Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Todos indignados
In una recente puntata di “Otto e Mezzo” di La7 Lilli Gruber ha chiesto a Mario Monti la sua disponibilità a diventare Capo del Governo, ad occupare la poltrona di Berlusconi. Mario Monti ha glissato. Gli è stato chiesto inoltre quali siano i provvedimenti che sarebbe opportuno applicare (la ricetta) per uscire dalla crisi. Mario Monti ha risposto che, molto semplificando, bisognava intervenire sulle pensioni e su una maggiore tassazione sui redditi più alti. Allungare l’età pensionabile e non necessariamente una patrimoniale, aumentare le aliquote irpef. Ma che l’un provvedimento non si poteva prendere perché spiace all’elettorato di sinistra, l’altro perché non piace all’elettorato di destra e così il paese rimane fermo. Monti parlava inoltre di equità e di aiutare i giovani.
Ci sono osservazioni in merito:
-primo, colpire le fasce più deboli, la stragrande maggioranza, non è per equità la medesima cosa che colpire le fasce più forti, una netta minoranza;
-secondo, aumentare l’età pensionabile toglie posti di lavoro ai giovani e aumenta la disoccupazione;
-terzo, non si riesce a capire come diminuendo il potere di acquisto di un’intera popolazione si possa riavviare la crescita.
Assistiamo quotidianamente a programmi televisivi i cui servizi ci mostrano i sempre più numerosi casi di persone che non riescono a far fronte ai debiti e alla mancata richiesta di mutui alle banche (23% in meno solo l’ultimo mese). Senza potere di acquisto garantito alle masse, diminuendo il volume del denaro in tasca alla gente, le merci andranno presto invendute e se le merci rimangono invendute, la produzione si arresta. L’economia si avvita.
La Grecia non uscirà mai dalla crisi se non a carissimo prezzo, e tutto a spese della popolazione. Presto acquisteremo grazie a un basso costo del denaro prodotti dalla Grecia. Le merci greche invaderanno il mercato europeo grazie al loro basso costo tenuto basso dallo sfruttamento dei lavoratori greci. La Grecia diverrà per certo anche un paese di vacanze che grazie al turismo a basso costo cercherà di recuperare un po’ di valuta.
Così come ora il terzo mondo dove il costo del denaro, guarda caso, è il più basso possibile. Braccianti. Morale: avremo un paese che salverà la propria economia riducendo in miseria la sua popolazione. La Spagna e noi a seguire? Poi chi altro?
Tutto andrà indietro finché l’effetto domino non finirà per impoverire l’intera Europa, vedendo da ultimo un economia “risanata” e una società di schiavi . Rimanendo fermo che pochissimi, pochissimi straricchi non subiranno in nulla la crisi.
Forse questo il progetto? Per certo si tratta di paranoie di qualche radicale veterocomunista, ma altrettanto certamente qualche magnate della finanza tuttora nondichiaratofascista ci ha pensato e sta aiutando la crisi. Abbiamo liberalizzato i mercati. Monti si è detto favorevole (vedi libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente Premio Strega). Il modello di sviluppo è forse quello cinese? Una “sana” economia in un paese di schiavi? Caro Marchionne, “uomo più a sinistra di me” come il passato sindaco di Torino ha affermato. Ahi, serva Italia … un uomo di sinistra ancora non lo vedo.
Mi chiamo Cassandra e se non si invertirà la rotta il quadro fatto è inevitabile. Quello che ci si deve chiedere è solo quanto tempo e dove terminerà l’abisso. In Grecia trentamila licenziamenti e 60% di riduzione degli stipendi agli statali. E noi …? Noi tutti a sperare. A sperare di non finire come loro.
Il pensiero debole
Mario monti è un economista e il convincimento di tutti è che essendo l’economia in crisi chi più di un economista, un eccellente economista, come anch’io Mario Monti ritengo che sia, possa guidare il paese fuori dalla crisi? E la sorridente Lilli gli propone la leadership. Questo accade perché si ritiene che il problema sia economico e solo economico. Non è cosi.
Come si può osservare le compassate osservazioni di Monti colpiscono, secondo un suo personale senso di equità, sia i lavoratori che i capitalisti, la stragrande maggioranza e i pochissimi. La sinistra e la destra.
Pur avendo nella massima considerazione la professionalità e la sicura buona fede di Monti, l’altezza morale della persona, mi sento comunque di dirgli: “lei è un economista ma non un politico e solo chi pensa alla politica come a una questione meramente economica può pensare a un economista che non sia un politico come alla persona che possa risolvere la crisi”.
Sul fatto che Monti sia meglio di Berlusconi non ho alcun dubbio, tra le due persone vi è un’abissale distanza, distanza anche morale. Ma appunto morale, un campo in cui la dignità della persona ha un peso specifico. Non giova ad uno statista un basso sentire, anche se questo incontra il consenso di tutti.
Tuttavia la statura morale non è tutto, una condizione necessaria ma non sufficiente (certo che se poi non c’è neppure quella …), ma la politica pretende scelte che esorbitano anche dal campo della dignità personale -pure dovuta- e dall’economia per entrare in quello della morale, della visione complessiva che può essere solo quella del bene comune.
E una cosa è chiedere sacrifici economici alle persone, una cosa sacrificare le persone, togliere loro la dignità (Platone). Si può essere contro il consumismo, stringere la cinghia, ma non essere licenziati o vessati.
La seconda guerra mondiale è scoppiata non per ragioni economiche, ma perché è scomparsa dalla terra la compassione e con la compassione è morta la coesistenza.
