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Democrazia e maggioranza.
Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.
” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”
(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della aristocrazia punito con l’esilio, che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai cultori del “politicamente corretto” la facile occasione di rivolgerci l’accusa, per altro oggi molto diffusa, di essere antitaliani e antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere la complessità del mondo contemporaneo.
Tuttavia, noi riteniamo che mentre l’aristocrazia nobiliare non debba meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone
) sia al contrario oggi un’operazione virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.
Ma chi sono oggi i migliori? Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale e morale diffuso nel nostro paese hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali critiche si sono accompagnate poi ad espliciti richiami all’esigenza di introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.
Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”, mentre un politico, nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione, per noi preferibile, “la democrazia dei migliori”.
Noi consideriamo la democrazia come la forma di governo dei popoli più avanzata, ma occorre fare attenzione e distinguere il modo di gestire il potere dal modo di selezionare i governanti.
Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento delle regole e delle istituzioni terze, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, è pur vero dall’altra che la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, conseguente al processo di selezione dei governanti.
In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo? In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?
Noi riteniamo che non si debba confondere la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma le modalità di selezione dei governanti.
A parte le sue origini greche, la democrazia così come si è evoluta dall’illuminismo ad oggi prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il senso del progetto dell’Encyclopédie).
La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.
Tale intima e profonda ragione che lega la cultura alla democrazia non può accettare per esempio riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica. La scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma guidata dall’interesse generale e sostenibile.
Nel governo e nella costituzione della classe dirigente politica va riconosciuto il rispecchiamento della cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica. Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.
La politica culturale non va intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma come l’essenza stessa della politeia.
D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente si appiattisca inesorabilmente al livello più basso acquisito. Ai livelli più alti di equilibrio raggiunti, la cultura ha bisogno di una maggiore energia per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.
Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità migliori, che pure esistono ed operano nel paese confinate nel proprio privato, ma rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come un “imperativo statistico”, con riferimento in questo caso al prevalere della “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non per il popolo, non soltanto con il popolo, ma proprio come il popolo. A loro questa identificazione totale appare come la realizzazione compiuta della democrazia.
Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano. Potenza e fascino del numero! Il fondamento razionale della democrazia è appunto la statistica.
A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi, ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.
Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che per i curricula. Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva osservato criticamente, tali candidature costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa deve poter consentire ad ogni componente presente nella società il diritto di avere una sua rappresentanza politica.
Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua! La raccogliticcia cultura politica di quel piccolo yes-man (l’Uomo Nonsai, come ci suggerisce Bergonzoni
riferendosi alla particolare coltura giapponese delle piccole piante ) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con il metodo della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.
Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.
Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua natura essenzialmente democratica.
Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni di cui appropriarsi sui quali si possa esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici che l’individuo deve assimilare attraverso la formazione per essere nel mondo. Le idee sono dunque una componente del nostro essere appartenente all’umanità. L’uomo è responsabile perchè è libero e non esiste un copyright della cultura, perchè essa è patrimonio dell’Umanità.
Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione, una felicità, nel riscontrare in autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.
Ma oggi c’è internet, che affascina intellettuali e politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valore dell’informazione, al di là del suo contenuto di senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle tecnologie ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.
Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie pone all’individuo il serio problema di una capacità di adattamento non ancora pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio necessita che il nostro cervello si adatti al suo software al sua hardware. Il computer per poter esprimere il suo massimo potenziale ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.
L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate alle scoperte della biologia potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma, ricordando per esempio che quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta e che è trascorso appena un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che convenga ragionare con la massima apertura e in ogni caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando il progresso delle scienze.
Ci si chiede se è auspicabile l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della diffusione e della crescita della democrazia. In verità, il problema posto da internet non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di opinioni? Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?
Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato afasico di risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta allo stato di un interruttore che può accendersi o spegnersi. Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione dell’apprendimento; perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via della tecnologia corriamo il rischio di assimilare acriticamente la logica del marketing, che vuole il cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.
Navighiamo in una realtà virtuale in cui la relazione viene affidata sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi (sms, mms, e-mail, blog, youtube…), dal momento che l’efficienza dei siti si basa sul controllo della densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo. Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato, all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.
in questi ultimi anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei pacifisti, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a salvaguardia della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di rivolta in Nord Africa).
Tutti questi eventi sono fenomeni positivi fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi un rituale di una nuova liturgia massmediale. Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.
Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla sicurezza procurata dall’anonimato. Si osservi infatti come nella comunicazione sul web.2 prevalga l’uso di pseudonimi con i quali si cela la propria identità. La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.
Energia e informazione
Vogliamo P.A.C.E.
(Politica-Amore-Cultura-Energia)
Centrali nucleari in Italia, disastro nucleare in Giappone, moti di liberazione in Nord Africa, immigrazione africana verso l’Europa, divisioni politiche in Europa ….. se tutto è connesso, cosa può collegare tra loro queste emergenze? Esiste una soluzione comune ai problemi comuni?
La tragedia in corso in Giappone ha risvegliato in occidente le coscienze insinuando nuovamente il dubbio sulle centrali nucleari, ma lo ha fatto instillando la paura ed era già accaduto nel 1986. Che dire della memoria e delle fluttuazioni delle coscienze? Un incidente, il referendum, il rifiuto del nucleare, la riproposta del nucleare, nuovo incidente, la pausa di riflessione. Non si deve decidere sotto il ricatto della paura. Giusto, ma perchè si ripropongono, in particolare nel nostro Paese, le centrali nucleari? Solo per interessi economici? Gli interessi da soli non bastano a spiegare i comportamenti umani. Dobbiamo domandarci e rispondere al perchè di quegli stessi interessi e spiegare perchè si sia disposti ad accettarli.
