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Presentazione del libro “La singolarità Giappone”




Il mio ultimo libro “La singolarità Giappone” è disponibile on.line e nelle librerie

https://www.mondadoristore.it/singolarita-Giappone-Ediz-Renato-Frabasile/eai978889469653/




Anteprima editoriale

Entro la fine del mese sarà disponibile nelle librerie il mio ultimo libro

La singolarità Giappone, Casa editrice peacock.

Nel frattempo è possibile ordinarlo alla www.libreriauniversitaria.it




Memoria di Valter

Valter Amilcare Bocelli
7 giugno 1947 – 13 agosto 2022

Valter Bocelli, filosofo ricercatore dello spirito, cofondatore di questo blog, ci ha lasciato.

Una mattina di agosto, tra il tramonto e l’alba




Dura scientia, sed scientia

Il dibattito sulla pandemia Covid-19, dai media alle piazze, ha avuto il merito di far emergere la scarsa cultura scientifica presente nel nostro paese. Si è palesata una visione distorta della scienza non solo nelle posizioni inconsistenti sostenute dalle tribù di complottisti, negazionisti e no-vax, ma anche nelle spiegazioni dispensate in buona fede da zelanti divulgatori improvvisati o di mestiere, a volte anche da ricercatori professionisti. 

Il tema è che la scienza nasce come una costola della filosofia dell’antica Grecia, da Platone e Aristotele si è evoluta fino a Bacon, Decartes e Locke accreditandosi a partire dal XVI secolo come una modalità di conoscenza della realtà nei principi e metodi svincolata dalla forma di conoscenza religiosa fino ad allora ancorata alla fede e al dogma. «L’essenza della scienza moderna, che, in quanto europea, è intanto diventata un fenomeno planetario, resta fondata sul pensiero dei greci, che a partire da Platone si chiama filosofia». Una volta conosciuta l’evoluzione culturale della scienza è quindi da ritenersi profondamente sbagliato credere che il suo fine sia la ricerca della “verità” ed è inconsistente e fuori tema ogni sua critica che sia motivata da questa aspettativa. 

La Scienza viene definita sui dizionari come un sistema di conoscenze ottenute attraverso un’attività di ricerca organizzata con procedimenti metodici e rigorosi, coniugando la sperimentazione con ragionamenti logici e il calcolo. Il metodo sperimentale, introdotto da Galileo Galilei come fondamento epistemologico della scienza moderna, prevede di controllare continuamente che le sue osservazioni siano coerenti con le ipotesi e i ragionamenti svolti. Il suo obiettivo è costruire una teoria scientifica, ovvero la descrizione verosimile della realtà e delle leggi che regolano l’apparenza dei fenomeni che abbia un carattere predittivo.  

Guidati e rassicurati da millenni dalle Tavole della legge, oggi l’origine della confusione risiede a mio parere nella errata comprensione delle due locuzioni “leggi” e “carattere predittivo” che denotano la scienza. Non si tratta dunque di “credere” nella scienza, ma di pensare scientificamente, porre fiducia nei risultati ottenuti secondo una procedura oggettiva e condivisasecoqdo ragione e non per fede. Se nella procedura giuridica l’etica accetta il “ragionevole dubbio”, perché mai nella procedura scientifica dovremmo pretendere una verità certa? 

La nostra mente è plasmata di default sulla relazione di causa ed effetto, per cui per spiegare un evento cerchiamo di individuarne una causa, un fatto oggettivo sia esso esogeno che endogeno, alla quale attribuire la certezza dell’azione conseguente. La conoscenza così fondata ci procura sicurezza, al contrario la sua assenza ci destabilizza procurandoci un vuoto insostenibile. La logica così intesa sembra in questa prospettiva avere la capacità di soddisfare il bisogno psicologico di equilibrio piuttosto che accertare la verità. Una battuta di un film d’azione, con cui la moglie si rivolge al marito prima della sua partenza per una missione pericolosa, ci aiuta a comprendere lo stato d’animo delle persone di fronte agli accadimenti tragici: “Dimmi che non sei in pericolo, dammi qualcosa a cui aggrapparmi. La verità non mi interessa”.  

Nella scienza la certezza ha breve respiro, le ipotesi formulate sulla base delle conoscenze acquisite sono messe alla prova della sperimentazione e continuamente modificate, mentre i modelli e le teorie si susseguono al ritmo delle falsificazioni e di nuove rivoluzionarie scoperte. La certezza acquisita come un assoluto non ha dimora nelle discipline scientifiche, mentre il “carattere predittivo” di una teoria, la sua portata esplicativa, può solo esprimersi attraverso la probabilità. Nel linguaggio matematico con cui si esprimono le scienze si estende il dominio della teoria della probabilità e dei metodi statistici.  

