Todos indignados

In una recente  puntata di “Otto e Mezzo” di La7  Lilli Gruber ha chiesto a Mario Monti la sua disponibilità a diventare Capo del Governo, ad occupare la poltrona di Berlusconi. Mario Monti ha glissato. Gli è stato chiesto inoltre quali siano i provvedimenti che sarebbe opportuno applicare (la ricetta) per uscire dalla crisi. Mario Monti ha risposto che, molto semplificando, bisognava intervenire sulle pensioni e su una maggiore tassazione sui redditi più alti. Allungare l’età pensionabile e non necessariamente una patrimoniale, aumentare le aliquote irpef. Ma che l’un provvedimento non si poteva prendere perché spiace all’elettorato di sinistra, l’altro perché non piace all’elettorato di destra e così il paese rimane fermo. Monti parlava inoltre di equità e di aiutare i giovani.

Ci sono osservazioni in merito:
-primo, colpire le fasce più deboli, la stragrande maggioranza, non è per equità la medesima cosa che colpire le fasce più forti, una netta minoranza;
-secondo, aumentare l’età pensionabile toglie posti di lavoro ai giovani e aumenta la disoccupazione;
-terzo, non si riesce a capire come diminuendo il potere di acquisto di un’intera popolazione si possa riavviare la crescita.

Assistiamo quotidianamente a programmi televisivi  i cui servizi ci mostrano i sempre più numerosi casi di persone che non riescono a far fronte ai debiti  e alla mancata richiesta di  mutui alle banche (23% in meno solo l’ultimo mese). Senza potere di acquisto garantito alle masse, diminuendo il volume del denaro in tasca alla gente, le merci andranno presto invendute e se le merci rimangono invendute, la produzione si arresta.  L’economia si avvita.

La Grecia non uscirà mai dalla crisi se non a carissimo prezzo, e tutto a spese della popolazione. Presto acquisteremo grazie a un basso costo del denaro prodotti dalla Grecia. Le merci greche invaderanno il mercato europeo grazie al loro basso costo tenuto basso dallo sfruttamento dei lavoratori greci. La Grecia diverrà per certo anche un paese di vacanze che grazie al turismo a basso costo cercherà di recuperare un po’ di valuta.

Così come ora il terzo mondo dove il costo del denaro, guarda caso, è il più basso possibile. Braccianti. Morale: avremo un paese che salverà la propria economia riducendo in miseria la sua popolazione.  La Spagna e noi a seguire?  Poi chi altro?

Tutto andrà indietro finché l’effetto domino non finirà per impoverire l’intera Europa, vedendo da ultimo un economia “risanata” e una società di schiavi . Rimanendo fermo che pochissimi, pochissimi  straricchi non subiranno in nulla la crisi.

Forse questo il progetto? Per  certo si tratta di paranoie di qualche radicale veterocomunista, ma altrettanto certamente qualche magnate della finanza tuttora nondichiaratofascista ci ha pensato e sta aiutando la crisi. Abbiamo liberalizzato i mercati. Monti si è detto favorevole (vedi libro di  Edoardo Nesi, Storia della mia gente Premio Strega). Il modello di sviluppo è forse quello cinese? Una “sana” economia in un paese di schiavi?  Caro Marchionne, “uomo più a sinistra di me” come il passato sindaco di Torino ha affermato. Ahi, serva Italia … un uomo di sinistra ancora non lo vedo.

Mi chiamo Cassandra e se non si invertirà la rotta il quadro fatto è inevitabile. Quello che ci si deve chiedere è solo quanto tempo e dove terminerà l’abisso. In Grecia trentamila licenziamenti e 60% di riduzione degli stipendi agli statali.  E noi …?  Noi tutti a sperare. A sperare di non finire come loro.

                                    Il pensiero debole

Mario monti è un economista e il convincimento di tutti è che essendo l’economia in crisi chi più di un economista, un eccellente economista, come anch’io Mario Monti ritengo che sia, possa guidare il paese fuori dalla crisi?  E la sorridente Lilli gli propone la leadership. Questo accade perché si ritiene che il problema sia economico e solo economico. Non è cosi.

Come si può osservare le compassate osservazioni di Monti colpiscono, secondo un suo personale senso di equità, sia i lavoratori che i capitalisti, la stragrande maggioranza e i pochissimi. La sinistra e la destra.

Pur avendo nella massima  considerazione la professionalità e la sicura buona fede di Monti, l’altezza morale della persona, mi sento comunque di dirgli: “lei è un economista ma non un politico e solo chi pensa alla politica come a una questione meramente economica può pensare a un economista che non sia un politico come alla persona che possa risolvere la crisi”.