Come si può sopportare di vedere gente senza lavoro e dirigenti che in dieci anni sono passati da 80 volte lo stipendio di un operaio a 356 volte? E sono solo dirigenti. Poi arrivano i banchieri, i manager, i broker, i calciatori, i portaborse, i faccendieri, i prosseneti .
Un lungo elenco quello dei figli della Notte. Siamo indignati, siamo tutti indignati. La vergogna è un sentimento per cui la nostra epoca verrà ricordata così, come è stato detto dal professor Mancuso, un giovane teologo, ma vorrei aggiungere che non si tratta di moralismo ma di morale, una distinzione quella tra morale e moralismo, tra una virtù e la sua degenerazione, che dovrebbe a lui più che a tutti essere nota.
Siamo indignati, ma tutti ancora per motivi differenti. Gli indigandos non sono un soggetto politico così come ho visto loro rivolgersi da parte di tutti gli uomini di politica e di cultura prendendo le parti pro e contro un fantasma.
Il posto di lavoro deve essere garantito a tutti, a tutti quelli che vogliono lavorare. Nessuno è sacrificabile. O ci salviamo tutti o non si salva nessuno, un imperativo morale. Dobbiamo garantire a tutti il futuro. Ben venga sorella povertà, salveremo anche il pianeta, ma nessuno può essere sacrificato. Tantomeno per l’economia, per il mercato e le sue ipocrite leggi.
Se posso usare un paragone invito a pensare ad un aereo supersonico, uno di quei modelli da fantascienza, tanto complessi da richiedere un più che bravo ingegnere per il suo funzionamento.
Questo è l’economia e Monti può essere quell’ingegnere.
La domanda ora è se quell’ingegnere è in grado di pilotare quell’aereo. Potrebbe. Ma è chiaro che per fare il pilota occorrono altre doti. Se si potesse scegliere sarebbe sicuramente meglio scegliere tra gli ingegneri. Non è detto tuttavia che il miglior pilota sia un ingegnere. Ma anche avendo un buon pilota e un buon ingegnere il gioco non è finito.
Oltre ad un ottimo ingegnere e a un ottimo pilota ci vuole sempre qualcuno che dia la rotta e sappia dove dirigersi. Per capire gli obiettivi da raggiungere il pilota deve avere ordini e non dall’ingegnere. Gli obiettivi oggi sono o il bene comune o la sopravvivenza del capitalismo. Chiaramente senza un buon aereo e un buon pilota la navigazione potrebbe essere molto difficile ma anche con un buon pilota e un buon ingegnere la direzione può essere sbagliata e portare l’aereo a schiantarsi.
Il capitalismo ha mostrato i suoi limiti e un nuovo modello di sviluppo si impone. Una cultura liberista si è mostrata in passato vincente, e malgrado le contraddizioni, vincente per tutti, ma una finanza fuggita di mano sta mandando il pianeta alla catastrofe.
Non si tratta solo di interventi strutturali ma di cambiare direzione.
Anch’io ho la mia ricetta.
Non fare lavorare il denaro, chiudere con l’usura, aiutare l’economia, pubblica o privata che sia, mettendo la museruola e legando alla catena la finanza. Una finanza che per definizione è senza scrupoli e che nasconde l’avidità con le leggi dei mercati e i mercati non sono le imprese ma la borsa. Le imprese si preoccupino solo di produrre e di investire solo onestamente nella produzione. Bruciamo i prodotti finanziari. Libere imprese e finanza sorvegliato speciale.
A disonesti e speculatori bisogna fare i conti in tasca. Imprese e lavoratori uniti nella lotta. La finanza deve servire l’economia non l’economia la finanza (parole di Cristo). La corruzione, la disonestà, un facile guadagno sono nella testa di tutti e la Grecia è caduta per prima.
E con buona pace di tutti, sinistre e destre, al di là di ogni ideologia e appartenenza, l’economia di ogni stato è proporzione all’onestà dei suoi cittadini, tutti i suoi cittadini dai primi agli ultimi, trasversalmente. L’onestà è un fatto che pesa come una montagna sull’economia. Intelligenza versus furbizia. Di onestà non sento nessuno parlare, mentre molto, molto sarebbe ancora da dire.
L’unica soluzione reale della crisi è invertire la rotta, assicurare il futuro, battere moneta e pagare di più la gente. Dalla crisi del 1929 si cominciò ad uscire in realtà solo quando Ford cominciò a pagare di più i suoi operai.
Non stanno distruggendo solo l’economia, stanno distruggendo il Patto sociale, stanno distruggendo lo Stato sociale, stando distruggendo lo Stato di diritto. Sono liberisti, come possono essere “statisti”? Se i liberisti vanno al potere toglieranno la spina e diranno che (lo Stato) non funziona. Allo “straguadagno” va tolto l’extra.
Crisi economica o crisi del sistema economico?
La caduta del muro di Berlino e gli attentati del 11 settembre 2001 confermarono a Francis Fukuyama il concetto di fine della storia: una “storia universale” direzionale dell’umanità che ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali, di contro alle “storie nazionali” con le loro regressioni, opposizioni, condanne o ritardi rispetto al destino del mondo.
Oggi, i movimenti di protesta della ‘Primavera araba’, degli ‘Indignados’, del ‘Piraten Partei’ tedesco ed ora dello “Occupacy Wall Street” negli USA, rivolti contro le Banche, la speculazione finanziaria, la riduzione del welfare state, la mancanza di lavoro e del futuro, sono da considerarsi ‘storie nazionali’? Anche quelli che sono sorti nei paesi dalle più solide democrazie?
