Ci sono osservazioni in merito:
Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Anch’io ho la mia ricetta.
Tora! Tora! Tora!
Ebbene si, sono convinto che 27 milioni di cittadini (d’ora in avanti invito ad usare i valori assoluti della realtà e non più le percentuali dei sondaggi) si siano espressi per e con “emozione” urlando i 4 SI. E me ne rallegro. Ora inizia la fase della “razionalità” ed occorre, al più presto, un governo che sia all’altezza delle aspettative che hanno animato questa prova di civiltà.
Se ai 17 milioni di cittadini che hanno votato i Sindaci del centro/sinistra si sommano i 10 milioni che hanno votato in più al Referendum risulta ad oggi che esiste in Italia una nuova maggioranza capace di portare un governo che degnamente la rappresentasse a ben oltre il 50% delle preferenze! Un brivido deve correre lungo la schiena dei politici. Si tratta di una responsabilità che non si avvertiva dal Referendum del 1946 che portò il Paese alla Repubblica.
(P)referendum
Quelli che vorrebbero le centrali nucleari non ci dicono che quando le accendi la produzione di energia elettrica non è modulabile e puoi solo spegnerle, quando le dismetti, con costi enormi. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali, come alternativa alle centrali di media/grossa potenza, scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali. (Nota)
“Ogni giorno di energia atomica è un giorno di troppo”, firma Greenpeace sulla porta di Brandeburgo. Mentre la Germania, la più grande potenza industriale d’Europa, decide di rinunciare al nucleare con un piano di dismissioni di tutte le centrali da realizzarsi entro il 2022, seguita recentemente dalla Svizzera con amedesima decisione, in Italia la Cassazione ha restituito ai cittadini il diritto di esprimersi con il Referendum del 12 giugno su tre questioni cruciali per il nostro paese: l’acqua (Dossier), l’energia e il diritto.
E poichè si tratta di referendum abrogativi e il vento è una fonte di energia rinnovabile, rechiamoci a votare per provare il piacere di rispondere: Si!
SI ai Referendum dei 4 SI
Quelli che vorrebbero le centrali nucleare non ci dicono che quando le accendi non puoi più spegnerle. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali come alternativa alle centrali di media/grossa potenza , scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali.
Politica e Cultura
Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione? Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto? Dei diritti da sempre calpestati? Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata? Di generazioni senza nome? Può essere “paradiso” la risposta? Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.
Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti, in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione. Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro, per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.
E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.
Il problema non è economico, ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla morale che nasce poi l’economia.
E se laidamente, pur essendo credenti, non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.
Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.
Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi economici si sono disinteressate della cultura, considerata problema non concreto o irrisolvibile e comunque a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare ostacoli. Gli intellettuali rimangono solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.
Sotto un apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.
Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.
La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.
Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni e alle aspettative che un popolo ha.
Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.
Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.
Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.
Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente rivolgere.
L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama cultura.
La politica
Il regime politico presente nel nostro paese ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.





