Nascita della morale

Dei bambini giocano in un giardino pubblico. Carluccio sottrae un giocattolo ad un altro. Giannino prende una manciata di terra. Sta per scagliarla. “No” grida la madre. Giannino si ferma e la guarda stupito. Hanno tre anni. Analisi.

Tutti siamo convinti della non bontà del gesto di Gianni, come tutti siamo convinti dell’innocenza del gesto. Perché? Deve essere esistita in passato un’epoca in cui il gesto non veniva condannato. La condanna del gesto ha fatto nascere la morale. Il gesto in sé è ora universalmente condannato ma ora siamo disposti a dirlo nocivo non solo per oggi ma anche per il passato,  condannando comunque il gesto ma scusando la persona per l’immaturità dello spirito dell’epoca, ovvero la norma morale ha assunto un valore non solo universale ma assoluto: sciolto, incondizionato dal luogo e dal tempo.

Bisogna osservare che la condanna del gesto non inerisce la condanna del bambino, il quale soggettivamente pensa alla sua reazione come qualcosa di buono e di giusto, il bambino è in tutto per tutto innocente, non può essere condannato per le sue intenzioni. Discriminare tra la bontà del gesto e la volontà di nuocere e il fondamento per l’analisi.

Il “No” della madre è ora universalmente condiviso, ma esso è divenuto precetto morale assoluto perché condanna anche chi ancora sostiene che Gianni nel tentativo di scagliare la terra era nel suo diritto. Quello che ora a noi pare ovvio è in verità una conquista morale, una conquista dello spirito, ossia lo spirito progredisce secondo valori assoluti rispetto al passato.

Ciò significa due cose. La prima che l’ovvio riguarda lo spirito e la sua maturazione. La seconda che la morale poiché si evolve segue una logica. La logica dello spirito tuttavia non ha prove materiali come quelle che riguardano la conoscenza nel campo della scienza, essa si mostra ovvia solo in proporzione dello spirito soggettivamente posseduto.

Le verità dello spirito possono essere solo soggettivamente intese. Ne consegue che nulla può essere dimostrato a chi non possiede lo spirito sufficiente per ritenere ovvio quanto asserito dalla regola morale. Sull’ovvio avviene ogni intendimento. Paradossalmente ci si intende solo con chi ha già capito o con chi rimane aperto e ascolta per capire. La mancata educazione spirituale è responsabile dei  disagi sociali.

Bisogna considerare che la civiltà progredisce moralmente in spirito attraverso l’educazione. Col crescere in civiltà l’importanza dell’educazione è cresciuta, indipendentemente dall’attenzione che a questo problema è stato posto. Norme morali si sono via via introdotte per dirigere le pulsioni del passato che ancora resistono nei nostri “cromosomi”, gli istinti.  Il dislivello culturale tra il grado di civiltà raggiunto da un popolo e un bambino alla nascita, è tanto maggior quanto è maggiore il grado di civiltà raggiunto.

Di conseguenza tanto maggiore sarà la strada che il bambino dovrà percorrere: il livello raggiunto dal gruppo filogeneticamente deve essere raggiunto dal bambino ontogeneticamente, nel corso della sua esistenza. Le regole che una società si è data risiedono generalmente nei valori fondanti la società ovvero nella costituzione.

Ma bisogna considerare che l’educazione non è mai la stessa per tutti in tutti gli ambiti del sociale. E che i governi di tutte le nazioni non hanno mai preso in seria considerazione la maturazione dello spirito in ambito morale. Questo comporta che gli individui in quanto maturità dello spirito si  spalmano più o meno caoticamente nel sociale su di una gaussiana, dal più misero fino al più sapiente.

Ovvero in ogni società ci sarà sempre chi giustifica come corretto il gesto compiuto da Gianni come chi, discriminando, condannerà il gesto e con amore correggerà Gianni e anche Carluccio, condannando il gesto e proteggendo sia Gianni sia Carluccio dalla frustrazione, ma la forma della gaussiana dipenderà da quanto complessivamente la nazione è in grado di operare per la maturazione dello spirito dei suoi cittadini.

A mio parere attualmente poco più della provvidenza. Il sociale quindi si presenta nell’insieme come una pluralità di individui stratificati su diversi livelli di maturazione tali che ciò che appare ovvio agli uni non pare ovvio ad altri in proporzione alla maturità posseduta. Uno spazio tridimensionale a diversi livelli di pensiero e di sensibilità sociale, in cui ognuno intende democrazia come “il diritto di dire la sua” in modo del tutto indipendente dalla maturazione del suo spirito.

Di contro “Non si deve Gettare la terra negli occhi ad un bambino” assume valore assoluto, assoluto morale, ovvero assume valore di verità, di verità morale. Chi non condivide questo assoluto negherà il valore di verità dell’asserito e la verità verrà chiamata “opinione”, e la pretesa di verità dell’asserito una violazione della propria libertà. Questo accade perché lo spirito di chi afferma la verità come opinione rivive pulsionalmente lo spirito immaturo del bambino, a lui parrà ovvia la reazione aggressiva di Gianni e tenderà a giustificarla come “umana”.

La condanna dell’aggressività è qualcosa che è avvenuto molto gradualmente nella storia. Ci sono stati tempi in cui l’aggressività è stata considerata “valore”, virtù, e come ben sappiamo ancora oggi il nemico è assai duro da sconfiggere. Bisogna ben comprendere che le norme morali non rientrano nella Legge, ma fanno parte unicamente dell’educazione spirituale.

Pochi sono quelli che arrivano a intendere nella Legge norme dello spirito e non tutte le leggi sono regolate dalla morale, pochissimi quelli che intendono nella legge lo spirito. I più non distinguono lo ius dalla lex. Soprattutto i legulei. La specializzazione non è sinonimo di coscienza.

Gianni si blocca e non getta la terra negli occhi di Carluccio. In lui nessun principio morale, una reazione istintiva in cui si sente in pieno diritto viene bloccata. È l’autorità della madre a impedire il gesto. Gianni obbedisce alla madre ma non ha nessunissima idea delle conseguenze del suo gesto o sul motivo del perché non debba farlo. Senza maturazione dello spirito che comporti sia la valutazione delle conseguenze che la motivazione Gianni non interiorizzerà mai la regola come sua e se in futuro non ripeterà il gesto sarà solo per la sua fede nell’autorità. La fede nell’autorità è e non può che essere il suo primo insegnamento.

Ovvero la sua prima maturazione avviene solo nell’introiezione della norma come fede nell’autorità, impara l’obbedienza. Le società autoritarie fermano lo sviluppo dello spirito a questo stadio: cittadini-sudditi obbedienti. Ogni progresso individuale viene bloccato e condannato (morale collettivista). I passi che lo spirito deve compiere per raggiungere la maturità sono all’interno di un sociale moltissimi e in verità non sono molti quelli che arrivano a comprendere nei paesi più avanzati lo spirito della Costituzione, pochissimi quelli che vanno oltre.

Quello che ora importa osservare è che lungo questo cammino non si contano i caduti, ossia quelli che arrestano il proprio livello emotivo man mano e si perdono per strada. Non mancano inoltre in ogni società bolle d’ignoranza mantenute tali anche da mezzi d’informazione che in nulla aiutano la maturazione e che anzi giocano al ribasso. 

Da ultimo il sociale si presenta come una tettonica a strati senza soluzione di continuità in cui a ogni individuo pare ovvio ciò che agli altri non appare. Come in una montagna i più vivono a valle mentre altri prendono a scalare faticosamente il monte. La realtà rimane in tal modo diversa per ciascuno e ciascuno dentro di sé si sente libero di esprimere la propria opinione secondo quello che per lui pare ovvio e pensa di averne diritto.

La negazione dell’assoluto in morale è la negazione dell’evoluzione dello spirito nel suo processo di maturazione sia filogeneticamente che ontogeneticamente in senso culturale. In tal modo la libertà viene da tutti diversamente percepita, intesa, agita.

Gianni si sente libero quanto getta la terra negli occhi di Carlo e impedito quando la madre gli grida “No!”. Ogni mancata maturazione comporta la lettura delle norme come una violazione alla propria libertà. Difatti il libero agire è in dipendenza della propria coscienza e quanto più è alta la coscienza tanto più la libertà viene frustrata. Di che libertà si tratta? La considerazione delle conseguenze non viene presa in considerazione da chi ha bassa maturazione dello spirito per cui il diritto, soggettivamente inteso, difende la propria libertà. 

Esiste dunque una libertà egoistica, dovuta alla mancata maturazione dello spirito e una libertà che saluta nel prossimo nuove conquiste spirituali. La maggior parte della gente non è matura per la democrazia e pretende con l’ignoranza di difendere la propria immaturità, non riconoscendo come verità se non la propria opinione, negando l’esistenza della verità e equipollenti tutte le opinioni. Più si scende è più il mondo si appiattisce. La democrazia infatti pretende la maturità dello spirito.




La compassione non è naturale

Quando nel trascorso mese di marzo è stata decretata su scala nazionale la quarantena contro la pandemia Covid-19 scrissi un breve articolo dal titolo Amore e morte al tempo del corona sul tema che oggi ritengo esemplificativo e propedeutico alla necessaria riflessione sul ruolo che la compassione ha avuto nella storia dell’umanità in merito al  diritto, ossia alle norme che regolano la convivenza.



Nell’articolo così scrivevo: “Si teme che un virus, questo o un altro più terribile, possa distruggere l’umanità. Niente di tutto questo: per la razza umana, al di là della morale, un virus è altamente benefico. Il virus se lasciato libero di operare migliora sia la razza che l’economia. E infatti ringiovanirebbe la popolazione con alleggerimento delle spese sanitarie e pensionistiche, eliminerebbe i deboli e i malati migliorando come sempre hanno fatto le malattie, prima dell’avvento della cultura, la razza umana. Tutt’altro che una catastrofe. Deve dunque essere chiaro che l’idea di uguaglianza, di salvare gli ultimi appartiene alla cultura e non alla natura. Coloro che rivendicano un ritorno alla natura nulla hanno compreso della “ubris naturae” (spietatezza della natura). La Natura è bella perché, per selezione naturale, elimina “il brutto”. Sempre ci fu matrigna. Sarebbe ora di riflettere su “bellezza e morte”. Gli ideali della classicità greca che hanno fatto grande la tragedia.  

La Compassione, sentimento di recentissima acquisizione, si oppone alla natura. Nasce circa un millennio a.c., data solo 3mila anni, in un periodo storico in cui vengono alla luce opere come l’Iliade, l’Odissea, la Bibbia. Gli animali di contro sono vecchi di passioni antiche di milioni di anni quali la gelosia e il possesso, vedono “il mondo solo nell’utilizzo” e agiscono secondo “necessità”. Anche la cultura umana ha agito in passato per migliaia di anni con una visione del mondo come utilizzo, per “interesse”. Il capitalismo rientra ancora ampiamente in questa logica e non a caso si fonda sulla pancia, sulla quale più facilmente trova consensi. Con la nascita della compassione, la morale ha cercato di contrastare necessità e interesse, ma ancora, nuova dea olimpica, lotta contro Titani come la necessità naturale (la pancia) e la cupidigia umana (la lupa).

Un virus elimina dalla specie tutto quello che è superfluo, inutile e di peso, lasciando in vita gli individui  più forti e più adatti. Lontano quindi dall’ipotesi che possa estinguere la specie, di contro la sana e la fortifica. I virus hanno avuto questa funzione su tutte le specie fin dall’origine della loro comparsa 3 miliardi di anni fa e l’evoluzione gliene rende merito così come è grata a ogni avversità ambientale che ha agito per il miglioramento della specie e della razza. Bisogna realizzare che la natura è bella perché attraverso la selezione, grazie alla morte, elimina “il brutto”. Dura lex. Questo assioma è legge naturale, in collaborazione con la differenziazione (polimorfismo), sono il motore stesso dell’evoluzione.

Anche i cambiamenti climatici, per quanto catastrofici non saranno certo di danno a tutta l’umanità. Avverrà una selezione come sempre a danno degli ultimi ma i primi e anche i secondi sopravvivranno. La natura non è cinica ma semplicemente pre-morale ossia indifferente. Siamo noi che con la compassione andiamo, a dio piacendo, contronatura. Mentre si incensa e loda in ogni modo e da ogni parte la Natura e ciò che è naturale, bisogna prender coscienza che la compassione salvando gli ultimi, agisce contro natura. La compassione è contronatura. Questa consapevolezza non appartiene ancora all’umanità che vede ancora nella Natura il ritorno alla Madre. Ebbene, la madre fu sempre a noi e a ogni vivente matrigna, ci inganna con la bellezza ma il suo profumo è la morte. Non sarà la bellezza ma l’amore a salvarci”.

Questa  premessa oggi mi torna utile per dirimere una diatriba sul Diritto e sui suoi fondamenti. Con una definizione da dizionario apprendiamo che per “giusnaturalismo” o “dottrina del diritto naturale”, dal latino ius naturale, «diritto di natura» s’intende la corrente di pensiero filosofica che presuppone l’esistenza di una “norma di condotta intersoggettiva” universalmente valida e immutabile, fondata su una peculiare idea di “natura” . Orbene “Natura” secondo Norberto Bobbio è “uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia” e io concordo con lui.

Lo Jus naturae è preesistente a ogni forma storicamente assunta di diritto positivo, il giusnaturalismo ritiene se stesso valido in quanto fondato sulla “natura”, su principi universalmente validi e immutabili in grado di realizzare il miglior ordinamento possibile della società umana; ed è servito in via principale per decidere le controversie fra gli individui, fra gli Stati e fra il Governo e il suo popolo. Il giusnaturalismo è un primo passo per togliere a Dio l’autorità di decidere per affidarla alla natura. Ma sull’intendimento di “natura” e sui suoi principi nascono molti  dubbi.

Ai tempi l’evoluzione era una sconosciuta e si pensi ora alla luce di quanto esposto nell’articolo in premessa quali siano i principi in natura. Per diritto positivo si intendono di contro le norme prodotte dell’opera umana ritenute adatte a ordinare il sociale scelte di volta in vota secondo criteri utilitaristici in dipendenza del luogo e del tempo, “positivo” non è un giudizio di valore ma semplicemente ciò che si depone,  che viene deposto in modo empirico e arbitrario. Riassumendo il diritto è la raccolta delle norme di condotta interpersonali atte a regolare l’ordinamento sociale, sulla sua natura (fysis) del diritto nasce la controversia. 

Tra giusnaturalismo che si basa su norme universalmente valide fondate su leggi di natura e diritto positivo che si fonda su leggi empiriche che vengono a depositarsi di volta in volta, nasce un’interminabile diatriba. Secondo la dottrina giusnaturalistica il diritto positivo non si adegua mai completamente alla legge naturale, perché esso contiene elementi variabili e accidentali, mutevoli in ogni luogo e in ogni tempo. Secondo il diritto positivo non esistono principi universalmente validi.

L’ ”a che” originario delle leggi su cui fondare il diritto rimane tuttavia all’uno e all’altro sconosciuto. L’uno lo vorrebbe su base certa e universale e tende all’assoluto, proprietà antecedentemente divina, l’altro su base empirica e sperimentale tende al relativo non trova principi universali su cui fondarsi ma entrambi non trovano l’oggetto che viene o dogmaticamente presupposto o indeterminatamente posposto. 

In vero ”a che” originario delle leggi non può in alcun modo essere conosciuto perché ai tempi nulla si sapeva dell’evoluzione. Una vera comprensione può essere raggiunta solo attraverso lo studio della filogenesi culturale. La riflessione critica sulla natura del diritto nasce nella notte dei tempi quando il film era già cominciato. Quando e come sono nate le leggi? Per la comprensione di questa problematica è necessario riferirsi alla nascita della cultura. La filogenesi culturale è lo studio del comportamento a partire dagli animali sino ad arrivare all’uomo, ossia la fenomenologia dello spirito nell’evoluzione.

In merito al tema in questione ci sono importanti assunti che vanno considerati e senza i quali ogni discussione rimane inutile, sterile e priva di fondamento. La premessa fondamentale della filogenesi culturale stabilisce che “le leggi” non furono opera dell’ingegno di nessuno. Nell’infanzia dell’umanità databile decine di migliaia di anni fa, non ci furono legislatori.

Il meccanismo alla base dell’evoluzione culturale è semplice; semplice e ripetitivo della “selezione naturale” darwiniana: sopravvive il più adatto, con la differenza che anziché agli individui bisogna pensare, ossia riferirsi ai gruppi e intendere che con i gruppi vengono selezionate le “idee”: sopravvivono solo quelle idee che consentono la sopravvivenza del gruppo. Tra le varie possibilità normative diversamente sperimentate attraverso i secoli e i millenni dai gruppi, l’ambiente favorisce quei comportamenti fissati all’interno di regole, che essendo i più adatti favoriscono la sopravvivenza del gruppo. Nasce così la selezione culturale.

Le regole che ordinano il gruppo nascono dalle leggi evolutive: la cultura nasce dalla natura, ma da essa si differenzia aggiungendo all’apprendimento in mortuo (DNA) l’apprendimento in vivo e con esso la tradizione culturale. Le leggi evolutive sintetizzate dalla filogenesi nella sopravvivenza del più adatto, applicate nella filogenesi culturale vanno applicate non più solo all’individuo ma al gruppo, gruppo che è ora in grado di “tradurle” di generazione in generazione. Queste leggi così costituite determinano la cultura del gruppo.

Sopravvive il gruppo che ha le regole più adatte a far sopravvivere il gruppo, con il gruppo sopravvivono le regole. Questa norma costituisce la prima legge dell’evoluzione culturale. In pratica sopravvivono quei gruppi che hanno una maggiore adattabilità e con la loro sopravvivenza sopravvivono anche le regole che ordinano il gruppo. Questo postulato ha un importante corollario: le regole non sono un parto del singolo ma una necessità naturaleLe regole non sono state fatte da nessuno.

In un passato recente, a film già cominciato, le leggi furono pensate dapprima provenienti da Dio, poi in una concezione laica, dalla Natura. Le leggi culturali di provenienza dalla natura pur astraendosi dalle leggi naturali tuttavia non sono state all’origine e per moltissimo tempo, in potere dell’uomo, non sono giunte cioè a coscienza. Si sono tramandate come un imperativo categorico senza nessun comprensione della loro eziologia e della loro funzione per miglia e migliaia di anni in modo del tutto tautologico: “è così perché è cosi” senza che il loro perché venisse mai a coscienza e per questo furono ritenute “naturali” e/o provenienti da Dio dando loro un valore di assolutezza.  Ora, se le leggi saranno state buone leggi il gruppo sopravvivrà, diversamente si sarà estinto. La tautologia delle leggi in mano al potere in tempi di barbarie diviene “è così perché lo dico io”. 

La sopravvivenza del gruppo di conseguenza sarà necessitata all’obbedienza al capo, non il più forte ma colui che detiene il sapere. Quando nel passato recente (‘600/700) viene cercata una giustificazione a teorie filosofiche sul diritto nella totale ignoranza delle origini evolutive dello stesso, si pensa dunque ancora a Dio, o alla Natura a fondamento o si procede in modo empirico secondo convenienza. Si pensa a leggi divine, legate all’umano attraverso la fede religiosa o a leggi esistenti di fatto nel positum che per questo vengono dette “naturali” diove il termine “naturale” arriva assumere il valore di “universale” in sostituzione dell’”assoluto” delle leggi divine, o ancora si procede secondo necessità e convenienza adattando le leggi spesso secondo i capricci del potere.

Diventa ora chiaro che la volontà umana si astrae dalla “volontà indifferente” della natura. Questo chiarimento sul nascimento (origine) delle leggi sulle basi della filogenesi culturale, pone fine alla diatriba tra giusnaturalisti e positivisti trovando l’oggetto che pone fine al contendere. Le leggi non le fece né un dio né la natura. Quale che sia la volontà umana sorge ora come la domanda, poiché a questa volontà si lega il diritto. Se ascoltassimo la natura allora dovremmo lasciare via libera al virus e anzi assecondarlo eliminando gli ultimi, gli storpi, i deboli, i vecchi, tutto quello che fa da zavorra alla specie Homo sapiens. Questo non avviene per merito della virtù prima accennata, la Compassione.

Una considerazione. La maturità dell’uomo non è ancora raggiunta e non sarà raggiunta finché non avrà abbandonato l’idea di Dio e della Natura come fondamento dell’azione umana. Bisogna strappare a Dio e alla Natura le umane sorti fondando in piena libertà e autonomia il Diritto sulla base del nuovo sentimento venuto recentemente alla luce: la Compassione, un mero prodotto dello spirito che si sottrae all’indifferenza della natura e alla volontà di dio. La compassione è destinata a strappare a Dio e alla Natura le redini della vicenda non solo umana ma dell’intero pianeta. Su “a che la compassione” si apre un nuovo capitolo della storia.

Si sarebbe portati qui a considerare la compassione come un sentimento di pietà e partecipazione alle sofferenze altrui, verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti, ma da un altro punto di vista la compassione è molto di più di tutto questo se si considera la compassione come un’emergenza esistenziale, la nascita nella storia e nell’evoluzione di un nuovo modo di essere, uno scarto ontologico dell’essere nella sua generalità e dell’uomo nel suo modo di esserci.

Come tutte le emergenze esistenziali, intendendo con questo ciò che è venuto in essere e che mai per quanto grande l’universo ed eterno il tempo è mai esistito, la compassione nasce in un punto indeterminato della cultura umana senza soluzione di continuità con ciò che ha preceduto e cresce lungo il proprio cammino fino a giungere a maturità. Quando la compassione matura a sentimento, si trova fanciulla in mezzo a pulsioni ancestrali quali il Possesso, il Sesso e l’Appartenenza, di cui ogni essere esistenziale che cammina su questa terra è dotato fin dalla nascita.

Quando i nuovi dèi dell’Olimpo si impossessarono del potere dovettero intraprendere con gli dèi che li avevano preceduti, i Titani, creature gigantesche che rappresentavano grandezze fisiche più che morali, una furiosa interminabile guerra (Titanomachia). Similmente la compassione è una fanciulla scesa dall’Olimpo a combattere titani come Indifferenza, Necessità, Orgoglio che da immemorabile tempo hanno regnato indisturbati sulla terra.

Heidegger termina Essere e Tempo nella convinzione di non essere riuscito a chiarire fino in fondo L’Essere, lo stesso valga per Compassione, ché Compassione e Essere sono della stessa natura di cui per Shakespeare sono fatti i sogni. La natura della compassione è infinita e ascosa come nell’erba l’angue.




Flat tax, sed tax?

Il presente è un raccontino da me scritto l’8 di giugno del 2018. La data è importante perché nel racconto c’è la previsione di un piano premeditato per introdurre la Flat Tax, quella che a mio avviso arriverà a colpire gli italiani con la forza di uno tsunami ma con effetti dilatati nel tempo e per moltissimi anni.



Nel 2018 postavo su FB questo racconto (ogni riferimento alla realtà è puramente causale): 
“Nel paese dei Boccaloni una persona senza scrupoli, con le dovute amicizie, pensò: “Se riesco ad abbassare l’aliquota massima (tecnicamente aliquota marginale) anche di un solo punto ci guadagno e più sono i punti e più guadagno. Senza-scrupoli era una persona ben in vista che per decenni aveva governato Boccalonia.  La trama: C’era una volta una volpe, un uomo pratico e astuto, sempre in cerca di modi per fare soldi. Le gabelle, da sempre odiate, erano ritenute da tutti troppo alte e tutti pensavano dovessero essere abbassate. 

“Certo, pensò, non posso proporre io una legge per abbassare l’aliquota massima, il gioco sarebbe troppo scoperto, mi salterebbero tutti addosso. Bisogna che ne parli al gatto”.
“Sai gatto, c’è una legge che viaggia in Europa e anche in altri paesi, che si chiama flat tax, una tassazione con una sola aliquota per tutti”. E spiegò che il trucco consisteva nell’abbassare l’aliquota massima e trarre per il resto in inganno.
“E come la giustifichiamo?” disse il gatto.
“Diciamo che questo sistema è già stato sperimentato altrove e che fa bene all’economia, diremo che gli imprenditori risparmiando sulle tasse investono di più e poi ché essendo meno tartassati pagheranno più volentieri le tasse e diminuirà l’evasione”
“E se la bevono?”
“Se la bevono, se la bevono… anche perché un po’ ci penso io con le televisioni, un po’ perché è un popolo di analfabeti, ma ci pensi… Flat Tax? aliquota marginale…? che cosa vuoi che ne capiscano e soprattutto perché quello che ci interessa è diminuire l’aliquota non tenere duro sulla flat tax che peraltro è incostituzionale”
“Ma come… sei tu a dirlo?”
“Ma certo che è incostituzionale! E noi gli piazziamo due aliquote e raggiriamo la Costituzione e quelli felici di avere vinto neppure se ne accorgono”
“Geniale, ma io che ci guadagno?” chiese la felpa.
“Ma come” disse il caimano” non l’hai capito, tu fai il premier del centro destra, ti lascio il posto. La flat tax la proponi tu e nessuno sospetterà di niente”.
“Ma la gente si incazzerà se diminuisci le tasse solo ai ricchi?”
“E chi a detto che le diminuirò solo ai ricchi io voglio diminuirle a tutti, un contentino a tutti se no i boccaloni come li pesco”.
“E il debito pubblico? prima o poi si accorgeranno che mancano i soldi”
“Poi… ma noi li prendiamo prima”.

