Del doman non c’è certezza
La fine di un rapporto d’amore è un evento drammatico, un lutto che ha ispirato da millenni poeti e musicisti. E il Trattamento di Fine Rapporto? Riecheggiano i versi del Magnifico fiorentino: Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza. 
Due donne curde si sono uccise in questi primi giorni di ottobre per difendere la loro città di Kobane in Siria dall’aggressione delle brigate nere dell’Isis. Finite le munizioni, per evitare il martirio come prigioniere degli jihadisti, una si è gettata come un kamikaze contro il nemico, l’altra ha utilizzato l’ultima pallottola contro se stessa.
Mentre il Pentagono spiazza le dichiarazioni del Presidente Obama non escludendo la possibilità di inviare forze terrestri in prima linea per distruggere i miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Isis, tremila soldati americani sono già stati inviati nell’Africa Occidentale (Liberia) per arginare l’epidemia del virus Ebola, perché come ha dichiarato lo stesso Presidente Obama questa epidemia è da considerarsi anche “una minaccia potenziale alla sicurezza globale e il mondo ha la responsabilità di agire”.
Il teologo cattolico Vito Mancuso ci riprova con il suo ultimo libro a mettere ordine nell’etica cattolica e questa volta affronta il tema-tabù della sessualità.
Cultura è un termine polisemico ovvero un termine astratto cui si possono riferire molteplici significati. In termini generali si può definire cultura ciò che è sedimentato in un soggetto vivente attraverso l’apprendimento dall’ambiente esterno.
“Domani c’è l’assemblea del nostro popolo. Decideremo insieme a quelli che si riconoscono in noi.” Una dichiarazione di Beppe Grillo quando consulta la sua rete prima di una decisione politica? No, è una dichiarazione resa da Pippo Civati del PD intervistato sul voto di fiducia al governo Renzi. È solo un esempio preso dal passato prossimo politico che qui utilizziamo per porre una domanda cruciale: può un esponente politico rimettersi al suo popolo per decidere e poi agire in nome di tutti qualora fosse investito di una carica di governo? È in questione il concetto di delega, principio fondamentale per la democrazia. Tuttavia, prima di rispondere occorre fare una breve digressione antropologica sull’evoluzione della specie umana per comprendere l’importanza che l’appartenenza riveste nelle relazioni coi gruppi.
I limiti entro cui il popolo esercita la propria sovranità non sono quelli costituzionali, ma quelli culturali. Bisogna prendere atto che da tempo in Italia si è aperta una profonda linea di faglia che separa drammaticamente la Cultura dalla Costituzione.
Per rilevarla occorre soffermarsi non solo e non tanto sulle varie proposte di cambiamento della Costituzione via via avanzate dalla politica, quanto sulla resistenza ad esse opposta ogni volta dalla cultura, sia essa giuridica che politica, e alle ragioni da questa portate.
Sembrano tutti d’accordo che il modo per uscire dalla crisi sia puntare sulla competitività, sul merito e sulla flessibilità. Tre parole diventate il mantra dell’ideologia economica, della destra quanto della sinistra. Tre concetti usati senza più riguardo alla misura, che necessitano dunque di ristabilire una ottimale moderazione: est modus in rebus. In un sistema produttivo di un dato territorio l’aumento della competitività dovrebbe garantire di rimanere nel mercato reggendo alla concorrenza, il che significa che l’Europa nella sua generalità arriverebbe a produrre in quantità e qualità in modo competitivo con altre potenze mondiali le quali a loro volta se vogliono rimanere competitive sul mercato saranno spinte a produrre di più e meglio. Con la competitività quindi il mondo intero trarrà vantaggi. È la vecchia storia dello sviluppo capitalista: se aumenta la ricchezza staremo meglio tutti. Di contro il controllo politico dei mercati frena lo sviluppo, l’imposizione di regole nuoce al Mercato. Meno Stato e meno burocrazia segreto del successo.
Banalità indicibili che ancora oggi regnano sovrane nella mente dei Renzi che per questo di sinistra non sono. Ci sono almeno tre “se” al dictat competitivo: la competitività è un bene se non distrugge il pianeta, la competitività è un bene se non aumenta la disuguaglianza, la competitività è un bene se non schiavizza il popolo. Il fine infatti dovrebbe essere il benessere di tutti. Realisticamente, anche se questo non si rende immediatamente possibile, dovrebbe comunque esprimere la direzione verso la quale il progresso dovrebbe volgersi.
La velocità non è un parametro trascurabile, ma deve essere collocata non nel contingente ma storicamente; detto diversamente essere sì veloce in ogni situazione contingente quanto si può purché nella direzione del rispetto dell’ambiente e dell’uguaglianza ovvero dei diritti del pianeta e delle persone.
Un turbocapitalimo in obbedienza al solo mercato genera un competizione malsana che provoca disuguaglianze sempre crescenti e distruzione progressiva delle risorse a solo beneficio di pochi, sempre meno, che godono di parti crescenti di ricchezza. In definitiva saremo tutti destinati a lavorare sempre di più in condizioni di crescente ricattabilità, vedremo cioè per ragioni di realismo economico peggiorare progressivamente le nostre condizioni di vita in dipendenza di impersonali leggi di mercato.
La logica capitalista espressa in positivo nella banalità della convinzione secondo cui “più ricchezza e staremo meglio tutti” ha avuto successo in occidente, contro regimi burocratici che attraverso regole imposte dalla politica hanno fatto patire la miseria alla propria popolazione. Questo ha convinto i capitalisti della bontà della loro ideologia. Il problema delle disuguaglianze per il capitalismo è un falso problema. La disuguaglianza è per il capitalismo una necessità naturale inevitabile e necessaria e in un certo senso utile, incentiva la competitività. Fino a che punto? Non è questione morale: lo decide il Mercato. In fondo l’ideologia o non-ideologia capitalista segue le leggi naturali della selezione dando più spazio ai più meritevoli. Il merito unitamente alla flessibilità infatti è uno dei simboli più pubblicizzati.
Bisognerebbe riflette che in un mondo in cui ancora tutto dipende da dove si nasce e da chi si nasce, tanto più quanto più è arretrata la cultura in cui si nasce, parlare di merito è un tantino ipocrita e che flessibilità senza garanzie significa perdita dei diritti. Nella crescita della disuguaglianza e progressiva distruzione delle risorse dunque il nostro avvenire.
Ovviamente si impone un freno a tutto ciò. Orbene in una democrazia si esprime il volere della maggioranza e diminuendo progressivamente il numero di coloro che godono della ricchezza, al potere a conti fatti dovrebbe salire solo chi fa gli interessi del popolo. Il popolo diversamente elegge il sogno e non la realtà, l’aspirazione è in fatti sempre la stessa “essere come loro” per avere quello che hanno loro. Il modello utopico in seno al popolo rimane il mito capitalista del consumismo. Non esiste alcun mito che si contrapponga. Da qui la necessità di un nuovo mito. La caduta del comunismo che non ha saputo tradurre in pratica i propri ideali ha dato via libera al capitalismo traducendolo in turbo-capitalismo. Ora il pensiero debole e un basso sentire sono di fatto i suoi migliori alleati. Per chi ha inteso il problema in ultima analisi non è il potere economico, ma solo la cultura del popolo. Di cultura, questa cultura, nessuno parla. Nessun governo si rivolge al popolo per una sua emancipazione. Eppure solo la cultura potrà salvarci. Solo la cultura ci salverà.