Cos’è accaduto in Giappone? E’ accaduto che un terremoto poi uno tsunami, hanno devastato coste e città, ma chi poteva prevedere quell’intensità? Siamo di fronte all’ineluttabilità della natura … e la compostezza di fronte alla tragedia di quel popolo, da sempre convivente con quella natura ostile, è per noi esemplare. Ma lo tsunami ha nella sua furia compromesso 6 reattori della centrale nucleare di Fukushima, dove si da ormai l’emergenza è al massimo grado. Ora la catastrofe è nucleare, quindi umana. E’ anch’essa ineluttabile? Imprevedibile? Dobbiamo convivere anche con l’ostilità tecnologica del rischio nucleare? Qui la compostezza viene meno, anche in Giappone.
Nei bambini i mostri generano la paura,di notte, ma negli adulti, i bambini diventati grandi, è lo stato di paura che genera i mostri, anche di giorno. Così, dopo aver dimenticato le testate nucleari delle bombe e dei missili, percepiamo il reattore nucleare come un nuovo mostro che se, quando, ferito genera morte e distruzione di massa. Dopo Hiroshima e Nagasaki e gli esperimenti nel Pacifico non sono scoppiate altre bombe atomiche o all’idrogeno, mentre gli incidenti nucleari alle centrali, almeno quelli fino ad oggi rivelati, sono noti. Cosa pensare, dunque? Cosa dire? E soprattutto che fare?
Gli argomenti che vengono in genere offerti alla pubblica opinione per giustificare la necessità di ricorrere alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari sono principalmente due: la necessità di fare fronte alla domanda crescente di energia e la necessità di rendersi indipendenti dalle forniture energetiche. Dunque, da una parte la motivazione economica in relazione allo sviluppo, come si è caratterizzato in questi ultimi due secoli, dall’altra la motivazione politica in relazione alle strategie internazionali per il controllo delle fonti energetiche. Mancano tuttavia le motivazioni scientifiche in relazione alle tecnologie usate, all’impatto ambientale e ai rischi sulla salute. Gli argomenti proposti dagli strenui difensori del nucleare sono spesso infondati e irrazionali. Esse appaiono come pure petizioni di principio nella forma dell’ “imperativo tecnologico” secondo il quale se una cosa c’è dobbiamo usarla. Il primo argomento pro nucleare è sintetizzabile nella formula: “Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Si sostiene che dal momento che siamo circondati da centrali nucleari francesi, svizzere e croate, dalle quali per altro attingiamo energia per i nostri consumi ( la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari però ad appena l’ 1,5 per cento del totale) tanto vale renderci indipendenti con nostre centrali nucleari sul nostro territorio. Evidentemente in questo caso non vale la logica delle esternalizzazione e nemmeno della delocalizzazione, ma al contrario si sostiene la convenienza anche economica di costruire centrali nucleari sul territorio italiano. E per quanto riguarda i rischi? Torna il fatalismo sotto la forma dello “imperativo tecnologico”: tanto ci sono già, una più una meno…
Secondo argomento pro nucleare. Dobbiamo assicurarci il soddisfacimento del crescente bisogno di energia. Ma le cose non stanno proprio così. Consultando i dati pubblicati sulla produzione di energia elettrica in Italiasi scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Semplicemente perché conviene economicamente. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). Quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.
Per comprendere l’ossessione energetica che ispira le menti dei sinceri nuclearisti, intendo quelli in buona fede, non corrotti dalla frenesia degli appalti (vedi G8, L’Aquila, il Ponte sullo stretto…), penso occorra fare una preliminare riflessione di ordine storico e demografico in relazione ad un fenomeno che caratterizza da millenni l’evoluzione delle società umane: la città.
Secondo uno studio dell’Ined (Institut National Etudes démographiques) pubblicato nel 2007 su “Population et sciences” e che si basa su dati dell’ONU, la maggior parte della popolazione mondiale è urbanizzata. La soglia sarebbe stata superata il 23 maggio 2007: più del 50% della popolazione mondiale da allora vive in città. L’urbanizzazione è in ulteriore, continua crescita e si prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troveranno in questi continenti.
La crescita delle città
costituisce uno dei fenomeni più importanti nella storia dell’umanità, con la specificazione però che nei paesi meno sviluppati la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai paesi sviluppati. C’è però una grande differenza tra quanto accade nei paesi ricchi e in quelli poveri. Nei paesi ricchi l’urbanizzazione è frutto dello sviluppo e le città offrono posti di lavoro e un modo di vita per molti più interessante. Dove la società è più ricca ed evoluta si sta tuttavia delineando una tendenza contraria: attività industriali, aree commerciali e zone residenziali si spostano dalla città verso altri luoghi. È ildecentramento urbano. Numerose fabbriche sono sorte in zone agricole, perché le reti telematiche e i trasporti veloci tendono ad annullare le distanze. In aree extraurbane, talvolta in aperta campagna, sono sorti grandi centri commerciali e insediamenti residenziali. Nei paesi poveri, invece, le grandi masse che si accalcano nelle sterminate periferie delle città, inseguono la speranza, spesso solo illusoria, di migliorare la propria esistenza.