IL gatto e la vope hanno un unico obiettivo: diminuire l’aliquota massima, detta marginale, da molto prima della campagna elettorale (marzo 2018) . Della FLAT TAX non gliene può importare di meno, è solo uno specchietto per allodole (5 stelle e boccaloni). Il piano è studiato perfettamente:
1- un nome inglese e in modo che l’elettorato non ci faccia caso;
2- incostituzionale in modo che gli avversari credano una loro vittoria aver ceduto su due aliquote;
3- rimettere come sempre tutti sulla stessa barca offrendo risparmi di imposta a tutti in modo che i pesci di tutte le razze abbocchino;
4- convincere i poveri che saranno meno poveri dando i soldi ai ricchi con le televisioni;
5- sanare il buco di bilancio con un maxicondono;
6- dissanguare il movimento 5stelle che sarà abbandonato da tutti quelli di sinistra lo hanno votato e vincere senza avversari le prossime elezioni appena avranno intascato la flat tax e fatto cadere il governo.

Qui terminava il racconto postato nel giugno 2018.

Già nel nome l’inganno: “flat tax” un nome inglese, che per di più tradotto significa “tassa piatta” un termine incomprensibile a sua volta ai più, ma che anche chiarito in “aliquota unica”, la maggior parte della gente ancora non intende perché non sa che cosa sia tecnicamente un’ aliquota progressiva e ancor meno un’aliquota condensata (aliquota reale di tassazione) che per i super ricchi coincide, a meno di decimali, con l’aliquota marginale: arabo.

L’entrata in vigore di questa tassa (imposta) è cosa che procurerà una perdita allo Stato che causerà un lento ma inesorabile tracollo in primo luogo della sanità. In modo graduale e strisciante, a partire da due anni della sua entrata in vigore, un ammanco di denaro pubblico costringerà ad aumentare i tiket, a diminuire le esenzioni e aumentare il ricorso a privati con conseguente rinuncia progressiva a curarsi.

Grazie a un a diffusa ignoranza popolare, anche in merito al sistema di tassazione, è possibile con mosse dozzinali aumentare le disuguaglianze sociali con la complicità e il consenso delle vittime. 

Questa complicità è resa possibile da una propaganda che attacca i contributi in denaro alla Cosa Pubblica coinvolgendo con condoni e possibilità di evadere praticamente tutti che in grande ma anche in piccolo (con uguale colpa) colgono l’occasione per essere “ladri” ritenendosi furbi.

Questa mentalità popolare che inerisce pesantemente la morale,  è la Cultura di una Nazione e segna il suo destino civile, ma anche economico. E ancora non si capisce. Solo la cultura ci salverà.




Ambientalismo o meteoropatia?

Sostengo con convinzione l’ondata delle manifestazioni Global Strike for Future per il fatto che vedo emergere nuovamente i giovani, coloro che incarnano e rappresentano in ogni presente il futuro. Tuttavia, la macchina mediatica-ideologica della società dello spettacolo, che non è in mano alle giovani generazioni, sta già intorpidendo le acque inquinando persone e idee. 



Ci risiamo, dunque, la coscienza degli adulti si sveglia intorpidita dal sogno della Economica (che in realtà è l’incubo del Capitalismo) e cosa propone per sé e per il mondo in vista della catastrofe? Semplicemente il contrario di ciò che ha fatto fino ad ora. Angosciata dal senso di colpa rifiuta tutto quello che ha fatto fino ad ora e trova nella simmetria degli opposti la via della salvezza: rinunciare alla carne per diventare vegani (nemmeno vegetariani), usare il treno e non l’aereo, se usare l’auto meglio quella elettrica, differenziare i rifiuti … e via di passo. La simmetria invece della misura.

Le parole d’ordine del nuovo ordine etico sono rinuncia e pauperismo, invocando un ritorno alla abbandonata “Natura”, dal momento che la “Cultura” e in particolare la “Tecnica”, ovvero tutto ciò che ha reso l’uomo tale in milioni di anni, ci è ostile e ci porterà alla catastrofe. So che una parte del vasto mondo ambientalista, in particolare nelle società tecnologicamente più avanzate, ha intersecato le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, robotica, ingegneria genetica…) trovandovi il sostegno per un nuovo rinascimento, si fanno chiamare post-umanisti o trans-umanisti. Sono tentativi di salvare con l’uomo anche la sua cultura, tecnologica, tuttavia il loro entusiasmo così come il pessimismo di molti altri ambientalisti più naturalisti che vogliono salvare il Pianeta (una volta si voleva salvare il Mondo) mostrano più che una nuova ideologia il sorgere di una visione del mondo religiosa.

La parola emergente nel lessico ambientalista usato per titolare sui quotidiani i sempre più numerosi articoli sull’inquinamento planetario e sugli effetti catastrofici del cambiamento del clima è colpa: “La Terra è malata e la colpa è nostra”.

Ad un secolo dalla pubblicazione del “Il tramonto dell’occidente” di Oswald Spengler, dopo il colonialismo, due guerre mondiali, l’olocausto, la bomba atomica, le crisi finanziare-economiche, l’inquinamento planetario, l’immigrazione, il terrorismo, il cambiamento climatico, la coscienza occidentale appare ormai esausta e dominata dal senso di colpa. E poiché tale senso di colpa viene vissuto soggettivamente (ricordate “avete vissuto al di sopra delle possibilità” o “la festa è finita” ?) i rimedi ai mali del mondo non possono che essere individuali: “Ecco i gesti quotidiani da fare per salvare il clima” titola ancora un quotidiano.

Quando ci si risveglia tutto appare semplice: io devo cambiare il mio stile di vita e se tutti lo faranno allora le cose cambieranno davvero. Sembra di ritornare ad una predicazione di antica memoria che evoca alcuni fondamenti della nostra cultura. Il problema è però come fare ad influenzare gli altri: con l’esempio in famiglia, l’educazione nelle scuole, i social nel web, la politica nelle istituzioni? Ecco che ricadiamo nella realtà che implacabilmente trasforma ciò che voglio in ciò che posso, una realtà dominata dalla economia, dalle relazioni conflittuali tra gli Stati, dal potere della comunicazione mediatica e dalla levatura dei politici. 

Che fare, allora? Mi piace la sicurezza mostrata dai discorsi di Greta Thunberg, ma temo che le soluzioni non esistano perché sono già conosciute, piuttosto esse si troveranno lungo la strada sì, dell’agire, procedendo in un continuo confronto collettivo, a condizione però di avere prima pensato. E pensare non è conoscere, le soluzioni non sono un fatto tecnico, ma culturale e si troveranno nella mentalità con cui si capirà la realtà e nel modo con cui la si affronterà. In altre parole le soluzioni sono dentro la Cultura e se dobbiamo privilegiare le giovani generazioni rispetto a quelle più anziane è perché esse vivranno in un futuro che non ha posto per noi adulti del presente. 




Il principio di finalità esterna

“La massa non sa cosa sta succedendo e non sa neanche di non saperlo” (Noam Chomsky).  In uno stormo di uccelli un uccello ha due scopi, uno definito interno che riguarda la propria personale esistenza, l’altro servire lo stormo. Lo stormo si serve dell’uccello per portare avanti una propria finalità in cui l’individuo compare solo come “la parte del tutto”. Questa finalità esterna all’individuo condiziona all’individuo tutta la sua esistenza ma l’individuo non ha alcuna coscienza di agire per conto dello stormo.

Esistono quindi due livelli di “coscienza”, uno interno e uno esterno; e perché il tutto, nell’interesse di tutto e di tutti, funzioni ossia sopravviva, è necessario che l’individuo risponda alle esigenze del tutto o sarà sacrificato. Questo breve racconto descrive una necessità naturale e può benissimo essere letto in chiave metaforica anche per quelle che sono le esigenze umane; nella sua sostanza il principio di finalità esterna può essere applicato anche alle comunità umane.

Distinguiamo ora una morale interna o semplicemente “morale”, da una morale esterna o “etica”. Chiameremo quindi morale quella che si riferisce all’individuo e etica quella che si riferisce al sociale. La morale interna regola i comportamenti individuali fondati sulle pulsioni “naturali”: sesso, possesso, gelosia, orgoglio, qualità innate che vedono il mondo egocentricamente solo nell’utilizzo. La domanda nei confronti dell’ambiente è sempre la stessa “che cosa mi serve?”. Questa morale si oppone all’etica, la quale in quanto volontà esterna esige diversamente per “la convivenza” regole diverse dalla morale. La convivenza fissa le regole per la sopravvivenza o anche la migliore sopravvivenza del gruppo. Queste regole sono differenti da quelle che muovono all’azione il singolo e costringono l’individuo a rinunciare in tutto o in parte alle sue pulsioni dandogli un’ idea di privazione della sua libertà. In biologia le regole stabilite dalla natura sono rigidissime e l’individuo obbedisce senz’altro salvo essere eliminato, la natura è una dittatura perfetta. “Morale” e “etica” coincidono.

L’avvento della coscienza porta libertà ma porta anche ribellione, i due piani interno ed esterno cominciano a “scollarsi”. Il piano esterno anticamente solidamente nelle mani della Natura passa ora nelle mani della Cultura, una struttura sopraindividuale che comincia una sua vita autonoma anche dalla natura, e che non è immediatamente nella coscienza dell’individuo. Questa struttura culturale è nota come “sistema sociale”. Il sistema sociale è costituito dall’insieme delle regole, dei simboli, degli umori condivisi da un gruppo, da un popolo, da una nazione. Ora, nella cultura, è chiaro che bisogna avvicinare la morale all’etica attraverso l’educazione o imporre l’etica alla morale. 

La particolarità del sistema esterno è di non essere cosciente agli individui alla nascita e di portare agli individui valori “nuovi”, esterni, per impostare e determinare il comportamento. In dipendenza dell’educazione ricevuta (o non ricevuta) in molti individui l’etica rimane imposta, ignota e ostile fino alla morte. Questi nuovi valori esterni che costituiscono la tradizione e la memoria del gruppo, sono il frutto di centinaia di generazioni e costituisco quello che si definisce come “Patrimonio Culturale”. Le regole riguardano la possibilità della convivenza che per migliaia di anni hanno tenuto conto principalmente della morale legata alle primordiali pulsioni innate. Per tenere stretto il gruppo il regime di potere, sistema esterno, non poteva che tenere a freno l’individuo e somigliare nella guida del gruppo al tipo controllo che la natura ha sull’individuo, ossia dittatoriale. Il potere stesso non aveva tuttavia coscienza delle regole che si venivano a determinare ma agiva sempre in dipendenza del principio di finalità esterna in dipendenza dell’ambiente, ambiente che ha continuato ad agire come influenza esterna al potere stesso. 

Orbene, solo recentemente nella storia sono venuti in essere nuovi sentimenti quali: empatia, compassione, misericordia e derivati; intendimenti morali che vanno a costituire giustizia, politica, verità e felicità. Questi sentimenti pongono in essere la necessità di “nuove regole” che non essendo possedute per natura devono necessariamente essere apprese. Non per natura ma per cultura, Etica, Giustizia e Verità si oppongono a tutte le ribelli pulsioni innate reprimendole e dando all’individuo un’idea di oppressione. Per la pancia esiste solo “mangiare, sesso e dané” e una istintiva avversione per la cultura che tende a controllarle e a reprimerle. 

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia, farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza.

In conclusione, senza educazione emergono tutte le istanze egoistiche individuali relegando l’individuo, che del sociale non ha coscienza, a esprimersi solo con la “pancia” (sesso, possesso, gelosia, orgoglio) e a rifiutare la cultura come un’inopportuna costrizione. Questo atteggiamento egocentrico nel bambino senza educazione diviene egoista e moralmente scorretto nell’adulto. L’insieme di atteggiamenti egoisti anche se tutti gli egoisti sono solidali perché tutti si riconoscono nella pancia farà franare il formicaio. È la fine della solidarietà e l’inizio della decadenza. Qui, c’è anche chi , come Matteo Renzi, pensa di recuperare i voti perduti rivolgendosi con format televisivi “culturali” in un’operazione di marketing, alla pancia.

Orbene, operazioni di propaganda e falsificazioni sono state perpetrate in ogni regime politico, in particolare le dittature, e all’uopo sono stati stilati “decaloghi” precisi e puntigliosi su come abbindolare il popolo. Esemplare è stato quello di Joseph Paul Goebbels, che merita di essere letto, ma di recente ce ne sono stati molti altri e di uno in particolare comparso in un post di FB voglio citare un punto:

(Omissis) 5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini

“La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile”

L’autore del decalogo intravede nella “pubblicità” una volontà malevola nell’abbassare l’età del pubblico a cui si rivolge come si trattasse di un inganno. Non è cosi! Il pubblico ha veramente quell’età e la pubblicità funziona proprio e perché il pubblico ha quell’età. Il che ci insegna che l’unico, solo, insostituibile modo per non sottostare alla propaganda, a qualsiasi propaganda, e con ciò progredire in civiltà è elevare l’età mentale delle persone (la mentalità) affinché il cuore si rivolga alla testa e non alla pancia. 




La logica non è un’opinione

Quando assisto ai talk show televisivi vengo colto da rabbia e depressione. Il livello della discussione è talmente basso non tanto per il fatto che la gente che vi partecipa mostra di non avere una sufficiente preparazione filosofica e memoria culturale, quanto perché nel ragionamento manca della più elementare logica.

Ci sono cose che non si possono non sapere, che dovrebbero essere insegnate e senza le quali nessuna discussione che abbia senso è possibile. Ci sono cose che se conosciute da tutti cambierebbero il volto all’umanità.  Si tratta di banalità base di ordine logico morale che dovrebbero essere assunte da tutti e su cui non si dovrebbe mai ritornare. Eppure queste banalità rimangono ai più sconosciute e producono socialmente danni enormi. Ci sono cose con cui ci scontriamo tutti i giorni che se ignorate impediscono la comunicazione e qui vorrei esprimerne almeno una: quando e come si può o non si può generalizzare.

Quando sento dire “non si può o non si deve generalizzare” o “non si può fare di tutta l’erba un fascio” “due pesi due misure” mi viene acidità di stomaco. Orbene, è necessario avere un po’ di pazienza e partire da concetti basilari  della statistica, quella parte della matematica che descrive ogni fenomeno, ogni grandezza che  può assumete differenti valori quali per esempio la statura o il reddito di una popolazione di individui. In altre parole la statistica studia un insieme di unità, una popolazione, e non la singola unità.

Tali valori di una grandezza si distribuiscono in un particolare modo che, come avviene in molti casi della natura, assume la forma “a campana” (chiamata “normale” perché frequente in natura o anche “Gaussiana”  dal suo inventore il matematico Carl Friedrich Gauss).

Tale curva ci dice che ogni fenomeno si distribuisce in un certo campo (campo di esistenza del fenomeno)  che va da un valore minimo a sinistra della curva, fino a uno massimo a destra della curva.  L’altezza tra i vari punti sulla curva (ordinate) rispetto alla sua base (ascissa) rappresenta quante volte il dato corrispondente a quell’altezza si manifesta (frequenza). Il concetto di “frequenza” con cui un fenomeno si manifesta dovrebbe essere patrimonio di tutti. Orbene, da sinistra verso destra la curva si innalza verso un valore massimo fino al suo apice per poi  ridiscendere assumendo una forma a campana, simmetrica rispetto ad una altezza centrale, l’apice appunto. In statistica i valori più frequenti (o più probabili) che si trovano a destra e a sinistra dell’apice sono chiamate “valori standard” e si dividono in due aree : quella che raccoglie il 68% della popolazione dei dati costituiscono 1 “deviazione standard”, mentre  quelli  del  95% della popolazione dei dati 2 “deviazioni standard”. La visione d’insieme è l’unica reale, che da idea della realtà e afferma la verità.

Veniamo ora all’esempio “gli uomini sono più alti delle donne”, verità incontrovertibile. Due curve a campana una per gli uomini e una per le donne, le due curve si intersecano facendo vedere come anche se l’altezza degli uomini nella media è maggiore vi è un numero considerevole di donne che sono più alte di un numero considerevole di uomini.
Tuttavia l’affermazione “gli uomini sono più alti delle donne” esprime una generalizzazione lecita, essa esprime  quello che per lo più accade, non dice “tutti gli uomini sono più alti di tutte le donne”; un obbiezione “non è vero, io conosco una donna o donne più alte di un uomini” è un’osservazione senz’altro ignorante. Perché è ignorante? Perché considera un caso singolo e non considera l’insieme portando l’esempio preso a dimostrazione del tutto, ebbene questa è una generalizzazione illecita. Si noti: quello che afferma è vero ma non è la verità. Questa confusione tra vero e verità avviene sempre in mancanza di una conoscenza di che cosa sia la statistica. La statistica è la verità più approfondita di un fenomeno. Di Trilussa gli ignoranti conoscono solo i polli. La regola dunque diviene: non si può dimostrare una verità portando esempi. Non si discute attraverso esempi a dimostrazione di una verità. Chi lo fa non consce questa banalità ed è semplicemente ignorante e non ha diritto a un’opinione. Il che non significa che non può “dire la sua”, ma che “la sua” non può essere presa in considerazione.

Se poi a dimostrazione porta esempi che si riferiscono a un’esperienza personale, l’opinione espressa è doppiamente ignorante. Ignorante non solo perché parla per esempi, ma perché incorre un altro errore.
Esiste un principio in ciascuno di noi che si chiama “principio di piacere”, per il quale ogni nostra azione è intesa a soddisfare il nostro corpo come la nostra vanità, l’autostima, cosicché andando per il mondo siamo propensi a raccogliere tutto quello che conforta le nostre opinioni e scartare quello che non ci piace. Nel bambino e nell’adolescente è per così dire naturale, nell’adulto è patologico, ma senza una sana educazione il danno è già “belle che fatto”. Destrutturare in seguito è un bel problema e in genere non avviene. Quindi a conclusione, non solo si parla per esempi ma vengono scelti quegli esempi che più ci piacciono. Un doppio nodo.
Ne nasce una confusione terribile, il livello della discussione è bassissimo e questa è la televisione. Per comprendere: “questa è la televisione” è una generalizzazione lecita, come tale non esprime la totalità, ma la buona o ottima parte. Una o due “deviazioni standard”.
Tutto questo non significa affatto che in una discussione “non si possano fare esempi”: l’esempio va fatto ed è opportuno, ma solo a chiarire l’enunciato. Quello che è illecito è confutare l’enunciato attraverso l’esempio.

Per concludere, generalizzare è sempre lecito e auspicabile quando si parla di  quello che per lo più accade, come ad esempio è lecito e non razzista dire i sud americani sono…, gli statunitensi sono, i milanesi sono … etc; è utile e doveroso trovare caratteristiche tipiche per ciascun gruppo sociale, importante è trovare verità oggettive non soggette a pregiudizi che si manifestino come tali. L’espressione “generalizzare è sempre sbagliato” è sbagliata, generalizzare è illecito se quello che caratterizza il gruppo viene applicato al singolo e se quello che caratterizza il singolo viene applicato al gruppo.

Queste regole sono assolute sia in campo fisico che in campo morale e costituiscono banalità di base. La difficoltà nasce quando dal campo fisico quantificabile si passa al campo morale non quantificabile o meglio quantificabile solo secondo opinione ma tenuto presente che le opinioni, come testé dimostrato, non sono equipollenti e per dirla con Platone ci sono opinioni e opinioni giuste. Le opinioni giuste sono quelle che operano secondo logica. Le opinioni che invece non operano secondo logica si definiscono opinioni ignoranti. Di fronte alla frase “è difficile trovare lavoro”, Vittorio Zucconi, giornalista e scrittore, ha risposto “non è vero, mio figlio…” e  Zucconi è a mio parere uno dei migliori.

Le regole di logica morale sono ben altre di quelle ora espresse ma anche la semplice conoscenza di queste regole cambierebbe il volto all’intero sociale umano. Del resto in questo sociale una materia come logica morale è sconosciuta. Solo la cultura ci salverà.




Senza cultura non c’è sinistra

Cultura, xenofobia e razzismo sono legati. Il grande assente è la morale. Ad ogni generazione una nuova ondata di barbari, come scriveva Nietzsche, in pochi anni  dovranno raggiungere il livello di civiltà che una società ha conquistato in migliaia di anni. Valori inerenti le leggi, la giustizia, la morale individuale, l’etica sociale ai fini della convivialità, dovranno essere di nuovo insegnati ad ogni generazione.

Se questo compito non viene assolto avremo una regressione dello spirito, dello spirito di un intero popolo e dell’intera nazione. Questo è certo. Orbene il pensiero unico economico, di matrice neoliberista, tende a escludere e ha escluso dalla scuola l’educazione civica ossia l’insegnamento di questi fondamentali importantissimi irrinunciabili valori, condannando intere generazioni a quello che  ora le ricerche chiamano “analfabetismo funzionale”, li ha esclusi per creare i nuovi schiavi i “servitori d’azienda”.

La buona scuola?! 
Ora la marea ignorante xenofoba e razzista cavalcata dalla destra sta montando in tutto il mondo grazie ad analfabeti morali quanto ricchi “uomini del fare” che esprimono il loro pensiero con una bestemmia: “a che cosa serve la cultura?” Squallida proposizione che grazie a una mancata educazione incontra il favore e il plauso delle masse. Il pensiero debole è forte con i poveri di spirito. La cultura, confusa con “arte e spettacolo”, che sono meri strumenti della cosa e non la cosa, dovrebbe essere il bene più prezioso della sinistra ed invece la sinistra fedele al pensiero unico si occupa solo di economia. Per questo la sinistra non esiste.

“In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”
Questo articolo è apparso sul il Fatto quotidiano del 14  gennaio 2018. Leggendo i commenti, capisco come un nano come Berlusconi possa sentirsi un gigante. Infinita amarezza del cuore. Berlusconi é senza scrupoli, non ha nessuna opinione politica e anche se l’avesse sarebbe pronto a sacrificarla alla prima occasione per la minima opportunità. Non gli importa nulla né dei migranti né delle sorti degli Italiani agisce solo come un animale: d’istinto, unicamente per interesse, nel suo esclusivo interesse e il suo interesse sono esclusivamente “soldi e potere”, di conseguenza non gli importa in nulla il valore delle cose che dice, se gli convenisse sosterrebbe anche Carlo Marx. Se afferma ora quello che afferma ossia lo scandaloso binomio “immigrati/criminali” o “immigrati/delinquenti”, sa quello che fa. Queste oscenità non esprimono il suo pensiero, verso il quale gli sprovveduti commentatori si indignano e si scagliano, bensì un’astuzia elettorale sulla base di “ricerche di mercato” “sondaggi di opinione” e ahimè bisogna prendere atto che è questa l’opinione di grandi strati della popolazione, opinione per di più in crescita. Il diavolo è la malevola coscienza che aleggia nel popolo.

Berlusconi, uomo del fare, è nemico della cultura, non è interessato alla crescita culturale e all’avanzamento in civiltà della nazione. E’ un uomo pratico e in merito alla filosofia non ha alcuna idea, credo che per lui sia solo una poco utile materia di studio. Il popolo di cui lui culturalmente è parte e ne rappresenta gran parte, vive in una tale ignoranza da non comprendere che la filosofia è una dottrina volta a migliorare lo spirito individuale come lo spirito sociale. Come potrebbe comprenderlo il popolo quando anche sedicenti filosofi, professori universitari, non hanno compreso?
 Le opinioni di Silvio, ammesso che ne abbia, non le conosceremo mai, almeno mai a fondo, forse non le conosce neppure lui, forse è, come a detta dell’ex moglie, uno psicopatico, fa e dice come colui che dice e fa sempre e solo secondo opportunità. Opportunità e convenienza rimangono le sole grandi dee. Tiene la barca in equilibrio sulla cresta dell’onda, pronto a sfruttare tutti venti, venti ora in poppa ora di bolina. Eppure non deve essere lui a preoccupare, in paesi più civili del nostro non sarebbe nessuno, a preoccupare devono essere quelli che lo votano ai quali deve essere rivolta tutta l’attenzione e l’azione.

