Andiamo a rileggere l’ultima pagina della sentenza della Corte d’Appello di Palermo del 2 maggio 2003 (poi confermata in Cassazione) che, a quanto pare, in pochissimi hanno letto e moltissimi non hanno mai voluto o potuto conoscere:
“I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunziati; ha omesso di denunziare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza. […] Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […] Si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione [cioè prima della primavera del 1980, nda], il giudizio negativo espresso dal tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei pubblici ministeri appellanti. Non resta, allora, che […] emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione”.
L’Italia è un paese da sempre malato. L’ignavia è un vizio capitale che affligge da sempre gli umili, i poveri di spirito, come i potenti che dal popolo democraticamente vengono eletti e in animo diversamente non computano.
La verità non viene percepita, poi viene negata. La verità è fatta a brandelli.
E la sinistra non è stata da meno. Una forza politica che ha sempre fatto della «questione morale» un punto fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l’ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come «inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti».
Clemente Mastella, ineffabile ministro della Giustizia, ha dichiarato che «invece di parlare della sentenza di Palermo, ad Andreotti bisognerebbe fare un monumento». In questo Mastella è stato ampiamente soddisfatto. Sulla vicenda processuale si è innestato un processo di santificazione mediatica con la sapiente e sottile tessitura dello stesso Andreotti. Grazie alla connivenza di molta politica e di molta informazione egli è riuscito a far passare in secondo piano i gravi fatti evidenziati dal processo, fino a cancellarli.
Dice Cesare Zavattini che dopo “Sciuscià” (1946) di Vittorio de Sica, film epocale di cui Zavattini fu sceneggiatore, lui e Vittorio si aspettavano una indignazione popolare sulla condizione del carcere giovanile, una presa di posizione dei politici, dei giornali e dell’opinione pubblica. “Non accadde nulla” è il suo sgomento commento.
“La luna e i falò” di Cesare Pavese Paesino del cuneese in cui l’eroe fa ritorno dopo la guerra. Non ci si è accorti di nulla, 60 milioni di morti non hanno turbato le coscienze del villaggio, non c’è stato né un prima né un poi: gatti.
Più indietro ancora. “Sapevo che c’era la guerra, ma me ne sono accorta quando le bombe mi sono cascate sulla testa”, commenta una signora le bombe a Milano durante la seconda guerra mondiale.
Gian Carlo Caselli ancora si indigna di tutto il male che viene dimenticato e ancora lotta per la legalità. Ma nessuna legalità è possibile senza cultura, tra gente che non legge, non si interessa e vota. Sub lege libertas.
Gherardo Colombo invitato a “Che tempo che fa” riassumeva un lungo pensiero dicendo che “pagare le tasse è un obbligo”. Mi permetto di dissentire “pagare le tasse è un dovere”. A profani parrà cosa da nulla, ma tra la costrizione e la volontà passano millenni di storia dello spirito. Tra l’imposizione della legge e l’assunzione in proprio di un dovere ha luogo la “coscienza sociale”, un’abissale distanza: dalla dittatura alla democrazia.
La legge obbedisce alla giustizia che deve servire la verità. Non bisogna mai cessare di cercare la verità. La mancanza dei presupposti filosofici di temi come quello della legalità mette il figlio sul trono al posto del padre e la legalità alla verità è solo nipote. Si confonde così la mente di tutti su termini come legalità e democrazia non discriminando tra obbligo e morale. Gli stolti penseranno a questo come a sofismi, le persone di ingegno ben sanno che su questi temi si gioca il futuro dell’umanità.
Se Dio è morto quale il nuovo mito?
Il Governo tecnico lancia un siluro “no-art.18 cruiser” contro PD e Sindacati, un siluro che colpisce nel mezzo le navi e le spacca a metà: due piccioni con una fava. Ora il dilemma: sono loro così idioti da non saperlo o siamo noi così idioti da accettarlo?
