L’estate del nostro scontento

https://youtu.be/yGObGyV_9Q8

https://youtu.be/yGObGyV_9Q8

Quando iniziò il consumismo si diceva con ingenuità che la pubblicità fosse l’anima del commercio. Oggi nel capitalismo globalizzato e totalitario, potremmo aggiornare quello slogan
affermando che la pubblicità rivela l’inconscio del capitalismo. E come avviene per l’inconscio che a volte rivela una verità attraverso i lapsus, così la pubblicità nella frenesia del marketing ci mostra il cinismo che sottende al sistema economico dal quale essa proviene.

Il video di una pubblicità di maglieria, diffusa in questi giorni anche con fotografie su riviste e quotidiani, è ambientato in un paesaggio nordico limpido e leggermente ventoso. Vi si vedono pezzi di ghiaccio staccarsi da un ghiacciaio, sotto un cielo azzurro abitato da nuvole bianche come il ghiaccio, che scivolano sull’acqua corrente come di un ruscello, sullo sfondo montagne rocciose. In primo piano alcuni eleganti capi in lana appoggiati su nudi sassi. Sappiamo che la pubblicità deve vendere, ma non ci accorgiamo che essa lo fa con un paradosso dal momento che vende ciò di cui non parla e parla di ciò che non vende. E in questo caso di cosa parla per vendere maglioni?

Il video evoca il clima primaverile del disgelo che annuncia dopo il freddo e il buio dell’inverno il ritorno della luce e del tepore dell’estate. Tuttavia, l’immagine del distacco di quei pezzi di ghiaccio suscita nella nostra coscienza l’effetto della dissolvenza incrociata con l’immagine dello scioglimento dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale, i cui effetti catastrofici sono perturbanti e devono dunque essere allontanati inducendo il rassicurante effetto dell’eterno ritorno alla ciclicità delle stagioni. Una forma di comunicazione che si fonda sul principio del terrore: pensarci sempre, non parlarne mai. Si utilizza una paura, inconscia, per generare un bisogno ed offrire in compensazione una merce simbolica, evocando e allo stesso tempo allontanando dalla nostra coscienza la tragedia del cambiamento climatico che incombe sul pianeta. Il messaggio subliminale diventa: con il riscaldamento terreste andremo incontro ad una eterna primavera in cui non occorrerà più coprirsi con giacconi imbottiti ma potrà bastare un semplice maglione, purché di qualità.

La rimozione del pericolo incombente non si manifesta solo con la negazione del fenomeno stesso del riscaldamento del pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo (non è vero perché non mi piace, dicono gli inglesi), ma anche con la scarsa attenzione dei media verso i fenomeni che il cambiamneto climatico sta producendo in tutto il mondo. Siamo concentrati sul fenomeno della migrazione e sulle sue cause politiche o belliche o economiche che lo determinano, ma ancora consideriamo gli uragani e tifoni sempre più intensi e distruttivi come un fenomeno naturale, mentre non ci accorgiamo che già si manifestano da anni trasferimenti di abitanti dalle isole del pacifico o dai villaggi dell’Alaska (l’Artico si sta riscaldando con una velocità due volte superiore resto del mondo). Da tempo ormai si parla di “rifugiati per del cambiamento climatico” e già si trattano richieste di “asilo climatico” come recentemente avvenuto in Nuova Zelanda ponendo nuovi problemi di diritto internazionale.

Come per i generali desiderati da Napoleone, anche per una campagna pubblicitaria conta molto essere fortunata, e questa lo è stata davvero fortunata, quanto meno in Italia dove una insolita “estate di san Martino” con temperature che arrivano ai 25 gradi sta regalando giornate splendide e calde che rendono tanto felice la gente facendola sentire nuovamente in vacanza e offrendo loro l’occasione per insperati week end, perché si sa: la vita è altrove.




L’esodo senza profeta

Clicca sulla foto

Clicca sulla foto

Alla fin fine, l’uomo ha due modi per affrontare la realtà: per necessità o per volontà. Il primo lo spinge ad agire di fronte all’emergenza posta da un fenomeno non più evitabile con l’emotività che tale stato comporta. Con il secondo egli prevede l’insorgere dei fenomeni, con la ragione ne individua le cause e si predispone ad affrontarli.

Ora, accade che nelle democrazie fondate sul consenso la coscienza delle maggioranze si formi prevalentemente sulla percezione, in particolare su ciò che viene fatto loro vedere come ben sanno i massmedia, mentre sarebbe auspicabile che si fondasse sulla conoscenza dei fatti e sull’uso della ragione per comprenderli. La rappresentazione mediatica dell’esodo migratorio via terra  lungo le strade dal Medio oriente e dall’Africa ha superato quel valore di soglia percettivo al quale eravamo abituati dalle attraversate via mare, per diventare grazie alla comunicazione di massa un “fenomeno epocale”: dalla percezione di pacchetti di emigranti affollati su gommoni a quella di colonne di profughi che tentano di superare fili spinati e muri.

Mentre le politiche degli Stati europei esitano per mancanza di visione e per opportunismo, la coscienza dei loro popoli si è rapidamente polarizzata tra “accoglienza” e “respingimento”, una dialettica in forma ideologica del conflitto vissuto inconsapevolmente tra la redenzione dal senso di colpa per la supremazia occidentale e la paura di nuove invasioni barbariche. Nello schieramento ideologico riconosciamo facilmente un “popolo di sinistra” che favorisce l’accoglienza e un “popolo di destra” che favorisce il respingimento,  entrambi i due “popoli”sono mossi dallo stato d’animo di fronte all’emergenza e da questa spaventati invocano scelte politiche ad migrazionem, considerando la migrazione come una variabile indipendente dalla quale far derivare le scelte politiche, dimenticando o spesso ignorando le cause.

Tra i tentativi di ragionare sul “fenomeno epocale” per risalire alle sue cause geopolitiche e quindi individuare ipotesi di soluzione su cui fondare l’azione politica, segnalo quello di Ernesto Galli della Loggia apparso il 31 agosto sul  Corriere della Sera. L’autore  individua quattro equilibri prossimi alla rottura (migratorio, demografico, climatico e lavorativo) che possono sopraffare le democrazie per concludere le sue argomentazioni con una nichilistica previsione da “tramonto dell’occidente”: “le nostre democrazie (…) si avvieranno a occhi bendati, come oggi stanno facendo, verso le tenebre del futuro”.

Occorre tuttavia ancora un chiarimento sulle cause. Le variabili identificabili come causali e quindi rispetto alle quali il fenomeno migratorio deve essere considerato come variabile dipendente sono la demografia, il clima e la geopolitica. Il disposto combinato di questi tre fattori, nell’assetto economico esistente, rischia di fare del fenomeno migratorio la tempesta perfetta del XXI° secolo. Sulla demografia si sa abbastanza: la migrazione in corso che tanto sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Considerando, per esempio, solo due continenti, possiamo osservare che oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il Continente africano conta già oggi oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050. Quanto al fattore climatico, i rapporti annuali dello IPCC sono sempre più precisi ed allarmanti per quanto riguarda gli effetti catastrofici delle variazioni climatiche in atto: la temperatura media non dovrà aumentare più di 2 gradi entro questo secolo, pena il superamento del punto di non ritorno per un equilibrio sostenibile. Da ultimo la geopolitica. Le strategie messe in atto dalle attuali principali potenze quali gli USA, la Cina e la Russia dopo la caduta del Muro di Berlino sono tornate ad essere conflittuali in quanto aventi interessi economici e politici convergenti: il controllo a livello planetario delle risorse energetiche, minerarie, idriche e agricole.

Ora, tutte queste cause possiedono una comune caratteristica, quella di essere prevalentemente di origine antropica e come tali può valere per esse la similitudine con la crescita di una popolazione batterica che trova il suo limite nelle dimensioni del supporto fisico dove avviene la coltura. Infatti, così come per i batteri anche per la specie umana esiste il limite costituto dalla finitezza del pianeta sul quale vive e si riproduce. Si esprime ciò con il concetto di sostenibilità, ma in realtà, sebbene noi non conosciamo quali siano le quantità accettabili per ognuna di esse, tuttavia avvertiamo la vicinanza del limite: una popolazione mondiale a fine secolo di quasi 12 miliardi di individui è sostenibile dal pianeta Terra? Una tale popolazione potrà abitare nelle città, circolare su auto, possedere elettrodomestici, utilizzare acqua e cibo nella stessa proporzione dei consumi attuali? Appare evidente che il problema, come la sua soluzione, non possa essere così impostato, perché la questione non risiede tanto nelle cause quanto piuttosto, per andare più alla radice delle cose, nel modo con cui quelle cause vengono gestite. E dal momento che le cause dei mali dell’uomo sono da ricercarsi nell’uomo, come già sosteneva Karl Marx, per il quale“essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso”, dovremmo spostare l’attenzione non tanto e non solo su ciò che l’uomo produce, ma sul modo con cui lo fa, quindi su quella forma economia, il modo di produzione capitalistico, che nasce in Europa a partire dal XI secolo consolidandosi nell’intero Mondo dopo il crollo del Muro di Berlino e del comunismo.

Dopo la religione l’ economia si presenta oggi come la madre di tutte le ideologie, come principio e pensiero unico che domina su tutti i valori umani: l’universalismo del mercato come l’alfa e l’omega. Ma c’è una misura nelle cose e dunque anche nel capitalismo il cui limite è determinato dalle sue esternalità, dalla natura stessa. Sulle prime pagine dei testi di economia si legge che le “risorse sono scarse e i fini sono alternativi” e, dunque, è solo la volontà dell’uomo che può cambiare lo stato di cose presenti: ormai solo una rivoluzione potrà salvarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Dobbiamo diffidare degli -ismi. 

220px-Worshiping_the_golden_calfNell’immaginario collettivo, il senso comune, il termine ideologia ha assunto oggi una connotazione per lo più negativa. Infatti esso viene spesso percepito come una metafora dell’autoritarismo, evocando il fantasma del nazismo o del comunismo. Tutti ritengono di conoscere il termine e conversano tra di loro ora in favore “il problema è che non ci sono più ideologie” o contro “ma questo è ideologico!” come dire “falso”, idee astratte avulse dalla realtà. Ideologia è un’altra di quelle parole polisemiche in uso al linguaggio su cui esiste una grande confusione. Se consultiamo un dizionario (p.e. Treccani) all’osso e alla radice si evince che si tratta di credenze, credenze più o meno validamente supportate. Tali credenze sono il supporto, lo stroma di sostegno epocale di ogni civiltà. Ovvero l’intendimento profondo e allo stesso tempo superficiale che sostiene in quanto trama l’ordito dell’umanità nel qui e ora. Rappresentano il pensiero unico il mezzo e lo scopo del sociale. “L’enunciato gli antichi credevano che …” non fa riferimento alle sole conoscenze scientifiche, ma al complesso delle credenze che costituivano la mentalità, il modo particolare di concepire, intendere, sentire, giudicare le cose. In definitiva ogni ideologia è portatrice di un diverso modo d’esserci, l’odore e il sapore stesso di un’epoca, che vive come spirito in carne e ossa una diversa felicità diversamente distribuita all’interno di un tutto che insieme è vita e prigione, teatro in cui si recitano, senza saperlo, ruoli e parti di significato universale.