Sul fatto che Monti sia meglio di Berlusconi non ho alcun dubbio, tra le due persone vi è un’abissale distanza, distanza anche morale. Ma appunto morale, un campo in cui la dignità della persona ha un peso specifico. Non giova ad uno statista un basso sentire, anche se questo incontra il consenso di tutti.

Tuttavia la statura morale non è tutto, una condizione necessaria ma non sufficiente (certo che se poi non c’è neppure quella …), ma la politica pretende scelte che esorbitano anche dal campo della dignità personale -pure dovuta- e dall’economia per entrare in quello della morale, della visione complessiva  che può essere solo quella del bene comune.

E una cosa è chiedere sacrifici economici alle persone, una cosa sacrificare le persone, togliere loro la dignità (Platone). Si può essere contro il consumismo, stringere la cinghia, ma non essere licenziati o vessati.

La seconda guerra mondiale è scoppiata non per ragioni economiche, ma perché è scomparsa dalla terra la compassione e con la compassione è morta la coesistenza.

Come si può sopportare di vedere gente senza lavoro e dirigenti che in dieci anni sono passati da 80 volte lo stipendio di un operaio a 356 volte? E sono solo dirigenti. Poi arrivano i banchieri, i manager, i broker, i calciatori, i portaborse, i faccendieri, i prosseneti .

Un lungo elenco quello dei figli della Notte. Siamo indignati, siamo tutti indignati. La vergogna è un sentimento per cui la nostra epoca verrà ricordata così,  come è stato detto dal professor Mancuso, un giovane teologo, ma vorrei aggiungere che non si tratta di moralismo ma di morale, una distinzione quella tra morale e moralismo, tra una virtù e la sua degenerazione, che dovrebbe a lui più che a tutti essere nota.

Siamo indignati, ma tutti ancora per motivi differenti. Gli indigandos non sono un soggetto politico così come ho visto loro rivolgersi da parte di tutti gli uomini di politica e di cultura prendendo le parti pro e contro un fantasma.

Il posto di lavoro deve essere garantito a tutti, a tutti quelli che vogliono lavorare. Nessuno è sacrificabile. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno, un imperativo morale. Dobbiamo garantire a tutti il futuro. Ben venga sorella povertà, salveremo anche il pianeta, ma nessuno può essere sacrificato. Tantomeno per l’economia, per il mercato e le sue ipocrite leggi.

Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Questo è l’economia e Monti può essere quell’ingegnere.

La domanda ora è se quell’ingegnere è in grado di pilotare quell’aereo. Potrebbe. Ma è chiaro che per fare il pilota occorrono altre doti. Se si potesse scegliere sarebbe sicuramente meglio scegliere tra gli ingegneri. Non è detto tuttavia che il miglior pilota sia un ingegnere. Ma anche avendo un buon pilota e un buon ingegnere il gioco non è finito.

Oltre ad un ottimo ingegnere e a un ottimo pilota ci vuole sempre qualcuno che dia la rotta e sappia dove dirigersi. Per capire gli obiettivi da raggiungere il pilota deve avere ordini e non dall’ingegnere. Gli obiettivi oggi sono o il bene comune o la sopravvivenza del capitalismo. Chiaramente senza un buon aereo e un buon pilota la navigazione potrebbe essere molto difficile ma anche con un buon pilota e un buon ingegnere la direzione può essere sbagliata e portare l’aereo a schiantarsi.

Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Non si tratta solo di interventi strutturali ma di cambiare direzione.

Anch’io ho la mia ricetta.
Non fare lavorare il denaro, chiudere con l’usura, aiutare l’economia, pubblica o privata che sia, mettendo la museruola e legando alla catena la finanza. Una finanza che per definizione è senza scrupoli e che nasconde l’avidità con le leggi dei mercati e i mercati non sono le imprese ma la borsa. Le imprese si preoccupino solo di produrre e di investire solo onestamente nella produzione. Bruciamo i prodotti finanziari. Libere imprese e finanza sorvegliato speciale.

A disonesti e speculatori bisogna fare i conti in tasca. Imprese e lavoratori uniti nella lotta. La finanza deve servire l’economia non l’economia la finanza (parole di Cristo). La corruzione, la disonestà, un facile guadagno sono nella testa di tutti e la Grecia è caduta per prima.

E con buona pace di tutti, sinistre e destre, al di là di ogni ideologia e appartenenza, l’economia di ogni stato è proporzione all’onestà dei suoi cittadini, tutti i suoi cittadini dai primi agli ultimi, trasversalmente. L’onestà è un fatto che pesa come una montagna sull’economia. Intelligenza versus furbizia. Di onestà non sento nessuno parlare, mentre molto, molto sarebbe ancora da dire.