Sbaglia la Cgil temendo un diluvio di licenziamenti, i licenziamenti, se pur ci saranno, saranno limitati, non è questo il punto. Quello che aumenterà sarà invece il ricatto sul lavoro. Ancora una volta il lavoro concepito come ricatto sulla sopravvivenza: si lavorerà sotto pressione peggiorando il clima e la qualità della vita, dentro e fuori dell’ambiente lavorativo, con aumento del disagio e della conflittualità sociale. Sfruttati sul lavoro e socialmente poveri.
Far lavorare sotto pressione per aumentare la produzione, questo è il vero obiettivo. L’obiettivo non cambia e si chiama sfruttamento. Parola antica che non esce dalla testa dalla ”ideologia neo turbo liberista” che così continuando manderà senza dubbio in rovina il pianeta. Stanno procedendo mondialmente a tappe forzate.
Bersani, scuro in volto, gira la frittata sul solito ritrito cliché: “Pensiamo all’Italia”, pronto e rassegnato alla prossima batosta elettorale (amministrative). La battaglia in Parlamento sarà persa perchè la legge che introduce il ricatto sul lavoro si fonda essa stessa come ricatto politico sulla tenuta del Governo e dunque passerà, con il minor numero di consensi mai avuto fin qui, ma passerà. L’idea di far cadere il governo oggi è impraticabile dato il prestigio con cui Monti ha accreditato il nostro paese all’estero, di fronte allo ”imperialismo del mercato”, ma il prezzo è altissimo: accettare di essere i moderni schiavi. Solo la Cultura ci potrà salvare.
Democrazia e maggioranza.
Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.
” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”
(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della aristocrazia punito con l’esilio, che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai cultori del “politicamente corretto” la facile occasione di rivolgerci l’accusa, per altro oggi molto diffusa, di essere antitaliani e antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere la complessità del mondo contemporaneo.
Tuttavia, noi riteniamo che mentre l’aristocrazia nobiliare non debba meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone
) sia al contrario oggi un’operazione virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.
Ma chi sono oggi i migliori? Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale e morale diffuso nel nostro paese hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali critiche si sono accompagnate poi ad espliciti richiami all’esigenza di introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.
Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”, mentre un politico, nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione, per noi preferibile, “la democrazia dei migliori”.
Noi consideriamo la democrazia come la forma di governo dei popoli più avanzata, ma occorre fare attenzione e distinguere il modo di gestire il potere dal modo di selezionare i governanti.
Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento delle regole e delle istituzioni terze, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, è pur vero dall’altra che la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, conseguente al processo di selezione dei governanti.
In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo? In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?
Noi riteniamo che non si debba confondere la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma le modalità di selezione dei governanti.
A parte le sue origini greche, la democrazia così come si è evoluta dall’illuminismo ad oggi prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il senso del progetto dell’Encyclopédie).
La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.
Tale intima e profonda ragione che lega la cultura alla democrazia non può accettare per esempio riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica. La scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma guidata dall’interesse generale e sostenibile.
Nel governo e nella costituzione della classe dirigente politica va riconosciuto il rispecchiamento della cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica. Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.
La politica culturale non va intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma come l’essenza stessa della politeia.
D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente si appiattisca inesorabilmente al livello più basso acquisito. Ai livelli più alti di equilibrio raggiunti, la cultura ha bisogno di una maggiore energia per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.
Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità migliori, che pure esistono ed operano nel paese confinate nel proprio privato, ma rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come un “imperativo statistico”, con riferimento in questo caso al prevalere della “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non per il popolo, non soltanto con il popolo, ma proprio come il popolo. A loro questa identificazione totale appare come la realizzazione compiuta della democrazia.
Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano. Potenza e fascino del numero! Il fondamento razionale della democrazia è appunto la statistica.
A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi, ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.
Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva osservato criticamente, tali candidature costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa deve poter consentire ad ogni componente presente nella società il diritto di avere una sua rappresentanza politica.
Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua! La raccogliticcia cultura politica di quel piccolo yes-man (l’Uomo Nonsai, come ci suggerisce Bergonzoni
riferendosi alla particolare coltura giapponese delle piccole piante ) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con il metodo della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.
(Creatore del sito, editore e autore) Mi chiamo Renato Frabasile e sono nato il 29/01/1948 a Milano, dove vivo tutt’ora con mia moglie e i tre figli. Mi sono iscritto all’Università nel 1967 e seguito il primo biennio alla Facoltà di Fisica, durante il quale per interessi coltivati durante una formazione in Psicologia presso la Facoltà di Medicina, non maturatola decisione3 di trasferirmi alla Facoltà di Biologia dove mi sono infine laureato. Dopo aver fatto una esperienza di lavoro di ricerca in ambito economico sanitario, ho iniziato a lavorare stabilmente come insegnante nel Comune di Milano. Nello stesso Ente nel 1984, in esito ad un concorso pubblico, sono diventato Dirigente e da allora nell’arco di 25 anni ho assunto incarichi in diversi ambiti operativi: Preside di scuole superiori, responsabile dei Servizi scolastici, responsabile del Controllo di qualità, dei Servizi logistici e di Settori a supporto dei Consigli di Zona. Dall’estate 2009 sono in pensione. Sono stato iscritto all’Associazione Libertà e Giustizia fino al 2013, di cui ho frequentato la Scuola di Formazione Politica. Le mie passioni sono sempre coincise con i miei interessi e sono state molteplici: ieri la montagna e la letteratura, oggi la vela e i viaggi, ma sempre la musica e la conoscenza. Io non sono religioso, se fossi religioso non sarei cristiano, se fossi cristiano non sarei cattolico.
(Autore) Mi chiamo Walter Bocelli, sono nato nel 1947 a Milano, dove ho lavorato per quasi quarant’anni come impiegato nell’ Amministrazione Statale e dove vivo tutt’oggi. Sono laureato in Scienze Biologiche e durante il periodo universitario ho seguito una formazione di Psicologia presso la Facoltà di Medicina in seguito al quale ho svolto alcune ricerche e brevi stage lavorativi. Nel 1982, insieme ad un collega, ho collaborato a costituire presso il Sindacato CGIL il Servizio Fiscale, poi divenuto Caf. Da marzo 2011 sono in pensione. Ho per molti anni coltivato la mia passione di disegnatore, in particolare la tecnica pittorica del trompe l’oeil. Fino all’età di trent’anni mi sono occupato di letteratura. Poi mi sono interessato soprattutto di filosofia, che oggi definisco come la filosofia viva. Mi definisco senz’altro cristiano Cristo per me essendo un filosofo.
Dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento. (Walter Bocelli e Renato Frabasile)
Questo sito non si rivolge agli uomini di buona volontà, ma alla buona volontà di tutti gli uomini.
Partiamo da un fatto presente. L’andamento dell’astensionismo al voto nelle tornate elettorali di questi ultimi due lustri sembra aver indicato che la stanchezza del “resistere-resistere-resistere” abbia indotto significative quote di persone, per sopravvivere, a ritirarsi in una dimensione privata e minimalista.

La prospettiva contemporanea, soprattutto nel nostro paese, sembra al contrario il ritrovare l’orizzonte più vasto degli ideali, dei principi e della vita. Le persone per bene dovrebbero manifestarsi e partecipare attivamente alla cosa pubblica perché si ricostituisca un universo rispettabile, motivato e competente di cittadini liberi e consapevoli. Vogliamo contribuire alla formazione di un popolo maturo, composto di donne e uomini, di giovani e anziani, di settentrionali e meridionali, rilanciando la vecchia idea della amicizia civica, e magari di una nuova classe dirigente che possa degnamente rappresentare gli interessi generali del nostro Paese.
