Appartengo dunque sono.

Che la mentalità presente sia derivazione di una storia passata va da sé, non bisogna dimenticare che ogni individuo è figlio della propria cultura. Tuttavia, esiste sempre il pericolo  del giudizio formulato per appartenenza che implica oltretutto la generalizzazione.

“Appartenenza” e “generalizzazione” sono  bassi modi di pensare e di sentire che investono tuttavia la stragrande maggioranza della popolazione che nel pensiero e nell’anima oltre questi termini non è in grado di andare; di conseguenza manifestare un’opinione diviene estremamente pericoloso, potrebbe trovare immediato consenso. Tutto questo pone il problema del riconoscimento dell’ignoranza all’interno del popolo e, conseguentemente, della necessità della sua emancipazione: l’ innalzamento del livello di cultura, fino alla metamorfosi della mentalità in seno al popolo.

L’orgoglio di appartenenza, l’odio per il diverso e la generalizzazione si sono mostrati talmente nocivi dopo il nazismo e l’olocausto che “attribuire a un popolo” è divenuto un “tabù”, cosicché ciascuno cova in cuor suo le proprie opinioni senza mai dichiarale ma procurando ugualmente che le stesse abbiano pratica conseguenza.  Il “si sa come la pensa certa gente” non può mai essere certificato perché le opinioni non vengono mai dichiarate e quindi non vengono mai a confronto. Il tabù sulle caratteristiche dei popoli e delle civiltà posto dal relativismo ha bloccato qualsiasi discussione e di conseguenza qualsiasi analisi sociologica che fosse interessata a discernere, distinguere ancorché non a discriminare.

Orbene. Come da noi sempre dichiarato “I popoli non sono uguali”. Ogni fenomeno per essere capito e descritto deve essere conosciuto al di sopra di ogni pregiudizio, nel male così come nel bene: i ‘tedeschi’ sono in un modo, gli ‘italiani’ in un altro. Per certo non  per i cromosomi. Il nostro discrimine più che rifarsi alla fisiognomica si rifà alla mentalità come costitutiva del reale, come attuale testimonianza del grado di avanzamento della cultura di un popolo in ogni sua precipua emergenza.

Forniamo di seguito un buon esempio di come un pensiero ideologico in quanto fondato sull’appartenenza e la generalizzazione possa fare scempio della verità e condizionare negativamente le coscienze; si tratta di diffuse credenze sulla relazione presunta tra alcuni grandi pensatori e il nazismo.

Qui trattiamo quella che riguarda lo psicoanalista Carl Gustav Jung, che continuò, anche dopo la guerra, ad essere oggetto di polemiche e dibattiti. Sia nella sua autobiografia (“Ricordi, Sogni, Riflessioni”) che nella raccolta di testimonianze sulla sua vita Jung parla, appaiono numerosi spunti critici rispetto al fenomeno nazista, che in alcuni suoi scritti e passaggi Jung analizzò – con molta preoccupazione – da un punto di vista psicologico-analitico collettivo. Jung, comunque, consapevole com’era delle falsità di tale accuse, non diede mai troppo peso alla questione. Ma per avere un quadro più ampio è utile riferirsi allo stralcio di un’intervista del 1949:

“Chiunque abbia letto uno qualsiasi dei miei libri non può avere dubbi sul fatto che io non sono mai stato filonazista e tanto meno antisemita; non c’è citazione, traduzione o manipolazione tendenziosa di ciò che ho scritto che possa modificare la sostanza del mio punto di vista, che è lì stampato, per chiunque voglia conoscerlo. Quasi tutti questi brani sono stati in qualche misura manomessi, per malizia o per ignoranza. Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”. Guarda caso, se lette nel loro contesto queste frasi acquistano un significato esattamente contrario a quello attribuito a esse da questi “ricercatori”. Sono state prese da un articolo intitolato “Situazione attuale della psicoterapia”. Perché si possa giudicare il senso di queste frasi controverse, le leggerò per intero il paragrafo in cui ricorrono: “In virtù della loro civiltà, più del doppio antica della nostra, essi presentano una consapevolezza molto maggiore rispetto alle debolezze umane e ai lati dell’Ombra, e perciò sono sotto questo aspetto molto meno vulnerabili. Grazie all’esperienza ereditata dalla loro antichissima civiltà essi sono capaci di vivere, con piena coscienza, in benevola, amichevole e tollerante prossimità dei loro difetti, mentre noi siamo ancora troppo giovani per non nutrire qualche “illusione” su noi stessi… L’ebreo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà di circa tremila anni, possiede, come il cinese colto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi. L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai, poiché tutti gli istinti e i suoi talenti presuppongono, per potersi sviluppare, un popolo che li ospiti, dotato di un grado più o meno elevato di civiltà. La razza ebraica nel suo insieme possiede perciò – per l’esperienza che me ne sono fatta – un inconscio che si può paragonare solo con alcune riserve a quello ariano. Eccezion fatta per alcuni individui creativi, possiamo dire che l’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare ancora in sé le tensioni di un futuro non nato. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico, il che costituisce al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio di una giovane età che non si è ancora completamente distaccata dall’elemento barbaro”

Dice Jung “Prendiamo la falsificazione più importante, quella sul Saturday dell’11 giugno 1949: “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico”.”

