Perchè dobbiamo essere a favore di una patrimoniale.

Unknownll volume globale del sistema bancario ‘ombra’ alla fine del 2011 è cresciuto fino a 67 trilioni di dollari (un trilione vale un milione di miliardi). Si tratta di dati ufficiali, peraltro fermi al 2011, dati da tutti acquisiti, accettati e ribaditi, pari a 8 volte il Pil mondiale. Significa che per ogni dollaro prodotto dal lavoro ve ne sono otto inventati dai meccanismi della finanza creativa.

Questa è oggi la misura della speculazione. Quale il risultato?  Le banche sono senza liquidità e rischiano di fallire e noi ancor più delle banche.  Possibile che non ci sia un cane che si chieda dove finiscono i soldi?

Eppure è molto semplice: in tasca ai capitalisti. Gente ricca oltre ogni tollerabile misura che fa fruttare, per definizione senza scrupoli, denaro dal denaro. Pecunia non olet.  Non sono contro i capitali, sono contro i capitalisti. Questa distinzione ormai si impone. Che i capitali servano alla finanza e che la finanza serva alla produzione non ci piove, ma che incalcolabili ricchezze finiscano nelle mani di una oligarchia di burattinai è per usare eufemismi intollerabile.

La redistribuzione del reddito e della ricchezza è la prima necessità per uscire dalla crisi. A livello mondiale. Come?  Con tasse di successione che non consentano di lasciare patrimoni in grado di condizionare la finanza e l’economia degli Stati sovrani. Poche migliaia di persone controllano l’economia e la politica di intere nazioni.  Il loro numero è destinato a ridursi e la loro ricchezza ad aumentare. Con tasse di successione che rendano gli uomini uguali alla nascita per censo e per ricchezza, qualcosa che conferisca un senso concreto a ciò che si vuole intendere quando si afferma che “tutti gli uomini nascono uguali”.

Siamo tutti complici, chi per interesse e chi, cosa forse ancora più grave, per mentalità. Non è certo una colpa essere ricchi, ma solo se la ricchezza viene impiegata a scopi sociali e non per finire a puttane. La saggezza del non res sed modus in rebus  è prorpio una verità:  il modo e la misura sono tutto.

Pensare globalmente e agire localmente,  la stella polare ci indica la direzione ma poi dobbiamo agire sulla terra. Non si tratta di un tutto e subito, ma di un qui e ora, di muoversi in modo determinato e univoco verso una direzione e questa direzione non può che essere l’uguaglianza patrimoniale. Di considerare buona ogni misura presa da qualsiasi governo solo se si muove nel senso di diminuire la forbice distributiva, in termini non solo di reddito ma anche di ricchezza, di ridurre l’indicibile disparità cui la follia turbo-capitalista ci ha consegnati.

Non lasciamo che si confondano l’equità e la giustizia con l’invidia. La sete di potere da parte della cosidetta ‘economia ombra’ non cesserà mai di tormentare il mondo fino a compromettere irreversibilmente  il destino di tutti noi e dell’intero pianeta. Se tutti noi non ci opporremo con risolutezza sarà la catastrofe. Altro che tramonto dell’occidente, dopo crisi e default dovremo abituarci anche ad ascoltare questa parola.  Solo la cultura ci salverà.




Molto rigore per nulla.

Un antico proverbio orientale recita: contro chi rema con la pagaia non occorrono coccodrilli più intelligenti. Poiché l’economia, ovvero una tecnica, si mostra ancora incapace di spiegare le proprie degenerazioni e di porvi rimedio, proviamo ad affrontare il problema su un piano culturale più ampio ponendoci dal punto di vista della coscienza: quello che (non) ho. Ma per procedere occorre fare un passo indietro.

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo è un saggio dell’economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber (1864 – 1920) in cui si identifica nel lavoro come valore in sé l’essenza del capitalismo e riconduce all’etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo.  In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda.  Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche.  Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista?  Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?

Sostiene Weber: “In tutte le società pre-capitalistiche l’economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze “naturali”, è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione”.

La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Con Calvino c’è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro.  Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio.  Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà.  Questa giustificazione della ricchezza serve ovviamente a lavare la coscienza.  Rimane che il valore dato al lavoro come merito individuale è la spinta per un nuovo ordine sociale. Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa. Si prega per chiedere, cattolico, o per ringraziare, protestante. Mentre il cattolico aspetta la manna dal cielo, che cosa fa lo stato per me?  Il protestante opera in primis per lo Stato. Mentre le chiese cattoliche manifestano nell’oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare. Ostentazione  versus  raccoglimento.  Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf (professione, mestiere) ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.

Possiamo ora azzardare una  prima e parziale conclusione. Pare ovvio che siamo sempre di fronte ad una degenerazione, come anche accolta l’ideologia capitalista.  L’accumulo di denaro che non porta alcun beneficio, anzi danneggia pesantemente l’economia succhiando sempre più e in crescendo linfa all’impresa fa del turbo capitalismo neoliberista il figlio degenere della morale calvinista e anche dell’ideologia capitalista.  La necessità di accumulare ricchezza per produrre è incontestabile e tuttavia come affermato nella morale calvinista lo spirito capitalista “correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche”.  La sete di guadagno ha diversamente messo in modo crescente il profitto fuori dal mercato della produzione. Questa il motivo della crisi. Ed ecco perché solo la cultura ci potrà salvare.

 




Miseria e nobiltà

Madrid, 2012

Nulla distrugge lo spirito come la miseria. Ci si può permettere di essere ricchi laddove esiste benessere, non dove  esiste miseria. Quando le condizioni sociali non consentono la sopravvivenza anche solo in parte della popolazione, essere ricchi non è più un lusso, ancorché la condizione sia raggiunta per meriti, ma diviene un affronto, un’offesa, un oltraggio, un sopruso, uno sgarbo, un’insolenza.

Dove esiste miseria e disperazione (suicidi) le diseguaglianze si rendono intollerabili e la lotta contro la plutocrazia prende il nome di giustizia, non già d’invidia.

Una sottile linea rossa divide l’invidia dall’odio, l’odio nasce quando si offende la dignità.  Non siamo a questo punto, ma siamo su una rapida china e se la giustizia non verrà a breve frequentata dalla legge si aprirà un vuoto esistenziale che sarà riempito prima dal rancore e poi dall’odio, un odio di classe. Nuove sanguinose avventure potrebbero allora occupare la prima pagina dei giornali, avventure di cui   la dissennata politica del turbocapitalismo neoliberista si renderebbe moralmente responsabile.

Restituire sovranità agli Stati nazionali con un’alleanza di tutti i partiti e di tutti gli Stati contro l’ internazionale finanziaria è quanto mai al più presto indispensabile.  Solo la cultura ci salverà.