Detto diversamente, l’esistenza non è mai stata la stessa e non è tuttora la stessa. Malgrado l’avanzamento della scienza e della techne gli antichi siamo ancora noi. Ancora noi a spalancare la bocca davanti alla scoperta del fuoco.
Il modo particolare di concepire l’esistenza, la mentalità, pretende una ragione, uno scopo. Lo scopo in passato è stato dettato dalle ideologie, credenze religiose, filosofiche, politiche e morali. Le ideologie per quanto falsificabili hanno sempre avuto l’enorme e indiscutibile pregio di collegare ovvero tenere unito un popolo o più di un popolo e di contribuire in modo essenziale alla sua sopravvivenza. in questo senso le religioni possono essere considerate come la prima forma dell’ideologia e in questo senso si spiega la loro radicazione nella gran parte dell’umanita’. Ciò non testimonia la loro validità, ma la necessità di un progetto comune senza il quale la disgregazione è inevitabile.

Da quando la scienza si afferma come verità non si può più parlare a proposito di scienza di credenze, la scienza di fatto non è una credenza, la scienza si afferma come verità e oltre al compito di spazzare via credenze che si intromettono nel suo campo e come tali possono essere smentite, mostra al suo interno il metodo con cui la verità va cercata falsificando verità religiose, filosofiche, politiche e morali che pretendono di essere il verbo in un campo che non gli appartiene tentando di limitare la scienza in ogni sua nuova stagione. Questo beneficio assoluto portato dalla scienza all’umanità ha illuso l’umanità che attraverso la scienza sarebbe arrivata all’uomo la felicità, affidando alla scienza e alla sua sorella gemella la techne, ogni salvezza. Il pensiero illuminista che alla scienza si è rifatto ha creato un mito e moltissimi fedeli.

A che la scienza? Possiamo ritenere utile la scienza per due motivi, uno per vincere l’ignoranza di credenze che la contraddicono, l’altro per migliorare la sopravvivenza. La sua importanza quindi per migliorare la condizione umana è indiscutibile. La scienza dunque è un mezzo per raggiungere due scopi, eliminare la fantasticheria e migliorare la sopravvivenza. Tuttavia vi è un campo che alla scienza non compete: la morale. La scienza migliora la sopravvivenza, ma non necessariamente la vita. La scienza è un mezzo e in sé è indeterminata, senza scopo. L’azione dipende dallo scopo, cambiando lo scopo anche l’azione cambia ponendo al timone le varie ideologie, la scienza in sé non ha altro scopo che quello di progredire con un unico fine che presuppone la centralità dell’uomo e della vita umana (paradossalmente se al centro ci fossero gli animali ogni azione della scienza cambierebbe) per quanto riguarda la sua sopravvivenza, non è un soggetto né volitivo né pensante, ogni suo prodotto può essere usato da chiunque per qualsiasi scopo in dipendenza di credenze. La scienza è a-direzionale, il fine rimane indeterminato. L’uso dunque non riguarda la scienza, ma unicamente la morale che si fonda sulla volontà. Una “democrazia procedurale”, è una democrazia che guarda solo al contingente seguendo una tecnica politica per obiettivi contingenti qualificati come reali e trasferisce la propria equità agli esiti della propria applicazione, al di fuori di qualunque ideologia e qualsiasi epistème, verità morale, ai soli fini di trovare il consenso, ma obbedisce di fatto all’ideologia dominante: l’ideologia economica del Mercato, espressione della della Techne, che il capitalismo, sua concretizzazione, si illude di dominare. Il risultato è il volere della maggioranza in luogo del bene comune, di qui ogni populismo.

Il capitalismo ha un unico fine l’accrescere se stesso, aumentare all’infinito il profitto, in particolare il profitto privato. I cosiddetti “governi tecnici” e la “democrazia procedurale” agiscono in toto all’interno di un’ideologia capitalista meglio dei regimi autoritari. Le Leggi di Mercato sono di fatto il supporto tecnico dell’ideologia capitalista. Vengono chiamate leggi per ingannare sulla loro oggettività appellandosi alla scienza. Il vecchio mondo si rifaceva a verità rivelate che sono ormai al tramonto e al cui tramonto ha contribuito grandemente la scienza. Si va lentamente ma inevitabilmente verso l’ateismo e il nuovo dio unico valido assertore della verità è rimasta ai livelli più alti la sola scienza, scienza troppo astratta e lontana per la gente comune che ha bisogno di idoli, ora la Techne arriva nel quotidiano più vicina all’uomo sotto tutti i profili.

Di tecnica devono ora dotarsi tutte le ideologie, economiche, finanziarie, politiche e pur anche religiose. La techne diviene quindi la nuova arma da combattimento. Assume in sé un valore assoluto e ci si rivolge a lei come una volta ci si rivolgeva in preghiera al crocefisso immagine di Dio. Il popolo ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno di idoli. Sia fatta la sua volontà. Chiesa, Stato e Capitalismo si contendono ancora gli scopi. La Chiesa è sempre più in crisi: l’epistème in quanto verità rivelata è ormai sempre più logora. Lo Stato con la sua democrazia procedurale non ha più come scopo il bene comune e riesce sempre meno a mediare tra il bene comune e gli interessi della maggioranza, opera unicamente per il raggiungimento di obiettivi secondo la volontà popolare. In questa situazione il Capitalismo prospera tirando i fili ai governi, prospera anche grazie all’insipienza dei filosofi, rassegnati fantasmi del passato, che cedono il passo alla Techne. Il relativismo e un neo-oscurantismo illuminista hanno assassinato la Verità.
Tra tali colossi, in un angolo la filosofia sembra destinata a perire. A perire per mano degli stessi filosofi che per realismo, la peggiore delle credenze, si rivolgono ormai alla filosofia come a una lingua morta e passano il testimone alla “cibernetica”. Come a dire “la filosofia ha fatto il suo tempo”. Genuflessi alla scienza si sono perduti totalmente nel labirinto del pensiero, si sono dimenticati dell’essere e hanno smarrito completamente lo scopo: la ricerca della Verità. Solo la Sapienza ci salverà.




La Grexit sulle scale di Escher

imagesOggi ci si arrovella sul destino della Grecia, rea di aver vissuto, dopo la fine della dittatura dei colonnelli nel 1974 e l’entrata nell’UE nel 1981, al di sopra delle proprie reali disponibilità finanziarie ed economiche con il distratto beneplacito dei paesi europei: dentro o fuori dall’euro? dentro o fuori dall’Europa? Gli economisti si interrogano su cosa significhi uscire dalla moneta unica europea, calcolandone costi e benefici, mentre i politici riscoprono la sovranità nazionale, alcuni con l’afflato democratico per la sovranità popolare. Ma se l’uscita dall’euro è controversa, l’uscita dall’Europa cosa significa?

Il fatto è che tutte le espressioni usate aventi la UE come soggetto sono petizioni di principio in quanto presuppongono l’esistenza di un’istituzione la cui esistenza dovrebbe invece essere dimostrata. A questa infondatezza logica si aggiunge quindi il paradosso dell’euro, presentato a partire dalla sua costituzione nel 1999 con entusiasmo quale fondamento dell’Europa e che con la crisi economica del 2008 ha mostrato al mondo la sua vulnerabilità : una moneta unica con una banca centrale, ma senza una tesoreria comune. Per tutti quegli anni i ministri delle finanze di turno negli Stati europei, in particolare dopo il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, avevano dichiarato che non sarebbe stato permesso a nessuna istituzione finanziaria europea di fallire. Questa convinzione  ha permesso alla Cancelliera Angela Merkel, sensibile all’indisponibilità dei tedeschi dopo la loro costosa riunificazione promossa da Helmut Kohl, di insistere sul fatto che la responsabilità di un eventuale fallimento sarebbe ricaduta sul singolo paese, separatamente dagli altri in ossequio al mercatismo, e non sulla collettività della UE.

A partire dal 2008 scese la notte sull’Europa e l’incalzare della crisi economica, cui seguì inesorabilmente quella politica, oscurò il fallimento del tentativo di redigere cinque anni prima una Costituzione europea, sicché la UE si trovò ad affrontare ben cinque situazioni  critiche: la Russia, l’Ucraina, la Grecia, l’immigrazione e, ultimo ma non meno importante, l’incombente referendum britannico sulla permanenza in Europa. Se consideriamo la  politica estera europea, se ne ammettiamo l’esistenza, i fatti sono ancora più surreali: una UE che, dopo la caduta del muro di Berlino, non cerca di portare nella propria unione la Russia, che è di cultura europea, che però accetta e sostiene la candidatura della Turchia, che non è di cultura europea, e che dopo aver abbandonato definitivamente nel 2009 il progetto velleitario di una Costituzione per l’Europa ora spinge la Grecia, che è la culla della cultura europea, fuori dall’euro con il rischio di consegnarla nelle mani della Russia. Tutto questo mentre USA e Cina si fronteggiano, anche militarmente, nel centro Africa, nei mari orientali del continente asiatico e mentre la Nato dispiega ingenti forze militari nelle più grandi manovre finora eseguite ai  confini con la Russia.

Nello scenario internazionale così tratteggiato la domanda che ci poniamo, fatti i debiti mutamenti, è quella di un secolo fa: il Partenone brucia?  In questi giorni che precedono il referendum voluto da Tzipras appare evidente la volontà da parte della Troika, in particolare la Germania, di voler trattare con un diverso governo greco guidato da un leader più affidabile e pare quasi che la Cancelliera Merkel abbia assunto il ruolo che fu di Catone il censore: Atene delenda est.

Ma l’entrata in scena di Barak Obama coi suoi diretti rapporti con la Germania della Merkel, economicamente forse troppo legata alla Cina e alla Russia, dovrebbe avvertirci che sono in gioco ben altri destini che quello del popolo greco. Una possibile alleanza, sebbene di convenienza, della Grecia con la Russia, una volta che la Grecia uscisse dall’Euro, risulterebbe nello scacchiere europeo già compromesso dalla crisi in Ucraina e dalle mire espansionistiche di Putin strategicamente nefasta per la una nuova “Yalta” (incontri tra Obama e Xi Jinping previsti a settembre) che USA e Cina con le pretese della Russia intendono perseguire sul piano economico, finanziario e militare su scala planetaria.

Cosa rimane di quel “pensare globalmente e agire localmente” che non molti anni fa voleva ispirare le visioni politiche, intese come visioni dell’interesse lontano? Sempre più frequentemente analisti e consulenti di fondazioni di alto rango mondiale parlano apertamente di un reale rischio di una Terza Guerra Mondiale, rischio ancora sotto controllo, come le demolizioni controllate degli edifici, tramite l’innesco e il controllo di conflitti locali su scala globale, mentre la rimozione della realtà domina l’informazione massmediatica, disorientata ed impaurita, impegnata ad inseguire le singole e locali manifestazioni di una crisi internazionale.

