considerare le risorse umane come forza lavoro, come merce da poter utilizzare e trasferire in ossequio al Mercato, e alle sue leggi. L’Ideologia di Mercato nella sua essenza metafisica ha solo servitori, ma privilegia a dismisura gli uni e opprime a dismisura gli altri disinteressandosi cinicamente del co-esserci. Ananke, la necessità, governa con leggi in spregio a Dike, la giustizia, serva solo di Pluto, il denaro. Nell’Olimpo non compare Dignità.
Scrive Hannah Harendt. “Pensare non è conoscere, pensare è distinguere il bene dal male”. Ne consegue che l’ignoranza non è l’insipienza, ma non avere intendimenti morali, a qualunque classe sociale si appartenga. Cultura e morale divengono sinonimi. Un “intelligenza morale” si impone. Purtroppo non ha ancora nome.

A causa della deiezione, la caduta dal punto morale in cui ciascuno di noi si trova e che determina la nostra visione di vita, la nostra fortezza, la nostra carità , si apre un abisso verso il punto zero, il non essere in cui tutti possiamo ancora precipitare; ma bisogna anche riflettere che nella direzione opposta, andando dal non essere all’essere, la morale apre alla vita nell’intendimento del co-esserci verso nuove avventure dello spirito per progredire verso un’umanità migliore. Ciò che fa di noi i compagni di quell’effimera comparsa, il presente, nelle tenebre dell’universo e nell’eternità del tempo, ci può ancora vedere legati in spirito nell’avventura dello Spirito per l’avvenire. Il coraggio è la mazza che supera la morte. Si tratta di fiducia esistenziale e non solo di fede religiosa.

Alla filosofia morale e non certo all’economia compete dunque il primato su tutte le altre scienze. Questo ancora non è stato inteso, ancora si ride di chi voleva i filosofi al governo. Eppure irridere la civetta che vede nella notte è pericoloso. Tutto ciò che segue è più potente di ciò che l’ha preceduto. La filosofia nasce un’eternità dopo l’economia, e segna la comparsa dell’uomo non già più come sola merce nel mondo come utilizzo ma in quanto uomo nella con-passione: per questo è più potente. Il valore aggiunto all’economia è l’uomo nella sua umanità. Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie.
 Il Mercato è una cerimonia tecnologica che nella sua metafisica non ha chi umanamente sappia tenerne le redini. Il capitalismo è un treno in corsa senza manovratore.

Non sappiamo se esista un al di là e lascio tutti liberi di credere, ma ciò che è certo è che uno Stato Laico non può che tenere in considerazione la vita, la vita di ciascuno, qui ed ora, al di là di ogni convinzione religiosa, come l’unica, la sola possibile esistenza. In questa visione che uno Stato laico non può che fare propria, l’ingiustizia dovuta alla disuguaglianza offre tutta la sua crudità e la sua crudeltà. Nessuno può permettersi di affermare giusta la ricchezza prima di aver assicurato e garantito a tutti la sopravvivenza e una vita degna di essere vissuta.
 Solo la cultura ci salverà.




La dittatura dei numeri

UnknownÈ noto, ma dimenticato, che quando fu chiesto di scegliere tra Cristo e Barabba il popolo scelse a larghissima maggioranza Barabba e gli altri tacquero. Meno noto, e non meno dimenticato, è che quando Hitler salì al potere nel 1933 fu grazie al voto popolare pari al 44%. Tre anni dopo nel 1936, in Germania si tennero le elezioni parlamentari nella forma di un referendum con una singola domanda, chiedendo cioè agli elettori se approvavano l’occupazione militare della Renania e un elenco composto da un unico partito, quello nazista. Ebbene a questa farsa partecipò il 98,8% della popolazione, di cui rispose “sì” il 95%, mentre il rimanente furono schede ritenute “non valide”. Un vero e proprio plebi-scito.

In passato la volontà popolare, in quanto espressione della massa verso il potere, si è sempre espressa per un potere centrale, forte, autoritario o anche una tirannide o dittatura identificandosi nel capo, nel leader. Ancora oggi le coscienze si mostrano non essere sufficientemente mature per esprimere una pluralità al potere. La democrazia può forse legittimarsi, ma non può fondarsi solo sulla base del voto popolare. Chi si esprimere per fare la volontà del popolo, anche se in buona fede, comunque è un ingannatore e spesso se in mala fede anche un ipocrita. Fondare la democrazia sui soli numeri non è espressione della volontà popolare, ma è il populismo nella sua più infima essenza, un insulto alla stessa democrazia, perché la democrazia non è una forma di potere, ma il modo con cui il potere governa un popolo in considerazione del valore da attribuire alla persona.

il concetto di popolo, inteso come nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (Barcellona, 1990) ove si afferma che “Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato”, viene sostituito da quello di popolazione, ovvero di un insieme di individui aggregati per talune caratteristiche. In seguito la definizione data scade dal concetto di popolo come sostanza politica legata alla cultura a quella di un definizione numerica legata all’appartenenza.

Questo passaggio ha portato con sé anche il cambiamento del concetto di rappresentanza, che dal suo significato politico fondato sul diritto e sulla storia (l’agire in nome dell’istituzione per l’interesse della collettività) si è spostato verso quello statistico (l’agire in nome dell’interesse prevalente, la moda).  Secondo l’impostazione statistica, infatti, un campione può dirsi rappresentativo del proprio universo quando si verifica un’identità delle proporzioni secondo le quali sono presenti, nell’uno e nell’altro, i vari caratteri della popolazione. E la rappresentatività statistica ha stravolto a sua volta il concetto di delega, non più inteso come conferimento di poteri dall’elettorato all’eletto per superare  i limiti oggettivi dell’incompetenza, ma come un mandato esercitato da un campione selezionato in nome e per conto dell’universo.  Nuovo fondamento razionale e scientifico della democrazia, la statistica va imponendosi nella società dominata dalla tecnica con la  potenza dei numeri e la suggestione dei sondaggi: è la democrazia statistica, in rappresentanza dell’opinione senza alcun riferimento morale.

Per di più anche secondo un tale rigore metodologico i dati risultanti dalle elezioni politiche basate sul suffragio universale potrebbero paradossalmente essere intesi come non rappresentativi della volontà popolare, quando il campione dei votanti non è rappresentativo dell’universo degli aventi diritto al voto.  In definitiva è passato il concetto secondo cui una vera democrazia rappresentativa deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica in modo del tutto indipendente dai valori culturali partecipati.

Questo può apparire una concezione corretta del pluralismo ma quando la cultura del popolo è bassa può portare irrimediabilmente come in passato alla dittatura o comunque spingere verso regimi autoritari anche se portano il nome di democrazie. Ciò significa che la democrazia è diretta conseguenza della cultura popolare e dice della necessità assoluta di agire sulla stessa per avere maggiore democrazia senza sottomettersi alla dittatura dei numeri.

La miseria culturale dei politici contemporanei, addestrati dalle scuole di formazione politica di appartenenza sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confonde il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo della formazione dei campioni rappresentativi dell’universo usati nei sondaggi d’opinione.

Non è qui in discussione la sovranità del popolo, ma la sua condizione di sottosviluppo culturale perché la democrazia non ammette l’ignoranza. Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio ruolo o nel privato, ma  rappresentanti del popolo che sono come il popolo. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti come rappresentanti della moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto con il popolo, ma di essere proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Votus non olet. Potenza e fascino del numero: il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

Qualsiasi regime sia al potere la democrazia è dovuta unicamente al grado di civiltà raggiunto da un popolo, non la sua misura, ma l’essenza stessa legata alla sua cultura. O alla sua ignoranza. Più democrazia non dovrebbe di conseguenza significare che tipo di forma debbano prendere le istituzioni per meglio interpretare la volontà popolare, ma impegnare le istituzioni per migliorare la cultura del popolo.
La distinzione tra populismo e democrazia è netta: lottare per migliorare le condizioni materiali e spirituali del popolo e giammai per fare la sua volontà.
Ormai solo la cultura ci può salvare.




Ormai solo la cultura ci può salvare

UnknownSi legga l’articolo sul Corriere della sera in cui estrapolando pochissime righe virgolettate si vorrebbe attribuire al filosofo indubbie collusioni con il nazismo. È inutile parlare di Heidegger, né parlare con Heidegger, pensando di comprendere e poter riportare quanto dice se non si comprende il piano della discussione, ovvero l’ ex-sistentia, che l’Essere non è un ente, che la verità è la Verità dell’Essere, che la sostanza è la manifestazione dell’Essere nell’essente. Per certo il suo dire non è facile e non è comprensibile a tutti: un grande uomo condanna gli altri a spiegarlo. Un po’ altezzosamente non si cura degli sciocchi. Soprattutto non si schermisce da possibili fraintendimenti, “chi ha orecchie per intendere intenda” degli altri degli sciocchi non si occupa. Grave errore: gli sciocchi lo crocifiggeranno! Heidegger non si difende, non si difende mai. Si scusa, ma non si difende. La sua è una posizione esistenziale e un metodo cui vuole rimanere fedele fino in fondo. Di qui il suo silenzio.

L’operazione giornalistica è quella solita scorretta e banditesca con la quale si pretende di comprendere una filosofia o un’appartenenza attraverso frasi virgolettate. Giornalismo da strada ad uso di straccioni che hanno fame di notizie più che di verità. E, nota bene, si tratta della pagina culturale. L’importante per tutti per “capire” non è mai infatti capire, ma schierarsi. È tipico del pregiudizio imperante ragionare per partito preso. Solo si accenna e già si giudica. Per un giudizio su Essere e Tempo personalmente ho dovuto sospendere lo stesso per più di mille pagine. E il giudizio è seguito solo quando sono stato sicuro di aver capito. Capito tutto fino in fondo. Ogni frase contenuta nel libro presa a sé non significa nulla, come nulla significa ciò che viene riportato dai giornali. Dai giornali a volte, spesso, neppure il fatto viene mai chiarito, ma ecco che già l’opinione pubblica, l’opinione ignorante della plebe è schierata. E in “democrazia”, si sa, quello che conta sono i numeri: l’opinione.

Sull’articolo del «Corriere» si riporta che «Gli ebrei (nei Quaderni neri) non appartengono nemmeno ad un mondo diverso da quello tedesco, ma sono senza mondo, esclusi dall’Essere». In particolare, nella nuova parte dei Quaderni Neri, il pensatore di Essere e Tempo parla espressamente di «autoannientamento», riferendosi al popolo ebraico. Ebbene, personalmente detesto gli ebrei, i neri, i gay, le lesbiche, i rom, i mussulmani i cristiani … perché mentre io li ritengo uguali, tutti costoro si ritengono diversi e in particolare migliori, sicché considerano la loro emarginazione unicamente una colpa altrui e guardano al prossimo con diffidenza, malanimo e spesso anche rabbia fino ad arrivare ad odiare. Si impone una domanda: chi è razzista?

In altre parole i “diversi” si autoescludono dal mondo o, per usare le parole di Heidegger, dall’Essere. Più gli ebrei di quanto non abbiano fatto i tedeschi, non i tedeschi della shoah, ma il popolo tedesco nella storia. Ovviamente Dio deve essere uno per tutti come parimenti la Verità, essenza dell’Essere garante dell’uguaglianza.
In un’intervista a Der Spigel del 1966 (pubblicata postuma nel 1974):
-Spiegel: Si dice che i suoi rapporti, senza dubbio non con tutti, ma con alcuni di questi studenti ebrei siano stati molto cordiali anche dopo il ’33. E’ così vero?
-Heidegger: Dopo il 1933, il mio atteggiamento è rimasto immutato.
Si noti bene: immutato. Questa infatti deve essere la posizione di fronte a chi vuole diversificare. La postura corretta dello spirito di contro a ogni razzismo: né contro né a favore.

Ancora nell’articolo del Corriere si legge: “Nei testi composti tra il 1942 e il 1948, dice in sostanza che l’azione degli alleati nel fermare i tedeschi è stato un «crimine» più grave delle «camere a gas»”. Questo “in sostanza” rivela che l’asserito non è l’asserito di Heidegger, ma solo la comprensione dovuta all’intervistatore.
Per sostanza Heidegger intende ben altrimenti, ovvero la manifestazione dell’Essere nell’essente e credo che Heidegger si chieda il più estensivamente possibile quale danno sia stato maggiore per l’umanità se l’olocausto o l’aver residuato il dominio dell’uomo sull’uomo e la conseguente disumanizzazione dell’uomo considerato mezzo e merce, così come è avvenuto in Russia o, aggiunge, nel regime capitalista, considerazione espressa da Heidegger nell’intervista a der Spigel del ‘66. Lettura che consiglio a tutti.