L’alterazione del rapporto città – campagna ha creato numerosi e ben noti problemi alla composizione e alla dinamica delle società (integrazione tra etnie, criminalità, microclima, igiene e sanità pubblica, inquinamento, viabilità e trasporti, ecc), tutti riconducibili ai concetti di centro e di densità. La città ha al suo interno uno o più centri e si costituisce essa stessa come un centro rispetto ad un territorio più allargato. Nella città centro ogni fenomeno si concentra e quindi si manifesta con elevata densità, indipendentemente dalla sua intensità. Tra i problemi di maggiore rilevanza emerge quello del consumo energetico, che non è più soltanto da mettere in relazione alla concentrazione della produzione industriale, ma in relazione alla concentrazione dei servizi. Esiste cioè una correlazione tra densità di popolazione e densità di consumo d’energia.
L’idea della centrale elettrica, soprattutto quelle di media e di grande potenza, nasce dunque da questa necessità e la sua dislocazione dipende in parte dalla natura della sorgente d’energia (bacini idrici, giacimenti, raffinerie,) in altra dalle considerazioni tecniche ed economiche. Così viene normalmente accettato che, una volta scelta la fonte energetica (carbone, petrolio, gas o uranio) conviene costruire centrali di media o alta potenza in ragione dell’evidenti economie di scala e, d’altra parte, più la produzione è prossima all’utilizzazione, minori saranno le perdite nel trasporto di energia (le perdite, tra l’altro, condizionano la dimensione ottimale della centrale).
Dobbiamo dunque chiederci, prima ancora di scegliere le fonti energetiche, se lo sviluppo fondato sull’idea della centralità della produzione energetica sia ancora sostenibile per il futuro. E’ ancora una volta un problema di cultura, che deve guidare la politica nella visione dell’interesse lontano. Dobbiamo immaginare lo sviluppo energetico fondato su nuove visioni legate maggiormente ai concetti di decentramento e di rete, dove ogni nodo produttivo può coincidere con l’utilizzatore finale, analogamente a quanto già è avvenuto con la rivoluzione informatica di questi ultimi decenni.
Nella rete energetica può avvenire quello che sta in analogia accadendo nella rete dell’informazione, dove ogni singolo utente–nodo connesso alla rete è ad un tempo consumatore e produttore, più autonomo e quindi libero dai condizionamenti derivati dalla concentrazione di potere e più responsabile nei consumi.
Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec,
l’Internet dell’energia, al di là delle scelte delle fonti rinnovabili e delle nuove tecnologie oggi esistenti, nella rete che collega tra loro i vari tipi di centrali di produzione di energia, dislocate là dove è direttamente reperibile con maggiore facilità la fonte energetica, si vede non solo la soluzione energetica per l’Europa e del Nord Africa, ma anche la soluzione economica e politica per gli Stati del Nord Africa, oggi in aperta e drammatica ricerca di democrazia e sviluppo. Desertec non presenta ostacoli tecnici alla sua realizzazione, dal momento che utilizza tecnologie già esistenti e mature (per esempio gli impianti solari di Carlo Rubbia),
per altro destinate a migliorarsi nell’arco temporale richiesto per la realizzazione, essa richiede l’intelligenza e la volontà di scegliere di adottare un nuovo modello di sviluppo fondato sulla cooperazione.
Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.
L’enorme successo di Wikipedia in questi dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno, suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità di internet: una cultura che nasce dal basso. E’ da condividere tale entusiasmo ?
In effetti, Wikipedia e tutte le iniziative che portano il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne permise la diffusione al di fuori del controllo della Chiesa. Tuttavia, non si tratta di una “cultura fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica. Essa costituisce una buona pratica di democrazia, di ciò che significa essere “per il popolo”.
Non è tutto. Mentre Wikipedia cresce e si diffonde, altri progetti innovativi, forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto avviato da un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.
Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano, da alcuni anni concluso. (nota)
Simili progetti possono anche’essi apparire ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo riconoscere la realtà e il valore di quei lavori poco visibili con i quali si mette ordine nel sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso. Si pensi alla formazione di Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una scienza, alla realizzazione, appunto, del Progetto Genoma Umano, sorta di dizionario dei geni dell’uomo.
Wikipedia e questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.
Oggi il problema è: come la Università e la Scuola potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino alle tesi di laurea presentate nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni. Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute. Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento, anche per l’esigenza di mantenere un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.
Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline, acquisendo la capacità di costruire, al momento del bisogno e in autonomia, il sapere al livello adeguato al compito richiesto.
Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.
Facciamo un esperimento teorico. Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che costituiscono il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni. Immaginiamo quindi di avere l’interesse di apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono applicati a quel argomento e cominciamo a creare hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che ben conoscono i critici e gli estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto immaginare?
Il fenomeno va considerato come una ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma posto da queste tecnologie, ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.
Si sostiene che Wikipedia sia democratica in quanto conoscenza che si costruisce dal basso. Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui applica la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione. Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.
Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico. Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati distribuendo loro gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto. In questa posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo cui il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.
Occorre tener ben presente che gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza, dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti. Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è dunque il contrario, ovvero se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia. La visione di internet come un’agorà rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione, una valida piattaforma per impostare la ricerca di un risposta corretta al problema.