Si osservi in questi movimenti spontanei il combinarsi di due caratteristiche:
i) il tratto anti ideologico, in quanto si pongono al di là delle collocazioni tradizionali della appartenenza politica a destra/sinistra , al di là dei generi, al di là della età e delle classi sociali;
ii) il tratto radicale, in quanto le critiche convergono sul sistema economico e sociale, accusato di essersi scollegato dalla produzione e di pretendere di esistere basandosi sulla sola Finanza. Si direbbe che queste proteste abbiano dato voce alla teoria marxiana del valore, in particolare alla transizione dal ciclo Merce-Denaro-Merce a quello del Denaro-Merce-Denaro, e quindi al Denaro-Denaro (dal sito www.circolodegliscipioni.org suggeriamo un’interesante analisi sulle vere ragioni dell’attuale crisi).
Certo, è prematuro ipotizzare che questi movimenti possano diventare forze capaci di determinare quei cambiamenti nella politica e nella società che molti di noi auspicano. Tuttavia, il loro fascino fa ricordare quanto Hegel scrisse nella Fenomenologia dello spirito: “La frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino”
Thank you, Steve.
Stay hungry, stay foolish.
Steve Jobs ha disegnato un nuovo continente, Apple, dove il bello è buono.
“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” (Oscar Wilde)
Se con la cultura non si mangia, di ignoranza si muore.
Una tra le principali cause del declino del nostro paese e che “si fa in modo che si riduca il consenso sociale attorno alla cultura e tra le cose ‘sdoganate’ ci sono la rozzezza e l’ignoranza”.
Questa amara constatazione è quanto scaturisce da una recente analisi sociologica sullo stato delle competenze linguistiche nella popolazione italiana condotta attraverso gli esiti delle prove di ammissione alle facoltà universitarie (“L’Italia dell’ignoranza”di Graziella Priulla, ed. FrancoAngeli, 2011. Libro recentemente recensito da Mario Pirani sul quotidiano ‘laRepubblica’).
Alla facoltà di Lettere di Firenze, per esempio, risulta che il 50% degli studenti non abbia superato il test d’italiano: per alcuni di loro la ‘lottizzazione’, che magari criticano come uno dei mali della politica, significa ‘fare le lotte’.
D’altra parte, dalle comparazioni internazionali risulta che meno del 10% della popolazione italiana è in grado di comprendere, indipendentemente dal livello d’istruzione, i contenuti di qualsiasi testo ai 2 livelli più alti dei 5 previsti dai test (gli standard internazionali sulla competenza alfabetica si pongono tra valori compresi dal 20% al 30% della popolazione). A simili risultati era giunto con le sue analisi Tullio De Mauro, allarmato per l’analfabetismo di ritorno che coinvoge una gran parte della popolazione.
Ho aderito con convinzione al referendum per cambiare la legge elettorale esistente, tuttavia mantengo anche la convinzione che la democrazia si fonda sulla cultura di una popolazione e di conseguenza sulla sua capacità di partecipare e di comunicare.
Ora, ricordando quanto sosteneva Walter Lippmann, sebbene in relazione alla funzione della stampa: “(…) Il governo rappresentativo (…) non può funzionare bene, quale che sia la base del sistema elettorale, se non c’è un’ organizzazione indipendente che renda i fatti non visti comprensibili a quelli che devono prendere le decisioni” (L’opinione pubblica, 1921), vi è da chiedersi, una volta garantito il diritto di scegliere i rappresentanti politici in Parlamento, come potranno esercitare tale diritto quei cittadini di oggi e di domani che risultano ‘ignoranti’.
La breccia di Porta Pia non chiude la questione romana.
Le tasse: da Tobin a Robin
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L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale, in quanto da una parte sottrae risorse allo Stato e dall’altra alimenta la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone l’individuo al di fuori del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito.
L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che la lotta all’evasione fiscale deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasione / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere, e simultaneamente mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.
Tora! Tora! Tora!
Ebbene si, sono convinto che 27 milioni di cittadini (d’ora in avanti invito ad usare i valori assoluti della realtà e non più le percentuali dei sondaggi) si siano espressi per e con “emozione” urlando i 4 SI. E me ne rallegro. Ora inizia la fase della “razionalità” ed occorre, al più presto, un governo che sia all’altezza delle aspettative che hanno animato questa prova di civiltà.
Se ai 17 milioni di cittadini che hanno votato i Sindaci del centro/sinistra si sommano i 10 milioni che hanno votato in più al Referendum risulta ad oggi che esiste in Italia una nuova maggioranza capace di portare un governo che degnamente la rappresentasse a ben oltre il 50% delle preferenze! Un brivido deve correre lungo la schiena dei politici. Si tratta di una responsabilità che non si avvertiva dal Referendum del 1946 che portò il Paese alla Repubblica.
(P)referendum
Quelli che vorrebbero le centrali nucleari non ci dicono che quando le accendi la produzione di energia elettrica non è modulabile e puoi solo spegnerle, quando le dismetti, con costi enormi. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali, come alternativa alle centrali di media/grossa potenza, scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali. (Nota)
“Ogni giorno di energia atomica è un giorno di troppo”, firma Greenpeace sulla porta di Brandeburgo. Mentre la Germania, la più grande potenza industriale d’Europa, decide di rinunciare al nucleare con un piano di dismissioni di tutte le centrali da realizzarsi entro il 2022, seguita recentemente dalla Svizzera con amedesima decisione, in Italia la Cassazione ha restituito ai cittadini il diritto di esprimersi con il Referendum del 12 giugno su tre questioni cruciali per il nostro paese: l’acqua (Dossier), l’energia e il diritto.