Nella complessità dei fenomeni la relazione tra le variabili non è più solo esprimibile in termini di causa-effetto, ma in quelli di possibilità e correlazione, ovvero la tendenza di una variabile a cambiare in funzione di un’altra. E la correlazione non è causalità. Ai numeri che misurano gli stati fisici vengono associati quelli che ne indicano la possibilità di verificarsi.  La fisica classica studiava il movimento deterministicamente, descrivendolo con un indicatore, la velocità definita come la variazione della posizione che un punto nello spazio assume nel tempo (anche se già le misure attraverso la lettura degli strumenti ci portavano a concludere che 2 x 2 fa circa 4).

Poi è arrivata la meccanica quantistica a rompere la relazione deterministica tra osservatore (soggetto) e osservato (oggetto) per stabilire nuovi limiti alla misurazione: «Nell’ambito della realtà le cui condizioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere […] è piuttosto rimesso al gioco del caso». Alla causalità si sostituisce la casualità, alla certezza si sostituisce la probabilità.  




L’incompletezza della filosofia occidentale

Tocca il cielo la statura di Umberto Galimberti quando si dichiara greco in un paese impregnato di cultura cattolica. Stimo la sua etica e condivido buona parte della sua analisi. È pur vero che il suo sguardo ci può apparire triste e la sua visione a tratti incline al pessimismo, d’altra parte da Hegel in poi sappiamo bene che la consapevolezza della realtà ci porta alla coscienza infelice.

Dopo aver spiegato incontrovertibilmente che la cultura occidentale ha origine dalla sapienza greca e dal pensiero giudaico-cristiano, Galimberti giunge attraverso il suo percorso ai confini di un mondo, il nostro mondo, rilevandone l’inevitabile tramonto. Nel suo recente libro Heidegger e il nuovo inizio Umberto Galimberti risale l’evoluzione del pensiero occidentale dalla tecno-scienza, oggi pensiero dominante, alla sapienza greca oltre Aristotele, Platone e Socrate, soffermandosi sul consolidamento psichico del cristianesimo bimillenario, per giungere al limite del pensiero occidentale che ha privilegiato il logos.

Appare in questo modo il pensiero occidentale essere un sistema chiuso, ancorché esaurito, arrivando a porsi la domanda cruciale: giunti al tramonto dell’Occidente quale pensiero ci condurrà ad un nuovo inizio? La via d’uscita proposta dall’autore sarà data dai poeti. L’autore rimbalza sul muro che segna il confine raggiunto ripiegando sulla poiesis, l’alternativa greca della “poesia” come generatrice di nuove parole e nuovi significati. Ciò promuove nuove indagini sul linguaggio, con il rischio di essere condotte all’interno dei parametri della cultura d’appartenenza.

Tuttavia, la domanda sul nuovo inizio ne prevede un’altra che è preliminare: la prospettiva di superamento è individuabile all’interno del sistema di pensiero greco-giudaico-cristiano? In altre parole si può superare un pensiero usando gli elementi che lo fondano e strutturano? Quello che qui mi interessa rilevare è la dis/continuità esistente tra la impostazione Eurocentrica della filosofia, intesa come universale, e l’apertura al diverso orizzonte rappresentato dal pensiero dell’oriente asiatico. Dis/continuità in quanto si pone la necessità di individuare differenti connessioni capaci di fondare il nuovo inizio.

Lo stesso Heidegger intravide questa via di fuga quando scrisse «(…) per pensare, meditare, sul profondo sconvolgimento del mondo in cui viviamo e aprirsi al futuro occorre riprendere il confronto con i pensatori greci, che rimane il fondamento della nostra esistenza storica, e così preparasi per l’indispensabile dialogo con il mondo dell’oriente asiatico». E ancora «Il confronto con l’Asiatico fu per l’Esserci greco una feconda necessità; per noi oggi, in tutt’altro modo e in dimensioni molto più grandi, esso è la decisone sul destino dell’Europa e di quel che si chiama “mondo occidentale”» (Aufenthalte)

Galimberti si rivolge al metodo socratico teso ad considerare i fondamenti del pensiero al fine di criticare le opinioni diffuse e fare pulizia dei pregiudizi. Ma l’ultimo dei pregiudizi, l’ultima delle opinioni, dal quale anche Galimberti sembra non liberarsi è proprio quello di ritenere il pensiero greco come unica sorgente possibile di ogni pensiero, come modo di pensare universale. L’autore sembra non voler prendere in considerazione il pensiero della “altra faccia della Luna” (Levy-Strauss).