Tutto questo richiama quell’allegoria dell’omino chinato in mezzo ad una strada a raccogliere una moneta da 5 cent, senza accorgersi che un Tir lo sta travolgendo. Tutto questo, se non viene al più presto considerato e trattato pubblicamente dalla politica di tutti i Paesi europei,  ci sta drammaticamente portando alla condizione in cui si imporrà la necessità di difendere la democrazia, piuttosto che praticarla.

 




La campanella suona per il cambio dell’ora

UnknownStimolato dall’articolo “Per chi suona la campanella” non perdo certo l’occasione per aprire una via per rispondere alle domande che lì vengono poste: qual è il prodotto dell’istruzione? qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla? Io tuttavia le riformulo con: “a che l’istruzione?” Quella “a”, che nella sua proposizione più estensiva e originaria non può che rifarsi alla koiné (termine che viene utilizzato in generale per indicare la versione accettata uniformemente su vasta scala di una lingua in contrapposizione alle varianti locali); in modo altrimenti estensivo, considerato nell’accezione di “parlare la stessa lingua”, esso può essere inteso come “l’intendersi”,  e non c’è altro modo di intendersi se non sul bene comune. La koinè dunque rappresenta il bene comune. L’istruzione deve essere intesa come tesa al bene comune. Il bene comune è il bene di tutti e il bene di tutti non tollera varianti locali né tantomeno varianti parziali.

Una visione aziendale della scuola non è solo sbagliata, è una bestemmia, un’eresia, un maledetto imbroglio. Favorisce il pensiero unico nella sola visione economicista del progresso sociale che subordina l’uomo alla Tecnica, al Mercato. Alienazione e reificazione sono alle porte, il degrado culturale è incrementato da pseudo riforme verso cui è doveroso indignarsi. Ma la coscienza anche del corpo docente è bassa e i motivi della loro indignazione sono per lo più fuori bersaglio e spesso anche corporativi. Si chiamano a fare i docenti persone che terminato il corso di studi e vinto un concorso vanno ad insegnare. Vanno a insegnare senza alcuna preparazione all’insegnamento nella presunzione che chi sa sia anche in grado di trasmettere quanto appreso. Si chiamano insegnanti di conseguenza persone la cui capacità all’insegnamento è presunta dalla sola conoscenza della materia. Sono coloro che chiamo i “relata refero”, quello che ho appreso riferisco. Questa presunzione non è solo sbagliata, è demenziale. E si fa questo da sempre perché sempre così è stato e non si sa che altro fare.

Ebbene la conoscenza della materia è solo il primo passo verso l’insegnamento, manca ancora in toto lo spirito. Un principio deve essere chiaro e chiaro a tutti: chi studia non studia per sé, studia per tutti. Studia per il bene comune. Questo principio dovrebbe essere di tutti da sempre. Questo principio dalle elementari all’università è ignorato da tutti, dagli studenti come dai docenti, come dai politici, come dai giornali.
Ciò di cui la società ha bisogno è di una scuola che educhi al servizio di questo principio: si studia per il bene e nell’interesse di tutti. Che dire allora delle scuole private?

Un altro fondamentale principio è che la scuola ha necessità di produrre il maggior numero possibile di gente preparata, cosa per cui: la scuola non serve a selezionare ma ad educare ovvero selezionare quanto meno possibile ed educare quanto più possibile.
Rimane evidente che nell’impegno per il bene comune occorre avviare nei discenti una progressione dello spirito, una progressione in spirito proporzionale all’età. Ogni studente inoltre si differenzia per personalità, carattere ed educazione. Necessita di conseguenza un corpo docente preparato a questo scopo. Pare ovvio che oltre alla laurea ogni insegnante debba ricevere un’adeguata educazione psicologica e filosofica ed sia sottoposto ad un esame clinico volto a valutare possibili disturbi della personalità, debba comunque essere valutato prima di essere inserito nell’insegnamento. Allo scopo personalmente ritengo che per ogni disciplina debba corrispondere un corso di laurea volto specificamente all’insegnamento in modo separato dal normale corso della facoltà.

Molti insegnanti ancora oggi si valutano e auto valutano in base alla sola conoscenza della materia, cosa di per sé lodevole ma assolutamente insufficiente e a volte anche controproducente se la loro volontà non è quella di trasmettere il più possibile quell’amore che per la materia che i docenti dovrebbero nutrire. Amore che si mostra solo nel modo in cui un docente sa motivare. La maggior parte degli insegnati ancora oggi, a distanza di quarant’anni dalle mie personali esperienze, fa odiare, rende invisa, o perlomeno non fa amare la materia che insegna. Ancora confondono la persona con il ruolo e da ultimo non fanno amare la scuola. Non fanno amare il sapere, non fanno amare la conoscenza; la sapienza mal digerita rimarrà invisa per tutta la vita. In media gli Italiani non leggono neppure un libro all’anno e questo è indubitabilmente merito della scuola. Tanto li ha nauseati e poco motivati che di leggere non ne vogliono più sapere. Studiano tutti solo per sé, per quello che serve e per quello che basta.

Il degrado culturale prodotto dalla scuola durante il berlusconismo nell’abbassamento dei valori culturali è stato devastante e ora con la crisi e la pseudo-riforma di Renzi, rischia di precipitare. Fare amare la scuola è la cosa migliore che un insegnante possa fare. Compito difficile, difficilissimo. Ma fare amare la cultura è e deve essere sempre e con ogni mezzo per ogni magister il fine. La scuola non può essere un ripiego, chi non ha amore per l’insegnamento deve essere cacciato, non deve insegnare. Nessuna materia è arida se si riesce a far comprendere il fine. Il fine è la crescita dello spirito nella prospettiva del bene comune. Quanto siamo lontani da tutto questo?

Corsi di formazione psicologica e filosofica in specifici corsi di laurea per aspiranti docenti, con tanto di esame per la valutazione di idoneità all’insegnamento presso psicologi, filosofi, analisti, psichiatri sono per me imprescindibili per qualsiasi disciplina. Per insegnare non ci si può improvvisare, a insegnare si impara. Questa sarebbe una riforma della scuola! e non chiudere i cancelli dopo che le vacche sono scappate. Dopo, merito e valutazione sono peggio che vuote parole. Come si può pensare di trovare criteri nell’anarchia? Il giudizio sugli insegnati deve essere dato prima, dopo è solo sterile, inutile, controproducente confusione e chiacchiera. E nella confusione come è noto regna il malaffare.

Per realismo: “ma ormai le vacche sono scappate!” Ho capito, ho capito da sempre, ma come invece far capire che le vacche sono scappate da sempre, è che fregandocene di dare sempre e solo risposte al contingente dovemmo invece preoccuparci di costruire recinti. Difficile? Lungo? Certo! Ma se mai si inizia … Altro che “avanti” … è ora di fermarsi, fermarsi e riflettere! Il più considerevole è che ancora non si pensa. Solo la cultura ci salverà.
[




Per chi suona la campanella

UnknownLa mia ormai lontana esperienza d’insegnante e di preside mi fa ricordare che tutte le sedicenti riforme della scuola hanno sempre riscosso la disapprovazione solidale degli insegnanti e degli studenti, nonostante le posizioni e gli interessi delle due componenti non fossero quasi mai coincidenti. Bisognerebbe riflettere su questa invariante e partire dalla constatazione che la scuola dagli anni settanta ad oggi è diventata sostanzialmente un “nonluogo” della cultura, subìto e frequentato dagli studenti e dai docenti al ritmo della campanella. Diciamolo apertamente: all’ingresso di ogni edificio scolastico si potrebbe scrivere “kultur macht frei”.Esistono forti analogie tra le funzioni della sanità, della giustizia e dell’istruzione e tra queste spicca il ruolo autonomo del medico, del magistrato e dell’insegnante nell’esercizio della loro professione. Questa caratteristica dell‘autonomia, invisa a gran parte della classe dirigente politica, ha da tempo attirato la loro attenzione facendo prefigurare un comune destino: prima è stato l’ospedale a diventare Azienda Ospedaliera, poi si è passati alla responsabilità civile dei magistrati e ora tocca alla Scuola. Il problema vero per il potere rimane sempre il controllo.

La proposta di riforma scolastica presentata dal Governo in carica, chiamata con la  locuzione un po’ näif  “Buona Scuola forse per evitare di associarla questa volta al nome del Ministro pro tempore, vuole intervenire sulla filiera produttiva preside–docente –studente con la pretesa di introdurvi elementi di selezione e di controllo. Il nuovo lessico riformista si avvale di termini e locuzioni come bonus, carriera, valutazione, merito, scuola digitale, nuove alfabetizzazioni (lingue straniere dai 6 anni, coding e pensiero computazionale nella primaria, digital makers nelle secondarie  principi di economia in tutte le secondarie…), dopo il POF il MOF (Miglioramento dell’Offerta Formativa), attrarre risorse private (cittadini, fondazioni, imprese), alternanza scuola-lavoro obbligatoria nei professionali e tecnici, esperienze di apprendistato sperimentale…Tutto sembra pensato per rendere la scuola più autonoma e flessibile ovvero efficace rispetto al prodotto ed efficiente rispetto alle risorse, ma rimangono sospesi i punti fondamentali di una vera riforma della scuola: qual è il prodotto dell’istruzione? Qual è la qualità dell’insegnamento e come misurarla?

Per quanto riguarda le risorse ricordo che all’epoca delle riforme “Moratti” e “Gelmini” si giustificava la necessità che imponeva di intervenire nel sistema scolastico osservando con meraviglia come oltre l’80% della spesa per l’istruzione fosse assorbita dal personale, docenti per primi. I Ministri dell’istruzione mostravano la loro sorpresa per il fatto che l’insegnamento fosse prevalentemente basato sul lavoro delle persone piuttosto che delle macchine. Questa surreale ammissione ci avvertì subito che si trattò di taglio della spesa pubblica e non certo di riforma scolastica, ma lo stile comunicativo dei governi di centro-destra dell’epoca ponevano l’attenzione in nome dell’efficienza sul nome delle cose piuttosto che sulle cose stesse

Quanto all’efficacia, il principio per cui sia giusto valutare in base al merito, da sempre un precetto morale per l’educazione impostosi poi nelle aziende secondo le visioni manageriali, è oggi diventato un luogo comune di tutte le coscienze che si sentono motivate all’eguaglianza sociale secondo la regola delle pari opportunità, ma con diversi meriti. Ora, se nell’ambito scolastico ci riferiamo agli studenti il criterio della loro valutazione in funzione del merito appare evidente in quanto costitutivo nella funzione stessa dell’istruzione. Tuttavia, una delle caratteristiche della scuola risiede nel fatto che vi coesitono due fronti nelle relazioni tra le parti in causa che non presentano tra loro continuità ed omogeneità. Infatti, mentre nel rapporto docente-studente la valutazione del merito si fonda sull’assimmetria dell’informazione, dal momento che si suppone che il docente conosca la materia da insegnare al discente il quale non conoscendola, e per di più minorenne, da quello deve apprenderla, nel rapporto docente-preside questa assimmetria non sussiste, ancor meno se si considera il fatto che fino ad oggi i Presidi sono stati selezionati tra gli insegnanti, sicché la valutazione del merito deve essere fondata su un’altra evidenza.