In attesa di leggere i Quaderni neri annunciati di prossima pubblicazione in italiano, un avviso ai lettori, solo quei pochi che hanno orecchie per intendere: non ho inteso difendere Heidegger, ma la Verità. Solo la cultura ci salverà.




Le miserie ‘d Monsù Travet

libro_vandelliÈ sincero ma non dice la verità. Chi è? Un uomo in buona fede. Accigliato come si conviene alle persone serie, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan così risponde a un giornalista: “Chi chiama condoni provvedimenti come il rientro di capitali tipo lo scudo fiscale commette un errore tecnico”. E più non dice. Nessuno mette in dubbio la sua competenza: sudate carte e anni di sacrifici. Questo mezzemaniche impiegato dello Stato misura sulle sue parole tutta l’insipienza del suo pensiero. Al folle dotto hanno affidato un compito e quale servitore dello Stato si appresta a realizzare sul piano economico quello che tecnicamente ritiene necessario. Niente di personale, nessun interesse di parte, è un uomo onesto per natura. Moralmente irreprensibile. I servitori dello Stato quando sono strumenti passivi del potere politico intendono per Stato il Governo, il potere esecutivo. E come umili e semplici esecutori stringono irresponsabili e innocenti il capestro. Pare a me di sentirli: “un mestiere difficile, ma qualcuno lo deve fare, importante è farlo bene”.

Tuttavia, si impone una domanda: quale aspetto della morale, della filosofia, del gusto, della condotta di vita non ha stabilito? Di quale mistero non ha manifestato la sua conoscenza?. Della giustapposizione dei suoi provvedimenti, delle conseguenze sociali che tecniche economiche tortuose e oscure posso avere presso l’anima di chi non intende ragione ma intende ipocrisia e tradimento, non ha alcuna contezza. Esulano il pensiero. Dell’impatto sociale del suo operato non ha alcuna idea, semplicemente non gli compete. Il prossimo rimane umanamente sconosciuto. Non avverso, sconosciuto. Probabilmente è anche un uomo di buon cuore.

Ebbene, l’ennesimo premio all’evasione comunque lo si voglia “tecnicamente” chiamare rimane un fatto. Un fatto tanto grave quanto più si dichiara da tutte le parti, compresa quella governativa, che la lotta all’evasione è un punto cardine e fondamentale. Questo meschino atteggiamento denuncia l’ipocrisia di chi crede che la concretezza risieda nelle cifre, che la materialità dell’esistente trovi soddisfazione solo nella tecnica economica incurante dell’impatto sociale che provvedimenti legislativi hanno sui sentimenti di un’intera nazione. Dei sentimenti infatti non hanno notizia. Gli uomini grigi non possiedono anima. Sono chiamati a svolgere disciplinatamente un compito in giacca e cravatta e si impegnano con la massima responsabilità e nei limiti delle loro capacità, con serietà e umiltà, a svolgere le loro mansioni. Il destino delle loro azioni non computa.

Portano lenti molto spesse e si ritengono falchi. Un buon ministro, come nell’anonimato del si dice, è in sostanza chi sa far quadrare i conti, premi agli evasori arricchiscono nell’immediato le casse dello Stato e tanto basti. Non sta a loro giudicare. Modificare al ribasso la mentalità della nazione, scoraggiare deprimere gli animi, incitare ad una privata vendetta, pregiudicare la fiducia dei cittadini nello Stato, non rientra nel conto economico. Pertanto non esiste. Siano pure premiati i “furbi”purché i conti tornino.

Così il bene incarcerato dal male, suo capestro, è svilito da una storpia potenza: ogni colpevole inconsapevole agito in ossequio a un turbo capitalismo fondato sulla diseguaglianza e la speculazione. In cielo sarà perdonato a quelli che non sanno ciò che fanno, ma qui sulla terra non abbiamo bisogno di boia. Solo la cultura ci salverà.




La modica quantità della morale

imagesQuando una realtà è “stabile e duratura” l’obiettivo da porsi per contrastarla è “ridimensionarla nei limiti fisiologici“. La questione morale si affronta dunque con la ratio della modica quantità. No, non stiamo parlando di stupefacenti, ma di corruzione. Questo il logos di Raffaello Cantone, come si evince dalla sua  intervista rilasciata su La Repubblica. Potrebbe trattarsi di una ennesima espressione di quel pensiero debole   (relativismo assoluto) tanto diffuso che dopo faticose analisi prende atto realisticamente del mondo per adagiarsi poi sul “così fan tutti”. La realpolitik dei moderni “uomini del fare”. Purtroppo si tratta, invece, di una dichiarazione fatta da un rappresentante non solo delle Istituzioni, ma proprio di quella Istituzione preposta a combattere la corruzione: l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Bisognerebbe indignarsi per la povertà dello spirito, per lo spirito superficiale, qualunquista e per questo volgare di quelli che in aria di sapere filosofico sentenziano “sempre”, “è sempre stato così”, “ci sarà sempre” o “mai. Passi per il popolino, la cui filosofia non viene opportunisticamente mai criticata, ma quel pensiero debole appartiene anche alla schiera dei “politici” o degli “intellettuali” che nelle stesse radici filosofiche fondano la loro azione e il loro pensiero.

Laddove bisognerebbe cogliere l’evoluzione dell’essere dello spirito da zero a infinito, lo spirito della natura come quello della storia, il cambiamento che giustifica nella fysis il nascimento e il motore dell’essere, di fronte ad emergenze esistenziali che da millenni stravolgono l’esserci, ebbene di fronte a tanto divenire le eccelse menti sanciscono “è inutile, la corruzione ci sarà sempre” e parlano di una “patologia fisiologica”, a regime.

La povertà delle loro anime, la miseria del loro spirito sarebbero solo meritevoli di profonda compassione se non fosse che il pensiero debole e il basso sentire facessero parte considerevole e integrante del popolo di barbari a cui ancora apparteniamo. Pensate or per voi se avete fior d’ingegno se, ma solo per esempio, una scienza ancorché ancora empirica come la medicina ragionasse con ugual ingegno ed un medico di fronte ad un tumore dicesse “è inutile, la malattia ci sarà sempre” e si arrendesse alla patologia dichiarandola fisiologica. Demenziale. L’allocuzione, priva di senso, non dovrebbe trovare alcun destinatario, di nessuna utilità.

Chi dice sempre o mai a proposito di patologie sociali, qualsiasi esse siano, denuncia in sé una sterile, misera, insipiente dimensione dello spirito, né ci si potrà attendere da costoro parole o azioni che possano in alcun modo giovare al cambiamento. Arresi in nuce non daranno germogli, ma solo palliativi, spesso ipocriti e interessati, si preoccuperanno diversamente di conservare cadaveri nella ghiacciaia come immagine del proprio fallimento che si vorrebbe quello di tutti. “Sempre e mai” detti con rassegnazione, sospiro dell’anima nel tentativo di cogliere la profondità dell’umano destino: sospirano per paura di respirare. O detti con realismo, realismo che fotografa la realtà pensando al presente con un’immagine cristallizzata dell’eternità. Il “qui e ora” domina la scena e condanna qualsiasi volontà di cambiamento come utopia. La schiera dei senza tetto popola l’essente. Cinici o depressi, vogliono tutti giù nel baratro insieme a loro.

Dal nichilismo cinico di Giuliano Ferrara, quello che trasuda nell’intervista a Gad Lerner su LaF del 14/01, secondo cui “la corruzione è una malattia endemica. Qualcosa che è stato e sempre ci sarà. Un fatto marginale, un parassita indebellabile. Inutile preoccuparsene , vano occuparsene. Perdita di tempo e di energie: ci pensi la magistratura. Gli scandali servono solo al giornalismo per pubblicare. E poi … cos’è questa balla che le tangenti le pagano i contribuenti, anzi anche i contribuenti alla fine fruiscono benefici dalle tangenti. Pensiamo alle cose serie, ai ponti alle autostrade”  alla rassegnazione realistica del  ” Non riusciremo mai a sconfiggerla (la corruzione, ndr.) del tutto perché nessuno degli stati moderni ne è indenne” di Raffaele Cantone, il male, perché del male si tratta, viene considerato una patologia-fisiologica, e su questa grande verità si fonda il loro pensiero e l’azione che si limita ad accettarne una modica quantità. Inconsapevoli e insipienti predicano e agiscono a partire dalla povertà filosofica del loro grande e profondo sapere.

Ma quello che più ancora dovrebbe indignare è che nessuno da nessuna parte sollevi obiezioni. Sarebbe interessante ascoltare nel merito i commenti dei cavalieri della società civile, quelli che “i principi non sono negoziabili“. La verità è che nel nostro Paese non si ascoltano le parole della predica, ma solo il pulpito che la promana e si accetta il pensiero per adesione emotiva e di parte in ossequio alla simpatia per il personaggio affidandosi non al verbo, ma all’autorità. Appartengo dunque sono. La rivoluzione luterana deve ancora avvenire nella laicità del nostro paese. Solo la cultura ci salverà.




Un cecchino che vede oltre

imagesAmerican sniper. IL FILM. Un’ingenua, pulita, commovente visione. Clint tratta sempre della vicenda umana cercando di far intendere alti ideali. Cristo ha detto che bisogna essere disposti a lasciare la famiglia e l’eroe deve essere disposto a questo, a rinunciare ad avere una vita. L’io devo kantiano è ben espresso. Nel film ben si evidenzia questa lotta interiore. Magistralmente, con grande pulizia si porta a confronto modi diversi di esserci, in pace e in guerra, e come diversi valori parimenti stimabili e desiderabili entrino in gioco. La condizione dell’esserci è paurosamente differente, tanto che i reduci sono spaesati, non riescono più a comprendere il mondo in cui hanno vissuto così come chi vive in pace non ha alcuna avvisaglia del proprio essere.

L’idealità proposta è indubbiamente alta e sconfessa un pacifismo che si rintana nella quotidianità dicendo di democrazia ma non appoggiando chi la difende. Si può essere vili in pace come in guerra. L’eroe umano proposto è sicuramente un modello non criticabile. Una bella persona. Come sempre solo di fronte a scelte tragiche. Va da sé che la distinzione tra buoni e cattivi, agnelli e lupi, non è così didascalica e che il valore in battaglia dovrebbe essere tradotto nel coraggio sociale. Fatto si è che gli uomini non sono eroi e vanno in battaglia solo perché ci sono costretti con la forza, dalla miseria o entusiasti di falsi idoli. Tutto si fa grigio, sporco, informe. Il teorema proposto non è per questo meno valido, fa ben comprendere ai pochi in grado di capirlo come certe posizioni assunte per principio se non rimangono aperte a nuovi sviluppi cadano inevitabilmente nell’ideologia, un sistema chiuso di pensiero per parte presa: smidollati pacifisti o sadici guerrafondai.

OLTRE IL FILM . Si apre un nuovo punto di vista, l’esserci. Il sentimento di sé in una situazione di guerra. Bisogna riallacciarsi a questo per comprendere come l’io-sento possa modificarsi, come la relazione col mondo possa mutare. Con l’avvertimento che l’esserci anche considerato come sentimento di sé non è ancora coscienza. Manca la riflessione. E infatti i diversi modi di esserci hanno possibilità di essere visti se non ci si pone davanti a uno specchio. Neppure gli altri sono uno specchio se noi negli altri ritroviamo sempre solo noi stessi e ciò che ci piace. Lo Sheraton è uguale in tutto il mondo. Un ripetere sempre se stessi per tutta la vita.

Possiamo pensare che le condizioni materiali di esistenza sprofondino lo spirito in un baratro così come avviene durante una guerra o lo gratifichino in un accoppiamento. Eppure esistono condizioni in cui lo spirito dispera anche quando le condizioni oggettive sono le migliori: è il non essere. Un punto da cui pochi sono tornati, il punto in cui ogni legame emotivo viene assolutamente perduto e solo il corpo per inerzia rimane vivo. “Io non morì, e no rimasi vivo” dantesco o “l’esperienza anticipatrice della morte” heideggeriano, ritenuto entro il niente, il niente che nientifica, chiudere gli occhi dietro gli occhi. Languida quiete.