E poichè si tratta di referendum abrogativi e il vento è una fonte di energia rinnovabile, rechiamoci a votare per provare il piacere di rispondere: Si!
SI ai Referendum dei 4 SI
Quelli che vorrebbero le centrali nucleare non ci dicono che quando le accendi non puoi più spegnerle. Quelli che “quando non c’è il sole a cosa serve il fotovoltaico?” non ci dicono a cosa serve l’energia prodotta di notte con il nucleare che funziona sempre. Quelli che cercano l’indipendenza energetica non ci dicono nulla sul mercato dell’uranio, fonte esauribile, le cui miniere non sono nostre e il cui prezzo è destinato a crescere con l’aumento della domanda che si vorrebbe indurre. Quelli che ci assicurano sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione non ci dicono che un incidente nucleare, sia la sua natura di origine endogena che esogena, è di tale gravità che è sufficiente un solo evento per creare la catastrofe e non ci dicono nulla sulla scelta che di nascosto si sta ipotizzando delle microcentrali come alternativa alle centrali di media/grossa potenza , scelta che moltiplicando il numero di centrali sul territorio, aumenta la loro vicinanza ai centri abitati in un paese già ad alta densità di popolazione, con ciò moltiplicando notevolmente i rischi di incidenti. Quelli che invocano l’inquinamento atmosferico per dimostrare il bene del nucleare che non produce effetto serra non ci dicono come verrebbero smaltite le scorie, radioattive per millenni, che anno dopo anno si accumulano nelle centrali.
Giuliano Pisapia è Sindaco di Milano.
(Milano, 30 maggio 2011).
Oggi il vento ha restituito alla città un orizzonte pulito. La vittoria di Giuliano Pisapia ci fa sperare in una fase nuova di risorgimento. Rivolgiamo a lui le parole di Emily Dickinson, perchè sia all’altezza delle aspettative dei milanesi :
“Non conosciamo mai la nostra altezza
finche’ non ci chiamano ad alzarci
e se siamo fedeli alla missione
tocca il cielo la nostra statura.
L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe di ogni giorno
se noi stessi la schiena non curvassimo
per paura di essere dei re”.
L’albero della vita
Abbiamo cominciato a capire come è apparsa la vita sulla Terra, ma come è apparso l’amore? Come meraviglia di fronte al mondo e come rispetto per la vita. Nell’esitazione del dinosauro predatore che con la sua zampa non schiaccia la testa del dinosauro morente, ma quasi la accarezza, per poi allontanarsi dopo un ultimo sguardo. Già in quel gesto (non ci richiama alla mente il monolite di Stanley Kubrick in “2001: Odissea nello spazio”?) riconosciamo la potenza espressiva dei films di Terence Malick, non solo un registra geniale, non solo un colto filosofo ma un ricercatore dello spirito, appartato e reticente nei confronti del mondo dello spettacolo. Per lui parlano gli sguardi di Sean Penn, di Brad Pitt e di Jessica Chastain. E’ vero, non siamo soli nell’universo. Dappertutto sono gli dei.
Il pensiero debole
L’esperienza non conta nulla. In genere si ritiene che “ciò che conta” sia l’esperienza; la pratica, si dice, conta più della grammatica. Sull’esperienza, l’esperienza personale, si formano le nostre opinioni, ma non solo.
Più profondamente dell’opinione si strutturano convinzioni che investono la sfera personale emotiva. Detto in uno, le nostre convinzioni siamo noi, noi per quello che siamo. Ecco perché cambiare opinione è se non impossibile, molto difficile. Significherebbe destrutturare, ovvero rinunciare a non solo a tutto quello che finora abbiamo creduto, ma accettare lo “spaesamento”, un vuoto esistenziale e con esso l’impossibilità di esercitare quello che riteniamo un nostro diritto “il diritto di esprimere la nostra opinione”, di essere noi.
L’accettazione della nullità del valore della nostra esperienza crea una disistima, una caduta dell’autovalutazione non solo del discorso nel dialogo, ma della persona. Per questo le opinioni sono sempre sostenute con un accanimento che va molto al di là della cosa discussa.
Il legame affettivo che lega la persona all’opinione porta il dialogo a una disputa in cui è pretesa una vittoria e la sopraffazione di uno sull’altro. Il discorso viene a mancare di oggettività e l’oggettività viene pretesa nell’opinione.
In una discussione l’esperienza personale può essere solo utilizzata per esemplificare, per far intendere una teoria già altrimenti espressa, una tesi diversamente formulata in base a principi logici oggettivi. Orbene l’esperienza personale non ha nessun valore né per costruire teorie né per difendere tesi e non può mai essere portata in un discorso né per affermare tesi né per confutarle.
Questi principi non sono a loro volta opinioni ma seguono oggettivamente leggi logiche e logico statistiche. La mancata acquisizione da parte dello spirito di questi principi vanifica ogni dialogo ogni discussione.
Ogni sistema necessita dell’analisi delle variabili intervenienti, variabili alle quali va dato un peso per stabilirne la pertinenza e l’incidenza. Id quod plerumque accidit, quello che per lo più accade: la statistica. (nota)
I più infatti si basano per misurare la realtà sulla propria esperienza in base all’accaduto, a quello che a loro è accaduto, formulando quella che viene giustamente definita da Platone l’opinione ignorante, strumento di sfruttamento principale di certa politica.