Le frasi sottolineate furono estrapolate ad hoc, come in ogni pratica di falsificazione ideologica, e potrebbero essere attribuite sia a filo nazisti che da detrattori “democratici” a dimostrazione che Jung abbia aderito o addirittura sia stato sostenitore di idee razziste. Il brano letto per intero manifesta tuttavia opinioni che pur lontane dall’essere filo alcunché, prendono in considerazione gli ebrei e gli ariani come appartenenti ad una “razza”, e  a razze diverse, motivando la loro diversità su base storica,  culturale biologica e archetipica inconscia: “i suoi istinti e talenti”. Dirà più oltre: “L’ebreo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare in sé tensioni di un futuro non nato”. Il concetto di “razza” e di appartenenza viene dunque interamente conservato e Jung si pregia di attribuire alla razza sue precise e precipue caratteristiche.

Ingenuamente Jung parla di “eccezioni” e di un “ebreo medio”, non avendo in cuor suo un intendimento statistico, badando ai fenomeni nella qualità senza analizzare il modo.  La mancanza della misura è difetto di molti, direi anzi di tutti, nessuno sa quantificare i fenomeni nella loro distribuzione e tutta la vita abbiamo assistito a forzature che hanno storpiato ad hoc, secondo difesa della propria tesi, ogni realtà pensando di volta in volta a proprio piacimento qualsiasi “misura”. I giudizi di Jung non sono tuttavia giudizi di valore, Jung semplicemente rileva in pochissime righe quello che gli sembra di aver compreso di un popolo, una razza, gli ebrei, e di un’altra, gli ariani. Rilevandone pregi e difetti che appertengono alla cultura di un popolo non singolarmente agli individui.

Il grado di avanzamento culturale dovrebbe essere oggetto di studio e materia di indagine, per il raggiungimento dell’obbiettivo e lo scopo principale della politica, quello di un avanzamento in civiltà.  Gli incapaci, diversamente, in spregio alla cultura sanno solo prendere provvedimenti economici per vessare le genti, nella pretesa con questo di educare.

 




Lacrime nella pioggia

Andiamo a rileggere l’ultima pagina della sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere:

“I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. […] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che […] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.

L’Italia è un paese da sempre malato. L’ignavia è un vizio capitale che affligge da sempre gli umili, i poveri di spirito, come i potenti che dal popolo democraticamente vengono eletti e in animo diversamente non computano.

La verità non viene percepita, poi viene negata. La verità è fatta a brandelli.

E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l’ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».

Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.

Dice Cesare Zavattini che dopo “Sciuscià” (1946) di Vittorio de Sica, film epocale di cui Zavattini fu sceneggiatore, lui e Vittorio si aspettavano una indignazione popolare sulla condizione del carcere giovanile, una presa di posizione dei politici, dei giornali e dell’opinione pubblica. “Non accadde nulla” è il suo sgomento commento.

“La luna e i falò” di Cesare Pavese Paesino del cuneese in cui l’eroe fa ritorno dopo la guerra. Non ci si è accorti di nulla, 60 milioni di morti non hanno turbato le coscienze del villaggio, non c’è stato né un prima né un poi: gatti.

Più indietro ancora. “Sapevo che c’era la guerra, ma me ne sono accorta quando le bombe mi sono cascate sulla testa”, commenta una signora le bombe a Milano durante la seconda guerra mondiale.

Gian Carlo Caselli ancora si indigna di tutto il male che viene dimenticato e ancora lotta per la legalità. Ma nessuna legalità è possibile senza cultura, tra gente che non legge, non si interessa e vota. Sub lege libertas.

Gherardo Colombo invitato a “Che tempo che fa” riassumeva un lungo pensiero dicendo che “pagare le tasse è un obbligo”.  Mi permetto di dissentire “pagare le tasse è un dovere”.  A profani parrà cosa da nulla, ma tra la costrizione e la volontà passano millenni di storia dello spirito. Tra l’imposizione della legge e l’assunzione in proprio di un dovere ha luogo la “coscienza sociale”, un’abissale distanza: dalla dittatura alla democrazia.

La legge obbedisce alla giustizia che deve servire la verità. Non bisogna mai cessare di cercare la verità. La mancanza dei presupposti filosofici di temi come quello della legalità mette il figlio sul trono al posto del padre e la legalità alla verità è solo nipote. Si confonde così la mente di tutti su termini come legalità e democrazia non discriminando  tra obbligo e morale. Gli stolti penseranno a questo come a sofismi, le persone di ingegno ben sanno che su questi temi si gioca il futuro dell’umanità.

Se Dio è morto quale il nuovo mito?