Il modello tedesco

Un adagio tedesco recita: “l’ordine è metà della vita, ma l’altra metà è più bella”. Fino a poche settimane fa era  all’ordine del giorno la critica  al rigore tedesco nella concezione del debito pubblico (conti in ordine in casa propria)  e ossessionati dall’incubo dello spread  ci si arrovellava sulle misure economiche e finanziarie più idonee.  Oggi, distolti dal rigore applicato dal nostro stesso governo, al quale si inizia a rivolgere le prime severe critiche,  abbiamo messo in evidenza con un’enfasi teutologica il confronto con il “modello tedesco”, sebbene limitato alla legislazione sul lavoro con riferimento in particolare al famigerato art.18. Amore e odio tra i nostri due popoli?

Il fatto è che il rapporto tra il popolo italiano e quelli di lingua tedesca ha un’origine bi-millenaria senza quasi soluzione di continuità  e dimentichiamo che  è stato spesso conflittuale, come lo sono inevitabilmente i rapporti con gli invasori. Prima i barbari per gli antichi Romani, poi gli Ostrogoti di Teodorico,  i Longobardi, Federico Barbarossa, Federico II, gli Austriaci ed infine l’occupazione del III° Reich.  Con le devastazioni di Roma, il dominio di intere  regioni, due guerre mondiali e la Resistenza c’è da supporre che qualche cosa sia rimasto nel  ‘comune sentire’  degli italiani. Nessuna nostalgia o giustificazione né alcuna benevolenza, ma consapevolezza del nostro passato sì.

Nei dibattiti televisivi sulla crisi economica e finanziaria ad alcuni commentatori è piaciuto osservare la coincidenza nella parola tedesca Schuld del duplice significato di debito e colpa, mostrando una meraviglia per altro mai sufficientemente spiegata.  Che in questa coincidenza linguistica si potesse riconoscere una profonda diversità culturale riconducibile  alla  etica protestante è una ipotesi che non sfiora le menti degli  ‘uomini del fare’.  Questi, siano essi appartenenti ad  aziende  o sindacati, posti di fronte alle differenze salariali tra gli operai della Fiat e quelli della VW, non  vedono le reali e profonde cause culturali che  spiegano tali risultati, tanto ne sono inconsapevoli vittime e portatori sani. Questa volta non vale il riconoscimento consolatorio del “così fan tutti”.

Ed eccoci di nuovo a considerare il “modello tedesco”, ma cosa veramente lo caratterizza?  Per alcuni la legislazione sul lavoro,   per altri la legge elettorale, il welfare state,  la qualità dei prodotti.  Si sostiene e ragione che un modello  non  possa essere esportato,copiato in un altro contesto, ma eventualmente innestato  con la  necessaria considerazione delle diversità dei fattori culturali in gioco. Ebbene, quali sono queste diversità culturali?  La cultura, senz’altro.  Non il lavoro, ma la cultura rende liberi:  die Kultur macht frei.




Perché abbiamo bisogno di un J.E. Hoover per combattere l’illegalità in Italia.

In una intervista al Wall Street Journal nel giugno 2010 il dirigente dell’ FBI di New York James Trainor, nel commentare i risultati ottenuti nella lotta ai reati commessi dalla criminalità dei colletti bianchi, dichiara: “stiamo applicando a questo tipo di reati gli stessi principi in vigore per la sicurezza nazionale”. Dunque, per il pragmatismo americano nessuna differenza di trattamento tra terroristi e i finanzieri truffaldini. E sempre a proposito di pragmatismo ricordiamo tutti la vicenda di Al Capone e il sorgere stesso della FBI con J.E.Hoover come esempi di determinazione e severità dell’azione di contrasto contro la criminalità in generale e gli evasori fiscali in particolare.

Ora, per quanto riguarda il reato dell’evasione fiscale di cui il nostro Paese vanta un primato tra le società occidentali, è bene   avere sempre presente come  esso procuri alla collettività un duplice danno economico e morale,  in quanto  sottrae  risorse allo Stato e  alimenta  la disuguaglianza tra i suoi membri.  Il sottrarsi, particolarmente in un regime di democrazia, dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone  l’individuo al di fuori  del diritto stesso di cittadinanza, in quanto il suo agire egoistico fuori e contro le regole tende a sovvertire i principi stessi su cui  la convivenza civile si fonda. L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di  un attentato allo Stato e alle Istituzioni.

E’ da questa semplice considerazione che dovrebbe derivare la convinzione che la lotta all’evasione fiscale, come alla corruzione, deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata, o dichiarerebbe a qualsiasi altro aggressore che minacciasse l’esistenza stessa dello Stato.

In Soldi rubati di Nunzia Penelope, libro inchiesta a carattere divulgativo che sebbene  di minor respiro letterario di Gomorra di Sergio Saviano  dovrebbe far parte a pieno diritto  della bibliografia formativa  minima delle persone per bene,  viene rappresentata e denunciata  la fenomenologia dell’illegalità presente in Italia, sottolineando in particolare i suoi alti ed insostenibili costi economici. Tuttavia, tra gli innumerevoli dati economici e finanziari e autorevoli citazioni riportate nel testo ve n’è una di particolare significatività, tratta da un rapporto della Corte dei Conti  ad opera di Massimo Romano, già capo dell’Agenzia dell’entrate col governo Prodi fino al 2008. Dopo aver ricordato come la nostra economia sia stata costruita su un modello di sottosviluppo, l’autrice riporta di Romano il seguente passaggio: ” In Italia si evade come forma di resistenza , come assicurazione sulla vita, o anche solo per rabbia. Non siamo in Germania, da noi manca l’etica calvinista e, dunque, anche la riprovazione sociale nei confronti degli evasori; c’è invece una solida sfiducia nei confronti dei politici, un generale disprezzo per la cosa pubblica che, unito ad un irriducibile individualismo, convince gli italiani a tenersi i soldi piuttosto che ‘darli a certa gente’ “. 




Art.18: sfruttati sul lavoro e socialmente poveri. I moderni schiavi.

Il Governo tecnico lancia un siluro “no-art.18 cruiser” contro PD e Sindacati, un siluro che colpisce nel mezzo le navi e le spacca a metà: due piccioni con una fava. Ora il dilemma: sono loro così idioti da non saperlo o siamo noi così idioti da accettarlo?

Sbaglia la Cgil  temendo un diluvio di licenziamenti, i licenziamenti, se pur ci saranno, saranno limitati, non è questo il punto. Quello che aumenterà sarà invece il ricatto sul lavoro. Ancora una volta il lavoro  concepito come ricatto sulla sopravvivenza: si lavorerà sotto pressione peggiorando il clima e la qualità della vita, dentro e fuori dell’ambiente lavorativo, con aumento del disagio e della conflittualità sociale. Sfruttati sul lavoro e socialmente poveri.

Far lavorare sotto pressione per aumentare la produzione, questo è il vero obiettivo. L’obiettivo non cambia e si chiama sfruttamento. Parola antica che non esce dalla testa dalla ”ideologia neo turbo liberista” che così continuando manderà senza dubbio in rovina il pianeta. Stanno procedendo mondialmente a tappe forzate.