Un ulteriore contributo per il superamento del pensiero occidentale proviene dagli sviluppi della logica e matematica. Così come Heidegger è stato il più grande filosofo del novecento, il suo contemporaneo Kurt Göedel è stato uno dei più grandi logici e matematici di tutti i tempi. Questi riteneva che vi fossero delle realtà vere ma non dimostrabili e che, tuttavia, gli esseri umani possedessero una modalità intuitiva, non solo computazionale, per arrivare alla verità. I suoi teoremi di incompletezza non pongono limiti a ciò che può essere riconosciuto come vero dall’uomo.

Si è discusso molto e criticamente sulla transferibilità in ambito filosofico dei concetti espressi da questi teoremi logici e matematici, tuttavia è almeno intuibile ritenere che agendo all’interno di un sistema si può affermare che o una affermazione non è dimostrabile al suo interno, oppure il sistema non è coerente.




Pandemonio

La Torre di Babele, Nomata Minoru

Ormai per dare un senso a ciò che si scrive bisogna usare prima o poi il termine pandemia.

Grazie alla realtà del virus biologico da anni si usava in informatica il termine “virale” e adesso grazie alla pandemia causata da un virus si sprecano metafore, allegorie, similitudini, ossimori, metonimie eccetera (dando fondo a tutte le figure retoriche) per descrivere e spiegare la realtà sociale. Ogni realtà per essere percepita dovrà diventare pandemica. Il tutto è una pandemia. Ma noi siamo, come sempre, parlati dalla lingua e tra le parole delle narrazioni (oggi è di moda la “narrazione”, lo “storytelling”) traluce la verità attraverso la paura, accompagnata dal senso di colpa che paralizza la ragione.

Un articolo recente riporta il seguente titolo “L’arte della guerra. il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare”, ma cosa c’entra “l’arte della guerra”? Il quotidiano che lo pubblica si fregia di trovare le contraddizioni in seno al mondo e lo fa mostrando ogni volta indignazione, stupore e allarmismo. In questo caso si tratta della gestione dei materiali radioattivi prodotti dall’uso diretto o indiretto della fissione nucleare, in particolare quella delle acque residue dalla fusione di un nocciolo della centrale di Fukushima. Le cifre in gioco sono allarmanti, il colpevole è il Giappone. Già, ma nulla viene indicato su quali dovrebbero essere le soluzioni più idonee per la loro gestione e per di più si dimentica di citare le oltre 15000 atomiche nucleari attive degli armamenti e le quasi 500 centrali nucleari per uso civile sparse in tutto il mondo, la radioattività delle quali, testate e centrali, è ancora solo potenziale. Comunque qui il colpevole rimane il Giappone.

Il fatto è che la rimozione si spiega con lo sconcerto che provocherebbe la presa d’atto che a tutt’oggi le soluzioni di questo problema non esistono. Invece di inseguire gli effetti, con l’inevitabile angoscia di accompagnamento, bisognerebbe concentrare l’attenzione e la ragione sulle cause. Sulle cause, sì, occorrerebbe informare, anzi direi educare, dal momento che sugli effetti si avranno sempre meno margini di azione utile. Bisogna uscire dall’angustia (angoscia) della cronaca per rientrare nella storia e accorgersi che la vera “pandemia” diffusa su tutto il pianeta è il modo di produzione e consumo dell’economia esistente. La testimonianza serve ormai solo a confortare la coscienza egoistica,

Il “virus” che ha causato questa pandemia porta il nome di Capitalismo ed è stato sequenziato da oltre un secolo e mezzo. Un virus la cui patologia si manifesta nelle menti con il sintomo del “pensiero unico economico” e di cui in nessun paese al mondo si è mai registrata alcuna “mutazione”. “Economics first” è nella testa di tutti, altro che la salute, e l’unico “vaccino” efficace è la Cultura.

Il vero lockdown che dovremmo decidere nei prossimi decenni è contro il Capitalismo.




In Giappone si festeggia la Cultura.




Presentazione libro

Ieri 29 settembre 2020 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano ho presentato il mio libro “L’astuzia del Robot. Come pensare l’Intelligenza Artificiale” (autopubblicazione distribuita da Amazon) nell’ambito della manifestazione LIBRERIA BOCCA DAL 1775 – TAVOLI D’ARTE IN GALLERIA. Una giornata in Giappone a cura di Stefano Giglio.