Che la condizione femminile in Italia sia un’emergenza è un fatto, ma che essa venga ridotta ad una rivendicazione femminile è un fatto ancor più grave. In un paese dove le donne hanno potuto votare per la prima volta nel 1947 la parità di genere viene trattata come una parità di bilancio: ci si obbliga ad equiparare i diritti tra uomini e donne con l’aritmetica della partita doppia del dare e avere. E adesso tocca alle quote rosa: alternanza uomo-donna, alternanza dei capilista, 40% capilista alle donne.
Se la democrazia italiana appare incompiuta e con forti segnali di crisi, quali sfiducia nelle istituzioni, astensionismo elettorale, corruzione e familismo, ciò non è dovuto solo ad un difetto di rappresentanza e non è sanabile forzandone il pareggio. I numerosi scandali nel settore politico, amministrativo pubblico e nel privato hanno mostrato come lì siano aumentati i soggetti femminili coinvolti, in una stretta correlazione col seppure basso incremento della loro ascesa ai posti di potere. Il video su Facebook che ci mostra un miserabile giornalista che tampina un Ministro della Repubblica donna insultandola ripetutamente con la tipica volgarità del ‘maschio latino’ dovrebbe essere mostrato come una pena da scontare tenendo loro aperti gli occhi con le pinze come avviene nella famosa scena del film Arancia meccanica. Non si tratta di condannare un giornalismo degradato a spazzatura o di difendere una donna vittima di una violenza, il punto è comprendere come il problema sia essenzialmente culturale piuttosto che economico, politico o sociale.
La classe politica italiana deve prendere atto della cultura dalla quale proviene e nella quale ci siamo tendenzialmente tutti, maschi e femmine, formati. Inconsapevole della cultura che li contiene, questa classe si mostra nella sua generalità come una burocrazia. Politici che gestiscono il potere, la democrazia, come fossero funzionari di un apparato, l’istituzione. Politici come burocrati della democrazia. I rimedi che essi hanno escogitato per affrontare, per esempio, il problema della rappresentanza femminile nella nuova legge elettorale sono bizantinismi con cui si vorrebbe affermare un egualitarismo, ideologia dell’uguaglianza, che invece di fondarsi sulla responsabilità e sul merito riposa sull’ipocrisia, nella misura in cui esauriscono il proprio compito conferendo alle regole, le salvatrici della patria, quella morale che non hanno dentro di sé.
Vox internet, vox Dei? Il più famoso servizio di rete sociale ci descrive la qualità della partecipazione nei social network quasi con la stessa proporzione con cui si descrive la distribuzione della ricchezza: il 99% degli utenti aderiscono con ‘mi piace’ alle opinioni espresse dal restante 1%. Si conferma l’adagio popolare bresciano i asen menan la cua, toti i coioni disèn la sua (gli asini muovono la coda e tutti i coglioni dicono la loro, ndr.). Un tempo a Londra, quando i Beatles non erano ancora famosi, Hyde Park Corner era considerato un luogo simbolo della democrazia anglosassone. Oggi su scala planetaria abbiamo i social network considerati dai demiurghi contemporanei l’agorà della democrazia digitale. In quell’angolo del famoso parco londinese qualsiasi passante poteva salire su uno sgabello improvvisato e con la sua voce e la sua faccia, a busto intero, poteva arringare una piccola folla esprimendo la propria opinione, la più folle, la più critica, la più sacrilega. Nella ‘rete delle reti’ l’avatar solitario si aggira in incognito per siti e blog lasciando opinioni su tutto e seminando ‘mi piace’ su tutte le opinioni. È la globalizzazione del pensiero debole: 2,5 miliardi di utenti di internet (35% della popolazione mondiale) di cui oltre 1,8 miliardi utenti attivi sui social network, al di là della distribuzione geografca, sociale, economica, politica e religiosa. Internet non è la versione moderna e digitale dell’agorà democratica ateniese, al più essa può essere considerata, complice la vastità della piazza e dietro la maschera dell’anonimato, un’opportunità che fornisce al popolo-populista l’illusione di potersi esprimere liberamente e individualmente di ‘dire la sua’.
Quando poi si scopre che tutta l’informazione che scorre su internet, sui telefoni, con le carte di credito è tecnicamente controllabile e viene di fatto controllata si denuncia l’attentato ai diritto dei cittadini. Da una parte la ricerca della sicurezza invocata come giustificazione per l’invadenza dello Stato (per altro non sempre consapevole delle azioni dei propri Servizi), dall’altra la difesa della privacy presa spesso a pretesto per coprire l’ipocrisia dei comportamenti privati. In mezzo l’esortazione generale per la trasparenza nella politica.
Il popolo invoca il rispetto delle regole per ogni cosa, ma quando i controlli costretti ad uscire proprio perché spinti dalla chiamata popolare mietono le prime vittime si alza l’indignazione generale per il cinismo nell’applicazione delle regole tanto invocata. Gli abusi nelle intercettazioni, nella registrazione di dati personali e sensibili, nel loro uso illegale, ed illecito, sono dilagati al punto che ormai si é diffusa l’idea, anche tra coloro che avevano fin qui difeso la libertà incondizionata della rete, che si è resa necessaria una sua regolamentazione, a partire dal divieto dell’anonimato. In tal modo, l’immaturità di una moltitudine capace di esprimersi solo dietro una maschera, come permesso a Carnevale, umori e sentimenti repressi mai educati, si giustifica e si riafferma il ritorno alla censura e alla segretezza. Il problema è ancora una volta culturale: non può esistere trasparenza senza responsabilità.
La crisi economica che ha investito i paesi occidentali in questi ultimi anni ha definitivamente rotto nel nostro immaginario collettivo l’incantesimo del ‘Bel Paese’. Le nuove parole usate per descrivere la crisi e che si accompagnano alla angoscia diffusa sono futuro, baratro, povertà e declino. Gli indicatori dell’arretratezza della nostra situazione generale, paragonandoci ad altri paesi occidentali e rispetto alla stessa cultura e storia cui apparteniamo, sono tutti noti per la loro intensità e per la loro estensione: corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, abbandono scolastico, analfabetismo di ritorno, familiarismo, sessismo, disprezzo per le istituzioni. E tutti questi indicatori convergono su un’unica comune matrice, quella culturale. Sappiamo bene che se sommassimo tutti coloro che appartengono ad almeno una di quelle condizioni supereremmo di gran lunga la metà della popolazione e tuttavia anche a costoro riconosciamo per vocazione democratica il diritto di voto, ovvero la capacità di incidere sulla vita di tutti. Togliere allora il suffragio universale tanto faticosamente conquistato, per altro in tempi recenti, magari giustificati dal dilagante astensionismo elettorale? Certo che no, al contrario, si dovrebbe abbattere in tutta l’Europa l’ultimo vincolo esistente al suffragio universale secondo il principio liberale di “una testa un voto” e riconoscere il diritto di voto ai minorenni.
In ogni caso, se ci inganniamo sulla diagnosi del malato quale cura potremmo mai adottare per superare la malattia? Ed ancora, il malato deve essere consapevole della sua reale malattia? Prima di ogni analisi economica, politica e sociale dovremmo risponder a queste domande. Per quanto tempo ancora il bon ton e il politicamente corretto potranno mascherare l’ipocrisia nazionale del chiagnere e fottere? Quel guardare da quale-pulpito-proviene-la-predica in un mondo percepito come un immenso paese dove così-fan-tutti appare in modo sempre più evidente come il riflesso condizionato che permette agli italiani, tanto indulgenti con se stessi, di tacitare la propria coscienza, idebolendola.
