Mafia popolare
Il sistema della collusione all’interno delle amministrazioni pubbliche funziona così: ognuno secondo la sua omertà, a ognuno secondo i suoi favori. Quando un’amministrazione è marcia perché esiste al suo interno un sistema consolidato di malaffare (tangenti, raccomandazioni, scambi di favori e altro) è necessario che al suo interno dal primo all’ultimo tutti siano coinvolti. Ciascuno viene favorito a seconda del grado in merce o pelosi favori. Tutti possono impunemente violare le regole e anche la legge, devono farlo di routine, purché stiamo al gioco: omertà. Chi non lo fa è classificato come “rompicoglioni”: è persona pericolosa. Così l’usciere può timbrare in mutande e la ciurma timbrare per tutti e poi andarsene magari a spasso. I babbei si dicono scandalizzati. Ebbene non solo nessuno li controlla, ma tutti si guardano bene dal controllare. Vige il “fatti i cazzi tuoi”, undicesimo comandamento. Dopo che uno è stato assunto si accorge in breve tempo di tutta la baracca, cosa peraltro che potrebbe fare con facilità qualsiasi istituzione deputata al controllo, e al mal capitato non resta che adeguarsi o denunciare: si facciano i nomi. Una domanda si pone: “ma che non lo sanno?”. Ovvio lo sanno, tutti lo sanno, e quelli che non lo sanno sono doppiamente colpevoli. E allora? “non sarò io certo a cambiare il sistema” ovvero mi adeguo. Tanto vale entrare a far parte del gioco e approfittarne. Chi più chi meno. Chi resiste e chi mette gli sci. Altro che whistleblowing.
Bisogna considerare d’altro canto la sorte di chi al gioco non partecipa e denuncia. Che fine rischi di fare chi denuncia tutti lo sappiamo. E oltretutto ci vogliono le prove. Cosa per cui subirete un vero e proprio interrogatorio se non un processo da parte delle autorità in un atmosfera da tribunale, in un clima di sospetto in cui a voi parrà di essere non il denunciante ma l’imputato. Non sarete per caso un calunniatore? un pentito? un infame che denuncia per una vendetta personale? e più in questo senso che in altri si volgeranno le indagini. Per non parlare delle ingiurie e minacce cui sarete sottoposti dai colleghi e dai loro parenti. Potete anche correre il rischio di essere messi alla berlina dai media e gettai nelle caritatevoli braccia dell’opinione pubblica: “del resto noi che ne sappiamo?”. Non sanno niente, ma non mancano mai comunque di schierarsi. La calunnia è un venticello e la macchina del fango scaverà in tutta la vostra vita e in quella dei familiari e se non troverà nulla vi taccerà di voglia di protagonismo. Vi nascerà dentro una rabbia che vi condurrà alla nevrosi, alla disperazione.
Chi sano di mente può con fragili vele attraversare da solo una tempesta? I migliori, i filosofi, possono solo resistere così come a suo tempo indicato da Borrelli, e per il resto aspettare tempi migliori, ma la massa chinerà la testa e si guarderà bene dal denunciare chicchessia aprofittando di quello che passa il convento. Ben 83 testimoni di giustizia hanno denunciato recentemente di aver avuto la vita sconvolta e di essere stati abbandonati dallo Stato (in verità dal Governo, da questo e dai precedenti). Anni fa lessi su un quotidiano di un imprenditore che stava saltando da una finestra per suicidarsi e fu fermato all’ultimo momento dai carabinieri. Che cosa aveva fatto? Aveva aperto un’impresa al sud e si era rifiutato come richiesto dalla criminalità locale di pagare il pizzo. Da allora ha perso la fabbrica e non ha più rivisto la sua famiglia. Notizie passate in cavalleria più veloci di una meteora. Nessun giornalista che abbia rilevato la gravità di questi fatti per la democrazia nel nostro paese. Eppure non prestare assistenza o peggio attaccare chi denuncia, abbandonarlo così come hanno denunciato all’opinione pubblica i testimoni di giustizia è un comportamento criminoso e criminogeno. Un chiaro messaggio mafioso rivolto a tutti, alla cittadinanza al suo completo, un invito all’omertà e a farsi i cazzi propri. Un perniciosissimo messaggio culturale che abbassa la cultura dell’intero paese.
Quindi se a San Remo sono stati colti in flagrante i “servi”, non basta chiederne il licenziamento, bisogna doverosamente chiedersi chi li ha compromessi e ammaestrati e puntare l’indagine direttamente su chi ha permesso la malvivenza, indagare là dove il marcio ha ben altre dimensioni. Nel sistema del malaffare, nel malaffare come sistema, certi privilegi non solo non sono casuali, ma sono creati ad arte affinché tutti siano coinvolti e complici nel medesimo malaffare. Non è forse così per tutta l’Italia, il bel paese dei furbi? “Si io, ma loro …” si difendeva don Abbondio, vaso di terracotta tra vasi di ferro. Oggi Cantone denuncia che chi è onesto nella pubblica amministrazione non fa carriera. Degnissima persona, ma deve aver soggiornato fino ad oggi nel paese dei balocchi. Vorrei suggerire alla Magistratura di uscire dalle aule dei tribunali e usare la polizia giudiziaria o quanto messo a disposizione per penetrare realtà di cui quello che viene data loro notizia non è altro che la punta di un iceberg tale che tagliata la punta una nuova punta spinta dal basso torna ad affiorare, di indagare con molto più giudizio di quanto si sia fatto in passato. Non si fa il proprio dovere aspettando, ma agendo.
Abbiamo bisogno di molti, moltissimi Serpico (film da meditare e che da noi dovrebbe assumere una valenza formativa). Tanto per comprendere, Serpico dopo aver denunciato il malcostume tra i colleghi poliziotti è dovuto andare a vivere in Svizzera e questo nei civilissimi USA. Bisogna quindi affermare che oltre alla fedeltà pretendiamo l’onestà degli agenti delle forze dell’ordine al servizio dei cittadini, vogliamo scrupolosi servitori dello Stato nel suo ideale di giustizia, in odio alla violenza e alla vendetta. Bolzanetto, il G8, Cucchi, Aldrovandi suonano come altrettanti moniti che spingono nella direzione dell’intimazione dell’intera popolazione a starsene buona. Dietro la democrazia il manganello o peggio è sempre pronto. Fatti gravissimi indegni di qualsiasi democrazia sottaciuti sempre dai governi per non inimicarsi il braccio violento della legge per il quale però ha sempre solo lodi. Chiedo la libertà di potersi esprimere senza timori di lesa maestà nei confronti di istituzioni che depistano, insabbiano, minacciano, abbandonano, deviando pericolosamente dai loro compiti istituzionali e dalle loro responsabilità, soprattutto quando inquisiscono in un’atmosfera di sospetto e diffidenza chi denuncia. Solo la cultura ci salverà.
Dagli amici mi guardi Dio
L’unica cosa che mi sento di imputare a Ignazio Marino è l’ingenuità e bisogna pur dire che l’ingenuità è una grave mancanza in politica. Si deve però considerare che ingenuità e onestà sono cose che vanno spesso a braccetto e che persone che provengono dalla società civile non possono aver esperienza di tutte le trappole che vengono tese loro: dalla cooptazione, alla sorridente menzogna, al tradimento, fino al reato commesso alle spalle a suo nome. L’uomo onesto cerca di blindarsi come può fin dove riesce e cerca di intervenire su quello che gli sembra più importante, intervenire secondo le sue possibilità di spazio e di tempo ovvero l’essenziale, dimenticando a volte di non mettere le dita nel naso, non sospettando che la macchina del fango potrà farlo cadere anche su questo suo gesto. Negli stati Uniti presero Al Capone, il boss mafioso, per evasione fiscale, qui un uomo onesto per una bottiglia da 55 euro. Potremmo dire che non è la cosa in sé ma il modo. “Se mente su questo può mentire anche su altro”, dice di Marino l’avvocatessa del M5S, potenziale candidata sindaco di Roma (Dio ci salvi) all’Annunziata che la intervista in “In 1/2 ora”. Insomma si dubita della sua onestà intellettuale. Potrei rispondere che “non è la cosa in sé, ma la misura”, quel catametron che è la sola verità che una persona “onesta intellettualmente” deve saper valutare.
Rubare una mela è un gesto senz’altro disonesto, ma non è far parte di un’associazione a delinquere di stampo politico. Chi non comprende questo è un individuo socialmente pericoloso. Se poi non si tratta di un individuo, ma di un partito o di un movimento la pericolosità sociale diviene grave o gravissima. Senza avere misura si entra a far parte della macchina del fango, il comportamento più odioso della politica, di quel modo di far politica che si vorrebbe sovvertire. Gli avvoltoi, perché di avvoltoi si tratta, non aspettano che una mossa falsa per divorare il tuo cadavere, è gravissimo entrarne a far parte guardando solo alla propria parte.
Il comportamento del M5S in questo frangente è stato a dir poco odioso. Il che mi getta nello scoramento perché su questo movimento affidavo seriamente la possibilità di un cambiamento. Devo diversamente constatare che la loro mentalità è entrata a far parte di quella disonestà intellettuale che ritiene onesto solo ciò che personalmente ritiene onesto senza riguardo all’onestà degli altri e al loro modo di ritenere onesto ciò che è onesto. Piccole bugie le raccontiamo tutti magari anche a fin di bene, per non mentire mai e mentire a se stessi, bisognerebbe essere santi, per cui l’unica cosa che conta è la misura e la volontà di non giustificarci al fine di migliorarci. Non ho alcun dubbio che ciascuno di noi costelli di piccole menzogne la quotidianità, menzogne che possono anche lasciare il segno ed essere smascherate, ma nel nostro privato ad eccezione di noi non abbiamo potenti nemici e non siamo sotto tiro. Quando invece si assume una carica pubblica i nostri comportamenti sono messi alla berlina e dobbiamo badare a non offrire il fianco. Comprare senatori, corrompere a destra e a manca, farsi un harem privato e quant’altro viene ora messo sullo stesso piano dell’aver mentito alla suocera, viene messo sullo stesso piano da saccenti presuntuosi ragazzini dalla schiena diritta. Persone con indubbi grandi meriti, ma con la sindrome da primo della classe. Vergogna.
Un’altra sindrome, la sindrome Gabanelli (n.b. persona che stimo molto) non ha tuttavia impedito di far fuori Di Pietro, attaccarsi troppo alle regole spesso non fa onore alla giustizia. Non commetterò lo stesso errore. Il movimento 5stelle nel suo percorso ha spesso goduto della mia stima e penso ancora sia una valida alternativa al vecchio potere e al suo modo di far politica, gode in sostanza ancora della mia fiducia. Tuttavia non posso esimermi dall’osservare che in questa circostanza ha preso quella che si chiama una brutta china. Crescete e finite di fare le pulci. Solo la cultura ci salverà.
Narcisismo e amor sui
Ama il prossimo tuo come te stesso secondo il pensiero debole. A proposito del “narcisismo” nell’ultima puntata “Di martedì” Eugenio Scalfari in parziale difesa dello stesso così risponde a Giovanni Floris “un comandamento della Chiesa è ama il prossimo tuo come te stesso … questo significa che devi amare te per il 50% e per il 50% il prossimo … io che ho il privilegio di poter parlare con il Papa gli ho posto questo quesito e lui mi ha risposto: il prossimo di più”. Segue applauso.
Questo il pensiero di uno dei più autorevoli opinionisti del nostro tempo. Una risata sarebbe il commento più appropriato se non fosse che questo è livello di pensiero dei più che a questo applaudono. È necessario premettere che ho molta stima di personaggi come Scalfari che hanno speso la loro vita in difesa della democrazia con un atteggiamento sempre rigoroso, attento e critico verso il potere e la politica, offrendo spesso un giornalismo degno di questo nome. Tuttavia non ritengo che le sue convinzioni profonde ora confessate in tarda età siano dovute all’età. Intendo dire che le convinzioni più profonde, malgrado l’impegno speso nella vita, spesso poggiano frequentemente sulla superficie su fragili o fragilissime opinioni grazie a convinzioni o credenze assunte in giovane età e mai più riviste nel corso della vita. Mi permetto doverosamente di fare alcune osservazioni.
Per cultura e solo per cultura è necessario conoscere che quando chiesero a Cristo quale fosse dei Dieci Comandamenti quello che gli piaceva di più rispose “Nessuno di questi” e citò un passo della Bibbia nel quale è contenuta la famosa frase. Frase peraltro di Cristo e non della Chiesa.
Si osserva quindi per prima cosa che il dettame di Cristo non è uno dei Dieci Comandamenti. L’interpretazione vera di questo suo pensiero pretende un comprensione logica e un percorso spirituale.