Ora a preoccupare sono anche quelli che lo contestano perché sono ciechi e non si accorgono che mentre contestano il feticcio, l’idolo esprime una sconcertante verità sui sentimenti nutriti dal popolo: “migranti delinquenti”, “migranti criminali”, questo venticello è un cancro maligno che si è già diffuso in forma epidemica. La peste xenofoba e razzista è una marea che tende a salire non solo grazie alla propaganda delle destre, ma grazie soprattutto alla mancanza di una coscienza civica che l’educazione non ha saputo dare al popolo, educazione di cui sono responsabili e colpevoli i governi. Ministri con il cervello pieno di soli numeri così si sono espressi: A che serve la cultura? Mi fanno bile!

Lo capite adesso, adesso che masse di migranti arrivano sul nostro territorio e trovano una popolazione affetta da analfabetismo funzionale, a che serve la cultura?!       Una scolarizzazione che si fondi sulla logica, sulla morale, sulla legge, sulla giustizia, sulla filosofia, è il cuore dello spirito della nazione. Sono questi valori fondamentali, sia per l’individuo sia per la società, i presupposti necessitati per un avanzamento in civiltà da introdurre ad ogni livello in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Virtù irrinunciabili considerate diversamente da una platea di dementi meno di niente, nell’idea di una “scuola azienda” fornitrice di robot utili alla  produzione e al consumo.

Orbene, di questa mancata educazione è vergognosamente responsabile la sinistra perché alle destre giova e combattendo la cultura portano acqua al loro mulino.
Buona scuola? Non ci sono parole per descrivere la pusillanimità di costoro. 
Non può esistere una sinistra senza una prospettiva e un programma educativo. In altre parole: una sinistra senza cultura non è sinistra. 
Che mai può importate ora che squallidi giornali con tardivi editoriali del tipo “Le sinistre temono l’avanzata del razzismo e delle destre in tutta Europa”  entrino in contraddittorio con il diavolo quando il diavolo ha già vinto la partita con Dio? Ossia con il popolo. L’educazione e quella cosa che alimenta lo spirito, procura cibo e amore. E adesso una massa informe e crescente di analfabeti funzionali, xenofobi e degenerati razzisti, farà salire sul carro gli “eroi della miseria”, quella dello Spirito cui seguirà a breve quella del corpo. I nuovi eroi parlano dal bancone dei media, sono “gli uomini del fare”, parlano agli avidi, ai corrotti, ai furbi, ai poveri di spirito, ai qualunquisti, a tutti coloro alla cui natura sta più a cuore l’orgoglio della compassione. Non si tratta solo di analfabetismo funzionale, ma di analfabetismo morale. Dove sono finiti gli uomini? Dove é finito l’uomo? 
Come Diogene cerco nella notte con la lanterna l’uomo. Dove sono gli anticorpi? Solo la cultura ci salverà.




De humana coscientia: il razzismo

Uno degli argomenti più scottanti di attualità riguarda l’immigrazione, uno dei temi più confusi e imbarazzati che vedono ideologie opposte offrire una diversa accoglienza fondata su pregiudizi di ogni provenienza. Tutte le posizioni si fondano su un’analisi del contingente senza alcuna valutazione né evolutiva né storica. Si tratta per lo più di “opinioni ignoranti” così come chiama Platone tutte quelle prese di parte che non hanno dietro di loro alcun approfondimento filosofico, antropologico, sociale.
E’ mio intento portare quanti più elementi possibile inerenti la questione in modo da liberare il discorso dalla chiacchiera. Tutti ritengono di sapere che cos’è razzismo. Non è così. I più rimarrebbero stupiti se affermassi che “il razzismo è legge di natura”. La diffidenza è una postura antichissima già animale appartenente alle prime specie, il razzismo diversamente è un fatto culturale puramente umano, anche se la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza possono stare alla base ed essere di sostegno al razzismo. Date del razzista a una persona diffidente e questi non capirà; qualificandolo come tale gli offrirete la possibilità di regredire e lo costringerete a schierarsi: dire a qualcuno “sei razzista” significa “quello che tu provi e quindi quello che sei, è razzismo”. Ditelo e avrete un razzista: “Se quello che penso è razzismo allora sono razzista”.
Quel “io sono quello che sento” è vestito da tutti come la pelle e provato con il cuore. Difficile il superamento senza riflessione. Orgoglio e diffidenza sono pulsioni naturali difficilmente superabili, stanno da sempre nella “pancia” della gente.

Le parole cambiano di significato. 

È convinzione comune che a ogni parola si associ uno e un solo significato ma mentre questo è vero per i termini concreti non lo è assolutamente per le parole astratte. Le parole astratte portano sempre con sé una molteplicità di significati che si stratificano a diversi livelli di profondità e sono nell’intendimento che ciascuno dà al termine la fonte della più grande confusione e difficoltà di comunicazione. Se dico “martello”, tutti sanno a che cosa mi sto riferendo ma se dico “libertà” e “ciascuno deve essere libero” ecco che allora diversi o diversissimi intendimenti del termine hanno luogo, ciascuno legato a una personale definizione che più o meno si allinea o confligge con quella di tutti gli altri.
La facilità con cui si accusa chiunque di “razzismo” appena questi mostra anche una vaga diffidenza verso la diversità, è diventata di uso comune e il termine in questione diviene di difficile definizione. Quando si pensa al razzismo, si pensa in genere agli ebrei, all’olocausto o ai negri e alla segregazione razziale. Dico “negri” e non “neri” o “di colore”, riprendendo il termine da un capolavoro “Ragazzo negro” (1945), un romanzo dello scrittore statunitense Richard Wright, un libro che vedrei volentieri come testo scolastico. L’autore con grande semplicità senza risparmiare e risparmiarsi, mette nero su bianco tutte le problematiche razziali senza indulgere in alcun modo né in un senso né in un altro. Wright per inciso è di colore. Il termine “negro” non era al tempo dispregiativo, neppure per l’autore del romanzo. Ciò significa che la valenza negativa del termine è stata assunta solo in seguito a successive vicende sociali relative a rivolte del popolo di colore.
Nietzsche in uno dei suoi maggiori scritti “Al di là del bene e del male” per quattro pagine insulta gli “antisemiti” chiamandoli pagliacci o anche “canaglia”.
Di contro all’attuale concezione che tende a sconfessare su una base scientifica le differenze razziali tra tutti gli uomini, Nietzsche chiama “razza” gli ebrei, con un valore estremamente positivo dato al termine, sostenendo che “gli ebrei sì sono una razza”, un vero popolo, mentre “i tedeschi non ne sono ancora capaci”. Nietzsche detestava i tedeschi, si diceva polacco. Tale la sua avversione per gli antisemiti che non frequenterà più la sorella perché spostata con uno di questi pagliacci. Incredibilmente per motivi di convenienza ideologica fu considerato il filosofo del nazismo.
Per molti il termine “razza” ai suoi tempi suonava aulico e benemerito, come il compimento di un percorso storico di un popolo.
Tutto questo fa capire che le parole in generale e termini come “negro” e “razza” in particolare cambiano di significato nel tempo in dipendenza delle circostanze e come di conseguenza cambi il loro uso. L’odio razziale in America cambierà il termine “negro” in “nero” o “di colore” e “negro” diverrà un insulto. Al termine della seconda guerra mondiale “razza” diverrà il sostantivo per definire il “razzismo”, un demone dell’umanità. Da “antisemiti” gli odiatori del popolo ebraico divengono razzisti.
Sotto il termine “razzismo” si nascondono mondi di pensiero, mondi che talora si sovrappongono e talora contrapposti.
Capire il “razzismo”, nel termine come nel senso, è quindi tutt’altro che di semplice soluzione. Il termine per quanto per lo più odiato al presente, si presta a diverse interpretazioni e merita di essere approfondito.
Cercare la soluzione con un’indagine sincronica, comparativa tra le culture presenti, senza conoscere la storia è impresa insensata e spesso controproducente.
La soluzione di un problema a un fenomeno culturale in atto è comunque riduttiva se del fenomeno non si conosce l’eziopatogenesi, ossia la sua storia a partire dalle origini e la successiva evoluzione, facendo più possibile riferimento nell’indagine alle grandezze e alle variabili che entrano in gioco a strutturare il fenomeno. Poiché ogni fenomeno culturale trae origine da situazioni già esistenti in natura, è oltremodo utile rifarsi alla natura per studiare il fenomeno.
Ciò che ora potrebbe sembrare una digressione è al contrario un approfondimento essenziale per la comprensione della necessità di distinguere il razzismo dalla diffidenza.

La diffidenza

Gli animali difendono il territorio. Questa “difesa”, il “difendere” e “difendersi”, è la variabile in prima analisi da considerare. La difesa di sé comporta anche la difesa del territorio, la difesa di un ambiente dove l’individuo deve poter sentirsi al sicuro. Il sé e l’ambiente costituiscono il self. La difesa del self è una prerogativa irrinunciabile, ne va della sopravvivenza sia dell’individuo che del gruppo quandanche della specie. Bisogna considerare che qualsiasi animale ritiene una minaccia qualsiasi presenza estranea al proprio territorio, anche se si tratta di individui della stessa specie, della stessa razza o di famiglie diverse dalla sua.
Se osservate due nidi di formiche a poca distanza uno dall’altro, formiche identiche ma di diverso nido e le mettete a confrontarsi sullo stesso territorio, immancabilmente confliggeranno fin a staccarsi arti e teste; e non cesseranno finché uno dei due nidi non sarà totalmente annientato. Questa “carneficina” segna la ubris primordiale, negli animali superiori nota come “la frenesia del sangue” che si ripeterà fino a giungere all’uomo. La difesa del self è il sentimento di appartenenza al gruppo, ha origini antichissime, centinaia di milioni di anni. La natura dota l’individuo di una pulsione paura-aggressione atta alla difesa. Alla base della pulsione sta un istinto primordiale che rimane come meccanismo di fondo in tutte le specie uomo compreso, a partire da centinaia di milioni di anni. Questa pulsione innata si consolida sotto la fattispecie di una “spinta interna”, congenita, immutabile, irrefrenabile che prende il nome di “istinto di sopravvivenza”. L’istinto si configura come una reazione spontanea e potente a una determinata situazione di pericolo ambientale; nel nostro caso l’apparizione di un intruso. L’istinto non lascia all’individuo grande libertà ma in dipendenza delle situazioni di maggior o minore pericolo può comunque essere modulato, represso o agito con diversa forza, in dipendenza delle caratteristiche individuali innate o anche della gerarchia assunta nel gruppo quando evolutivamente si costituiranno i gruppi. Anche l’istinto è soggetto a evoluzione mostrandosi necessitato nelle tassie, risposte obbligate legate all’ambiente o contenuto, fino a poter essere represso nell’uomo in dipendenza delle circostanze ambientali. L’allargamento dei gruppi comporta sempre nuove regole e con questo l’istinto avrà modo di variare le sue manifestazioni in dipendenza non solo dell’ambiente ma di nuove pulsioni che nascono, si stabiliscono nel mondo interno sovrapponendosi all’istinto al fine di trovare nuove soluzioni comportamentali più evolute in risposta all’ambiente. Nasceranno passioni e sentimenti. In pratica tassie, istinti, passioni e sentimenti si stratificano formando diverse posture dello spirito della “persona”.

Una considerazione. Le caratteristiche comportamentali negli animali si trasmettono evolutivamente e passano da una specie all’altra senza soluzione di continuità a dimostrazione che l’”anima” non è prerogativa umana e che il comportamento animale nelle sue fondamenta arriva fino a noi seguendo un percorso evolutivo dello spirito. Anche nell’uomo la difesa del self è più che mai viva, tanto che i più la trovano “naturale”. Gli istinti che sottostanno ai sentimenti, sono vivi ancora in tutte le specie e in tutte le razze, e nell’uomo stanno alla base di tutti i fenomeni sociali e politici regressivi che si rifanno alla natura nelle sue componenti pulsionali primitive legate alla difesa al possesso al territorio a spiegazione di ideologie fondate sull’appartenenza (nazionalismi, campanilismi, tribalismo, clan, sono ancora testimonianze vive del bisogno di appartenenza. Le faide sono fossili comportamentali e vestigia del pregresso si trovano ovunque sparse anche se in misura diversa o molto diversa, in tutte le società.
Negli animali posti in basso sulla scala evolutiva la pulsione primitiva si manifesta unicamente come istinto e non si accompagna ad alcun sentimento ma in creature come i canidi, le scimmie e in particolare le scimmie antropomorfe, all’istinto si sovrappongono nuove posture dello spirito; già per queste specie si può parlare di “sentimenti”, di un modo di esserci, di essere nel mondo, che si lega all’autostima, al sentimento di sé, e quindi anche al giudizio. I sentimenti sono emergenze che si manifestano esteriormente per facilitare la comunicazione.
Essere felici o tristi, gaudenti o depressi , calmi o arrabbiati, è facilmente riscontrabile negli animali superiori dotati di “espressività”, si tratta di segnali dati non solo con il corpo ma anche e soprattutto attraverso la mimica facciale. L’espressività facciale è un incontestabile segno d’intelligenza anche nell’uomo.
L’avvento delle passioni e dei sentimenti negli animali vicini all’uomo e nello stesso uomo, pone l’individuo in un diverso rapporto con se stesso e con l’ambiente, con il sé e con l’altro da sé.
La domanda ora è qual è non già più solo l’istinto ma qual è il sentimento che evolutivamente si accompagna alla difesa del sé e del gruppo.

L’orgoglio di appartenenza

La diffidenza è la pulsione più antica legata all’origine all’istinto di sopravvivenza nato miliardi di anni fa, dall’istinto di sopravvivenza nudo e puro, per separarsene lentamente in relazione all’importanza che l’ambiente assume nel tempo e in dipendenza dell’aumento delle capacità relazionali dell’individuo. Con il progredire della coscienza, coscienza di essere nel mondo, decine di milioni di anni fa nasce l’autostima, il valore attribuito e da attribuire a se stessi, e con l’autostima nasce un sentimento che si sovrappone alla diffidenza , si tratta dell’ orgoglio di appartenenza, un sentimento che lega l’individuo non già più solo alla specie, al territorio e al gruppo ma che accentua l’importanza di esserci come individuo in quanto individuo nel gruppo, una primordiale coscienza di sé. Un salto titanico dello Spirito, spirito che prende posto nell’io, nel nucleo della cipolla. Da allora, con un cammino durato milioni di anni, diffidenza verso l’altro e orgoglio di appartenenza viaggeranno uniti.
In definitiva possiamo affermare che l’orgoglio di appartenenza in difesa del self è un’emergenza esistenziale che compare più recentemente ma antica comunque decine di milioni di anni che si pone nell’”Io” nel mondo interno e che ha come manifestazione esteriore una curiosa emergenza fenotipica: l’espressività.
Non è un caso se la mimica facciale e non solo facciale, di Mussolini sul balcone di piazza Venezia ricorda da vicino l’espressione e la postura di un maschio dominante di gorilla nella jungla e come tale veniva riconosciuta da folle di scimmie deliranti. Certi gesti sono riconosciuti come segnali antichi patrimonio di culture ancestrali ancora vivi nel DNA. Ancor oggi gli uomini a guisa delle scimmie si minacciano con gli occhi.
Una prima osservazione. Abbiamo analizzato finora un’unica postura spirituale, la diffidenza. Ma già qui si può osservare che la diffidenza, trattandosi di un sentimento ancestrale che riguarda anche gli animali molto prima della comparsa dell’uomo, non può e non deve essere confusa come di fatto generalmente avviene, con il razzismo. Si dimostra come un’analisi del reale condotta solo sul presente sia radicalmente infondata. Per questo, per altro e per tutto quello che per essere compreso necessiti di un’analisi storica ed evolutiva.
L’orgoglio di appartenenza di fatto è un altro ingrediente indispensabile per la ricetta razzista. La diffidenza gioca solo in difesa, l’orgoglio anche all’attacco.
Diffidenza e orgoglio sono ingredienti indispensabili ma rimangono condizioni necessarie e non sufficienti, solo elementi prodromici al razzismo. In sé possono sfociare in sentimenti di orgoglio familiare o nazionale senza per questo essere ostili al prossimo.
Il problema nasce quando questi sentimenti sono considerati come gli unici sentimenti validi a sostegno della vita di relazione senza ulteriore evoluzione affettiva. Né la diffidenza né l’orgoglio prevedono in sé un sentimento come la compassione, un’emergenza sentimentale che rifonda lo spirito solo recentissimamente.
Questo fa pensare che diffidenza e orgoglio senza la compassione rimangono chiusi in un’enclave comportamentale primitiva.
La mia tesi è che ideologie ferme a nazionalismi non siano altro che concezioni non evolute dello spirito che non prendono in considerazione gli ulteriori progressi dell’anima nella relazione col prossimo.
Diffidenza e odio, diffidenza fino all’odio, nascono dall’orgoglio di appartenenza, una pulsione antica, un “sentire” che arriva pressoché immutato fino all’uomo.
Nella specie umana l’orgoglio che si esprime nell’individuo come pulsione, diviene nella collettività “volontà di potenza”, un sentimento che unisce il gruppo e pone come condizione dell’essere, la supremazia di un gruppo sull’altro. La storia passata è storia e di conquiste. E’ la guerra e con la guerra la “volontà di potenza” di vincere e sterminare il nemico: uccidere gli uomini e i bambini e fecondare le donne. Storia antica di leoni e recente di sangue per il trono (Riccardo III, Shakespeare) a dimostrazione di come antiche leggi naturali tardino a morire; dentro l’uomo dorme la belva e può sempre risvegliarsi o essere risvegliata.

Il mito della natura

Quando si pensa a natura, si pensa “bello e buono”, bello come buono. Dio con la Natura rasserena lo spirito. È un inganno, questo pregiudizio sulla benignità della natura è frutto di molteplici errori e di molte ideologie che turbano e distorcono l’animo e il pensiero.
In verità la natura è crudele, la crudeltà in natura è stata ed è ancora nel regno animale, il valore più alto per fortificazione della specie e per la sopravvivenza.
La crudeltà è il valore guida di riferimento per la selezione e il miglioramento della razza. I predatori sono feroci, anche i più miti, il destino di tutti gli animali è di essere sbranati vivi o morire in solitudine di inedia. Non altro. La vita è confutata, la natura è feroce. La gioia nell’uccidere è un istinto primordiale entrato nel sangue per milioni e milioni di anni e che arriva fino all’uomo. La crudeltà non si è estinta neppure nell’uomo, si è solo “allontanata”. La strada per l’Eden è ancora lunga.
Alla crudeltà animale e dalla primitiva crudeltà umana che in antiche tribù “gioiva del sangue”, nuove emergenze si sono venute a sovrapporre e a sostituire la crudeltà come valore principe per la sopravvivenza. Nell’evoluzione spirituale alla naturale diffidenza si viene a sovrapporre molto più recentemente, solo qualche decina di milioni di anni fa, l’orgoglio di appartenenza. Questo nuovo sentimento estende l’io ad altre categorie dell’essere, ad altri modi di essere; in un modo più “razionale” l’individuo prende lentamente coscienza di sé, nasce l’amor sui.
Bisogna precisare che l’orgoglio in sé non sconfigge la crudeltà; la crudeltà anzi diviene spesso alle origini “motivo di orgoglio”, l’io neonato gioisce della propria crudeltà. Con l’orgoglio e la crudeltà nasce anche il cinismo, permane l’indifferenza alla sofferenza degli altri che diviene motivo di riso e anche di piacere. Un cocktail di sentimenti che ricorda da vicino il Nazismo.
L’orgoglio tuttavia porta anche la “nobiltà d’animo” che lascia allo sconfitto “l’onore delle armi” se chi viene sconfitto riconosce la superiorità del vincitore e il vincitore cessa ogni ostilità. L’orgoglio porta dunque con sé l’empatia, la possibilità di rivedere il sé nello specchio l’anima altrui, un passo fondamentale che dischiude la monade animale totalmente incapace di sentire l’altro da sé e apre la strada alla compassione. La collaborazione e la compassione, presenti in nuce anche in natura, hanno garantito la sopravvivenza attraverso un percorso millenario allontanando nel tempo la necessità di essere crudeli. Su questo percorso si possono leggere anche le tappe fondamentali percorse dall’uomo durante la sua vita e comprendere a fondo come certi individui si evolvano fino alla compassione, alla misericordia mentre altri rimangano imprigionati nelle pulsioni animali, in un mondo di solo utilizzo tutto sesso e possesso, cibo e territorio, fondato su sentimenti primitivi come la diffidenza e l’orgoglio di appartenenza.

La cultura


Come si passa allora dalla crudeltà come valore indiscusso per la selezione naturale alla collaborazione come valore utile alla convivenza? La risposta è con la cultura ossia con un ulteriore progresso dello spirito che introduce nuove emozioni. Cultura nei termini più generali è un termine in uso per definire il possesso di conoscenze di un gruppo atte a garantire la sopravvivenza e la continuazione del gruppo e della specie. La cultura è soggetta a una continua evoluzione che porta a sempre nuove definizioni del rapporto con l’ambiente con la comparsa nell’individuo di emergenze pulsionali atte a migliorare il rapporto stesso. Nell’uomo per cultura s’intende un progresso in civiltà e una maturazione dello spirito, sia individuale che sociale, che consenta la possibilità di una migliore convivenza e un miglior rapporto con l’altro da sé.
La collaborazione apre un nuovo capitolo più vicino alla nostra storia, alla storia di noi umani.
Fa parte della cultura tutto lo scibile appreso che può essere trasmesso alla generazione successiva. La tradizione della cultura a partire dagli animali è cosa troppo complessa per essere qui trattata, basti sapere che nel processo evolutivo anche la cultura è soggetta a selezione e che in un lungo periodo di tempo sopravvivono solo quelle nozioni utili alla miglior relazione con l’ambiente, selezione del più adatto prima e spinta al più collaborativo poi. Il processo è ovviamente ancora in atto, competere e collaborare non sono necessariamente esclusivi uno dell’altro. Rimane che l’orgoglio predilige la competizione e la compassione la collaborazione.
Nessuno si accorge che nell’esprimere un’opinione la agisce, sotto metafora, a partire dalla pancia o dal cuore, e che sugli intendimenti pulsionali di orgoglio e compassione secondo misura si formulano tutte le ideologie politiche di questo mondo.

La morale e la colpa

Un giorno forse non mangeremo più mucche ma per ora mangiare mucche non è ancora un delitto. Il delitto di fatto nasce col crescere della cultura, quando la cultura, secondo coscienza acquisita, si rivolge al passato e lo giudica ossia quando nasce il “senso di colpa”. Un’osservazione interessante e un punto nodale è che con la cultura il “valore della vita cresce”. L’importanza che il sociale dà al valore della vita dell’individuo, fiorisce. Nasce un’attenzione al singolo che è uno degli indici di crescita dello spirito e di civiltà. Dall’individuo-specie all’individuo-gruppo, all’individuo, si completa il miracolo dell’individuazione. Il principium individuazionis nato con la filosofia e riconosciuto solo nell’uomo, ha in realtà una storia lunga quanto la vita. Nel dare corpo allo spirito lungo la via evolutiva si stabilisce altresì anche il principio che il valore della vita è relativo, proporzionale alla crescita dello spirito ossia della coscienza. Anche se questo può scandalizzare la sacralità della vita è relativa alla dimensione della coscienza. Detto altrimenti, da una diversa prospettiva, si potrebbe affermare che la cultura è lo “spirito santo”; venga o meno da Dio, è quella cosa che “valorizza” il mondo regalando lo spirito alla natura. La quantità di spirito e la qualità dello spirito crescono. In un’immagine questo “dar valore” è opera dello Spirito della cultura che crescendo si “inluia” (espressione dantesca) nel mondo. La cultura è uno Spirito, Fysis, Natura naturans. Deus sive natura sed natura naturans, evolutio. Chi non possiede questa comprensione non capisce “divino”.
Si apprende qui che il valore della vita non è un assoluto, noi mangiamo gli animali, non per questo ci sentiamo in colpa ma questo inciso pone immediatamente la questione in essere: il valore della vita è lo stesso per tutti gli uomini?
La considerazione con cui si tiene la vita degli altri non qualifica gli altri ma qualifica noi stessi per quello che in verità siamo.
Ritieni tu la vita degli altri importante quanto la tua?
A questa domanda il razzista risponde NO! Non considera “i non appartenenti al gruppo” uguali e in particolare li considera inferiori, non per cultura ma per genetica o per volontà di Dio.