Di contro esistono condizioni materiali infime in cui lo spirito può dirsi libero e felice. Valori di alta idealità mantengono più che mai vivo l’eroe e parlano dell’Essere. Valori cui l’eroe è disposto a sacrificare la vita. Per gli agnelli ancorché armati lo spirito muore col corpo. È pur vero che lo spirito muore prima del corpo. Le Valchirie trasportano in cielo solo le anime degli eroi. L’uomo si distingue dagli animali per il coraggio. Coraggio è la mazza che vince la morte.

Tra L’Essere che esprime attraverso la Verità un esserci di più nobile sentire e il Non Essere che sprofonda lo spirito nel nichilismo: un abisso. Un abisso all’interno del quale ognuno si colloca puntualmente come parte di un discorso tutt’altro che terminato.

Clint Eastwood finemente analizza una realtà che ben conosce e su cui sa esprimere alta idealità, ma vale anche per lui il modo di Platone. “Dici bene Alcibiade incoronato di edera e di viole, hai parlato ottimamente e io te ne sono grato tuttavia forse non hai considerato che…”. In parallasse dobbiamo aggiungere tutti quei punti di vista che non si sono considerati finché le parallele non si incontreranno all’infinito. Bello come buono. Il Discorso sedimenta verità sempre più corroborate ma deve comunque rimanere aperto.

Cristo, Gandhi, l’eroe muoiono tutti per mano di chi volevano salvare: gli agnelli. Come nel poker dove la scala reale minima batte la massima e il cerchio si chiude. Le vittime abbracceranno carnefici, dice Cristo. Il terribile riposerà nella pace. “Cessate dunque e per sempre il compianto nella Verità dell’Essere, tutto ormai sarà compiuto”. Tutte queste aporie esprimono un anelito di eternità.




Je ne suis pas Charlie

10525819_1506522106248757_8166857149866691938_nQuando si è di cattivo umore si tende ad essere aggressivi, lo so, e per una volta mi permetto di non essere politicamente corretto. Perciò fate attenzione:  “le parole che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità“. Ciò che sempre più mi indispone sono la vacuità del sentire comune, il relativismo del pensiero debole e l’ipocrisia del politicamente corretto. Quella postura rattrappita dello spirito che raccatta qua è là nel si dice e nella chiacchiera mediatica stereotipi scontati ad uso di un pubblico insipiente che nel gregge piagnucola il proprio diritto all’esistenza. Disprezzo tutto ciò che è retorico, inautentico e ripetitivo e lo disprezzo non come si usa dire “senza se e senza ma” ma senza eccezioni o riserve. Si può ritenere questo atteggiamento un’alterigia, una presunzione elitaria e offensiva che mi classifica nell’invisa categoria degli intellettuali, di un intellettuale narcisista in dispregio alla gente comune. Ebbene sì, è vero: disprezzo la massa. Disprezzo la massa per la sua mediocrità, quella volontà che in ragione del diritto all’esistenza banalizza la vita soffocandola dentro a credenze che gravemente nuocciono al seme come alla pianta, quella nenia sterile, sommessa e sottomessa, che ribolle nella belletta allegra, acre rancore che violenta lo spirito fino a spingerlo alla crudeltà. Un vero popolo non è un insieme di “gente comune” e d’altra parte come osserva Oscar Wilde la stupidità è crudele.

Oltre alla banalità del male (Hannah Arendt) esiste di fronte al sapere un’innocenza che è colpevole. Normali cittadini diventano spesso gli inconsapevoli autori anche dei più atroci delitti. Nefandezze compiute con ingenua ignoranza e bontà del cuore. Quella vita semplice a cui tutti aspirano si riduce alla coltivazione del proprio orticello, in disdegno della collettività e di un più profondo sapere da cui si sentono esclusi. Ebbene sì, l’ignoranza sorella maggiore dell’ingenuità è colpevole, come ben sapevano gli antichi Greci, colpevole di ignavia, di pigrizia, di invidia, di arroganza, di malanimo, di saccenza, di presunzione e spesso anche di cattiveria. Là dove non si sa si dovrebbe tacere. Si deve ascoltare e soprattutto non arrogarsi il diritto “di dire la sua”. Ascoltare prima di avere un’opinione e in assenza sospendere il giudizio.

Non esiste alcuna simmetria nel sapere. Chi non conosce la grammatica non può ridere di un filosofo. E gli stolti hanno il riso facile. La volgarità è facile al riso. Volgarità che è nell’anima prima ancora che nelle parole. Leggo sul Fatto quotidiano (Lunedì 12 gennaio 2015) di una trasmissione televisiva (South Park) in cui si recita “la Madonna caga sangue dal culo sul Papa – per poi scoprire che no, non sta sanguinando dal culo. Sta sanguinando dalla vagina ed è normale che le pollastrelle sanguinino dalla vagina (testuali parole del Papa in versione South Park)”. Parole che mi è offensivo scrivere. Satira? Libertà di espressione? No, è l’orrore!

Si attribuisce a Voltaire la frase “Combatterò tutta la vita le tue idee, ma sono disposto a dare la vita perché tu possa esprimerle”. Pienamente d’accordo, ogni libertà compresa la libertà di stampa è inviolabile. Nessuna censura. Ma religioso o laico che sia, la volgarità va fermamente combattuta tutta la vita. Nei media come nella quotidianità. Chiamare satira la volgarità è una bestemmia. Diverso è il riso che bacia l’essente. I cattivi ridono sempre.

Je suis Chiarlie? Quanti possono dire di aver conosciuto Charlie Hebdo?
“Je suis Chiarlie” era scritto sulla maglietta di Vauro nell’ultima trasmissione di Piazza pulita di Michele Santoro, Vauro che da vignettista Charlie Hebdo l’aveva conosciuto.
Vauro è stato accusato di aver criticato in passato Charlie Hebdo, si era espresso sul pericolo che la rivista correva ridicolizzando l’Islam, è stato accusato per questo di essere ipocrita nell’indossare tale indumento. Il quotidiano Libero, la cui stessa testata offende il principio che invoca e il cui il pensiero debole fa vendere vendendo fango, riprendeva il tema e l’accusa. Ma che relazione c’è tra criticare una persona e desiderarne la morte fino ad ucciderla?

Per un verso Vauro ha indubbiamente fatto bene a indossare la maglietta, per un altro ci si deve domandare se indossarla è un gesto per difendere la vita e la libertà di espressione o appoggiare le idee di “eroi” del cui operato non sappiamo nulla.
Eroi? Chiamereste eroi chi ha proferito frasi come quella sopra riportata? La morte non santifica. La pietas dovuta ai morti e che tutti ci assolve è solo il perdono finale. Il pensiero debole ora si chiede “ma quella è stata proferita da una trasmissione americana e non da Charlie” e ancora “che ne sappiamo noi della satira di Charlie?”. Appunto! Dio mio, quanta pazienza … personalmente credo che abbiamo il diritto di critica solo in casa nostra e se le critiche debbono essere come quella succitata neppure in casa nostra. Pena il disprezzo, non la morte.

Il circo mediatico scatenato e senza freni ha ancora una volta offerto lo spettacolo di una pretesa unità di oppressi e oppressori, dimentica per un giorno dei conflitti in casa propria. Per certo io non sono Charlie, sono disposto a appoggiare ogni satira, ma non sono disposto ad accettare la volgarità. Le religioni hanno per certo molti aspetti ridicoli che vanno sconfessati, sconfessati per mezzo della denuncia e della provocazione fino a dare scandalo, ma lo scandalo deve riguardare solo quegli aspetti che la ridicolizzano nel rispetto e in aiuto di chi si sta ridicolizzando per quello che chi viene investito è in grado di digerire, altrimenti è bullismo: il compiacersi tra pari di essere felici della propria appartenenza disprezzando il prossimo.

Il cinismo dei media che si concretizza in una satira che offende anziché provocare offende la verità. Giornalismo non è informare, ma contribuire a far emergere la verità.
Si chiacchiera sull’accaduto. Ci siamo dimenticati dell’essere, dell’ente fonte dell’informazione. Solo la cultura ci salverà.




Parigi val bene una messa?

UnknownGli ultimi tragici avvenimenti nella capitale Francese mi hanno portato in sogno alcune riflessioni. Se è vero come è vero che nessun popolo è giunto fino a noi se non a mezzo della religione, è altrettanto vero che gli dei sono un’invenzione dell’uomo che ha seguito passo passo l’evoluzione culturale. Cuius cultura eius religio. Una questione di mera appartenenza. Dunque tutta l’umanità in tutti i percorsi trascorsi indipendentemente dai modi è stata guidata da sempre solo da un sogno, da religioni tanto necessarie quanto impossibili. Siamo da sempre vissuti nella menzogna e i tempi degli dei falsi e bugiardi non è terminato, ancora si adorano idoli. L’unicità di Dio non è ancora stata raggiunta. Ancora si recita il mio e il tuo Dio.

Tentare di concepire Dio sostituendosi nel suo pensiero e nella sua volontà è di per sé un’arroganza inesprimibile. Si tratta della ubris, di quella tracotanza che rimane vizio capitale in ogni religione. “Dio lo vuole” è la più grande delle bestemmie.
Al Dio piace e non piace si parli di lui. È pericoloso sfidare gli dei.
Ma sto parlando ancora del Dio delle religioni, quel Dio che le religioni hanno inventato. Diversamente affermo che è ancora possibile concepire Dio malgrado l’interpretazione da cui nascono gli dei umani. Potete voi immaginare un Dio, potete pensare a un Dio? ci chiede Nietzsche.

Di contro a verità assolute attribuite a falsi idoli, anche da parte laica di rimando a uno spirito che è solo un fantasma, si bestemmia la Verità e si attribuisce allo Spirito ciò che allo Spirito non appartiene. Morta la religione si aprono abissi su cui il materialismo ha fatto più danni delle religioni. Giustamente l’allora Cardinale Ratzinger metteva in guardia verso l’ateismo. È pericoloso liberare gli schiavi. Senza convinzioni ci si apre il nulla e la paura della morte attanaglia lo spirito. L’abisso che si apre è angoscia e smarrimento. “Scrivete da voi le tavole della vostra legge”(Nietzsche): nel vuoto esistenziale delirio in attesa del salvatore. Perché c’è comunque bisogno di un senso.
Stalin era ateo e Hitler considerava il cristianesimo un valore di appartenenza non certo una religione.

Laico o religioso che sia lo Spirito c’è, la Verità c’è, si esprimono e sono stati espressi in tutti i valori che hanno segnato il progresso come progresso umano e segnano di contro a ogni relativismo comunque inteso nel positum la Via, via corroborata da valori che sono nella coscienza prima che nell’universalità. Si tratti di Cristo, di illuminismo o di Umanesimo la via dello Spirito è segnata. Su questo bisogna riflettere. Esistono valori che hanno trasversalmente ad ogni credo segnato il cammino dell’umanità. L’Essere nella coscienza mostra la Via. Anche al di là dell’imperativo Kantiano.
“Combatterò per tutta la vita le tue idee ma sono disposto a sacrificare la vita perché tu le possa esprimere” (attribuita a Voltaire) e ancora “Da giovane ero comunista, poi ho cambiato idea. Allora ho capito che era giusto sacrificarsi per un ideale ma non era giusto sacrificare gli altri” (Herbert Marcuse) sono espressioni di civiltà e bastano da sole a definire l’assoluto della verità. Commentano e criticano in profondità l’accaduto.

Gli idoli dalla barba bianca o disseminati da profeti esegeti di Sacre Scritture nascondono la Verità e lasciano l’umanità addormentata a sognare se stessa.
Ha detto Cristo “Le scritture sono chiuse” e ancora non si è capito.
Pur segnando passi benemeriti e indispensabili per l’umanità le Sacre Scritture ci dicono solo del senso di appartenenza e della coscienza legata ai tempi. Precorrono grandemente i loro tempi, ma nel tempo col tempo segnano il passo. Per quanto benemerite bestemmiano dicendosi la Parola di Dio. Questo in quanto solo l’autorità attribuibile a Dio può tenere uniti i popoli. Le Scritture segnano indelebilmente i passi compiuti dallo spirito, ma paralizzano al contempo ogni sua possibile evoluzione. Le tesi in esse contenute divengono nuove antitesi, un freno per ogni possibile perfezionamento: un’ideologia.