A fondo di ogni mio pensiero ho trovato spesso una frase pronunciata da Cristo, si è sempre trattato di una speculazione estremamente complessa che ha seguito un filo logico che alla fine ha incontrato le sue parole.
Proverò ora io ad esprimere che cosa Cristo ha inteso. Compito assai arduo.
Per prima cosa faccio notare che in tutto ciò che Cristo ha detto il “comandamento” spinge verso la positività molto più che verso la negatività. Fare agli altri ciò che vuoi sia fatto a te e tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi, così come giudichi sarai giudicato, sono una buona base per iniziare. Il “comandamento” inizia con “ama” il primo significato è dunque l’amore. Ma qual è il modo giusto di amare? Fare agli altri quello che vuoi sia fatto a te risponde Cristo e non solo non fare agli alti quello che non vuoi sia fatto a te, così come inteso in una logica borghese dall’uomo comune, cosa che risulta limitativa e immiserente nei confronti della prima proposizione. Fare agli altri ciò che vuoi sia fatto a te significa immedesimarsi con l’altro e servire il prossimo con lo stesso impegno che hai per te stesso. Qual è per Cristo l’impegno che hai con te stesso? Amarti. Ben lontano da un’idea narcisista amarsi per Cristo prende il senso della purezza della tua anima. L’unico modo di amarsi è quello di essere puri.
Prendo a prestito la logica platonica per avviare un dialogo.
Platone. Come puoi amarti? Ti amerai se sei una cattiva persona o se sarai una buona?
Non capisco.
P. Ti amerai se sei in pace o in guerra con te stesso?
In pace ovviamente.
Pensi che una persona che mente agli altri e che poi mente anche a se stesso posa essere in pace con se stesso?
Assolutamente no.
P. Quindi una persona che non mente agli altri e neppure a se stesso la chiameremo buona, mentre un’altra che mente agli altri e anche a se stesso cattiva.
Naturalmente.
P. A questo daremo nome di onestà intellettuale. Riprendiamo la domanda “Ti amerai se sei una cattiva persona o se sarai una buona?
Adesso è chiaro. Ovviamente una buona Platone.
P. E una buona persona farà del bene o farà del male al prossimo?
Certo del bene.
P. E se tu sei una cattiva persona potrai fare del bene al prossimo?
Che dici? Assolutamente no.
P. Quindi potrai fare del bene al prossimo solo sei una buona persona ovvero se ti amerai.
Ben detto.
P. E quanto vorrai bene al prossimo?
Di nuovo non capisco.
P. Vorrai più bene essendo meno buono o il contrario?
Il contrario.
P. E cioè?
Vorrò più bene quanto più io sarò buono.
P. In che misura?
Tanto più quanto più.
P. E cioè?
Non capisco.
P. Ma benedetto figliuolo, tanto più quanto più significa in misura diversa o in misura uguale?
In misura uguale.
P. E allora non è evidente che quanto più ami il prossimo più ami te stesso e quanto più sarai buono più amerai il prossimo?
Sicuramente.
P. E in questa visone d’amore “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” non è già ricompresa e superata.
Naturalmente.
P. E ricorda: in virtù di questa uguaglianza tutto ciò che accade agli altri accade anche a noi. Diversi cieli raggiunge in amore la nostra anima e così come giudichi sarai giudicato. La menzogna è la peste dell’anima. L’onestà dello spirito è quella luce interiore che ci conduce alla Verità. Ma di questo discuteremo ancora altrove …
Mi scuso e ringrazio Platone.
Non so a questo punto quanto sia riuscito a farmi intendere, il discorso andrebbe per certo approfondito e non solo per via logica, direi comunque superata una visione percentualistica della questione e anche, mi perdoni, la risposta di Papa Francesco che forse in quel “di più” ha solo voluto indicare a un miscredente una direzione. È probabile infatti che Francesco in quel “di più” abbia voluto aprire la strada a quell’umiltà del servire che caratterizza non solo la nostra religione.
Solo la cultura ci salverà.
Solo la filosofia ci salverà

L’ottima recensione di Massimo Cacciari all’ultimo e pregevole lavoro “Dike” di Emanuele Severino mi rincuora sullo stato della filosofia, oramai ridotta ad ancella della scienza, suscitando in me altrettanta “meraviglia” che mi porta a fare queste brevi considerazioni. Sebbene “eretico, Severino permane cristiano e come tale cerca di far rientrare la filosofia in questo ambito. E non solo nell’ambito del solo Cristo, ma dei problemi teologici che affannano la Chiesa pur dissentendone. La sua metafisica pretende l’eternità del tutto in un disegno divino chiamando diavolo il nichilismo e Dio la fede. La sua affermazione più sconvolgente è che il rimedio all’angoscia del nulla (Heidegger) che colpisce il “mortale””sia il pensiero che tutto è eterno, la cancellazione della fede nella morte: “Qui sta il fondamento necessario dell’errore stesso, consistente nella fede nella mortalità di ciò che è”.
Tutt’altro che banale, qui si vola alto. Si chiami fede o fiducia esistenziale, mostra un agire che pretende una tradizione, una continuazione post mortem. Nel Prometeo incatenato Eschilo fa dire a Prometeo in risposta a Hermes che gli chiede che cosa pensa di aver dato agli uomini rubando il fuoco agli dei “Era sbarrato l’occhio ai mortali all’ora fatale, questa scintilla artefice di molti mestieri e un opaco sperare”.. L’”occhio sbarrato di fronte alla morte” porta con sé il nichilismo mentre questo “opaco sperare” ha il merito di non concludere il discorso con la morte e un agire non solo come voleva Heidegger in funzione della fuga dalla morte, ma un agire che ha a cuore le generazioni future e con esse il Destino. Il discorso di Severino sulla fede nell’eternità di ogni essente in chiara contraddizione con la resurrezione cattolica è sicuramente di ampio respiro e più fedele al dettame di Cristo.
La mia visione è però diversa. Quanto asserito che non mi trova in disaccordo deve però essere inquadrato più estensivamente in una visione più globale che tenga conto dell’apparire delle emergenze che rileggono di volta in volta l’esserci.
Un discorso per cui lo Spirito si disvela sempre diversamente offrendo all’ente che si astrae una maggiore partecipazione. Per Severino gli enti paiono essere manifestazioni di Dio in un disegno predeterminato e immutabile. Ogni categoria è immutabile e immutabili sono le “figure”, l’uomo nell’esserci è sempre lo stesso. Nella mia visone laddove Severino vede una linea io vedo una spirale.
Lo Spirito muore di una morte totale, si “sacrifica” dando alla luce la materia e nella materia progressivamente si “inluia” fino a che con salti ontologici, ma senza soluzione di continuità, l’esserci è sempre differente e partecipa via via maggiormente dello Spirito. Agisce da fuori non come creatore, ma come attrattore lasciando all’essente la possibilità di redimersi. Chiama a sé senza intervenire con la verità, col bello e col buono. Detto altrimenti noi dobbiamo fare la Volontà di Dio, ma Dio può fare solo la nostra volontà.
Del resto però non posso negare che la fysis, la forza della natura naturans, non possa essere quel “meno di niente” (Slavoj Žižek) che nessuna scienza, come dice Severino, potrà mai scoprire. Se si pensa al superamento del principio di non contraddizione possiamo ipotizzare che l’essere sia l’una e l’altra: l’essenza degli enti nel divenire (movimento) e la Divina Essenza (immobilità che attrae). Conciliando in tal modo l’aporia tra essere e divenire. La Fenomenologia Evolutiva dello Spirito è una nuova avventura a cui la filosofia non è ancora pervenuta.
Dobbiamo diffidare degli -ismi.
Nell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.
Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.
Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.
A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.
Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.
Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.
Date a Cesare quel che è di Cesare
Sono stupito dall’insipienza con cui innumerevoli autori trattano il problema della scienza. Si rivolgono perlopiù contro chi “pretende di mettere in discussione ogni singolo elemento della realtà” (Carlo Rovelli) né è in discussione che la scienza sia “la stella polare orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani” (Silvia Bencivelli), Big Science. Giuste tutte le rivendicazioni di contro a qualsiasi spazzatura new age, nonché omeopatia, diete vegane, erbe curative, cure miracolose, rifiuto dei vaccini etc… ignoranza scientifica diffusa, per cui, per esempio, si fa molta fatica a capire che cosa significhi davvero il nesso causa-effetto (Garattini), asserire tuttavia che “Siamo l’insieme delle nostre connessioni, delle nostre architetture neuronali costantemente in trasformazione, o più esattamente dei nostri flussi di informazione. Siamo, insomma, il nostro connettoma” (Alessandro Rossi) o “il tessuto del pensiero che si identifica e coincide con il tessuto della carne” (Sossio Giametta) sono vere e proprie bestemmie contro la ragione.
La scienza “corrobora” ovvero avanza in teorie sempre più validate e spazza via tutte le opinioni che fantasticano laddove la scienza ha già detto, opinioni a cui ci si può riferire solo come ignoranza. Tuttavia Popper ha detto che “Tutto ciò che non è falsificabile non rientra nella scienza” : non ha mai asserito l’inesistenza di verità non scientifiche né tantomeno che solo quello che è asserito dalla scienza è vero. La filosofia non è un’ancella dell’epistemologia ne tantomeno della cibernetica. Quando Einstein si diceva meravigliato che l’universo fosse comprensibile avrebbe potuto con una ulteriore riflessione meravigliarsi di se stesso che lo comprendeva. Questo rivolgersi all’io lo avrebbe avviato al pensiero filosofico.
L’io è un’avventura in fieri. L’io infatti da quando la vita è cominciata su questo infinitesimale pianeta non è mai stata la stessa. Con la vita e solo da allora è apparso un dentro e un fuori, con la vita è nato il soggetto e l’oggetto. L’universo esiste da 13 milardi e mezzo di anni. Ma esisteva per chi? L’esistenza dell’universo bruto prima di allora era senza senso in quanto non esisteva il soggetto per cui esistere. Il soggetto è nato e il soggetto è stato il Senso. Incredibilmente è venuto alla luce quel “chi” per cui è stato dato un senso all’esistenza. Uno spirito in nuce miliardi di anni fa andava accumulando dentro informazioni che venivano dal fuori e quelle informazioni erano tutta la sua realtà. A che scopo? Per esistere, riprodursi e migliorare. Che cosa migliorare? Aumentare in numero e qualità le informazioni ricevute. Non è forse questo “aumentare” la stessa conoscenza?
E dove pervenivano queste informazioni? Ad un centro unico che fondava su di sé lo spirito della conoscenza. L’individuazione che fa di ogni essere esistenziale una creatura capace di soffrire o gioire è l’evento più formidabile dell’universo da quando l’universo è esistito. In questo gioire o soffrire la sua essenza.
Niente del genere era mai esistito. Ogni essere esistenziale è individuato e in quanto individuato possiede una propria recettività e una propria sensibilità. Questo sentire giunge all’unico io che presiede alla coscienza. Dalle tassie, agli istinti, alle passioni, ai sentimenti tempo eterno è di mezzo (la vita nasce 4,4 miliardi di anni fa) con un graduale accrescimento dei gradi di libertà tutti riconducibili alla coscienza di quell’unico io di cui siamo dotati. L’io dunque nel modo di essere o di esserci subisce nell’evoluzione continue trasformazioni che lo portano a diversi gradi di coscienza per nuove realtà che altro non possono essere se non quelle che alla coscienza di ogni singolo giungono.Il modo di esserci quindi è identificato con il grado di coscienza raggiunto e così la sua realtà. Una realtà che da biologica traligna in culturale, una realtà che si appella alla coscienza e alla morale, una realtà che riguarda unicamente il mondo interno venuto in essere e in nulla riguarda il mondo esterno, la materia e l’energia. Né i quanti né i neuroni sono capaci di morale.
Ed ecco allora esistere due verità, una riguardante la materia (il mondo esterno) corpo compreso (cervello) e un altro mondo che riguarda la verità filosofica e la verità morale: l’etica e l’estetica. Gli scienziati si possono esprimere in modo morale, etico o estetico la scienza giammai! L’insussistenza di uno senza l’altro non significa in nulla la sua unicità: si tratta di un due indiviso e indivisibile. Il dualismo non è un opinione, ma un fatto.
L’esserci comporta la sua emozione, la felicità o infelicità dell’esistenza con tutte le infinite sfumature delle passioni e dei sentimenti dalla pulsione istintuale fino all’impulso artistico. A questa felicità è ora più che mai legato il Senso. Un senso in fieri che fonda se stesso in ogni nuova emergenza civile ed umana corroborando come la scienza fa, verità morali e filosofiche di contro al becero relativismo ancora imperante, si tratti di fede o di fiducia esistenziale. L’oceano del Pathos è più grande e inesplorato del mare della Scienza ed è la ragione della nostra esistenza perché della nostra esistenza è il Senso.