Il razzismo in natura

La ferocia nel mondo animale segna l’aggressività, una qualità indispensabile per favorire la dominanza dentro e fuori dal gruppo e consentire la perpetuazione dei propri cromosomi. Questa qualità dello “spirito” permette al maschio dominante di primeggiare nella gerarchia e si manifesta con una competitività all’interno del gruppo anche in comunità ristrette di animali.
La dominanza accresce l’orgoglio, l’amor sui, l’orgoglio individuale, che già compare nelle specie più evolute. Il gorilla si batte il petto e dice “Io” a tutta la jungla.
Diversamente dagli erbivori che si radunano in mandrie anche di migliaia di capi, nei predatori, in cui la ferocia si manifesta soprattutto nei confronti di altre specie, i gruppi non superano mai le poche decine. I gruppi dei cacciatori competono per il territorio ma nel caso di un incontro con un altro gruppo le perdite subite in caso di conflitto tra bande rivali rischiano di essere troppo ingenti, di conseguenza le dispute si esauriscono o con la lotta tra i capi o con scaramucce, poco sangue e allontanamento. Gli animali non sono capaci di stragi.
Buonisti umanitari lettori di favole vedono in tutto questo virtù animali ma di fatto è solo convenienza e incapacità. Un animale sterminerebbe senz’altro un gruppo concorrente se solo ne avesse convenienza e capacità.
Perché si arrivi al genocidio bisogna dunque attendere l’avvento di gruppi di animali più numerosi che alla ferocia assommino anche armi micidiali che rendono impari la lotta, e un ingegno sufficiente a ideare una strategia: gli uomini.
La preistoria è storia di genocidi in cui i maschi di una tribù sono totalmente eliminati e le femmine rapite e stuprate; anche indipendentemente dalla razza, bastava appartenere a una diversa tribù. L’idea di una diversità razziale non è ancora nelle loro teste, i gruppi venivano raramente a confronto e sempre con i vicini.
Ma anche qui leggere differenze somatiche venivano percepite come diversità di sangue e guerre “razziali” potevano anche a quei tempi aver luogo.
Guerre razziali sono state combattute fino all’annientamento anche recentemente in Africa tra Tutsi e Hutu a dimostrazione che il razzismo nasce anche spontaneamente sulla base di evidenti differenze somatiche.
Quando la differenza “salta all’occhio” come salta all’occhio la statura o il colore della pelle, quando si ha in dote il vizio supremo, la superficialità, il nemico non deve essere solo vinto ma sterminato. Il problema come sempre è il territorio e sono le donne; ma le donne solo se non appartenenti alla stessa razza. Individui della stessa razza sono rivali ma portano dentro di sé gli stessi cromosomi, individui di razze diverse portano cromosomi diversi. La dittatura dei cromosomi non cessa: primo riprodurre me stesso, secondo la mia famiglia, terzo la mia tribù, quarto la mia razza. L’io si colloca al centro della cipolla.
Tutto questo, a difesa del self sotto la dittatura dei cromosomi, è ancora lotta per la sopravvivenza, non è ancora razzismo secondo l’intendimento moderno, è razzismo nei fatti secondo volontà di madre natura non nell’idea per volontà degli uomini.
Quando nasce allora il razzismo?
Abbiamo visto che l’idea del diverso e del diverso come nemico, è cosa naturale e antichissima, e abbiamo compreso che l’orgoglio non sconfigge la crudeltà: la crudeltà anzi diviene “motivo di orgoglio”.
Odiare o diffidare del “diverso” è nella natura degli uomini da sempre.
Il razzismo ideologicamente e modernamente inteso nasce solo quando nasce la coscienza e con la coscienza la colpa. La coscienza offre una nuova possibilità di considerare un comportamento che in natura è naturale ma che nell’uomo non lo è già più, in quanto la coscienza offre un nuovo modo di vedere la cosa e propone in libertà di scelta, nella scelta un diverso e migliore agire. Coscienza, colpa, libertà danno origine alla morale.
La coscienza nasce quando nasce il “senso di colpa” che si origina dalla libertà di scelta e pone una scelta come migliore di un’altra dando luogo a “bene e male”, ossia alla morale. Senza senso di colpa nessuna morale.
Se il razzismo è in natura, per capire “razzismo” dobbiamo ora porci la domanda inversa: quando siamo diventati non razzisti?.
Solo questa domanda ci mette sulla buona strada.

La compassione

La risposta è: quando abbiamo smesso di odiare e di essere diffidenti verso il prossimo alla nascita della morale; morale che porta con sé la compassione come valore dominante per la convivenza. La compassione allontana la diffidenza e supera l’odio.
Questo “non più odiare e cessare la diffidenza” con la compassione si volge in “amore” per l’altro da sé: uomini, natura, mondo. Una disposizione d’animo positiva volta ad aprire anziché chiudere, volta all’”apertura”.
La compassione e il suo avvento meritano un trattato, qui basti osservare che si tratta di una nuova postura spirituale che solo recentissimamente in termini evolutivi acquisita, stravolge i rapporti sociali, 
L’idea che essa sorga a un punto preciso della storia è assurda e fallace, e deviante.
Un indispensabile chiarimento. Ogni emergenza esistenziale che riguardi l’uomo (parlerò di emergenza esistenziale per ogni evento dello spirito che per quanto sia datata la vita e grande il mondo, non era mai apparso prima) ha un periodo di gestazione all’interno del regno animale e si manifesta nell’uomo dopo un lunghissimo periodo d’incubazione per poi fiorire e giungere a maturità ma continuare a evolversi. Una curva a S, prima una parabola, poi un flesso che raggiunge un plateau comunque in ascesa. Ogni fenomenologia dello spirito considerata in una sua particolare accezione (vuoi diffidenza, vuoi orgoglio, vuoi compassione) si manifesta sempre nel tempo secondo misura. Espressioni di tutto o niente, prima o dopo sono totalmente insensate. Questo meccanismo deve essere ben compreso in quanto fondante dell’essere dello Spirito. Ogni fenomeno ha una nascita, una crescita, una maturazione: le varie fasi sono senza soluzione di continuità. Nella tavolozza della nostra anima ogni colore è giunto a noi dopo una lunghissima preparazione. Milioni di tonalità per ogni colore. La combinazione dei colori fa l’arte e l’artista.

Il bastardo


Questa figura “il bastardo” non è mai stata considerata nella sua fondamentale e straordinaria importanza nello stabilire l’assetto di qualsiasi società a partire anche dalle società animali. Nessuna dottrina filosofica, antropologica, storiografia, politica o sociale, ha mai preso nella dovuta considerazione questa figura.
La dittatura dei cromosomi che infonde pulsioni primordiali mai interamente sopite offre alla specie Homo diverse soluzioni per la sopravvivenza.
L’uomo a un certo punto del suo viaggio nel tempo scopre scientemente la relazione tra copula e nascita. Questa comprensione è un avvenimento che segnerà tutta la sua successiva organizzazione sociale. Il patriarcato, il domino del maschio sulla famiglia e in particolare sulla prole metterà l’accento anche sulla qualità della prole: il chi è nato da chi.
L’orgoglio di appartenenza è soprattutto anche orgoglio per il possesso. Il desiderio di possesso, l’anima concupiscibile per Platone che si riferisce alla pancia, corrisponde a una pulsione che fa riferimento a un vizio capitale: l’”avarizia” meglio nota ai tempi nostri come avidità. All’avidità fa riferimento anche la “volontà di potenza” e in ultima analisi all’orgoglio di appartenenza qui esplicitato come volontà di possesso. Il possesso ha all’origine come oggetto sia le cose, come le donne, come i figli, da parte del solo maschio. Come si può osservare il maschilismo ha origini alquanto antiche. Ma non è maschilismo finché non giunga a un sostegno teorico.
Ora, anche il figlio e soprattutto il figlio maschio, è la garanzia non solo della sopravvivenza della specie ma della sopravvivenza della stirpe. Nell’espressione “mio figlio”, “mio” è appieno un aggettivo possessivo. E guai a chi me lo tocca. La femmina, la figlia femmina, è pericolosa perché porta i cromosomi, il sangue, fuori dalla famiglia. “Puttana” all’epoca e per definizione chi copula fuori dalla famiglia. Gli incesti non si contano e prima che si manifesti un indebolimento della stirpe che sconsigli gli incesti, una prassi che consentiva di mantenere il sangue in famiglia, dovranno passare diversi millenni.
A questo punto della storia antica nasce il problema centrale di tutta l’umanità fino ai giorni nostri: “il bastardo”, bastardo che all’origine è semplicemente il nato da una relazione extrafamiliare. L’orrore dell’incesto è un nuovo sentimento che si affermerà solo quando “coscientemente” si verificherà il decadimento della stirpe e si assumerà la proibizione di rapporti tra consanguinei con condanne talmente gravi da arrivare a far considerare l’incesto un “tabù”. Il bastardo è un problema che si trascinerà con diverse vicende (tutte da seguire) per migliaia e migliaia di anni; problema che si è risolto solo ieri e solo nei paesi occidentali. Senza stare ora a dilungarmi dirò che con il “bastardo” nasce in relazione anche il problema della razza.
Il bastardo nato “fuori dal matrimonio” costituisce un problema sia che sia nato all’interno del gruppo sia che provenga da altro gruppo. All’interno, secondo “nobiltà” di nascita, avranno luogo le caste o le classi sociali, mentre il bastardo rimarrà comunque a margine come elemento di disturbo a diversi livelli del sociale. Il bastardo nato da un “matrimonio” fuori dal gruppo con femmine di altra tribù potrebbe ancora essere tollerato nel gruppo in dipendenza dello stato sociale di chi, padre, lo ha generato. Tuttavia il bastardo arriva al gruppo ancor più discriminato del precedente ed è fonte di disagi e lotte intestine a tutti i livelli. Una distanza ancor maggiore si crea quando il bastardo è un incrocio di razze riconosciute come diverse, si parlerà allora del bastardo come di una creatura immonda che non appartiene al proprio sangue, e nascerà col sangue l’idea della “purezza della razza”. La “Razza” nasce concettualmente col sangue, con l’orrore di mischiare il sangue. Sangue e spirito nella coscienza dei primitivi sono uno, e al sangue recentemente ancora Shakespeare si riferirà come metafora per lo spirito che anima il corpo e che un giorno tornerà alla terra. Il sangue e la terra sono uniti in un’unica rappresentazione. Sangue, spirto, terra sono uno nell’immaginario dell’antichità; montano nell’individuo in un’unica potentissima pulsione.
Il ritorno alla terra è i ritrovamento dello spirito degli antenati non solo instaura il culto dei morti ma fa rivivere al presente la grandezza della nazione: Pro patria mori.
L’idea di purezza della razza nasce per impedire non solo matrimoni misti ma anche gli stupri, copule che danno vita ai bastardi , a tutto ciò che può contaminare il sangue e inzozzare col proprio sangue la terra degli antenati. Bastardi che se portati nel gruppo creano aumento della litigiosità sociale e scadimento della razza. I bastardi sono “figli di puttana” chiunque sia la loro madre che resta sempre una cagna, un essere comunque da disprezzare.
I vichinghi e non solo i Vichinghi, nel caso in cui un soldato stuprasse una donna del nemico, uccidevano la donna e lo stupratore, reo di aver mischiato il sangue.
Il problema del bastardo, connesso con la “purezza della razza”, si trascinerà per millenni e in modi e misure diverse, arriva fino ai giorni nostri. Si pensi che la questio si risolve definitivamente in Italia solo nel dicembre 2012 con l’equiparazione dei figli naturali con i figli legittimi e che in India paese “socialista”, esistono ancora le caste tra le quali i matrimoni misti sono ancora pesantemente avversati.
Dunque il razzismo è un fenomeno “naturale” che ha preso particolari pieghe con l’evoluzione della cultura. La cultura in sé infatti non viene necessariamente a migliorare le cose.

Nazismo e natura

Il razzismo trae origine anche come visto anche dall’idea che ciò che è naturale è anche buono, tanto che il termine naturale più che “secondo natura “, è entrato potentemente nella lingua con una valenza estremamente positiva: buono e benefico ma ancor più prepotentemente col significato di: ovvio, di cosa scontata e quindi logica e giusta. I significati: “buono, ovvio, naturale”, si sono uniti nell’emozione legata al termine confondendo il significante e “sporcando” la comunicazione. Un “prodotto naturale” è un prodotto senz’altro buono, l’emozione che accoglie il termine è sempre positiva, ma naturale è anche il veleno e che il veleno sia mortale è naturale, ossia ovvio . Questa “metacomprensione” è stata ed è ancora foriera di molte credenze soprattutto sull’efficacia di medicine alternative alla medicina tradizionale fondate su prodotti e prassi esistenti in natura: “così come facevano gli antichi” o le nonne, con una regressione di secoli.
Le parole che veicolano la lingua portano con sé un’emozione di fondo che apre o chiude oltre che il cuore anche la mente. Questa emozione di fondo che si ravvede nelle categorie descritte di diffidenza, orgoglio, compassione, spinge lo spirito ad agire o a ripiegarsi su se stesso. Si tratta di quella parte dell’io che fa una scelta, esprime una volontà. In questo senso è il cuore a comandare.
Naturalmente è impossibile e improponibile cessare l’uso o apportare modifiche al termine, sono cose che avvengono molto lentamente nella cultura, ma questo dimostra come la lingua entri prepotentemente a influire sulle nostre idee, un bel esempio di quello che si intende “essere parlati dalla lingua”.
Questo richiamarsi alla natura anche attraverso un errore logico-semantico che ci fa leggere nella natura la bontà in luogo della jungla, un giardino incantato in luogo di terreno di spietata crudeltà, sarà il fondamento di molteplici errori filosofici che si interrogano sulla cosidetta “natura umana”, ideologie come quella di Rousseau che fonda sul mito del buon selvaggio la natura umana, o dei romantici che sognano l’arcadia, un eden pastorale di convivenza di lupi, leoni e agnelli; ma molto più feroce nasce il mito del nazismo che vede nel ritorno alla natura le radici della purezza della razza e del sangue, della ubris e della crudeltà. Nel delirante mito nazista l’orgoglio di appartenenza scatena la primordiale volontà di potenza, spinge la diffidenza fino all’odio, sposa il razzismo esistente in natura con la delirante idea del superuomo, consacrando l’ideologia nazista che chiama in causa non solo la Natura ma Dio stesso, un dio in tutto e per tutto votato alla causa.
Quello su cui bisogna riflettere e capacitarsi è che Hitler in definitiva non ha fatto altro che riprendere le pulsioni, i sentimenti e le leggi ancestrali che da sempre hanno guidato la ubris naturale.
In natura per l’animale il mondo è solo nell’utilizzo; la natura è crudele, impietosa e indifferente: elimina i vecchi, i superflui, i deboli, i cuccioli, gli inutili, gli incapaci; i valori sono la forza, la prepotenza, l’astuzia, l’aggressività, ferocia, la crudeltà, l’indifferenza; e con tutto ciò la natura ottiene il premio: seleziona e con la selezione rinforza la razza.
Il mito nazista recita: c’è qualcosa di grande nell’orrore. Nella grandezza dell’orrore l’orgoglio del guerriero trionfa impavido sulla morte. La morte stessa è esaltata nel coraggio e nella gioia. L’esaltazione è risvegliata nello spirito del guerriero dall’antica ubris, che il guerriero rivive nel cuore di tenebra della Natura.
L’ideologia nazista è un abbraccio naturale con la morte. Sentimenti di odio, volontà di potenza, di sangue, di morte e di gloria.
Come con grande ingegno e cuore Giacomo Leopardi ci rivela che la natura più che madre, è matrigna, una madre perfida che inganna “i figli suoi”. La dea Kalì di fatto divora la vita e fa della natura il regno della crudeltà della sofferenza e della morte ed è per questo che noi siamo “scappati di casa”. La natura di Dio e quella del Diavolo amano nascondersi. L’orrore si nasconde nella natura. Se la natura non ci appare tale, è perché Grimilde è bellissima e ci inganna e strega con la sua bellezza: “bello come buono” è l’inganno, anche questo l’intendimento di un antico adagio; bellezza e morte nelle tragedie greche sono dee protagoniste dell’ esistenza.
Di mezzo ci sta Eros, la vita: il sesso con l’amore per il corpo che domina uomini e animali, la Venere Celeste di Platone, e “l’amor che regge il mondo e che tutto lo governa” di Dante, un amore riservato ai soli uomini o agli dei.
Alla ubris che nasce in natura per volontà di un antico dio indifferente, generoso e malvagio, si contrappone ora e solo ora, la compassione.
La compassione, sentimento celeste che si prende “cura” dell’essere, meriterebbe un trattato: il “De nobilitate hominum”, solo la compassione fa dell’uomo l’uomo. Il resto è ancora spirito animale.
Con l’avvento della compassione e proporzionalmente a essa, nasce anche la colpa e con la colpa la coscienza; coscienza della colpa, di aver agito bene o male. Bene e male, giusto o sbagliato, hanno finalmente luogo. Ha luogo la morale e la giustizia. Senza il neonato “senso di colpa”, senza coscienza e senza compassione nessuna morale. Rimorso, vergogna, pentimento sono nuove pulsioni sconosciute agli animali, profondi sentimenti che stigmatizzano l’uomo come uomo e lo separano dalle bestie. Chi non prova compassione, rimorso e non sente colpa è ancora un animale. Sempre secondo misura. Anche il pentimento rientra nel “sentir novo”, pentimento che nella vergogna, nel rimorso e nell’espiazione cerca l’assoluzione e pensa di trovarla nelle cerimonie o nel perdono ma come dice Dante “Assolver non si può chi non si pente”.
Rimorso, senso di colpa, vergogna, sono sentimenti umani e solo umani, come umane sono virtù dello spirito come compassione e misericordia, volte a evitare con una condotta morale di provarli.
I più nell’assenza di colpa vedono l’innocenza, vedono il bene. Ebbene, gli animali sono innocenti e in questa innocenza esprimono indifferenza, crudeltà e ferocia, gli animali mancano di sentimenti e di coscienza e per questo sono spietati, innocenti e spietati. Guai a chi non sente colpa!
Coloro che ritengono che gli uomini siano più crudeli degli animali, si stanno riferendo alla possibilità che gli uomini lo siano, che lo possano essere. Questo accade perché e data all’uomo un maggiore campo di azione proporzionale alle sue potenzialità, la possibilità di agire maggiormente sia nel bene come nel male. Cosa per cui l’uomo può essere l’animale più mite o il più sanguinario secondo morale; e se come ora dimostrato se l’uomo si rifà alla natura per legiferare come spesso in passato è stato fatto, allora è selezione, razzismo e olocausto.

Conclusioni


Solo ora abbiamo gli elementi sufficienti per giungere a una definizione.
Il razzismo è un’ideologia che si fonda sulle leggi e le pulsioni esistenti in natura per sostenere una teoria filosofica fondata sulla purezza della razza, e una teoria politica che consente attraverso la volontà di potenza procedere per eliminare o sottomettere altri popoli considerati di razze diverse e inferiori.
L’eliminazione degli ebrei e la riduzione in schiavitù dei neri sono di questa fattispecie.
Finché l’ostilità verso “lo straniero” appartenente a una diversa etnia si limita alla diffidenza e alla difesa, non può e non deve essere considerata razzismo. Se date del razzista a chi diffida è possibile che se ne convinca e razzista lo divenga davvero.
Le tendenze a discriminare possono ben essere i prodromi del razzismo ma la tendenza a discriminare non è ancora razzismo fino a quando la discriminazione non è agita.
In definitiva il razzismo è contraddistinto dall’offesa mentre la diffidenza è contrassegnata dalla difesa.
Morale, la diffidenza verso lo straniero non può essere chiamata razzismo finché il comportamento non si manifesta, anche solo parole, in un’azione. Bisogna saper distinguere fra chi si difende e chi attacca.
In casa mia non può entrare chiunque questo non fa in nessun modo di me un razzista.
Torniamo ora alla domanda, quando siamo diventati non razzisti?
Quando la cultura ha avviato il suo corso nella specie umana non ha medicato ferite, non ha salvato deboli, non ha soccorso malati, non ha sepolto morti. La forbice gerarchica che divide gli animali in alfa e omega, nell’uomo è a dismisura allargata e continuerà a crescere per centinaia di migliaia di anni, fino a giungere al faraone figlio di Dio e lo schiavo figlio della terra.
Solo la comparsa della compassione invertirà la rotta, solo dalla sua comparsa si può parlare di non-razzismo. La compassione sgonfia il petto all’orgoglio. La compassione è la nuova pulsione che si oppone per la prima volta da quando esiste il mondo alla selezione naturale e trova soluzioni diverse alla sopravvivenza con la convivenza. L’uomo con la compassione impara a convivere.
L’orgoglio è una pulsione primitiva che guida gli animi da milioni di anni, un sentimento ancorato per così dire ai cromosomi, mentre la compassione è nata ieri, circa 2500 anni fa. Eppure se si pensa in tempi evolutivi, la compassione è potentissima. In soli due millenni ha cambiato il corso degli eventi di tutta l’umanità. Più di metà dell’umanità vive ancora pulsioni animali non solo nelle culture più arretrate ma ha ancora la maggioranza nei paesi più civili. Questo anche perché ad ogni nuova generazione arriva una nuova ondata di barbari. Ma se in sole poche migliaia di anni la compassione ha potuto lottare contro tutto questo chi ha fior d’ingegno pensi a quale sia la sua smisurata potenza. Mentre le formichine guardano all’oggi due i Titani che dominano ancora la scena, sono Orgoglio e Compassione. Nell’epoca del turbocapitalismo la fysis, la Verità dell’Essere rimane nascosta.

Epilogo


Da quanto detto emerge che l’accusa di razzismo può essere rivolta unicamente a chi crede nella “purezza della razza” e si adopra con mezzi o parole ad agire contro chi ritiene essere di una razza diversa della propria.
Alla luce di quanto chiarito ogni disputa sulla “natura” degli immigrati è pertanto demenziale: gli immigrati non sono tutti uguali, non sono una razza e non sono in sé né cattivi né buoni, unicamente per appartenenza. Sbagliato anche quello che ora si definisce “buonismo” che si schiera improvvido e che porta a non avere opinioni sullo stato di avanzamento o arretratezza di un determinato popolo temendo il pregiudizio; diversamente le opinioni sullo stato di civiltà di una cultura vanno chiarite e espresse sia per prendere insegnamento sia per venire a sostegno di quella cultura al di sopra di qualsiasi generalizzazione che dal giudizio dato al popolo passi al giudizio dell’individuo e viceversa.
Chi invece diffida a priori del prossimo se appartenente a un’etnia diversa dalla propria, per pregiudizio senza conoscenza, è solo un ignorante cavernicolo che non ha ricevuto un’educazione adeguata, un bambino maleducato spesso cattivo in un corpo di un adulto e per questo pericoloso. Bisogna avere riguardo al fatto che mentre la diffidenza e l’orgoglio sono sentimenti naturali, l’orgoglio è innato, alla compassione si deve educare.
Ricordo da ultimo che non esiste in assoluto la cosa buona e la cosa cattiva, esiste in assoluto un corretto agire o una cattiva azione in dipendenza delle circostanze. La diffidenza è una postura dello spirito in sé né buona né cattiva, una virtù che in natura salva la pelle e che, rimasta tale anche negli umani, se educata invita alla prudenza, una delle virtù cardinali. Agita diversamente in odio al prossimo può divenire il peggiore dei mali. L’atteggiamento di chi insulta la diffidenza con accuse di razzismo con l’intento di salvarsi l’anima, è vomitevole e controproducente. Come sempre si tratta di misura e di dire oltre che dare a Cesare quello che a Cesare va detto e dato, né più né meno. Solo la cultura ci salverà.




Uomini che odiano la morale.