Se devo pensare a Dio, io penso a Dio come Evoluzione, dal big bang fino alla coscienza di sé, miliardi di anni di contro alle poche migliaia di anni dei Sacri Testi. Queste le proporzioni nel modo come nella misura. Se devo pensare a Dio penso a quell’ Amor che regge il cosmo e tutto lo governa (Dante). Capire le stelle guardando il mondo dalle stelle. “Bisogna preparare la casa al superuomo” diceva Nietzsche e io penso all’evoluzione come alla preparazione all’avvento dell’uomo e alla terra come al centro spirituale dell’Universo a quella coscienza venuta in essere per dare all’Universo un Senso. Di contro al piagnisteo materialista offro l’immagine blasfema di una nuova centralità fondata sullo Spirito e la sua Verità. La natura umana è qualcosa da costruire in fieri e non da ricercare nel passato. Il libero arbitrio ci lascia una grande responsabilità. Se è vero che noi dobbiamo fare la Volontà di Dio è altrettanto vero che Dio può fare solo la nostra volontà. Dio ci aiuta solo con la bellezza, la bellezza del mondo come dell’anima. L’una per l’altro. La Verità dell’Essere è qualcosa ancora inesplorato. Solo la cultura ci salverà.




Horror vacui

UnknownChe l’uomo abbia inventato Dio a sua immagine e somiglianza è un fatto. È tuttavia altrettanto vero che nessun popolo sia giunto fino a noi senza una religione. L’ateismo, nelle sue varie forme dello agnosticismo e del nichilismo, ha fatto capolino solo in epoche più recenti. La religione quindi pur rimanendo un mito è stata per l’uomo una necessità. Ora, quello che lamento non è l’assenza di un Dio, ma della Verità. Tutta l’indignazione sull’accaduto a Charlie Hebdo trova giustificazione solo se i valori che si affermano storicamente, in questo caso la libertà di espressione, sono valori che raggiungono l’universalità. Ma bisogna riflettere che prima di raggiungere l’universalità sono stati nella testa di qualcuno, di pochi, di pochissimi e che per questo non erano meno validi. Il che significa, di contro a ogni relativismo, che la verità c’è ed esiste indipendentemente dalla condivisione di pochi o di molti o dai punti di vista religiosi, politici o filosofici che le varie popolazioni della terra hanno conseguito.

Il relativismo ci ha dato la tolleranza e allontanato dalla bestemmia, ovvero dal dire vera la nostra verità, ma per altro verso esistono valori sulla via della morale che si affermano indipendentemente dalle convinzioni legate all’appartenenza e alla tradizione. Il mancato riconoscimento dell’esistenza della Verità, ovvero di una via retta sulla quale riconoscere un cammino, pone l’umanità al di fuori del progresso gettandola in un’anarchia governata da un serpente senza cuore, intendo dalla finanza e dall’economia.

Se non sapremo riappropriarci del cuore per un nuovo umanesimo che riprenda i temi della cultura e della morale dovremo paventare più che la recessione la regressione.
È infatti mia perfetta convinzione che la democrazia non si misuri sul regime al potere ma sul grado di coscienza conseguito dal popolo. Sogno una costituzione che reciti: “La Nazione Italiana si fonda sulla Cultura, il primo dovere di ogni Governo e di far crescere con ogni mezzo in civiltà la Nazione”. Desidererei anche che dopo “Tutti gli uomini nascono liberi” si proclamasse “Tutti gli uomini nascono uguali” invitando tutti i governi a eliminare le disuguaglianze dovute alla nascita. Sebbene comprenda che una tale affermazione precorra troppo i tempi rimane come utopia a indicare la strada.

La crisi europea è una crisi di coscienza, un malessere generalizzato, una stanchezza esistenziale che investe l’intero continente in mancanza assoluta di idealità.
Questo vuoto epocale che avvia al declino un intero continente deve essere colmato con nuovi ideali e questo non sarà possibile all’interno di una filosofia relativista che non riconosce della Verità l’esistenza. Nel riconoscimento paritetico dell’altro il relativismo non discrimina sui valori che danno all’uomo e alle diverse culture una diversa dignità su una scala non misurabile secondo opinione, ma assoluta. Testimonia questo l’esistenza della Giustizia, quando la giustizia si afferma nei valori morali al di là della legge.

Barbarie e civiltà distano tra loro, ma non c’è soluzione di continuità e le sfumature di grigio si distribuiscono ovunque in ogni possibile ambiente. La distanza che caratterizza i rapporti di potere tra maschio e femmina, tra genitori e figli, tra sé e gli altri, tra un governo e il suo popolo stazionano su ambiti differenti di valore nelle diverse culture e diversamente all’interno di una stessa cultura. Anche se la Verità non la possiede né la può possedere nessuno, sarebbe bestemmia come sostituire l’idolo al Dio, è altrettanto indubbio che esiste un cammino lungo il quale l’affermazione di certi valori corrobora il positum (ciò che si deposita nella cultura) e fissa principi inderogabili, su cui non si può più fare marcia indietro.

Nel mondo islamico non si è ancora arrivati a riconoscere che il Dio dei cristiani e Allah sono il medesimo: non lo comprendevano gli Egizi, come non lo comprendevano i pagani, come non lo comprendono gli ebrei, tutti in misura e modi differenti. Ancora come ai tempi di Omero gli dei in un senso del tutto blasfemo sono solo supereroi che si sfidano dall’alto del cielo sulla terra attraverso i conflitti umani.
L’appartenenza è possesso e il Dio inventato non può che rispecchiare l’appartenenza, il privilegio. Si tratta di sentimenti tribali che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che si riassumono in libri sacri che fondano nell’appartenenza la tradizione.

Far riconoscere dunque che Dio è unico ma non è “il mio Dio” va considerato come un passo fondamentale per tutte le religioni. Non si può giungere all’ateismo saltando la contingenza storica. Mi chiedo peraltro che differenza ci sia tra la fiducia esistenziale e la fede se entrambe tendono a conoscere la Verità.

Rimane indubbio che chiunque interpreti la volontà di Dio sostituendosi a Dio per far valere il proprio credo in parole o azioni, bestemmi. In nome di Dio nessuna operato umano può essere giustificato. L’integralismo religioso, ovvero l’ideologia di coloro che ritengono di possedere l’unica vera fede, è la più grande delle menzogne. Ma non si dimentichi che il nichilismo Nietzschiano dello “scrivete da voi le tavole delle vostre leggi”, come l’ateismo comunista si sono resi colpevoli quanto e più delle religioni. Solo la cultura ci salverà.




Furbizia di Stato

images-7Dai personaggi della Commedia all’italiana interpretati tra altri da Alberto Sordi e da Vittorio Gassman a quelli che popolano “La Grande bellezza”  la figura del furbo, il simpatico mascalzone che sa come vivere, avrebbe dovuto denunciare il mal costume nazionale, invece è finito  con l’essere assunta come modello da imitare. Rimane nella testa dei più che la furbizia sia un valore assimilabile all’intelligenza, mentre l’altruismo riconducibile alla “coglioneria”. Furbo è colui che approfitta di una situazione per avvantaggiare sé a discapito di altri. Chiaramente il sociale non si avvantaggia della furbizia, ne soffre. Cambiare questa mentalità non è certo facile, occorre come ha detto recentemente un magistrato un intervento a breve con le leggi e uno a lungo termine con l’educazione. Quello che non ha detto è che bisogna partire subito, perché stiamo rapidamente regredendo sotto la soglia della civiltà.

Orbene, il governo Renzi dopo avere annunciato “mai più condoni” ha varato di recente una legge per il rientro di capitali che di fatto è un condono, ma per raggirare l’ostacolo ha coperto l’operazione con un divieto, il divieto di chiamare la legge un condono. Per due anni ci hanno raggirato facendoci pensare all’Imu come un problema di vitale importanza, mentre nascostamente aumentavano le tariffe, poi dal nulla è apparsa la Tasi, tassa servizi indivisibili, che di fatto si basa sul reddito della casa. Questo e molto altro.

Non vogliamo discutere di queste questioni, ma solo spostare l’attenzione dai fatti al comportamento. Comportamento non solo di questo governo ma per inveterata abitudine anche di tutti i governi che hanno preceduto che non hanno mai perso occasione in una costante logica dell’emergenza di taglieggiare indebitamente gli Italiani ora con nuove tasse laddove potevano colpire e con nuovi condoni laddove non riuscivano a colpire. Fare cassa, questo è il realismo degli uomini del fare, in barba a qualsiasi morale. Come definire il comportamento di chi agisce costantemente a raggirare, eludere premiando la disonestà e colpendo chi non può fuggire, occupandosi nel mentre dei propri interessi privati? I Governi sono dunque governi di “furbi”, che portano a esempio la “furbizia” come metodo di vita: questo l’insegnamento pratico, questo l’insegnamento che più incide sulla mentalità dei cittadini.

Vessando i cittadini in ossequio ad una malintesa realpolitik, agita sempre sulla base della sola emergenza, si giustifica il senso di sfiducia nei confronti dello Stato e l’orgoglio di essere Italiani confligge con lo sfiduciato interesse che i cittadini hanno per la propria Nazione e le sue istituzioni. Governi che non hanno neppure la nozione della “correttezza”, della sua fondamentale importanza per l’immagine, senza dare all’immagine l’importanza dovuta così come avviene diversamente per esempio nei paesi “nordici” e che per questo si distinguono e differenziano in civiltà e aggiungiamo noi in ricchezza perché alla lunga solo la morale paga.

Di contro alla continua vessazione perpetrata attraverso una cattiva morale i cittadini cercano privatamente di vendicarsi facendosi a loro volta “furbi” e, stante la confusione imperante nella testa di tutti tra Governo e Stato, cercando di “fottere” lo Stato in ogni occasione. In pratica un Governo che in nome del realismo e dell’emergenza non si attiene a principi di correttezza e moralità, ma educa piuttosto i cittadini alla disonestà. Questo piano inclinato scivola inevitabilmente verso la corruzione e il disseto economico. Il destino della furbizia è inevitabilmente la corruzione. Un domino che spinge dal basso. Inutile tagliare la testa, ricrescerà velocemente.

Non si tratta solo di osservare le leggi, ma di educare alla moralità. Onestà e correttezza da parte di tutti sono il prerequisito della convivenza civile, quel minima moralia per cui si possa dire sa va sans dire. La moralità dei governi nordici dista da noi come noi distiamo dall’equatore e quanto ci vorrà perché gli Italiani lo comprendano? Senza diagnosi giusta, magari implacabile, nessuna terapia sarà efficace. Hermes nel Prometeo incatenato dice “bada non c’è confine al tormento”, se non invertiamo la rotta riprendendoci la nostra dignità, magari facendo tesoro degli insegnamenti di Aristotele che anteponeva l’Etica alla Politica e alla Economia la crisi si aprirà sotto di noi come un abisso. Bisognerebbe denunciare il Governo per vilipendio all’immagine dello Stato. La furbizia non rende liberi, solo la cultura ci salverà.




La logica del pensiero comune

images-1Gli uomini sono più alti delle donne, non è vero mia cugina è più alta di te. Questa logica che appartiene ai più cade in due tipici errori: l’esempio probante basato sull’esperienza e la confutazione della verità basata sull’eccezione. Attraverso cliché in uso al pensiero esistono luoghi comuni veicolati nel linguaggio dalla pressione di gruppo esercitata dai media e dalla chiacchiera secondo cui è sbagliato generalizzare e avere pregiudizi. Questo pensiero stesso costituisce una generalizzazione. Per questo è necessario comprendere e comprendere a fondo che cosa significhi generalizzare. Ebbene, dal vocabolario apprendiamo che generalizzare significa estendere, applicare a un intero gruppo di persone o di cose ciò che ha valore particolare o si riferisce al singolo.