In una popolazione di dati molto estesa, ogni opinione qualsiasi essa sia sarà suffragata da innumerevoli esempi, moltissimi sono gli esempi che nella propria vita possono essere trovati a conforto della propria opinione, opinioni che si consolidano esempio su esempio e divengono nel tempo convinzioni ovvero posture dello spirito.
Ovviamente per ogni ipotesi siffatta si possono parimenti trovare un numero uguale di esempi contrari, nascono le discussioni ignoranti. Per gli uni gli altri vivono sempre nelle favole.
Si è così costretti ad assistere a pseudo dibattiti cui democraticamente viene attributo a questo dire ignorante la dignità di opinione, chi assiste possedendo identica mentalità non avverte minimamente l’inganno e pensa solo a schierarsi.
Non è possibile intervenire. Intervenire a favore di una tesi piuttosto che di un’altra significherebbe abbassarsi al livello della discussione e perdere la conoscenza.
Queste opinioni ignoranti appartengono naturalmente per definizione alla maggior parte della popolazione, di qualsiasi popolazione si tratti. Le opinioni ignoranti maturano da quello che tutti definiscono esperienza, un nulla di conoscenza costruito attorno al proprio spirito.
Bisogna comprendere che derivare convinzioni dall’esperienza è di fatto cosa naturale, è il primo approccio all’essere e rimane l’unico se non ne maturano altri: la pratica conta più della grammatica e tutti hanno diritto di parola, anche gli asini in classe; così è stato e così sempre sarà in quel periodo che precede la maturità dell’uomo nella filogenesi come nell’ontogenesi, si tratta come detto di una postura primordiale dello spirito nella conoscenza.
Da sempre i nostri antenati così hanno inteso e ancora intendono la realtà. Viviamo insieme a loro, e sono la maggioranza. L’opinione ignorante domina nella convinzione che la statistica sia quella scienza per cui se in una popolazione uno ha due uno non ne ha, in media ognuno ha un pollo; seguono grasse risate e sguardi di intesa.
La disciplina che studia le caratteristiche delle popolazioni secondo la loro variabilità contrariamente a ciò che si pensa é una scienza esatta e la prima regola da imparare é che anche se esiste una variabilità molto elevata tra gli individui di una popolazione la media difficilmente varia e varia per parametri differenti da quelli che riguardano gli individui singolarmente considerati, e differenti dalla variabilità locale, dai parametri riscontrabili di zona in zona, il sud, il nord, il centro.
Ciò che vale per una popolazione può non valere per l’individuo, né per una parte di essa. Attribuire ad un individuo ciò che appartiene a una popolazione, come attribuire ad una popolazione ciò che caratterizza un individuo determina quella che si può a ragione definire un errore logico, una ragionamento ignorante fondato sulla falsa logica dell’ analogia, del sillogismo, e della correlazione, strumenti peraltro preziosissimi per l’intendimento della realtà agli albori della civiltà. Si tratta infatti della generalizzazione.
Chiarisco da subito che generalizzazione può essere considerata solo il fenomeno appena descritto, di contro avere un’opinione su di un individuo come su un popolo non solo non significa generalizzare ma è giusto e legittimo.
Tuttavia così come ignorante deve essere considerata la generalizzazione testé definita, ignorante deve essere considerata ogni opinione fondata sull’esperienza; è ignorante generalizzare quello che per esperienza si è appreso, anche perché per lo più non ce se ne avvede, anche questo fenomeno estensivo del sé più che della propria opinione rientra nella generalizzazione; per esperienza un abitante del nostro paese, che non abbia conosciuto altro che il proprio villaggio, sarà portato ad affermare che l’altezza degli uomini e delle donne é quella da lui riscontrata, sia o non sia quella statisticamente riscontrata, e affidandosi alla vista difenderà la propria opinione anche a discapito della scienza, una materia che peraltro non conosce e verso cui pertanto diffida.
Fonderà sulla personale esperienza una verità che estenderà tanto più quanto più limitata é la conoscenza per un’ansia naturale di dare nome ad ogni cosa in modo da poterla controllare in un universo tanto più ristretto quanto minore é la conoscenza.
La generalizzazione fondata sulla personale esperienza é proporzionale all’ignoranza. Più uno è ignorante e più generalizza, prima dà un nome alle cose e prima si chiude nell’opinione.
Quanto più l’esperienza è limitata quanto più l’opinione è ignorante e di una popolazione, un universo di dati, non si può avere conoscenza se non studiandola, e studiandola a fondo. Lo studio di una popolazione è la statistica, una scienza di cui tutti ignorano l’esistenza, politici compresi che ritengono solo di servirsene anziché di servirla.
Anche i dati sono utili ma per chi ha compreso ciò che è veramente necessario è una mentalità, la mentalità statistica.
Per l’individuo l’emozione legata all’esperienza é la chiave di lettura del mondo, il suo fine è l’utilizzo e la lettura sarà tanto più limitata quanto é più limitato lo spirito nell’analisi dell’esperienza vissuta nella conoscenza della parte e nel disconoscimento del tutto. Uno, due, tre… e il mondo è già detto e per come da me detto.
Il mondo al suo apparire affiora alla coscienza con relazioni elementari che non vanno al di là della correlazione e dell’attesa del ripetersi di un avvenimento esperito, un evento che si è legato accidentalmente alla memoria; un sillogismo, un’affinità solo linguistica di concetti o a volte di sole parole, chiude immediatamente il discorso con la conseguente generalizzazione del proprio accaduto a tutti quegli avvenimenti che presentino caratteristiche appena analoghe.