Queste “banali” verità rimangono ancora velate da fantasticherie new age e dal neo-oscurantismo illuminista. Non del tutto a torto quindi l’illuminismo vien “bollato come responsabile del dispotismo della ragione strumentale” (Carlo Augusto Aviano sostiene il contrario). Il “connettoma” (Alessandro Rossi) al più si potrebbe dire di un tumore del tessuto connettivo, ma per certo non connette. Solo la cultura ci salverà.
L’€uropa che non c’è
Una massaia, brava donna, mi ha detto“Quando c’era la lira un chilo di fagiolini costava 1500 lire ora ne costa 2700, usciamo dall’euro”. Sic! Chiaramente 2700 lire sono intese 2,7 euro. Che rispondere? Davanti all’ignoranza solo il silenzio. Eppure la buona massaia rientra nella categoria di coloro che provano a ragionare, per gli altri schierarsi senza pensare, la maggioranza, rimane l’attività principale. Un’Europa, che per inciso non esiste, viene sbandierata come l’amico o il possibile nemico, e raccoglie assensi o dissensi sulla base di sì solidi simili ragionamenti. Su solidi fantasmi creati dai media e dagli schieramenti politici, ci si orienta per avere un’opinione. Il percepito prevale sul reale. La disinformazione domina l’essente. Né chi è più informato dimostra per questo di saper ragionare. Dice un amico “quando ragionano è peggio”. Non v’è dubbio. E non solo tra il popolo. Consultare il popolo per una decisione che condiziona il futuro di una nazione senza averlo a fondo informato e solo dopo essere sicuri di essere stati ascoltati e compresi, può essere uno scaricabarile strumentalizzante e persino criminale.
Il referendum greco rischia di veder votare “né” solo grazie alla paura e non certo per adesione ad un pacchetto di cui non sanno nulla e che comprano a scatola chiusa da austeri usurai. Chi voterà “oxi” voterà no per dignità, ma soggetto alla stessa paura.
In un caso o nell’altro il popolo è spacciato. Spremeranno altro sangue a una rapa ormai esangue o l’avventura. In un caso o nell’altro il futuro della Grecia in termini di sofferenza popolare sembra segnato.
Egoisticamente le nazioni europee sperano nella vittoria del “sì”che ridarebbe fiducia ai Mercati, mette tutti al riparo dal vedersi negare il prestito e dal dovere essere il prossimo ad affrontare in prima persona la china. Abbandonando il popolo Greco al suo destino tutte le nazioni si sentirebbero per ora al riparo. Un’Europa politica con un’unica moneta, un’unica fiscalità, un unico contratto di lavoro, un unico welfare etc … è impensabile. L’Europa politicamente non esiste e non esistono più neppure le sovranità nazionali, l’unico dominio è il turbo capitalismo, la congiura di Nessuno, il Mercato. L’Usura.
La Grecia dei 350 miliardi avuti in prestito ha dovuto restituirne 320 in interessi saliti al 18%, in cinque anni. Chiaramente il cittadino che si trova in difficoltà economica quando le banche si rifiutano di dare credito si vede costretto a rivolgersi agli usurai con il ben noto meccanismo che porta a chiedere altri prestiti e ad aumentare l’usura a cascata. Anche gli stati sono soggetti ad usura. L’offerta di maggiori interessi da parte di uno stato è il solo modo per ottenere prestiti e favorisce di conseguenza la speculazione che lo dissangua. Questo meccanismo detto di “libero mercato” soffoca e uccide le economie più deboli che come sotto gli occhi di tutti malgrado le cosidette riforme strutturali continuano ad arrancare e aumentare il debito. Detto in parole povere il nemico non è la Germania o l’inesistente Europa, il nemico è il turbo capitalismo, il capitalismo d’usura, la Finanza che impoverisce l’economia e toglie sovranità agli Stati.
Alla fonte di tutto questo ci sta una questione semplicissima: ha il potere chi controlla il denaro e i suoi flussi. Lasciare il controllo al “libero mercato”, alla congiura di Nessuno, significa rendere schiavi i popoli e continuare ad accrescere le disuguaglianze. Una guerra è ben possibile. Ma non solo al potere sono attribuibili tutte le colpe. Complice del potere sono la paura e l’ignoranza. Paura e ignoranza sono il terreno fertile per i Mercati. Forse abbiamo un problema culturale.
Lunga promessa con l’attender corto / ti farà trïunfar ne l’alto seggio, così Guido da Montefeltro, XXVII Inferno, Dante. Correva l’anno 1300, sette secoli fa. Questa banalità, la lunga promessa che affida il potere a illusionisti, capipopolo, imbonitori, economisti etc … dovrebbe essere accolta dal popolo con un “Buuh, buffone, chi vuoi prendere in giro”. Eppure buffoni con promesse di un milione posti di lavoro, ciarlatani di ogni genere e fazione con il loro “abbassiamo le tasse”, tecnici inamidati del pensiero unico fedeli all’ideologia di Mercato, volpacchiotti in erba con promesse di cambiamento, di riforme, di futuro, hanno fatto e fanno tuttora storia nel nostro paese. Grazie a che? Grazie al pensiero debole e a un basso sentire. Ministri che pensano alla Divina Commedia come ad un improbabile panino hanno dominato per un ventennio la politica e anche la cultura, il che significa che la cultura in seno al popolo, e non solo, di questo paese è arretrata di 700 anni rispetto alla cultura di un uomo vissuto settecento anni fa.
Di contro l’undicesimo comandamento “fatti i fatti tuoi” rimane il più seguito dai tempi di Wilma e la clava. La furbizia vecchia di millenni domina ancora sull’intelligenza nuova venuta, soprattutto in seno al popolo e ancora non si comprende il suo diretto legame con la corruzione. Chi è furbo è ladro. Abbiamo un problema culturale?
Lunga promessa con l’attender corto … assolver non si può chi non si pente… sono cose da insegnare a partire dalle elementari e ripetere nei successivi studi finché ciò che deve essere sia: è il compito principe di una società che si vuole civile di contro a ogni populismo. Avere ragione non significa in nulla ragionare, chi ha ragione, chi è dalla parte della ragione, non è detto che ragioni. L’oppresso può a buon vedere essere peggiore dell’oppressore e se interroghiamo il popolo per trovare nel popolo ragione troveremo solo miseria. Prima della ragione ci deve essere coscienza e autocoscienza. Diversamente quello che troveremo è la verità della miseria. Miseria economica quanto culturale. Temo la regressione più di quanto tema la recessione. La barbarie non viene dalla recessione economica, ma dalla perdita dei valori morali. Il declino può ben cominciare con una crisi, ma il suo senso più profondo è la paura e l’ignoranza che immeschiniscono gli animi.
L’arretratezza culturale di un popolo è indice diretto della democrazia. La cultura di un popolo è la sua democrazia.
Tutti leggono la storia solo da un lato, solo dal lato del potere ritenendo che solo chi è al potere faccia la storia. Questa becera convinzione trascura totalmente l’altro lato, l’antitesi storica che poggia sulla cultura, sulla cultura del popolo. Sono possibili sul lato del potere solo quei regimi che la cultura del popolo permette. Il potere in mano al popolo è la Cultura. Dittature nelle culture tribali e democrazie solo in virtù della cultura popolare. Tirannie, dittature, oligarchie, monarchie, monarchie assolute, monarchie costituzionali, democrazie segnano per livelli differenti il cammino dell’umanità sempre in dipendenza della cultura del popolo. I cambiamenti avvengono solo quando il popolo è pronto e solo la cultrura del popolo segna la civiltà. Le rivoluzioni falliscono e sono inevitabilmente destinate a fallire in diretta dipendenza della cultura del popolo. Un popolo di bestie pretende una dittatura.
Dunque la variabile indipendente non è il potere, ma il popolo e solo il popolo nel grado di cultura raggiunto. E su questa in democrazia si deve agire. Infatti “democrazia” non significa in nulla fare la volontà del popolo, ma fare ciò che è meglio per il popolo e il meglio per il popolo è accrescere la sua cultura perché solo la cultura permette la convivenza tra persone civili. Gli uomini non sono uguali, i popoli non sono uguali. Compete a ciascuno un diverso grado di maturazione nella misura e nel modo. Questa inoppugnabile verità pesi sulla coscienza di ciascuno come un mirabile pregiudizio, pregiudizio cui tutti siamo tenuti e di cui dobbiamo avere coscienza prima che ci colpisca alle spalle. Esistono popoli più civili e popoli più arretrati, non possiamo nascondercelo. Che i popoli più civili sfruttino i popoli più arretrati è un’infamia. La civiltà infatti aborre lo sfruttamento. Questo fa parte delle antinomie in seno al primo mondo. Fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te rimane un precetto morale imprescindibile per il progresso e la civiltà. Ma se l’uguaglianza è l’utopia verso cui mirare è necessario per ora fotografare l’essente per come l’essente si presenta senza alcuna propensione ideologica: l’ignoranza in seno al popolo è il nemico. L’ignoranza va combattuta ovunque in ogni individuo e in ogni popolo. Nego il rispetto di tradizioni che non rispettano l’uomo. Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie.
Quando il “noto” nell’individuo e la “tradizione” nel popolo sono di impedimento alla convivenza civile, vanno combattuti, civilmente combattuti con l’educazione.
Ditemi or per voi se avete fior d’ingegno quanto sia mai stato fatto da parte di chicchessia, governo o opposizioni per agire sulla mentalità del popolo, sulla Cultura. La Cultura non è in nessun programma di nessun partito. Oscenamente di contro si sfrutta l’ignoranza in seno al popolo facendo leva sui suoi sentimenti più bassi per trovare consenso e ottenere il potere. Guerra fra poveri? Ben venga! Divide et impera. Troviamo un capro espiatorio e tutti uniti nella palude stigia. Ciascuno sia lasciato solo. Il pensiero è solo economico, ma solo la cultura ci salverà.
Verità e realtà
Quando una cosa ci appare reale noi la diciamo vera. Vero è ciò che è conforme alla realtà.
Come sempre ciò che ovvio ci appare anche banale. Tra vero e reale pare dunque esserci un identità. Se così fosse i due termini dovrebbero essere interscambiabili ovvero sinonimi. Ma così non è. Di una proposizione noi diciamo che è vera o è falsa, non diciamo che è reale. Di un corpo diciamo che è vero o reale quando cade sotto i sensi. Nel concetto di verità c’è comunque qualcosa che si lega indissolubilmente allo spirito. Solo lo spirito è capace di giudizio. Di tutte le creature di questo mondo per l’uomo e solo per l’uomo una cosa può essere vera. La verità quindi è un esistenziale venuto in essere solo con lo spirito umano. Questo venire in essere significa che ha assunto realtà. La verità è una realtà dello spirito.
Quando affermiamo che “L’universo è esistito da miliardi di anni” intendiamo dire che la realtà dell’universo è da sempre, a prescindere dall’esistenza umana. Tuttavia l’esistenza dell’universo a prescindere da un recipiente è cosa senza senso. Per chi esisteva? Incredibilmente a un certo punto è venuto in essere quel chi per cui esistere. Con differente intendimento possiamo quindi affermare che l’universo è esistito solo da quando esiste la vita, la vita intesa come il recipiente, colei per la quale l’universo ha diritto ad esistere, da quando cioè è esistito un dentro e un fuori, da quando è esistito il soggetto che ha posto l’universo come oggetto, e che nel porre l’universo come oggetto ha donato all’universo il senso, la ragione della sua esistenza.
La verità dell’universo si pone di conseguenza nel suo senso, nel senso che si è venuto a costituire. Un senso in crescita, un senso in fieri che si fonda sull’evoluzione dello spirito, un universo che tanto più è quanto più lo spirito si evolve. Questo processo che allontana lo spirito dalla materia dando vita ad un mondo interiore ha nome di astrazione. Lo spirito si va astraendo dalla materia. Nella sua evoluzione lo spirito fonda viepiù il senso e con il senso arriverà la verità. Il sorgere della coscienza e il sorgere del senso, è il sorgere anche dell’esistenza del tutto, il sorgere della realtà. La realtà di conseguenza si disvela solo alla luce della coscienza e solo alla sua luce può dirsi reale, vera ed esistente. La vita alla sua apparizione ancora non dona senso nel senso che la coscienza dona.
Ora la coscienza dona senso e forma alla realtà e il suo modo di dare un senso è dirla vera. La verità è il ponte tra il mondo reale (esterno) e la coscienza. La verità è ora anche il ponte tra coscienza (realtà interna) e il sé. La realtà con l’avvento della coscienza si differenzia in due ambiti ben separati la realtà fenomenica sensibile (esterna) oggetto della scienza e la realtà metafisica soprasensibile (interna) oggetto della filosofia.