Bersani, scuro in volto, gira la frittata sul solito ritrito cliché: “Pensiamo all’Italia”, pronto e rassegnato alla prossima batosta elettorale (amministrative). La battaglia in Parlamento sarà persa perchè la legge che introduce il ricatto sul lavoro si fonda essa stessa come ricatto politico sulla tenuta del Governo e dunque passerà, con il minor numero di consensi mai avuto fin qui, ma passerà. L’idea di far cadere il governo oggi è impraticabile dato il prestigio con cui Monti ha accreditato il nostro paese all’estero, di fronte allo ”imperialismo del mercato”, ma il prezzo è altissimo: accettare di essere i moderni schiavi. Solo la Cultura ci potrà salvare.




Per una repubblica fondata sul lavoro.

Quando penso alle differenze culturali e di mentalità. Mentre in Germania, paese tanto criticato per la sua ostinata e forse cinica difesa del rigore nei conti pubblici, l’AD del gruppo Volkswagen afferma che “(…) E non dimentichiamoci che per vincere nel mondo dell’auto non contano solo i numeri delle auto prodotte e vendute, bensì anche la qualità del prodotto e la concertazione col sindacato“, nel Bel Paese Italia l’AD di Fiat dichiara: “L’unica cosa che conta sono gli stabilimenti e i lavoratori che abbiamo e se le macchine vengono vendute. Siamo una multinazionale. Andiamo dove si fanno affari, siamo nomadi“.

Siamo in piena decrescita, con la disoccupazione salita al 9,2%, le esportazioni ferme, gli investimenti fissi lordi scesi del 2,4% e i consumi arretrati ai livelli di 30 anni fa, e i Sindacati, vengono messi all’angolo dal Governo e costretti alla strenua difesa dello “articolo 18” come emblema di un diritto acquisito e alla rivendicazione del “posto fisso”, come fossero simulacri di una realtà perduta.

Al di là degli esiti del confronto in atto tra Governo e Sindacati sulla riforma del lavoro, lancio un appello alla sig.ra Camusso e sig. Landini, così articolato:

i) voi avrete pure le ragioni delle armi della critica, ma siete vittime della vostra stessa critica delle armi; a ottanta anni dalla Rivoluzione d’Ottobre liberatevi e liberate i lavoratori dall’ossessione del padrone concepito come nemico di classe;

ii) prendete atto che lo “scontro di classe” nell’era della globalizzazione dei mercati non  paga perché aumenta la conflittualità interna nel Paese, già caratterizzato da una debole economia, a fronte della crescente conflittualità  tra i mercati internazionali;

iii) i tempi richiedono che sindacati maturi siedano nei consigli di amministrazione, o di sorveglianza, per prendere parte attiva e responsabile nel governo dell’economia: dalla concertazione alla cogestione, perché il bene è comune.




La Nuova Frontiera

Ha fatto notizia la stima di Cisco secondo la quale nel 2012 i dispositivi mobili connessi al web saranno più numerosi degli abitanti della terra e nel 2016, solo fra quattro anni, saranno 10 miliardi contro 7,2 miliardi di abitanti: 1,4 apparecchi digitali per ogni abitante. Le previsioni per il 2016 indicano inoltre l’Asia come il continente che produrrà la metà del traffico dati nel mondo, con la Cina che ne produrrà il 10% e il Giappone quasi il 30%.

La notizia fa senso, ma ha anche un senso?

La risposta è sì, a condizione però di porre l’accento non tanto sul dato commerciale circa la diffusione del mercato di tali  apparecchi, quanto su quello demografico relativo alla crescita della popolazione mondiale: le proiezioni sulla popolazione mondiale prevedono che  nel 2045 saremo 9 miliardi!

Cosa dire di questa tendenza?  Come valutare un’altra previsione, assai più inquietante, circa la diffusione per esempio del mercato dell’automobile nel mondo nei prossimi decenni? Oggi vi sono 800 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo (11,4 auto ogni 100 abitanti) e diventeranno 2 miliardi nel 2030 (28,5 auto  ogni 100 abitanti).  Tra l’altro notiamo come l’Italia abbia oggi l’ indice di motorizzazione più alto del mondo: 61 veicoli ogni 100 abitanti.

Ora, quale politico o economista avrà mai il coraggio di dire che lo sviluppo dei beni materiali cui siamo abituati e con i quali continuiamo a misurare la crescita e il rilancio dell’economia, non è più sostenibile nei nostri paesi e ancor meno è estensibile a quelle aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e anche l’Africa che in misura diversa presentano sviluppi quasi  accellerati di crescita economica e demografica?  Se applicassimo il tasso di motorizzazione italiano alla sola Cina (il sogno proibito delle case automobilistiche) avremmo, con la popolazione cinese oggi  vivente, 732 milioni di veicoli circolanti!

Quando si esternano le proprie analisi o visioni politiche bisognerebbe avere presente, quanto meglio possibile, quel che  accade nel mondo mentre si pensa.  Una delle complicazioni che la information tecnology comporta, con la sua vastità e velocità,  è che ci risulta sempre più difficile poter esprimere la propria opinione con sufficiente sicurezza.  Perciò, suggerisco di dare ogni tanto una sbirciatina, per esempio, al sito  worldometers.  Forse accrescerà un senso di vertigine di fronte alla vastità  dell’informazione, con relativa nausea per la velocità con cui si accresce e diffonde, ma una volta acclimatati in questa realtà virtuale, saremo affascinati da questa nuova frontiera della cultura.

La numerosità dei dispositivi digitali connessi al web non  rappresenta dunque  il sorpasso dell’intelligenza artificiale rispetto a quella umana, come titola un articolo  su un quotidiano, almeno fino a quando qualcuno non inventerà un’applicazione capace di connettere i processori di tutti i dispositivi come fossero un unico computer.

Essa ci fornisce piuttosto un indicatore di come e in quale direzione si sta evolvendo la cultura umana, ponendoci nuove e più sostenibili prospettive di sviluppo per le relazioni umane future.  L’alternativa al disastro è la realizzazione dell’Utopia, dove per esempio sarà meglio che circolino informazioni piuttosto che automobili e, fin quando avremo bisogno di status symbol,  sarà meglio  possedere un computer quantico che un’auto sportiva elettrica.

Diceva Oscar Wilde che “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.”

 




Più mi avvicino alla economia e più aumenta la paura.

Una cosa è chiara: la democrazia è in crisi. Scelte coraggiose sono impopolari, in caso di elezioni il popolo non voterà chi appoggia tali scelte.  L’uscita strategica della Lega serve da raccoglitore esterno. Rimane tuttavia che qualunque sia il governo che sostituirà Monti, di sinistra o di destra che sia, avrà brutte gatte da pelare.

È per questo che Berlusconi ha gettato la spugna lasciando fare ad altri il  “lavoro sporco”  in attesa del ritorno.  Osta solo l’età. Il suo opportunismo politico è ineccepibile, un fiuto da caimano.
Berlusconi probabilmente non lo rivedremo a meno che Monti non risani l’economia e si faccia poi da parte. Possiamo contare sulla seconda opportunità ma non certo sulla prima.