Alle volte non si è neppure in grado di riconoscere.
In che cosa consista l’analogia é soggettivo sia della specie, che dell’individuo, nonché dipendente dalla situazione in cui l’evento é venuto in essere e a ripetersi; ma questo porterebbe lontano, rilevo solo che la correlazione oltre ad essere il primo e più importante fondamento di ogni logica é tuttavia anche fonte di molti inganni e sta alla base di errori posturali dello spirito quali astrologia, magia e superstizione.
Quello che qui si vuole rimarcare é che come per altri esistenziali, la generalizzazione che nasce dall’esperienza individuale é stato naturale dell’essere, la prima propensione dell’io, è una postura dello spirito nel suo primo tentativo di comprensione del mondo. Spesso rimane l’unico.
Questo é lo stato naturale delle cose per l’essere esistenziale uomo ai primordi della cultura come della vita. Il superamento dell’esperienza come metodo sulla strada della conoscenza risiede ovviamente in vie diverse di accesso alla cultura che all’esperienza diretta non si rifanno, ma che cercano di approfondire la conoscenza attraverso lo studio di realtà più vaste del vissuto personale, o fidandosi delle ricerche e delle verità altrui o sperimentandosi direttamente in realtà diverse dalla propria.
Entrambe le vie sono necessitate e complementari. Sicuramente non é necessario aver vissuto per aver inteso ma é necessario ampliare lo spirito per diversamente intendere e relegare a un sé emotivamente per altre vie noto.
Queste altre vie necessitano di metodi diversi dalla correlazione e dal sillogismo e fondano la logica, ma esprimono anche l’essere nell’apertura per il senso legato ad una diversa emozione del mondo. Conoscenza razionale e conoscenza emotiva sono entrambe connesse all’intelligenza, alla postura dello spirito e quindi nel fondamento all’emozione cognitiva dell’essere, all’apertura.
Quando lo spirito chiude nulla più può essere scoperto, qualsiasi sia l’altezza a cui chiude.
Tutto ciò per dire che senza queste armi ogni discorso é inutile e che solo proporzionalmente al possesso delle stesse può essere significativamente compreso quanto da me detto e soprattutto ancora da farsi.
La comprensione di un’emergenza esistenziale in quanto sistema olistico di non facile definizione pretende una capacità di flessibilità, di immaginazione e di rimando delle aspettative, non indifferente, bisogna saper intuire e saper differire tenendo come valida in assoluto per ora solo la via intrapresa, indipendentemente da quelle che saranno le conclusioni e se ci saranno conclusioni.
L’esperienza dello spirito é nella conoscenza indipendente dai legami di spazio e tempo a cui la quotidianità o il contingente ci costringe.
Si potrebbe obbiettare che la mia indagine non si avvale di una conoscenza diretta dei fenomeni servendosi di metodi consentiti dalla scienza, ma di formulazioni di ipotesi a priori, di teorie indimostrabili se non parzialmente attraverso i fossili comportamentali esistenti.
Verissimo, potrebbero anche essere il frutto di uno spinello dopo un’ indigestione. C’é ovviamente un tuttavia. L’idea che la realtà oltre che comprensibile sia logica non é certo mia, io ho solo sposato questa tesi, aggiungendo che la comprensione é legata all’emotività, all’empatia; il mondo si disvela all’essere esistenziale per le capacità di ogni essere di penetrarlo attraverso la rappresentazione, la riproduzione in sé del mondo per l’emozione che dalla rappresentazione riceve, ovvero come detto non già più solo coi sensi, non solo nella comprensione, ma nell’emozione che ne é il fondamento.
Emozione che il ricevente ritiene per elaborarla dentro di sé, per essere in una nuova emozione come risposta al mondo.
All’empatia, a questa sorgente di ogni capacità di analisi, io ho fatto riferimento per leggere e formulare ipotesi sulla realtà esterna, per quanto lontana nello spazio come nel tempo. Ho pindaricamente rappresentato me, proiettandomi in quel mondo remoto del nostro essere per configurare quale esso sia stato, dandomi quelle limitazioni da me suggerite che covano in ciascuno sotto la cenere.
Il percorso fin qui compiuto é certamente criticabile nelle ipotesi fatte come nelle spiegazioni date e sicuramente degno di approfondimenti, mi attendo anche smentite, e nonostante tutto più che plausibile.
Che le cose siano avvenute proprio a questo modo, direbbe Platone, io non lo posso affermare tuttavia qualcosa di simile … Il perché di questo viaggio dell’immaginazione nel tempo trova molte spiegazioni una delle quali é il superamento dell’ ”orrido naturale”.
Di comune accordo con Leopardi, la natura é matrigna; tutto ciò che ci spaventa , indigna o terrorizza oggi, passato in giudicato come legge di natura, turba la nostra esistenza.
Vi sono convinzioni radicate all’essere nella sua prima infanzia ancor prima dell’insorgenza dell’io, così nella filogenesi come nell’ontogenesi, che si radicano nello spirito ancor oggi, nella quotidianità, manifestando un sentire primitivo, quando non primordiale, che convive nel quotidiano con l’informatica e i viaggi spaziali.
Pulsioni ancestrali legate all’essere fin da epoche remote convivono con sentimenti di giustizia, rispetto, tolleranza, bellezza e quant’altro dell’eccellenza cui l’uomo ha saputo giungere. La dispersione dell’essere nell’uomo é massima e destinata ad aumentare; di fatto non esiste nessuna specie paragonabile per difformità di esistenza.