“Gli uomini sono più alti delle donne” non si riferisce al singolo, ma al gruppo e pertanto non si tratta di generalizzazione come la maggior parte degli individui ritiene. Essa è piuttosto una verità statisticamente comprovata. Tuttavia, il luogo comune del pensiero si pone la domanda “è vero che tutti gli uomini sono più alti delle donne” e trovando infinite eccezioni smentiscono l’asserito definendolo una “generalizzazione”. In realtà, quando si afferma “gli uomini sono più alti delle donne” si afferma una verità in modo del tutto indipendente dalla sua applicazione. Fare affermazioni “in generale” e cosa ben diversa dal “generalizzare”.

“Non è vero, mia cugina è più alta di te”, contrariamente, estende un particolarità riferita al singolo a tutta una categoria di persone e quindi di contro al pensato comune costituisce generalizzazione. L’eccezione non fa la regola e la regola non viene smentita dall’opinione.

In definitiva diremo quindi che si generalizza ogni volta che si trasferisce proprietà riferite ad un gruppo al singolo individuo e quando si trasferisce proprietà riferite ad un individuo al gruppo, ma non si generalizza quando si esprime un’opinione su un gruppo o una categoria. Più in generale (sic!) si può affermare che una proposizione vera nella sua generalità non può essere applicata a nessun sottoinsieme dell’universo considerato. Può essere che le donne della Patagonia siano più alte degli uomini.

Il fenomeno della generalizzazione per altro viene aggravato dal fatto che l’opinione espressa si rifà all’esperienza personale che viene citata come fosse un campione significativo dell’universo in discussione. Chiaramente la conoscenza personale del fenomeno può giocare solo per la comprensione del tema, definisce cioè l’argomento trattato, ma non può in alcun modo essere portata come opinione in senso quantitativo e neppure qualitativo se non ha conoscenza in modo significativo dell’argomento trattato.

Il più delle volte l’opinione sugli Inglesi, sugli immigrati o i rom si forma all’interno di quel ”io sento” sulla base dei contatti e delle esperienze personalmente ricevuti senza alcuna conoscenza approfondita della realtà conoscibile, riguardante la questione trattata; conoscenza che necessita di studio e ricerca di parametri oggettivi che ogni operatore sociale dovrebbe apprendere e che solo la statistica può dare.

Occorrerebbe una conoscenza statistica dei fatti o eventi per comprendere e definire la realtà. Senza una mentalità educata alla statistica si possono infatti sposare tutte le tesi perché per ogni tesi esistono innumerevoli esempi pronti ad avallare qualsiasi opinione. Stante inoltre la proverbiale tendenza di tutti a scartare tutte le esperienze e gli esempi che contraddicono le nostre tesi e ad avvalorare quelle che le confortano, il campione di esperienze che ci si presenta oltre che essere limitato risulta anche falsato. Si chiamano ipotesi ad hoc e sono quelle tesi per la dimostrazione delle quali la raccolta differenziata di tutti gli esempi viene ad avallare l’opinione espressa.

In un talk show sui recenti fatti romani l’ex Presidente della Regione Lazio Storace difende la categoria politica di appartenenza, la destra, portando l’attenzione sulla sua persona, la sua integrità morale e intellettuale, lui in rappresentanza di una destra sana e forte. Questa è una tipica generalizzazione, utilizzata come espediente per sottrarsi dal merito dell’argomento, di cui un politico si dovrebbe vergognare e invece tutti lo fanno e tutti abboccano. L’argomentazione proposta che sposta l’esigenza di verità riguardo alla generalità del fenomeno si sposta sul singolo, sulla persona e pertanto fuori tema e fuori logica. L’errore è sempre lo stesso: ”non è vero che tutti … tanto vero che io…”. Sviato il tema su un altro l’ultimo proposto funge da nuovo capo per un nuovo discorso su cui tutti si buttano. Di li in poi si triangola. Da discussione politica degenera a discussione personale. Un delirio.




Quando l’ignoranza si fa opinione

TalkShow-Italiani-650x372Chi può conoscere di più una cosa di chi l’ha provata sulla propria pelle? Questo adagio legato alla personale esperienza è una delle più madornali bestialità. Gira indisturbata nella testa di tutti. E diventa spettacolo.

Parimenti si ritiene che chi subisce, in quanto sofferente, abbia voce in capitolo “per dire la sua”, per suggerire rimedi alla sua situazione supponendo nel più terribile degli equivoci che chi ha ragione sia in grado anche di ragionare. Pensate a questo: forse che un malato di cancro conosce la materia più di un oncologo? Dovrà essere lui a suggerire rimedi? Esorcismi per il malocchio, spiriti, decotti, tisane, terapie new age? Ancora. Se vediamo aggredire qualcuno per strada potremmo senz’altro affermare che l’aggressore è una persona malvagia e decidere o meno di intervenire, ma con altrettanta certezza non possiamo dire nulla, assolutamente nulla, sulla bontà o cattiveria di chi viene aggredito. L’oppresso potrebbe essere anche peggiore dell’oppressore, dell’oppresso non ne sappiamo nulla. Eppure corriamo in soccorso dell’oppresso non solo per salvarlo dall’aggressione, ma per ascoltarne l’opinione con un indebito sillogismo: se l’oppressore è cattivo allora l’oppresso è buono e viceversa. Siamo impestati da luoghi comuni.

Per informarmi sullo stato delle cose sono moralmente e civilmente obbligato ad interessarmi anche ai programmi televisivi, dai “migliori” ai più scadenti, perché  sono tutti documenti del costume dell’epoca. Sono portato di conseguenza a seguire, sempre meno in verità, talk show che meglio di altri programmi fanno il punto sulla situazione. Sono tutti di natura populista e tutti cercano l’audience. Denunciando il disagio, il disastro o la tragedia cercano di far notizia e ovviamente per far notizia bisogna parlare di quello che alla gente interessa e dare visibilità alla gente stessa, rendere la gente protagonista, farla comparire in televisione e farla parlare. Si chiede di conseguenza alla gente non solo di denunciare il disagio, ma di esprimere la propria opinione, accreditando ad ogni opinione proferita non solo valore di realtà, ma di verità. Ogni sproloquio proferito viene così elevato ad opinione, mai contraddetto, per lo più riverito, il pubblico a casa si riconosce nell’opinione espressa e il gioco è belle che fatto. Assenso del presentatore, applauso del pubblico. Disgustoso.

Quando la gente parla io mi rendo consapevole solo del degrado culturale in cui versa l’intero paese. Degrado, questo sì che è responsabilità della politica, sia di chi ci ha governato, sia di chi è stato all’opposizione perché né uno né l’atro si sono ancora accorti dell’arretratezza culturale in cui versa il paese. Questa rincorsa al ribasso della cultura popolare espressa dai politici e dai giornalisti alla ricerca del consenso è quanto di più culturalmente pernicioso per il paese. La gente con i politici odia la politica, l’unica santa istituzione che può trarli d’impaccio, confonde il trono con il re, l’istituzione con il suo malgoverno. Come potrebbero diversamente? Sono appunto la gente. Quella che si trova unita in piazza e nemica nel condominio, che a bocca aperta ascolta l’imbonitore. La polis è uscita non solo dal cuore delle gente, ma anche dalle istituzioni. C’è stato un tale degrado culturale che ha precipitato il paese in un analfabetismo sociale, politico e filosofico.

Tor Sapienza. “In un quartiere malfamato della periferia …” si legge in più di un romanzo. Alla lettura nessuno obbietta, va da sé che un quartiere periferico sia anche malfamato, superflua ogni spiegazione. Ma se si tratta di intervistare la gente di quel quartiere subito si dimentica e si corre subito e senz’altro a sostenere qualsiasi sciocchezza venga proferita dalla gente di quel quartiere, purché sia la gente a parlare. A straripare non sono solo i fiumi ma l’ignoranza. Poi arriva il professore: il degrado e la malavita nelle periferie sono fattori endemici cui la politica dovrebbe porre rimedio. In che modo? Dando ragione alla gente … passerelle di politici nel quartiere e passerella la trasmissione stessa.

Una meschina ipocrita, opportunistica e colpevole piaggeria si eclissa dietro a uno sciagurato amore per il popolo. Sorge la domanda delle domande: di chi la colpa? Di chi la responsabilità? E tutti i pecoroni dietro al pifferaio di turno a cercare una risposta con una certezza nel cuore : “abbiamo ragione noi e siamo incazzati”. Tutti a puntare dita e forconi ora contro questo o quello, ora contro i politici, ora contro gli immigrati, ora contro i rom. Gli uni e gli altri che bella babele di imbecilli. L’ignoranza, quella di tutti, grazie ai talk show si fa opinione e attraverso il degrado raccoglie il consenso. Più basso è il livello del pensiero e quello della pancia, più si avvicina al “gusto” popolare e più consenso si raccoglie. Alla fine i politici per ottenere il consenso prescrivono “decotti e tisane” come rimedi contro il cancro e i malati votano gli stregoni. Salvo poi lamentarsene. Solo la cultura ci salverà.




L’uomo non è ciò che mangia.

UnknownIn fondo ma solo in fondo, le cose sono semplici. La scienza progredendo elimina le credenze delle epoche passate. Questo asserito è apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, ça va sans dire. Tra le credenze passate vanno senz’altro annoverate quelle contenute a proposito del mondo fenomenico nei “Sacri Testi” che nell’enunciazione mostrano nel merito unicamente la limitatezza delle conoscenze e delle credenze dell’epoca. Che male c’è? Che male ci sarebbe ad ammetterlo? Poi le cose si complicano, si fanno confuse. È prerogativa dell’ignoranza complicare le cose.

Con dire apodittico ovvero ovvio e incontrovertibile, questa volta un dictat, la Chiesa deve considerare come assolute tutte le verità contenute nei Sacri Testi in quanto “rivelate”, rivelate da Dio, così la Chiesa si è impegnata a sostenere pseudoverità che ritualmente vengono dalla Scienza di volta in volta sconfessate. Da qui il conflitto Chiesa-Scienza e il conseguente atteggiamento oscurantista della prima, ovvero un credo dottrinale e una politica ecclesiastica contraria da sempre anche se con forza e modalità diverse ad ogni progresso scientifico. Malgrado la Chiesa si mostri, come ovvio che sia, di volta in volta perdente di fronte alla Scienza tuttavia pare non capire la lezione e mantiene costantemente anche ai giorni nostri i “freni tirati”. Il suo alibi è “i fedeli non sono pronti” e “bisogna aspettare che anche l’ultima pecorella sia rientrata nell’ovile”.

Concordo in parte con questa posizione: ogni verità deve essere calata nel contingente in modo tale che gli uomini in catene in fondo alla caverna abituino i loro occhi alla luce (come insegna Platone nel Mito della caverna). Diversamente ti si rivolteranno contro, ti uccideranno . L’unica realtà per chi è in catene sono solo le ombre, solo ciò che appare. Il mondo dell’apparenza, la società dello spettacolo, è l’unica realtà a cui il popolo è aperto. Pur trattandosi di un’interpretazione e non della realtà, il percepito è l’unica realtà per chi non “vede”.

Ed è con questa pseudo realtà che chi ha occhi per vedere deve nel secolo confrontarsi. Il contingente dunque non permette al popolo la conoscenza diretta della Verità: la caduta delle pseudoverità contenute nei Sacri Testi possono diminuire la fede, e con essa il consenso e il potere della Chiesa. La distinzione tra un sapere fenomenico e un sapere religioso in termini di fede non è ancora interamente avvenuta presso la Chiesa, ancora si cerca di salvare le credenze legate all’epoca.

Certo non è più sostenibile affermare che la terra è piatta o che è al centro dell’universo, ma la rivoluzione copernicana non è stata ancora del tutto digerita e la teoria evoluzionista che spazza il creazionismo suona ancora blasfema nelle orecchie della maggior parte dei credenti. I teologi più illuminati ben sanno che Dio non è un uomo, e ora il Papa stesso ammette l’evoluzione. Recupera la creazione come un atto più complesso in mente dei. Ma queste verità non trovano terreno fertile presso i fedeli e questo perché si ritiene i fedeli non ancora pronti ad accettare tale distinzione. Il credo deve confortarli anche nelle cose materiali dell’esistenza e operare miracoli. La superstizione che si lega alla religione è tutt’altro che sconfitta. Con quanta prudenza la politica ecclesiastica offra ai fedeli le novità della scienza può essere motivo di critica, ma credo si debba accettare sul tema un civile confronto. Credo sia opportuno dare a Cesare quel che è di Cesare e lasciare alla Chiesa quel che è della Chiesa. Dovrebbe far parte di quell’atteggiamento dello spirito che viene definito come “pluralismo” e nella tolleranza ammettere strade diverse per conseguire la verità. Di contro tuttavia al relativismo per il quale diversamente la verità non esiste.