Monismo, materialismo e relativismo sono solo pseudo dottrine che si fondano sull’ideologia, una forzatura intellettuale che distorce la realtà negando la verità.
La realtà che prima era solo materia bruta ora si compone di un’altra realtà, la realtà dello spirito che fonda nella verità il proprio essere. Lo spirito conosce solo per verità. La verità diviene dunque il metodo d’indagine della realtà, non solo di quella esterna della materia ma anche di quella interna dello spirito. La realtà interna dello spirito è in sé e per sé il metodo d’indagine della realtà secondo verità. La verità è dunque lo strumento per la conoscenza e diviene al tempo stesso l’oggetto della conoscenza. La realtà dello spirito è nella sua verità. La realtà dello spirito, per quanto possa essere grande l’universo, è la realtà più vera. Per l’uomo, ovvero per la coscienza più evoluta nell’universo, nulla è più concreto che lo spirito stesso.
Si distinguono di conseguenza una realtà del mondo esterno, una realtà del mondo interno, un mondo in cui l’io pone il non-io e un mondo in cui l’io pone l’io come oggetto.
Ciò che comunemente chiamiamo realtà pone l’oggetto all’esterno della coscienza verso quello che abbiamo davanti, e cerchiamo la concretezza in ciò che soddisfa gli appetiti e i sensi. Non visto lo spirito, ovvero noi nella nostra massima concreta esistente realtà, opera sempre in avanti senza riflettere, chiamando reali le cose davanti. La verità, pur indossata, rimane nascosta per così dire “alle spalle”e verità e realtà si confondono. La fuga verso la vita nasconde l’Io. L’Io è l’abisso più profondo, ne facciamo quotidianamente uso, ma non lo conosciamo. Quando spremo tutto del cervello saremo ancora agli inizi.
Di un oggetto diciamo che è vero intendendo che è reale, e non diciamo che è vero a meno che non ci riferiamo alla sua sussistenza, all’esistenza della cosa in sé nella sua concretezza o autenticità. La verità in quanto concreta realtà dello spirito, implica sempre qualcosa che riguarda il rapporto e il giudizio. Ciò che è è l’ente e l’ess-ente è tutto ciò che è. Sia nella fattispecie della materia che in quella più concreta dello spirito. L’invisibile è più potente del visibile.
Su questo pianeta ad essere non sono solo le cose, ma anche la vita e la vita per l’essere esistenziale Homo è il pensiero e al di là da quello l’emozione che lo sostiene. Quindi qui e ora l’essente comprende sia il mondo fenomenico della materia che il mondo fenomenologico dello spirito. Questi due mondi vivono in uno, ma sono totalmente separati. La distinzione è assoluta. Uno è il mondo esterno e riguarda le cose sensibili, l’altro è il mondo interno e riguarda le cose sovrasensibili. Il nostro corpo beninteso è esterno, rimane quindi chiaro che per mondo interno non può essere inteso neppure il nostro cervello.
Dell’uno mondo si occupa la scienza, dell’altro la metafisica. La metafisica è in essere un’eternità di tempo prima di essere dottrina per la filosofia, esiste nel positum da quando esiste la vita. Ogni vivente porta con se lo spirito. Ogni essere esistenziale vive e sussiste nella dimensione metafisica. Noi e il nostro gatto viviamo in questa dimensione. Sin dall’inizio della vita la cosidetta realtà è divenuta duplice partecipazione di mondo interno e mondo esterno, di spirito e materia, di soggetto e oggetto. Per quanto incorporeo lo spirito vive in uno nella materia, lo spirito è letteralmente in carne e ossa. Per chi può comprendere è il miracolo stesso della transustanziazione che si compie anziché all’istante, in miliardi di anni mediante l’evoluzione. Da allora, dalla nascita della coscienza, allo spirito compete verità così come alla materia competeva la sola realtà.
Ma la verità venuta in essere esprime in sé una nuova fino ad allora sconosciuta realtà: la Realtà dello spirito.
Dunque anche lo spirito è reale e in quanto reale è un ente. Tutti gli enti concreti o astratti che siano, sono reali. Sia lo spirito che la materia godono di realtà. Lo spirito anzi è per così dire molto più reale della materia perché attribuisce alla materia la sua realtà. L’universo era, ma non esisteva prima che ci fosse quel quid per cui esistere. Quel quid si chiama vita. La vita si chiama soggetto che pone l’oggetto, prima del soggetto non esiste neppure l’oggetto, dire oggetto è privo di senso, solo il soggetto porta con sé il senso. La vita dà senso all’essente. Con la vita lo spirito, con lo spirito ancora miliardi di anni di evoluzione e prende senso un esistenziale come la verità, con lo spirito umano la verità che dice vero ciò che è reale. Il reale assume senso e verità con lo spirito. Allo stesso tempo è lo spirito stesso che assume realtà, assume realtà astraendosi dalla materia, in un crescendo evolutivo che fonda sempre più nella cultura la propria essenza. Con ciò è la verità stessa a nutrirsi e a crescere. La verità acquisisce senso e realtà dicendo vere le cose della materia e vere le cose dello spirito.
La verità c’è. Ma la verità non è un ente. Ogni ente sensibile o soprasensibile che sia, è in carne e ossa. La verità non è in carne ed ossa. La verità non possiede realtà sua propria essenza è indissolubilmente legata allo spirito. La sua storia è la storia evolutiva dal singolo all’universale e dall’universale all’assoluto. Sarà raccontata un’altra volta.
La campanella suona per il cambio dell’ora
Stimolato dall’articolo “Per chi suona la campanella” non perdo certo l’occasione per aprire una via per rispondere alle domande che lì vengono poste: qual è il prodotto dell’istruzione? qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla? Io tuttavia le riformulo con: “a che l’istruzione?” Quella “a”, che nella sua proposizione più estensiva e originaria non può che rifarsi alla koiné (termine che viene utilizzato in generale per indicare la versione accettata uniformemente su vasta scala di una lingua in contrapposizione alle varianti locali); in modo altrimenti estensivo, considerato nell’accezione di “parlare la stessa lingua”, esso può essere inteso come “l’intendersi”, e non c’è altro modo di intendersi se non sul bene comune. La koinè dunque rappresenta il bene comune. L’istruzione deve essere intesa come tesa al bene comune. Il bene comune è il bene di tutti e il bene di tutti non tollera varianti locali né tantomeno varianti parziali.
Una visione aziendale della scuola non è solo sbagliata, è una bestemmia, un’eresia, un maledetto imbroglio. Favorisce il pensiero unico nella sola visione economicista del progresso sociale che subordina l’uomo alla Tecnica, al Mercato. Alienazione e reificazione sono alle porte, il degrado culturale è incrementato da pseudo riforme verso cui è doveroso indignarsi. Ma la coscienza anche del corpo docente è bassa e i motivi della loro indignazione sono per lo più fuori bersaglio e spesso anche corporativi. Si chiamano a fare i docenti persone che terminato il corso di studi e vinto un concorso vanno ad insegnare. Vanno a insegnare senza alcuna preparazione all’insegnamento nella presunzione che chi sa sia anche in grado di trasmettere quanto appreso. Si chiamano insegnanti di conseguenza persone la cui capacità all’insegnamento è presunta dalla sola conoscenza della materia. Sono coloro che chiamo i “relata refero”, quello che ho appreso riferisco. Questa presunzione non è solo sbagliata, è demenziale. E si fa questo da sempre perché sempre così è stato e non si sa che altro fare.
Ebbene la conoscenza della materia è solo il primo passo verso l’insegnamento, manca ancora in toto lo spirito. Un principio deve essere chiaro e chiaro a tutti: chi studia non studia per sé, studia per tutti. Studia per il bene comune. Questo principio dovrebbe essere di tutti da sempre. Questo principio dalle elementari all’università è ignorato da tutti, dagli studenti come dai docenti, come dai politici, come dai giornali.
Ciò di cui la società ha bisogno è di una scuola che educhi al servizio di questo principio: si studia per il bene e nell’interesse di tutti. Che dire allora delle scuole private?
Un altro fondamentale principio è che la scuola ha necessità di produrre il maggior numero possibile di gente preparata, cosa per cui: la scuola non serve a selezionare ma ad educare ovvero selezionare quanto meno possibile ed educare quanto più possibile.
Rimane evidente che nell’impegno per il bene comune occorre avviare nei discenti una progressione dello spirito, una progressione in spirito proporzionale all’età. Ogni studente inoltre si differenzia per personalità, carattere ed educazione. Necessita di conseguenza un corpo docente preparato a questo scopo. Pare ovvio che oltre alla laurea ogni insegnante debba ricevere un’adeguata educazione psicologica e filosofica ed sia sottoposto ad un esame clinico volto a valutare possibili disturbi della personalità, debba comunque essere valutato prima di essere inserito nell’insegnamento. Allo scopo personalmente ritengo che per ogni disciplina debba corrispondere un corso di laurea volto specificamente all’insegnamento in modo separato dal normale corso della facoltà.
Molti insegnanti ancora oggi si valutano e auto valutano in base alla sola conoscenza della materia, cosa di per sé lodevole ma assolutamente insufficiente e a volte anche controproducente se la loro volontà non è quella di trasmettere il più possibile quell’amore che per la materia che i docenti dovrebbero nutrire. Amore che si mostra solo nel modo in cui un docente sa motivare. La maggior parte degli insegnati ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalle mie personali esperienze, fa odiare, rende invisa, o perlomeno non fa amare la materia che insegna. Ancora confondono la persona con il ruolo e da ultimo non fanno amare la scuola. Non fanno amare il sapere, non fanno amare la conoscenza; la sapienza mal digerita rimarrà invisa per tutta la vita. In media gli Italiani non leggono neppure un libro all’anno e questo è indubitabilmente merito della scuola. Tanto li ha nauseati e poco motivati che di leggere non ne vogliono più sapere. Studiano tutti solo per sé, per quello che serve e per quello che basta.
Il degrado culturale prodotto dalla scuola durante il berlusconismo nell’abbassamento dei valori culturali è stato devastante e ora con la crisi e la pseudo-riforma di Renzi, rischia di precipitare. Fare amare la scuola è la cosa migliore che un insegnante possa fare. Compito difficile, difficilissimo. Ma fare amare la cultura è e deve essere sempre e con ogni mezzo per ogni magister il fine. La scuola non può essere un ripiego, chi non ha amore per l’insegnamento deve essere cacciato, non deve insegnare. Nessuna materia è arida se si riesce a far comprendere il fine. Il fine è la crescita dello spirito nella prospettiva del bene comune. Quanto siamo lontani da tutto questo?
Corsi di formazione psicologica e filosofica in specifici corsi di laurea per aspiranti docenti, con tanto di esame per la valutazione di idoneità all’insegnamento presso psicologi, filosofi, analisti, psichiatri sono per me imprescindibili per qualsiasi disciplina. Per insegnare non ci si può improvvisare, a insegnare si impara. Questa sarebbe una riforma della scuola! e non chiudere i cancelli dopo che le vacche sono scappate. Dopo, merito e valutazione sono peggio che vuote parole. Come si può pensare di trovare criteri nell’anarchia? Il giudizio sugli insegnati deve essere dato prima, dopo è solo sterile, inutile, controproducente confusione e chiacchiera. E nella confusione come è noto regna il malaffare.
Per realismo: “ma ormai le vacche sono scappate!” Ho capito, ho capito da sempre, ma come invece far capire che le vacche sono scappate da sempre, è che fregandocene di dare sempre e solo risposte al contingente dovemmo invece preoccuparci di costruire recinti. Difficile? Lungo? Certo! Ma se mai si inizia … Altro che “avanti” … è ora di fermarsi, fermarsi e riflettere! Il più considerevole è che ancora non si pensa. Solo la cultura ci salverà.
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Perle di vetro
È necessario dire e pensare che il gioco non consiste nelle regole. Senza regole nessun gioco. Il gioco perfetto non ha regole. Fatte le regole il gioco può cominciare. Il gioco comincia quando le regole sono di tutti. Note a tutti in ugual misura e allo stesso modo. Questo non accade mai. Cambia per lo più.Per lo più è espressione che unisce e divide secondo modo e misura. Bianco e nero non esistono. La purezza è astratta, insussistente. Tanto meno il grigio che rimane solo un concetto nella mente di chi dimora nella caverna. Solo di notte le vacche sono nere. Il gioco è a colori secondo modo e misura. Sempre puntualmente in ogni punto determinato. Ogni determinazione è armonica e ogni determinazione è disarmonica, immutabile nello spazio e mutabile nel tempo. Per sé e per altro da sé. Osceno e bellezza coesistono, sono “la mia rappresentazione”. La realtà è reale la coscienza è vera. La coscienza dice vero ciò che è reale. La natura è reale. Sua la bellezza, mio il giudizio. Senza giudizio nessuna realtà.