BIBLIOTECA
David Abulafia “Federico II” Enaudi, 1988
Theodor Adorno “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa” Einaudi, Torino 1994
Kenneth J. Arrow “I limiti dell’organizzazione” Il Saggiatore, 1986
Girolamo Arnaldi “L’Italia e i suoi invasori” Edizioni Laterza, 2002
Anonimo Ateniese “La democrazia come violenza” Sellerio 1991
Luigi Campiglio “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?” il Mulino, 2005
Roberto Calasso “Le nozze di Cadmo e Armonia” Adelphi, 1988
Giorgio Colli “La nascita della filosofia” Adelphi, 1983
Robert A. Dahl “La democrazia economica”, il Mulino 1989
Guy Debord “La società dello spettacolo”, Massari Editore, 2002
Ronald Dworkin “La democrazia possibile. Principi per un nuovo dibattito politico” Feltrinelli, 2006
Piero Gobetti “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” Enaudi, 1995
Hans Jonas “Il principio responsabilità” Einaudi, 1990
Fabio Mini “Soldati” Enaudi, 2008
Grytzko Mascioni “Lo specchio greco. Alle fonti del pensare europeo” Mondadori, 1990
Platone “Simposio” Adelphi, 1993
Kuki Shuzo “La struttura dell’iki” Adelphi, 1992
Paul Ginsborg “Salviamo l’Italia” Einaudi, 2010
Franklin Delano Roosevelt “Ripartiamo” add editore, 2011
Martha C. Nussbaum “Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” il Mulino, 2011
Kevin Kelly “Quello che vuole ta tecnologia” codice Edizioni, 2011
John Maynard Keynes “Possibilità economiche per i nostri nipoti” Adelphi, 2009
(… continua …)
La storia
Ad alcuni commentatori smaliziati di questi ultimi anni è apparso paradossale vedere gli eredi del Partito Comunista Italiano battersi apertamente in difesa dell’unità della Nazione e dei valori della Costituzione, contro la minaccia mostrata dalla destra al potere di indebolire le forme istituzionali democratiche.
Solo vent’anni fa sarebbe stato improbabile assistere alle esibizioni del canto dell’inno di Mameli da parte di rappresentanti del PCI, i quali non avevano mai nascosto una certa diffidenza verso la “democrazia formale”, preferendole le analisi storiche, economiche e sociali svolte in una cornice di contrapposizione ideologica tra blocchi.
La difesa in corso della nostra Costituzione (giusta ed opportuna perché è strategicamente inutile voler cambiare qualcosa che va in rovina, quando si dovrebbe dapprima salvare ciò che si vuole cambiare) ci offre l’opportunità di svelare una verità della nostra storia, il fatto che il ruolo assunto dalla sinistra in Italia, sia essa socialista che comunista, è stato di fatto supplire all’assenza di una classe borghese, derivata da una rivoluzione liberare e socialmente consolidata.
Questa verità nella storia italiana è stata soffocata durante il fascismo e in seguito occultata dalla contrapposizione tra le due grandi ideologie fino a diventare un tabu sia per la sinistra che per la destra.
Non occorre essere di sinistra per riconoscere l’apporto determinante dato dalla “via italiana al comunismo” all’edificazione dello Stato liberale e democratico, a partire dal riscatto della Resistenza da una guerra perduta tragicamente tra rovine materiali e morali, per approdare alla partecipazione attiva nella fondazione della Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ questo il motivo per il quale la destra italiana contemporanea recrimina con livore ed ostinazione sulla presunta prevalenza e dominanza della cultura di sinistra, per esempio nell’editoria e nella scuola. In questa invidia c’è l’ammissione della propria origine popolare del fascismo, culturalmente inconsistente.
La Religione
La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere un elettorato prevalentemente cattolico, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica.

Nel nostro paese è difficile affrontare una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste. Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu ? Attraverso la constatazione che nelle analisi e dibattiti culturali o politici si tende a confondere il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”.
E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni così diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta
quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la s’intenda, una svolta selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione nell’evoluzione del mondo occidentale.
Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura della Controriforma, chiusa ed involutiva.
Prima in Europa poi nell’America del Nord, l’etica protestante ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente borghesia, costruendo l’unità delle istituzioni tanto negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità. Se ieri i Piemontesi si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano,
oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.
Prendiamo dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità, occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo, ma attraverso la famiglia. Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità) concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile.
Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci ad altri paesi europei o agli Stati Uniti, riconoscendoci tutti cristiani, ma mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che tedesco, anglosassone , scandinavo o americano. Un esempio per tutti è il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così profonda da non sfuggire nemmeno all’attenzione del distratto turista.
Si tratta della cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. Senza nulla togliere ai principi e valori generali del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui apparteniamo, dobbiamo prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza al progresso, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo quello cui abbiamo assistito in occasione delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.
La formula Peppone versus Don Camillo è stata una geniale invenzione cinematografica che ha rappresentato attraverso le maschere la profonda divisione di un popolo, la sofferta convivenza delle due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro gli stessi individui.
Cosa significa dunque essere laico? Una fotografia di un corteo a Parigi durante uno sciopero degli insegnanti di circa due anni fa, quando la nostra scuola fu investita dalla c.d. “riforma Gelmini”, mostrava un cartello su cui era scritto: “la scienza per tutti”.
La politica
Il regime politico presente nel nostro paese ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.

Durante il regime fascista, che è bene ricordare si è affermato grazie alla desistenza di una monarchia inetta e si è consolidato quindi con la volontà popolare, il popolo veniva compattato e dominato dal potere nella prospettiva di diventare attraverso la dittatura di uno Stato guida una potenza egemone in espansione da cui sarebbero derivate sicurezza e prosperità. Una tale concezione accomunava le ideologie novecentesche che si reggevano sul controllo delle masse mediante regimi totalitari, regimi che si giustificavano come necessari proprio in relazione alla grandezza dei fini.