Le elezioni di aprile in Grecia, qualunque sia l’esito, vedranno espressa la volontà popolare e il fallimento da criptato come oggi appare, diverrà inevitabilmente palese.  Quello che accadrà dopo è difficilmente prevedibile. Ma povertà e disordini sociali di ogni tipo sono certi. Per certo inoltre si inasprirà quello che già sta accadendo in tutti i paesi dell’est, nonché in Portogallo, in Spagna e in Italia, il default è dietro l’angolo per tutti. E se Sparta piange Atene certo non ride, anche Francia, Germania e Inghilterra dovranno dire ai loro popoli “noi non siamo il Sud o l’Est dell’Europa”, come il nostro benamato Presidente ingenerosamente ha detto della Grecia.

Ce ne laviamo le mani e abbandoniamo tutti al loro destino con un “in fondo se la sono voluta” per lavare un po’ la coscienza. Quello che è certo è che è in atto un efferato piano turbo capitalista per mettere in ginocchio tutti i popoli da quello greco financo quello tedesco anche se ad accorgersene i paesi più ricchi tarderanno in proporzione alla ricchezza posseduta.

In conseguenza di tutto ciò solo un fronte internazionale di tutti i popoli potrà mettere fine al turbo capitalismo e alla carneficina.
La situazione è gravissima e bisogna stare attentissimi a non alimentare spinte nazionaliste mascherate da patriottismo e piuttosto spingere in tutti i modi alla formazione di un governo europeo che sappia mettere mano alla speculazione: un’internazionale socialista, naturalmente senza nessun richiamo al passato, si impone.

Occorre riflettere su quella che viene definita “volontà popolare” e comprendere fino in fondo che un popolo senza cultura porta al potere la mediocrità eleggendo avventurieri senza scrupoli che da sempre portano la nazione alla rovina. Essere dalla parte del popolo significa che non bisogna fare la volontà popolare. Questo ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.  Al popolo si deve chiedere la fiducia, meritandola, ma mai fare quello che il popolo vuole sia fatto.  Bisogna avere Il coraggio della responsabilità.

Volere e sapere qual è il bene della nazione e convincere il popolo per il bene della nazione: questa è la politica. Il rischio ora è che in ogni singola nazione grazie al fallimentare sistema democratico arrivino al potere populisti di ogni sorta che irresponsabilmente guidino la nazione in avventure senza ritorno.

Vivo in una nazione in cui non è ancora chiaro a nessuno la differenza tra politica e partitica, tra chi difende con responsabilità il bene comune e chi difende senza scrupoli solo interessi di parte, in cui sono questi ultimi a essere maggioranza e ad essere eletti. Ancora non esiste l’idea né di bene comune, koinè culturale , né di Stato. Il deficit culturale in Italia è abissale, ancor più del debito, e solo con la cultura si potrà rimediare alla crisi.

Nessuno oggi può ragionevolmente pensare di sollevare Monti, il suo mandato deve arrivare a scadenza e probabilmente il suo stile e metodo dovranno proseguire, togliere la credibilità al paese oggi è un suicidio. Monti è un rospo che va digerito. Tuttavia nel contempo bisogna da subito lavorare per un’ internazionale socialista.  Appoggiare tutti gli stati che favoriscono questa idea.

Nel frattempo rimane che se non si aumenta la domanda aumentando i salari la produzione è inevitabilmente destinata a rallentare e la recessione e il default  sicuri. La redistribuzione del reddito è indispensabile, indispensabile un controllo della speculazione, indispensabile un aumento dell’occupazione. Indispensabile la cancellazione delle mafie dal territorio, indispensabile la lotta all’evasione fiscale, indispensabile la lotta alla corruzione, indispensabile il riequilibrio dei posti pubblici. Indispensabile industrializzare il sud per cambiarne radicalmente la mentalità senza creare contrapposizioni.

Indispensabile invertire gradualmente la tendenza: nazionalizzare anziché privatizzare assumendo nello stato personale altamente qualificato secondo merito che si fondi sulla preparazione quanto sull’onestà. Un problema quest’ultimo alquanto trascurato dalla politica, la questione morale non è un problema è il problema.

Analisi per bontà dicibili grossolane dibattono da secoli se sia meglio nazionalizzare o privatizzare prendendo ad esempio la ex Unione Sovietica e glui Stati Uniti d’America. Non ho parole per tale insipienza. Su inesprimibili insipienze si è fondata da sempre la scelta di campo. L’idea è sempre la stessa “se ci credono in tanti allora esiste”.

Diversamente, molto diversamente, rimane chiaro che se nello Stato vengono assunte persone che si fanno servitori dello stato, ovvero lavorano non per sé, ma per il bene comune, statalizzare è la soluzione ideale. Se contrariamente, come avviene di fatto, vengono assunti parenti, amici, conoscenti o vengono assegnati posti per voto di scambio e comunque persone che dello stato e di servire stato non hanno mai avuto idea né intenzione, non hanno mai avuto neppure idea dello Stato, dico della sua esistenza, o peggio lo vedono come un avversario, uno che porta via loro i soldi con le tasse, in una tale mentalità privatizzare rimane per certo l’unica via d’uscita.

Dato il basso livello di coscienza, privatizzare nel passato è sempre stata la soluzione in tutti i paesi della terra. Tanto più bassa è la coscienza tanto più si rende necessario privatizzare, lasciare ai mercati la guida mondiale. L’idea di togliere potere ai mercati senza far crescere la coscienza popolare, senza aumentare la cultura, statalizzando è da sempre a dir poco perdente e fallimentare. La cultura, la coscienza popolare rimane in entrambi i casi il problema.

Anche i privati non pensino di non far parte della comunità, di avere lo Stato come terzo se non come controparte. Mi tocca sentire discorsi del tipo” io pago la scuola privata, vado dal medico privatamente perché devo pagare le tasse?”. Al privato è concesso di arricchirsi solo se ha chiaro in mente di far parte di una collettività e di dovere alla comunità e alla sua storia la sua ricchezza. Nessuno si è fatto da solo, tutti dobbiamo tutto ai padri. Non a nostro padre, ma a quanto tutti si sono sacrificati per garantire a noi il nostro benessere a partire da Adamo ed Eva.

Solo per concessione della collettività il privato può ottenere il permesso di vivere e anche di arricchirsi e alla collettività deve comunque contribuire e alla collettività deve comunque rendere conto. E non solo pagando le tasse. Siamo tutti servitori dello Stato. Questa morale, per inciso “protestante”, è entrata a far parte del mondo anglosassone, sa va sans dire, e non a caso gli anglosassoni sono i paesi più avanzati non solo economicamente ma anche in civiltà. Questa morale deve entrare nella testa di Confindustria e di tutti gli associati, messa nello Statuto. Anche qui per chi ha inteso serve  cultura: il più grave deficit per ogni paese è la cultura e dunque senza cultura non usciremo dalla crisi.




Buon Anno ai giovani italiani.