L’unica soluzione reale della crisi è invertire la rotta, assicurare il futuro, battere moneta e pagare di più la gente. Dalla crisi del 1929 si cominciò ad uscire in realtà solo quando Ford cominciò a pagare di più i suoi operai.

Non stanno distruggendo solo l’economia, stanno distruggendo il Patto sociale, stanno distruggendo lo Stato sociale, stando distruggendo lo Stato di diritto. Sono liberisti, come possono essere “statisti”?  Se i liberisti vanno al potere toglieranno la spina e diranno che (lo Stato) non funziona.  Allo “straguadagno” va tolto l’extra.




Tora! Tora! Tora!

Ebbene si, sono convinto che 27 milioni di cittadini (d’ora in avanti invito ad  usare i valori assoluti della realtà e non più le percentuali dei sondaggi) si siano espressi per e con “emozione” urlando i 4 SI.  E me ne rallegro.  Ora inizia la fase della “razionalità” ed occorre, al più presto, un governo che sia all’altezza delle aspettative che hanno animato questa prova di civiltà.

Se ai 17 milioni di cittadini che hanno votato i Sindaci del centro/sinistra si sommano i 10 milioni che hanno votato in più al Referendum risulta  ad oggi che esiste in Italia una nuova maggioranza capace di portare un governo che degnamente la rappresentasse a ben oltre il 50% delle preferenze!  Un brivido deve correre lungo la schiena dei politici.  Si tratta di una responsabilità che non si avvertiva dal Referendum del 1946 che portò il Paese alla Repubblica.




(P)referendum

Quelli che vorrebbero le centrali nucleari non ci dicono che quando le accendi la produzione di energia elettrica non è modulabile e puoi  solo spegnerle, quando le dismetti, con costi enormi.  Quelli che “quando non c’è il sole  a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono  nostre  e il cui prezzo  è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che  un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando  delle microcentrali, come  alternativa alle centrali di media/grossa potenza, scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente  i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico  per dimostrare il bene del nucleare che non produce  effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali.  (Nota)

“Ogni giorno di energia   atomica è un giorno di troppo”, firma Greenpeace sulla porta di Brandeburgo.  Mentre la Germania,  la più grande potenza industriale d’Europa, decide  di rinunciare al nucleare con un piano di dismissioni  di tutte le centrali da realizzarsi entro il 2022,  seguita recentemente dalla Svizzera con amedesima decisione, in Italia la Cassazione ha restituito  ai cittadini il diritto di esprimersi con il Referendum del 12 giugno su tre questioni  cruciali per il nostro paese:  l’acqua (Dossier), l’energia e il diritto.

E poichè si tratta di referendum abrogativi e il vento è una fonte di energia rinnovabile, rechiamoci a votare per  provare il piacere di rispondere: Si!




SI ai Referendum dei 4 SI

Quelli che vorrebbero le centrali nucleare non ci dicono che quando le accendi non puoi più spegnerle.  Quelli che “quando non c’è il sole  a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono  nostre  e il cui prezzo  è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che  un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando  delle microcentrali come  alternativa alle centrali di media/grossa potenza , scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente  i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico  per dimostrare il bene del nucleare che non produce  effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali.




Politica e Cultura

Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione?  Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto?  Dei diritti da sempre calpestati?  Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata?  Di generazioni senza nome?  Può essere “paradiso” la risposta?  Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.

Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti,  in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione.  Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro,  per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.

E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare  passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.

Il problema non è economico,  ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla  morale che nasce poi l’economia.

E se laidamente, pur essendo credenti,  non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione  dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la  cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.

Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente  non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.

Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi  economici  si sono disinteressate della cultura, considerata  problema non concreto o irrisolvibile e comunque  a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare  ostacoli. Gli intellettuali rimangono  solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.

Sotto un  apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.

Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.

La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.

Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni  e alle aspettative che un popolo ha.

Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.

Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.

Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.

Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente  rivolgere.

L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama  cultura.




La politica

Il regime politico  presente nel nostro paese  ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.

Durante il  regime fascista, che è bene ricordare si è affermato grazie alla desistenza di una monarchia inetta  e si è consolidato  quindi con la volontà popolare, il popolo veniva compattato e dominato dal potere nella prospettiva di diventare attraverso la dittatura di uno Stato guida una potenza egemone in espansione da cui sarebbero derivate  sicurezza e prosperità. Una tale concezione  accomunava le ideologie   novecentesche che si  reggevano sul controllo delle masse  mediante regimi totalitari, regimi che si giustificavano come necessari proprio in relazione alla grandezza dei fini.