Vogliamo passare alla fase del “emergere-emergere-emergere”.
Perché sul web? Perché oggi è il luogo di più estesa libertà di circolazione delle idee, dove, sia pure nella simulazione di un mondo virtuale “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (…)”. (Art.3 – Costituzione della Repubblica Italiana). Così, vogliamo anche noi approfittare della rete delle reti per gettarvi i nostri piccoli semi. Vorremmo che le persone per bene si ritrovassero qui per condividere le proprie idee e che ognuna di esse, d’altra parte, si conforti pensando che “uno solo per me è diecimila” (Eraclito)
.
Perché la cultura vivente? La difficoltà di spiegare lo scopo del nostro sito è tutta incentrata su di un unico termine: cultura. Anche per spiegare quell’ulteriore aggiunta vivente è necessario un chiarimento. Cultura è un termine polisemico, veicola cioè un numero elevato di significati. Tutti pensano di intendere un’unica cosa quando si riferiscono a “cultura” e quindi ritengono di intendersi. Non è così. Cultura al contrario è uno dei termini che più ingenerano confusione, non solo tra la gente comune ma spesso anche tra gente così detta colta, istruita o molto istruita, e anche tra coloro che la cultura producono e che di conseguenza della cultura si sentono i padroni. È possibile che per quanto grande sia il suo bagaglio culturale una persona possa essere uno stolto? E’ difficile, ma possibile. “Ho girato tutto il mondo”, diceva Socrate
, “ma un sapiente io non l’ho incontrato mai”.
Non vogliamo qui annoiare con una dissertazione erudita, ma solo contribuire a chiarire alcuni aspetti della cultura a nostro parere fondamentali, non solo per la comprensione, ma anche per la comunicazione.
La nostra ambizione è di diventare capaci di intendere e volere, avendo come visione quella di un mondo di padroni senza schiavi.
La Cultura in generale può essere intesa come possibilità di trasmissione di informazioni. In questa accezione però si può parlare di cultura anche a proposito degli animali o addirittura dei cromosomi se ci si riferisce alla trasmissione del DNA. Per arrivare più vicini a noi anche prendendo il termine dalla banale definizione di un dizionario si apprende che la cultura è qualcosa che ha a che vedere con la formazione dell’individuo, formazione distinta poi sul piano intellettuale e sul piano morale, oppure più comunemente intesa come il patrimonio delle conoscenze acquisite. Tra gli intendimenti dati al termine c’è da ricordare anche chi riferendosi alla cultura si riferisce al mondo della cultura: teatri, cinema, letteratura, musica e arti, ma altro non intende.
Tutte queste definizioni, tutti questi intendimenti sono pur validi, ma ingenerano spesso grande confusione. Con un analisi che si richiama allo stile di Platone, affermiamo da subito che: una cosa è il patrimonio delle cose acquisite e altra cosa è la cultura, riservando alla cultura solo l’accezione legata al piano spirituale, il piano in cui opera l’emozione e la morale, distinguendo cioè l’erudizione dalla formazione spirituale e da ultimo l’erudizione dalla cultura. Una cosa dunque è l’erudizione, altra cosa è la cultura. La scelta da noi fatta è arbitraria, ogni altra definizione è infatti ugualmente valida (cultura come erudizione, cultura animale, ecc.), ma potrebbe contribuire a chiarire quella confusione terminologica che è ancora nella testa di tutti.
Noi intenderemo quindi sempre per cultura, salvo diverso esplicito riferimento, solo ciò che riguarda lo spirito nel suo cammino morale verso la verità. Si offre qui un concetto per noi fondamentale, che fa della cultura una cultura vivente e di cui tratteremo a lungo: l’apertura, come postura dell’individuo di fronte al mondo.