Guardateli bene, ci guardano da fuori, da lontano e sembrano ricordarci cosa siamo in grado di fare in un ambiente diverso. Provo uno strano sentimento di orgoglio misto a vergogna.

Un gruppo di ricerca dell’Università di Bristol ha sviluppato il primo processore programmabile basato sulla fisica dei quanti. Un traguardo che potrebbe facilitare il decollo del nuovo paradigma computazionale.  La scoperta raccontata da tre italiani coinvolti nel progetto.




Se l’economia regge il mondo, cosa regge l’economia?

Un recente rapporto sulla ricchezza nel mondo ha confermato che il nostro paese è non solo una nazione di grandi risparmiatori, ma  soprattutto di grandi proprietari di case: il tasso di proprietà ha superato l’80% (un primato Europeo);  260 mila dollari di ricchezza procapite per adulto,  3/5  della quale derivata dagli immobili, con incrementi nell’ultimo decennio di dieci punti percentuali.

Questa realtà, secondo alcuni nostri politici, avrebbe consentito all’Italia di arginare le perdite dovute alla crisi dei mercati finanziari perdurante da quattro anni; mentre,  a fronte di una   mancata crescita dell’economia in atto da almeno dieci anni,  il debito pubblico italiano aumentava inesorabilmente da oltre venti anni,  insinuandoci oggi  la colpa per aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità.  Così secondo gli analisti economici.

Senza nulla togliere ai meriti delle  analisi economiche e finanziarie prodotte sul tema, qui vorrei comprendere non tanto la ‘razionalità delle scelte economiche’,  quanto le ragioni più profonde che le guidano.  La questione che pongo in generale  è se  si possono spiegare i fatti economici con le sole regole dell’economia o, in altre parole,  cosa rimane della  economia se  ad essa  viene sottratta l’analisi del pensiero e del comportamento umano, propria della filosofia, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e della biologia (si veda la ‘Neuroecomics’ di Robert Shiller e George Akerlof) .   Nel caso italiano, in particolare, mi chiedo se la particolare propensione al risparmio e la scelta di un investimento prevalentemente immobiliare costituisca  una “anomalia” di una ipotetica variante italiana della specie  homo oeconomicus, se paragonata ad altre varianti  europee o americana.

Nell’attività economica è possibile riconoscere  le tre  categorie dei produttori, dei distributori e dei consumatori, con la considerazione generale però che se produttori e distributori cosituiscono  componenti specializzate della popolazione, i consumatori ne costituiscono la totalità. Qual è dunque la razionalità di chi ha inventato i “prodotti finanziari” quali per esempio gli hedge found, i subprime o i derivati?   Si tratta della medesima razionalità che ha guidato l’attività delle Banche o influenzato le scelte operate dagli investitori o dai risparmiatori?  La mia ipotesi è: esistono diversi  modi razionali, dipendenti ognuno dalle diverse mentalità  presenti negli individui, a loro volta derivate dalle culture  prevalenti in un  determinato paese e periodo.

La specie  Homo sapiens – sapiens oggi vivente sul nostro pianeta con 7 miliardi di esemplari è apparsa 250 mila anni fa (2500 secoli fa) e a tutt’oggi conserva inalterato il volume del cervello originario, a fronte dei progressi straordinari del suo comportamento specifico, che globalmente  definiamo cultura: la Caccia, l’Agricoltura, l’Arte, la Religione, la Scrittura … la Filosofia, lo Stato, il Diritto, l’Industria, la Scienza, la Tecnologia …

Le  culture che da  millenni  hanno formato le popolazioni  e che oggi ancora formano le mentalità di ogni individuo attraverso l’educazione tramandata  per almeno 10 mila  generzioni, sono sostanzialmente descrivibili  secondo   phyla  culturali  della caccia, riferita al corpo,  contadina, riferita alla terra,  artigianale, riferita alla materia  e  commerciale,  riferita al denaro.

A queste forme culturali, che con diverse intensità  convivono in ogni individuo in un mix derivante  dalla sua  appartenenza ad un determinato popolo e al suo livello d’istruzione ed educazione, sono corrisposte quindi mentalità che si sono  affrancate su valori fondanti un’etica quali, rispettivamente,  il valore della  consanguineità legato al gruppo di appartenenza, il valore del sacrificio legato al lavoro,  il valore della creatività legato all’ingegno e il valore della ricchezza  legato all’individualità.

Se disponiamo  su un asse temporale le principali trasformazioni culturali avvenute nella storia dell’uomo (i progressi della cultura precedentemente elencati), esse ci appaiono caratterizzate  da una  crescente incidenza dal fattore velocità. Da almeno 6 secoli assistiamo ad un’accellerazione culturale travolgente, se paragonati ai precedenti 2496 secoli.  Tale accellerazione, che peraltro è correlabile all’aumento della popolazione, ha fatto la differenza fra le popolazioni del pianeta e, intra ogni popolazione, fra le categorie sociali costituenti.

Se guardiamo ora, su scala minore, la storia del nostro Paese (a 150 anni dalla sua Unità), possiamo osservare che, per esempio, l’industrializzazione in Italia, iniziata nei primi anni del ‘900 e interrotta con le due guerre mondiali, si realizza a partire dagli anni ’50, con la ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra.

La velocità con cui in Italia si è prodotta la ricchezza  su  base industriale, in particolare nelle regioni del Nord e del Centro a partire dagli anni ’60, non ha  favorito  uno sviluppo armonico del benessere della societa’ e una diffusione altrettanto veloce di una cultura moderna che fosse adeguata alle nuove esigenze. Ma quali sono le nuove esigenze di un’economia che dopo le due  guerre mondiali  è diventata essa stessa mondiale?

Le nuove domande poste oggi dalla “globalizzazione dei mercati” possono essere  derivabili dal fatto che i modi di produzione, le merci e  le informazioni circolano nel mondo con maggiore velocità e libertà di quanto circolino le persone; mentre  le persone ancora circolano nel mondo solo se spinte dalla necessità della ricerca di un lavoro (e per interventi militari)  o mosse dal piacere, per turismo.

La famiglia italiana, sia essa composta da contadini, artigiani,  professionisti,  imprenditori, lavoratori dipendenti,  si è così trovata nell’arco di una generazione a possedere una nuova ricchezza da amministrare. La risposta al  che fare di quella ricchezza non poteva che provenire dalla mentalità in quel momento prevalentemente posseduta e sedimentata dai secoli più recenti, quella contadina,  in forza della quale il sogno della proprietà della terra  è stato sostituito con la più realistica possibilità della prorpietà del metro quadro: la prima casa, un appartamento al mare, in montagna, il box, la villetta, la villa, la tenuta …

E’ pur vero che la prima utilizzazione della ricchezza in tal senso ha soddisfatto un bisogno reale e concreto,  quello dell’abitazione, ma come spiegare la coazione a ripetere  dell’accumulo degli investimenti  in altri immobili?