Quando erano limitati alla verifica della preparazione degli studenti, i parametri della valutazione del merito venivano declinati nei termini di impegno, volontà, capacità, attenzione, comportamento le cui combinazioni formavano i profili didattici, le valutazioni degli elaborati, degli esami e l’orientamento scolastico. L’imbarazzo che gli insegnati hanno provato per anni nello stilare giudizi personalizzati (fino al punto di creare moduli e griglie precompilate dove apporre crocette) è stato superato ripristinando il sistema docimologico fin dalle scuole elementari. D’altronde se il fine è la misura del risultato diventa necessario munirsi dello strumento dei numeri.

Oggi i tempi sembrano maturi per estendere la valutazione secondo il merito anche ai docenti. Non si tratta più e soltanto di soddisfare l’efficacia dell’insegnamento, ma di perseguire l’efficienza della scuola intesa come un sistema produttivo, un’azienda. Dopo la concezione dell’Azienda Italia e la visione dell’amministrazione di un Comune come un condominio, la letteratura di riferimento rimane ovviamente quella economica aziendale, con il suo lessico e tutto la panoplia dei suoi strumenti operativi.

Rimane tuttavia il dilemma presente in ogni sistema organizzativo chi valuta il valutatore? Più in generale, il problema che si pone è se il merito possa essere valutato obbiettivamente all’interno di un ordine gerarchico. Valutare sulla base del merito richiederebbe infatti l’oggettività del metodo e l’assenza di conflitti d’interesse nel controllore. Il paradosso che si può generare in ogni situazione gerarchizzata, ovvero secondo una linea di comando, in particolare nel settore del pubblico impiego, sta nel fatto che un dirigente valutato dai suoi superiori come un mediocre abbia il potere di determinare il valore dei suoi dipendenti. Se immaginiamo gli stessi criteri di selezione per i presidi e per i docenti all’interno dell’organizzazione scolastica (pubblica) si instaurerebbe necessariamente un rapporto gerarchico, con la complicazione logica che nei comitati di valutazione dei docenti parteciperebbero rappresentanti dei genitori, non selezionati con gli stessi criteri meritocratici, ma eletti  con il criterio politico della rappresentatività di una componente scolastica.

Nelle aziende, la valutazione del merito di un manager è fondamentalmente legata alla sua capacità gestionale delle risorse su tre livelli: scegliere i collaboratori migliori per raggiungere gli obiettivi prefissati, fare squadra motivando tutti gli operatori, elaborare programmi capaci di  conseguire i risultati attesi.  Su quali criteri? Alla fin fine nelle aziende il problema è semplice perché è il fatturato con i suoi utili a dettar legge e la volontà ultima è quella della proprietà attraverso il suo Amministratore Delegato.  E nella Scuola?

La “Buona Scuola” immagina una nuovo Preside selezionato e formato con capacità mangeriali che nomina i propri docenti per realizzare un MOF triennale e capace di attirare risorse dai privati (aziende, fondazioni, associazioni, famiglie). Gli oppositori della riforma animati da spirito democratico e partecipativo, già indignati come cittadini dalla corruzione, dall’illegalità ed ogni sorta di inefficienze ed incapacità mostrate dal nostro Paese, interpretano subito la proposta negativamente vedendo nella nuova figura di Preside, sebbene legalmente già Capo d’Istituto, l’allegoria di un minaccioso Capo, in analogia alla trasformazione del Sindaco in Podestà operata dal fascismo.

Una caratteristica del nostro Paese, o più precisamente del suo non-popolo, è quella di invocare nuove regole, nuove leggi e il ricambio della classe dirigente, di richiedere capacità decisionale e responsabilità in autonomia da ogni potere centrale, salvo poi neutralizzare ogni potere con la malintesa concezione della partecipazione che rivela piuttosto una visione sterilizzata di democrazia. Anche per la Scuola il problema non è economico, non è politico, ma culturale.

 

 




Le vittorie di Pirro non asfaltano più

images-3Se l’espressione della sovranità popolare è indice di democrazia, se democrazia è partecipazione, allora i risultati elettorali andrebbero valutati considerando le percentuali calcolate rispetto agli aventi diritto al voto e non soltanto ai votanti. I valori “legali” dei risultati elettorali calcolati secondo regola decidono il vincitore, ma quelli “reali” che tengono conto dei partecipanti indicano il peso della volontà popolare. La cultura dei commentatori politici del voto non supera, nelle maggioranza dei casi, il livello d’ignoranza delle statistiche alla Trilussa. La statistica, si sa, è materia difficile e pressochè sconosciuta, ma la politica-marketing nella sua comunicazione da regime ha imbonito le masse condizionandole a percepire la realtà nei termini sondaggistici di “campione rappresentativo” o “trend”,  intorbidendo le acque con il ricorso all’uso semplificativo quanto ingannevole dei valori percentuali piuttosto che dei valori assoluti.

Accade così che dopo aver rilevato in queste ultime elezioni complessivamente in tutte le Regioni il 53,90% dei votanti (in altri termini ha votato poco più della metà degli aventi diritto al voto secondo la Costituzione, ma le elevate percentuali di votanti nell’era della cd Prima Repubblica non erano ritenute indice della maturità politico democratica degli italiani rispetto alle altre democrazie occidentali?) tutti si lanciano nelle più stravaganti analisi delle percentuali di voto raggiunti dai candidati e dalle varie formazioni politiche, con l’ambizione di  rappresentare la realtà politica e cercare ragioni per cantar vittoria..

La seguente tabella (in corso di aggiornamento in base ai dati del Ministero degli Interni) illustra invece un altro modo di descrivere tale realtà, che sarebbe opportuno avere presente quando si parla di democrazia, di sovranità popolare, di volontà popolare e di rappresentanza.

Regione

Partecipazione al voto

(%)

Candidato vincente

Voti ottenuti rispetto ai votanti (%)

(valore legale del voto)

Voti ottenuti rispetto agli aventi diritto

(%)

(valore reale del voto)

Campania

51,92

De Luca

41,04

21,30

Liguria

50,68

Toti

34,44

17,40

Veneto

57,15

Zaia

50,09

28,60

Umbria

55,42

Marini

42,78

23,70

Marche

in corso di aggiornamento

Puglia

in corso di aggiornamento

Toscana

in corso di aggiornamento

In conclusione, si constata che nelle quattro Regioni indicate (nelle rimanti tre Regioni è verosimile attendersi risultati equivalenti) i loro Governatori sono stati eletti “mediamente” da poco più di 1/5 della popolazione avente diritto al voto: volontà della maggioranza o dittatura della  minoranza?

 




La Cina è sempre più vicina

UnknownSe in Italia qualcuno pensa di stimolare l’offerta di lavoro con il Job Act, in Cina dove al contrario ci sono posti di lavoro ma mancano i lavoratori si programma di sostituirli con i robotL’esaurimento  dell’immigrazione interna dalla campagna alla città combinato all’invecchiamento della forza lavoro, più istruita e costosa degli anni precedenti, hanno indotto il governo a investire 135,5 miliardi di euro perché entro il 2020 l’80% della manodopera nella provincia di Guanzhou, facente parte della regione manifatturiera più sviluppata, venga sostituita dalle macchine. Questo “grande balzo in avanti” rende ridicolo il  “piano di elettrificazione ” di Lenin e fa rimpiangere la “rivoluzione culturale” di Mao Zedong

La “economia di mercato socialista” che ha già portato il PIL della Cina a crescere negli ultimi 30 anni al ritmo medio del 10%  e che si appresta a superare quello degli USA nel prossimo decennio, che acquista industrie e debiti occidentali, che colonizza  il continente Africano si sta in questi ultimi anni riarmando con incrementi del budget militare senza precedenti, superiori ad ogni altra super-potenza (la Cina è oggi la prima importatrice mondiale di armi e la terza nell’esportazione). Consolidata l’espansione economica, questa crescente forza militare consente alla Cina di assumere un ruolo politico mondiale che trova nelle sue ultime manifestazioni la conferma di una volontà “imperialista”: la Cina ha sfilato con la sua armata popolare a Mosca nella piazza Rossa per il 70° dalla fine della II Guerra Mondiale e ha programmato per il 3 settembre una parata militare con le più moderne armi a Pechino in piazza Tiananmen per commemorare la vittoria sul Giappone. Nel frattempo, la prossima settimana, Cina e Russia svolgeranno le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Mediterraneo, mare sempre meno nostrum.

L’assenza dei leader europei alla parata di Mosca commemorativa del 70° anniversario della fine della II Guerra Mondiale, al di là della gaffe storica e diplomatica del mancato riconoscimento del sacrificio russo per sconfiggere il nazismo, è un ulteriore sintomo dell’ incapacità di una visione politica che non vede l’interesse lontano. Arroccata nella difesa illusoria  dei propri interessi economici, compressa com’è tra il confronto strategico Cina-USA e quello USA-Russia, mentre singoli membri come la Germania e la Francia cercano confronti bilaterali con la Russia, la UE mantiene il perseguimento dell’errata scelta politico strategica, dopo il crollo del muro di Berlino, dell’esclusione della Russia, soprattutto dopo aver accettato la prospettiva di inglobare la Turchia.

E l’Italia? Paese diviso all’interno di una Europa divisa si ritrova essere “quel vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro“.

 




Ormai solo una rivoluzione ci può salvare

inception_vfxDalla caduta del muro di Berlino si è scritto molto sulla fine della storia, delle ideologie, del comunismo, senza tuttavia spiegare perché gli equilibri nel mondo siano oggi diventati più instabili e più pericolosi. Se nell’era ante muro la potenza sovietica minacciava quella americana, nell’era post muro è l’intero mondo occidentale a sentirsi minacciato dalle crisi economiche, dal riscaldamento climatico, dalle migrazioni e dal terrorismo islamico. Cresce la paura: dopo il vissuto olocausto nazista e il temuto olocausto nucleare quale altro olocausto incombe sull’umanità? Quello provocato da una guerra, dal clima o dalla demografia?

Si cerca una via di uscita dall’euro, dall’Europa, dalla crisi economica, dal pericolo del terrorismo, mentre si diffonde la nostalgia per il passato scontro ideologico tra capitalismo e comunismo, uno scontro che sempre più numerosi intellettuali e politici ritengono preferibile a quello che si va oggi delineando con timore tra civiltà o tra religioni. Risorge l’interesse per le analisi di Marx sul Capitale, mentre qualcuno già intravede in Putin, sebbene si rammarichi che non abbia la statura di Lenin, il possibile argine dell’incontrastata egemonia neoliberista e capitalista: l’economia unica, nuovo ordine mondiale.

Di fronte al pericolo di una nuova guerra, di una catastrofe, riemerge la necessità del mito della rivoluzione. Ma quale rivoluzione, questo volgere di nuovo, dopo quella della agricoltura, il cristianesimo, quella scientifica, quella francese, industriale, russa, digitale? Esaminiamo alcuni punti di vista, scelti tra recenti analisi sulle condizioni dell’ambiente, della tecnologia e della coscienza.