Appartiene allo spirito un’espressione che accresce se stessa. Scintilla rubata agli dei artefice di molte arti e molti mestieri. Lo spirito che sale si eleva su diversi piani dell’essere, disvela la bellezza mentre l’opinione grugnisce in cantina. Anela libertà.
Guai a chi trasgredisce le regole. Chi trasgredisce le regole dilegua il gioco. Chi trasgredisce le regole deve essere punito. Senza certezza della pena corre un’epidemia. Non sono solo i malviventi a rovinare il gioco, rovina altresì il gioco chi non sa giocare. Per saper giocare non basta conoscere le regole. Gli uomini in catene vedono solo ombre, non conoscono il gioco. Sono tutti bendati e giocano a mosca cieca. Non ditegli di avere occhi, non vi crederanno e se vi credono ve li strapperanno. Detestano la luce del sole. Un cattivo giocatore non rispetta le regole, vuole vincere e può essere un buon giocatore. Questa aporia separa le regole dal gioco. È pericoloso affidare il gioco agli schiavi. Ecco una cattiva democrazia.
Oltre le leggi altre regole aspettano chi gioca. Fatte uno tutte le leggi, la giustizia è mille. Queste regole parlano di giustizia, coesistenza e verità. Un lunghissimo cammino ci attende. Un abisso separa la giustizia dalla legge. Magistrati che con-fondono legge e giustizia? che confondono la persona e il ruolo? severità e arroganza? obbedienza e responsabilità? … Non sanno né matematica né filosofia, la misura e il modo, non hanno le basi le basi per il giudizio. L’osservanza delle regole è condizione ma non il gioco. Il gioco vuole che i giocatori conoscano le regole. Una cosa sono le regole un’altra cosa è il gioco; il termine fisso e il movimento. Chi si muoverà meglio? Chi vince o chi migliora il gioco? La canaglia ama chi vince. Tiene i cani a ringhiare in cantina.
La singolarità di ciascuno gioca nella confusione la propria partita morale. Il senno, accidentale, si perde nella chiacchiera. Tutti vogliono dire. Tutti ne hanno diritto. Tutti liberi di esprimere tutto. Vomitano bile dalle periferie e la chiamano opinione. Il peggio monta in cattedra il peggio è popolare. Anche molto popolare. Dite il peggio e vi ameranno. Chiameranno poi il vomito della plebe Democrazia.
La plebe non è popolo. Per essere popolo ci vuole cultura. Giustizia, verità, amore.
Le leggi sono lontane, o sopra la testa di chi è in catene o a tenere in catene chi vuole la luce. Il gioco perfetto non ha regole. Chi è in basso nella legge vede solo catene. Chiama libertà il proprio desiderio, la propria edificazione. Non capisce giustizia, non comprende morale. Tra etica e morale non conosce distinzione. Il per sé chiude l’intero arco della sua esistenza. Vede solo ombre e non sa di essere legato. Fugge sempre davanti a sé. Fugge nella realtà. Verso il lavoro, il fare. Il giogo anche quando si volta, gli sta sempre alle spalle. Per liberarsi dal giogo gli stoici hanno coltivato per sé lo spirito puro, uno spirito libero sul trono e in catene. Ma anche nell’ermo non gli è stato possibile non giocare.
È necessario dire e pensare che il gioco non è le sue regole. Per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire le regole sono lontane, sono ormai da sempre sue. Pennelli sapienti, scontati e logori in mano all’artista. Nuove discipline appassionano lo spirito.
La tela ora cerca giustizia, cerca armonia. Cerca l’abbandono, “la mia rappresentazione” di verdi pascoli in cielo. Il cielo di tutti, indeterminatezza dell’essere. A questo l’artista è chiamato. L’armonia delle genti. Il coro dell’essere in cielo. Respiro di anime in cieli di alta montagna. Anche la giustizia e l’affanno sono dimenticati. La misericordia per sé non mai soggiace
a costrizione; essa scende dal cielo
come rugiada gentile sulla terra
due volte benedetta:
perché benefica chi la riceve
come chi la dispensa. Ora è chiaro che anche la giustizia deve obbedire alla morale così come l’artista all’estasi.
Come si chiama il gioco? Il gioco si chiama libertà dello spirito. Lo spirito va verso il sole, nell’ascesi pretende libertà. Lo spirito che non va verso il sole mette gli altri in catene. Chi è scettico rimanga in catene, in quelle catene che da sé si è procurato. Assoluta inquietudine, chiacchiera di ragazzi ostinati, coscienza infelice, vuota e priva di appagamento nel presente. Perennemente distratto dalla vita nella fuga da e verso la realtà. Tutto accade nella singolarità, nella solitudine e nella confusione.
La regola fondamentale essenza stessa del gioco è che si gioca assieme. Questo fatto l’assieme segna il tempo con il senso. È l’assieme a dare la direzione e ad alimentare la morale. L’assieme è l’essenza stessa della morale. Contro chi ci si batte? Contro la paura, la sofferenza, e la morte. Libertà dello spirito contro paura, sofferenza e la morte. Per non morire soli bisogna esserci stati. Questo esserci stati dimensiona lo spirito nella sua gloria.
Dov’è ormai la legge? Dove sono le regole? Sono per questo meno necessarie? L’assieme dà la direzione. Pensiamo dunque alle leggi, stabiliamo pure le regole. È indispensabile e doveroso. Le leggi sono i minima moralia; il gioco che si gioca altrove dimora nella giustizia nella morale e nell’amore, altissimo e impronunciabile dio. E dunque e sempre oltre la giustizia, oltre alla morale, è all’amore che le leggi, queste piccole operose formiche, si devono ispirare. Leggi, giustizia, morale e amore distano tra loro abissi cosi come stanno tra loro pianeti, sistemi solari e galassie. E tutto fa parte del gioco. Come posso parlare a chi mi parla di leggi senza conoscere i piani soprastanti, senza conoscere il gioco? La potenza: essere per riprodursi, riprodursi per migliorare, segna la vita. Gli uomini hanno un modo gli dei ne hanno un altro. Sarà il coraggio o l’amore la mazza a vincere la morte? Solo la cultura ci salverà.
Per un mondo di padroni senza schiavi
Renzi e tutta la destra inseguono una politica liberista, sono la stragrande maggioranza. Questo è un fatto. Inoltre il pensiero unico economico, la metafisica della tecnica, il turbocapitalismo, il Mercato vanno ben al di là dei confini nazionali. Secondo cliché già sperimentati e controproducenti, ancora una volta l’opposizione combatte Renzi non le sue non-idee. Sul piano filosofico-esistenziale nessuna idea, da parte di nessuno. Mi dà la nausea che anche all’opposizione il pensiero unico domini l’intera partita, che il pensiero sia da sempre, sempre e solo economico. Nessuno spazio per la cultura considerata ancora oggi dalla sinistra, nel vetero intendimento pseudo-marxista, una sovrastruttura. Eppure dovrebbe essere chiaro che un servo vive nella paura.
Gli schiavi hanno vissuto nella paura un’intera esistenza, nella paura assoluta, nella paura quotidiana di perdere la vita. Lo schiavo ha dovuto dimorare in ogni istante della propria esistenza con questa minaccia sempre presente; pericolo che ora si avvicina ora si allontana in funzione del servizio reso al signore. Paura della morte e servizio si legano indissolubilmente. Lo schiavo vive solo se serve. In considerazione di ciò bisogna riflettere che il modo migliore per allontanare la paura è servire, servire diminuisce la paura. Un altro è non pensarci. Lo schiavo deve inoltre nascondersi, nascondersi più che può, il pericolo viene da Cesare e più ci si avvicina a Cesare più aumenta la paura.
Servizio, non pensiero e lontananza. Tutto avviene secondo misura. Come possiamo noi immaginarci un’intera vita vissuta nell’angoscia, nell’ansia, nel terrore? intender non lo può chi non lo prova. Ma anche se questa esperienza, per nostra fortuna, ci è negata non ci è negata la possibilità di rappresentarla. Lo spirito si approfondisce nella conoscenza solo se sperimenta la sofferenza. La propria come quella degli altri. Senza questa conoscenza che riguarda tutti nel passato come nel presente manca infatti la Memoria. La memoria, il ri-cordare, il riportare al cuore e ritenere l’immagine nel ricordo, segna lo spessore della nostra persona o la nostra superficialità, da ultimo la memoria siamo noi. Senza memoria le parole restano parole e l’esistenza galleggia irrisolta nella mediocrità in perenne fuga verso la realtà, un contingente sempre più stretto che può arrivare a soffocarci nel qui e ora. Per gli stolti schiavo sarà sempre solo un nome su un libro, un libro di quella storia stolta che stolti insegnanti hanno dato da leggere senza la capacità di far rivivere quello Spirito in carne e ossa che è il vero spirito della storia.
Il civilissimo Cesare, modello di grandezza per tutti i poveri di spirito, faceva tagliare la testa allo schiavo che gli aveva fatto cadere un vaso. Questo non ve lo hanno mai insegnato. Il Signore ha coscienza solo per sé e la sua mira è il godimento, ma il Signore non ha rapporto con le cose e per questo gli servono servi, servi che con una coscienza da servi, servono l’unico “fare”: il fare del Signore. Signori e Servi sono tutti “uomini del fare”. Sulla paura si è fondata la storia.
Millenni di anni di schiavitù, poi il passaggio alla condizione del servo, con le sue varianti nobili del cavaliere nell’occidente europeo e del samurai in Giappone, infine queste parole “gli uomini nascono liberi”. Queste parole sanciscono un diritto che stravolge i rapporti umani e con questo anche l’economia. La morte, la paura assoluta, cessa di essere ricatto. Passato il tempo degli schiavi e la forza del ricatto diminuisce, oggettivamente diminuisce, diminuisce in virtù di un principio umanitario che cambia le relazioni e i rapporti di forza. La ricattabilità diminuisce ma non scompare, diminuisce secondo misura. Nuove forme di ricatto prendono atto. Nel mondo civile non esistono più gli schiavi, la pena per la disobbedienza non è più la morte, oggi il ricatto si chiama “futuro”. Oggi il ricatto è il lavoro. Oggi il Mercato è il Signore, il Signore per poter imporre il servizio tiene in ostaggio il futuro. Il lavoro è lo strumento di ricatto: arbeit macht frei. L’unico baluardo sono i diritti.
Tutti d’accordo sulla “la centralità del lavoro. Lavoro inteso come elaborazione da parte del Sevo e come ricatto da parte del Signore. Meno diritti significa infatti più paura, più ricattabilità. Per questo quelle del Mercato devono essere chiamate Leggi. Le Leggi del Mercato tolgono di necessità i diritti. Più paura più servizio. È sulla paura che si fonda lo sfruttamento.
Oggi i giovani vivono nella precarietà, che non è solo precarietà del lavoro ma preoccupazione per la propria intera esistenza, è la vita stessa ad essere messa in discussione, a essere precaria. Vivono nella paura di non trovare lavoro, di perdere il lavoro, di non avere futuro. La precarietà, l’ insicurezza sono condizione di vita. Sono lasciati soli. L’essere lasciati soli aumenta l’insicurezza e la paura e con la paura aumenta la ricattabilità. Gli hanno sottratto il futuro e sottrarre il futuro significa rimetterli nella paura. Il malessere si diffonde.
La minaccia viene dal futuro, viene da lontano e la difesa è il non-pensiero. I giovani fuggono nel contingente e cercano di non pensare a ciò cui non sanno trovare soluzione, scusati in se stessi dalla non responsabilità per le colpe dei padri: i giovani pensano che non avere colpe li assolva. Trovano la soluzione in una coscienza da servo, hanno una sola soluzione “non pensarci” e servire, fuggire nel contingente in maniera sempre più miope e ristretta: io speriamo che me la cavo. Questa la regressione favorita da vent’anni di berlusconismo che continua aggravata dalla crisi da un giovinastro.
Il ricatto sul lavoro fondato sulla paura del futuro è alla base dell’ideologia liberista, del Mercato che trova nella paura e nel ricatto il suo odioso fondamento. I Monti non comprendono questo dire, la loro insipienza è grande più della loro ricchezza e l’una e l’altra preservano lor signorie da ogni preoccupazione filosofico-esistenziale, una materia di cui ignorano l’esistenza. Il problema è che la Cultura è sconosciuta a tutti. Tutti ignorano che a fondamento di ogni economia ci sia il Diritto. Le sinistre anziché fare cultura si sono preoccupate solo di dire no dove il mercato diceva sì, senza mai uscire dal discorso unico. La centralità è l’uomo non il lavoro. Il lavoro non può essere un ricatto e l’uomo non deve più vivere nella paura.