La prima distinzione che deve essere chiara a tutti è che una cosa è l’istruzione altro è la cultura: una cosa è il positivo (il positum, ciò che della cultura è stato depositato), altra cosa è lo spirito e la sua apertura. Questo concetto di apertura, in parte intuitivo, è fondamentale per la comprensione di che cosa si debba intendere per cultura. Un uomo aperto alla cultura non è solo un uomo disposto a leggere, un uomo aperto alla cultura deve essere anche un uomo sempre pronto a destrutturarsi e mandare, se necessario, a gambe all’aria ogni sua convinzione ogni suo pregiudizio, felice di farlo. Intelligenza e spirito sono dunque per noi due categorie dell’essere sì interdipendenti, ma assolutamente distinguibili e per questo da noi distinte.
Ma dello spirito nessuno parla e la cultura non viene intesa. La confusione nella lingua non è fatto di poco conto, essa ci indica una confusione dello spirito, non solo in quanto oggetto ma soprattutto in quanto soggetto, e una confusione dello spirito in seno alla popolazione porta inevitabilmente a fraintendimenti che abbassano il livello e l’apertura al mondo, mettendo in gioco l’intera esistenza, non solo quella individuale, ma anche quella sociale.
Partendo così dall’accezione della cultura riguardante lo spirito, e richiamando il dizionario quando usa il termine più asettico di “formazione dell’individuo”, noi preferiamo parlare di spirito, un termine antico che a nostra opinione, come l’Essere per Heidegger
, merita di essere ripescato e nuovamente trattato. Per ora “spirito” sarà utilizzato come nell’espressione: bisogna raggiungere la maturità dello spirito, dove spirito e individuo sono intercambiabili, ma dove spirito raggiunge maggiormente l’espressione.
Accenniamo qui ad un’altra differenziazione per noi fondamentale. Parlando di “formazione” il dizionario divide la stessa in due categorie ben distinte: intellettuale e morale. Questa distinzione è per noi cruciale anche per il significato che bisogna dare al termine cultura. Le espressioni “aperti intellettualmente” e “aperti moralmente” finiscono con l’avere nel linguaggio, benché provenienti da direzioni diverse, quasi un identico significato. Ma quali sono le origini di intelletto e morale?
Innanzitutto osserviamo che l’intelletto si riferisce ad una proprietà dell’individuo che può prescindere anche totalmente dalla morale, da qualsiasi morale, si tratta infatti di una capacità di apprendimento, di analisi e di proiezione, mentre la morale si riferisce ad una categoria dello spirito che riguardano la volontà e la scelta, e che le capacità intellettive possono non riguardare.
Una cosa è l’intelligenza, una cosa è lo spirito, l’intelligenza del “cuore”, guardando al “cuore” al di là del bene e del male, un altro tipo di intelligenza definita da molti come emotiva ma alla quale noi vorremmo aggiungere anche una direzione, un intendimento morale. Richiamandoci alla concezione di Heidegger secondo il quale il pensiero è sempre emotivamente fondato, noi vogliamo considerare l’emozione come il fondamento dell’esistenza umana e la cultura tutto quello che la riguarda e che, pertanto, determina l’uomo nell’esserci, nel modo di esserci. All’emozione vorremmo associare nel bene e nel male una via e nel merito costruire un discorso.
Ci proponiamo di definire cultura solo quelle istanze che promuovono l’apertura dello spirito e solo a queste ci riferiremo come cultura. E il valore della promozione è assoluto, chiameremo cultura cioè sia quelle istanze che lo spirito promuovono e lo spirito aprono e fanno avanzare, sia quelle istanze che lo spirito affossano e lo spirito chiudono e fanno regredire.
Siamo ricercatori dello spirito e dello spirito cerchiamo la verità. La verità filosofica e morale della cui esistenza, di contro a ogni relativismo, riduzionismo e realismo, siamo convinti. Indagheremo quindi lo spirito, quello in carne ed ossa, nel positum, con attenzione a ogni sua manifestazione sia nell’attualità come nella storia, cercando nel positum dello spirito quelle espressioni che nel discorso esprimono la verità, e che ne esprimono l’apertura.