Per la giornalista ambientalista Naomi Klein (“Una rivoluzione ci salverà”, 2014) il limite del capitalismo è costituito dalla natura stessa. Detto in termini marxisti e logici sarebbe che la contraddizione interna al capitale sia costituita dalle sue esternalità. E dunque per lei la rivoluzione non può che essere quella ecologica ed ambientale. Un’analisi condivisibile nelle sue buone intenzioni, ma che ancora si muove all’interno del pensiero economico e affida la salvezza dell’umanità alla ricerca di una economia alternativa e sostenibile. Il problema è però, una volta accertato essere il sistema economico la causa prima: si può superare l’economia mediante un ragionamento economico.

Il giornalista tecnologo Kevin Kelly (Quello che vuole la tecnologia, 2010) nella sua analisi della tecnologia giunge a riconoscervi “una qualità essenziale: l’idea di un sistema di creazioni che si autorafforza” e che egli chiama il technium, che va oltre l’hardware e le macchine “per includere la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere. Comprende entità intangibili come il software, le leggi, i concetti filosofici.” L’autore osserva infatti che : “dopo una lenta evoluzione durata diecimila anni e l’incredibile esplosione degli ultimi due secoli”. Kelly è affascinato da una sorta di spiritualità che riconosce nella tecnologia “il technium sta maturando, sta diventando una cosa a sé”, per concludere che “il technium è il modo in cui l’universo ha progettato e costruito la propria autoconsapevolezza”. La rivoluzione è in corso d’opera e su questa spiritualità l’autore fonda il proprio ottimismo per l’umanità : “il fatto che ci sia qualcosa che vive delle proprie forze, è un valido argomento contro il nichilismo cosmico”.

Più recentemente per il teologo cattolico Vito Mancuso (vedi suo ultimo libro “Questa vita”, 2015), che riprende la visione della Terra di James Lovelock concepita come un unico organismo vivente (Gaia) la natura è dotata di intelligenza e dunque l’equilibrio va ricercato dall’uomo nella sua capacità di creare relazione, ovvero di aprirsi, di abbracciare, di amare liberandosi dall’ego, per una ecologia dell’Io perché: “oggi la scienza e la tecnica hanno urgente bisogno della sapienza umanistica e della spiritualità”. Qui si tratta di una nuova rivoluzione della coscienza, una rivoluzione culturale dopo quelle del cristianesimo e dell’illuminismo.

Tre posizioni differenti che pure muovendo da fattori apparentemente diversi come l’ambiente, la tecnologia e la coscienza convergono sulla comune necessità per l’umanità di un cambiamento radicale di fronte alla non sostenibilità della realtà attuale per accumulo di contraddizioni. L’elemento comune che attraversa le tre analisi sopra citate è la tecnica.

E di tecnica il filosofo Martin Heidegger si è occupato in più occasioni, per esempio nelle Conferenze: La questione della tecnica, 1953 e L’abbandono, 1955. Per il filosofo un radicale rivoluzionamento della visione del mondo è già avvenuto. Da alcuni secoli è infatti in corso un sovvertimento di tutte le più importanti rappresentazioni che trasporta l’uomo in una realtà completamente diversa e lo pone in un modo completamente nuovo nel mondo e rispetto al mondo. Si tratta di un rapporto essenzialmente tecnico dell’uomo alla totalità del mondo, in quanto: “La natura si trasforma in un unico, gigantesco serbatoio, diventa la fonte dell’energia di cui hanno bisogno la tecnica e l’industria moderna”. La potenza della tecnica è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede. Heidegger si domanda se esista ancora quel “quieto abitare tra terra e cielo” che attraverso il pensiero meditante  permette all’uomo di radicarsi stabilmente o piuttosto tutto dovrà cadere “nella morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione”. 

Se consideriamo gli anni di queste riflessioni (prima metà anni cinquanta) potremmo stupirci dell’attualità di affermazioni come “ormai dipendiamo in tutto dai prodotti della tecnica” e come “possiamo dir di sì all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere”.  Heidegger chiama questo contegno che contemporaneamente dice sì e no al mondo della tecnica “l’abbandono di fronte alle cose”. L’abbandono è da Heidegger inteso eticamente come un modello di vita, un nuovo atteggiamento che l’uomo deve sforzarsi di esercitare nel suo rapporto al mondo della tecnica al fine di salvaguardare nella sua pienezza l’umanità dell’uomo contro l’impoverimento essenziale portato dal progresso tecnico-scientifico.

Per quanto superficiale sia questa digressione sul pensiero di Heidegger è tuttavia riconoscibile nella sua filosofia una radicalità nella quale è possibile intravedere la via di fuga se, con anche riferimento alle analisi di Marx, concepiamo l’economia come la ” morsa della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dell’automatizzazione” dalla quale liberarci. Per questo, ormai solo una rivoluzione ci può salvare.




La lista di Schindler è aperta

 

UnknownimagesAll’epoca di Omero la cerimonia dell’ecatombe, il ‘magnifico sacrificio’, copriva gran parte dell’area del mar Mediterraneo e si trattava di sacrifici di animali, buoi o agnelli. Oggi sono i  migranti stessi che a a migliaia si offrono in sacrificio pur di sfuggire alle persecuzioni, alla fame e alla morte nelle loro terre. Siamo di fronte ad un sacrificio sull’altare della civiltà. Si propongono accordi commerciali di libero scambio intercontinentali delle merci, ma non si propone l’apertura delle frontiere internazionali per la libera e legale circolazione degli uomini, siano essi lavoratori che turisti, profughi o migranti. Al di là della costernazione per gli annegamenti in mare, al di là delle risposte muscolari fatte di blocchi navali, aerei o terrestri e di distruzione delle barche degli scafisti, anche le argomentazioni sostenute da alcuni sensibili intellettuali e ONG  per dare una risposta positiva e razionale al fenomeno migratorio rimangono pur tuttavia nell’ordine del pensiero economico: l’Europa ha una demografia in declino e mentre le imprese cercano lavoratori che non trovano all’interno delle popolazioni nazionali, lo Stato teme che l’equilibrio previdenziale tra qualche decennio non sarà più finanziato. Il pensiero calcolante della tecnica domina sull’uomo: si sostiene un’azione perché conviene, non perché è giusta.

Il fatto è che la migrazione in corso che sgomenta l’opinione pubblica europea rappresenta soltanto la colata lavica di quell’eruzione da tempo esplosa costituita dall’evoluzione demografica planetaria. Oggi l’Europa UE-28 con i suoi 505 milioni di abitanti è avviata al declino demografico (la non sostituibilità demografica) con un tasso di fertilità medio al 1,6 figli per donna (in Italia è 1,4), mentre il continente africano conta già oltre 1,1 miliardi di abitanti e le proiezioni lo assestano a 1,6 nel 2030 e al doppio entro il 2050.

Ma il continente africano non è solo l’epicentro dell’esplosione demografica, esso è anche il teatro del confronto strategico sempre più diretto tra USA e Cina, in relazione agli interessi che questi paesi mostrano per le enormi risorse minerarie ed energetiche del continente. Se osserviamo l’area dell’Africa centrale tra i due Oceani Atlantico e Indiano  vi troveremo la presenza economica e militare delle due più grandi potenze oggi sul pianeta, gli Usa negli Stati del Senegal, Liberia, Ghana, Nigeria, Kenya e Sudafrica e la Cina in Sudan, Kenya, Nigeria e Mali. A partire dal 2000 con il Forum per la cooperazione Cina-Africa  (Focac) si formalizzano gli interessi del governo cinese sul continente in termini politici, economici e militari. Ed è proprio questo combinato disposto sul suolo africano tra il fattore demografico e il nuovo colonialismo Cina-USA a creare le condizioni per il nascere e lo svilupparsi delle guerre che stanno divampando, sotto la forma di scontri tra le popolazioni locali e terrorismo. Queste guerre a loro volta inducono quei nuovi flussi migratori crescenti che premono verso l’Europa come uno tsunami provocato dal maremoto. L’Europa imbrigliata nella rete delle sue divisioni nazionali si trova così imbrigliata tra il nuovo “colonialismo imperiale” USA-Cina e il conflitto emergente tra USA e Russia, lasciata sola a gestire i flussi migratori sul suo nuovo confine del mar Mediterraneo. “Mare nostrum”, “Frontex”: lo stesso linguaggio esprime l’isolamento che ogni Stato rivela chiuso nella illusoria difesa dei propri interessi, mentre l’Italia si ritrova ad essere “quel vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro“.

Se questo è il quadro, che fare con la migrazione? Innanzitutto non giocare più con le parole, coi distinguo tra “migrazione economica” e “profughi”. Tali distinzioni, nell’ansia di dare un nome ai fenomeni per comprenderli e che pure appaiono al presente come classificazioni utili per una prima risposta, rischiano di essere travolti a breve e medio termine dalle proporzioni demografiche in atto. Esse, se pure spostano il problema nel futuro per allestire alcuni interventi palliativi, non ci preparano culturalmente ad affrontare la vera natura del fenomeno sottostante. La cultura occidentale, l’Europa prima degli altri, deve imparare ad accettare il proprio declino demografico senza cedere ad ipocriti sensi di colpa storici e viverlo per gestirlo non come un tramonto, ma come una trasfusione della propria civiltà ad altri popoli. Non opporsi al crescente flusso migratorio, per altro impossibile da contrastare per le sue proporzioni e per la nostra indisponibilità al sacrificio, ma favorire in modo controllato la sua diluizione nello spazio delle nostre nazioni, perché con il crescere dei volumi sempre più acquisterà importanza la densità distributiva dei migranti nel mondo. Non si tratta di semplice “accoglienza” dettata da un facile buonismo verso i più deboli e gli oppressi, ma di un consapevole “scambio di civiltà”: noi non occuperemo le vostre terre, non importeremo con la forza la nostra cultura, ma accetteremo che vi innestiate nella nostra cultura per accrescere la civiltà di tutti.

Di fronte al nuovo esodo del terzo millennio la prova di civiltà di un popolo non sta nella scelta forzata dalla strumentale propaganda politica, scambiata per chiarezza e democrazia, tra i poli di una falsa radicalizzazione: volete ‘Cristo o Barabba’, ‘burro o cannoni’, ‘accoglienza o guerra’. Tanto più se i popoli vengono indotti alla scelta dall’appartenenza religiosa, ideologica o di sangue. La prova di civiltà si misura nella capacità di cogliere in ogni occasione “la diritta via” tra la necessità di combattere il male e la volontà di perseguire il bene. Soprattutto nell’emergenza, perché  “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Dovremo tutti imparare a comportarci come Oskar Schindler.

 

 




Parlati dalla lingua

UnknownUnknown-1Il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia dichiara in conferenza stampa a Palazzo Marino, 22/03/2015 che: “Non sarò candidato sindaco nel 2016″ e subito dopo dichiara “sono coerente non c’entra la stanchezza (…) fin dalla campagna elettorale ho sempre detto che avrei fatto un solo mandato”. Ma allora perché alimentare per mesi un’attesa nei suoi sostenitori e avversari politici se la sua rinunzia ad un secondo mandato era stata predeterminata? Non solo, ma la predeterminazione della rinuncia al secondo mandato è così motivata “anche perché volevo che a Milano crescesse una classe dirigente di sinistra capace di governare la città”. Questa è un’altra sospensione di giudizio. In attesa di riconoscere nella nuova candidatura a Sindaco quale sarà il risultato di tanta formazione di una nuova classe dirigente di sinistra assistiamo già alla lotta tra Assessori per rivendicare l’eredità: se Piaspia è Achille, chi sarà Ulisse e chi Aiace Telamonio?