A giustificazione dell’operato della Chiesa aggiungo un altro parametro: la Chiesa deve operare nel contingente pensando alla propria esistenza non nei secoli ma nei millenni. Deve quindi calarsi nella realtà con grandissima prudenza, certa di non perdere consensi, seguendo passo, passo la crescita culturale dei fedeli. Si tratta di una messa a punto: due passi avanti e uno indietro. La Chiesa risulta essere così fedele alla mentalità di volta in volta espressa dai fedeli, termometro dell’ignorantia populi. Il dover mediare nel contingente tra verità e cultura presso i fedeli implica necessariamente oscurare secondo misura la verità. Problema non solo della Chiesa ma di qualunque potere comunque costituito. Ogni regime infatti si misura sulla cultura popolare, equilibrio tra la forma di potere costituita e la coscienza popolare conseguita.

Su un piano più estensivo, al di fuori di problematiche ecclesiastiche benché come sopra esposto ritenga prudente l’atteggiamento della Chiesa a calare verità scientifiche nel contingente, mi trovo tuttavia ad asserire che è immorale porre confini alla conoscenza, condannando senz’altro come oscurantista ogni atteggiamento volto a limitare qualsiasi ricerca o sperimentazione scientifica. Ciò che trovo sconveniente quindi da parte della Chiesa è sconfinare nel secolo, ostacolando all’interno della politica sociale ogni possibile progresso con una morale che appartiene alla sola Chiesa, morale spesso non condivisibile da chi alla Chiesa non appartiene e vorrebbe cercare la verità in ambiti più vasti. La Chiesa, come qualsiasi altra chiesa, non ha il Verbo anche se questa affermazione per ogni dottrina religiosa che ritenga per sé essere “la vera religione” suona ovviamente come eresia.

Il pluralismo per qualsiasi religione è inammissibile. L’atteggiamento ecclesiastico di fronte alle scoperte scientifiche è giustamente chiamato oscurantista quando e perché tende ad ostacolare la ricerca della verità. Si pone ora imperativo il problema di quale verità si stia trattando. Che cos’è la verità? In genere la confusione è tale perché non solo si scambia “questo per quello” ma anche perché si con-fonde, ovvero si fondono insieme significati diversi. Da che vita è vita, affermazione qui tutt’altro che retorica, esistono infatti diverse verità. Esiste una verità fenomenica che riguarda la Scienza e una verità fenomenologica legata allo Spirito che riguarda verità filosofiche, morali e teologiche. Direbbe Platone una cosa sono le cose, un’altra è lo spirito.

Un becero monismo che non considera la distinzione tra corpo e anima (comunque si voglia intendere lo spirito) affrancato da tempo da un altrettanto rozzo materialismo di varia provenienza, non ammettendo questa distinzione per motivi ideologici contingenti, con-fonde verità materiali con verità spirituali cosicché l’asserito a proposito delle verità contenute nei Sacri testi diviene uno, sia per i credenti che per i non credenti. Questa mancata distinzione tra materia e spirito sta quindi alla base di ogni possibile confusione. Questa ignoranza mantiene il presente in odio alla filosofia non solo tra il popolo ma anche tra intellettuali che al materialismo e al monismo si rifanno.

La tragedia è che la più sconvolgente avventura evolutiva di tutto l’universo da quando l’universo è esistito: la comparsa della vita che ha separato la materia facendola altro da sé, non è ancora appieno stata compresa e che contingenti e pur necessarie teorizzazioni ideologiche (parlo della Chiesa come del materialismo e molto altro) oscurano di volta in volta questo avvenimento negando lo Spirito nella sua fysis ed evoluzione come cosa in sé e per sé distinta dalla materia. La mancata distinzione nei testi sacri tra verità fenomeniche e verità spirituali poiché uno e solo uno era l’intendimento della verità nella testa di tutti ai tempi, confonde ancora oggi il pensiero religioso. D’altro canto il ritornello nietzschiano del “Dio è morto” ha ucciso col materialismo un male inteso spirito sicché verità morali e filosofiche hanno perso di forza e di significato. Alla fine abbiamo una Chiesa che recupera allo spirito questioni puramente fenomeniche e un pensiero laico che vorrebbe recuperare alla materia ciò che appartiene allo spirito.

Il termine Spirito viene di conseguenza da tutti mal-trattato, da un lato Spirito inteso come Spirito Santo e dall’altro una filosofia che non ne comprende non solo la necessità ma neppure l’esistenza. Se non ne vien neppur accettata la forma, il significante, che dire della sostanza? Dare alla scienza quello che è della scienza e allo spirito quello che è dello spirito è più che mai necessario. Solo la cultura ci salverà.




I leghisti sono razzisti? Ma che razza di domanda!

safe_image.phpDal riconoscimento della diversità non consegue logicamente l’eliminazione del diverso. Dal dizionario si evince il termine razzismo nella sua definizione più semplice, si riferisce ad un’idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente errata, come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e molti altri approccimetodologici, che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro.

Per comprendere meglio il punto: nell’olocausto dei nazisti si riconosce questa convinzione, non solo nella natura propria del pensiero ma nelle conseguenze del tutto non implicite di tale credenza. L’eliminazione del diverso non è conseguenza logica del riconoscimento della diversità. D’altra parte il popolo ebraico si considera una “razza” non in base a convinzioni genetiche, ma per elezione in base ai sacri testi.  Con ciò tuttavia non sono confessionali né pensano neppure lontanamente di dover eliminare altri popoli. Bisogna riconoscere quindi che il razzismo in entrambi i casi nella sostanza consiste nel riconoscimento del diverso o meglio nel riconoscimento di sé come diverso e in particolare “migliore”, cosa per cui al sé vengono attribuiti privilegi non concessi all’altro. Che fare del diverso è altra questione.

Occorre a questo punto una precisazione linguistica. Il termine “razza” in bocca al popolo ebraico può apparire qui politicamente non corretto, ma bisogna comprendere che il termine ha significato ben diversamente prima e dopo dell’avvento del nazismo. Friedrich Nietzsche in  Al di là del bene e del male  per quattro pagine discredita in modo totale gli antisemiti dell’epoca affermando che gli ebrei, loro si, possono pregiarsi di essere una razza mentre la popolo tedesco non era ancora riuscito. Il popolo ebraico si è riconosciuto per millenni non solo nella religione ma anche nell’etnia. Il pensiero di poter “non essere una razza” è una più che giustificata reazione successiva in seguito all’avvento del nazismo e dell’olocausto. Ancora. Ragazzo negro è un romanzo di formazione dello scrittore statunitense Richard Wright. Libro da adottare nelle scuole. Ebbene Richard Wrigth è uno scrittore di colore che nel suo romanzo indica la gente di colore col termine “negri”. Come si può ben comprendere i termini cambiano nella sostanza, nel giudizio di valore, il significato quando un’ideologia storica li riempie di contenuti emotivi. A ragione quindi un teologo ebraico non schiavo dei tempi può rivendicare per il proprio popolo il termine come da sempre inteso, per secoli, scavalcando la barbarie dell’epoca.

La storia del sé e dell’altro da sé è vecchia come il mondo e trova origine a partire dalla cultura animale quando il maschio di un gruppo caccia o uccide il maschio di un altro gruppo. Il privilegio, per chi intende, è insito in una categoria fondamentale dell’essere: l’appartenenza.  Come le foglie di una cipolla con l’io posizionato al centro, l’individuo recita “mio” di tutto ciò cui appartiene difendendo vieppiù gli strati quanto più sono interni. Diverso diviene così tutto ciò che si oppone all’io e verso cui l’io si sente in diritto di difendere. Negli strati più esterni tuttavia trova alleanze e maggior forza alle proprie convinzioni che di rimando rafforzano l’io. “I miei figli …”. Razzismo, nazionalismo, regionalismo, campanilismo, sono tutte espressioni di diverso grado in difesa dell’appartenenza. Tra uno strato e l’altro tuttavia esistono soluzioni di continuità non solo rispetto al “pensato” ma soprattutto all’ ”agito”.

I leghisti mi sono antipatici, sono rozzi e ignoranti e questo è un fatto, hanno un “io sento” più corto delle loro braccia, di dove possono arrivare, ma sentirli definire “razzisti” è sempre stata per me una bestemmia. Sono indubbiamente campanilisti e la loro visuale non è mai andata oltre a un regionalismo. Ora e solo ora: ”prima gli Italiani”. Che esita una differenza razziale degli uomini o meno non ha mai navigato nelle loro teste. Razzismo? Giustamente se ne stupiscono, non capiscono neppure di che si stia parlando. “Io so soltanto che …” Un tiro di schioppo da casa loro e nebbia, altro si rifiutano di conoscere. Della calunnia, perché di calunnia si tratta, giustamente se ne indignano e proprio grazie a questa falsa accusa essi crescono. Riconoscono nel sociale categorie diverse solo perché queste categorie vanno contro gli interessi propri e della propria gente, quella gente sana che lavora, che pensa alla pagnotta per sé e per i propri figli, che di politica e di cultura non ne ha mai voluto sapere. Gente che vede solo il proprio naso e che sul proprio naso ha tutte le ragioni e i diritti di schiacciarsi i punti neri. Altro non interessa loro.

Dunque, se volete che i leghisti divengano razzisti non dovete fare altro che dar loro dei razzisti: le cose esistono quando assumono un nome. Dal nazionalismo al razzismo ce ne vuole, ma è solo l’ulteriore passo e in tempi di crisi … In altre parole questa regressione a destra dovuta e voluta dalla mancanza di Cultura è provocato da sinistre analfabete che accusano l’orbo di essere cieco. Il terreno è fertile, care sinistre, e voi lo state concimando.

Alla fin fine, per quel che mi riguarda, quando anche la convinzione secondo cui  “la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro”  fosse biologicamente fondata, il mio pensiero è che queste distanze comunque considerate meritino, con tutta l’umanità possibile di contro alla natura, di essere superate nella prospettiva di  una utopica assoluta convivialità. Parlo di quell’ Amor che regge il mondo e tutto lo governa.

Sono razzista? Solo la cultura ci salverà.




L’ignoranza non ammette confutazioni

imagesLa legge evolutiva: “Il tempo rende certo quello che è altamente improbabile”; la legge dei grandi numeri: “Datemi un tempo sufficientemente lungo e il rosso uscirà di seguito cento volte”. Così l’evoluzione: quello che è eccezionale può diventare regola grazie alla selezione, non ha che da attendere. Attenzione però solo poche eccezioni sopravvivono per il resto “strage” e “olocausto” sono solo degli eufemismi. La dea Kalì rottama l’essente.

Scrive il paleontologo David M. Raup: “Le specie di animali e piante sulla Terra sono circa quaranta milioni. Nelle epoche passate ne sono esistite fra i cinque e i cinquanta miliardi. Perciò solo una su mille vive ancora. L’insuccesso è del 99,9 per cento: un record di sopravvivenza davvero misero. La regola, dunque, è che le specie si estinguono.”

Con buona pace degli ambientalisti con cui pur concordo nella salvazione, bisogna tuttavia rendersi conto che la regola è l’estinzione e che il tentativo di salvataggio è contronatura. La natura preserva il bello eliminando il brutto. Colgo l’occasione della citazione di uno scienziato evoluzionista per ricordare che tutto quello che l’uomo fa, in quanto civilizzato, è in disobbedienza assoluta alle leggi naturali. Il suo operato deriva da una recentissima emergenza che appartiene in chiave sociale alla sola specie uomo, una novità imprevista che ha nome compassione, sentimento per il quale viene salvato tutto ciò che per natura verrebbe eliminato.

Alla gente perbene sfugge totalmente questo concetto sicché “agire secondo natura” rimane per molti di loro un valore senz’altro positivo: bisogna agire secondo natura,  di contro agli eccessi della civiltà della tecnica.
Ebbene, la natura agisce per l’eliminazione di tutto ciò che non si conforma all’ambiente, l’eliminazione dei più deboli, degli inutili, degli incapaci. L’ ausmerzen messa in atto con la forza da Hitler era una pratica disumana che tuttavia  agiva secondo la logica della selezione naturale. Molto diversamente la civiltà umana è caratterizzata da un agire morale che nell’interesse della convivialità salva tutti coloro che per natura sarebbero eliminati.