Un turbo capitalismo oggi senza più fattori limitanti, mondiale, ha come alleati la menzogna, il pensiero debole e un basso sentire, riassumibili nell’unico termine “ignoranza”. Questi temibili alleati di ogni cultura autoritaria hanno fortissima presa sul popolo e presso il popolo. Di contro, il capitalismo, la logica del profitto, e ogni autoritarismo hanno due nemici: la cultura e la verità. Siamo convinti che solo la cultura e la verità riusciranno a ridimensionare la non cultura del profitto, una cultura capitalista che vorrebbe per “leggi economiche” l’umanità ridotta ad una moderna schiavitù.
Noi vogliamo convincere, al di sopra di qualsiasi appartenenza sociale e politica tutti ad interessarsi, a propugnare e a produrre cultura, ovvero la promozione dello spirito verso un intendimento anche politico del sociale, di contro ad ogni pregiudizio e ad ogni ideologia. Noi conosciamo un solo popolo: l’Umanità.
Per contattare l’admin e autore Renato Frabasile: renatofrabasile@libero.it
Per contattare l’autore Walter Bocelli: wbamilcare@tiscali.it
Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.
” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”
(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della aristocrazia punito con l’esilio, che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)
Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai cultori del “politicamente corretto” la facile occasione di rivolgerci l’accusa, per altro oggi molto diffusa, di essere antitaliani e antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere la complessità del mondo contemporaneo.
Tuttavia, noi riteniamo che mentre l’aristocrazia nobiliare non debba meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone) sia al contrario oggi un’operazione virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.
Ma chi sono oggi i migliori? Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale e morale diffuso nel nostro paese hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali critiche si sono accompagnate poi ad espliciti richiami all’esigenza di introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.
Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”, mentre un politico, nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione, per noi preferibile, “la democrazia dei migliori”.
Noi consideriamo la democrazia come il metodo più avanzato di governo dei popoli, ma occorre fare attenzione e distinguere il modo di gestire il potere dal modo di selezionare i governanti.
Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento della “terzietà” delle regole e delle istituzioni, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo continuo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, dall’altra la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, che per noi è conseguente al processo di selezione dei governanti.
In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo? In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?
Noi riteniamo che non si debba identificare la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma la modalità di selezione dei governanti.
A parte le sue origini greche, la democrazia così come si è evoluta a partire dall’illuminismo prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il senso profondo del progetto dell’Enciclopedia).
La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.
Tale intimo e profondo legame tra la cultura e la democrazia non può accettare, per esempio, riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica. Nella prospettiva della democrazia la scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma guidata dall’interesse generale e sostenibile.
Anche nella costituzione e nel governo della classe dirigente politica possiamo riconoscere la cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica. Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.
La politica culturale non va intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma come l’essenza stessa della politeia.
D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente si appiattisca inesorabilmente al livello più basso acquisito. A livelli più alti di equilibrio raggiunti la cultura ha bisogno di una maggiore energia per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.
Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità migliori, che pure esistono ed operano nel paese confinate nel proprio privato, ma rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come un “imperativo statistico”, con riferimento in questo caso al prevalere della “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non per il popolo, non soltanto con il popolo, ma proprio come il popolo. A loro questa identificazione totale appare come la realizzazione compiuta della democrazia.
Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano. Potenza e fascino del numero! Il fondamento razionale della democrazia è appunto la statistica.
A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi, ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.
Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva osservato criticamente, tali candidature costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa deve poter consentire ad ogni componente presente nella società il diritto di avere una sua rappresentanza politica.
Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua! La raccogliticcia cultura politica di quel piccolo uomo yes-man (o “uomo Nonsai”, come ci suggerisce Bergonzoni
con un riferimento alle piante giapponesi) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con il metodo della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.