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in una intervista al quotidiano La Repubblica del 22/03/2015 a proposito delle dimissioni del Ministro Lupi dichiara che : “ci si dimette per questioni politiche ed etiche non per gli avvisi di garanzia”. Dichiarazione davvero esemplare della sottocultura e amoralità dei politici italiani. La casistica così posta concepisce i tre enti, politica, etica e legalità,  distinti e separati tra loro, senza alcuna relazione al punto che il comportamento può essere adottato in funzione di uno di essi singolarmente a secondo della convenienza e dell’opportunità. Che poi uno dei poteri separati dello Stato, la Magistratura, sia appunto “separato” viene qui inteso come ininfluente nei confronti dell’agire della singola persona, sia essa intesa come persona fisica (l’individuo) che persona giuridica (il ruolo pubblico).

Mantenere una tale concezione tribale mostra però contraddizioni anche attraverso la lingua parlata, che non riesce più a camuffare la vera natura del ragionamento. Richiestogli una valutazione sul candidato del PD De Luca: “Lui ha fatto una scelta diversa, considera giusto chiedere il voto agli elettori e si sente forte del risultato delle primarie”. Tralasciando di commentare l’uso arrogante della “volontà popolare”, la volontà di un popolo che per altro non si accorge di chi vota, è interessante notare come il nostro confuti con tanto candore la sua analisi su De Luca quando rispondendo in merito alla richiesta di archiviazione per le vicende giudiziarie che hanno riguardato suo padre Tiziano così dichiara: “…le persone meritano di essere giudicate in tribunale e non dall’opinione pubblica”.




La scienza fine di mondo

UnknownSi sa che il giornalismo crea notizie sensazionali per ottenere attenzione. La notizia cerca il successo di pubblico, non certo della critica, la sua verità è solo cronaca nera. Poi si aggiungono l’ignoranza sugli argomenti, l’assenza di verifiche delle fonti e le errate traduzioni linguistiche. È accaduto recentemente che due warning lanciati, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, da numerosi scienziati operanti nelle due aree diella ricerca tecnologica tra le più più avanzate, l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica, sono stati diffusi come allarmi di prossime catastrofi del genere umano, la prima per opera delle macchine, la seconda per mutazioni genetiche indotte artificialmente:

– 400 autorevoli scienziati (tra cui Stephen Hawking) hanno firmato una lettera aperta:  Research Priorities for Robust and Beneficial Artificial Intelligence: an Open Letter  con la quale hanno lanciato un avvertimento sul rischio che “i nostri sitemi di intelligenza artificiale dovranno fare quello che noi vogliamo che facciano, non il contrario”;

– 16 biologi hanno pubblicato su Science Embryo engineering alarm ,  una moratoria internazionale sull’uso della nuova tecnica di manipolazione del genoma che se applicata all’uomo potrebbe cambiarne il DNA in modo tale da rendere ereditaria la manipolazione stessa (la stessa inventrice della tecnica è tra i firmatari).

Al di là del merito delle due singole argomentazioni, e del fascino esercitato dalle profezie apocalittiche, ciò che qui si vuole mettere in evidenza è il fatto che pur muovendo da diversi campi dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica si arrivi ad una determinazione comune, come se vi fosse una sorta di finalità in virtù della quale l’evoluzione del pensiero porti ad una comune verità.

Il coincidere di questi due appelli sul rischio per l’umanità potrebbe essere allora considerato come una conferma della teoria psicologica della sincronicità  di Carl G. Jung, il quale sosteneva che la causalità è solo un principio, e la psicologia non può venir esaurita soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di fini.  La stessa coincidenza può essere per altro considerata anche come una conferma del fenomeno scientificamente accertato della convergenza evolutiva, il fenomeno per cui specie diverse che vivono nello stesso tipo di ambiente, o in nicchie ecologiche simili, sulla spinta delle stesse pressioni ambientali, si evolvono sviluppando, per selezione naturale, determinate strutture o adattamenti che li portano ad assomigliarsi moltissimo.

Quanto al significato etico dei due appelli ricordiamo il Manifesto di Russell-Einstein del 1955 con il quale gli 11 scienziati firmatari lanciarono nel pieno della Guerra fredda, un appello per il disarmo nucleare che Joseph Rotblat, scienziato che abbandonò il progetto Manhattan e fu in seguito Nobel per la Pace nel 1995, presentò con la famosa frase: ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto.




Il deserto cresce

Unknown-1Non si tratta del riscaldamento terrestre, ma della incomunicabilità creata dalla frenesia jihadista che rende sempre più difficile una qualsiasi forma di dialogo con lo Stato Islamico che pretende di costituirsi sull’orrore. Cresce pericolosamente la distanza che ci separa da questa inciviltà.

Non si tratta soltanto di iconoclastia, perché la questione propriamente teologica sull’utilizzo o la distruzione delle immagini religiose non ha impedito alle religioni abramitiche, la cristiana e l’islamica in particolare, di produrre quello splendore artistico che oggi possiamo ammirare, per esempio, in Andalusia e in Sicilia. Ed oggi, nella misura in cui gli allarmi di attentati terroristici in Europa e in Italia sono realistici, possiamo temere attentati anche alle opere d’arte, agli edifici e monumenti nelle nostre città.

Sarebbe qui il caso, ben al di là dell’ipocrisia del politicamente corretto, di far precedere i video sulla distruzione sistematica del Museo di Mosul dall’avviso “le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità“ perché qui l’orrore non è più soltanto la violenza di un omicidio, resa ancor più insopportabile dall’efferatezza della sua esecuzione, ma è l’espressione cruda dell’abiezione umana, dal momento che mostra l’essere umano disumanizzare sé stesso fino al punto di uccidere le proprie origini.

Di fronte all’avanzata degli jihadisti e alla esibizione mediatica delle loro imprese diversi commentatori si pongono pur da diverse posizioni politiche e religiose sempre più frequentemente le stesse domande: “quanto dureranno ancora?”, “quanto ancora il resto del mondo starà a guardare i loro video?.  Adriano Sofri su LaRepubblica: “(…) Ammazzano, umani di carne e ossa e umani di pietra, e aspettano, ubriachi di sé, d’essere ammazzati”.

Dobbiamo temere le nostre reazioni quanto le azioni dei nostri nemici. Il Male gode della “proprietà transitiva” per la quale esso non solo possiede i carnefici, ma si trasmette  alle vittime rendendo quest’ultime anche peggiori dei carnefici, costringendole a collaborare al loro livello e a perdere qualsiasi dignità. L’abate Aranud Amaury in occasione del massacro degli eretici Catari a Béziers, interrogato da un soldato su come poter distinguere nell’azione gli eretici dai cattolici, avrebbe risposto: “uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”.  Nietzsche fa dire a Zarathustra che sì il deserto cresce, ma subito dopo ammonisce: guai a chi cela deserti dentro di sé!

 

 

 




Kalashnikov e Toyota

055502942-0b7f5f60-73de-44f0-8081-0d36b68a60fdAdesso sappiamo che l’arruolamento nelle  milizie dell’ISIS è un lavoro regolato da un contratto: conversione all’Islam, adesione alla guerra santa con turni di combattimento fino a 16 ore in cambio di uno stipendio fisso, una scheda di valutazione con premio di produttività (numero uccisioni e/o ferite subite),

permessi matrimoniali, droghe gratis per sostenere il ritmo, compreso il viagra per sostenere gli stupri. Il tutto sotto il controllo di una efficiente organizzazione interna, con tanto di comitato di controllo e di timbri. Molto di più dei soliti mercenari o contractors, dunque, veri soldati che trovano nel costituendo califfato Dio Patria e Famiglia.

Se andiamo oltre lo sgomento per l’orrore provato alla visione delle ripetute immagini di gole sgozzate, di prigionieri ingabbiati e bruciati, di fucilazioni di massa, sgomento accompagnato dalla paura provocata dalle ripetute minacce di invasione e di attentati nelle nostre città, e riprendiamo quindi il controllo con la ragione, potremo intravedere la politica che dovremmo assumere nei confronti del terrorismo jihadista che proclama la costituzione di uno Stato Islamico in fieri.

Come è stato già fatto osservare altrove, le immagini delle efferate uccisioni sono state montate con un uso sapiente delle regole e delle tecniche della comunicazione del marketing e pubblicità, inventate per altro nella nostra cultura, mostrando al cittadino del’Occidente già assuefatto alle guerre mondiali, alle esecuzioni di massa e alle shoah singole esecuzioni di singoli uomini. Sia la vittima in ginocchio a volto scoperto nella sua tuta arancione che il carnefice col volto nascosto, il coltello puntato, nascosto dalla sua tuta nera, “guardano in macchina”, guardano noi che in solitudine di fronte allo schermo li guardiamo attoniti. Il messaggio subliminale voluto e trasmesso è evidente: quello a cui stai assistendo può accadere anche a te. La minaccia psicologica è più potente di quella militare. Ma se poi subentra la generalizzazione per cui l’efferatezza dello jihadista diventa l’intolleranza dell’islamismo il gioco è fatto: il piano si inclina, la pietra comincia a rotolare e nessuno la può più fermare. La paranoia è tra noi.

Primo flashback. Hitler negli anni che precedettero la guerra lasciò credere ad alcuni gerarchi nazisti  che la soluzione del problema ebraico potesse essere risolto liberando l’intera Europa conferendo agli ebrei “una terra da mettere sotto i piedi” (per esempio il progetto di deportarli in Madagascar coltivato da Eichmann), ma in realtà sappiamo che Hitler aveva già deciso lo sterminio di tutti gli ebrei già nel Mein Kampf e che lo aveva rilevato come progetto da attuare solo a pochissimi suoi stretti e fedeli seguaci. Ancora oggi proviamo orrore per l’Olocausto, ma lo proviamo per l’enormità della strage e per le assurdità delle motivazioni piuttosto che per il metodo con cui è stata condotta. L’inesorabile e costante processo di disumanizzazione degli ebrei (Untermenschen) perpetuato per tutto il periodo del nazismo, considerati prima come merce forza-lavoro poi solo come oggetti, ha permesso l’applicazione della razionalità produttivistica realizzata in maniera così efferata nei campi di sterminio (Conferenza di Wannsee). In altre parole ciò che dovrebbe di più inorridire nella shoah non è tanto il risultato, perché l’occidente ha conosciuto altri olocausti, quanto il modo con cui è stata realizzata: la rivelazione che la economia e la tecnica possano dominare gli umani a tal punto.

Non dimentichiamo che sugli ingressi dei campi di sterminio nazisti v’era scritto Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Ma non si dimentichi neppure gli stermini stalinisti che per un periodo ancora più lungo e con genocidi ancora più vasti hanno visto sugli ingressi dei gulag la scritta Trudom domoj (con il lavoro si torna a casa).