Le estinzioni di massa sono un argomento popolare e la paura di far la fine dei dinosauri finisce spesso sulle copertine dei settimanali. Molta, troppa gente si dedica puntualmente all’escatologia. La fine del mondo e più in particolare dell’umanità, più che paventata sembrerebbe essere piuttosto morbosamente agognata.

La Bibbia segna l’inizio della specie Homo nel giro di qualche decina  di generazioni, si pensa al futuro in termini di millenni: da sempre la percezione del tempo è proporzionale all’ignoranza. Se l’ignoranza è giustificabile ai tempi dei nostri antenati date le loro scarse conoscenze scientifiche, il suo perdurare nell’ignoranza di quanto la scienza ha scoperto, con i richiami ai sacri testi o a immaginari new age, sconforta lo spirito e frena ora qualsiasi entusiasmo.

Per comprendere più razionalmente ovvero realmente come le cose sono andate è bene come sempre rivolgersi alla scienza e in particolare all’evoluzione. I dinosauri sono vissuti sulla terra per più di un centinaio di milioni di anni. È opportuno ora sapere che la nostra specie Homo sapiens sapiens è apparsa solo 200-250 mila anni fa e che la vita media di una specie si aggira su 4 milioni di anni. Non è detto che per la specie sapiens sapiens sia lo stesso, ma è più che probabile che esisterà per l’uomo l’anno 1.327.645, l’anno unmilionetrecentoventisettemilaseicentoquarantacinque, nel quale l’umanità sarà ancora giovane e in buona salute. Difficile immaginare che sarà di noi tra un secolo, figuriamoci tra un milione e più di anni, ma bisogna realizzare che una tale eventualità oggi più che probabile è pressoché certa nel tempo e in una tale prospettiva il senso di un “mille e non più mille” con cui tutti guardano al tempo misura solo l’abissale ignoranza in cui ha versato e versa tutt’ora l’umanità e il danno sociale derivato da una filosofia miope che recita: ognuno è libero di pensare come vuole.  Il fatto è che non esiste opinione nell’ignoranza: il pensiero può assurgere a opinione solo dopo e in proporzione alla conoscenza.

Se per un altro verso si pensa alla fine del mondo in base a considerazioni di carattere economico, politico e sociole per le quali siamo destinati all’autodistruzione è tutt’altra cosa, su cui si può e si deve anche riflettere e discutere, ma qui voglio solo contestare la superstizione che si rivolge al fato e al cielo, quella dell’anno mille che immancabilmente torna ogni fine millennio e che perdura nella coscienza di tutti anche dopo che la fine del mondo non c’è stata, poiché la coscienza dovuta all’ignoranza permane e non subisce sconfitte neppure nella smentita dei fatti. L’ignoranza non ammette confutazioni.

Così il tempo oggettivo sembra non dover mai raggiungere la temporalità, la coscienza soggettiva del tempo che segna il passo nel “qui ed ora” e che guarda cieca alla storia come alla vita dalla pagina sottile del presente.
Quanto riusciamo a quantificare in animo della memoria del tempo dimensiona il nostro spirito e la nostra percezione della realtà.
Solo una valutazione più possibile estensiva può giudicare il contingente e dare direzione all’azione. Fatta salva la buona fede un po’ meno di ignoranza non guasterebbe. Solo la cultura ci salverà.

 

 

 

 

 

 

 




Memoria e pregiudizio

Pregiudizio-e1368458631751Due ragazzini diventano amici per la pelle, dividendosi merendine, giochi, compiti e lo stesso banco a scuola. James è bianco, Tom è nero. Una sera James ascolta di nascosto i genitori che parlando con amici mostrano disprezzo per i “negri”. Il giorno dopo, a scuola, James cambia banco; all’intervallo si unisce ad altri gruppi, fino a quando viene affrontato da Tom che gli chiede una spiegazione del nuovo comportamento. “Non mi avevi mai detto di essere un negro” è la risposta. Che cos’è la verità per James? Domanda cruciale.
 
La suggestione portata dall’autorità o da una persona amata è in grado di influire in modo radicale su un io sento immaturo. L’io sento è ovviamente passibile di modifiche. Modifiche che possono venire dall’interno come dall’esterno.
 Quando ancora è molle creta pronta a soddisfare ogni desiderio dell’adulto, il bambino risponde non secondo verità, ma secondo richiesta. Non solo adegua le sue scelte, ma conforma e quindi forma la sua personalità.

Rimane quindi chiaro che l’ “odore della vita” che assumi nell’infanzia rimarrà il sentimento di fondo che colora tutta l’esistenza. L’infanzia è per questo il fondamento e la matrice del gusto. L’accettazione dell’adulto come figura di riferimento è in questo periodo il legame stesso che permette l’esserci nel suo ci: l’entratura nel mondo. La verità si lega dunque in questo periodo a quei sentimenti attraverso i quali si ottiene l’approvazione delle persone amate o delle persone temute. I sentimenti si strutturano passivamente adeguandosi all’ambiente nella passività del sentito. L’atmosfera familiare si consolida in un lessico emotivo che si manifesta e fissa nella memoria come un “odore” che è sapore dell’esistenza. E questo “odore” si protrarrà per tutta la vita, se non diversamente educato.

Un successivo importante passo è costituito dall’adolescenza. Periodo in cui l’io trova la coscienza dell’esserci e cerca nell’autonomia la propria indipendenza. La coscienza critica si manifesterà in modo indeterminato in quanto ancora privo di strumenti critici attraverso la negazione, e in particolare attraverso la negazione dell’autorità, soprattutto in famiglia, cercando fuori dalla stessa un nuovo ambiente in cui affermarsi: gli amici. Periodo in cui l’esplorazione cerca valori diversi da quelli famigliari volgendo l’interesse verso un nuovo tipo di accettazione, quella del gruppo, gruppo in cui riversa i suoi maggiori interessi per un confronto alla pari. Il benessere in famiglia contrasta l’esplorazione, mentre il malessere la facilita. Per figli di genitori separati l’allontanamento è inevitabile.

Quello che ritengo opportuno rilevare è che per i più la cosidetta “maturità”, l’odore della vita non subisce ulteriore evoluzione oltre quella raggiunta nell’adolescenza e tutti legati al periodo aureo dell’esistenza, l’infanzia e l’adolescenza, tendono a giudicare la realtà a proprio uso e gusto, qualsiasi posizione sociale abbiano raggiunto.

In definitiva, la maturità dello spirito  giudica e determina il presente e spiriti immaturi possono gravemente danneggiare il sociale in ogni sua manifestazione, tanto più quanto più importante il ruolo rivestito. Solo la cultura ci salverà.




La cultura non è un’ideologia

images-2Reyhaneh Jabbari è stata condannata a morte in Iran per aver ucciso a coltellate chi stava per violentarla. È stata quindi impiccata per il mancato perdono da parte della famiglia della vittima, che avrebbe potuto convertire la pena di morte in detenzione. Tutto secondo il diritto islamico della “qisas”, la legge del taglione.

Questo fatto terribilmente osceno dovrebbe far riflettere i benpensanti relativisti che considerano tutti i popoli avere uguale dignità. 
Diversamente, molto diversamente (e come diversamente potrebbe essere ?) ogni popolo staziona su diverse considerazioni dell’ “Altro da sé”, determinando di volta in volta diverse regole di convivenza: dal tribalismo, dalla barbarie, al rispetto, all’amore per il prossimo con diverse gradualità che vanno, per i pochi che hanno l’intelligenza di comprendere, da zero a infinito. Non res sed modus in rebus.

La mancanza delle dimensioni  e del saper dimensionare all’interno del sé pregiudica la capacità valutativa e l’intelligenza del reale. L’appiattimento relativista colora la realtà di uno squallido bianco o nero. Non è cosa da poco, non si tratta di parole ma della denuncia del mancato spessore con cui la maggioranza delle persone vivono la propria esistenza a detrimento di sé come del prossimo. Generalizzazioni che trovano conforto in frasi come “ci saranno sempre i ricchi e i poveri, i potenti e gli afflitti …” per concludere con il fatidico “nulla cambia”. Una tale insipienza non meriterebbe alcuna attenzione se non fosse che l’ignoranza che si fonda su una tale incapacità discriminativa nella totale assenza di un’educazione dello spirito infesta quotidianamente ogni possibile riflessione in ogni possibile discussione, con chiunque e a qualsiasi livello. La mancanza di uno spessore culturale infatti denuncia l’ignoranza assoluta della comprensione o “del quanto e del come ” o di quanto e come l’ evoluzione culturale, non solo storica, ma più propriamente e profondamente evolutiva sia avanzata attraverso i millenni.

Personalmente sono ben cosciente dei profondi cambiamenti culturali che riguardano la mentalità e quindi la convivenza che separano anche una sola generazione dall’altra in spazi di tempo infinitamente brevi. Non vivo oggi nello stesso ambiente in cui sono nato. Io ricordo l’odore: ho educato il mio naso alla memoria. Diversamente, nella maggioranza degli esseri senzienti il sentimento in odore della sola attualità vive il presente rendendo unico il sentimento a giudizio. Questa inaccettabile superficialità recita solo lo “spettacolo” e appiattisce adimensionalmente al “qui e ora” tutta l’esistenza.

Ebbene tutti i popoli sono diversi, sia in qualità che in quantità, ogni popolo ha raggiunto un diverso grado di civiltà e, udite, una diversa dignità. Dignità che si manifesta nella mentalità, nel modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose, nella considerazione di sé come dell’altro da sé.
Non si tratta di giudicare un popolo migliore di un altro per trarne conclusioni pregiudiziali tendenti al dominio, ma di discernere criticamente in ogni popolo, nello studio approfondito della mentalità, il grado di civiltà secondo quantità e qualità raggiunto, senza abbandonarsi nel giudizio al “sentito” personale o all’ideologia legata alla propria cultura. La cultura non è un’ideologia.

Detto ciò “giudicare è doveroso e irrinunciabile”, non per dirsi migliori o peggiori , ma per valutare la civiltà su oggettivi parametri legati alla convivenza, alla capacità di convivenza di quel popolo con gli altri popoli come alla capacità di convivenza di quel popolo con se stesso. Una petizione umanitaria in difesa dei diritti dell’Uomo non solo ha il diritto, ma il dovere di interferire.

Lo studio approfondito dell’evoluzione dal comportamento animale al comportamento umano rivela cammini comuni a tutta la specie Homo sapiens sapiens, tappe evolutive necessarie e necessitate comuni a tutta l’umanità. Le civiltà sono proiezioni nel positum, rappresentazioni materiali di questo cammino. La conoscenza approfondita di queste fasi è indispensabile per iniziare qualsivoglia discussione sul presente in qualsiasi disciplina. Al di sotto di questa conoscenza io vedo solo l’aprire la bocca.

Il nefasto episodio della donna violentata, richiesta ad abiurare e poi impiccata (per volontà del figlio dell’ucciso) mostra l’arretratezza di una cultura che ha avuto giustificati motivi suo tempo di esistere ma che denunciando ora la sua “crudele barbarie” manifesta a chi vuole intendere che la cultura è in progresso e che questo progresso è una Verità Oggettiva Assoluta,  Verità dello Spirito a prescindere da questioni teologiche. Per i pochi o pochissimi che intendono esiste la direzione, esiste “la retta via” anche se dice Pindaro “tempo eterno è di mezzo”. Ma questo non sconforti , ciò significa anzi che “non c’è confine al miglioramento”. Da zero a infinito, con distinzioni d’essere, odore della vita, che mutano ora nell’arco di una sola generazione (25-30 anni). Abissi.