Nella testa delle persone più evolute e sinceramente indignate per lo stato generale del paese alberga l’idea che la diversità, comunque intesa e dovunque riscontrata, sia un valore da proteggere ed alimentare, sempre e in ogni circostanza, a cominciare dal relativismo delle diverse culture umane (le civiltà) per passare alla varietà delle colture ambientali (il patrimonio della foresta amazzonica) e finire quindi con il voto di preferenza (la sovranità popolare). La sicurezza di tale convinzione deriva da una lettura ecologica della natura intesa come un immenso ed armonico equilibrio tra le diversità. Questa visione benevola non rileva però il ruolo della selezione (naturale) per il quale si conservano quelle differenze che risultano favorevoli all’adattamento, mentre le varianti nocive vengono eliminate oppure quelle né utili né nocive rimangono fluttuanti. Il motore della evoluzione (biologica) è dunque la dialettica tra variabilità e uniformità emergenti sullo sfondo di un ambiente in continuo mutamento che pone la necessità di un adattamento. Quando dalla natura si passa alla cultura il discorso si complica notevolmente e non vale la semplificazione riduzionista del darwinismo sociale. Si complica per la relazione esistente tra soggetto ed oggetto, ovvero per il motivo che l’agente che produce la diversità nell’ambiente, la specie umana, è il medesimo che deve poi adattarvisi. E d’altra parte quale razionalità potrebbe far accettare una logica del due pesi-due misure, una legge evolutiva che valga solo per la natura e l’altra solo per la cultura?
Questo popolo-populista di sinistra che dopo gli esiti delle elezioni regionali in Sardegna invece di rallegrarsi per la vittoria di un uomo colto e per bene e preoccuparsi di come la sua realtà e valore rimanga sconosciuta alla metà della popolazione, preferisce la ricerca di un nemico esterno attribuendo ora a Renzi ora a Grillo o a Berlusconi la responsabilità della fuga dal voto. Questo popolo-populista che all’epoca dell’intervento americano in Iraq affermava che la democrazia non potesse essere esportabile, oggi si appresta ad importare il socialismo tramite una lista greca. Non si tratta di una esercitazione della coscienza europeista, ahimè in declino anche in Italia, ma dell’incapacità di produrre autonomamente idee di rinnovamento e di selezionare un leader che ne sia all’altezza.
Lo sciame meteoritico della sinistra italiana si polarizza ancora una volta nell’irrisolta tensione tra la nostalgia adolescenziale per l’opposizione dura e pura e la resistenza all’assunzione della responsabilità di governare. La valanga di critiche e contumelie rivolte a Matteo Renzi non possono essere giustificate e spiegate ricorrendo semplicemente agli argomenti ideologici e politici dei suoi oppositori. Nel suo comportamento vanno ricercati atteggiamenti e dichiarazioni che devono aver profondamente urtato la mentalità diffusa nel popolo della sinistra. Si tratta io penso della sua manifestata ambizione. In un paese la cui etica non è fondata sulla responsabilità individuale e sul merito chiunque osi alzare la testa oltre la soglia della mediocrità, la palude, diventa inesorabilmente bersaglio di coloro che vorrebbero nuovamente affondarlo. Io non sono un fan di Renzi (che non ho neppure votato alle primarie) ma riconosco nel suo ‘stil nuovo’ naïf la prefigurazione del modello di leader di cui la sinistra-populista italiana ha disperatamente bisogno. Credo che Renzi non abbia la statura adeguata, ma di statura si dovrà parlare d’ora in avanti. Quei principi universali, ancorché migliorabili, cui la sinistra fa riferimento hanno bisogno di statisti per essere realizzati, non di burocrati di partito, né tantomeno di politici come il popolo.
I limiti entro cui il popolo esercita la propria sovranità non sono quelli costituzionali, ma quelli culturali: con onestà intellettuale dobbiamo prendere atto che in Italia si è drammaticamente aperta una profonda linea di faglia che separa la Costituzione dalla Cultura. Oggi è lecito domandarsi come sia stato possibile che il più evoluto sistema politico di governo fin ad oggi realizzato dall’umanità, la democrazia, abbia consentito alla canaglia del nostro paese di star meglio della gente per bene. La risposta va ricercata nella mentalità formatasi e sedimentata nei secoli di storia di una penisola incessantemente percorsa da invasori. D’altra parte, i risultati di una recente ricerca antropologica ci mostrano come gli italiani siano il popolo più ricco di diversità genetica in tutta Europa, molto più di quanto lo siano tra loro popolazioni che vivono agli angoli opposti del continente: le nostre differenze genetiche sono dalle sette alle 30 volte maggiori rispetto a quelle registrate tra i portoghesi e gli ungheresi. Oggi possiamo contare 57 popolazioni presenti nel territorio italiano: dai Grecanici del Salento alla comunità germanofona di Sappada nel Veneto settentrionale.

Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa. E così sia di Cesare. (William Shakespeare)
Amici, italiani, cittadini, prestatemi orecchio. Il nobile Letta vi ha detto che Renzi era ambizioso, e Letta è un uomo d’onore. Se il nascente governo di Matteo Renzi dovesse fallire, al suo funerale politico qualcuno potrà rievocare il discorso di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare. Questo per quanto riguarda il futuro. Intanto, al presente altre rievocazioni sono suggerite dalla crisi di governo e del PD: la strage di San Valentino e la Grande Guerra del ’14 -’18. Tradimento della democrazia, colpo di Stato o realpolitik? Relativismo ideologico: dipende da quale parte dell’opposizione si sta.
Le parole d’ordine con cui il nascente governo Renzi si instaurerà sono stabilità e velocità. La stabilità perché il governo si propone di terminare nel 2018 secondo la scadenza naturale del mandato (2013-2018), la velocità perché il decisionismo del suo leader si offre come fideiussione politica per il successo delle riforme economiche ed istituzionali da adottare contro la gravità della situazione in cui si trova il paese che guarda all’Europa affetto dalla sindrome di Crimea.
Quanto al metodo di avvicendamento secondo la staffetta Letta-Renzi senza legittimazione del voto popolare, modalità non nuova che divide non solo gli oppositori di Renzi di sempre ma anche alcuni dei suoi sostenitori sia interni al Pd che esterni appartenenti alla maggioranza parlamentare vigente, il dubbio è come potrà avere successo il nuovo leader, sebbene più coraggioso e deciso di Letta, avendo la stessa maggioranza? La risposta, siamo parlati dalla lingua, è stata già fornita pubblicamente dai suoi collaboratori: la differenza la fa il governo non la maggioranza. Del resto, il ricorso alle elezioni in assenza della riforma elettorale proposta da Renzi risulterebbe assai rischiosa per lui e per tutto il centrosinistra, dal momento che il centrodestra come i sondaggi indicano ripetutamente risulta fortemente competitivo, per non parlare poi della temuta crescita del M5S.