Gli uomini del fare scelgono il male che ritengono essere il minore (Di Maio  o Berlusconi? Scelgo Berlusconi), d’altra parte per loro la politica non è un fatto morale. Così parlò Scalfari, detto Eugenio: “La politica è una cosa diversa dalla morale, la politica è un fatto di “governabilità”, non l’ho detto io l’ha detto Aristotele e prima di Aristotele lo ha detto Platone.Per Platone quelli che facevano la politica erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente è un problema che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione. Aristotele fu l’insegnante di Alessandro Magno, il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi”.  Simili affermazioni rivelano che Scalfari o non ha mai letto Platone o le poche letture fatte sono state male educate e superficiali. L’ignoranza, quella di tutti, è tale che Floris, pubblico in studio e a casa, pensando a Scalfari come a persona colta, che ha conosciuto il potere da vicino e intellettualmente onesta, avvallano senza battere ciglio le sue grottesche affermazioni. Altro che fake news.

Quanto segue vorrei fosse ben compreso perché questa separazione tra morale e politica e tra governabilità e morale sta alla base di tutto il fraintendimento e il marcio sociale.
Orbene, innanzitutto è bene sapere che Platone ha fatto della morale il tema, il leitmotiv di tutta la sua opera e di tutta la sua vita in quanto il suo massimo sforzo sociale è stato proprio cercare di portare la morale in politica. Senza dimenticare che prima di lui la filosofia non ha nome, per Platone non esiste filosofia se non è anche ethos, ovvero  filosofia morale. Infatti, in quello che viene ritenuto il suo capolavoro, Il simposio, l’eroe è l’Eros, l’amore come massima virtù morale e il suo premio è l’Agaton, il Sommo Bene, il supremo valore etico. La filosofia per Platone è “Amore della Sapienza” e la Sapienza non è, come poi inteso e maturato da Aristotele, solo conoscenza, la Sapienza è in uno “pensiero-amore”, non l’uno senza l’altro (logos e pathos). Il pathos è l’emozione che regge il mondo e guida il pensiero: la lingua esegue quello che il cuore comanda (vedi anche il Libro dei Morti degli antichi Egizi).

Per comprendere che cosa sia l’amore per Platone bisogna capire l’amore celeste, quello con l’A maiuscola (degenerato nell’intendimento volgare come amore senza sesso), amore che si contrappone all’amore volgare,  l’amore che si fa. La frase che segue è una metafora che servirà a metterci sulla strada per chiarire il concetto. Dice Platone: “Un bravo medico (vale anche per il politico, ndr) non è un medico capace, ci mancherebbe altro, ma uno che si prende cura del paziente”. Invito a fare attenzione all’apparente banalità con cui Platone si esprime, in verità le sue proposizioni (“sembra che dica cose banali”) sono abissi senza fondo. Platone considera la “capacità” come una condizione indispensabile di cui non si deve nemmeno discutere, ossia una condicio sine qua non necessaria ma insufficiente; la scavalca, va oltre e fissa l’accento sul gruppo aggiunto al periodo che definisce compiutamente che cosa si debba intendere per “bravo”: “uno che “si prende cura del paziente” . Si comprende allora che l’obiettivo vero e ultimo è “il paziente”, l’uomo; e chi è il paziente se non l’altro da sé, il nostro prossimo bisognoso di cure? Si comprende altresì che il modo è la “cura”, ossia, detto altrimenti la comprensione, la compassione e la misericordia che fanno della cura un atto dovuto, un dovere deontologico assoluto, senza considerare il soggetto agente.  Dunque, senso morale dell’essere e dello Stato. Questa altissima virtù che ha nome dignità e agisce generosamente in favore del prossimo dimenticandosi dell’io per Platone si chiama Amore. E chi è affetto da questo amore ha amore per una sola cosa la Verità.

Confrontate ora tale uomo con un individuo che da una posizione di potere afferma “Chi non fa i propri interessi è un coglione” (Berlusconi detto Silvio). Non vi sembra di precipitare dalle stelle alle stalle? Nella “cura” Platone esprime moralmente quello che per Kant diverrà l’io categorico, “ la morale dentro di me”, ossia l’agire che governa la vicenda umana in senso sia etico che morale. In questa aggiunta: “prendersi cura del paziente “ è espresso poi l’amore nella sua forma più alta e sublime, qual è l’amore per la verità morale come unica via per il Sommo bene.
Ora, Sgarbi detto Vittorio, a suo tempo citando Croce, ebbe a dire “se sei malato non cerchi un medico buono ma un buon medico, un buon medico non è un medico buono ma un medico capace”. Su questo “capace” tutto l’accento. Lo Sgarbi pensiero lì giunge e lì si ferma. A questo Platone risponderebbe “ci mancherebbe altro!”, ma non è questo il punto il punto è il paziente e la sua cura. L’impegno a considerare il paziente, ossia l’uomo, il centro e il fine dell’azione del medico (ovvero del politico) fonda per Platone tutta l’azione di governo e l’etica diviene la scienza della morale intesa a governare i nostri costumi, scienza politica, della polis, volta nell’interesse dell’uomo attraverso la cura a trovare l’Agaton, il Sommo Bene, la migliore e più felice convivenza . Mi fermo.

Riconsiderate ora le parole di Scalfari e capirete che abisso di ignoranza sostiene il pensiero di quest’uomo e di altri come lui. Meditate anche come la filosofia lontana dall’essere un’arte astratta sostenga invece tutto il pensiero moderno. Infatti, se si toglie la centralità dell’uomo, si perde l’umanesimo e anche il cristianesimo, sia il pensiero laico che religioso. “Le cerimonie sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le cerimonie” sono parole di Cristo e la proposizione viene ora ribaltata, l’uomo è fatto per l’economia e, non c’è confine al tormento, per la finanza. Così l’uomo è moralmente dimenticato, usato solo come risorsa umana ai fini produttivi. Separando la morale dalla politica si dà corso ideologicamente al  pensiero unico-economico, ossia al neoliberismo e alla idolatria del Mercato. Scalfari, detto Eugenio, è un personaggetto vittima di questa povertà spirituale che purtroppo, essendo nella testa di tutti e nel cuore dei più, domina con diversa sorte questo primitivo pianeta. Il rifiuto della massa, e non solo della massa, per la cultura avvalla di fatto il potere dei mediocri. Solo la cultura ci salverà.




La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza

Una ragazzina viene violentata dal branco: stuprata e svergognata. In modo indipendente dalla colpa la femmina a giudizio di tutti a è marchiata dall’infamia. Questa mentalità non è altro che un residuo ancora vivo 

nel meridione d’Italia e in molti popoli della terra del giudizio in assenza di colpa, giudizio che testimonia come sentimenti primitivi, di sentimenti si tratta, sopravvivano all’interno delle culture attuali.

Testimonia altresì l’esistenza di una legge morale: non ci può essere condanna senza colpa. Questa che ora si presenta come un’ovvietà e stata una delle più grandi conquiste morali dell’umanità, un’umanità che è stata da sempre “fuori legge”; questo assunto segna la nascita della Giustizia in seno alla Legge, un Titano cieco e oscuro che dall’eternità del tempo l’ha preceduta.
Il valore ovvio e incontrovertibile di questa Legge Morale esclude dalla chiacchiera dannosa e sterile ogni relativismo. Il “chi decide cosa” nell’assolutezza della legge è già deciso: è e rimane in assoluto un parametro di Verità. La Verità esiste.

Ovvio che chi vive in una mentalità passata dove la “legge della jungla” impera, la jungla ha le sue leggi e i suoi imperativi. La storia di queste leggi copre milioni di anni e dal comportamento animale al comportamento umano centinaia di migliaia di anni in cui le leggi non sono mai state le stesse, ma come ogni altro esistenziale si sono evolute ed evolute sempre più velocemente secondo parabola. La considerazione della femmina, per più che giustificate ragioni di sopravvivenza del gruppo, non poteva in passato essere quella che è attualmente divenuta. I diversi gradi di evoluzione della civiltà hanno visto mutare di volta in volta la considerazione da un puro oggetto d’uso per il sesso e la prole a un essere di pari dignità, una “persona” al di là, al di sopra del genere di appartenenza. Per inciso questo processo deve essere ancora concluso per difficoltà da parte di entrambi i generi a concepire “persona”. La “persona” di fatto non fa mai alcun riferimento al genere né quando pensa né quando agisce.

Il salto da “oggetto a persona” copre miriadi di anni e segna con un vettore, la direzione della civiltà e l’esistenza della Verità: una verità morale che si afferma di fatto nello spirito dell’essere di contro a ogni becero relativismo. I relativisti che vorrebbero “culture di uguale dignità” sono solo pensatori di sterile e debole pensiero con cui non vorrei nemmeno polemizzare se un malaugurato falso senso dell’uguaglianza e della giustizia non fosse nella testa di tutti, anche dei migliori. L’idea che la verità sia relativa e che nessuno possa giudicare un altro dal proprio punto di vista sommata alla tirannica democrazia del dubbio, fanno di questi personaggi i più forti oppositori all’avvento della Verità.

Che chi giudica svergognata una bambina innocente in quanto stuprata, viva nell’assoluta convinzione della correttezza del proprio sentire, (sentire confortato dal sentimento di tutti, sentimento su cui si organizza un’intera cultura) non consente di attribuire a questa cultura un valore di verità se non relativamente all’epoca e alle condizioni in cui si è formata per la necessità che l’ha fondata. Se questa cultura viene confrontata con quella di chi nello stupro vede la colpevole violenza dell’aggressore e l’innocenza senza macchia alcuna della vittima, la superiorità di quest’ultima cultura è ovvia, assoluta, inoppugnabile.

La morale non può che essere soggettiva e come tale è realativa solo alla grandezza dello spirito che giudica, ma grandezza dello spirito giudicante obbedisce a leggi che faticosamente si sono fatte spazio ma che sono altrettanto assolutamente oggettive. La conqueista di queste leggi da parte dello spirito soggettivo univerasalizza lo spirito e fonda nello Spirito la sua verità, Verità morale. In questa adesione alla Legge Morale si produce un punto vista soggettivo oggettivamente più alto. Chi vive all’interno di una cultura fonda il proprio “sentire” sulla base educativa ricevuta dall’odore del latte materno. I più all’oscuro del processo evolutivo che ha portato in porto, nel qui e ora, tutto il passato, vivono come propri tutti i retaggi sentimentali anche i più beceri e retrogradi, quelli che ora e solo ora, la civiltà chiama pregiudizi.

Lo spaventoso salto nella considerazione della donna è un parametro fondamentale, non il solo, per considerare quanto sia insulsa e sconsiderata ogni teoria sull’eguaglianza culturale dei popoli. Un’abissale ignoranza attanaglia ancora l’umanità. Esiste un’evoluzione morale, le culture non sono equipollenti, i popoli non sono uguali. Quando il giudizio si lega alla colpa nasce la giustizia, prima non occorreva ci fosse colpa per la condanna. La civilta’ impone il rispetto non l’uguaglianza. Solo la cultura ci salverà.




Populismo: politica senza memoria e senza cultura

Il termine populismo nella sua accezione generale di atteggiamento o movimento politico e intellettuale tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari nasce nella seconda metà del XIX secolo in Russia e negli Stati Uniti d’America. Negli Stati Uniti con Partito del Popolo del 1892 che sosteneva le istanze dei contadini del Midwest e del Sud, le quali si ponevano in conflitto con le pretese delle grandi concentrazioni politiche industriali e finanziarie. In Russia il populismo russo proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi contadine attraverso la realizzazione di un socialismo basato sulla comunità rurale, in antitesi alla società industriale occidentale. E proprio dal movimento russo nasce il termine populismo, come traduzione della parola narodničestvo, in cui narod significa popolo, che in seguito ai grandi movimenti politici del XX secolo ha assunto le varianti di populismo di destra e di sinistra.

Il populismo è dunque un movimento e in particolare un movimento culturale dove i soggetti sono gli intellettuali e il popolo, con una nascita presso gli intellettuali  e una direzione dagli intellettuali verso il popolo. Ora, se alle parole intellettuale o popolo avete già da ora preso posizione non continuate a leggere, l’articolo non è per voi. Per conoscere e capire i fenomeni bisogna sapere e prendere atto che il primo atteggiamento del bambino non è comprendere ma schierarsi. Se i termini populismo e popolo hanno oggi un’accezione ambigua dovuta alle loro diverse manipolazioni semantiche in relazione all’appartenenza ideologica, anche il termine intellettuale presenta non pochi problemi interpretativi. Secondo la Treccani intellettuale è “Riferito a persona, colto, amante degli studî e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica. Al plurale gli i., per indicare complessivamente coloro che si dedicano agli studî, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale. In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e sim., costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo sign. anche l’espressione gramsciana i. organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte”. 

Gli intellettuali dunque non hanno una collocazione, non sono definibili in una classe precisa e uniforme ma caratterizzati solo da un generico amore per la cultura intesa come una passione privata o , politicamente, come struttura portante e indispensabile per il sociale nel momento in cui gli intellettuali intendono rivolgersi al popolo. Gli intellettuali appartengono a diverse o diversissime filosofie, dal nichilismo al comunismo, dalla fede all’ateismo, filosofie che sottintendono diverse o diversissime visioni di vita e della società. Possiamo quindi senz’altro definire idioti coloro che si rivolgono a questa non categoria come a un unico cui addebitare giudizi del tipo “Gli intellettuali sono, o sono stati, la rovina del paese”. La spiegazione di questo vile agire del pensiero sta nell’ignoranza di chi invidia e odia tutto quello che gli è estraneo, che non può capire e a cui non può arrivare, nella volontà di rivendicare in seno alla mediocrità il diritto all’esistenza. Diritto sacrosanto, ma non criticare ciò che non puoi comprendere. L’odio per la cultura è una prerogativa popolare che va dai ceti più bassi a salire, secondo misura e in proporzione. La sua fonte primaria è l’invidia, quella che Dante relega Giuda nel Cocito insieme a Caino, fu per invidia che Giuda tradì Cristo. Tutto l’ultimo girone dell’inferno si fonda sull’invidia. Anche Caino uccise Abele per invidia, la motivazione di fondo per il tradimento e anche per l’avarizia (cupidigia per Dante) è l’invidia. In sé l’invidia può essere motivo di odio o ammirazione secondo diverse posture dello spirito: bontà, acredine o convenienza con infinite sfumature. Esiste persino un’euinvidia che guarda con gioia alla felicità altrui.

Ben altri sono tuttavia per lo più i mari in cui ancora si agitano le acque.
“Forti con i deboli e deboli con i forti” non è assolutamente prerogativa dei potenti, questa naturale disposizione dello spirito testimonia l’ancestrale attività animale, incolpevole nelle bestie, bestiale negli uomini. Viltà umana comune a tutti gli strati sociali, tanto più manifesta quanto minore è il potere. La “sindrome del caporale” dimostra che una briciola di potere in mano al penultimo può essere disprezzabile, umiliante e avvilente quanto e più dell’arroganza dei potenti. In milanese masapioc (ammazzapidocchi) è definito chi con un minimo di potere si vendica sul prossimo cercando con ciò il riscatto alla propria condizione, lo fa per “sentirsi qualcuno”, per quel minimo gradino acquisito si accanisce con chiunque incontri sotto di lui. Atteggiamento definito anche “sindrome della portiera”, questo genere di potere è considerato dal singolo alla stregua di un diritto acquisito, si esercita abitualmente in sedi burocratiche e anche nei condomini sul vicinato con singole piccole beccate dando al sociale tutto l’aspetto di un pollaio. Non è forse un fatto che tutti i regimi totalitari, fascismo, nazismo e comunismo, hanno creato apparati militari e polizieschi da affiancare alle forze istituzionali con il compito di controllare il popolo arruolando soggetti reclutati tra i più abbietti presi dal popolo? Nessuno è più lontano da un cittadino di un altro cittadino. Nessuno detesta il popolo più del popolo. Unirsi per collaborare è per lo più inviso.
Passando dal sociale all’individuale si pensi alla considerazione che si ha nel paese delle cosiddette tasse (in verità imposte) una santa istituzione che fa del primo mondo il primo mondo. Dove non ci sono tasse è il terzo mondo. Chi ci ha mai pensato? Tutti contro le tasse considerate da tutti un male: non l’eccesso ma le tasse in sé, l’istituzione! Va da sé che affiancare e sostenere questa idiozia procura consensi. Programma di governo: diminuire le tasse. E tutti applaudono.
Se osservate i palazzi in città, vi accorgerete che sono pieni di antenne di tutti i tipi, paraboliche e non, una per famiglia, indicatore dell’indisposizione assoluta anche in un condominio a unirsi e condividere. I contadini resistono a unirsi in cooperative, le piccole imprese in grandi e così via… Nessuno nel popolo è un essere sociale, pigrizia, ignoranza, orgoglio, diffidenza, sentimenti animali ancora padroni dello spirito.
Possiamo quindi ora tentare una prima definizione di populismo: la posizione politica di chi tende a sostenere sentimenti retrivi e ignoranza popolare, per appartenenza o per convenienza politica. Secondo l’adagio: ci sei o ci fai.

Orbene, il potere, comunque assunto, può essere esercitato per migliorare le condizioni sociali, sia materiali sia culturali del popolo o per trarne un vantaggio per il partito o movimento che dir si voglia o da ultimo personale.
Tra questi tre parametri: interesse pubblico, di partito, personale gioca la coscienza individuale. Senza l’ausilio di una profonda coscienza filosofica, l’io mercanteggia con se stesso ogni genere di falsità. Vendersi può significare: “non lo fò per piacer mio ma per piacere a Dio”. Dio il partito, Dio la famiglia, Dio quello che vuoi… gli alibi sono infiniti, compresa l’amante, la bella vita e la tossicodipendenza.
Al di fuori di valori certi rivolti unicamente all’interesse pubblico, tutte le scuse sono buone. Ne nasce un torbido malaffare cui è imposto il nome di “politica” o “politica del reale” ovvero rendere lecito l’illecito. Con un’idea di concretezza data alla somma indeterminata, scomposta e casuale quale risultante di tutte le menzogne e compromessi che determinano il contingente senza l’ombra di una direzione, ha luogo uno scontro continuo di affare e malaffare in cui l’animo di ciascuno entra in gioco dicendosene estraneo e tirandosene sempre fuori. La beffa. Responsabile chi?
Sic stantibus rebus il sacro nome del Dio, la Politica, viene trascinato nel fango e il popolo che si bea di tanta scelleratezza ne bestemmia il nome.
Storicamente in politica il ruolo degli intellettuali all’interno dei partiti è stato spesso quello di guida; rifacendosi a diverse ideologie gli intellettuali hanno dato la linea a questo, quel partito o movimento con diversa sorte e successo. Quasi invariabilmente all’idealità proposta dai magnanimi, è seguita una deiezione, un decadimento spirituale dovuto in parte alla difficoltà di mettere in atto utopie ma soprattutto dovuto all’incapacità degli eredi, dei seguaci, degli uomini pratici saliti al potere, di comprendere il valore e la portata delle idee che hanno ispirato il movimento, idee che sempre si fondano sulla filosofia e che per questo vengono presto disattese.

A questo punto è necessaria una breve nota su ciò che è la filosofia. Per quanto all’ignorante paia strano, idee come “tutti gli uomini nascono uguali” o “sono uguali di fronte alla legge” sono profondissimi intendimenti filosofici senza i quali questo mondo non sarebbe in concreto quale lo vediamo e viviamo. Di fatto nulla è più concreto della filosofia, non mi riferisco al suo studio ma alla sua entratura morale nel mondo. Quando nasciamo, nasciamo come eredi di principi universali che hanno liberato l’uomo grazie ai magnanimi da una condizione di schiavitù e sudditanza ma il cittadino che tutto questo assolutamente ignora, dal microcosmo della sua pusillanimità si chiede: “Che cosa ha fatto lo Stato per me” e va con i forconi in piazza. Quote latte. In democrazia è a questa infelice moltitudine senza radici che mi devo rivolgere per ottenere il consenso che mi permetterebbe di andare in loro soccorso. Giacché ogni generazione deve imparare di nuovo tutto il percorso fatto dall’umanità e se questo non accade come dovuto, la prospettiva è solo la regressione. Memoria e Cultura.

Scadendo ora dalla teoria alla strategia, alla tattica dalla generalità e dalla generosità dell’essere al contingente, si è sempre finito col confondere l’idolo con il Dio. A questo processo degenerativo hanno sempre contribuito l’interesse al potere personale e la volontà di compiacere al ribasso il popolo. Le perifrasi “il popolo non è pronto”, “il popolo non è in grado di capire” sono assolutamente vere! Per questo, a questo dovrebbe di necessità seguire un’azione diretta a mettere il popolo in grado di capire; questo non viene di fatto, fatto. Si offre al popolo demagogia al posto di educazione. Se ne riceve audience anziché cultura.
Anche in occasione delle più grandi guerre e delle più grandi stragi non bisogna scordare che dietro le armi si combatte sempre una battaglia culturale, una battaglia di civiltà: una guerra per imporre la propria concezione della “pace” nel mondo. Tutti, tiranni, i dittatori persino le democrazie hanno da secoli dichiarato di avere come obiettivo la pace: Tempus belli para pacem, la guerra per preparare la pace e non hanno ancora finito. Missioni per la pace o di pace orbi terraque.

Da sempre per governare e non solo in democrazia, occorre il beneplacito delle masse, il cosidetto consenso popolare ma andare incontro ai bisogni del popolo in nulla significa fare la sua volontà , a questo punto deve essere chiaro che al popolo purché mangi e si diverta, sta bene anche essere in catene. La dignità è un valore che appartiene al popolo nella misura della civiltà raggiunta. Mangiare e divertirsi, cui segue una grassa risata, è per il popolo il “concreto”, la vita reale, il resto è filosofia, parole al vento. L’uguaglianza tra gli uomini non è per il popolo principio morale ma vissuta come diritto in conseguenza dell’invidia: “Perché lui sì e io no”? Questa l’idea della giustizia. Quale altra?
Il cittadino, come a qualcuno piace chiamare la gente, ha sempre al centro l’io e agisce solo in sua difesa per appartenenza, per ciò cui appartiene e per ciò che gli appartiene. In questa prospettiva il sociale per coesistere deve essere necessariamente gerarchizzato per poter confermare come valido e riconosciuto il principio: “a lui si e a me no”. In una società gerarchizzata la superiorità è riconosciuta solo al “padrone”, mentre al “servo” conviene invece l’obbedienza e la fedeltà. Fedeltà: pessima virtù per uno schiavo. . I cittadini sono tutti sudditi, “yes man” in quanto solo facendosi schiavi soddisfano il padrone e ottengono il risultato voluto. Il servo infatti raggiunge il suo scopo quando soddisfa il padrone. Il paradigma è semplice “obbedisco non perché ci sono costretto ma perché mi piace”, questa la menzogna detta in sacrestia del proprio spirito unitamente alla chiosa: “io sono furbo, alla fin fine mi conviene”. La menzogna detta a se stessi: “non perché costretto ma perché lo voglio”, “non per necessità ma per virtù”, è il pilastro morale per molti di tutta un’esistenza. Ovviamente ne va della dignità, la schiena si piega e come al Luna Park lo specchio deforma l’immagine e la fa apparire diritta; all’onor del vero, smascherati, si aggredisce il debole e ci si china al potente. Solo il padrone e il sarto possono accarezzare la tua gobba. Al potente l’arroganza, al meschino la furbizia.

Stando che la morale del popolo è unicamente la convenienza, il popolo è pratico, panem et circenses, bastone e carota con il popolo funzioneranno sempre. Nel primo mondo, le bastonate un tempo pubbliche sulla pubblica piazza così come avveniva nei vecchi regimi o regimi dittatoriali, ora si limitano, per fortuna, a sperequare e umiliare in termini di ricchezza e giustizia. In altre parti del mondo diversamente la “canaglia” è ancora tenuta a freno con violenza e catene. Qualcuno ha pensato bene di liberarla. Il vaso di pandora aveva come tappo un canaglia, un dittatore. Ora è guerra ovunque. La democrazia è funzione diretta della coscienza popolare non una forma di regime. Le cosiddette libertà individuali riguardanti la morale non hanno ragione di essere se non in un contesto etico politico che riguarda tutto il sociale.
Il “Cicero pro domo sua”, volgarmente reso dal “farsi i fatti propri”, è un principio universale che segna l’ignoranza come substrato culturale comune a tutti gli uomini e fa degli uomini un’unica razza l’Homo sapiens sapiens.
Anche nel progredito occidente il popolo tende ancora a farsi i fatti propri, l’acuto aforisma è chiamato dalla plebe grassa e rozza l’11esimo comandamento; a seguire l’immancabile compiaciuto ridacchio per l’alta filosofia espressa.