Si è sostenuto e ancora si sostiene che “il mattone” sia, alla fin fine, l’investimento più sicuro. Ciò potrebbe apparire  singolare se si riflettesse sul fatto che una delle cause della crisi finanziaria in corso  è stata la speculazione finanziaria legata al mercato immobiliare.  Il fenomeno  della “bolla immobiliare” è nato negli USA (ma   si è poi diffuso rapidamnete  anche in Europa) dove per sostenere il circuito Denaro – Denaro, i nuovi mercati finanziari (la finanza creativa)  hanno richiesto una mobilità degli investimenti che fosse  liberata dai vincoli economici, che  coinvolgesse gli Stati e le Istituzioni pubbliche (debito pubblico) e che fosse più veloce nelle transazioni. Di conseguenza, l’acquisto della casa come bene  è stato sostituito  dall’acquisto dei mutui come investimento, seguendone quindi la volatilità.

Lo stile di vita americano, che si rifà alla loro originaria mentalità pioneristica, si è sempre caratterizzato  per una elevata mobilità interna (oggi negli Usa si misura la crisi  adottando come indicatore  la sua riduzione, stimata a -40% ) sicchè in quel paese la casa  viene concepita come uno strumento di vita, un mezzo, piuttosto che un asset (negli Usa non si acquistano “metri quadri”, ma unità abitative già  corredate  dei servizi fondamentali). I frequenti cambiamneti di abitazione nell’arco dell’esistenza di un individuo sono resi possibili dalle facili acquisizioni di mutui, basati sul credito.

Da noi in Italia, invece, per una famiglia culturalmente  radicata alla propria terra d’origine (oggi si preferisce usare il termine più ideologico di ‘territorio’)  l’abitazione costituisce un fine e materializza  la ricchezza risparmiata attraverso sacrifici  col proprio lavoro.  E  la ” prima casa” il più delle volte è anche l’ultima, ma non l’unica.

Al primato italiano in Europa del risparmio che diventa investimento immobiliare, si aggiungono altri tratti peculiari  della nostra economia, che ne condizionano negativamente lo sviluppo:  una struttura industriale fondata  sulla piccola e media industria,  una  proprietà  delle aziende prevalentemente a carattere familiare e una elevata circolazione del denaro liquido.  Anche  queste  caratteristiche sono spiegabili riconducendo l’analisi sul piano culturale, non economico.

Per secoli la storia d’Italia è stata una storia di invasioni, spesso richieste dai poteri locali (la Chiesa di Roma), di divisioni politiche territoriali (Comuni, Signorie) in assenza di uno Stato con funzione   regolatrice, di sviluppi economici a livello locale basati sulle abilità artigianali e a livello internazionale  sui prestiti e i commerci (le Banche, le Repubbliche marinare).  E’  possibile intravedere in questo quadro le radici culturali della frammentazione territoriale in piccole e medie attività produttive, del passaggio da padre in figlio dei mestieri e delle proprietà,  della diffidenza verso le istituzioni “terze” e del ricorso al possesso ed uso diretto del denaro.

L’assenza di grandi eventi unificanti a partecipazione internazionale,   come per esempio sono state le guerre e il colonialismo,   ha favorito da un lato la distribuzione territoriale  di modeste economie e  limitato dall’altro lo sviluppo e l’intensificazione della produzione attraverso la creazione delle grandi industrie (trasformazione di materie prime, armamenti, cantieri navali, ferrovie, strade e infrastrutture in genere).

L’Unità d’Italia si è costituita proprio sulla politica di Cavour volta al riconoscimento internazionale dello Stato nascente, per sedersi al tavolo di grandi.  L‘interventismo nella  ‘Grande Guerra’ , l’aspirazione di Mussolini ad un Impero coloniale  e la scelta italiana per l’Europa  dopo la Seconda Guerra Mondiale (Trattati di Roma) sono state scelte culturali che ci confermano la continuità di questa politica.

Uscire dall’Euro significherebbe  per noi oggi, al di là dei danni economici, cancellare l’Unità d’Italia e regredire così a situazioni di  inconsistenza politica che ci condurrebbero nuovamente ai margini del  mondo.

 

 

 

 

 

 

 




Come le foglie al vento.

Ho  seguito lunedì 14/11 la risposta delle Borse alla nomina di Monti: all’apertura un rialzo che è arrivato a toccare il 2%, poi la probabile notizia di un emerito esponete europeo che afferma che non è il cambiamento di un governo che potrà rimediare alla crisi e il mercato chiude a meno 2.

Dice Feltri “La borsa è nevrile (eccitabile) come un cavallo, basta un fruscio di foglie per provocare delle reazioni”. Nessuno lo contraddice. Su questo tutti concordano. A questo sono affidate le sorti dell’umanità, questo il mercato e le sue leggi.

Siamo un corpo acefalo governato dal panico. Gli umori del mercato guidano la politica. Chi più può influenzare il mercato più ha potere, più dei poteri nazionali, al di sopra della loro sovranità, potere per minacciare le democrazie e per impoverire intere nazioni.

È intollerabile! Occorre assolutamente reagire! In momenti di crisi occorre solidarietà. L’unica chance è l’istituzione prima possibile di un Governo Centrale Europeo che prenda le briglie del mercato. O così o il tunnel non vedrà la luce.




Il potere logora chi non ce l’ha.

Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Eppure la soluzione sembra sulla bocca di tutti essere crescere, produrre di più. Ma che senso ha aumentare la produzione / produttività se il potere d’acquisto, la domanda, diminuisce?
Se crescere significa produrre di più e già non siamo in grado di assorbire l’attuale capacità produttiva,  dove finiranno le merci in eccesso? A chi venderà chi produce?  Al mercato estero rispondono gli esperti, i furbi. Questo spingerà ogni paese a competere con l’altro anziché collaborare  e costringerà ogni nazione ad abbassare sempre più i costi di produzione a danno dei lavoratori che saranno costretti a lavorare a salari sempre più bassi per rendere competitivo il loro mercato.

Un gioco al ribasso in un sistema che si avvita. Liberalizzare (rendere più competitivo il mercato) prende quindi il “moderno” significato di demolire le contrattazioni sindacali e da ultimo il Patto sociale, ovvero ciò che è a base della nascita della nostra civiltà creando uno stato di instabilità e insicurezza (mondiale) per mancanza di regole riguardo a quelli che sono i diritti e i doveri.

Da Wikipedia, Contratto sociale: “Il contrattualismo comprende quelle teorie politiche che vedono l’origine della società in un contratto tra governati e governanti, che implica obblighi precisi per ambedue le parti. In questa concezione il potere politico si fonda su un contratto sociale che pone fine allo stato di natura, segnando l’inizio dello stato sociale e politico. Si considerano contrattualisti quei pensatori che muovono da tale sintassi del discorso”.

Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Ebbene è questa la gente che ci ha cacciato in questo guaio, è questa la gente a cui siamo in mano. Mentre una finanza continua liberamente a speculare si chiedono sacrifici ai lavoratori per sollevare le sorti del paese (Patto di solidarietà).