Ora, superiamo lo shock e riflettiamo con la ragione domandandoci se esiste una razionalità anche nei comportamenti delle milizie jihadiste per capire cosa realmente vuole il Da’ish . La costituzione di uno Stato Islamico costituisce il mezzo per combattere e distruggere la civiltà occidentale o il fine non è piuttosto la costituzione di un nuovo potere centrale, essendo la nuova e spietata forma di terrorismo solo il mezzo con il quale raggiungere tale fine? Ed ancora: questo terrorismo è finalizzato solo a spaventare gli occidentali inducendo in loro il senso di colpa per le responsabilità colonialiste ed imperialiste o piuttosto serve a dare sicurezza alle innumerevoli tribù private del capo-dittatore che fornisce loro una prospettiva di unificazione nel vuoto politico di quei territori? Appare chiaro che comprendere senza ideologie pregiudizievoli i fenomeni che stanno avvenendo anche in Libia, non solo riducendoli alla sola connotazione religiosa, ma inquadrandoli sul piano antropologico, storico, economico e sociale, significa trovare la chiave interpretativa di ciò che sta accadendo in quei territori per approntare quindi una solida strategia di confronto con la nuova realtà, che non si riduca alla sterile contrapposizione tra una diplomazia di convenienza e la possibilità di una guerra.

Secondo flashback. L’espansione dell’Islam tra il VII e VIII secolo ebbe inizio con l’unificazione delle tribù beduine arabe perseguita da Maometto e proseguì dopo la morte del Profeta con una guerra di espansione per la costituzione del Califfato che con una sorprendente rapidità sconfisse gli imperi Persiano e Bizantino: i territori occupati si estesero dalla penisola Iberica, lungo la costa africana del Mediterraneo fino ai territori del Medio Oriente ed Oriente. Fino alle crociate del XI e XIII secolo gli arabi convissero con i poteri allora esistenti in Europa mantenendo quegli stessi equilibri di potere che da secoli sussistevano fra i poteri europei medesimi. Non solo, ma anche durante il periodo delle Crociate la cultura araba raggiunse in Spagna e nel Regno di Sicilia di Federico II di Svevia livelli di cultura e civiltà senza eguali.

L’attuale rappresentazione mediatica degli accadimenti nel mondo islamico, connotata dai commenti di politologi e dalle dichiarazione dei politici, rivela un’angoscia accompagnata dall’assenza della comprensione razionale del fenomeno  con ciò offrendo al nuovo nemico, il progetto di uno stato islamico, la conferma della sua giusta strategia. Questa irrazionalità del mondo occidentale tende sempre più a cedere verso la necessità del ricorso alla “guerra”, anche se giustificata dalla legittima difesa, quasi una nuova edizione della “soluzione finale” della questione del terrorismo islamico. Tutto ciò senza considerare, al di là delle criticità sul puro piano militare, i devastanti effetti collaterali di ordine politico e sociale nei confronti delle tribù (non popoli) locali e più in generale delle divisioni interne presenti nel mondo islamico. Dischiuso il vaso di Pandora con l’eliminazione dei dittatori,  alcune componenti pure presenti nelle “primavere arabe” dovrebbero ancor più oggi essere recuperate con un accorta strategia di sostegno politico ed economico, anche con le armi quando necessario, alla causa della costituzione di una democrazia.

Dobbiamo accettare la prospettiva, anche se non ci piace, che nei prossimi anni dovremo fare i conti con un nuovo Stato che pretenderà di sedersi al tavolo dei grandi per stabilire un nuovo ordine mondiale. A quel punto coloro che oggi sono gli irriducibili terroristi nemici dell’occidente si proporranno come  la nuova classe dirigente con la quale trattare. Vale anche per l’ISIS la famosa e tanto celebrata affermazione di von Clausewitz secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, mentre l’Occidente deve ricordare quanto lo stesso autore scrive altrove: ” In qualunque modo io possa immaginare la relazione tra me e il resto del mondo, la mia strada passerà sempre attraverso un campo di battaglia.” Ormai solo un dio ci può salvare?

 

 

 

 

 

 




Un cecchino che vede oltre

imagesAmerican sniper. IL FILM. Un’ingenua, pulita, commovente visione. Clint tratta sempre della vicenda umana cercando di far intendere alti ideali. Cristo ha detto che bisogna essere disposti a lasciare la famiglia e l’eroe deve essere disposto a questo, a rinunciare ad avere una vita. L’io devo kantiano è ben espresso. Nel film ben si evidenzia questa lotta interiore. Magistralmente, con grande pulizia si porta a confronto modi diversi di esserci, in pace e in guerra, e come diversi valori parimenti stimabili e desiderabili entrino in gioco. La condizione dell’esserci è paurosamente differente, tanto che i reduci sono spaesati, non riescono più a comprendere il mondo in cui hanno vissuto così come chi vive in pace non ha alcuna avvisaglia del proprio essere.

L’idealità proposta è indubbiamente alta e sconfessa un pacifismo che si rintana nella quotidianità dicendo di democrazia ma non appoggiando chi la difende. Si può essere vili in pace come in guerra. L’eroe umano proposto è sicuramente un modello non criticabile. Una bella persona. Come sempre solo di fronte a scelte tragiche. Va da sé che la distinzione tra buoni e cattivi, agnelli e lupi, non è così didascalica e che il valore in battaglia dovrebbe essere tradotto nel coraggio sociale. Fatto si è che gli uomini non sono eroi e vanno in battaglia solo perché ci sono costretti con la forza, dalla miseria o entusiasti di falsi idoli. Tutto si fa grigio, sporco, informe. Il teorema proposto non è per questo meno valido, fa ben comprendere ai pochi in grado di capirlo come certe posizioni assunte per principio se non rimangono aperte a nuovi sviluppi cadano inevitabilmente nell’ideologia, un sistema chiuso di pensiero per parte presa: smidollati pacifisti o sadici guerrafondai.

OLTRE IL FILM . Si apre un nuovo punto di vista, l’esserci. Il sentimento di sé in una situazione di guerra. Bisogna riallacciarsi a questo per comprendere come l’io-sento possa modificarsi, come la relazione col mondo possa mutare. Con l’avvertimento che l’esserci anche considerato come sentimento di sé non è ancora coscienza. Manca la riflessione. E infatti i diversi modi di esserci hanno possibilità di essere visti se non ci si pone davanti a uno specchio. Neppure gli altri sono uno specchio se noi negli altri ritroviamo sempre solo noi stessi e ciò che ci piace. Lo Sheraton è uguale in tutto il mondo. Un ripetere sempre se stessi per tutta la vita.

Possiamo pensare che le condizioni materiali di esistenza sprofondino lo spirito in un baratro così come avviene durante una guerra o lo gratifichino in un accoppiamento. Eppure esistono condizioni in cui lo spirito dispera anche quando le condizioni oggettive sono le migliori: è il non essere. Un punto da cui pochi sono tornati, il punto in cui ogni legame emotivo viene assolutamente perduto e solo il corpo per inerzia rimane vivo. “Io non morì, e no rimasi vivo” dantesco o “l’esperienza anticipatrice della morte” heideggeriano, ritenuto entro il niente, il niente che nientifica, chiudere gli occhi dietro gli occhi. Languida quiete.

Di contro esistono condizioni materiali infime in cui lo spirito può dirsi libero e felice. Valori di alta idealità mantengono più che mai vivo l’eroe e parlano dell’Essere. Valori cui l’eroe è disposto a sacrificare la vita. Per gli agnelli ancorché armati lo spirito muore col corpo. È pur vero che lo spirito muore prima del corpo. Le Valchirie trasportano in cielo solo le anime degli eroi. L’uomo si distingue dagli animali per il coraggio. Coraggio è la mazza che vince la morte.

Tra L’Essere che esprime attraverso la Verità un esserci di più nobile sentire e il Non Essere che sprofonda lo spirito nel nichilismo: un abisso. Un abisso all’interno del quale ognuno si colloca puntualmente come parte di un discorso tutt’altro che terminato.

Clint Eastwood finemente analizza una realtà che ben conosce e su cui sa esprimere alta idealità, ma vale anche per lui il modo di Platone. “Dici bene Alcibiade incoronato di edera e di viole, hai parlato ottimamente e io te ne sono grato tuttavia forse non hai considerato che…”. In parallasse dobbiamo aggiungere tutti quei punti di vista che non si sono considerati finché le parallele non si incontreranno all’infinito. Bello come buono. Il Discorso sedimenta verità sempre più corroborate ma deve comunque rimanere aperto.

Cristo, Gandhi, l’eroe muoiono tutti per mano di chi volevano salvare: gli agnelli. Come nel poker dove la scala reale minima batte la massima e il cerchio si chiude. Le vittime abbracceranno carnefici, dice Cristo. Il terribile riposerà nella pace. “Cessate dunque e per sempre il compianto nella Verità dell’Essere, tutto ormai sarà compiuto”. Tutte queste aporie esprimono un anelito di eternità.




Una primavera europea?

images-1Allons enfants de l’Europe, Le jour de fierté est arrivé!  Bello l’articolo di Bernardo Valli su La Repubblica di oggi perché ha avvertito nella manifestazione parigina, al di là della liturgia commemorativa e delle espressioni d’indignazione, un senso di euforia.

L’euforia per una festa della libertà, piuttosto che la depressione per un lutto: una “marcia repubblicana, una manifestazione con cui si vogliono ribadire i principi democratici europei insanguinati da tre terroristi”.

A quasi un secolo dal Tramonto dell’Occidente (Oswald Spengler), opera rimossa dal pensiero del dopoguerra per la supremazia raggiunta a livello planetario dal denaro e dalla stampa (oggi diremmo informazione) che per l’autore sono i fattori della decadenza; a ventidue anni dalla Fine della storia (Francis Fukuyama), concetto che all’interno di un relativismo tra le diverse culture nazionali chiude il progresso della storia universale entro il limite massimo espresso dal liberalismo democratico;  a diciotto anni da Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (Samuel P. Huntington), opera fraintesa per un banale equivoco sul senso del termine “clash” (urto, scontro) che in inglese non contempla necessariamente la volontà umana di cercarlo ma indica piuttosto la presenza delle diversità inerenti alle civiltà, spesso competitive tra loro, che potrebbero se voluto tradursi in un conflitto; dopo il  crescente senso del declino veicolato dalla crisi economica, ebbene sembra possa risorgere il riconoscimento e l’entusiasmo per i principi fondativi della nostra civiltà: la libertà, la fratellanza e la eguaglianza. Solo sotto tali principi universali possono infatti convivere nella tolleranza le diverse culture e le diverse credenze religiose.

I tre terroristi mussulmani nativi francesi,  nella loro follia paranoide perché tale è l’integralismo di ogni religione o ideologia, non potevano immaginare la qualità della reazione suscitata dal loro attacco. Essi hanno sì ucciso in una logica di vendetta iconoclastica i vignettisti di Charlie Hebdo, ma in realtà essi hanno colpito inconsapevolmente un bersaglio ben più grande, hanno ferito il paese dove sono nati i principi rivoluzionari fondativi delle democrazie moderne scatenando l’orgoglio, sopito, di tutti i popoli che su tali principi si sono edificati.