La ricattabilità è categoria dell’essere da sempre esistita, dal ricatto naturale per la sopravvivenza al ricatto del Signore nella storia. Dobbiamo liberarci da questa odiosa fattispecie. Dobbiamo liberarci dalla paura. Sarà chinare la testa la soluzione?
Una coscienza da Servo libera l’anima di molti dalla paura, ma offende la dignità di tutti.
Solo la cultura ci salverà.
Il Mercato rende liberi
Il Mercato, questa metafisica della Tecnica, questa congiura di Nessuno, domina attualmente il pianeta. E quali sono gli effetti del Mercato? Banalissimo: diminuire le retribuzioni, togliere i diritti, aumentare le disuguaglianze, inquinare e desertificare il pianeta. Non si tratta di un’opinione, tutto questo è sotto gli occhi di tutti. In questa direzione si stanno muovendo tutti gli Stati, compreso il nostro con un leader che ha come parola d’ordine “noi andiamo avanti!” . Avanti !? Mentre ci si arrovella se respingere o accogliere i migranti l’esplosione demografica in Africa, dimenticando per altro quella in India e in altre parti del mondo, ridicolizzerà qualsiasi proposta. Troverà come già trova, tutti impreparati. Per ora si volta la testa e con la testa sotto la sabbia si aspettano gli eventi. Io speriamo che me la cavo… del diman non c’è certezza. La memoria si riduce e lo sguardo si fa miope, si cerca il contingente. Le risorse energetiche e quelle agricole tendono a diminuire (esaurimento fossili, equilibri forestali e idrici compromessi, uso massivo dei fertilizzanti). Oggi il 12% della popolazione mondiale è denutrita (850 milioni di abitanti con meno di 2000 Kcal) ed è in aumento nonostante la razione media per ogni abitante della terra sia oggi, a meno del forte squilibrio distributivo esistente tra i paesi, adeguata ai bisogni biologici (2700 Kcal). Le risorse in generale, dunque, non tarderanno a mancare e la grande livella si farà sentire sempre più.
Se ad un formicaio forniamo più cibo il formicaio aumenterà. Questo che ha prima vista può sembrare un bene deve però porci diversi interrogativi. Se guardiamo al tutto dal punto di vista del singolo dobbiamo chiederci quale sarà la sua qualità della vita. L’aumento di risorse per il formicaio non è necessariamente un aumento di risorse per il singolo, anzi. Poiché le risorse aumentano in ragione aritmetica e la popolazione in ragione geometrica, l’aumento delle risorse in relazione all’aumento demografico potrebbe significare meno cibo per ciascuno. Il sovraffollamento di fatto provoca anche un aumento non solo della competitività, portando il singolo a lavorare sempre di più, ma anche della conflittualità ovvero a una maggiore litigiosità, a rivoluzioni, a guerre. La mortalità assoluta ovviamente aumenterebbe, più sono i vivi più sono i morti. I superflui, coloro che non lavorano o sono ammalati destinati a venir abbandonati.
Le nascite si possono controllare solo in due modi, o secondo coscienza o per selezione naturale, dove per selezione naturale si debbono intendere anche le guerre e gli olocausti, perché di ritorno ai crudi metodi della natura si tratta. In questa prospettiva assolutamente reale pare chiaro che si debba per tempo arrivare con la cultura a un controllo delle nascite, imposta dai governi o per coscienza dei popoli. L’autolimitazione delle nascite insegue la civiltà. Il Mercato, il pensiero unico economico, il treno in corsa, la congiura di nessuno, in combutta con gli egoismi nazionali corre in soccorso dei nuovi padroni della terra nei loro progetti di sfruttamento degli uomini e desertificazione del pianeta.
Lavorare di più, con meno diritti, con maggior ricattabilità, con paghe più basse e minor assistenza è il Nuovo Ordine Mondiale a cui ci vogliono preparare umiliando la dignità di una vita che per l’unica vita che ci è data, valga la pena di essere vissuta. La propaganda è già da tempo in atto. Per poter accettare tutto questo in Italia occorreva che a imporlo fosse una sinistra: dagli amici mi guardi Dio. Coloro che votano per l’eliminazione dei diritti e con ciò dello Stato di Diritto sono coloro che aiutano i deserti a crescere: “guai a chi aiuta i deserti a crescere”, ci ammoniva Nietzsche. Occorre un nuovo umanesimo dove per nuovo si intenda non la ripresa del vecchio, ma il suo superamento. Solo la Cultura ci salverà
Verso la barbarie
Una sentenza deve tener conto del solo diritto e certo non può né deve tenere conto della possibile solvenza del soccombente. Questo principio fonda il diritto nelle cause civili.
A questo principio si richiama anche la Corte Costituzionale e le sentenze emesse dalla Consulta. Ieri alla trasmissione Piazzapulita un ex montiano passato al PD, quello stesso Andrea Romano che il 21 ottobre 14 dichiarava “Io traditore? No, è Renzi che ha fatto propri i valori di Scelta Civica”, ha questa volta dichiarato ingiusta la sentenza della Consulta sulla “legge Fornero” non avvedendosi che questa vera e propria bestemmia mette tutti nella possibilità di giudicare le sentenze anche quando divenute definitive. Tanto più grave la dichiarazione in quanto da un lato il giudizio è stato pronunciato dal massimo organo legislativo, la Corte Costituzionale, che ha il compito di accertare l’illegittimità o meno delle scelte operate dal legislatore ordinario, il Parlamento, dall’altro in quanto ad esternarla è stato un parlamentare (professore di storia, sic!) che rappresenta le Istituzioni e che certamente si dichiara per la legalità.
Non uno dei presenti, il conduttore Corrado Formigli in testa, uno che di politica e non solo poco intende, ha rilevato l’enormità della cosa. Enrico Mentana muto.
Non contento Romano della sua esternazione ha criticato la Corte Costituzionale “per il vizietto di difendere i diritti acquisiti”. Anche qui da parte di nessuno nessun commento.
Insomma si mette in discussione il diritto, i suoi principi e la Corte Costituzionale e nessuno fa una piega. Pare chiaro, ma pare chiaro a pochi e sempre meno, che una sentenza vada rispettata e che la possibilità di rispettarla in sede economica sia altra cosa. Le due cose vanno tenute assolutamente distinte o lo Stato anziché Stato di Diritto rapidamente degenera nello Stato delle banane.
Il soccombente in questo caso è lo Stato, quello Stato che per primo deve difendere il diritto e la Costituzione. Ça va sans dire. Ma lo Stato non ha Cassa.
Ne prendiamo atto, i 18 miliardi per assolvere la sentenza non ci sono. Ma questa insolvenza pur giustificata del debitore non ha alcun diritto di dire la promulga della Corte ingiusta. Non si tratta di un’opinione, ma di ciò che fonda lo Stato nel suo diritto per essere uno Stato di Diritto, lo Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, insieme alla garanzia dello stato sociale.
Razionalizzare le scarse risorse distribuendo il possibile tra gli aventi diritto può sembrare operazione corretta, ma lo è solo se la restituzione, perché di restituzione si tratta, è congrua ed equitativa, congrua ed equitativa tra gli aventi diritto senza tirare in ballo altre questioni.
Indubbiamente il Governo e non lo Stato, ha urgenze maggiori che la restituzione del maltolto, perché di maltolto si tratta, ma non si può accettare il principio che non si assolve a un debito perché se ne ha un altro senza violare un altro principio del diritto. Qui non si tratta di distribuire risorse, ma di restituire il maltolto. E il maltolto viene ora restituito da Renzi sotto il nome di “Bonus” secondo la tecnica comunicativa nella misura di un nono (11%) del dovuto pensando di adeguare le pensioni a partire dal 2016.
Orbene il blocco è partito dal 2011 quindi mi aspetto gli arretrati a far data dal 2011 fino al 2015 e che dal 2016 si tenga conto di tutti gli scatti maturati negli anni precedenti. Credete che questo si farà? Ma Renzi chiama la restituzione del maltolto “Bonus” in analogia ad elargizioni fatte dal governo” affinché il grande comunicatore possa abbindolare i minus abens e tutti sono felici di intascare 500 euro non si sa ancora se lordi o netti.
Altra questione: contributivo e retributivo. Tutti ritengono giusto che le pensioni vengano pagate in base ai contributi versati e ritengono quindi ingiusto che le stesse vengano pagate in base a criteri retributivi. Personalmente invece ritengo che le pensioni debbano essere ricevute in un modo congruo in base agli anni lavorati e alla professione svolta in modo da assicurare a tutti una dignitosa vecchiaia, in modo del tutto indipendente dal nome dato al sistema.
La trappola del contributivo sta nel fatto che tardando i giovani a ottenere un contratto di lavoro e il posto fisso, il sistema contributivo non sarà mai in grado di permettere a tutti di ottenere una pensione dignitosa. Senza casa, senza liquidazione, e con pensioni da fame: ecco il futuro. Come sempre si mette giovani contro anziani chiamandolo “patto generazionale”, ma non ho sentito ancora nessuno dire che dal tempo della crisi i nonni aiutano le famiglie con la loro pensione e che i giovani usufruiscono di questo aiuto.
Milioni di disoccupati, ma chi pensate li mantengano? Come pensate si mantengano?
Papà, mamma e nonni. Sono sempre di più i nonni che aiutano le famiglie. L’Italia sta inesorabilmente ipotecando i propri risparmi.
Un candidato alle regionali della Campania, militante di estrema destra ha dichiarato che la sua lista è collegata al PD perché Renzi fa una politica di destra. Vedere per credere.
Caro Renzi a furia di far propri i valori della destra hai ottenuto il 40%, se ottieni anche il consenso della camorra chi ti ferma più. La piega autoritaria del tuo governo striscia in ogni tuo agire e in quello dei tuoi luogo-tenenti, ma grande comunicatore non temere … i polli e le volpi in Italia non si contano. Tira dritto e avanti. Sono una civetta non un gufo.
Rosa Luxemburg ci aveva ammonito: socialismo o barbarie. Solo la cultura ci salverà.
La lista di Schindler sentiero interrotto?
Quello che so è che il futuro ci coglie ancora impreparati. Gli uomini non sono ancora uguali e neppure fratelli e non lo sono proprio perché si ritengono diversi. Ora per territorio, ora per religione, ora per etnia, ora per razza, ora per genere ciascuno difende il proprio sempre come migliore e chiamano questo la tradizione: bisogna rispettare le tradizioni. L’Uguaglianza nella diversità ha portato parole come la tolleranza e il rispetto, termine quest’ultimo ancora malinteso e mal digerito anche nelle civiltà più avanzate, ma sulla diritta via ci separano secoli fuori e dentro ogni civiltà. Lungo è il cammino. Bisogna rispettare i tempi di maturazione non le tradizioni. Non c’è equipollenza nei tragitti percorsi e per ogni dove un diverso esserci, una diversa emozione del mondo. Nulla è più stonato di questa intonatura: il volk. Per questo mito, per l’appartenenza, si sono combattute fin qui tutte le guerre.
È la paura di perdere la propria identità che impedisce all’uomo di gettarsi oltre se stesso. La paura stessa della morte, paura per la quale si è disposti anche a morire.
La redenzione dalla vendetta ha appena preso piede sulla terra, la giustizia è una fanciulla che dimora tra noi solo da duemilacinquecento anni, mentre un’aggressività vecchia di decine di migliaia di anni e mai sopita si agita ancora nella barbarie, tanto più quanto più sono grandi le condizioni di arretratezza culturale. La saggezza non prevale ancora sull’astuzia, né i sentimenti sugli istinti. “Disegnate una linea per terra e quelli che stanno a sinistra dopo poco litigheranno con quelli che stanno a destra” (Nietzsche).
Il cammino che porta dagli istinti ai sentimenti passa su diversi ponti, su ognuno dei quali l’uomo ha dovuto gettarsi oltre se stesso già diverse volte in passato, ponti che molte culture e molti uomini non hanno ancora attraversato. L’uomo delle caverne è ancora tra noi diversamente distribuito nelle diverse, perché diverse e dobbiamo prenderne atto, civiltà. Finché non si sarà in grado di prendere in mano le redini della storia, il polemos, padre e re di tutte le cose, siederà ancora saldamente sul trono: il pensiero più da considerare e che ancora non si pensa. Ancora un’accoglienza non è possibile. Quando la bomba demografica si unirà alla metafisica dei mercati, e già sta accadendo, focolai di guerra coinvolgeranno l’intero pianeta in una guerra globale di tutti contro tutti.