Il popolo inoltre è molto miope, coltiva unicamente il suo: tira sera o tira a campà, non si interessa né del sociale né della politica, di visioni del mondo che vadano oltre confine del suo immediato. Stato e politica sono pericolosi stranieri pronti a invadere uno spazio che considera suo e solo suo. Al pubblico piace il privato.
Il popolo è ottuso, non ha conoscenza né esperienza, ritiene in buona sostanza reale, falso o vero che sia, ciò che vede e sente dalle emittenti, per confermare o per smentire la televisione rimane l’unico riferimento; oltre alla televisione non ha altri agganci culturali che il microcosmo di contatti negli ambienti in cui vive, a casa e al lavoro. Miserie che fanno da colonna portante per l’idea che si deve avere sulla morale, sulla convivenza civile, sulla natura umana, sull’universo e su Dio e su come deve essere tenuta l’asse del water, secondo il principio “solo quello che accade a noi accade veramente”. Concreto è solo quello che accade sotto i sensi e di quello che accade è vero solo quello che ci piace. È vero perché ci piace. Sul gusto personale tutta la verità e tutte le scelte. “Chi (è quell’idiota che, ndr) ha detto de gustibus disputandum non est se è sui gusti che si gioca l’intera esistenza?” (Nietzsche).
Il popolo chiama concreto solo quello che soddisfa i suoi appetiti. Tutto ciò che non accade a me non accade nel mondo. Non si documenta, non legge, non riflette e non sperimenta. Se lo fa, ripete all’infinito se stesso: i pochi files che occupano il suo universo morale, sempre gli stessi. Il resto è quotidianità, sesso, sport e cucina. Pusillanime significa dall’anima piccola (pusillus animus) al contrario di magnanimo, dalla grande anima. In fondo tutto si gioca su questo. La dimensione dell’anima conta. Una sana educazione dello spirito porta a crescere l’anima e la sfera degli interessi in crescita è destinata sempre più all’universale, coinvolge sempre più gli altri rendendo possibile la convivenza. Da individuo a persona esiste una lunga strada che nessun governo si è mai preso la briga di sostenere. La chiacchiera occupa interamente il sociale veicolando solo e unicamente stereotipi che conversano tra loro in luogo delle persone. Cose già dette.

Molti dei giudizi da me espressi non sono giudizi particolari dati a un popolo ma rivolti alla condizione umana nella sua generalità e ben altro ci sarebbe da dire. Anche da queste poche note si possono tuttavia tracciare le grandezze e le variabili del sistema popolo purché il sistema sia visto geograficamente, storicamente ed evolutivamente. Tutti i popoli sono diversi e tutti i popoli sono uguali. Molte delle cose dette sono vere per tutti i popoli, ma per tutti i popoli in misura diversa o diversissima corrispondenti a diversi o diversissimi gradi di civiltà. Un parametro come “farsi i fatti propri” può variare dall’incesto con stupro, o peggio, a non arrivare per tempo a tavola, o meglio, ed è presente in tutte le civiltà umane. Voglio dire che chi ha inteso il mio discorso come una critica unicamente negativa al presente, non ha veramente ma veramente, inteso nulla. Io analizzo e non mi schiero. È che la strada della civiltà è lunga e lunghissima e il punto in cui ci troviamo ha più strada da percorrere di quella già percorsa. Cosa per cui voglio bene alla mia epoca anche se non gli risparmio critiche. Se la democrazia ha messo al potere la mediocrità ho ben presente come nel passato sia stata la crudeltà e la barbarie a dominare.
La dignità come visto è una variabile fondamentale, un parametro che entra come novità assoluta nella storia solo recentemente, a partire dai primi atti di ribellione, nasce per combattere tutte le meschinità dell’essere quando l’individuo compiace per interesse alla propria umiliazione cedendo ai ricatti e facendo di necessità virtù, chiamando realismo la giustificazione ideologica che fa lecito l’illecito.
Molto diversamente in sostituzione del più antico “onore”, la dignità, la sua comprensione e assunzione, rimane fondamentale per la concretezza dell’esistenza. Dalla dignità dipendono lotte, diritti, libertà, fratellanza, uguaglianza, giustizia, convivenza, felicità ed economia. Senza dignità abbiamo solo padroni, crumiri e schiavi. L’uomo schiavo-crumiro, panem et circenses, sesso-possesso detto “uomo di pancia” è il peggior nemico del popolo e coloro che a lui si rivolgono in questi termini, gli “uomini del fare”, sciacalli. Chi aspira a rivolgersi al popolo da una posizione di potere, fosse un movimento o un partito politico, dovrà tenere ben presenti queste assolute verità. Può tenerle presenti in due sensi per fini contrapposti o per emancipare il popolo o per usare il popolo ai propri fini per il potere.

A emancipare il popolo o altrimenti detto, fare della massa, della gente, un popolo, sembra in mente dei, eppure il primo dovere di ogni governo dovrebbe essere far progredire la nazione in civiltà, sogno una costituzione che all’art.1 reciti “L’Italia è una Repubblica fondata sulla Cultura”. La cultura pare invece cosa che non riguardi né i governi, né le istituzioni né le opposizioni. Agire sulla mentalità del popolo per una sua emancipazione non pare riguardare la politica. L’importanza della cultura è soffocata dal Pensiero Unico Economico. Lo stato di civiltà di un popolo pare essere un fatto inalterabile, una costante del sistema sociale che come tale non deve essere presa in considerazione da nessun governo e da nessuna forza politica, da nessuna istituzione. La crescita morale dello spirito è ovunque fuori discussione. Per certo è un fatto che l’inerzia culturale di ogni popolo è un macigno tale da essere difficilmente smosso nel contingente da qualsiasi forza politica. Questo accade in ogni nazione, in ogni epoca. Eppur si muove. Provvidenza o pronoia si voglia chiamare, esiste una forza che spinge il progresso in modo indipendente dalle circostanze e tuttavia la politica può essere un freno o un acceleratore di questo cammino che andrebbe in ogni modo agevolato anche e soprattutto con interventi culturali mirati a migliorare le relazioni tra gli uomini non solo con la coazione, leggi, ma con insegnamenti morali, nelle istituzioni. L’educazione dello spirito, massima e unica disciplina per Platone, è ancora istituzionalmente una sconosciuta. Non un pensiero per educare il popolo. Il popolo si serve e non si educa.
Anziché rivolgersi alla gente con un piano educativo ogni potere dalle dittature alle monarchie alle democrazie, alla gente si chiede solo il consenso, consenso per ottenere o conservare il potere così la gente non diverrà mai popolo. L’ignorante è un ottimo cliente.

Ottenuto il potere, i migliori tra i governanti pensano al bene del popolo, ma totalmente privi di sapere filosofico pensano al bene del popolo unicamente come soddisfazione materiale. Che altro? Pagnotta calcio e sesso sono quantum satis, minimum vitae. Che anche questo star bene per avere successo debba corrispondere una mentalità, una cultura e una morale, neppure un pensiero. Nessuno realizza che il benessere economico sia frutto di una convivenza civile. Con gli schiavi un’economia, con gli uomini liberi un’altra. La mentalità è tutto. Il pensiero unico economico domina il pianeta e trova consenso proprio nella pancia del popolo. Il suo fine è il dominio del pianeta da parte di pochi o pochissimi, per ottenerlo ha bisogno del consenso degli sfruttati ovvero del popolo che volentieri con una mentalità da schiavi senza filosofia ovvero senza dignità, glielo accorda gridando in piazza il diritto di mangiare, “fare” sesso e andare allo stadio e tacendo al lavoro alla presenza delle videocamere. Un vecchio adagio recita: “Chi pecora si fa lupo se lo mangia”. Ovviamente va letto: “Più ti fai pecora più l’altro si fa lupo”, tutto avviene sempre secondo misura.

Il popolo in sé nella sua globalità è privo di qualsiasi valore, significato, unicità, direzione, voce, come un gregge può essere condotto ovunque. Tra il signore e il capopopolo per il popolo l’ultimo che parla ha sempre ragione. Della cosa, di qualsiasi cosa, vede solo una ragione: la propria, del resto non sa né vuole sapere. Per ogni individuo una ragione diversa, per ogni individuo solo la propria. Un io ipertrofico anima ciascuno e se unito ad altri in una “causa contro” moltiplica se stesso senza vedere gli altri, anche quando le ragioni dell’uno nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’altro eppure se lasciati soli si accopperebbero; cessato il motivo che li ha visti uniti, una volta lasciati soli, cominciano a beccarsi e ricreano subito il pollaio. Per comprendere è bene capire che di là da giudizi, tutto questo è naturale, fa parte della natura umana come derivazione da quella delle bestie.
Leader carismatici possono occasionalmente anche sorgere dal popolo, ma è cosa storicamente recente, rara e preoccupante. Quando il popolo attraverso suoi capipopolo prende il potere nascono terrore, orrore, stragi, genocidi.  I capipopolo e la ciurma appresso sono in genere falliti che raccolgono con la violenza (il sangue piace al popolo) il consenso di tutti i falliti, frustrati, umiliati, rancorosi, in spirito di riscattare il fallimento e la frustrazione. Il successo del golpe è garantito nei momenti di crisi e di povertà usando la violenza e offrendo il meglio alla canaglia in proporzione diretta all’esaltazione e alla meschinità dell’anima e chiedendo in cambio fedeltà. Il popolo ha dentro di sé un mostro: se risvegliato porta il terrore.
Veniamo dunque al populismo, termine tornato in auge dopo essere stato a lungo dimenticato e posiamo i pezzi sulla scacchiera. Il termine viene impiegato in Italia per indicare il Movimento5Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia, in Europa Marine Le Pen(Francia) , Nigel Farage (Inghilterra) , Norbert Hofer (Austria), Victor Obran (Ungheria). Ora pare che anche Trump possa essere investito di questo termine. Per Putin, Erdogan, Assad il termine è dittatore ma paiono anche questi tutti in odore di populismo.

Fatta eccezione per i 5Stelle, movimento a carattere più trasversale, negli altri casi possiamo parlare di “populismo di destra”. Eppure una volta esisteva un “populismo di sinistra” ben più affermato socialmente dell’attuale populismo. Il segreto era l’unità raccolta in una classe, quella operaia. Un’idealità che raccoglieva tutti i lavoratori e li spingeva alla lotta, la lotta di classe, lotta per i diritti del lavoro di contro a una classe padronale che difendeva il profitto.
Per tutta l’esistenza del PCI e del PSI, populismo ha significato per la sinistra stare dalla parte del popolo; e stare dalla parte del popolo senza approfittare né della pancia né dell’ignoranza, lottare anzi per la sua emancipazione, per una coscienza popolare che rivendicava i propri diritti. Questa idealità nelle attuali cosiddette sinistre è quasi totalmente scomparsa. L’idea di un’emancipazione, di una lotta e di una coscienza popolare non è neppure sfiorata e dunque nessuna ideale possibile unità. Indegni usurpatori si sono infilati nei panni altrui e danno ora al termine populista un significato unicamente negativo. Ma la notte era già cominciata e cominciata da un pezzo. I media viaggiano sempre in mezzo al fiume senza accorgersi della corrente, vanno dove li porta il vento, rassegnazione, cinismo, interesse personale. Fanno della professione un mestiere. Loro sì che sanno come gira il mondo. Bella gente. Le belle presentatrici televisive non hanno la minima cognizione del significato del termine e tanto meno dell’accezione in cui lo stanno usando. Una volta si chiamavano annunciatrici ora si spacciano per giornalisti, pardon giornaliste.
Ora tutti parlano di populismo ciascuno attribuendo al termine un significato diverso con diverse sfumature. Chi lo è un po’ chi non lo è per niente, per principio. Quelli che lo sono del tutto e non si vergognano. I più onesti… oh yees. Rimane ovvio che la considerazione in cui tenere il popolo dipende dall’intervento che si vuole fare sul popolo e che l’intervento dipende dalla definizione della fotografia come dall’azione che ne segue. Che cosa significhi populismo parrebbe a tutti chiaro dal momento che il termine si spreca ad ogni telegiornale o talk show ma come visto e dimostrato il significato e la valutazione da dare al termine possono essere differenti e persino opposti.
Populismo, mi dice un amico, Carlo dei 5Stelle, è stare dalla parte del popolo,  stare dalla parte di chi è sfruttato, di chi soffre, di chi è emarginato, degli umili, dei poveri…Un’idea catto-comunista definibile anche questa come populista che pur non essendo io né cattolico né comunista non solo non disprezzo ma in certa misura ammiro.

Sul socialismo è calato il silenzio. Ora che la farfalla è tornata nel bozzolo non è più in grado di volare. Il neonato bruco Renzi non sa neppure che cosa siano i diritti dei lavoratori, lavora per la parte avversa, proclama la necessità di scelte anche impopolari definite per l’occasione, udite udite, coraggiose. Spara qua e là sui diritti dei lavoratori e sulla costituzione e il 40%, che ancora non si è accorto del colore scuro della sua anima, lo applaude perché di sinistra. Populismo per Renzi è un’oscenità con cui diffamare i 5Stelle unitamente a tutte le destre.
Ovviamente ciò che è impopolare non è necessariamente contro il popolo: non credo sia una novità che le medicine non piacciono né ai bambini né agli adulti, ma ciò che è impopolare può anche ben essere contro il popolo. Che significato ha dunque essere o non essere contro il popolo? Fai del bene quando compri un gelato a tuo figlio?
La decisione dipende dalla condizione e dalle conseguenze, non dai un gelato a tuo figlio se ha il mal di pancia, anche se per questo tuo figlio potrebbe odiarti. Diverso se non dai il gelato a tuo figlio per darlo all’amante o mangiartelo tu. Il figlio è colui di cui ci si deve prendere cura e che ha bisogno essere educato.
“Dare al popolo quello che il popolo vuole e dire al popolo quello che il popolo vuole gli sia detto” e un’azione irresponsabile, opportunistica e criminale. Dico questo in memoria del grande statista Bettino Craxi che con queste parole fece scomparire il socialismo dalla storia del nostro paese. Dedichiamogli una piazza.

Un popolo senza educazione, educazione dello spirito, avrà come ricompensa al potere il regime che si merita, si tratti di una dittatura o di una democrazia. La democrazia infatti è espressione diretta della cultura di un popolo.
Tutti i discorsi sulla natura umana, il buon selvaggio o l’homo homini lupus, tendenti a individuare una “natura” sono amenità ignoranti del processo evolutivo della cultura. Perdonabili per il passato ma intollerabili al presente. Errori logici riempiono la nostra cultura e frenano l’evoluzione.
In genere ogni proposizione viene letta con un fondamentale errore logico che qualifica con un aggettivo una tesi e con l’aggettivo opposto l’antitesi: se A è bianco allora B, diverso da A, è nero. Così si afferma quasi inconsciamente che se A è cattivo allora B, vittima di A, è buono. Ovviamente se A sevizia B, A è cattivo ma questo non dice nulla sulla natura di B. Questa stortura logica ha riempito tutta la cultura, dalla televisione, alla letteratura, alla filmografia, in genere la più scadente, facendo leva proprio su questo inganno.
Qui nasce infatti il più grande inganno. Chi è sfruttato, chi soffre, chi è emarginato, chi è povero … sarà cattivo o buono? Si preoccuperà degli altri o solo di se stesso?
“Incattivito dalla vita” non è forse questa l’espressione che più si addice ai diseredati? Il termine “cattivo” non nasce forse da “captivus” prigioniero?
Impariamo questo, se la cattiveria non è come sostiene qualcuno insita nel DNA, essa nasce da una malasorte: quanto più sono state infelici le condizioni di vita, quanto più grande è stata la sofferenza tanto più la cattiveria ha ragione di esistere. Insorge allora una patologia dell’essere non obbligatoria per il singolo ma per certo necessitata per la massa. E dunque… gli sfruttati sono forse persone migliori degli sfruttatori? È stato il plebeo, il borghese, persona migliore dell’aristocratico? La canaglia non è forse sempre stata in mezzo al popolo?

Il comunismo nasce con questo peccato originale: credere lo sfruttato migliore dello sfruttatore rivendicando paradossalmente in lui virtù che il popolo, non per sua colpa, non ha mai conosciuto. Questo vizio ideologico ha fatto dimenticare il problema della coscienza, la necessità imprescindibile dell’emancipazione popolare dello spirito e ha consegnato all’ignoranza il potere. Il socialismo reale è stato la morte del socialismo. “Dio è popolo” è un’utopia che deve ancora realizzarsi, realizzarsi nell’idea di fare della gente un popolo, diversamente è una bestemmia non meno pericolosa di “popolo bue”. Questo falso ideologico ha fornito alle classi dominanti un alibi, la povertà spirituale del popolo si è riversata nel comunismo reale, regime che forzatamente voleva vedere il popolo legato alla virtù. Forti di questa evidente falsità, i padroni del mondo pretendono per sé un diverso destino e ritengono con ciò giustificato lo sfruttamento.  A ciascuno secondo i propri meriti, di nascita e carriera, è ancora legge universale anche in democrazia. Selezione e competitività per il bene comune è la tesi neoliberista. Eppure, non è forse ingiusto e odioso lo sfruttamento? Non è forse odioso chi sfrutta?!  Dunque da una parte chi pensa “popolo è bello” e dall’altra chi pensa “sfruttare è giusto”. In queste becere puerili opinioni si è dibattuta e ancora si dibatte la più parte dell’umanità.
Il popolo in sé non è nessuno, non ha voce, nel popolo esiste gente di grande generosità come esiste la canaglia come dai primordi ai giorni nostri e da qui all’eternità. Quando si pensa al popolo non si può pensare a questo o a quel popolo ma tutto deve essere visto attraverso i secoli, attraverso i millenni, attraverso la storia, la geografia e l’evoluzione, e comprendere che né il potere né il popolo sono mai stati gli stessi e che quello che la gente, politici compresi, ha in mente per “popolo” è solo un’astrazione miope, misera e puerile. Per comprendere bisogna leggere, studiare, pensare e soprattutto riflettere, molto riflettere o avere la bontà di tacere. Il turbocapitalismo è l’ideologia dominante, è un’idrovora che succhia costantemente capitali all’economia per nasconderli nelle tasche di pochissimi, ha un unico nemico la Cultura. “Gli uomini non sono uguali” è una verità universale e solo la cultura potrà renderli tali. Solo la cultura ci salverà.

 




La scuola dell’obbligo

La scuola di Atene

La scuola di Atene

Leggo su un quotidiano: “L’Italia fanalino di coda negli investimenti per la scuola”. Come sempre il problema è affrontato sul solo piano economico. I mezzi sono indubbiamente necessari, ma se ci si limita a questioni di bilancio non si raggiunge il fine. Diversamente è indispensabile un cambiamento di mentalità.
La domanda è semplice: qual è il fine della scuola?
 Col termine scholéion gli antichi greci indicavano il luogo in cui veniva speso il “tempo libero”, cioè il luogo in cui si tenevano discussioni filosofiche o scientifiche durante il tempo libero, per poi descriverlo come  il “luogo di lettura”, fino a concepirlo come il luogo d’istruzione per eccellenza.  Ai nostri tempi la necessità della preparazione è cosa nota, quello che invece è meno noto è che la scuola è utile  a “fare dei cittadini”, ovvero gente preparata non solo didatticamente ma sopratutto  ad inserirsi nel sociale attraverso insegnamenti morali. Che si sta facendo per questo?  La maturazione dello spirito è fondamentale affinché un cittadino non sia una merce solo in uso all’industria o alla finanza ma una “persona”, una persona socialmente utile. Occorrono regole morali, una cultura sociale, politica e filosofica, che deve essere bagaglio educativo necessario e imprescindibile per tutti, materie che devono essere insegnate in ogni ordine di studi, università compresa.

Il “merito” oltre che sulle capacità, deve essere fondato sull’utilità sociale. Senza una coscienza sociale geni superdotati possono fare più danni di quanti possa sognare la tua filosofia. La direzione presa mondialmente è ora esattamente opposta: servono tecnici-robot privi di spirito. Il Pensiero Unico Economico privilegia gente supercompetente senza coscienza sociale e affossa sistematicamente ovunque gli studi umanitari, studi che non a caso portano questo nome. Gli studi umanitari stessi vengono depauperati di umanità: si può laurearsi in legge senza capire “giustizia” o studiare filosofia senza comprendere “morale”.  Si confonde morale con moralismo, il Dio con la sua degenerazione: l’idolo.  Il risultato, sotto gli occhi dei vedenti, è il disastro umanitario cui stiamo assistendo.

Abbiamo nei vari governi personaggi “poveri di spirito”, che hanno vissuto la loro triste esistenza nei salotti della politica, con poche o nessuna esperienza umana, con scarsa o nessuna educazione spirituale. Personalità che intimamente riproducono la mediocrità infantile che appartiene a tutti, e che per questo hanno successo. Sono i grandi comunicatori, abilissime nullità, che sono stati causa di tutte le tragedie avute in passato e che sono ora rischi per l’avvenire. Chi era Hitler? Chi è Trump? Chi sono umanamente anche tutti gli altri? Senza un’adeguata educazione dello spirito sia per il popolo sia per i governanti, ogni speranza è vana, qualsiasi sia l’ideologia o regime cui una nazione si rifaccia. Il ruolo della scuola in questo è vitale.  Solo la cultura ci salverà.

 




Maledetti quei popoli i cui governanti non conoscono vergogna

a-vergognaGli atteggiamenti dello spirito sono responsabili della nostra esistenza, sia individuale sia sociale. L’attenzione che riponiamo nell’altro determina tutti i rapporti e condiziona la nostra anima. Da una parte l’esortazione greca alla sapienza del conosci te stesso, dall’altra la massima latina  nessuno accusa se stesso. L’apparente conflitto dipende dal fatto che appartiene allo spirito una proprietà innata che spinge all’autodifesa.Si tratta di un’eredità ancestrale che sperimenta se stessa evolutivamente in modo differente in dipendenza dell’ambiente. Nell’uomo l’ambiente non è solo la natura ma soprattutto la cultura e “istintivamente” si attuano quei meccanismi di difesa atti a proteggere l’io. L’io sta al centro di ogni nostra emozione e d ogni nostra azione “l’io sono io”. Un’educazione spirituale sta al centro di tutte le relazioni umane. Un’educazione spirituale è fondamentale per ogni possibile convivenza. Ebbene un’educazione spirituale non viene né discussa né praticata. Senza un’adeguata educazione è lo stesso meccanismo di difesa a spingere verso la patologia. Una patologia che vive sotterranea nel quotidiano. Nell’universo dei sentimenti umani un particolare posto merita la vergognaIl senso da me trattato è esattamente quello della “verecondia”, il ritegno, la coscienza dell’immoralità di un’azione, un sentimento dell’anima che provoca disagio e turbamento e somaticamente rossore. Avere o non avere ritegno pone una scelta fondamentale per l’onestà spirituale. 

La mancanza

Per “mancanza” si deve intendere una nostra azione non solo socialmente riprovevole ma riprovevole in modo assoluto ovvero anche nell’opinione della la persona che la agisce. È su questo riconoscimento che si gioca la partita. L’agente anziché ammettere la propria colpa o errore in base al principio di difesa dell’io reagisce con la negazione o la menzogna e talvolta anche con l’aggressione, secondo misura. Anziché provare un sentimento di vergogna e chiedere scusa, si scusa, cerca scuse, giustificazioni al proprio comportamento o addirittura aggredisce rimuovendo completamente la colpa. Sa di essere in torto? La difesa precede la razionalità e agisce come una pulsione che fa da scudo all’accusa. La pulsione, perché di pulsione si tratta, è già da subito un atteggiamento precostituito dello spirito. Il soggetto aggredisce per coprire la mancanza, secondo l’adagio “la miglior difesa è l’attacco” prima di qualsiasi analisi razionale, che verrà o non verrà, in seguito a un ripensamento. Se l’atteggiamento ha successo o viene comunque rinforzato, si assume nel tempo un’abitudine a mentire e aggredire automatica quando si è colti in fallo, questa pulsione è tanto sedimentata dentro di noi da divenire un cristallo e tanto remota (acquisita nell’infanzia o nell’adolescenza) da essere interamente rimossa. Si tratta di una difesa incondizionata, un rifiuto assoluto di aderire alla realtà in ogni caso, l’anima recita “qualunque cosa accada non sarà mai mia la colpa”, non sarò mai io il responsabile. Su questa base formativa si conduce un’intera esistenza e si esprimono opinioni. Il vizio comportamentale fondato su una falsa postura spirituale entra a far parte del cosidétto “carattere”.