Oggi il popolo si sente minacciato dalle nuove dimensioni del territorio: la globalizzazione dei mercati, i cambiamenti del clima, i flussi immigratori. Esso si ritira, frammentandosi, in una dimensione più domestica, nel tentativo apolitico di affrontare la realtà in una prospettiva tecnica atemporale, mediante una gestione amministrativa del potere, dominata dalla economia e dell’efficienza, dal “fare”: una democrazia commissariata.
Se quel ventennio è stato tragico nei modi e negli esiti, l’attuale periodo può risultare in realtà ancora più tragico per il radicarsi progressivo negli uomini contemporanei dell’angoscia per la precarietà o assenza del futuro, il luogo a cui tendere e dove ritrovarsi. I comportamenti e gli atteggiamenti dei regimi passati ci possono apparire oggi, soprattutto alle giovani generazioni, come caricature del potere.
Rimane alla fine il “popolo” come variabile indipendente della politica contemporanea. Una concezione del potere demagogica ed economicistica che seguendo il principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole” rivela l’incapacità della politica contemporanea di riappropriarsi della missione originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene comune. La politica come “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering) 
E il lessico usato ci aiuta a comprendere l’impoverimento del pensiero avvenuto in questi ultimi anni, allorchè il paese è stato concepito e trattato come un’azienda, come un sistema, mai come uno Stato.
Se ciò è vero allora bisogna accettare l’idea che il populismo della destra contemporanea non è così diverso del populismo della sinistra. Se il primo ha bisogno di un popolo passivo, consumatore e infantile, come sostegno e giustificazione del proprio mandato, il secondo pervaso di cattolicesimo indulge sulle sue miserie con la pretesa di condurlo al potere. Entrambe le concezioni sembrano voler farci dimenticare che il popolo e l’opinione pubblica quando sono contro il potere gli nuoce e quando gli sono favorevoli non contano niente.
Il Diritto
Il diritto di voto ai minorenni. Prima le donne poi i bambini.
La crisi economica in corso e le improvvide politiche adottate fino ad oggi in Italia per rimediarvi hanno fatto drammaticamente emergere la disoccupazione giovanile, ormai arrivata ad un terzo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni. La flessibilità del lavoro è divenuto l’incubo per i giovani, tendenzialmente privati del loro futuro. Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro? Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta.
Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come nelle altre democrazie contemporanee, sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica. Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?
Se il voto rappresenta il diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria, allora la partecipazione dei minorenni in assenza del voto è lasciata alla sola buona volontà delle strategie dei partiti politici. D’altra parte ben conosciamo i limiti dell’orizzonte politico appiattito sulla fine della legislatura e accade così che i bisogni e le aspettative dei giovani vengano sacrificati nei programmi, dal momento che il danno così procurato non appare nell’immmediato.
L’estensione del diritto di voto ai minorenni è un tema riconducibile al filosofo Antonio Rosmini (1848) ed è stato già affrontato in altre democrazie come in Francia, già con una proposta legislativa risalente al 1910, in Germania in anni più recenti ed in Austria, dove dal 2007 si vota a 16 anni di età.
L’argomento riguarda più di 9 milioni di cittadini di età compresa tra o e 17 anni, ovvero il 19% dell’intera popolazione di cittadini residenti in Italia e in particolare, considerando l’ Austria come esempio di prima fase di applicazione, interessa sempre in Italia circa 1,1 milioni di giovani di età tra i 16 e 17 anni (il voto per i cittadini da 0 a 15 anni è delegabile ai genitori).
E’ interessante notare come la partecipazione alla vita attiva del paese di questa quota parte di cittadini possa costituire la base per un riequilibrio delle politiche di welfare state nel nostro paese, dove la quota di popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta oggi il 26% circa dell’intera popolazione, ed è destinata a crescere.
L’idea centrale è che la competizione politica per il consenso elettorale obblighi i partiti politici a tenere conto dei bisogni dei giovani nei loro programmi elettorali e quindi nell’azione di governo. Il principo di “un uomo un voto” della tradizione democratica, sia esso maschio o femmina, adulto o minore verrebbe in tal modo realizzato.
In Italia la rappresentanza del voto dei minori non è compatibile con l’attuale normativa costituzionale e pertanto, in una prospettiva di difesa e consolidamento dei suoi principi e valori, una modifica della nostra Costituzione (cfr. art. 3) che attribuisse il diritto di voto dal momento della nascita, con ciò abolendo l’ultima discriminazione in base all’età, risulterebbe coerente con lo spirito costituente e potrebbe conciliare la crisi emergente del breve periodo con l’interesse lontano del paese.
(Per l’approfondimento del tema si rimanda alla lettura de “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni” di Luigi Campiglio – Prof. Ordinario di politica economica presso L’Università Cattolica di Milano – Il Mulino, 2005)
L’Etica
Recentemente ha fatto notizia il risultato di una ricerca sociale secondo la quale l’infelicità che sembra essersi diffusa tra i cittadini delle ricche società occidentali sia da mettere in correlazione con la disparità della distribuzione della ricchezza. In altre parole, si sarebbe dimostrato scientificamente (sic!) che non si può essere felici se si è circondati dalla povertà.