Ora, ci sono due modi per affrontare i problemi e tentare di risolverli: per volontà o per necessità. Il primo modo risiede sulla ragione e sulla prevenzione, il secondo che si impone nell’emergenza sulla emotività del momento, spesso la paura. Sia pure sul sangue di vittime innocenti è stato ritrovato per un giorno l ‘orgoglio per la nostra cultura e  questo orgoglio è la premessa necessaria per costruire quella risposta culturale, unica reale forza capace di contrastare e vincere radicalmente la minaccia terroristica e fondamentalista, mentre comunque e presto si dovranno realizzare nuove strategie di intelligence e d’intervento militare.

È l’occasione per le nuove generazioni di dare inizio ad una primavera europea per favorire l’avvicinamento politico degli Stati membri dell’Europa: un maggio europeo per trovare la definitiva unità con la riscoperta della sua cultura fondativa. Come ogni Costituzione anche quella europea, dopo l’inconcludente e deludente progetto del 2003, potrà così essere edificata sulla base di una lotta di liberazione.




Lupi solitari e global hackers

images-2images-1Ad un secolo dalla Grande Guerra, ancora sotto shock per la follia terroristica degli jihadisti, scoppia la cyber-guerra mondiale. Non un colpo di pistola la causa, non una gola tagliata, ma apparentemente la censura di un film. La Corea del Nord, che si suppone abbia  hackerato il sistema informatico e email della multinazionale Sony rea di aver prodotto un film parodia del regime di Pyongyang, ha subìto un devastante cyber-attacco : l’intera rete del regime di Pyongyang è stata messa completamente fuori uso per parecchie ore. L’attacco in verità non è stato rivendicato da nessuno e sebbene il Presidente Obama abbia dichiarato che il fatto avrebbe avuto conseguenze il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha così commentato l’accaduto: “A volte la rappresaglia si può vedere, a volte no.”

La realtà ingenuamente definita virtuale rivela d’un tratto tutta la sua potenza materiale, considerato quanto la nostra vita quotidiana, l’intera integrità e sicurezza nella moderna società dipenda dal web (energia, economia, finanza, sanità, difesa, trasporti…), sia dal lato dei produttori che da quello dei consumatori.  Accettato il concetto, mutuato dalla fisica, che il potere risiedesse nell’informazione, i sostenitori della democrazia politicamente corretta hanno sostenuto come un mantra l’idea che la trasparenza applicata tanto in politica quanto nella economia e finanza potesse essere l’arma di difesa dei cittadini liberi e giusti contro gli abusi di un potere occulto ed ingiusto.

Ma così si è fatta della trasparenza un feticcio coprendo la sua essenza ovvero l’onestà, dal momento che la trasparenza altro non è che il modo attraverso il quale si manifesta l’onestà di una persona. Se gli individui che operano nelle istituzioni non sono onesti dentro di sé non possono operare con trasparenza nei rapporti con gli altri da sé. Al più essi possono aspirare a quella pseudo etica della professionalità, cinica e opportunista, che si esprime, nel chiuso dei propri ruoli come monadi, con la convinzione che non vi sia “niente di personale” mentre si compiono le più orribili azioni.

Gli attacchi informatici sulla rete e gli attacchi terroristici per le strade urbane prefigurano nuovi scenari per la “guerra al terrorismo” che dovrà essere condotta nel backstage del palcoscenico della democrazia, de iure si reciteranno in chiaro le parti dei diritti umani e civili contrapposte alle efferatezze degli attentati e delle oppressioni, de facto si svolgeranno operazioni militari coperte volte a neutralizzare i nuclei terroristici con armi tradizionali e tecnologiche. Hacker come sniper, cecchini contro lupi solitari. Non è una novità assoluta se si ripensa alla passata “guerra fredda” e ai metodi israeliani (tipo “Operazione Ira di Dio”), dai quali dovremmo pur imparare qualche cosa (sic!), ma la nuova “guerra asimmetrica” impone una scala globale perché il terrorismo è diventato oggi, come già da tempo lo sono diventati il capitalismo e il web, per sua natura globale e non può ammettere limitazioni territoriali o temporali.

Dal “pensarci sempre, non parlarne mai” del terrore dei regimi oppressivi nazisti e comunisti, al “a volte la rappresaglia si può vedere, a volte no” delle democrazie che debbono difendere i propri principi come una volta gli stati difendevano i propri confini.

 




La copertina di Charlie

Unknown“Le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”. In questo avviso che introduce il video sull’attacco alla redazione di Charlie Hebdo proiettato nella rete possiamo riconoscere tutta la attuale debolezza dell’occidente.  Il moralismo del politicamente corretto applicato allo status democratico, mentre questo viene così apertamente attaccato sia da fattori endogeni che esogeni, ci ha fatto scordare che quando ci si trova in situazione di emergenza le strategie  devono cambiare e che siamo entrati in una fase storica in cui è necessario assumersi la responsabilità di difendere la democrazia con volontà e discernimento, piuttosto che ostinarci a praticarla nei confronti di coloro che la minacciano.

Per settanta anni, come mai era accaduto in precedenza in Europa, siamo riusciti ad educare due generazioni di giovani nel benessere ed in assenza di guerre consentendoci il lusso della formazione di una coscienza pacifista. Oggi, di fronte al solo continente africano la cui popolazione raddoppia nell’arco di una generazione con un tasso d’incremento demografico superiore al 3% (nel 1950 erano 224 milioni oggi superano i 1.100 milioni) e la cui povertà economica spingerà invano sempre più persone verso i paesi più ricchi, mostriamo indignazione e sgomento di fronte alle atrocità dei metodi terroristici, sempre più frequenti e diffusi, con i quali sedicenti califfati si contrappongono ormai apertamente al nostro mondo occidentale proclamando contro di esso una guerra in nome di un fondamentalismo religioso, loro unica ideologia rivoluzionaria disponibile.

Il senso di colpa per come abbiamo fondato i nostri principi di libertà, eguaglianza e fraternità (principi che rimangono universali) anche sfruttando per secoli le risorse di altri continenti sembra oggi spingerci all’ignavia e all’autodistruzione, a meno degli interessi dei poteri economici e finanziari multinazionali che governano il mondo nell’unico tentativo di preservare il potere tanto aspramente conquistato.

Crescita demografica, cambiamenti  climatici, diseguaglianze economiche, tensioni sociali-religiose-razziali sono i nuovi Cavalieri dell’Apocalisse, veri nemici dell’umanità contro cui dobbiamo lottare nei prossimi anni con estrema incisività e determinazione, per evitare di cadere nel baratro descritto dal monologo del colonnello Kurtz di Apocalypse Now : “(…) È impossibile trovare le parole…per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore…l’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’ orrore e il terrore morale ci sono amici in caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici. (…). Bisogna avere uomini con un senso morale, ma che allo stesso tempo siano capaci di… utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passioni, senza discernimento… Senza discernimento. Perché è l’intenzione di giudicare che ci sconfigge.” 




Della miseria italiana

164022099-1e69211e-dce5-4737-b318-3a1b54aa92b7Si può affermare senza paura di sbagliare che in Italia gli studenti sono, dopo gli operai e i politici, gli esseri più universalmente disprezzati.La scuola italiana per evitare la fuga dei cervelli taglia loro preventivamente le gambe.È accaduto in un liceo classico di Barletta, questa volta disfida assai poco cavalleresca, che gli insegnanti non abbiano riconosciuto alla conclusione del quarto anno e per la prima volta la media dell’otto ad un eccellente studente di 17 anni dotato per la Fisica che voleva anticipare gli esami di maturità e potere così accedere ad uno stage al Cern, che già lo aveva accettato per il suo talento.

“Ci sfidava, il nostro compito non è promuovere i talenti ma educarli”. Questa è la visione pedagogica di quegli insegnanti e naturalmente l’educazione si fa con la punizione. Costoro lo hanno fermato con un sette in condotta e un sette in Fisica a causa dei suoi comportamenti da loro ritenuti scorretti, abbassandogli in tal modo la media necessaria per accedere con un anno di anticipo agli esami di maturità.

Il risultato di tale esclusione è stato che il cervello Daniele Doronzo si è ritirato da quella scuola, è stato ospitato comunque dal Cern di Ginevra la scorsa estate ed è quindi fuggito negli USA a San Francisco dove oggi si sta preparando per sostenere il prossimo anno gli esami di maturità, come privatista in un’altra scuola vicina a quella che lo ha “educato”, e dove vorrebbe quindi restare per proseguire i propri studi.

Non mi consola la certezza che quegli insegnanti non potrebbero fuggire all’estero, sono al contrario indignato per come una simile miserabile mentalità possa essere tollerata dalle istituzioni e creare gravi danni alle persone, quindi al Paese. Meriterebbero l’immediata interdizione dall’insegnamento per giusta causa, altro che difesa del posto di lavoro. Qui non si tratta di diritti o di articolo 18, ma di civiltà. Si tratta del passaggio dalla famiglia, alla società civile e quindi allo Stato. Dall’appartenenza alla competenza: un cammino interrotto nel nostro Paese.




L’autoimmunità sociale

images-4Unknown-1Secondo stime correnti  80-100 mila sarebbero i combattenti jihadisti dell’Isis, di cui 3000 sarebbero europei e 48 italiani. Circolano sul web informazioni anche sulla presenza di occidentali tra le fila dei resistenti curdi.In Ucraina si sono formate neo-brigate internazionali di antica memoria ed anche tra queste sono presenti italiani. Siano essi volontari ideologici o mercenari, questi neo-brigasti costituiscono un fenomeno significativo, per quanto ancora contenuto, che ci indica un profondo e grave mutamento sociale in corso. Un fenomeno che non ci è estraneo e che non va sottovalutato, come è accaduto in questi ultimi decenni per il virus Ebola.

Che i giovani di ogni popolo (sappiamo quanto le condizioni culturali, sociali ed economiche nei nostri paesi occidentali, in particolare in Italia, abbiano prolungato tale status) siano i più esposti ad assumere comportamenti estremi per il loro bisogno di appartenenza sociale e di identificazione con principi e valori alternativi alle autorità esistenti è fenomeno noto e studiato. Del resto i poteri degli Stati e le dittature del secolo scorso hanno saputo bene come utilizzare queste potenzialità (arruolamento dei giovani e loro preparazione alla guerra).

Tuttavia, pur conoscendo i metodi e gli effetti di tale reclutamento (la posizione del dito indice nelle due immagini qui sopra esprimono tuttavia una differenza culturale profonda: in alto verso il cielo o diretto verso di te), come spiegare il fatto che la propaganda jihadista, con il suo uso studiato delle tecniche del marketing,  si presenta come  attrattore per alcuni giovani? È come se nelle società occidentali si fosse sviluppata una sorta di autoimmunità sociale e si manifestasse la radicalizzazione dei conflitti interni all’occidente proiettata in un teatro di guerra straniero al fine di potersi esprimere con l’azione.

Si tratta di una perdita o mancanza di identità che porta sempre più numerosi cittadini, per lo più in età giovane, a disconoscere i principi sui quali si è fondata la loro formazione e per i quali dovrebbero reagire contro ogni minaccia ma che al contrario rivolgono contro di essi la propria ostilità. Che il tramonto dell’occidente si manifesti con un’autoimmunità sociale?