Il responsabile è sempre l’altro, fosse l’altro l’individuo o il sociale. L’anima si sente frustrata per un mancato appagamento di un bisogno, il bisogno di avere ragione, e scarica la sua frustrazione sul prossimo accumulando rancore al proprio interno. Paradossalmente il torto fatto all’amico gli fa odiare l’altro che ha osato rilevare la sua mancanza, responsabile inoltre di essere il testimone della sua mancanza e soprattutto responsabile della condizione del suo malessere, del suo star male, provocata dal malanimo e dalla rabbia che si accumula nell’anima senza trovare sfogo e si muta in rancore o odio. Sentimento che si accumula anche perché soggetto a banalità come lo stimolo condizionato: ogni volta che vede l’altro, l’altro gli ricorda la sua mancanza e il suo star male. Il fenomeno si ripete e il rapporto si rompe. Muoiono così i rapporti di amicizia, di coppia, quelli tra genitori e figli. Quando le relazioni affettive si indeboliscono, compare all’orizzonte l’interesse economico e alla fine, in caso di rottura definitiva rimane il solo interesse. I poveri di spirito non riflettono e non vi perdoneranno mai il torto che vi hanno fatto. Le frustrazioni sedimentano dentro di noi in modo irrazionale in quanto non arrivano mai a coscienza, non vengono mai analizzate, non sono mai poste a giudizio, a riflessione. La coscienza ha un compito ordinativo delle passioni e dei sentimenti che si accumulano al nostro interno. Per chi possiede malanimo l’imperativo categorico è sempre quello del diritto, mai del dovere. Un io che si riempie d’orgoglio sempre in sua difesa. La conseguenza è che rabbia, rancore e frustrazioni si accumulano nel tempo e generano un malessere che si scarica sempre all’esterno, ora su un oggetto ora su un altro, spesso in modo inappropriato, indipendente dalla volontà del soggetto e dalla situazione, sia familiare sia sociale.

Si crea all’interno dello spirito un marasma inconscio di pseudoverità relazionate solo secondo logiche di convenienza personale, libere da logica morale. Il tutto si esprime da parte del soggetto internamente disturbato con una pretesa libertà soggetta solo al proprio volere. La pretesa libertà d’opinione è anche la volontà di confermare se stessi nell’opinione. I poveri di spirito chiamano infatti questa cattiva amministrazione della propria anima, libertà d’espressione. Di fronte all’improvviso attacco l’anima storpiata fin dalle fondamenta agisce solo secondo una pseudologica opportunisticamente fabbricata al momento (razionalizzazione) pronta a difendersi fino all’assurdo, fino a negare l’evidenza. “Non ammettere, non ammettere mai” è l’imperativo. A volte anzi è proprio l’evidenza a fare imbestialire (termine non a caso), a farci diventare rossi e aggressivi. Questo il senso di “Nulla offende più della verità”. La circostanza che mette in dubbio la nostra “onestà” deve essere annullata. L’ego non tollera alcuna “sminuzione” dell’io, un’umiliazione che mette in gioco la considerazione di sé a se stessi, e l’azione si proietta all’esterno, si ritiene comunque responsabile l’altro del proprio star male, il malessere non si scarica su di sé ma sull’altro. La “ragione” infatti è sempre solo nostra e si aggredisce perché si ritiene l’aggredito responsabile del proprio stare male, finanche a odiarlo, fosse l’altro il partner, i figli o il sociale. Ci si sente incompresi. Quando il malanimo assume forme morbose, si difende la malattia per difendere noi stessi. L’identificazione tra l’io e la patologia è graduale e può divenire assoluta nelle forme psicotiche, note come irreversibili. Sconfiggere il male significa cambiare la personalità, destrutturare quanto il soggetto ha finora costruito.

Utile dire che il cattivo umore si scarica irrazionalmente cercando “soddisfazione” in chi è più vicino e sui soggetti meno temuti ovvero più in famiglia che nel sociale. Appartiene a questo atteggiamento anche un elemento di codardia e di ipocrisiaSi teme di più l’ignoto che il note, di conseguenza i comportamenti in famiglia e nel sociale sono differenti. L’ipocrisia e la codardia sono utili a nascondere il malumore e la malafede e nei poveri di spirito può divenire una postura permanente interamente rimossa inficiando i rapporti sia familiari sia sociali. Tutto il sociale si presenta come una ragnatela di falsità. Viene a mancare la franchezza e il coraggio sociale. L’anima assume una doppiezza utile a mantenere i rapporti sociali accompagnata da una diffidenza proporzionale. Le persone infide sono anche diffidenti, sono chiuse in se stesse, convinti delle proprie ragioni attente a mantenere le relazioni sociali solo quantum satis alla superficie. La diffidenza è quindi un metro per misurare anche l’onestà. Un atteggiamento di chiusura che trae in inganno il prossimo attraverso una superficiale patina di sorrisi e buone maniere nota anche come perbenismo, che spia l’altro da dietro l’uscio attraverso cui non potete entrare. Diffidare da chi diffida. “La prima impressione è quella che conta, il vizio supremo è la superficialità” (Oscar Wilde). Ebbene questo malaugurato atteggiamento dello spirito che trova origine nella natura se non educato diviene dannoso in famiglia quanto nel sociale, sta alla base di tutti i rapporti umani. Chi lo agisce in tener età “dice il suo”, si relazione a se stesso in modo conforme e adeguato, ma se nel corso degli anni non acquisisce un’adeguata educazione che porti a maturazione, da adulto il carattere è ormai formato e non ne è già più cosciente; il malcostume, modo di essere e di fare (ci fa e ci è), ha già maturato tutta una parte di sé totalmente irrisolta, irrisolta in quanto mai analizzata, che qualcuno chiama “inconscio”, una parte ormai divenuta parte integrante e costitutiva della personalità.

Questo morbo ha un nome: la malafede, si distribuisce nel sociale per quantità e qualità all’interno della cosidetta normalità fino alla patologia. I confini sono labili: non c’è soluzione di continuità, tutto è sempre secondo misura. Da cui il perenne dubbio se un criminale sia un criminale o un malato di mente. Il malavitoso in genere non ha alcun senso di colpa neppure quando uccide, di certo non si vergogna, tanto più è criminale quanto meno si vergogna. Vergogna e senso di colpa rimangono quindi punti nodali per il giudizio in quanto presumono il pentimento e conseguente possibilità di ravvedimento. La paranoia, un delirio di grandezza, persecuzione o gelosia dovuti a un disturbo dell’anima, non trova spiegazione se non in questo, nell’assenza di vergogna, in un io smisurato che difende ad ogni costo se stesso ovvero la propria malattia, ed è pericolosa proprio perché è una malattia in diversa misura posseduta da tutti. Hitler per certo non conosceva vergogna, come non la conosce chi agisce in malafede. Anche nell’azione più efferata il criminale in cuor suo è sempre convinto di aver ragione anche quando ammette la colpa. In cuor suo, in questa profondità dell’anima si trova la menzogna originaria ormai obsoleta. In base a questo malagurato incipit il criminale troverà sempre dentro di sé le ragioni per giustificare a se stesso i propri atti. Si può arrivare ad ammettere a posteriori l’errore ma la difesa profonda del gesto commesso a suo tempo rimane la stessa. L’agire in malafede è costume sociale più o meno diffuso e il comportamento di tutti diviene giustificazione del comportamento di ciascuno. La sua maggior o minore diffusione classifica la civiltà dei popoli. In assenza di un’educazione dello spirito la malafede si stabilizza su certi valori medi sociali che divengono riferimento morale per la massa, ciò che fanno i più perdere fa perdere di significato qualsiasi morale che si opponga al costume e la morale stessa viene tacciata di moralismo, con confusione assoluta dei due termini, del Dio e dell’idolo. La conseguenza è che taluni costumi in sé condannabili in via morale come la corruzione vengono ricompresi nello spirito senza più sensi di colpa e l’attenzione si volge solo al non venire scoperti. Sono gli uomini pratici. Rubano ancora” ha dichiarato un magistrato, “ma a differenza di prima non si vergognano”.

La menzogna

La menzogna è la peste dell’anima. Parleremo forse un giorno di che cosa sia la verità ma per ora mi accontento di dire che la menzogna è un universale che attraversa tutte le culture esistenti e quelle esistite in ogni epoca, dalle tribù, “lingua biforcuta”, alle democrazie. Se la menzogna fosse non dire il vero, un soldato fatto prigioniero dal nemico che sotto tortura non dicesse il vero dovrebbe essere considerato un mentitore o eroe? 

Che cos’è la menzogna? Questo semplice esempio esprime che la menzogna non è nelle parole ma nel cuore, la menzogna è uno svilimento dell’anima e un tradimento del cuore, quello degli altri e del proprio. Vero e verità sono due cose diverse. Si può mentire anche quando si dice il vero, ovvero quanto si riporta una realtà di fatto a sostegno di una tesi che meriterebbe ben altra analisi per appurare la verità. In buona sostanza la verità sta solo nella buona disposizione d’animo di chi la propone. Un’anima è in buona disposizione solo se ha analiticamente valutato se stessa, se si è stata costantemente attenta in ogni momento della sua vita a non mentire, nelle grandi come nelle piccole cose. Diversamente la buona fede è solo l’espressione di un’anima povera di spirito che prende per spontaneo ciò che malamente è già stato costruito e stabilito nella sua anima. Per dire quello che si pensa bisogna aver “pensato” prima di dire. In questo si chiarisce il significato e il senso dell’onestà intellettuale. È intellettualmente onesto solo chi non si mente e non accampa scuse con se stesso per giustificarsi ai propri occhi: “voglio essere il mio miglior nemico” Nietzsche. Non il peggiore ma il migliore sottoponendo se stessi a costante critica in ogni nostro pensiero e in ogni nostra azione. NB non critica del pensiero e delle azioni ma di noi. Questa pratica costante pulisce l’anima e la fa progredire. Chiarito questo: stolto colui che mentendo crede di trarne beneficio per sé e per gli altri. In un assoluto di presunzione e umiltà io sono tutto quello che desidero. Il malanimo accumulato nel tempo a causa dell’improvvida e insana difesa dell’io sedimenta sotto forma di rancore o di odio verso tutto e verso tutti, sedimenta nel cosidetto inconscio in modo confuso e indeterminato dove le passioni disordinatamente accumulate confliggono nei sogni. Il malanimo crea personalità malate per insicurezza, paura, diffidenza, solitudine, paranoia, ossessione, nevrosi, psicosi, un crescente isolamento che peggiora nel tempo lo spirito. I bambini sono molto più uniti e vicini, ma senza crescita spirituale l’anima di pari passo invecchia si intristisce e cerca conforto solo nell’esteriorità, nell’appagamento dei sensi e del corpo per quanto può e finché può, e alla superficie ciascuno sempre più isolato nelle propria realtà come le stelle si allontana. Il mondo, la realtà, viene letta solo nell’utilizzo. Col decadimento del corpo e dei sensi decade anche lo spirito, e l’anima stanca e povera muore prima del corpo (Platone). La menzogna è il vaso da cui scaturiscono tutti gli spettri che popolano la terra. 

Rimedio a tutto

La sofferenza prodotta nell’anima da chi vive in malafede produce isolamento, allontanamento, stanchezza, difficoltà di rapporti. Quando la convivenza con se stessi diviene insopportabile, si ricorre all’aiuto esterno. Chi è ricco va alla bottega dell’analista. L’analista disonesto ragiona in questo modo: il medico cura il corpo e l’analista lo spirito (psiche), l’obbiettivo per entrambi è non far più soffrire il paziente. Penserà allora l’analista a togliere la vergogna e i sensi di colpa, nessuna morale: stronzi ma felici. Il paziente non soffre più, non si vergogna più né dei propri atti né delle proprie bugie. Ora chiama moralismo la morale. Tolti gli scrupoli è guarito. Guariti dagli analisti o autodidatti in buona malafede, perso ogni amore per il prossimo, si contengono solo in vista di rapporti di forza, ormai divenuti solo economici; amore, amicizia, solidarietà solo per interesse e profitto, con uno stereotipato sorriso, guariti dalla morale, riservano all’anima un considerevole posto per l’ipocrisia, un’ipocrisia che li accompagnerà tutta la vita e che nessuno specchio potrà mai fargli vedere. In tarda vecchiaia, persi gli interessi per il mondo, l’ipocrisia cessa perché non ha più ragione di essere il rapporto sociale, allora il malanimo torna a manifestarsi, inacidisce la bile e si scarica senza ritegno sugli astanti. Ognuno atterra su se stesso. I vecchi sono la fotografia di quello che saremo ma anche di quello che intimamente inconfessato già siamo. Il bugiardo non può ammettere di mentire a se stesso, ha bisogno di essere in pace con se stesso, ha bisogno di trovare una ragione per avere ragione di essere quello che è. Quando viene scoperto nega e anche quando ammette, in cuor suo nega, non si ravvede, tanto che tornerà a ripetere. Si fa anche spesso vanto dell’onestà della sua ammissione e con ciò si ritiene assolto. A tanto arriva la malafede. Lo chiamano “il coraggio di ammettere i propri errori” ma in cuor loro non ne ammettono alcuno. Nessuna intima vergogna, nessun pentimento. Sono le astuzie della ragione. Dicendo “chi non sbaglia?” si è già assolto. L’errore viene ammesso solo quando scoperto e l’ammissione anziché redimere nasconde. Nessuno scrupolo, nessuna conseguenza interiore. Se il “mal vivente” si sente agitato non è per un conflitto interiore ma solo per il timore di essere scoperto. Al di qua di ogni ragionevolezza odia chi lo scopre, alla propria coscienza risulta sempre un santo: “Questi mediocri sono tutti santi” (Nietzsche).

Il cinico

Per tutti la malattia sociale ha un nome, si chiama menzogna, il “paziente” è disposto a tutto pur di non ammettere di avere mentito. Il paziente, cittadino comune, non vuole guarire, perché guarire significa ammettere di aver vissuto per tutta una vita nella menzogna, di aver rovinato la propria esistenza, di aver sempre avuto torto. Detesta, odia chi lo vuole aiutare, detesta chiunque lo critichi: ”Credi di essere migliore di me?”, dice un mafioso all’amico che si vuol tirare fuori dal malaffare. Non si tollera che altri siano migliori. Farsi un esame di coscienza” non è mai il caso. Gli esami di coscienza si chiamano scrupoli, ai suoi occhi impedimenti nella vita “reale”, quella quotidianità che necessita di denaro e non di filosofia. Ah ah. Quello che lo disturba sono i sensi di colpa che muovono sentimenti di vergona (la vergogna infatti è un sentimento) e lo fanno stare male, lo rendono ridicolo a se stesso. Non farsi scrupoli, deridere la morale, diviene utile necessità pratica, uno stile di vita. “Con la morale non si mangia” la sua filosofia. Eliminare gli scrupoli e i sensi di colpa per ritrovare la pace. Un’autoterapia che risolve il problema eliminando non la malattia ma i soli sintomi. Un sano realismo che ci libera dalla sofferenza, nostra e altrui è sufficiente vivere in superficie e pensare solo a scopare, mangiare e divertirsi. “Contare e la figa” sono i veri valori della vita. Un sano cinismo facilita l’esistenza. Il mediocre per conto suo cerca giustificazioni e le cerca negli altri “fanno tutti così” (pressione di gruppo), conformarsi è il suo ideale di vita e quando anche gli altri non si comportano “così” con coraggio trova in sé l’eroe negativo, quello che sa fare cose che gli altri non sanno fare: il più furbo di tutti, l’arrivista o uno che è anche capace di uccidere, il mafioso. In questa morale si ritrovano tutti, secondo misura, da zero a infinito. Un miscuglio ibrido di malaffare e buone intenzioni, all’occorrenza. Nel cinico, quello che ha capito tutto della vita, un masochistico piacere nello stare male in un’esistenza che vede comunque confutata; piacere che diviene anche piacere della sofferenza altrui, quella degli illusi. Può mai un cinico conoscere un sentimento come la vergogna? Con l’assenza della vergogna se ne va la sofferenza e la compassione, il senso dell’umano. Nella mente del cinico l’altro, tutto l’altro, è il nemico. Un criminale non conosce la vergogna e con la vergogna se ne parte anche il sentimento di umanità. Tuttavia un cinico non è necessariamente un criminale può essere anche un leader politico o il direttore di un giornale che il fiele che ha dentro pubblica in prima pagina a conforto di chi come lui vive di ignoranza e malafede. Ciò che siamo lo portiamo nella vita privata come nella vita pubblica.

Conclusione

Chiaramente io qui ho tracciato solo a grandi tratti un percorso lungo il quale l’individuo con minore o maggiore “coraggio” può diversamente fermarsi ma penso di aver illustrato significativamente come tutto parta dalla menzogna originaria atta a difendere l’io dagli attacchi esterni che tendono a sminuire l’io, in modo indipendente dalla ragione o dall’avere ragione. La malafede è alla base dei rapporti sociali e condiziona la vivibilità sia in famiglia, sia nel sociale, sia nel rapporto con la natura, essa è quindi di vitale importanza per la convivenza, determina tutti i rapporti di potere ed economici mondialmente intesi. Abbiamo governanti personalmente poveri o poverissimi di spirito per lo più affetti da malafede che reggono le sorti del mondo. Il sociale non ha ancora compreso l’importanza di un’educazione spirituale e ritiene la morale e l’etica, un problema individuale legato per lo più alla religione e su cui uno stato laico non deve intervenire. Tant’è che un’educazione spirituale non è praticata in nessuna istituzione e si lascia alle famiglie un compito che le famiglie non sono in grado di assolvere o assolvono nel caos secondo l’educazione a loro volta ricevuta. Eppure la menzogna non è territoriale, territoriale è solo il modo di interpretarla secondo la cultura e la civiltà in cui è inserita.
Occorre qui una profonda riflessione: quanto qui espresso è applicabile ad ogni civiltà in ogni tempo; l’uomo è sempre lo stesso. Ciò che distingue una civiltà dall’altra è solo la misura,
l’avanzamento dello spirito
Chi legge quanto ho scritto lo fa leggendolo nella propria cultura ma le leggi morali qui esposte travalicano ogni possibile cultura e si ambientano in ciascuna di esse. I popoli si distinguono in civiltà attraverso l’interpretazione e la valutazione che danno alla menzogna. E la capacità di vergognarsi, l’autocritica, segna il loro sviluppo, il loro cammino e il loro destino. Solo la cultura intesa come avanzamento dello spirito è il cardine di ogni società. Tutto questo ha un nome: autocoscienza, un percorso dello spirito lungo le tappe del quale uno a uno meritiamo il posto nel mondo, e il mondo che abbiamo. E adesso parlatemi di riforma costituzionale.




Perché votare M5S.

 

UnknownSotto un profilo di ragionevolezza l’establishment vuole fare intendere ancora una volta che l’economia ha un valore oggettivo indipendente da qualsiasi posizione ideologica, ovvero che per risanare l’economia bisogna sottoporsi a sacrifici in un regime di austerità;far intendere che questo non è preteso da volontà neoliberiste ma oggettivamente da fattori economico-finanziari. Gli atteggiamenti anti-establishment vengono visti quindi in una logica tipo “Dio perdona a coloro che non sanno quello che fanno” nella convinzione che populismi di ogni genere portino allo sfascio economico nuocendo proprio a coloro che dalla crisi vorrebbero emergere e che una sana politica di austerità e sacrifici vorrebbe risanare. La critica è rivolta soprattutto a quei partiti che seguono in una visione populista la volontà popolare per ottenere il consenso anziché guidare e dirigere. La posizione assunta dall’establishment e quella di chi sa ed è purtroppo costretto a subire l’ignoranza e a lottare contro tutti per il bene di tutti.

L’uomo dell’establishment per antonomasia della politica Italiana è il senatore Mario Monti; senza timore di smentita quanto sopra esposto e senz’altro il suo pensiero. Del resto, data la sua posizione economica e sociale, un suo personale interesse economico in politica è improbabile: comunque vadano le cose in questa vita nessuna crisi lo potrà mai anche solo sfiorare. Rimane dunque persona super partes, insospettabile anche a se stesso. Ha generosamente aiutato a evitare il default al Paese e come ricompensa ha avuto un immeritato ringraziamento elettorale, addirittura con la sua personale scomparsa dalla scena politica.

I grandi uomini che salvano la nazione non sempre hanno riconoscimenti (vedi Churchill). Eppure, ricordo di lui al governo: si disse meravigliato e “ Mi hanno riferito che i salari e gli stipendi degli Italiani sono tra i più bassi d’Europa… questo non lo sapevo”, dopo una pausa aggiunse “vedremo di fare qualcosa”. Ricordo ancora che commentando in altra trasmissione, Cofferati disse “Mi meraviglio che Monti si meravigli”. Fu l’unico.

Ma come? il grande luminare dell’economia, Presidente del Consiglio, cui è stato affidato il Paese, non si è informato su quali siano le retribuzione dei “sudditi” ovvero delle loro condizioni di vita e di sopravvivenza? ma in che mondo vive? Ho pensato che avesse ironizzato, ma sarebbe stata un’ironia del tutto fuori luogo, inoltre quel “vedremo di fare qualcosa” confermava la serietà dell’asserito. Questa sua gaffe definibile più correttamente come un’enorme stratosferica bestialità non fu né notata né ripresa dai media. Questa sua gaffe era tuttavia la dimostrazione che chi vive nel mondo della finanza non ha alcuna idea di come vive la gente; nella fatidica torre d’avorio l’establishment controlla i destini delle umane genti con preoccupazioni che riguardano solo la Macroeconomia e l’Alta Finanza; sono fini esperti e grandi conoscitori del Mercato e delle sue leggi.

Sono gli dèi del Mercato e come tali gli adoratori del Mercato affidano agli dèi le loro vite, pendono dalle loro labbra, ambiscono e sperano di entrare nella torre. Risultato: perdita dei diritti, diminuzione dei salari, disoccupazione, precariato, tagli ai servizi, alla sanità, sfruttamento del lavoro, lavoro nero, nepotismo, voto di scambio, corruzione; paura, rancore, odio, perdita della solidarietà, incertezza sul futuro. Ovunque. Questo il mondo che il neoliberismo va prospettando.

Una direttiva morale ha da sempre guidato la mia vita, applicabile a ogni situazione “Le cerimonie sono fatte per gli uomini e non gli uomini per le cerimonie”, nella fattispecie: ”L’economia è fatta per gli uomini non gli uomini per l’economia”. Il bene comune segna la centralità dell’Uomo e non dell’Economia, un primato che deve essere espresso nella Costituzione anche sul Lavoro.

Un governo deve avere come fine il benessere (miglioramento del welfare state) e la serenità dei cittadini, con riferimento alla cultura intesa come progresso in civiltà e asservire l’economia a questo fine lottando contro ogni disuguaglianza sociale ed economica. Bisogna essere per il popolo non fare la sua volontà, questo è l’unico modo di dargli sovranità, sovranità che risiede nella dignità cui ciascuno al pari di chiunque altro ha diritto. Populismo quindi ha due intendimenti: fare la volontà del popolo, accodarsi alla pancia per acquisire consenso, o restituire a tutti la dignità di una vita che vale la pena di essere vissuta.

Regna nella testa di tutti una grande confusione e si riuniscono nella stessa categoria sotto un unico termine tutti populismi che sono contro l’establishment , ma mentre le destre cavalcano il dissenso che viene dalla pancia, esiste anche chi vuole restituire al popolo la dignità, ovvero la certezza, la sicurezza, la serenità del lavoro e il tempo libero per crescere la propria cultura fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ora i media cercano di fare un solo fascio dei Salvini, dei Le Pen, dei Trump, dei no-global, del movimento 5stelle, chiamando il tutto dissenso anti-establishment. Come sempre nessuna precisazione su che cosa debba intendersi per establishment o “sistema economico-politico” per cui regionalmente in Italia si è inventata l’”anti-politica”, un termine che riassume nella più totale confusione gli orientamenti più disparati, usando le malefatte di uno per criminalizzare tutti gli altri come appartenenti alla stessa razza. Questo per mettere al riparo un governo dalle sue malefatte, quasi che lottare contro il neoliberismo e la corruzione fosse un movimento di pancia contro la politica in generale. Come sempre si critica il trono attraverso chi ci si siede. Vero è che questo intendimento qualunquista è stato cavalcato dal populismo di destra ma il movimento5stelle non ha della politica questo avviso penso anzi che ritenga la politica l’unico mezzo per ridare dignità ai cittadini ovvero che stia facendo riacquisire anche alla politica la dignità dovuta al suo nome. Solo la cultura ci salverà.