L’eguaglianza comporta che la società dia a tutti gli individui la pari opportunità per esprimere e valorizzare i propri talenti. In questo quadro riconoscere Il merito significa gratificare l’individuo nella sua specifica personalità e quindi renderlo appagato. Ma le pari opportunità comportano l’assicurazione di un livello di benessere comune (welfare state), perché esiste una povertà assoluta in relazione ai bisogni e ai diritti, che è intollerabile, ed un’altra povertà relativa, che è accettabile nella misura in cui è giustificabile e modulabile.
Il problema non è accettare o rifiutare la disuguaglianza nella ricchezza, purchè questa sia lecitamente derivata dalle proprie capacità, ma di garantire che la sua distribuzione sia fondata esclusivamente sul diritto e sul merito, per evitare da una parte uno stato di miseria che comprometta la vita stessa delle persone, dall’altra che l’eccedenza di ricchezza concentrata in pochi individui, intollerabile e pericolosa in quanto concentrazione di potere che tende a confliggere coi principi democratici, possa non essere redistribuita alle nuove generazioni.
Quali sono oggi i fattori che impediscono e frenano lo sviluppo sociale ed economico nel nostro paese? Indichiamo qui due emergenze, che dovrebbero occupare i primi posti della agenda politica di un governo riformatore: l’evasione fiscale e la criminalità organizzata.
L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale, in quanto da una parte sottrae risorse allo Stato e dall’altra alimenta la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone l’individuo al di fuori del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito. L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che la lotta all’evasione fiscale deve essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata. Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasioine / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere, e simultaneamente mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.
La criminalità organizzata, per la sua radicalizzazione nel territorio e la sua invadenza nelle mentalità, va concepita come il problema più grave, in assoluto, sia considerandolo sotto il profilo etico, in relazione alla diffusione e pervasività dei comportamenti illegali ed illeciti tra la popolazione di vaste aree e in particolare quella giovanile, sia sotto quello economico in relazione all’inosservanza delle basilari regole della concorrenza in un libero mercato. Nella misura in cui essa agisce contro lo Stato e le sue Istituzioni democratiche per sostituirsi ad esso nel controllo del territorio e della popolazione con modelli di convivenza arcaici, va combattuta come un nemico che mina all’interno della collettività le regole della convivenza civile, generando in essa uno stato di schiavitù e paura. La guerra alla criminalità organizzata va dunque dichiarata alla lettera e condotta con fermezza alla pari della lotta contro il terrorismo, con la consapevolezza che contro di essa abbiamo il dovere di difendere la democrazia, non di praticarla.
I tabu nazionali
L’apertura dell’uomo di fronte al mondo si misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste, ma che si colloca nel futuro. Nel presente, che ci contiene, risiede la verità del passato, ma come comprenderla? Per noi la condizione preliminare sta nelle armi della critica: combattere i luoghi comuni, incrinare le certezze, riscoprire i significati e infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre visioni.
Con la rubrica I tabu nazionali ci proponiamo di smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che compromettono l’evoluzione del nostro paese (si tratta di cliché che si radicano nell’immaginario in modo spesso irreversibile, tanto da configurarsi come veri e propri tabu). Rivendichiamo la libertà di combattere tutte le ideologie, laddove si annidano, ovvero di combattere l’ ideologia, quel pensiero che sebbene fondato su una verità parziale si irrigidisce nella forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo originario.
Chi siamo
(Creatore del sito, editore e autore) Mi chiamo Renato Frabasile e sono nato il 29/01/1948 a Milano, dove vivo tutt’ora con mia moglie e i tre figli. Mi sono iscritto all’Università nel 1967 e seguito il primo biennio alla Facoltà di Fisica, durante il quale per interessi coltivati durante una formazione in Psicologia presso la Facoltà di Medicina, non maturatola decisione3 di trasferirmi alla Facoltà di Biologia dove mi sono infine laureato. Dopo aver fatto una esperienza di lavoro di ricerca in ambito economico sanitario, ho iniziato a lavorare stabilmente come insegnante nel Comune di Milano. Nello stesso Ente nel 1984, in esito ad un concorso pubblico, sono diventato Dirigente e da allora nell’arco di 25 anni ho assunto incarichi in diversi ambiti operativi: Preside di scuole superiori, responsabile dei Servizi scolastici, responsabile del Controllo di qualità, dei Servizi logistici e di Settori a supporto dei Consigli di Zona. Dall’estate 2009 sono in pensione. Sono stato iscritto all’Associazione Libertà e Giustizia fino al 2013, di cui ho frequentato la Scuola di Formazione Politica. Le mie passioni sono sempre coincise con i miei interessi e sono state molteplici: ieri la montagna e la letteratura, oggi la vela e i viaggi, ma sempre la musica e la conoscenza. Io non sono religioso, se fossi religioso non sarei cristiano, se fossi cristiano non sarei cattolico.
(Autore) Mi chiamo Walter Bocelli, sono nato nel 1947 a Milano, dove ho lavorato per quasi quarant’anni come impiegato nell’ Amministrazione Statale e dove vivo tutt’oggi. Sono laureato in Scienze Biologiche e durante il periodo universitario ho seguito una formazione di Psicologia presso la Facoltà di Medicina in seguito al quale ho svolto alcune ricerche e brevi stage lavorativi. Nel 1982, insieme ad un collega, ho collaborato a costituire presso il Sindacato CGIL il Servizio Fiscale, poi divenuto Caf. Da marzo 2011 sono in pensione. Ho per molti anni coltivato la mia passione di disegnatore, in particolare la tecnica pittorica del trompe l’oeil. Fino all’età di trent’anni mi sono occupato di letteratura. Poi mi sono interessato soprattutto di filosofia, che oggi definisco come la filosofia viva. Mi definisco senz’altro cristiano Cristo per me essendo un filosofo.