Dunque si tratta di un problema dell’esecutivo, non del Parlamento. Ed questo spostamento dei poteri verso il Presidente del Consiglio, analogamente a quanto sarebbe già avvenuto coi poteri assunti di fatto dal Presidente della Repubblica, il vero punto che più di altri divide la sinistra e preoccupa i democratici puri. Matteo Renzi ha smesso di fare propaganda elettorale per vincere le elezioni, ha scelto di avvicendarsi a Letta, sotto condizione di spostare il termine della legislatura al 2018, per utilizzare il periodo esercitando un nuovo stile di potere ed accreditarsi in tal modo come leader politico in Italia, in Europa e nel Mondo: did this in Ceasar seem ambitious? Questo movimento che vuole competere con il populismo del M5S preoccupa alcuni ideologi, ma affascina tutti gli uomini del fare. Si è configurata nei fatti una Terza Repubblica che presto avrà bisogno di una legittimazione istituzionale.
Vendola prefigura la fusione tra Sel e Pd, Rizzo rifonda un nuovo Partito Comunista, Cuperlo e Fassina si dimettono dalle loro cariche. Lo sciame meteoritico della sinistra italiana si polarizza ancora una volta nell’irrisolta tensione tra la nostalgia adolescenziale per l’opposizione dura e pura e la resistenza all’assunzione della responsabilità di governare.Secondo un adagio orientale contro chi rema con la pagaia non servono coccodrilli più intelligenti: è bastato Matteo Renzi con il suo piglio decisionista un po’ naïf a scatenare il panico nella sinistra italiana. Dichiarazioni stizzite tipo “il partito non è una caserma”, “rifiutiamo il pensiero unico”, “Renzi è arrogante” suonano in realtà ipocrite a chi ricorda la formazione politica di chi le ha pronunciate. Emerge la confusione originaria “comunista” tra potere e democrazia che ha partorito l’ossimoro ideologico del “centralismo democratico”. Nella burocrazia di partito articolata tra una pletorica direzione e una segreteria pretoriana la maggioranza non può governare se non piace alla minoranza.
Quanto alle preferenze, se un serio partito di sinistra motivato a cambiare radicalmente la società in una più giusta ed egualitaria ammettesse con onestà intellettuale la condizione di arretratezza culturale in cui versa il popolo italiano (la questione morale) avrebbe un senso riconoscere il ruolo delle avanguardie politiche da selezionare per metterle alla guida di un partito e il ruolo di un governo che avesse per finalità la crescita culturale di quel popolo, da cui deriverebbe ogni altra crescita. Contano ben poco il territorio, compromesso dalla diffusa illegalità, e la rete, speakers’ corner virtuale dove si esprimono i malcontenti più viscerali. I governanti di un paese devono essere migliori dei governati e la loro selezione deve avvenire sulla base del merito, che è sintesi di capacità, impegno, opere, qualità e valore.
Il ‘berlusconismo’ dell’ultimo ventennio preesisteva alla scesa in politica di Berlusconi. Questi, piccolo uomo di marketing e pubblicità, altro non ha fatto che usare il sottosviluppo popolare per alimentare i propri fini ed interessi. È sua l’affermazione secondo la quale l’età mentale media del popolo è quella di un quattordicenne. Per questo il dialogo di Renzi con Berlusconi va inteso, a torto o a ragione, come dialogo politico con il blocco berlusconista del popolo.
L’affermazione che la democrazia si realizza dando potere alla volontà popolare mediante governanti che sono come il popolo è sbagliata e pericolosa perché dimentica che il popolo manifesta sì legittimi bisogni ma contingenti, mentre la politica è la visione dell’interesse lontano. In questo senso un leader non comanda ma dirige. In questo senso la democrazia è il governo dei migliori.
Quali sono le logiche di potere? Per comprenderle occorre superare i limiti delle banali analisi fondate sull’interesse economico e sulla strategia del complotto. Tali elementi sono sì reali e forti, anche perché non trasparenti, tuttavia la realtà è ben più complessa perché è stratificata. Esistono altre dimensioni che riguardano la responsabilità di coloro che nella solitudine del potere devono prendere decisioni che riguardano tutti. Nel settembre dello scorso anno è stata lanciata in molte città degli Stati Uniti ReThink911.org una campagna d’informazione volta a sottoscrivere una petizione internazionale indirizzata alle autorità americane affinché venga fatta luce con nuove indagini sui crolli delle Torri Gemelle e il WTCB7, avvenuti in seguito all’attentato terroristico del 11 settembre 2001 a New York. Le dinamiche di tali crolli, così come sono state spiegate a suo tempo dalle Autorità, verrebbero infatti messe in dubbio dalle ricerche condotte da numerosi tecnici qualificati. Rimando il lettore alla lettura dell’ampia e dettagliata documentazione disponibile sulla rete composta da dati, analisi, foto e video, mentre qui di seguito voglio mettere in evidenza una riflessione che ne consegue e che esula dalle finalità della petizione, ammettendo per ipotesi quelle deduzioni come vere.
Quel martedì 11 settembre del 2001 le immagini del crollo delle Twin Towers sconvolsero il mondo ed alcuni di coloro che assistettero alla diretta televisiva (io tra quelli) le associarono subito a Pearl Harbor, sovrapponendo nella confusione dettata dallo sgomento le immagini dell’attacco giapponese al porto americano che diede inizio alla guerra a quelle delle azioni disperate dei kamikaze alla sua fine. Ancora oggi a rivedere quelle immagini si prova una certa inquetitudine che dimostra quanto quella profonda ferita delle nostre coscienze, almeno quelle occidentali, non sia stata ancora sanata. E in questa convalescenza viene insinuato il dubbio che i crolli di quegli edifici (l’attenzione in particolare viene posta sulla terza torre WTCB7) sarebbero stati provocati non dagli incendi seguiti all’urto degli aerei dei terroristi, ma da esplosioni come quelle usate per la demolizione controllata degli edifici. La ferita si riapre. Curiamoci con la ragione.
Assumiamo per vera l’ipotesi della demolizione controllata e domandiamoci cosa sarebbe accaduto se al contrario le torri fossero state lasciate bruciare. Dopo ore e giorni di agonie e angosce per l’impossibilità di soccorrere le vittime eventualmente sopravvissute sarebbero rimaste in piedi due enormi tizzoni dalle estremità annerite e fumanti, che avrebbero comunque richiesto speciali interventi con esplosivi per la loro demolizione controllata, con in più l’onere di dover agire nella massima sicurezza possibile dell’area, cosa che avrebbe per altro richiesto molto tempo e una costosa organizzazione. Tutto questo mentre il mondo avrebbe avuto sotto gli occhi e per molto tempo ancora un simbolo di libero mercato, pace e prosperità tramutato in simbolo della umiliazione subita. È come se qualcuno avesse ritenuto che fosse meglio praticare un vuoto, un Ground Zero, piuttosto che mantenere un insostenibile totem della sconfitta.
Quale morale possiamo trarre da questa tragica ipotesi? Possiamo ritenerci soddisfatti dalla concezione di un potere ‘cinico e corrotto’, il cui unico scopo sia quello di mantenersi, che opera sempre ed esclusivamente per conseguire interessi economici speculativi legati al petrolio, all’edilizia (le Twin Towers erano ormai vecchie e sembra che avrebbero richiesto imponenti interventi di manutenzione in relazione all’amianto) e che mette in atto strategie politiche internazionali di potenze dominanti? Per cambiare la realtà occorre conoscerla anche nelle sue parti meno ‘politicamente corrette’ ed uscire dal piano del puro ragionamento utilitaristico.