L’evento è stato patrocinato dal Comune di Milano, dal Consolato Generale del Giappone a Milano e dalla Fondazione Italia Giappone.

https://www.facebook.com/libreriabocca/videos/668907773745414



Lacrime nella pioggia

In questo articolo tratterò della pandemia da Covid-19 e del coronavirus SARS-CoV-2 dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio. Occorre però una premessa. Nella nostra cultura, che ha origine nel pensiero greco, il linguaggio costituisce il fondamento di ogni comprensione quanto metafora del pensiero. Dalla filosofia alla logica ciò che comprendiamo attraverso il linguaggio viene comunicato usando un medesimo vettore strutturato in simboli, parole, suoni o immagini.



C’è un modo per nascondere le cose alla vista degli uomini che è più efficace del buio: abbagliarli con la luce. E’ esperienza comune che quando si entra in un ambiente chiuso dopo essere stati esposti alla luce solare negli spazi aperti la vista si affievolisca momentaneamente  e dobbiamo aspettare qualche istante prima che i nostri occhi si adattino alla nuova condizione. Questo fatto ha una spegazione scientifica, ma qui interessa il suo valore come metafora per descrivere lo situazione della nostra coscienza sollecitata dall’esposizione alle informazioni che riceviamo dai mass media e dai social.

Già alla fine dello scorso anno si erano diffuse dall’estremo oriente notizie su un nuovo virus appartenente alla famiglia dei Coronavirus che preoccupava le autorità locali per la patologia indotta e per le sue capacità d’infezione e diffusione. Di lì a pochi giorni le informazioni che sono state diffuse sono aumentate seguendo un andamento ben più veloce di quello con cui lo stesso virus si diffondeva. In breve tempo la quasi totalità della cronaca si occuperà del Coronavirus attirando l’attenzione e suscitando timori di centinaia di milioni di persone nel mondo.

Secondo le indicazioni istituzionali ed editoriali delle principali testate, in ossequio ad una concezione della trasparenza secondo il principio del dire tutto a tutti , siamo stati sopraffatti quotidianamente dalle informazioni riportate dai giornalisti sulle caratteristiche del virus, sul suo andamento nei paesi dove era comparso e in quelli dove si stava espandendo e, infine, sui comportamenti più idonei da adottare per contrastarlo. Dal buio dell’ignoranza sui virus in cui siamo quasi tutti noi vissuti, a parte le cronache sul fanatismo dei “no wax”, in pochi giorni siamo stati esposti alla luce abbagliante delle informazioni, dei pareri e delle spiegazioni scientifiche fornite da virologi, epidemiologi, medici ed esperti di varia estrazione.

Sospinta da questa marea è salita l’angoscia, non tanto per il coronavirus che gli esperti si ostinavano a dichiarare agli inizi di essere come una influenza per poi ammettere di non conoscere, quanto per il modo con cui l’emergenza è stata comunicata. Una narrazione, come è di moda dire, nata come il viaggio di un organismo invisibile trasmesso all’uomo da un pipistrello in un affollato mercato alimentare del lontano oriente giunto a noi in Italia. Possiamo già ipotizzare che non mancheranno nei prossimi mesi  racconti thriller e fiction distopiche per elaborare la paura e rilanciare l’editoria.

Se concentriamo l’attenzione sul caso italiano, trascorsi ormai due mesi di “distanziamento sociale” possiamo osservare che in un tempo molto breve un popolo, che già avevamo appreso da ricerche internazionali essere agli ultimi posti nelle graduatorie culturali per la presenza di un elevato tasso di analfabetismo funzionale, è stato investito da informazioni farcite con acronimi, termini e concetti scientifici biologici (virologia, immunologia) e statistici (epidemiologia) mai sentiti prima e, in ogni caso, nemmeno studiati a scuola dalla maggioranza delle persone. 

Queste informazioni sul virus SARS-CoV-2 e sull’andamento della pandemia da Covid-19 sono state poi diffuse dalle istituzioni mediante comunicati quotidiani, in molti casi più volte al giorno, che contavano contagiati,  ricoverati in terapia intensiva, casi guariti e decessi, “con” o “per” coronavirus. Un puntino sui grafici giorno dopo giorno. Alla confusione generata dalla difficile comprensione dei dati forniti, espressi in percentuali senza specificare la modalità del loro calcolo e senza accertare l’omogeneità dei valori assoluti cui erano riferiti, si è aggiunta la deformazione percettiva del fenomeno indotta dalle geolocalizzazioni raffiguranti l’intensità e la diffusione della pandemia sullo sfondo di stilizzate carte geografiche.