Eppure se l’asserito è vero e incontrovertibile (domanda e offerta sono leggi di mercato) non si capisce come dalla crisi si sortirà se non con una perdita secca del welfare state con un impoverimento di ciascuno e della nazione, della nostra e delle altre. Chi prima chi poi, in una competizione tra stati cannibali e a scapito da ultimo dei diseredati dei poveri della terra. Ormai, fatta eccezione per i pochi o pochissimi, tutti. Scenario che lascia prevedere sommosse, terrorismo e anche guerre se non si interviene per tempo a cambiare logica.

Nel momento in cui il Patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo; di conseguenza il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Queste parole potrebbero sembrare sovversive ma, sorpresa, non sono parole mie: sono tratte dalla medesima definizione data sopra da Wikipedia al contratto sociale.

Chiaramente si tratta di stabilire quanto e come il Patto sociale sia stato violato, ma deve rimanere chiaro che la legittimità della ribellione è proporzionale alla violazione. Costringere stati come la Grecia a violare i patti sociali, un fatto politico, in dipendenza di un fatto economico, è pericolosissimo e sbagliato. Sbagliato anche in dipendenza del fatto che, assoldate le colpe del governo greco, è stato uno tzunami finanziario a scoperchiare le pentole.

Ora bisogna rimettere i coperchi e chiedere ad ogni stato di mettersi sulla strada di risanare la propria economia senza vessare la popolazione, ma combattendo nei tempi e nei modi dovuti la mafia, la corruzione, l’evasione, la speculazione, e ogni sorta di furbizia e disonestà che sono il vero cancro di ogni Patto sociale. Bisogna inoltre restituire in fretta ai lavoratori e questo sì, il potere d’acquisto.

Un governo politico europeo per dare fine agli egoismi nazionali e alla competitività si rende indispensabile, o l’Euro e l’Europa affonderanno.

Se il potere d’acquisto diminuisce chi comprerà la merce? Dovremo distruggere i beni?  Deflazione?  Un’altra guerra? Nessuno incredibilmente ha  ancora risposto a questa semplice domanda.




Crisi economica o crisi del sistema economico?

La caduta del muro di Berlino e gli attentati del 11 settembre 2001 confermarono a Francis Fukuyama  il concetto di fine della storia:   una “storia universale” direzionale dell’umanità che ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali, di contro alle “storie nazionali” con le loro regressioni, opposizioni, condanne o ritardi rispetto al destino del mondo.

Oggi, i movimenti di protesta della ‘Primavera araba’, degli ‘Indignados’, del ‘Piraten Partei’ tedesco  ed ora dello  “Occupacy Wall Street” negli USA,  rivolti contro le Banche, la speculazione finanziaria, la riduzione del welfare state, la mancanza di lavoro e del futuro, sono da considerarsi ‘storie nazionali’? Anche quelli che  sono sorti nei paesi dalle più solide democrazie?

Si osservi in  questi movimenti spontanei il combinarsi di due  caratteristiche:

i) il tratto  anti ideologico, in quanto si pongono al di là delle collocazioni tradizionali della  appartenenza politica a destra/sinistra , al di là dei generi, al di là della età  e delle classi sociali;

ii) il tratto radicale, in quanto  le critiche convergono sul sistema  economico e sociale, accusato di essersi  scollegato  dalla produzione  e di pretendere di  esistere basandosi sulla sola Finanza. Si direbbe che  queste  proteste  abbiano dato voce alla  teoria marxiana del valore,  in  particolare alla transizione  dal ciclo Merce-Denaro-Merce  a quello del Denaro-Merce-Denaro, e quindi al Denaro-Denaro (dal sito www.circolodegliscipioni.org suggeriamo un’interesante analisi sulle vere  ragioni dell’attuale crisi).

Certo, è prematuro  ipotizzare che questi movimenti possano diventare forze capaci di determinare quei cambiamenti nella politica e nella società che molti di noi  auspicano. Tuttavia, il loro fascino fa ricordare quanto Hegel scrisse nella Fenomenologia dello spirito: “La frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino”




Le tasse: da Tobin a Robin

/L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale,  in quanto da una parte sottrae  risorse allo Stato e dall’altra  alimenta  la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone  l’individuo al di fuori  del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito.

L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di  un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che  la lotta all’evasione fiscale deve  essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata.

Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali  e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasione / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere,  e simultaneamente  mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.




Energia e informazione

Vogliamo  P.A.C.E.

(Politica-Amore-Cultura-Energia)

Centrali nucleari in Italia, disastro nucleare in Giappone, moti di liberazione in Nord Africa, immigrazione africana verso l’Europa, divisioni politiche  in Europa ….. se tutto è connesso, cosa può  collegare tra loro queste emergenze? Esiste una soluzione comune ai problemi comuni?

La tragedia in corso in Giappone ha risvegliato in occidente le coscienze insinuando nuovamente il dubbio sulle centrali nucleari, ma lo ha fatto  instillando la paura ed era già accaduto nel 1986.  Che dire della memoria e delle fluttuazioni delle coscienze?  Un incidente, il referendum, il rifiuto del nucleare, la riproposta del nucleare, nuovo incidente, la pausa di riflessione.  Non si deve decidere sotto il ricatto della paura. Giusto, ma perchè si ripropongono, in particolare nel nostro Paese, le centrali nucleari? Solo per interessi economici? Gli interessi da soli non bastano a spiegare i comportamenti  umani. Dobbiamo domandarci e rispondere al perchè di quegli stessi interessi e spiegare  perchè si sia disposti ad accettarli.

Cos’è accaduto in Giappone? E’ accaduto che un terremoto poi uno tsunami,   hanno devastato coste e città, ma chi poteva prevedere quell’intensità? Siamo di fronte all’ineluttabilità della natura … e la compostezza di fronte alla tragedia di quel popolo, da sempre convivente con quella natura ostile,  è per noi esemplare. Ma lo tsunami ha  nella sua furia compromesso 6 reattori  della centrale nucleare di Fukushima, dove si  da ormai l’emergenza è al massimo grado. Ora la catastrofe è nucleare, quindi umana. E’ anch’essa ineluttabile? Imprevedibile? Dobbiamo convivere anche con l’ostilità tecnologica del rischio nucleare? Qui la compostezza viene meno, anche in Giappone.

Nei bambini i mostri generano la paura,di notte, ma negli adulti, i bambini diventati grandi,  è lo stato di paura che genera i mostri, anche di giorno. Così, dopo aver dimenticato le testate nucleari delle bombe e dei missili, percepiamo il reattore nucleare come un nuovo mostro che se, quando, ferito genera morte e distruzione di massa. Dopo Hiroshima e Nagasaki e  gli esperimenti nel Pacifico non sono scoppiate altre bombe atomiche o all’idrogeno, mentre gli incidenti nucleari alle centrali, almeno quelli fino ad oggi rivelati, sono noti. Cosa pensare, dunque? Cosa dire? E soprattutto che fare?