Possono essere qui d’aiuto le parole di Guido Calabresi e Philip Bobbitt, autori del libro Le scelte tragiche (1977), i quali affermano nell’introduzione: “Non possiamo comprendere le ragioni per le quali il mondo soffre, ma possiamo invece capire il modo in cui il mondo stabilisce che le sofferenze ricadano su alcune persone piuttosto che su altre. Mentre il mondo permette che siano scelti coloro che sono destinati a soffrire, qualche cosa al di là della loro agonia si guadagna, qualcosa che va al di là del puro soddisfacimento delle necessità e dei desideri del mondo stesso. È nel fare le scelte che le società stabili conservano o distruggono quei valori che proprio la sofferenza e la necessità mettono in evidenza. Le diverse società emergono attraverso i valori sacrificati, non meno che attraverso quelli conservati a prezzo altissimo; é così che possono essere comprese le caratteristiche di una società.”
Alla fin fine, tuttavia, di fronte alla rapidità della supposta ‘scelta tragica’ rimane un dubbio: quando sarebbero state deposte le cariche di esplosivo? E ancor più in generale mi chiedo se la progettazione di un grattacielo contempli anche la sua demolizione.
Non ho voluto partecipare a questa edizione delle Primarie del PD per la sostanziale inconsistenza dei quattro competitori, tuttavia sono favorevole al successo di Renzi (non con il mio voto) perché la mostrata capacità di essersi costituito come attrattore rispetto al popolo-populista di sinistra e di centro lo pone nelle condizioni, qui in Italia ed ora, di sparigliare la partita politica e far uscire il PD dalla impotenza della palude ideologica.
Dunque, Matteo Renzi ha asfaltato i suoi rivali ed ora si appresta ad asfaltare anche il PD: vince dentro il PD con l’astensione di oltre un terzo degli iscritti (sic!), indicatore della resistenza al cambiamento di una classe dirigente morta, e vince fuori dal PD con una inaspettata partecipazione al voto, indicatore della diffusa volontà di rinnovamento nella politica. Renzi cambierà sicuramente il Partito Democratico, quanto all’Italia è cosa assai più complessa e si vedrà. Un’affermazione personale che richiama alla mente mutatis mutandi quella di Enrico Berlinguer. Intanto, a poche ore dai risultati l’annuncio della costituzione della nuova segreteria composta da 7 donne e 5 uomini di età media 35 anni.
Come l’hanno presa gli sconfitti? Le dichiarazioni e le facce di Cuperlo e Civati durante lo spoglio delle schede ce lo hanno indicato. Più illuminante a mio parere risulta invece la dichiarazione di Enrico Letta: “Fino a ieri era in campagna elettorale, da domani anche Matteo dovrà sporcarsi le mani con le istituzioni”. Dopo un parlamentare che giudicò una ‘porcata’ la legge elettorale da lui stesso presentata e da molti appena votata, ecco un Presidente del Consiglio che ci ricorda che le istituzioni sporcano le mani (dopo ‘mani pulite’ ça va sans dire). Non è un lapsus, è che siamo parlati dalla lingua e che il livello di regressione culturale cui siamo giunti è tale che la verità può essere mostrata alla luce del sole senza che nessuno, abbagliato dalla luce, la sappia cogliere.
In attesa di passare dalle primarie all’università io mi consolo con le parole di Hegel: la frivolezza e la noia che invadono ciò che rimane ancora, il presentimento vago di qualcosa di sconosciuto, sono i segni premonitori di qualcosa d’altro che è in cammino.
In forza di una analogia derivata dalla fisica termodinamica si era ritenuto che l’informazione fosse potere e qualcuno si era illuso che la sua libera circolazione sul web avrebbe portato a compimento la democrazia. Il principio di libero web in libero Stato è giusto e condivisibile, tuttavia il datagate, ma soprattutto la tecnologia che lo consente, ci mostra che il vero potere sta piuttosto nel controllo dell’informazione. Ad Alice che nel Paese delle meraviglie si poneva il problema sui differenti significati di una parola, Humty Dumpty risponde che l’importante è chi di quella parola è il padrone.
Mentre Governi nazionali e Multinazionali tentano da anni, attraverso normative, regolamenti e codici etici sulla libertà di espressione, di disciplinare la rete con la scusa del copy right e della privacy, scopriamo che in realtà non ne hanno bisogno. Al contrario, il web può essere quanto più libero possibile perché il vero controllo si è spostato al di sopra del processo di comunicazione e al di fuori di ogni sovranità, esercitandosi direttamente sui comportamenti dei singoli soggetti. Inoltre, l’impiego delle norme inducono sia i controllori che i trasgressori ad escogitare mezzi sempre più sofisticati per eluderle e la partita risulta non facilmente sostenibile quando rivelazioni generano scandali, mentre se si potesse agire da remoto e di nascosto su chi crede di agire nella convinzione di essere libero, si otterrebbe il risultato voluto con la massima efficacia. Sosteneva Goethe che “nessuno è più irrimediabilmente schiavo di coloro che credono falsamente di essere liberi”.
Ai Sumeri di 4000 anni fa viene fatto risalire il primo sistema informativo per controllare la città-stato. Oggi, la novità e la realtà del datagate, lo spionaggio elettronico esteso a tutte le comunicazioni, lo spionaggio civile, risiede nella potenzialità delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (acronimo inglese ICT), che hanno stravolto la tradizionale definizione della comunicazione concepita come “passaggio di una informazione da un emittente ad un ricettore”. Alla base della circolazione planetaria dell’informazione sul web ci sono nell’acqua l’interconnesione mediante cavi sottomarini in fibra ottica e nell’aria le reti satellitari. Su queste infrastrutture girano programmi come Prism (programma di sorveglianza elettronica della NSA), Tempora (versione inglese di Prism) e operano sistemi come l’UFO (UHF Follow-on) di prossima sostituzione con il MUOS (Mobile User Objective System) e l’AGS (Alliance Ground Surveillance).
La pervasività di questi sistemi di sorveglianza nella comunicazione globale rischia di stimolare tra i puristi della privacy, divenuti nel frattempo un po’ paranoici, la diffusione di gerghi linguistici per sottrarsi dai software che selezionano parole chiave ritenute dai controllori interessanti. Nuovi codici linguistici in alternativa ai codici etici? Il rischio di essere intercettati induce già in molti la preoccupazione di come parlare al telefono (ci vediamo di persona, non usare questa linea, …) come se vi fosse una zona franca di libertà di espressione, un luogo in cui “qui non c’è campo”. In verità nella globalizzazione non c’ è scampo: la comunicazione sarà sempre più libera e la privacy verrà sostituita dalla trasparenza, per molti già divenuta un valore democratico irrinunciabile. Il dilemma, tuttavia, rimane quello indicato da Emanuele Severino, per il quale “quando l’agire è subordinato al fare in quale modo si può impedire alla tecnica che può fare di non fare ciò che può”?
In attesa dei computer quantistici, di cui già appaiono le prime versioni, che risolveranno gli attuali problemi posti dalla analisi di enormi quantità di dati (big data) per trovare schemi e tendenze nascoste, deve diffondersi e crescere la consapevolezza che noi tutti siamo coinvolti nella globalizzazione della comunicazione e proprio per questo motivo occorrerà sviluppare non nuove tecniche (intelligenza artificiale) ma una nuova mentalità (la cultura) capace di spostare dentro ognuno di noi il valore etico della comunicazione.