Sui quotidiani e sul web mappe come quella qui riportata apparivano alla nostra vista come silhouette dei vari paesi colpiti dal virus coperte da cerchi di colore rosso più o meno grandi che avrebbero voluto rappresentare la proporzione della diffusione della pandemia. Il tentativo di differenziare i vari diametri dei cerchi per rappresentare proporzionalmente la diversa diffusione del virus nei vari paesi risultava tuttavia vana, dal momento che, per necessità dovuta al piccolo spazio a disposizione che imponeva l’adozione di una scala molto piccola, alla proporzionalità dei diametri dei cerchi tra loro non corrispondeva altrettanta proporzionalità degli stessi rispetto alla grandezza dei paesi. Il risultato è stato dunque quello di offrire a persone già impressionate dai numeri preoccupate una percezione visiva del fenomeno che lasciava intendere che la pandemia fosse estesa all’intero paese: carte che rappresentavano interi paesi, se non continenti, coperti da cerchi di colore rosso.

Quanto poi agli aggiornamenti numerici sull’andamento della pandemia il formato adottato sembrava (ancora oggi è così) un bollettino delle catastrofi quali terremoti, incidenti aerei o ferroviari, incendi, attacchi terroristici che riportava l’elenco dei numeri dei morti (decessi), dei feriti (contagiati) e dei dispersi (asintomatici). D’altra parte, lo stesso ricorso alle metafore che hanno considerato l’epidemia come uno “tsunami” e la situazione creatasi come uno “stato di guerra” usate da politici e giornalisti per giustificare le indicazioni emanate dalle autorità  per fronteggiare l’emergenza,  in realtà ha tradito la paura e l’incompetenza degli stessi comunicatori piuttosto che rivelarsi uno strumento comunicativo utile per far prendere atto della situazione e assumere con razionalità la responsabiltà del caso.

In una vera situazione di “guerra” i comandi militari responsabili delle azioni si guarderebbero bene dal pubblicizzare ai propri soldati, ancor meno ai civili, bollettini giornalieri recanti il numero delle vittime e dei danni subiti, semmai comunicherebbero per ragioni propagandistiche i danni inferti al nemico. 

Ciò che qui si vuole mettere in evidenza è che l’errore della modalità comunicativa non è consistito tanto nella sua impronta sensazionalistica quanto nel fatto che è stata adottata in modo compulsivo prima che si disponesse di informazioni certe e razionali per comprenderle. Nell’emergenza Covid-19 si è palesata la differenza tra pensiero scientifico e prassi politica.  Politici alimentati da scienziati accondiscendenti, prestati allo spettacolo, e amplificati dagli operatori della comunicazione si sono comportati rilevando lo stesso smarrimento e la stessa angoscia di chi li ascoltava e seguiva. Il potere politico, se si concepisse che la politica vera è la visione dell’interesse lontano , imporrebbe a coloro che lo esercitano la responsabilità etica di possedere se non la conoscenza dei problemi da affrontare e risolvere, almeno un livello culturale adeguato, non l’interesse, per comprendere la situazione.

Nel processo di rilevazione-comprensione-contrasto dell’epidemia generato dal nuovo coronavirus il fattore tempo è stato quello più rilevante. In particolare, l’accelerazione e la velocità, derivate del tempo, sono diventate gli indicatori per misurare con il primo la diffusione della pandemia (fase 1) e col secondo l’uscita dall’emergenza (fase 2). Quale e quando arriverà il rimedio per sconfiggere la pandemia? Cosa arriverà prima: un farmaco antivirale, il vaccino o l’immunità di gregge? Quando saremo di nuovo liberi di tornare alla “normalità”: a metà maggio, la prossima estate, entro l’anno, la prossima primavera…?

Spossati dal “distanziamento sociale” e sempre più preoccupati per gli ingenti danni che ne sono seguiti e altri che ne seguiranno, si tende a voler dimenticare cosa è successo in questi ultimi mesi d’isolamento quasi si trattasse di una fuga, una corsa da accelerare per allontanarsi nel più breve tempo possibile dalla sorgente del pericolo e giungere in fondo al tunnel per ritrovare con la luce la pace. Ma qualcosa sembra turbare le nostre coscienze ed emerge il timore che “non sarà più come prima”. Forse non tornerà più la “normalità” che abbiamo sospeso perché questo Coronavirus ha scoperto il vaso di Pandora, mito greco di ventotto secoli fa che oggi ci appare come la nuova metafora per descrivere la situazione reale.