I topi sono tutti uguali, non gli uomini. Nessuno é meno uguale degli uomini. Questo suggerisce una totale diaspora dell’essere nell’esistenziale uomo per quanto riguarda il modo di esserci, ovvero nell’emozione che lo fonda, se un intervento contro natura non portasse le diverse esistenzialità ad unirsi.
Questo intervento contro natura può essere solo addebitabile alla cultura. Anche per questo la cultura é essere separato. É la cultura che artificialmente, ad arte, tiene uniti gli uomini.
Il superamento dell’orrore può avvenire solo grazie a quell’altra coscienza di sé così come nella mia indagine si va delineando.
Politica e Cultura
Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione? Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto? Dei diritti da sempre calpestati? Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata? Di generazioni senza nome? Può essere “paradiso” la risposta? Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.
Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti, in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione. Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro, per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.
E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.
Il problema non è economico, ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla morale che nasce poi l’economia.
E se laidamente, pur essendo credenti, non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.
Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.
Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi economici si sono disinteressate della cultura, considerata problema non concreto o irrisolvibile e comunque a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare ostacoli. Gli intellettuali rimangono solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.
Sotto un apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.
Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.
La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.
Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni e alle aspettative che un popolo ha.
Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.
Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.
Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.
Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente rivolgere.
L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama cultura.
Il laboratorio
Ci presentiamo come ricercatori dello spirito e in questo locale che si affaccia sul web vorremmo raccogliere e divulgare analisi, pensieri, riflessioni, opinioni e osservazioni di tutti coloro che si riconoscono nell’incipit posto all’ingresso della nostra home.
Fra poco finirà la primavera e inizierà l’estate e noi apriamo questo sito con lo scopo di suscitare nella “gente per bene“, avvilita dal declino che incombe, la volontà di emergere e la convinzione dell’opportunità di disfarsi del degrado che li governa.
Presentazione
Siamo in molti a ritenere che si vive nella “società dello spettacolo”. E’ questa un’affermazione pronunciata anche dagli esperti che si avvicendano nei talkshow televisivi, ma ricordiamo che lo spettacolo non è soltanto un insieme di immagini, esso è piuttosto un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini.

Vivere nella società dello spettacolo non significa solo vedere le immagini intorno a noi, per esempio le immagini invasive e pervasive della pubblicità e della televisione, significa piuttosto che tutto ciò che un tempo era vissuto direttamente si è trasformato in una rappresentazione. Non siamo più solo parlati dalla lingua, siamo anche vissuti dalle immagini.
Due esempi televisivi. Il successo della formula televisiva del reality show , dove la frustrazione accunmulata nella vita quotidiana si converte nel piacere voyeuristico provocato dall’osservazione di falsi vissuti altrui: quei personaggi sono forse meno veri di coloro che li guardano?
Le cronache radiotelevisive degli avvenimenti sportivi dove due o più speakers simulano e anticipano con un dialogo concitato l’intervento e il commento del pubblico, privandolo in tal modo anche della possibilità della propria partecipazione e riducendolo alla totale passività dell’ascolto, all’imitazione dei linguaggi e all’assimilazione dei giudizi. Avete notato come il linguaggio delle persone ripeta nei luoghi della quotidianità quei modi di dire e, simmetricamente, come il linguaggio comune, con le sue volgarità, si adotti sempre più spesso in televisione? Non è forse questo il “comune sentire”?
In questa prospettiva la coscienza individuale, immersa in relazioni di scambio in tempo reale, virtuali ed illimitate, si annichilisce nella sua passività, fino ad arrestarsi in uno stato di paralisi, che ricorda la tecnica mimetica di difesa adottata da molti animali. Per sopravvivere essa regredisce allo stadio infantile dei desideri, più semplici da capire della realtà circostante, mantenendo la sola capacità di volere e rinunciando a quella d’intendere.
La coscienza individuale non vede ciò che è troppo lontano e non osserva ciò che è troppo grande. Formata in decenni di marketing e pubblicità invasiva, essa si affida alla percezione immediata di relazioni molecolari, di frammenti d’immagini di vita illuminati dalle informazioni messe di volta in volta a disposizione dai mezzi di comunicazione. Si ricompone in tal modo una pseudo realtà come effetto stroboscopio, una successione discreta di immagini senza necessariamente delle relazioni apparenti.
Sempre più privata del vissuto, la vita scorre come una serie d’immagini davanti allo sguardo digitale. Illusione del vissuto come illusione del movimento provocato dalla successione di fotogrammi
Si tratta di una semplificazione della visione del mondo che è ad un tempo razionale ed emotiva. Razionale perché la coscienza si ritira in uno spazio chiuso e limitato e quindi più controllabile, emotivo perché tende a ritrovare e ristabilire la sicurezza perduta. D’altra parte, nel mondo globalizzato, che rimane pur sempre costituito da società parcellizzate, la generalizzazione è diventata l’unica modalità possibile di conoscenza per la collettività.
La coscienza collettiva tende ad essere la somma delle coscienze individuali, sicchè il comportamento di un popolo assomiglia sempre più al comportamento individuale e, viceversa, il comportamento dell’individuo rispecchia la cultura del suo popolo. Cos’è dunque oggi il populismo?
Stranieri in patria.