La nobiltà dell’anima di Schindler, l’uomo che si è gettato oltre se stesso, è un modello senz’altro da seguire, ma al tempo stesso un’utopia avvenire.
Dice Socrate “se fosse per Socrate gettatelo alle ortiche è la Verità che io difendo”. Quel passaggio di civiltà che tu giustamente auspichi pretende quella Verità per una metafisica dell’Essere in cui l’uomo responsabilmente si prende cura dell’Essere. Tempo eterno è di mezzo. Ora è il dominio di Nessuno. La globalizzazione non ha rispettato i tempi, né con le merci, né con gli uomini. Non era ancora possibile un libero scambio e questo ci coglie impreparati. Impreparati sia ad accogliere che a respingere, stante che l’unico rimedio essenziale è la Cultura e che il pensiero unico economico, la tèchne metafisica del pensiero, resta l’unica cultura dominante del pianeta. Scelte tragiche ci attendono.
La voce nel deserto
“Il deserto cresce, guai a colui che favorisce i deserti!” così Nietzsche nel suo Zarathustra. Il deserto è la peggiore delle catastrofi, peggiore della distruzione, perché dove si fa deserto non crescerà più l’erba. Con il dominio dello spettacolo la modalità del pensiero debole ha da lungo tempo preso il sopravvento. Rappresentazioni sterili che inavvertitamente ciascuno porta dentro di sé, ciascuno facendosi portavoce della chiacchiera. I significanti abbandonano i significati e con essi la memoria. Un destino che coinvolge la terra intera fin nel suo angolo più remoto. Nel deserto che cresce, cresce la quiete, ogni pensiero si sforza di restare nell’ambito che gli è assegnato soltanto per poter meglio tacere. Nella crescente aridità le lumache si ritirano nel guscio e i pesci nel fango. Un fare miope e spicciolo vive costantemente nell’urgenza e nell’impreparazione. Affanno e paura i nemici da esorcizzare. Tutto scorre sulla superficie, insostenibile leggerezza dell’essere: cultura è di-vertimento, anche la politica spettacolo. Sempre più cattivo.
Sempre nuovi strumenti sorgono dalla tecnica e l’uomo attuale non è preparato alla loro amministrazione, per un simile governo. Il loro sorgere è inquietante. Pone nuovi interrogativi. Da un lato la minaccia atomica, dall’altro l’uomo viene colto fin nella sua biologia. Il Senso diversamente si sottrae, non si lascia cogliere nelle circostanze: uno sguardo miope vaga attraverso la constatazione dei “fatti”. Chiamano “fatti” l’apparire del sole. Non sanno che è solo un’illusione. Non sanno quello che nel suo apparire fa essere presente ciò che è presente. Ancora non capiscono Senso. Il “sano” intelletto rimane modellato su un unico binario in una determinata concezione: il progresso tecnologico come universale panacea, come variabile indipendente da qualsiasi morale. Si chiede alla scienza una risposta che la scienza non potrà mai dare. Questo sano intelletto non è predisposto a nessuna problematica che interessi realmente il pianeta, a ottenere un senso, il pensiero rimane agnostico e indeterminato in attesa sprovveduta della provvidenza. Ogni imprevisto ci trova impreparati.
C’è il pericolo che il pensiero dell’uomo attuale intorno alle decisioni future sia troppo limitato e che quindi cerchi soluzioni laddove non ce ne potranno mai essere. Si vive in un mondo irresponsabile e questo viene chiamato libertà. Ancora non si pensa. I fatti ancora non parlano. Animalità e razionalità sono separati da un abisso, si contrappongono. Ancora troppo pesantemente vive dentro di noi la lupa carca di tutte brame. Questa divisione impedisce all’uomo di essere unito nella sua essenza e conseguentemente libero. Una libertà vissuta lontana dagli istinti nel cielo olimpico dei sentimenti è ancora da venire. Una libertà che appartiene solo al cammino del pensiero di contro all’odore stantio dell’uomo tradizionale che cementifica la chiacchiera e così facendo si offre inavvertitamente come maiale al sacrificio. Al servizio del popolo sempre, giammai suoi servitori.
Il semplicemente quantitativo non prevede salti di qualità. Eppure l’uomo deve gettare i semi oltre se stesso e abbandonare il pensiero unico: il Mercato. Il Mercato è la tècne ideologica che condiziona ogni pensato. Recita: “Bisogna fare i conti” e questo “contare” respira gelido “fin nell’angolo più remoto”. Squassa le viscere. Toglie i respiro. Sono gli uomini grigi che fumano in continuazione e ci intossicano l’aria. I servi del Mercato sono su tutti gli schermi a di-vertire, a fare spettacolo. Burattini della congiura di Nessuno.
Solo la cultura ci salverà.
Prima la giustizia, poi l’economia
Nella recente puntata “diMartedì” ha accettato l’invito da “Giova” uno dei personaggi più discussi del passato Governo Monti, Elsa Maria Fornero, docente universitaria, esperta di macroeconomia ha ricoperto la carica di Ministro del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, ma nota a tutti per la legge che porta il suo nome la “Legge Fornero”. Questa legge riguardante il sistema pensionistico ha rivoluzionato la vita di tutti. Le motivazioni sono presto dette: a causa dell’allungamento della vita è stato necessario posticipare il pensionamento, esisteva inoltre un buco di bilancio che rischiava di fare cadere in default l’intero Paese. Era necessario inoltre che le misure prese fossero strutturali ovvero permanenti. I parametri sono oggettivi e il target chiarissimo. La professoressa esperta di macro economia si è messa all’opera raggiungendo tutti gli obiettivi e salvando così l’Italia. L’Italia, ma non gli italiani che si vedevano scippato il proprio futuro. Gli esodati sono ancora oggi considerati un incidente, un imprevisto inciampo cui è possibile rimediare se se ne conoscono i numeri. Modifiche in tal senso dice in trasmissione la Fornero sono possibili e propone per questi diseredati, sempre che si trovino le risorse e se ne conoscano i numeri, un reddito di cittadinanza. Bontà sua.
Prima la giustizia. È bene riflettere e riflettere a fondo su che cos’è diventato un “economista”. Un economista è un individuo che fa quadrare i conti, un professionista che agisce in un unico ambito, quello economico, per necessità economica ovvero a prescindere da ciò che è giusto o che non è giusto. L’economista è uno che “conta”, uno per cui “contare” è il pensiero unico e conta i numeri senza pensare che ad ogni numero corrisponde la vita di una persona, il suo personale destino. Lo fa non per insensibilità, ma perché ritiene che questi siano “i fatti” e i soli fatti siano solo quelli economici; ritiene cioè che la sola cosa che conti sia l’economia e che salvando l’economia si salvino anche le persone. Scelte tragiche dunque, inevitabili sacrifici. Dice l’economista “così stanno le cose”. Disposta al martirio, con la schiena diritta e severità dovuta al ruolo, pur sapendosi in futuro invisa, accetta di fare “il lavoro sporco”, che sporco in verità non sarebbe, se non fosse che altri pavidi politici non lo vogliono fare temendo per la loro carriera. L’eroina non ha ambizioni politiche e agisce impavida nel superiore interesse della Nazione. Occasionalmente benestante . Gli economisti nel loro pensiero unico si adoperano persino nei limiti delle possibilità economiche del Paese a fare giustizia cercando quanto più possibile a non discriminare tra la popolazione colpita.
Eh no cara Fornero, prima la giustizia. Prima la giustizia … poi l’economia. Ciò non significa, come a te piacerebbe intendere, illudere di poter dare ciò che non si può dare, ma di contenere ciò che è possibile dare all’interno della giustizia. La giustizia deve essere il contenitore. Non ti sei accorta né di chi andavi a colpire e del modo in cui andavi a colpire? Andavi a colpire diritti acquisiti delle fasce più deboli della popolazione non interessandoti, era tuo dovere ma non ne eri stata comandata, di togliere i diritti acquisiti ai più forti. Pochi soldi, dirai tu: la balla più grossa. È solo questione di misura.
Un esperimento sull’elasticità della mente nella misura. Prendete un elastico (giallo, naturalmente) e fissate un estremità, fate un segno con la matita e poi fatene un altro. Questo semplice espediente vi darà misura della giustizia. Se un segno, il più lontano dal vincolo, indicherà la lunghezza della vita, un altro più vicino al vincolo, indicherà l’età pensionabile. Estendendo l’elastico secondo la lunghezza della vita si otterrà proporzionalmente l’età pensionabile, in passato come in futuro. E stabilirà di conseguenza il dovuto secondo le capacità delle finanze dello Stato senza scosse e balzelli o incidenti di percorso. È ovvio inoltre che in caso di crisi dovendo superare i diritti acquisiti e acquisiti da tutti, chi più ha più debba contribuire.
Riprendiamo dunque l’elastico e segniamo questa volta il reddito più alto, stendiamo cioè l’elastico fino a far coincidere il segno col reddito più alto segnato sul tavolo. Rilasciamo ora l’elastico fino ad una altro segno, sul tavolo, che indica la soglia di povertà, dopo aver tarato l’elastico sapremo con precisione quanto ciascuno, nessuno escluso, dovrà in proporzione contribuire. Questo semplice espediente permette oltretutto di agganciare la ricchezza alla povertà: se vuoi maggiore ricchezza devi tirare di più l’elastico e alzare di conseguenza la soglia di povertà. Questo rozzo sistema può trovare ben altri algoritmi, ma per quanto empirico è massimamente indicativo dell’ingiustizia finora procurata e della giustizia da per perpetrare di contro all’indifferenza mostrata nei riguardi della vita degli altri.
Un’ ultima nota. Non svegliamo il can che dorme. Quanto alla patrimoniale, cara Fornero, ti avranno certamente “suggerito” di non toccarla, ma avresti almeno dovuto prestare attenzione alle Tasse di Successione che ferme un 4% (ora 5%), contro il 40%, salvo franchigia, dei paesi anglosassoni, rappresentano un notevolissimo scandalo e sangue da vendicare. Scandalo dal quale speri certamente di cuore di non doverti mai difendere, tu e tutto l’entourage Monti, attori di primo piano nel coro della Casta. La ricchezza si sa se onestamente meritata e onestamente ereditata non è peccato e infatti anche i cammelli ora passano per la cruna dell’ago. Solo la cultura ci salverà.
Venti di guerra
Non metto in dubbio che essere pacifisti significhi mettere la pace come valore prioritario e assoluto. Il che significa che la pace va difesa e garantita in ogni modo con qualsiasi mezzo. A tal fine, poiché come afferma Shopenhauer “Tutto lo spirito di questo mondo non può nulla con chi non ne possiede nulla”, è mia convinzione che un intervento contro la violenza così come proposta dal sé dicente Stato Islamico sia più che mai necessario. Il piano dell’Isis è chiaro: sgomentare il mondo con la hybris degli antichi greci o la matta bestialtade di Dante per richiamare l’Islam al sentimento umano più ancestrale: l’appartenenza. Guerra totale in nome di un Dio, Allah, che ancora si pensa diverso e che si bestemmia non nel nome, ma nei fatti, riportando l’uomo ai sentimenti più tribali in un oscuro passato dove la crudeltà e la forza erano le uniche virtù.
Questa regressione dello spirito che confina lo spirito all’interno degli istinti e delle passioni e che ha in odio i sentimenti, si appella all’appartenenza etnica come ad un’appartenenza di razza o ancor più anticamente di specie. Nessuna possibilità di dialogo e il pericolo di vedere masse islamiche in nome di un fanatismo religioso che esalta l’etnia, la razza, l’appartenenza scivolare verso le tenebre. Muoia Sansone con tutti i filistei. L’Europa ha già vissuto questa tragedia.
I guerrafondai nostrani vorrebbero subito l’intervento militare, un intervento da parte dell’occidente, intervento ispirato alla vendetta sulla base degli stessi principi di appartenenza con l’alibi di appartenere ad una maggiore civiltà oggettivamente riconoscibile che scusa il proprio intervento con l’altrui barbarie, ma è proprio in ragione di questa maggiore civiltà che bisognerebbe agire responsabilmente e agire su un piano diverso.
Credo quindi sia opportuno che un intervento militare, che si rende indiscutibilmente necessario, avvenga solo ed unicamente tramite forze islamiche che andrebbero appoggiate con ogni mezzo da parte dell’Occidente senza intervenire in nessun caso direttamente contro l’Isis su un territorio che a non importa se a torto o a ragione la maggior parte dell’Islam considera proprio, sacro e inviolabile.