Sempre rimanendo nell’ambito del linguaggio e della comunicazione spostiamo l’attenzione sul Coronavirus SARS-CoV-2 in sé per notare che nelle numerose spiegazioni su cos’è un virus fornite da virologi, immunologi, medici e biologi è stato omesso un termine, un particolare anch’esso di natura linguistica che tuttavia cambia la prospettiva del fenomeno. Anche al nuovo Coronavirus è stato dato un nome, se n’è conosciuto il genoma, se ne sta studiando il comportamento nella sicura prospettiva che, come avvenuto in passato in molti altri casi, prima o poi sarà posto anch’esso sotto controllo. Eppure nel presentarlo si è dimenticato di dire che la piccola entità biologica chiamata virus è un parassita.

Il punto è che i virus sono organismi parassiti obbligati e in quanto tali, non possedendo le informazioni sufficienti per auto riprodursi, hanno bisogno di una cellula ospite che fornisca loro i mezzi per farlo. Da quando esistiamo su questo mondo i virus come entità sono sopravvissuti contribuendo a stabilire con l’uomo (in generale con tutte le cellule vegetali e animali) uno stato di equilibrio virus-cellula che costituisce nel bene e nel male uno degli aspetti del nostro rapporto con la natura.

Oh, questa Natura! Per secoli ci siamo crogiolati sul dubbio se essa fosse benigna o matrigna ed ecco arrivare questa pandemia con le sue evidenze: i) è l’uomo stesso con la sua cultura che decide l’equilibrio nel rapporto con la natura; ii) l’uomo ha rotto questo equilibrio da almeno tre secoli. E, dunque, se è vero che nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione si arriva anche all’amara verità che la stessa evoluzione se-ne-frega dei nostri “diritti” e “spazi di libertà”.

Gli scienziati che lavorano sui modelli matematici ci avvertono che se sarà confermato nei prossimi giorni (con riferimento alla data di questo articolo) ciò sarà la prova che le misure di “distanziamento sociale” adottate sono state efficaci…”perché altrimenti” …(Manzoni dixit) se l’andamento continuasse ad essere esponenziale… dovremmo tornare all’isolamento o al limite perseverando moriremmo tutti e… il “discorso finisce lì” (Keynes dixit).

Nell’emergenza posta dalla pandemia il mondo occidentale ha rivelato, al suo interno, una profonda differenza culturale nelle strategie da adottare per affrontarla: da un lato alcuni paesi dell’area meridionale dell’Europa, Italia per prima, che, assumendo il modello cinese, proponevano l’isolamento totale della popolazione, dall’altro altri paesi dell’area più nordica dell’Europa che consideravano l’ “immunità di gregge” come l’unico obiettivo realistico da perseguire per non sconvolgere la vita economica e sociale. Tutti, comunque, nell’attesa di farmaci efficaci per la cura e del vaccino per la profilassi.

Le dichiarazioni del premier inglese, seguite da altre di politici ed esperti olandesi, scandinavi tramite i comunicatori, che ci indica quando una popolazione ha superato il pericolo pandemico di una infezione, fece scalpore e divise l’opinione pubblica tra gli umanisti latini e cinici anglosassoni. Le domande eluse, perché inquietanti, sono state: quanto tempo trascorrerà prima che ognuno di noi potrà riprendere la vita quotidiana ex ante (normale, sic!)? Quale assetto economico e produttivo ritroveremo? Quanti saranno i morti seguendo la strategia della immunità di gregge e quanti invece con il lockdown? Rispetto ai deceduti causati direttamente dalla pandemia coronavirus, le vittime di natura economica e sociale sono da considerarsi effetti collaterali? Il punto è tutto qui: la scelta tragica di stabilire quale proporzione di vittime siamo disposti ad accettare? In altre parole, è un problema di velocità: in attesa di farmaci antivirali e del vaccino qual è la strategia più rapida e più efficiente, per raggiungere l’immunità di gruppo?

Il filosofo Umberto Galimberti ci ha spiegato che i razzisti più pericolosi sono quelli che “io non sono razzista, però…”. Orbene quel “però…” ricompare nelle argomentazioni diffuse tra esperti e vittime potenziali che trattano la pandemia : “la salute prima di tutto, però l’economia…”

Comunque, questo Covid-19 non è una esercitazione.