Da ultimo un’altra osservazione sull’anormalità del nostro Paese, dove ancora una volta possiamo rilevare la miseria della sua politica e dei suoi governanti, constatando come alla posizione strategica della Sicilia non corrisponda un adeguato ruolo strategico dell’Italia. L’Italia non è ancora guarita dalla sindrome di Crimea.
L’Italia, frontiera mediterranea del continente europeo, rappresenta per i profughi in fuga da guerre e regimi oppressivi un molo d’approdo per raggiungere paesi più civili di quelli che hanno deciso di abbandonare. La nuova migrazione oltre al benessere economico insegue la civiltà. Italia come terra di mezzo, e’ questa la nuova realtà che le recenti tragedie dei migranti ci mostrano.Come nel secolo scorso quando gli italiani si spostavano nei porti francesi in attesa d’imbarcarsi per gli Stati Uniti d’America, dopo che questi avevano chiuso l’accesso dai porti italiani, così oggi i nuovi profughi pagano per affollare barche insicure con il rischio di morire annegati, o per bivaccare in stazioni ferroviarie, in attesa di poter raggiungere i paesi del nord Europa, dove potranno essere riconosciuti ed accolti.
Questo flusso si sovrappone, e risulta in fase, a quello delle migliaia di giovani in cerca di lavoro che si origina nei paesi del sud Europa verso i paesi del nord Europa. Non è più e soltanto” fuga di cervelli”, ma vera e propria emigrazione in cerca di lavoro e di nuovi insediamenti per costruire un futuro migliore di quello precluso in patria. Assistiamo all’inizio di un movimento migratorio che produrrà non uno scontro di civiltà ma un effetto di sostituzione di parte delle popolazioni mediante innesti di giovani uomini e donne che migrano verso paesi più civili.
Lo sa bene la Germania, gigante economico europeo socialmente e civilmente tra i più evoluti, ma minato dall’invecchiamento della popolazione, la cui avveduta politica iniziata con il modello economico-sociale applicato per l’unificazione del paese dopo la caduta del muro, favorisce tale ineluttabile processo. Nella vitalità di queste nuove cittadinanze sta la grande bellezza di Berlino.
Non lo sa ancora l’Italia, paese con la popolazione più vecchia in Europa dopo la Germania, con il più basso tasso di natalità, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile (oltre il 40%), con oltre 2 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano, con 80 mila giovani trasferiti all’estero solo nel 2012 (Germania, Gran Bretagna, USA e America Latina), dove oramai 8 giovani su 10 pensano che per fare carriera bisogna andare all’estero.
I nuovi flussi migratori possono costituire una opportunità per realizzare gli Stati Uniti d’Europa. Tutta la politica economica e sociale dell’Europa (per ora quella dei singoli Paesi Europei) dovrà concentrarsi su questi fenomeni perché gli effetti delle guerre e dei regimi politici oppressivi si sommano a quelli del riscaldamento del pianeta e dell’andamento demografico e incideranno sempre più nei prossimi decenni sui flussi migratori. La migrazione è destinata a polarizzarsi dalle fasce centrali del pianeta verso latitudini più polari. Era già successo 60000 anni fa con la migrazione dei primi uomini dall’Africa, inseguendo i pascoli nelle aree emerse dal disgelo.
Papa Francesco è il primo pontefice appartenente all’ordine religioso dei Gesuiti ed il primo ad essersi denominato Francesco. Egli ci appare come un ossimoro nella storia della Chiesa cattolica apostolica romana,se non fosse per il costante richiamo della sua predicazione ecumenica alla povertà.
La recente corrispondenza con Eugenio Scalfari pubblicata con grande evidenza sul quotidiano La Repubblica sul tema del rapporto tra Fede e Ragione, ovvero sul dialogo tra credenti e non credenti, ha benevolmente sorpreso tutto il mondo e costituisce un ulteriore conferma del nuovo stile comunicativo del Pontefice che appare a molti come il nuovo e tanto atteso corso della Chiesa Cattolica. Affermazioni come “la verità è una relazione”, “il peccato anche per chi non ha la fede c’è quando si va contro la coscienza”, “il popolo ebreo è tuttora per noi la radice santa da cui è germinato Gesù”,“La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”, “Dio sarà tutto in tutti” hanno colpito in profondità l’immaginario di tutti gli uomini di buona volontà. Tra le analisi impegnate a rilevare l’apparente originalità di questo evento vi è quella di Enzo Bianchi (La Repubblica del 16/9) il quale rivela che Papa Francesco “è un Papa non italiano e non europeo che si rivolge a un intellettuale italiano” e più oltre che “Un vescovo di Roma, che ha la potestà e l’autorevolezza sull’intero orbe cattolico, dialoga direttamente con il fondatore ed editorialista di un quotidiano laico che ha sede a Roma”. Tutto questo inquadrato nel dialogo interreligioso e culturale che da tempo costituisce sfida e opportunità quotidiana per molti confratelli del Papa, i gesuiti.
Tre secoli separano la fondazione della Compagnia di Gesù (Ordine di chierici regolari) del 1534 da quella dell’Ordine francescano (Ordine dei Frati Minori) del 1209 e non v’è nulla di originale né nuovo nell’operato di Papa Francesco se solo si ricordano i ministeri ai quali dovevano attendere i gesuiti: la cura delle anime (non solo il catechismo, ma anche la consolazione spirituale dei credenti, con l’ascoltarne le confessioni e con l’amministrazione degli altri sacramenti), le opere di carità (rivolte agli ammalati, ai carcerati, alle prostitute, agli ebrei e mussulmani ai convertiti al cristianesimo) l’attività educativa (istituzione di collegi aperti a tutte le classi sociali, ma particolarmente specializzati nell’educazione dei giovani di nascita aristocratica e alto borghese al fine di formare la classe dirigente).
Impegnati ad arrestare il dilagare del protestantesimo nell’Europa centrale e ad evangelizzare i nuovi mondi da poco scoperti ed in via di colonizzazione, in osservanza del voto di totale obbedienza al papa, fin dagli esordi intrapresero un’intensa attività missionaria nei paesi da poco scoperti quali l’India, il Giappone, la Cina, l’Africa, il Brasile, il Paraguay e il Canada. Ed oggi la preoccupazione della Chiesa cattolica non è mutata, di fronte alla temuta espansione delle chiese evangeliche in America Latina, in forte ascesa economica e sociale, che in questi ultimi anni hanno eroso la presenza cattolica nel continente fino a strapparne il primato in molti paesi come il Brasile, El Salvador, Guatemala. Già il Cardinale Joseph Ratzinger ebbe a dire nel 2004 che “…Forse si deve qui osservare anche che gli Stati Uniti promuovono ampiamente la protestantizzazione dell’America Latina e quindi il dissolvimento della Chiesa cattolica ad opera di forme di chiese libere, per la convinzione che la Chiesa cattolica non potrebbe garantire un sistema politico ed economico stabile, in quanto dunque fallirebbe come educatrice delle nazioni, mentre ci si aspetta che il modello delle chiese libere renderà possibile un consenso morale e una formazione democratica della volontà pubblica, simili a quelli caratteristici degli Stati Uniti”. Divenuto Papa Benedetto XVI compì in Brasile la visita nel 2007.