Oggi il popolo  si sente minacciato dalle  nuove dimensioni del territorio:   la globalizzazione dei mercati, i  cambiamenti del clima,  i flussi immigratori. Esso  si  ritira, frammentandosi, in una dimensione più domestica, nel tentativo apolitico di affrontare la realtà in una  prospettiva tecnica atemporale,  mediante una gestione  amministrativa del potere, dominata dalla economia e dell’efficienza, dal “fare”: una democrazia commissariata.

Se  quel ventennio è stato  tragico nei modi e negli esiti, l’attuale periodo può risultare in realtà ancora più tragico  per il radicarsi progressivo  negli  uomini contemporanei dell’angoscia per  la precarietà o assenza del futuro, il luogo a cui tendere e dove ritrovarsi.  I comportamenti e gli atteggiamenti dei regimi passati ci possono apparire oggi, soprattutto alle giovani generazioni, come caricature del potere.

Rimane  alla fine il “popolo” come variabile indipendente  della politica contemporanea. Una concezione del potere demagogica ed economicistica che seguendo il principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole” rivela  l’incapacità della politica  contemporanea di riappropriarsi della  missione  originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene  comune. La politica come “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering)

E il  lessico usato ci aiuta a comprendere l’impoverimento del pensiero avvenuto in questi ultimi anni,  allorchè il  paese è stato concepito e trattato come un’azienda, come un sistema,  mai come uno Stato.

Se ciò è vero allora bisogna accettare l’idea che il populismo  della destra contemporanea non è così diverso del populismo della sinistra.  Se il primo ha bisogno di un popolo passivo, consumatore e  infantile,  come sostegno e giustificazione del proprio mandato, il secondo pervaso di cattolicesimo indulge sulle sue miserie con la  pretesa di  condurlo al potere. Entrambe le  concezioni sembrano  voler farci dimenticare che il popolo e l’opinione pubblica quando sono contro il potere gli nuoce e quando gli sono favorevoli  non contano niente.




Democrazia e maggioranza

Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.

” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene.  Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”

(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della  aristocrazia punito con l’esilio,   che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico  allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai  cultori del “politicamente corretto”  la facile occasione di rivolgerci  l’accusa, per altro oggi molto diffusa,  di essere  antitaliani  e  antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere  la complessità del mondo contemporaneo.

Tuttavia, noi riteniamo che mentre  l’aristocrazia nobiliare non debba  meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone) sia al contrario oggi un’operazione  virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.

Ma chi sono oggi i migliori?  Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale  e morale diffuso nel nostro paese  hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali  critiche si  sono  accompagnate poi ad  espliciti richiami all’esigenza di  introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.

Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”,  mentre un politico,  nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione,  per noi preferibile,  “la democrazia dei migliori”.

Noi consideriamo la  democrazia come  il metodo più avanzato di governo dei popoli, ma occorre fare attenzione  e distinguere il modo di gestire il potere  dal modo di selezionare i governanti.

Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento della “terzietà” delle regole e delle istituzioni, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo continuo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo,  dall’altra la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, che per noi è conseguente al processo di selezione dei governanti.

In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo?  In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?

Noi riteniamo che non si debba identificare la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma la modalità di selezione dei governanti.

A parte le sue origini greche, la  democrazia così come si è evoluta a partire dall’illuminismo prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il  senso profondo del progetto dell’Enciclopedia).

La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.

Tale intimo e profondo  legame tra la cultura e la democrazia non può accettare, per esempio, riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica.    Nella prospettiva della democrazia la scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma  guidata dall’interesse generale e sostenibile.

Anche nella costituzione e nel governo della classe dirigente politica possiamo riconoscere la cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica.  Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito  dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio  “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

La  politica culturale non va  intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma  come l’essenza stessa della  politeia.

D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente  si appiattisca inesorabilmente  al livello più basso acquisito.  A livelli più alti di equilibrio raggiunti  la cultura ha bisogno di una maggiore  energia  per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale  per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.

Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio privato, ma  rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto  con il popolo, ma proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Potenza e fascino del numero!   Il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi,  ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.

Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne  provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che  per i  curricula.  Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva  osservato criticamente, tali candidature  costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.

Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua!  La raccogliticcia cultura politica di quel  piccolo uomo yes-man (o “uomo Nonsai”, come ci suggerisce Bergonzoni con un  riferimento alle piante giapponesi) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo  della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati  nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.