La società della percezione
Questo è il titolo provvisorio di un progetto di analisi che mira ad aggiornare il concetto di società dello spettacolo avendo per obiettivo la comprensione dello stato della coscienza come oggi si pone di fronte al mondo globalizzato. Potremmo definirla, usando il diffuso e tanto amato gergo tecnocratico, come la ‘coscienza di ultima generazione’.
Introduzione alla Filogenesi Culturale
Ogni uomo alla nascita deve ripercorrere in pochi anni tutto quel cammino che la propria civiltà ha percorso in migliaia e migliaia di anni, nasce quando il mondo è già parlato. Mafalda, la protagonista dell’omonima striscia a fumetti di Quino (un signore che con il fumetto ha fatto cultura), ad una amica che le chiede se capisce quando parlano i grandi, risponde: “sei mai entrata in un cinema quando il film è già cominciato?”.

La mia intuizione è stata trasportare quest’idea dall’ontogenesi alla filogenesi, alla nascita dell’uomo in quanto coscienza durante l’evoluzione. Quando la coscienza nasceva migliaia di anni fa e nasceva proprio in quanto coscienza, il film era già cominciato, esistevano già le regole, regole non solo naturali ma anche culturali. Anche se nessuno le aveva fatte e solo la mente umana aveva potuto partorirle, le regole erano già lì prima che la coscienza fosse.
Com’è possibile? Chi le aveva fatte? Da dove vengono le regole?
Questa apparente contraddizione trova la sua spiegazione nella cultura come positum, nel modo in cui la cultura viene a depositarsi agli albori di ogni civiltà. Questo modo da me definito selezione culturale sta alla base della filogenesi culturale. La filogenesi culturale si occupa della fenomenologia dello spirito attraverso emergenze esistenziali che altro non sono se non le premesse per l’epifania dello spirito nelle sue diverse manifestazioni. Emergenze strettamente legate alla selezione naturale, alla sopravvivenza del gruppo, ma al tempo stesso costituenti per l’individuo un nuovo modo di esserci.
Da questa idea è nata un’opera: la filogenesi culturale. Quest’opera ha l’ambiziosa pretesa di voler rivoluzionare la concezione fin qui avuta della filosofia, di sottrarre la filosofia al ruolo di ancella nei confronti della scienza, posizione nella quale ora versa in qualità di epistemologia, per riportarla al primato che le compete tra le dottrine interpretative.
Non è un testo ovviamente per gli adoratori della cultura in pillole, la lettura non offre scorciatoie; tutto va letto, letto fino in fondo e digerito. La sospensione del giudizio è indispensabile alla comprensione. Qualsiasi ideologia, qualsiasi appartenenza, qualsiasi posizione pregiudiziale in dottrina come nella persona ostacola la comprensione.
Molto brevemente dirò che esiste un vuoto tra la Scienza e Dio che oggi non è riempito da alcunché, un vuoto che le considerazioni sull’essere Heideggeriane rientranti in quella scienza preliminare che fonda l’analitica esistenziale colmano solo parzialmente. Anche Heidegger per quanto possa essere stimato il più profondo ricercatore in merito all’Essere, alla sua ontologia, rimane legato in quella che si può definire una filosofia statica, un modo di vedere e approfondire la realtà che parte dal soggetto calato nella realtà storica del tempo in cui vive e che cerca i fondamenti dell’essere a partire dalla stessa per tornare alla stessa senza mai uscirne né riuscire a vedere di stare ragionando su un solo piano, quello della cultura del proprio secolo.
Di contro, la visione antropologico culturale offerta nella filogenesi spazia in una categoria dell’essere ignorata dalla filosofia: l’evoluzione, l’evoluzione filogenetica che la cultura ha avuto a partire dagli animali fino a giungere all’uomo. Ho cercato di analizzare il più puntualmente possibile le emergenze esistenziali che hanno costituito il positum della cultura umana. In questo studio della dinamica dell’essere nel suo divenire si fonda la filosofia dinamica.
In osservanza dell’analitica esistenziale mi sono rifatto a un domandare più originario, ma diversamente da Heidegger, il mio a che non ha spaziato astrattamente nella riflessione, partendo cioè da un’indagine su un piano orizzontale legato alla cultura dell’epoca da me vissuta, ma il mio spirito è sceso più concretamente verticalmente nell’evoluzione dell’essere della cultura della storia naturale, parallelamente indagando sui mutamenti dello Spirito. Dalla natura all’uomo, dalla res estensa alla res cogitans, vi sono infiniti passaggi senza soluzione di continuità che hanno tuttavia diversificato l’essere come la notte il giorno. Alcuni di questi determinano svolte radicali nel modo di esserci. È a queste emergenze che ho posto attenzione.
È bene precisare che quanto fatto anche se non pretende di essere alla portata proprio di tutti, non è un libro per specialisti e non inerisce la sola filosofia. Quanto riscontrato ha aperto sentieri, altrimenti interrotti, che spalancano a trecentosessanta gradi nuove visuali in tutti i campi, e che può trovare applicazione a stregua di un trattato del saper vivere anche nella vita pratica di tutti i giorni in merito a comportamenti da tenere in ordine di sesso e affettività, nonché in generale col prossimo.
Le conoscenze acquisite con queste letture costituiscono una piattaforma imprescindibile per qualsiasi discussione che voglia meritare di discussione il nome. Non stimo certo di aver esaurito lo scibile, ma al contrario di aver aperto una cruciale via per la sua espansione, per l’analisi dell’esistente e delle prospettive future. Sono i primi passi sulla luna.