Quanto ai temi teologici affrontati nel dialogo, temo si ricada nella falsa contrapposizione ideologica tra Fede e Ragione, tra assoluto e relativo, quando il problema è filosofico e risiede piuttosto nella conoscenza e nella coscienza. Giusto e condivisibile il passaggio di Papa Francesco, a mio parere il più “illuminante” ed anche il più compromettente per un religioso, secondo cui “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario la verità lo fa umile sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”. E’ questo un passaggio notevole perché concepisce la verità come immanente e non più trascendente.
A pochi giorni dalla nomina a Pontefice di Jorge Mario Bergoglio, e da quelle del Presidente della Camera e del Senato della Repubblica, sul mio post Captatio benevolentiae scrivevo “Papa Francesco benedice tutti, anche i non credenti, e invoca la misericordia, il Presidente della Camera vuole rappresentare i diritti degli ultimi, il Presidente del Senato invoca la concordia e la pace sociale. Il sentire comune dei religiosi e dei laici, in assenza della ragione, si coagula così su messaggi ecumenici rassicuranti che placano l’angoscia causata dall’incertezza e dall’insicurezza del mondo, là fuori: il bisogno di religere attorno al sacro si sostituisce a quello della politeia”.
Alla fin fine sia benvenuta ogni apertura alla verità, alla fratellanza e al dialogo purché ciò avvenga nella tolleranza della diversità. La sapienza deve guidare il cammino dell’uomo, non la fede, nella consapevolezza che la verità esiste e che non è rivelata. Viene in mente Eraclito, per il quale “per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio”.
Quando si dice che la quantità diventa qualità: l’astensione al voto arrivata al 50% fa ormai più paura dell’affermazione elettorale della formazione politica avversaria, per altro ormai assimilabile in governi di larghe intese. Gli esiti delle ultime tornate elettorali politiche e amministrative hanno imposto all’attenzione dei politologi ed opinionisti la ricerca delle spiegazioni del fenomeno ‘astensionismo’, quando piuttosto dovremmo spiegarci il perché in passato avvenisse il contrario.
Quando i tassi di partecipazione al voto erano elevati (89% al referendum per scegliere fra monarchia e repubblica nel 1946, oltre il 90% negli anni ’70) venivano interpretati come indicatore dell’elevata partecipazione alla politica degli italiani. I dati sull’affluenza alle urne ci ponevano ai primi posti nel mondo occidentale e democratico e inorgoglivano i politici dell’epoca, i quali consideravano la scarsa partecipazione al voto per esempio negli Stati Uniti d’America o in Gran Bretagna come una macchia per quelle democrazie che si consideravano più avanzate e mature. Il fenomeno è stato facilmente spiegato con l’uscita del paese dalla dittatura fascista e con la contrapposizione ideologica domestica tra democristiani e comunisti nel quadro mondiale della divisione est-ovest. Gli stessi tassi oggi drasticamente dimezzati segnalerebbero agli studiosi, già preoccupati per altre ragioni dello stato della democrazia in Italia, che in fondo non si tratterebbe di una pericolosa disaffezione nei confronti della politica, dei partiti e dei governi e che anzi il fenomeno va considerato come indicatore dell’affermarsi di una nuova specie di cittadino: “l’astensionista razionale, analitico, sofisticato: il cittadino critico che considera il non voto come un’opzione politica”, come analizza Elisabetta Gualmini (La Repubblica del 13/6/2013). In un altro intervento sullo stesso quotidiano Roberto D’Alimonte osserva d’altro canto che “un alto livello di partecipazione non è necessariamente sinonimo di buona democrazia”. D’altra parte, Barbara Spinelli in un acuto articolo dal titolo ‘ La paura del popolo’ (La Repubblica del 12/6/2013) aveva rilevato il riemergere dei dubbi sul suffragio universale in relazione al diffuso orrore del populismo, ricordano le origini del fenomeno tipicamente aristocratico risalenti all’epoca della Grecia classica e così bene espresse da Aristotele quando dichiarava di temere una degenerazione della democrazia se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Dobbiamo risalire dunque a 25 secoli fa per riscoprire il punto cruciale da chiarire prima di discutere di democrazia e di popolo.
Quello che forse sfugge alla sensibilità degli opinionisti contemporanei è che i Greci prima della democrazia e dopo i miti inventarono la filosofia, ponendola a fondamento dell’intera esistenza umana e pertanto non potevano ammettere che la vita della polis, oggi diremmo di uno Stato, potesse dipendere dalla ‘volontà popolare’ piuttosto che dalla sapienza. Bisognerà attendere fino agli illuministi per comprendere come la precondizione per il riconoscimento del diritto al potere del popolo fosse il livello della sua cultura. La conoscenza per tutti e il diritto all’istruzione (il vero e profondo spirito dell’Encyclopédie) sono le premesse che daranno realtà e valore al suffragio universale. Con l’illuminismo il popolo può finalmente evolversi dalla condizione di massa in un insieme di cittadini che cooperano e si riconoscono mediatamente il diritto (lo Stato come entità terza). E se il popolo fa paura è solo quando si ribella, consapevole dei propri diritti, non quando è passivo, acquiescente o assente.
Una conclusione che si può dunque trarre dalla fluttuazione della partecipazione al voto è che non esiste una correlazione tra il livello di democrazia di un paese e la partecipazione elettorale dei suoi cittadini, ma che esiste piuttosto una relazione tra entrambi i due fattori (democrazia e partecipazione) e il livello culturale di un popolo, ovvero la sua civiltà acquisita, il cui accrescimento è il fine ultimo della politica. Una nuova scuola di pensiero si sta dunque affermando nel nostro paese, che vede nella dinamica dell’astensionismo e nella fluttuazione della scelta elettorale una nuova e più evoluta forma di esercizio della sovranità popolare, ma si tratta del trionfo dell’ideologia economicistica del mercato, del marketing, della logica della mercificazione che vince anche in politica sui principi.
Nella trasmissione “Z” condotta da Gad Lerner su La7tv del 31/05/2013 erano ospiti Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky con Giuliano Pisapia per discutere sulla Costituzione e la sua riforma. L’occasione mi ha fatto ricordare che Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky sono illustri giuristi i cui nomi, insieme a quello di Valerio Onida, sono stati proposti da parti diverse e con accenti diversi come candidati per la recente elezione alla carica di Presidente della Repubblica. Sappiamo della esclusione politica di Rodotà e della rinuncia personale di Onida, ma di Zagrebelsky? Le recenti apparizioni di Gustavo Zagrebelsky in televisione e le sue sempre più frequenti manifestazioni pubbliche, come quella di Bologna per la festa della Repubblica del 2 Giugno in quanto autore del manifesto “Non è cosa vostra” lanciato dall’Associazione Libertà e Giustizia di cui egli è Presidente onorario, fanno pensare (e sperare) che egli possa essere il candidato prescelto per la prossima occasione. Sono personalmente convinto che il Paese e le sue Istituzioni abbiano bisogno della cultura e dell’equilibrio di Gustavo Zagrebelsky, così come credo che egli si meriti per le sue capacità e merito di diventare il Presidente della Repubblica di un Paese in questa sua fase critica della sua rinascita.