Solo chi comprende fino in fondo in cuor suo questo ha diritto a parlare. Il resto è solo chiacchiera, merita il silenzio. Di contro il becero relativismo, ora filosoficamente imperante, negando l’esistenza di ogni verità oggettiva permette l’opinione a chiunque respiri salvo poi scandalizzarsi di fronte episodi di questo genere. Solo la cultura ci salverà




L’io sento

UnknownSento dunque sono? Leggiamo cosa dice  Louis Agassiz  a proposito dei neri americani nella seconda metà dell’ottocento in una lettera alla moglie (His life and corrispondence, Luis Agassiz, 1893): “Tutti gli inservienti del mio albergo erano uomini di colore. Mi è difficile descriverti la penosa sensazione che questi mi hanno suscitato, specie perché il sentimento che mi ispiravano è contrario a qualsiasi principio di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie. Ma la verità prima di tutto. Ho provato pietà alla vista di questa razza degradata e degenerata e, al pensiero che si trattasse di uomini, ho sentito per loro una grande compassione. Tuttavia mi è impossibile reprimere la sensazione che essi non siano dello stesso nostro sangue. Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve , e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me. E quando allungavano quella mano ripugnante verso il mio piatto per servirmi, avrei voluto scappare lontano a mangiare un pezzo di pane piuttosto che cenare con un tale servizio. Che infelice scelta per la razza bianca aver legato, in certi paesi, la propria esistenza a quella dei negri! Dio ci salvi da un tale contatto!”. 

Agassiz, chi era costui? Naturalista americano della seconda metà dell’ottocento Agassiz è un importante studioso di pesci fossili, protetto dal “Grande” Cuvier, il fondatore della paleontologia.  Agassiz lasciò la nativa Svizzera per far carriera in America “in quanto europeo famoso ed affascinante” (come ce lo presenta il paleontologo evoluzionista Syephen J. Gould nel suo libro Il pollice del Panda, 1980).

Come il suo ispiratore Cuvier, Agassiz fu uno strenuo difensore della teoria creazionista di contro alla teoria evoluzionista darwiniana. Citato e riconosciuto all’epoca come “scienziato” non ha perso neppure oggi tale appellativo. Ciò che sono intenzionato a fare non è certo entrare in polemica per smentire tesi (il fissismo) ridicolizzate nei fatti  dalla stessa scienza, ma entrare più profondamente nell’analisi del brano sopracitato in quello che superficialmente, troppo superficialmente, viene definito “animo umano”, per trarne poi insegnamenti sulla sua “natura”, appunto “la natura umana”. Un termine quanto mai ambiguo usato in tutte le epoche con grande superficialità nella falsa sicurezza che con esso fosse noto l’oggetto da indagare.

Tutti o quasi oggi etichetterebbero l’autore del brano in questione con una pronto giudizio: razzista. La mia tesi sarà scoprire le origini del razzismo e dimostrare che Agassiz non solo non si pensava razzista, ma che era un uomo intellettualmente onesto. Dimostrare altresì quanto sia errata la definizione di scienziato attribuita fino ai giorni nostri di personaggi che vengono definiti tali solo perché si occupano di scienza alla stessa maniera con cui si definiscono filosofi coloro che si laureano o insegnano filosofia.

Scusate la digressione e torniamo senz’altro al brano sopra citato. Dalla lettera (sconvolgente) che cosa principalmente si evince? Si evince che il giudizio sul mondo è a partire dalla propria emotività, dice Agassiz “il sentimento che mi ispiravano”, senza avvedersi di prendere la propria emotività, ovvero “come io sento e percepisco il mondo” a metro e verità dell’essere: il metro con cui io andrò a giudicare il mondo. Guardando dentro a se stesso, alle proprie emozioni, Agassiz con grande onestà intellettuale si sente in dovere di contraddire i propri principi “di fratellanza del genere umano e di origine unica della nostra specie”. “Ma – afferma Agassiz – la verità prima di tutto”.

Che cos’è per Agassiz la verità?: l’io sento. Prendere per vero ciò che la propria anima a se stesso con grande travaglio interiore confessa. Non si avvede minimamente che il proprio modo di sentire è solo il suo personale modo di sentire e lo trova vero tanto più che questo va contro i suoi principi, ispirati da sentimenti cristiani di compassione: “ma la verità prima di tutto”. Agassiz riconosce nell’ io sento, il massimo della soggettività, quell’oggettività che eliminando l’ideologia (l’ideale di fratellanza e di un’unica specie) lo riconduce in buona fede a un “atteggiamento da scienziato” che non lascia che le proprie aspirazioni ideologiche pur emotivamente fondate (compassione e pietà) possano turbare o negare quella verità che i sensi gli offrono che sono il suo modo di vedere la verità. Per i ‘negri’  prova pietà e compassione, ma non lascia che questi sentimenti neghino l’evidenza, dove l’evidenza, ob torto collo, è quello che la realtà mostra attraverso i suoi personalissimi sentimenti.

Questo atteggiamento si può riassumere in due paradigmi: io sono quello che sento (l’io sento) e ciò che sento è la verità. Da questa monade, “l’io sento”, con cui il giudizio di valore di tutta la realtà viene determinato come vero, pochissimi fuggono. L’ io sento,  secondo cui é vero ciò che sento, l’unificazione tra realtà e verità all’interno dell’io costituisce per ciascuno la “visione del mondo” e la con-fusione tra realtà e verità. Da questa gabbia che ci unisce e isola a un tempo, da questa gabbia che siamo noi nel senso più proprio, sia superficiale che profondo, partono tutte le nostre considerazioni sociali, politiche, filosofiche. L’ io sento fa da filtro alla realtà e giudica come vere solo quelle proposizioni che compiacciono allo spirito.

Di questa gabbia nessuno o pochissimi hanno coscienza. Da questo autoinganno pochissimi fuggono. La quasi totalità degli umani, compreso il lettore, così come Agassiz (nota bene definito come scienziato) confonde la propria visione del mondo con la verità dell’essere, molti come Agassiz addirittura a livello addirittura epidermico  “ Vedendo le loro facce nere, le loro labbra carnose, i loro denti, la loro capigliatura lanosa, le loro ginocchia storte, le loro lunghe mani con grandi unghie curve e specialmente il livido colore delle palme, non potevo staccare gli occhi dai loro volti e ordinare loro di stare lontani da me”.

Dal suo epidermico sentire, infanzia dell’umanità, l’io sento vede, respira e giudica: lo fanno tutti, compreso tu che stai leggendo. La paura, l’orrore, la fobia del diverso è la patologia più diffusa tra gli umani. In ciascuno il bambino giudica il mondo a partire dall’ io sento. Le fobie e le antipatie o simpatie sono per la stragrande maggioranza della gente ancora il tramite della conoscenza e il modo di relazionarsi al mondo. Se a questo si aggiungono i pregiudizi, cliché del sentire comune che operano nel “grege” si ha il panorama del sociale nella sua patologia.

La stragrande maggioranza degli individui è parlata dalla lingua e dalla mancata evoluzione dell’ io in una più ragionevole condivisa visione della realtà, ovvero la maggior parte degli individui, lasciata a se stessa senza un’educazione sentimentale, non raggiunge mai l’età adulta, indulgia in uno stato mentale nel quale considera il proprio personale modo si sentire come metro oggettivo di valutazione. Ci si rivolge al sé in maniera acritica in una postura resistiva in difesa costante dell’io nella paura di perdere la personalità.

La realtà esterna giunge come conflittuale obbligando a un cambiamento forzoso.
 Le convinzioni emotivamente fondate tendono alla conservazione. La resistenza al cambiamento costringe l’individuo a ingoiare la realtà e a forzarla all’interno del proprie convinzioni a partire dall’io sento. Il bambino cui è mancata l’educazione sentimentale conserva nell’età adulta, il nucleo emotivo legato al principio dello “è vero quello che sento” e nella mancata maturazione dello spirito riversa sul sociale tutte le sue manchevolezze qualsiasi ruolo vada a rivestire anche quello riconosciuto di scienziato, filosofo o politico.




L’economia è nuda

images-1Dovrò sfondarvi i timpani per farvelo capire? L’unico modo di uscire dalla crisi è aumentare i consumi, ovvero mettere più soldi nelle tasche degli Italiani. Aumentare la ricchezza complessiva nelle tasche di tutti, per i noti limiti del sistema bancario europeo non solo in Italia ma in tutta Europa, così come hanno fatto gli USA, oggi usciti dalla crisi, riversando miliardi di dollari sul mercato.

Ogni cosidetta riforma e di fatto una controriforma, va direttamente in senso inverso, blocca di fatto con l’impoverimento dei diritti ogni possibile aumento dei salari, ovvero della massa complessiva della ricchezza in tasca ai cittadini, ricchezza senza la quale la produzione è destinata inesorabilmente a rallentare e progressivamente a bloccarsi. Come non capire questa banalità: se non ho i soldi per comprare tu non vendi!

Puoi migliorare, ottimizzare, la produzione ma sono palliativi. L’unica cosa che aumenta la produzione e l’occupazione è l’aumento della domanda, l’unica benzina che avvia il mercato è il consumo: il telefono che squilla per gli ordinativi. Se il telefono squilla tutto il resto, tasse comprese, diviene di secondaria importanza. E non ci può essere consumo senza aumento della ricchezza nelle tasche di tutti.
L’aumento della produzione presa a sé è senza valore, a che produrre di più se non aumenta la richiesta? Per accumulare merci in magazzino? A chi si vuole vendere?

All’estero ragliano in coro economisti da strapazzo che invece che in cattedra dovrebbero stare ad ascoltare con le loro lunghe orecchie tra i banchi. Ignari della teoria dei vasi comunicanti ritengono di risolvere il problema in modo egoistico e concorrenziale mettendo in concorrenza gli sfruttati di un Paese (sempre più numerosi), con gli sfruttati (sempre più numerosi) di un altro, nel quadro di un impoverimento generale che porterà inevitabilmente ad un aumento dello sfruttamento e della disoccupazione ed a una diminuzione generalizzata in tutta europa della ricchezza. Un domino di insipienza che porterà inevitabilmente alla crisi anche la stessa Germania, la locomotiva, che non potrà più vendere i propri prodotti ad un resto Europa, i mercati orientali non sono più sufficienti, che non ha più i sodi per acquistarli. E allora? Altri mercati e così via finché il cerino scotterà le dita all’intero pianeta?
Un’ economicismo miope che legge come reale solo il contingente e si oppone cieco alla cultura. La necessità di un nuovo umanesimo che tolga le redini ad un turbo-capitalimo in corsa si rende sempre più necessario.

È talmente banale ed evidente tutto questo che pare che una fata maligna abbia chiuso a tutti gli occhi con la polvere della stupidità.
Renzi dice di pensare al futuro dei giovani e per una sorta di incantesimo ancora una volta al suono del piffero un’ umanità insipiente va alla deriva insieme al pifferaio. Eppure è sotto gli occhi di tutti che razza di futuro si sta preparando. I giovani, per i quali tutto si dice di fare, non avranno mai i soldi per pagarsi un mutuo (niente casa) né un lavoro continuativo per avere un’adeguata pensione, ed ora neppure un TFR: un provvedimento santo e provvidenziale fatto a suo tempo per garantire non solo l’individuo ma anche lo Stato. Come non capirlo?

Il futuro? Una massa di vecchi homeless senza adeguata pensione né liquidazione. Chi li manterrà? Un destino inevitabile da terzo mondo. Un problema già da ora irrisolvibile per lo Stato. Renzi la sciagurata cicala si è personalmente come molti, molti altri che compaiono sullo schermo televisivo messo al sicuro personalmente per questa vita, per quell’unica vita, per quel che ci è dato di sapere, per cui altri, non garantiti, dovranno lottare per non soccombere. Tutto dipende ancora da dove e da chi sei nato.

Una politica sciagurata che pensa di risolvere i problemi risparmiando sulla pelle dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani, attraverso l’indebolimento progressivo dei loro diritti e il loro progressivo sfruttamento, sta trascinando un intero continente nel baratro: chiamano questo disumano impoverimento economico Austerity, con il portato  delle “Riforme strutturali”, rimedio universale. Ciò che è più grave: un istupidimento generale fa delle vittime i complici dei carnefici. Disgustose bamboline ripetono all’infinito banalissimi slogan e, Dio mio, sono ministri o rappresentanti di partito che trovano spessissimo il consenso tra la popolazione. In mano alla politica dell’austerità è inevitabile il declino. I rimedi ci sono ma prima di tutto occorre una nuova cultura un nuovo umanesimo. Una coscienza civile politica, e soprattutto filosofica in seno al popolo.

Finché il popolo non capirà cultura nessuna possibile salvezza. Solo la cultura ci salverà.