Gli argomenti che vengono in genere offerti alla pubblica opinione per giustificare la necessità di ricorrere alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari sono principalmente due: la necessità di fare fronte alla domanda crescente di energia e la necessità di rendersi indipendenti dalle forniture energetiche. Dunque, da una parte  la motivazione economica in relazione allo sviluppo, come si è caratterizzato in questi ultimi due secoli, dall’altra la motivazione politica in relazione alle strategie internazionali per il controllo delle fonti energetiche.  Mancano tuttavia le motivazioni scientifiche in relazione alle tecnologie usate,  all’impatto ambientale e ai rischi sulla salute. Gli argomenti proposti dagli strenui difensori del nucleare sono spesso  infondati e irrazionali. Esse appaiono come pure petizioni di principio nella forma dell’ “imperativo tecnologico” secondo il quale se una cosa c’è dobbiamo usarla. Il primo argomento pro nucleare è sintetizzabile nella formula: “Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Si sostiene  che dal momento che siamo circondati da centrali nucleari francesi, svizzere e croate, dalle quali per altro attingiamo energia per i nostri consumi ( la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari però ad appena l’ 1,5 per cento del totale) tanto vale renderci indipendenti con nostre centrali nucleari sul nostro territorio. Evidentemente in questo caso non vale la logica delle esternalizzazione  e nemmeno della delocalizzazione, ma al contrario si sostiene la convenienza anche economica di costruire centrali nucleari  sul territorio italiano.  E per quanto riguarda i rischi? Torna il fatalismo sotto la forma dello “imperativo tecnologico”: tanto ci sono già, una più una meno…

Secondo argomento pro nucleare. Dobbiamo assicurarci il soddisfacimento del crescente bisogno di energia.  Ma le cose non stanno proprio così. Consultando i dati pubblicati sulla produzione di energia elettrica in Italiasi scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Semplicemente perché conviene economicamente. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). Quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.

Per comprendere l’ossessione energetica che ispira le menti dei sinceri nuclearisti, intendo quelli in buona fede, non  corrotti dalla frenesia degli appalti (vedi G8,  L’Aquila, il Ponte sullo stretto…),  penso  occorra fare una preliminare riflessione di ordine storico e demografico in relazione ad un fenomeno che caratterizza da millenni l’evoluzione delle società umane: la città.

Secondo uno studio dell’Ined (Institut National Etudes démographiques) pubblicato  nel 2007 su “Population et sciences” e che si basa su dati dell’ONU, la maggior parte della popolazione mondiale è urbanizzata. La soglia sarebbe stata superata il 23 maggio  2007: più del 50% della popolazione mondiale  da allora vive in città. L’urbanizzazione è in ulteriore, continua crescita e si prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troveranno in questi continenti.

La crescita delle città costituisce uno dei fenomeni più importanti nella storia dell’umanità,  con la specificazione però che nei paesi  meno sviluppati  la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai paesi sviluppati.  C’è però una grande differenza tra quanto accade nei paesi ricchi e in quelli poveri. Nei paesi ricchi l’urbanizzazione è frutto dello sviluppo e le città offrono posti di lavoro e un modo di vita per molti più interessante. Dove la società è più ricca ed evoluta si sta  tuttavia delineando una tendenza contraria: attività industriali, aree commerciali e zone residenziali si spostano dalla città verso altri luoghi. È ildecentramento urbano. Numerose fabbriche sono sorte in zone agricole, perché le reti telematiche e i trasporti veloci tendono ad annullare le distanze. In aree extraurbane, talvolta in aperta campagna, sono sorti grandi centri commerciali e insediamenti residenziali. Nei paesi poveri, invece, le grandi masse che si accalcano nelle sterminate periferie delle città, inseguono  la speranza, spesso solo illusoria, di migliorare la propria esistenza.

L’alterazione del rapporto città – campagna ha creato numerosi e ben noti problemi alla composizione e alla dinamica delle società (integrazione tra etnie, criminalità, microclima, igiene e sanità pubblica, inquinamento,  viabilità e trasporti, ecc), tutti riconducibili ai concetti di centro e di densità. La città ha al suo interno uno o più  centri e si costituisce essa stessa come un centro rispetto ad un territorio più allargato. Nella città centro ogni fenomeno si concentra e quindi si manifesta con elevata densità, indipendentemente dalla sua intensità. Tra  i  problemi di maggiore rilevanza emerge quello del consumo energetico, che non è più soltanto da mettere in relazione alla concentrazione della produzione industriale, ma in relazione alla concentrazione dei servizi.  Esiste cioè una correlazione tra densità di popolazione  e densità di consumo d’energia.

L’idea della centrale elettrica, soprattutto quelle di media e di grande potenza, nasce dunque da questa necessità e la sua dislocazione dipende in  parte dalla natura della sorgente d’energia (bacini idrici, giacimenti, raffinerie,)  in altra dalle considerazioni tecniche ed economiche. Così viene normalmente accettato che, una volta scelta la fonte energetica (carbone, petrolio, gas o uranio) conviene costruire centrali di media o alta potenza in ragione dell’evidenti  economie di scala e, d’altra parte, più  la produzione è prossima all’utilizzazione, minori saranno le perdite nel trasporto di energia (le perdite, tra l’altro, condizionano la dimensione ottimale della centrale).

Dobbiamo dunque chiederci, prima ancora di scegliere le fonti energetiche, se lo sviluppo  fondato sull’idea della centralità della produzione energetica sia ancora sostenibile per il futuro. E’ ancora una volta un problema di cultura, che deve guidare la politica nella visione dell’interesse lontano. Dobbiamo immaginare lo sviluppo energetico fondato su nuove visioni legate maggiormente ai concetti di decentramento e di rete, dove ogni nodo produttivo può  coincidere con l’utilizzatore finale, analogamente a quanto già è avvenuto con la rivoluzione informatica di questi ultimi decenni.

Nella rete energetica può avvenire quello che sta in analogia accadendo nella rete dell’informazione, dove ogni singolo utente–nodo connesso alla rete è ad un tempo consumatore e produttore, più autonomo e quindi libero dai condizionamenti derivati dalla concentrazione di potere e più responsabile nei consumi.

Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec, l’Internet dell’energia, al di là delle scelte delle fonti rinnovabili  e delle nuove tecnologie oggi esistenti, nella rete che collega tra loro i vari tipi di centrali di produzione di energia, dislocate là dove è direttamente reperibile con maggiore facilità la fonte energetica, si vede non solo la soluzione energetica per l’Europa e del Nord Africa, ma anche la soluzione economica e politica per gli Stati del Nord Africa, oggi in aperta e drammatica ricerca di democrazia e sviluppo.  Desertec non presenta ostacoli tecnici alla sua realizzazione, dal momento che utilizza tecnologie già esistenti e mature (per esempio gli impianti solari di Carlo Rubbia), per altro destinate a migliorarsi nell’arco temporale richiesto per la realizzazione,  essa  richiede l’intelligenza e la volontà di scegliere di adottare un nuovo modello  di sviluppo fondato sulla cooperazione.