“Dalla patria, dietro il rosso dei fulmini, ecco, si avvicinano le nubi, ma mio padre e mia madre sono morti da tempo, nessuno là più mi conosce. Quando, ah presto, viene il tempo quieto, in cui riposo anch’io, e su di me risuona la bella solitudine del bosco, e nessuno qui più mi conosce.” (J.K.B. Eichendorff, 1788 – 1857)
Indicatori di civiltà
In un mondo dominato dalla quantità e descritto prevalentemente dai numeri, vogliamo anche noi utlizzare degli “indicatori”, con l’intento però di mettere in evidenza la cultura e la mentalità di un popolo, ovvero il suo livello di civiltà.
Sappiamo bene che gli indicatori non sono la cosa e che gli stolti volgono lo sguardo al dito e non vedono la Luna. Tuttavia, siamo convinti che l’universale è riconoscibile anche nel particolare, come nell’ ologramma, in cui ogni sua parte contiene l’intera informazione.
Così vi proponiamo con questa rubrica – che continuirà grazie anche al vostro contributo – di raccogliere le immagini, le parole, i gesti, gli oggetti e le situazioni che, quando ci poniamo aperti di fronte al mondo, riusciamo a cogliere e che esprimono la densità culturale di un popolo.
Li abbiamo chiamati indicatori di civiltà.
Testi
Essere per il popolo. La Cancelliera Tedesca, Angela Merkel,
ha firmato con i vertici dell’industria e dei sindacati la “Carta dell’orario di lavoro orientato sulla famiglia” (Charta der familienfreundlichen Arbeitszeiten), accompagnandolo con questa esortazione: “Imprenditori, siate creativi su questo tema, altrimenti costringerete noi leader politici a essere creativi per tutti”. (Berlino, febbraio 2011)
Il bon ton dello spirito (di Walter Bocelli). Persone noiose, pedanti e prolisse ripetono sempre le stesse cose. Ma anche se siamo in grado di prevedere con certezza dove il discorso di un interlocutore va a parare è necessario non interrompere il discorso fino a che l’interlocutore non lo abbia concluso, sia esso una persona o un libro, qualsiasi sia la sua autorità.
In definitiva quindi qualsiasi interferenza prima che il discorso sia concluso costituisce errore. Anche se il discorso è prolisso o ci pare fuori tema deve essere comunque permesso all’interlocutore di concludere salvo a rilevare alla fine e solo alla fine l’errore ed educatamente anche la prolissità.
Non bisogna aver fretta di capire o di dimostrare di aver capito, né agli altri né a noi. La sospensione della comprensione come del giudizio è fondamentale. Tenere sospeso significa non dare voce al proprio io affidandosi completamente all’interlocutore finché il discorso non si è concluso senza tema di dimenticare o di essere sconfitti.
Spesso è la paura di dimenticare, di non riuscire a riallacciare il filo, che fa perdere il filo stesso del discorso distraendo dalla parola dell’interlocutore, provocando interruzioni che prima che nell’interlocutore sono dentro di noi e che danneggiano sia noi sia l’interlocutore.
Del resto non possiamo essere sicuri di aver inteso finché il discorso dell’interlocutore non è completamente giunto ad una fine. Si deve sempre lasciare concludere il discorso e allora e solo allora possiamo se c’è da obiettare, obiettare.
Ogni interruzione fuori o dentro rende difficoltosa la comprensione e crea disagio sia interno che esterno. Saper ascoltare è tutt’altro che facile e poche, pochissime persone lo sanno fare. Saper ascoltare non è una virtù innata, saper ascoltare è una virtù da apprendere, occorre addestramento.
La capacità d’ascolto è minima nei bambini la cui attenzione può essere catturata solo per pochi istanti e per cose che li riguardano e li interessano direttamente. Crescendo l’individuo deve imparare che il mondo non è a sua disposizione, e che per poter apprendere, per poter crescere, deve prestare attenzione al mondo esterno anche quando il mondo esterno non giunge a lui e a lui non si interessa.
Banalità, ma queste banalità sono alla base dell’educazione dello spirito, della nostra cultura e di qualsiasi cultura in ogni tempo. Dalla capacità di ascolto si può capire il grado di maturazione raggiunto da un individuo e il di civiltà di un popolo. È un indice di civiltà tanto di una persona quanto di un popolo. Mi piacerebbe vedere qualche video e ascoltare discussioni in convegni e dibattiti in diverse nazioni.
Cultura e pianificazione urbana. Il Museo “104” di Parigi in rue Aubervilliers è stato inaugurato nel 2008 come centro culturale polivalente nel quartiere popolare e periferico di Aubervilliers, ritenuto il più violento della città.
Uno spazio reso bellissimo dalla ristrutturazione, costata al Comune 100 milioni di euro, di un palazzo che dal 1905 era la sede municipale delle onoranze funebri di tutta la città. Il progetto era un laboratorio della creazione, dedicato ai giovani (le manifestazioni a pagamento prevedono la tariffa ridotta del 50% fino ai 26 anni e oltre i 65), con residenze di artisti e iniziative per la diffusione dell’arte contemporanea, per il quale il Comune di Parigi prevedeva una sovvenzione di 8 milioni di euro all’anno. Nel febbraio 2010 il progetto era entrato in crisi per i tagli che il Comune aveva allora annunciato, motivandoli col presunto scarso insediamento nel panorama culturale parigino. All’epoca della realizzazione del progetto vi furono forti contestazioni sia da parte di alcuni intellettuali che da parte del popolo residente nella banlieue, che chiedeva conto dei soldi spesi “invece di essere investiti in nuovi alloggi”. Ma il Sindaco di Parigi Bertrand Delanoe si dichiarò convinto che la nuova fabbrica dell’arte potesse essere un soffio benefico per la vita culturale della capitale: “L’Arte fa miracoli”.