Come socio di Libertà e Giustizia e come allievo tra i primi della sua scuola di formazione politica ho avuto diverse occasioni di ascolto ed incontro con Zagrebelsky, potendo così constatare le sue capacità intellettuali d’analisi e soprattutto la sensibilità etica, in una parola la sua cultura. Nel suo intervento alla trasmissione di Lerner Zagrebelsky ha insistito sul concetto di oligarchia da lui individuata come la minaccia più seria alla democrazia italiana, stante il blocco politico cui è giunto il sistema parlamentare, che ha generato da un lato un governo ‘contro natura’ delle larghe intese, dall’altro l’irrituale e perciò pericoloso precedente della riconferma di Giorgio Napolitano al secondo mandato di Presidente della Repubblica. In riferimento poi a quest’ultimo rilievo, collegato alle valutazioni espresse la scorsa estate sulla questione delle intercettazioni telefoniche al Quirinale, Zagrebelsky ha ribadito dopo aver rinnovato la sua personale stima per la persona di Napolitano che egli di fronte alle istituzioni non intende derogare dal ‘dovere della verità’. Per me è sufficiente una dichiarazione del genere per stimare una persona e coerentemente qui mi rivolgo a Gustavo Zagrebelsky con una critica alla sua posizione contraria all’idea di una qualsivoglia forma di presidenzialismo in Italia. Nothing personal, direbbero gli americani.
Sappiamo che la destra berlusconiana ha da tempo sostenuto la necessità dell’elezione diretta del Capo dello Stato e del potenziamento dei poteri del Presidente del Consiglio. Sappiamo altresì che tali cambiamenti sono da loro trattati come riforme ad personam, pensate al solo scopo di creare la via di fuga per il suo leader (che nel frattempo punta a diventare Senatore a vita) e a creare uno status per la Presidenza del Consiglio a lui congeniale. Ora, l’argomento a sostegno del ‘presidenzialismo’ (ma sarebbe meglio parlare di semi-presidenzialismo) secondo il quale la realtà dell’eccesso di potere esercitato da Napolitano avrebbe già mostrato la realtà e il valore di una riforma costituzionale in tal senso, è stato da Zagrebelsky confutato distinguendo l’eccezzionalità di una situazione caratterizzata da un blocco politico del sistema parlamentare, che giustificherebbe l’intervento autoritario della Presidenza dello Stato in quanto finalizzato al ristabilimento del regime parlamentare corretto, azione che è dentro la Costituzione, dal cambiamento strutturale della forma dello Stato, azione quest’ultima che si configura invece come fuori dalla Costituzione.
A mio parere in questo distinguo, sebbene motivato dal giusto timore di uno stravolgimento dei principi fondativi della nostra Repubblica, viene meno il rigore logico dell’analisi, mostrando la circolarità di una tautologia e la fallacia della petizione di principio: ciò che non é nella Costituzione non é nel mondo. Se assumiamo la Costituzione essere un sistema formalizzato e privo di contraddizioni, allora valgono anche per lei le conseguenze logiche: se un sistema formale è logicamente coerente, la sua non contraddittorietà non può essere dimostrata stando all’interno del sistema logico stesso (teoremi di Gödel). Al rigore della logica si può inoltre aggiungere la forza etica dell’argomento di natura filosofica, che Zagrebelsky riconoscerebbe facilmente di origine classica e che qui viene adattato al caso in esame, secondo il quale dovremmo osservare che la Costituzione è fatta per gli uomini e non gli uomini per la Costituzione. Anche ammettendo che ‘la Costituzione italiana è la più bella del mondo’ possiamo altresì immaginare la possibilità che ne possa esistere una versione migliore, più adeguata alla realtà mutata del Paese. Non si ritiene forse e giustamente che la politica senza cambiamento non è politica?
Vediamo ora qual è la realtà politica mutata nel Paese e come si è espressa la domanda di cambiamento. Gli esiti delle ultime elezioni politiche hanno mostrato un quadro dell’Italia così caratterizzato: i) un bi-populismo, il nuovo M5S a fianco del preesistente berlusconismo, ha sostituito il bipolarismo; ii) ben oltre un quarto degli elettori non ha esercitato scelte (assenteismo per altro aumentato fino al 50% nelle recenti elezioni amministrative regionali e comunali); iii) la sinistra italiana rischia l’estinzione. Tali risultati ci portano ad affrontare la questione fondamentale di ogni democrazia ovvero se, rispetto ad essa il popolo debba essere considerato come variabile dipendente o indipendente? Ed anche se i voti contano o pesano? Dobbiamo ritenere che il sistema democratico sia uno strumento neutrale che un popolo sceglie, tra altri strumenti possibili, ed usa per governarsi (popolo come variabile indipendente)? O, piuttosto, il popolo in quanto esso stesso prodotto da quella democrazia fa parte integrante del livello di maturità e culturale di questa (popolo come variabile dipendente)? Il rapporto fra soggetto e oggetto è sempre stato cruciale nella filosofia dall’antichità classica fino ad arrivare alla epistemologia moderna ed oggi possiamo disporre di strumenti concettuali sufficienti per affrontare il problema applicato anche all’ambito della politica.
Do per scontato che i politici e i giuristi illuminati della sinistra e del mondo liberale che si riconosce negli schieramenti del centro abbiano fatto propria la definizione di Rudolf von Jhering “la vera politica é la visione dell’interesse lontano” e dunque mi chiedo come costoro possano accettare che la prospettiva di cambiamento della Costituzione sia stata non solo dettata dalla destra (grave carenza strategica già mostrata in passato a proposito di temi come l’immigrazione e la sicurezza) ma anche dalla destra gestita mediante il ricatto della rottura di una malsana alleanza di governo.
L’editoriale di Ezio Mauro su La Repubblica di oggi esprime bene il vero timore di una riforma semipresidenzialista: il problema non sarebbe la riforma in sé ma la “vocazione e la qualificazione costituente di questi partiti che lascia molti dubbi. Si mette mano alla Costituzione senza un disegno generale e un sentimento dello Stato condivisi (…)”. Il problema dunque è la posizione assunta dalla sinistra a difesa dei principi e dei valori della democrazia, limitando i rischi involutivi che ogni cambiamento comporta; quella sinistra che tanto incise nella formulazione stessa della Costituzione del 1948 e che in Italia porta la responsabilità storica di promuovere la cultura democratica, nella carenza congenita di una solida formazione del pensiero liberale nel nostro Paese.
A proposito di “disegno generale e sentimento dello Stato condivisi”, per il futuro del Paese non si tratta di cambiare le procedure, ma di introdurre mutazioni evolutive per una crescita in civiltà. Di fronte alla realtà mutata del paese, non solo quella elettorale, ma anche demografica, economica e sociale, le direttrici di un sano cambiamento dovrebbero essere così articolate: maggiore potere ai governanti e conseguente maggiore loro responsabilità verso i cittadini elettori, controllo dei poteri attraverso un Parlamento più efficiente e più efficace, allargamento della base elettorale con il riconoscimento del diritto di voto ai minorenni e la semplificazione del diritto di cittadinanza per gli stranieri.
Pur invocando la saggezza di Orazio quando ci esorta a considerare che “v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”, va pure preso atto della situazione critica in cui si sta dirigendo la nostra democrazia (forse non solo la nostra) ed accettare l’idea che nelle situazioni di emergenza, un tempo questa emergenza espresse la Resistenza, dobbiamo difendere e preservare la democrazia, non praticarla.