Il Partito della Nazione è morto

quadrante-orologio-a-muro-narabiAscoltati i commenti al voto dei vari “politologi” nei salotti televisivi, mi rendo conto di quanto le analisi esposte siano ancora prigioniere di uno stesso modo di pensare. A parere degli opinionisti pare che il successo del M5S sia dovuto alla forma più che di contenuti. La domanda da parte di tutti costoro, è: in che cosa si è sbagliato?Gli errori presi in considerazione riguardano la propaganda, l’opportunità , la scelta dei candidati. Vincere o perdere dovuti dunque solo alla strategia al di là e al di sopra di qualsiasi contenuto mai da nessuno peraltro preso in considerazione. Non parlo dei programmi, possono far parte anch’essi della propaganda, ma del vero contenuto: la stanchezza del paese verso il malcostume politico della destra e verso il neoliberismo renziano, il tutto sullo sfondo di un malcontento per una crisi che ancora non vede sbocchi. L’elettorato sembra essere stanco di chi “ci mette la faccia” e ha voluto vedere “facce pulite”. Politici che emergono dal popolo, dai cittadini, senza pretese elettorali di nessun genere né per ambizione propria né per il movimento se il successo non si traduce nel bene comune di tutti.

Possiamo anche ridere di girotondi al grido di “onestà, onestà” come a un modo non serio di fare politica, ciò non toglie che l’onestà è un valore assoluto, una condicio sine qua nessuna politica può essere degna di tale nome. Condizione necessaria e non sufficiente. “Se sei malato” citava Sgarbi a proposito di Croce   ”vai da un medico non da una brava persona”. Un filosofo, Platone, diceva molto prima di Croce: “Un bravo medico non è solo una persona capace, ci mancherebbe altro, ma una persona che si prende cura del paziente” . Questo “prendersi cura” non è un’aggiunta ma il fondamento della morale in cui si evidenzia che la finalità del compito assunto è la persona e il mezzo è il servire, un concetto cristiano quanto buddista. I 5stelle hanno ripetuto in ogni occasione, allo sfinimento, che il loro fine è aiutare i cittadini e non far crescere il movimento: “Non ci interessano i vostri voti”. Confido che i 5stelle non lo dimentichino mai. Per diventare medici basta studiare, per essere bravi medici bisogna continuare a studiare, continuare anche quando si è ottenuto il ruolo o la poltrona. La serietà di questo impegno protratto da diversi anni ha premiato il movimento.

Una cosa è certa a meno di un Cristo che resuscita i morti, del Partito della Nazione non sentiremo più parlare se non per commemorare il suo funerale. Nessuna strategia politica operata dal PD potrà più risalire la china. Sentiremo anche parlare sempre meno di antipolitica, di voto di protesta, di leader teleguidati, argomenti che sono stati bandiere propagandistiche di quasi tutta la stampa a detrimento del M5S. Non si tratta di una stampa asservita o di regime, ma solo di mestieranti che non conoscono la professione e pensano a vendere e a vendersi, più che a far emergere la verità. Essi stessi vittime della chiacchiera che producono.

L’affermazione dei 5stelle nonostante una campagna di diffamazione che ha usato pregiudizi popolari contro il movimento, è senz’altro dovuta più che a un desiderio di onestà, alla volontà popolare di farla finita con la Casta. In questa categoria rientrano tutti i poteri forti della finanza (banche) e della politica (inciuci di ogni specie e natura). Nessuno dice che il successo dei 5stelle sia dovuto ai 5stelle, a quello che rappresentano in quanto “sono”, rappresentano cioè una parte considerevole della volontà popolare che i partiti alla sinistra del PD non hanno saputo raccogliere.

Vero è che il movimento è ancora in fieri, ancora in fase di strutturazione, ha bisogno di radici e di foglie, ma ci si deve chiedere se questo non sia un bene piuttosto che un male. La maturità raggiunta dai partiti storici è stata rottamata prima da Berlusconi poi da Renzi e i partiti che ne sono emersi non hanno fatto altro che ripetere le malefatte senza curarsi delle radici, perdendo la memoria storica. Questo il nuovo? Hanno mostrato un cinismo politico degno della vecchiaia più fatiscente, cui è stato dato nome di “realismo”. Ricordano discorsi di quei vecchi rincoglioniti, ormai arresi, che citano se stessi : “Anch’io quand’ero giovane credevo …” deridendo i giovani. Adesso, battuti, recitano in coro: “Una cosa è stare all’opposizione molto diverso governare”. Sono quelli che la sanno lunga e tutta la stampa concorda e annuisce come fanno gli asini. Quelli che la sanno lunga, rottamati o rottamatori che siano, fanno tutti parte di un’unica categoria: quelli che non sanno quello che fanno, che pensano alla politica come all’arte di manovrare le coscienze anziché alla necessità di farle crescere. Questo modo di pensare e non altro costituisce il Sistema. La cultura, l’idea che il principale scopo della politica sia emancipare la popolazione, gli è del tutto estranea.

Non so quanto il M5S abbia compreso la centralità della cultura per la crescita morale e anche economica del paese, ma so che si sta muovendo in questa direzione. Il nutrimento di cui ha bisogno la nazione non è solo pane ma quel nutrimento culturale ereditato dai chi è stato e che siamo tenuti crescere in favore di coloro che ancora non sono. Ideali di cui il pensiero politico oggi vigente, non ha notizia alcuna.

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Perché abbiamo bisogno del M5S

imagesGli esiti elettorali mostrano che i  partiti sono ormai ridotti ad un brand ideologico utilizzato al solo fine di familiarizzare gli elettori: votare a sinistra o a destra oggi non significa più essere di sinistra o di destra.In un mondo globalizzato in cui regna il pensiero unico-economico la distribuzione dei valori che ha guidato per un secolo le scelte elettorali nelle democrazie occidentali, tanto a destra quanto a sinistra, non coincide più con la distribuzione dei partiti che ad essi si richiamano. Ciò accade perché i problemi nelle democrazie sono a un tal punto di accumulazione che chiunque si trovi a governarli sarà indotto, scegliendo di agire all’interno del pensiero unico-economico,  ad adottare le stesse soluzioni.

Il mito novecentesco dell’uomo forte si è tramutato nel nuovo millennio nel mito dell’ uomo del fare. Non un capo, ma un manager, non un leader che unisce un popolo su ideali perseguendo la visione dell’interesse lontano,  ma un manager che gestisce le risorse per gli interessi vicini dei singoli. Compromessi i partiti, unica istituzione che insieme alla Chiesa funzionava in Italia, banditi i politici di professione, fallita l’esperienza dell’imprenditore di successo al governo si assiste oggi alla scesa in campo del manager , prototipo dell’uomo del fare. Tutto ciò mentre il dilagare della corruzione e dell’illegalità mostra a tutti che la questione morale non sta nei partiti ma nella società e il vero, specifico problema della democrazia italiana è la selezione di una nuova classe dirigente, onesta e capace di guidare il paese fuori dalla catastrofe annunciata.

Se adottiamo questo criterio come test e ci domandiamo quale partito in questi ultimi cinque anni stia selezionando questa nuova classe dirigente, allora dobbiamo constatare che non i partiti ma il M5S ha investito in questo processo di rinnovamento formando nuove figure politiche che, partite dal basso, agendo nel territorio con l’impegno militante , premiati da una crescita del consenso popolare a livello nazionale, si propongono oggi per amministrare i grandi Comuni e domani di guidare il Governo.

L’acredine che la sinistra manifesta contro il M5S è spiegabile solo con la frustrazione provata nei confronti di un competitore vincente che di fatto, al di là delle debolezze ideologiche pure esistenti, ha utilizzato le modalità di fare politica che ricordano quelle del vecchio PC quando conquistò la sua forza popolare, sapendo coniugare la modalità classica della politica militante con la modernità della rete. Se il rinnovamento riguarda il futuro ma deve mostrarsi subito nel presente a chi se non ai giovani affidare il compito? Se la corruzione è alimentata dal potere di chi meglio fidarsi se non dei neofiti della politica purché motivati eticamente? Il M5S non ha avuto bisogno di inventarsi alcuna “rottamazione” perché incorporava il processo di rinnovamento nei suoi stessi giovani componenti, proponendo un ricambio generazionale nella politica non agito all’interno dei partiti esistenti, ma promosso a partire dalla società stessa: un ascensore sociale per la formazione di una nuova classe dirigente fondata sul merito.

Quali sono dunque quegli indicatori che possiamo utilizzare per verificare la realtà e il valore di questo processo di rinnovamento? La precondizione dell’onestà richiesta ad ogni candidato, la concezione della delega parlamentare limitata nel tempo e con vincolo di mandato, il ruolo dell’eletto come portavoce della volontà popolare con l’obbligo di riferire e rendicontare sulla propria attività piuttosto che un ruolo di rappresentante che agisce la delega in relazione al partito di appartenenza, la necessità di formarsi costantemente con lo studio e l’approfondimento della materia.

I toni a volte ossessivi che caratterizzano i comportamenti  dei “grillini” (denotazione che personalmente trovo negativa e che dovrebbe essere abbandonata al più presto) ci dicono che ancora sussistono nel M5S quelle incertezze tipiche dello stato adoloscenziale di un movimento politico , ma la loro velocità di crescita, non tanto quella elettorale quanto quella verso la piena maturità politica, ci fanno sperare nelle loro capacità di sparigliare l’asfittica partita politica in atto nel nostro paese. Abbiamo bisogno del M5S dal momento che nell’evoluzione l’intelligenza è la capacità di apprendere, prima ancora che di adattarsi all’ambiente.




Garantismo

UnknownMi avvalgo in primis di una definizione del garantismo tratta dal dizionario Treccani:  Dottrina politica e correlativo movimento d’opinione che si sono sviluppati nel corso dell’Ottocento liberale in favore del necessario rispetto dei diritti individuali e delle garanzie costituzionali poste a loro tutela contro le interferenze e gli eccessi dei pubblici poteri. Il termine garantismo non ha una designazione univoca.

La  costituzione a questo proposito recita che un imputato deve essere ritenuto innocente fino a sentenza definitiva. In verità al di là dalle forme giuridiche con cui si interviene per tutelare l’individuo, da un punto di vista morale il punto nodale è sapere se l’imputato ha commesso o non ha commesso “il fatto”. Ci sono innegabilmente casi in cui non ci sono dubbi sull’autore e si aspetta la sentenza solo per conoscere l’entità della condanna. Un terrorista che è arrestato per aver compiuto una strage rimanda a una pura formalità la sua presunzione di innocenza, così come chiunque venga colto in flagranza di reato. Altri per cui bisogna effettivamente attendere la sentenza, non per conoscere l’entità della condanna ma per testimoniare l’innocenza o la colpevolezza.

Quando si ha certezza del “fatto” e dell’autore, è quindi possibile il giudizio senza aspettare la sentenza. Il giudizio di merito non ha natura giuridica ma esclusivamente morale sia per quanto riguarda questioni civili, politiche, che penali. Il giudizio alla presenza di “fatti certi”, comunque rilevati e rilevanti, non solo può ma deve essere espresso quando riveste rilevanza politica o sociale. I media hanno il dovere di pubblicare immediatamente ogni notizia certa in modo assolutamente indipendente dal corso del processo legale. 

Quando si assume una carica pubblica, bisogna rivestire la dignità che la carica comporta nel pubblico come nel privato. Il che non significa rinunciare alla vita privata ma portare la dignità nel privato anziché, come spesso accade, portare la volgarità nel pubblico. L’opinione pubblica deve essere portata a conoscenza dei “fatti” che determinano la statura morale di chi occupa ruoli istituzionali in modo indipendente dal giudizio legale. 

La confusione tra la persona e il ruolo fa spesso credere di essere per antonomasia il ruolo di cui si è investiti, esiste da parte di tutti una confusione tra il trono e chi lo occupa. Alla domanda: “Chi è il Presidente del Consiglio” si dovrebbe rispondere “è uno degli organi monocratici che compongono il governo”. Per questo, dicono i maligni, educazione civica non viene più insegnata. Rimane dunque chiaro che atteggiamenti garantisti o giustizialisti testimoniano solo schieramenti a priori di gente ignorante, ipocrita e immatura. Solo la cultura ci salverà.




O la borsa o la vita

UnknownDi chi sono questi soldi?. Con quantitative easing  (allentamento quantitativo) si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte di una banca centrale e la sua iniezione nel sistema finanziario  ed economicoLa nuova moneta creata dal nulla dalla BCE (banca centrale europea) è offerta a debito (interesse dello 0,25%) non agli Stati membri ma a tutte le banche della comunità con l’impegno da parte di quest’ultime ad acquistare titoli di Stato, aiutare le imprese e le famiglie. Pio proponimento. 

Il quantitative easing dovrebbe essere inoltre uno strumento in grado di assicurare la permanenza dell’inflazione al di sopra di una certo valore che come obbiettivo ha un’inflazione pari al 2% annuo.  Si osserva che perché si vada verso l’inflazione (da tutti sempre condannata come il peggiore dei mai) bisogna che la domanda superi l’offerta ovvero aumentino i consumi, cosa possibile solo se il denaro giunge alle famiglie. Una politica monetaria dunque allo scopo di stimolare la crescita economica e l’occupazione, che coinvolge le banche centrali nell’acquisto di titoli governativi con scadenza a breve a termine, per abbassare gli interessi medi presenti sul mercato. La BCE è una banca privata che tuttavia dovrebbe fare gli interessi di tutta la comunità.  Le Banche Centrali Nazionali (BCN) sono le uniche autorizzate alla sottoscrizione e alla detenzione del capitale sociale della BCE. La Banca Centrale Europea è ufficialmente di proprietà delle Banche Centrali degli Stati che ne fanno parte. L’accesso al credito tuttavia è stato aperto anche alle banche private nazionali allo scopo di trasmettere il credito per migliorare le condizioni di accesso al credito per aziende e famiglie oltre a ridurre i costi dell’indebitamento per i governi. Tuttavia Draghi ci informa che la cinghia di trasmissione non ha funzionato.

In Italia. La Banca d’Italia (BCN) è un istituto privato di cui i maggiori azionisti sono  Gruppo Intesa (26,81%) Gruppo San Paolo IMI (17,44%) Gruppo Capitalia (11,15%) Gruppo Unicredito Italiano (10,97%) Gruppo Assicurazioni Generali (6,33%) pari al 72,7% segue INPS (5%) e banche minori. Questi istituti hanno potuto acquisire soldi europei con interessi irrisori (0,25%) dietro l’impegno di acquistare titoli di Stato e di aiutare l’economia e le famiglie. Quest’impegno è un impegno morale e come tale è stato dai diversi Stati diversamente interpretato. Nel suo complesso non è stato rispettato, ma particolarmente non è stato rispettato in Italia paese in cui i finanziamenti per le imprese e gli aiuti alle famiglie dal momento dell’introduzione del QE anziché aumentare sono diminuiti: malgrado le iniezioni di liquidità della BCE, sono diminuiti i prestiti bancari e ne risente il credito alle imprese (analisi CGIA Mestre). Grazie alle aste del TLTRO (Target long term rifinancing opertion: operazione di rifinanziamento mirata a lungo termine) le banche italiane si sono intascate 108,3 miliardi di euro, ma poco o niente è arrivato nelle tasche di privati, famiglie e imprese italiane. Ma allora che fine hanno fatto i 108,3 miliardi di liquidità incassata dagli istituti italiani da settembre 2014 a giugno 2015? (Economia e Finanza) Ovviamente le banche hanno agito con una logica d’impresa e quindi ritenuto per “ragioni di mercato” investire dove traggono maggior profitto con minore rischio ovvero nella finanza (acquisti titoli di Stato, Italiani e non, e altro) ovvero nei soldi che nascono dai soldi, ovvero nell’usura, che non fa che accrescere il disavanzo tra “la carta” e il Pil.

Gli “usurai” pensano di agire in un campo che non inerisce la morale: “Business is business”, pensiero sintetizzato in un pensiero che vorrebbe rifarsi una verginità mettendo avanti le mani: “niente di personale”. Lo richiede il mercato. Cosa per cui se si dà del malfattore a un banchiere o si parla di associazione a delinquere nel caso di banche subito si corre in soccorso al vincitore e urge il distinguo “Ci sono banche buone e banche cattive”. Come a dire il marcio non sta nel sistema speculativo in sé indifferente, ma nella buona volontà degli operatori, senza riflettere che il marcio sta proprio nell’idea del “profitto in sé” ovvero se il profitto non è governato dalla morale, morale che attualmente è un ancella della filosofia a sua volta serva della scienza, che è serva dell’Economia che è serva della Finanza che è serva del Mercato.

Chi controlla il mercato? Nessuno! Il Mercato è come il Fato, al di sopra degli dei, un destino cui tutti siamo soggetti dal più potente al più povero. Ma è cosi? Sarà destino dell’umanità che la forbice tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori sia destinata ad aumentare? Morale e affari non combinano, ma non combinano solo per chi gli affari li vuole fare mangiandoti il fegato. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la morale. In definitiva miliardi di Euro nati dal nulla anziché finire nelle tasche di tutti arricchiscono sempre di più un numero sempre minore di persone; ovviamente tanto più quanto più in dipendenza dei governi e della civiltà di ogni singola nazione. E noi siamo in Italia.

Bisogna riflettere che mentre stai lavorando o producendo, una quantità impressionante di soldi falsi che vengono da nulla, vanno a finire nelle tasche dei banchieri, drogano l’economia e diminuiscono proporzionalmente nelle tue tasche il tuo guadagno proprio mentre stai lavorando e producendo. Chi è il falsario? Dante li chiama falsator (If XXIX 57 i monetieri falsatori di moneta).Il poeta colloca i falsatori nella decima e ultima bolgia, all’ultimo posto del terzo gruppo di fraudolenti, quello comprendente peccatori nei quali all’amore si sostituisce l’odio, e cioè l’amore del male altrui. Tale è difatti la situazione di ordine morale propria dei consiglieri frodolenti, dei seminatori di discordie e appunto dei falsari. Fabbricare monete false significa avvantaggiarsi in proprio di un bene che appartiene alla comunità per un valore pari all’importo falsificato che non ha controvalore, di un valore corrispondente o corrispettivo. Alla fin fine, poiché tutta la ricchezza viene dal lavoro si tratta in definitiva di un vero e proprio furto. Solo la cultura ci salverà




Senza memoria né pudore

UnknownQuando in televisione si parla degli attentati terroristici  compiuti dall’Is in Europa, nel tentativo di comprenderli per poterli debellare, incredibilmente sento citare le Brigate Rosse come termine di paragone. Al di là della sua condanna politica, così come di ogni tipologia di terrorismo, tuttavia bisogna ricordare cheil fenomeno terrorista delle brigate rosse avendo come obbiettivo quello di “colpire il cuore dello Stato”  si manifestava attraverso l’uccisione o gambizzazione di personaggi dello Stato o delle Istituzioni ritenuti simbolo del potere da abbattere. Quel terrorismo non ha mai avuto come obiettivo le stragi indiscriminate tra la popolazione, diversamente da quanto invece ha sempre fatto il terrorismo nero, così come fa quello dell’Is. Rinfreschiamo la memoria.

Bombe alla fiera il 25aprile1969, Il 25 aprile del 1969 esplose una bomba nello stand della Fiat alla fiera campionaria di Milano provocando sei feriti. Le indagini vengono affidate al commissario Luigi Calabresi il quale puntò sulla pista anarchica. Verrà per questo accusato di pregiudizi per aver indirizzato su un’unica via le indagini pur senza avere alcuna prova in merito; soltanto anni dopo per i fatti in questione verranno condannati in via definitiva due neofascisti veneti appartenenti a Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura.

Strage di piazza Fontana, Le indagini si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e neo-fascisti; tuttavia alla fine tutti gli accusati sono stati sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni sono stati condannati per altre stragi, e altri usufruiranno della prescrizione, evitando la pena). In contemporanea in Italia scoppiarono altre bombe, provocando 16 feriti, a Roma: una alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due all’Altare della Patria. Indro Montanelli così si espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici, e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. Quando fu imboccata la pista dell’attentato neo-fascista – abbandonata quella anarchica – si volle avallare la teoria della «strategia della tensione», ossia un disegno razionale, perseguito dall’estrema destra per creare instabilità e paura nelle istituzioni e nei cittadini. Andarono tutti assolti.

La strage di piazza della Loggia è stato un attentato terroristico compiuto il 28 maggio 1974 a Brescia, nella centrale piazza della Loggia. Una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista con la presenza del sindacalista della CISL Franco Castrezzati, dell’on. del PCI Adelio Terraroli e del segretario della camera del lavoro di Brescia Gianni Panella. Dopo molti anni di indagini e processi, vennero condannati o riconosciuti colpevoli alcuni membri del gruppo neofascista Ordine Nuovo

La strage dell’Italicus fu un attentato terroristico di tipo dinamitardo compiuto nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno Italicus, mentre questo transitava presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. Per la strage dell’Italicus, come per le altre stragi, furono a più riprese incriminati come esecutori diversi esponenti del neofascismo italiano.

La strage di Bologna, compiuta la mattina di sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna,ritenuto più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra, da molti indicato come uno degli ultimi atti della strategia della tensione, xhe ha visto come esecutori materiali individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Notevole, ma sconfortante, constatare che quando molte indagini si sono dirette a destra si siano perse le tracce e che i neofascisti siano andati in molti casi assolti. Il terrorismo nero colpiva indiscriminatamente la gente comune indifesa e inconsapevole, di conseguenza a questa fattispecie di terrorismo dovrebbe essere evocato il terrorismo dell’Isis e, invece,  in modo più che colpevole i media quando parlano di terrorismo preferiscono riferirsi  solo delle Brigate Rosse. Questa smemoratezza non aiuta a combattere le varie forme di terrorismo perché non ne comprende le differenze. Questi “opinionisti”  ci sono e ci fanno. Solo la cultura ci salverà.




Dietro le quinte colonne

imagesLe persone più pericolose, politici, giornalisti o altri, sono coloro che a priori sono contrari a ogni dietrologia. Questo luogo comune entrato a far parte della chiacchiera tende a impedire di fatto ogni analisi critica.Sulle fantasie complottistiche possiamo essere tutti d’accordo ma ritenere che i cosidetti poteri forti non si ingegnino con ogni mezzo per ottenere quelli che nell’ormai gergo comune vengono chiamati “i risultati” può essere imputabile o a stupidità o a malafede. Andiamo per logica. Poter vivere nel paese in cui si nasce credo sia un diritto riconoscibile sia per umanità che per convenienza. Questo riconoscimento bloccherebbe nei fatti qualsiasi flusso migratorio. Questo dunque l’obiettivo. Le migrazioni hanno principalmente due cause: la fame e la guerra. La guerra.

Una banale constatazione. Sul territorio occupato dall’Isis non si coniano monete, non ci sono banche, non vi è produzione alimentare, non vi sono fabbriche d’armi. Di conseguenza bisogna chiedersi come tutto ciò possa arrivare. Rimane chiaro che altri riforniscono quanto serve. Chi sono questi altri? Potrei fare delle ipotesi, ma non sono tanto esperto da addentrarmi in questa materia. Quello che so è che per certo i servizi segreti di molte nazioni sanno con precisione non solo chi, ma anche come, dove e quando e che di conseguenza lo sanno anche i loro governi.

Dunque anziché buttare bombe basterebbe colpire questi obiettivi e prendere l’Isis per strangolamento. Se ciò non accade e non viene neppure preso in considerazione occorre riflettere che dietro l’orrore umanitario ci sia convenienza economica e di potere. Qualcuno vende armi agli indiani, altri il whisky mentre i coloni conquistano i territori del west selvaggio.

Questo non risponde a un preciso piano predisposto del gruppo Bildenberg o della Massoneria o delle Multinazionali (che comunque se ne compiacciono e contribuiscono) ma alla logica del Pensiero Unico che vede solo nei “risultati” in termini di denaro e potere l’unica possibile realtà. L’uomo non sa più pensare a far altro di se stesso e con ciò immagina che tutto sia alla fine. 

Non si tratta dunque di complottare ma di schierarsi: chiunque agisca in termini di solo profitto al di fuori di qualsiasi morale è moralmente responsabile delle guerre anche se vive in soffitta. Tanto più quanto più. Soffocare l’Isis è l’unica strada percorribile e se ciò non avviene e neppure viene preso in considerazione significa che i Poteri Forti delle lobbies delle armi e del petrolio hanno tanto potere da condizionare i governi. Il nemico è in casa, sono i rinnegati del liberismo nella finanza. Solo la cultura ci salverà.