L’Occidente, quello di von Clausewitz come quello di Roosevelt, dovrebbe questa volta limitarsi a boicottare economicamente e finanziariamente lo Stato Islamico e a impedire li suo armamento, di cui sappiamo bene che direttamente o indirettamente anche l’Occidente è responsabile: abbiamo sempre venduto fucili agli indiani. Ma non basta, bisognerebbe soprattutto intervenire economicamente con un nuovo e massiccio “Piano Marshall” per sostenere quel Islam moderato e democratico che pure esiste, rinunciando almeno in parte a vedere in quei territori solo giacimenti petroliferi da sfruttare. Occorrerebbe rivedere insomma la politica delle “sette sorelle” investendo parte dei profitti a questo fine affinché giungano alla popolazione e non piuttosto a quei dittatori, cani da guardia, che poi in nome della democrazia si vogliono defenestrare.
Ritengo indispensabile inoltre un aggancio culturale con tutto l’Islam laico, ancorché credente, e un suo sostegno in civiltà con ogni mezzo. La civiltà ha raggiunto indubbiamente anche l’Islam, dove esiste per certo una larga fascia di persone che hanno da lungo tempo superato la barbarie e che condividono con l’Occidente gli stessi valori, ovviamente non quei valori di disuguaglianza, sfruttamento e oppressione che neppure noi condividiamo. Quello che so di certo è che se l’Occidente attaccherà militarmente l’Isis frontalmente sul suolo dell’Islam la guerra e il terrorismo si estenderanno senza confini e non ne verremo a capo così come non siamo venuti a capo in nessun luogo nelle guerre finora perpetrate. Solo la cultura ci salverà.
Landini ti voglio bene
La politica viene definita sui dizionari (Treccani) come la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello Stato e la direzione della vita pubblica. Ora, l’arte di governare può essere intesa solo come possibilità in mano a chi può esercitarla e quindi di politica si dovrebbe occupare unicamente solo chi detiene il potere o più estensivamente politica può essere intesa come l’interesse che i cittadini hanno a partecipare dell’azione di governo. Dopo L’état, c’est moi, attribuita a Luigi XIV che instaurava la monarchia assoluta, siamo arrivati alla democrazia: governo a cui prendono parte diretta o indiretta tutti i cittadini. In democrazia quindi i cittadini hanno diritto di interessarsi di politica, ovvero si deve tenere conto della loro opinione.
Il povero Maurizio Landini (Bersaglio mobile, 13 marzo 2105) tentava disperatamente di esercitare questo diritto in modo discorsivo e propositivo. Ma l’interesse dei giornalisti nelle persone di Marco Damilano, faccia da bravo ragazzo, e del vicedirettore del Fatto quotidiano, giovane di recentissima nomina, era unicamente conoscere le intenzioni di Landini a proposito della possibilità di formare un nuovo partito alla sinistra del PD. Il bravo Enrico Mentana illustrava il passato come una lunga serie di fallimenti in questa direzione, mentre Landini assisteva sconfortato. Invano tentava di far capire la rovinosa situazione sociale in cui versiamo e che il suo tentativo era di raccogliere forze culturali e politiche sufficienti a farsi sentire e poter cercare una rappresentanza in un parlamento che ora non mostra attenzione alle masse di lavoratori precari, sottopagati, disoccupati e altro, e che il suo era solo un primo momento per svegliare le coscienze e raccogliere il consenso. In tutta la trasmissione il ritornello era lo stesso “dove vai se il cavallo non ce l’hai”.
Il buon Maurizio, saldatore e sindacalista, con il suo quasi diploma non riusciva a spuntarla con quei bravi ragazzi con una laurea in tasca. La sua faccia sempre accigliata sprizza onestà da tutti i pori, ma per i gigioni della politica l’onestà è condizione necessaria, ma non sufficiente, anzi a volte neppure necessaria. Guardavano Landini con benevolenza, ma come a qualcuno che non capisce, non arriva a capire. Il che è vero, verissimo, tuttavia le cose dette da Landini non erano sue opinioni, ma fatti, fatti con cui loro stessi, i giornalisti professionisti dell’informazione, avrebbero dovuto concordare prima di muovere a critica saltando i fatti e interrogare Landini sul “che fare”. Avrebbero potuto dire “Siamo con te” prima di dire come troviamo la forza per ottenere una rappresentanza in parlamento. Se ne sono stati invece lì, in poltrona con aria saputa e sorriso di sufficienza ad ascoltare le sbrodolate logorroiche di Toro scatenato.
“Queste cose le sappiamo ma come possiamo farle valere?”. Volevano verificare insomma se Landini era portatore di qualche novità, novità di lotta. Del resto il loro mestiere è quello di giornalisti, giornalisti politici. Così mentre il paese scivola nel burrone non trovano di meglio che sconfortare chi pur a detta loro non avendone i mezzi cerca disperatamente di lottare. Personalmente ritengo che il saldatore può essere al più un capopopolo, ma non abbia la statura di un capo politico, né lui d’altra parte lo vuole, è il primo a dirlo, la sua umiltà, preziosissima, lo fa cosciente della cosa, ed è proprio per questo che andrebbe massimamente appoggiato e non scavalcato o ancora peggio deriso, come pare aver fatto la minoranza PD, forte solo del suo entrismo improduttivo.
Io non vedo Maurizio Landini a capo di un partito alla sinistra del PD, né ci si vede lui, ma voi giornalisti riconoscete un Matteo Salvini a capo della Lega e altri figuri come abili politici e per questo degni di essere capi. Qui il punto, essere abile, disonesto magari, ma abile. Allora la domanda è: “Fare politica significa sapersi giostrare nei giochi di potere e trovare il consenso o adoperarsi per migliorare le sorti del Paese?”. Quando arriveremo a distinguere la politica dalla partitica? Quando arriveremo a sganciarci da questa logica? La gente confonde ancora partitica con politica e a causa di questa confusione odia la politica. A questa confusione concorrono tutti i media che fondano l’informazione sulle opinioni e sui numeri, il più delle volte nemmeno compresi, e non sulla realtà, non fanno cultura, non aiutano l’opinione pubblica a distinguere Dio dal diavolo.
Il “detto” si sostituisce al “fatto” e cade in un abisso profondo. Eppure, una cosa è la politica, nobile arte cui tutti sono tenuti a partecipare, una cosa è la partitica, arte del compromesso e del raggiro al fine di ottenere soldi e potere. Come distinguerle? Difficile, ma per cominciare bisogna dirle due! Ma a quanto pare non è solo la gente, per realismo anche gli “intellettuali”, i politologi, gli eruditi del mestiere, alimentano questa confusione. L’unico uomo onesto – dicono – è un uomo capace (Croce). Vero, ci mancherebbe altro, ma un medico capace si deve occupare non solo della malattia ma anche del paziente (Platone). Forse Landini non è un primario, ma non vi è dubbio che si occupa della gente. Senza di questo l’apparenza avrà sempre la meglio sulla verità, la partitica sulla politica e il realismo sulla realtà. Tutti in coro, giornalisti e politici ragliano “I fatti non contano, contano solo le opinioni” e caro Landini vai a “pigliartelo nel culo” (Daniele Luttazzi), come tutti quegli idealisti che pensano di poter cambiare, una minoranza destinata a rimanere sempre tale nel paese delle meraviglie. Solo la cultura ci salverà.
Critica del pensiero pratico
Se cerchiamo su un dizionario dei sinonimi e contrari i significati dell’aggettivo “pratico” possiamo trarre utili spunti per condurre un’analisi su ciò che riguarda il pensiero che viene formulato sulla pratica, del tipo: vale più la pratica che la grammatica. Ho scelto il dizionario del Corriere della sera perché rispecchia a mio parere meglio di altri il pensiero comune: Sinonimi: “concreto, effettivo, reale, tangibile; utile, efficace, semplice, facile, comodo, agevole, adatto, adeguato; idoneo, abile, capace, esperto, preparato, competente, ferrato, versato, affidabile, provetto, valente, efficiente”. Contrari: “astratto teorico: inutile, inefficace, difficile, complicato; inabile, incapace, inesperto, impreparato”.
Notiamo come tutti gli attributi dei “sinonimi” portano in sé positività in quanto giudizio di valore nel pensiero di chi legge, mentre gli attributi dei “contrari” diversamente portano in sé un carattere di negatività. Il che dimostra già nelle lingua un giudizio di valore che privilegia nettamente il pratico-concreto sull’astratto-teorico. La prassi sulla teoria.
Ebbene, gli sforzi compiuti dall’evoluzione per preparare un organo come “il cervello”, per essere pronto a interpretare una realtà di fatto assai complessa vengono completamente ignorati. Di fatto la mente umana è il risultato di un processo di neotenia, fenomeno evolutivo per cui negli individui adulti di una specie rispetto ad un’altra permangono le caratteristiche morfologiche importanti per fornire un più ampio spettro di adattabilità ambientale rispetto alla specie ancestrale più specializzata.
Più banalmente, si può dire che più si ritarda l’entratura (la maturazione cerebrale) di un essere esistenziale nel mondo, più un individuo è in grado di interpretare l’ambiente. Il che anche significa che la complessità è indice di maggior capacità adattiva.
Questo ritardo è fondamentale per organizzare nella sua indeterminazione la necessità di pensare prima di agire, una latenza che fonda la capacità di interpretazione teorica della realtà. Un cavallo si alza in piedi ed è in grado di camminare e correre appena nato, mentre ad un umano occorre un periodo di almeno tre anni per poter completare le funzioni vitali necessarie alla sopravvivenza. Il che dimostra indiscutibilmente, sul piano evolutivo, la superiorità delle funzioni teoriche sulle abilità pratiche.
Ciò non bastasse bisogna considerare che l’uomo è tale solo in quanto rispetto agli “animali” pone l’io come oggetto, ovvero è capace di riflessione e di coscienza. Il mancato uso della riflessione e della coscienza ci degrada infatti a semplici animali. La natura degli animali è indubbiamente semplice (meno evoluto perché meno complesso, meno organizzato), ma questo attributo non ha in sé un giudizio necessariamente positivo. Esso è più comunemente espressione degli istinti e genera il “pensiero debole”.
L’inversione proposta da Marx tra piedi e testa che consegna all’economia il primato sulla cultura e quella proposta da Heidegger tra tecnica e scienza con consegna, secondo l’attuale tendenza filosofica, alla cibernetica della filosofia, sono pertanto da considerarsi nella migliore delle ipotesi strumentali, momenti strategici del pensiero volti al contingente, ma diversamente in un ambito più estensivo della filosofia esistenziale evolutivamente ritrovata, semplicistici, profondamente errati e fuorvianti.
Tendenze populiste che vogliono in definitiva arrendersi alla realtà, realtà intesa come materialità dell’essere che crea il pensiero e non viceversa. In politica Real Politik intesa parimenti come concreta materialità (pragmatismo) al di sopra di qualsiasi ideologia o finzione teorica. Un popolo ridotto dal pensiero debole a plebe ovviamente concorda e vota. Chi è in grado di intendere intenda. Alla fine anche il dizionario rispetta senz’altro il pensiero dell’uomo comune che ignaro di sé, vede sé nell’agito delle proprie mani e dei propri piedi.
L’uomo comune ha orrore dei libri e dello studio, cui si costringe ob torto collo solo per un profitto personale e pratico, appunto, in vista della cosidetta carriera. Dello studio in sé (la cultura) poco importa, vuole solo sfruttare il positum dell’intelligenza altrui e consumare il prodotto senza alcun riguardo a chi pensando più originariamente i beni ha procurato, una categoria di intellettuali poco pratici. L’erudito e insipiente agisce egoisticamente nel sociale con una politica di utilizzo, sfruttamento e consumo del tutto indipendente dalla considerazione del prossimo, ignaro della sua stessa esistenza. Una monade animale che usa l’intelligenza solo a proprio vantaggio.
Pratico quindi, “pensiero pratico”o pragmatico, a mio avviso dovrebbe essere definito anche come il pensiero di colui che vede il mondo solo come utilizzo, che si disinteressa totalmente degli altri, il prossimo, e del mondo, pensando solo alla individuale e personale realizzazione e al proprio profitto. Un cliché. Poiché politica, filosofia oggi concordano … la vita in bellezza! Solo la cultura ci salverà.
La Pubblica Amministrazione, ma l’argomento vale per qualsiasi amministrazione, non è solo costituita dagli adempimenti cui è preposta bensì dal personale che ne fa parte. Il suo buon funzionamento dipende oltre che dall’organizzazione tecnica dalla mentalità acquisita da tutti i suoi operatori, dai dirigenti fino all’ultimo usciere. Questa mentalità all’apparenza impalpabile costituisce il vero “capitale umano” e oltre ad avere un ruolo fondamentale per il conseguimento dei risultati essa connota uno Stato e il suo popolo.