Alcune considerazioni di ordine metodologico. Nella filogenesi culturale ho espresso la tridimensionalità del Discorso e il labirinto che ne rappresenta l’immagine grafica, una logica unisce e concatena il tutto. Data la tridimensionalità il labirinto è percorribile in più di una dimensione e distinguendo sommariamente gli eventi in orizzontali e verticali, studiando le emergenze io cerco di capire la loro nascita nel tempo e il loro sviluppo in un tempo così indeterminato da andare dalla nascita dell’uomo fino al periodo che precede la storia.
Ritengo questo possibile solo perché l’evoluzione mostra un andamento parabolico. Mettendo in ordinate i progressi e in ascisse il tempo, essendo l’incremento più che proporzionale, si può assistere fino al periodo che precede la storia, diciamo fino a diecimila anni fa, ad uno sviluppo culturale lentissimo quasi nullo se paragonato agli sviluppi poi avvenuti, lento ma tuttavia non nullo. Seguendo la logica usata, la logica del reale, un’analitica esistenziale applicata sulle emergenze esistenziali mi è stato possibile capire gli abissi in cui lo spirito ha fondato le proprie radici.
Ogni volta che le stesse sono state ritrovate sono stato poi costretto a frenare il pensiero che inevitabilmente spingeva verticalmente nel tempo a paragone e a spiegazione dell’oggi. Chiaramente si svelano qui in parte le finalità che mi sono proposto ma che vorrei aver cura di raggiungere gradualmente. Anche perché risalire per intero uno solo di questi filoni meriterebbe di per sé una trattazione.
La Filogenesi culturale
Guardando al passato mi sono accorto che nella cultura c’è un buco, c’è un buco nel sapere, sia quello scientifico che filosofico. Un periodo della storia lungo decine di migliaia di anni non è mai stato preso nella considerazione meritata. La storia dell’uomo non è una storia come le altre, l’animale si è fatto anima. La storia che vado raccontando è la storia dello spirito, di come l’uno senza soluzione di continuità si è fatto due per conquistare il mondo.
(Pubblichiamo su questo sito l’ Introduzione al Trattato di Filogenesi culturale, opera inedita di Walter Bocelli (Laboratorio -> Filgenesi culturale -> Introduzione)
Cosa vogliamo
Dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento. (Walter Bocelli e Renato Frabasile)
Questo sito non si rivolge agli uomini di buona volontà, ma alla buona volontà di tutti gli uomini.
Partiamo da un fatto presente. L’andamento dell’astensionismo al voto nelle tornate elettorali di questi ultimi due lustri sembra aver indicato che la stanchezza del “resistere-resistere-resistere” abbia indotto significative quote di persone, per sopravvivere, a ritirarsi in una dimensione privata e minimalista.

La prospettiva contemporanea, soprattutto nel nostro paese, sembra al contrario il ritrovare l’orizzonte più vasto degli ideali, dei principi e della vita. Le persone per bene dovrebbero manifestarsi e partecipare attivamente alla cosa pubblica perché si ricostituisca un universo rispettabile, motivato e competente di cittadini liberi e consapevoli. Vogliamo contribuire alla formazione di un popolo maturo, composto di donne e uomini, di giovani e anziani, di settentrionali e meridionali, rilanciando la vecchia idea della amicizia civica, e magari di una nuova classe dirigente che possa degnamente rappresentare gli interessi generali del nostro Paese.
Vogliamo passare alla fase del “emergere-emergere-emergere”.
Perché sul web? Perché oggi è il luogo di più estesa libertà di circolazione delle idee, dove, sia pure nella simulazione di un mondo virtuale “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (…)”. (Art.3 – Costituzione della Repubblica Italiana). Così, vogliamo anche noi approfittare della rete delle reti per gettarvi i nostri piccoli semi. Vorremmo che le persone per bene si ritrovassero qui per condividere le proprie idee e che ognuna di esse, d’altra parte, si conforti pensando che “uno solo per me è diecimila” (Eraclito)
.
Perché la cultura vivente? La difficoltà di spiegare lo scopo del nostro sito è tutta incentrata su di un unico termine: cultura. Anche per spiegare quell’ulteriore aggiunta vivente è necessario un chiarimento. Cultura è un termine polisemico, veicola cioè un numero elevato di significati. Tutti pensano di intendere un’unica cosa quando si riferiscono a “cultura” e quindi ritengono di intendersi. Non è così. Cultura al contrario è uno dei termini che più ingenerano confusione, non solo tra la gente comune ma spesso anche tra gente così detta colta, istruita o molto istruita, e anche tra coloro che la cultura producono e che di conseguenza della cultura si sentono i padroni. È possibile che per quanto grande sia il suo bagaglio culturale una persona possa essere uno stolto? E’ difficile, ma possibile. “Ho girato tutto il mondo”, diceva Socrate
, “ma un sapiente io non l’ho incontrato mai”.
Non vogliamo qui annoiare con una dissertazione erudita, ma solo contribuire a chiarire alcuni aspetti della cultura a nostro parere fondamentali, non solo per la comprensione, ma anche per la comunicazione.
La nostra ambizione è di diventare capaci di intendere e volere, avendo come visione quella di un mondo di padroni senza schiavi.
La Cultura in generale può essere intesa come possibilità di trasmissione di informazioni. In questa accezione però si può parlare di cultura anche a proposito degli animali o addirittura dei cromosomi se ci si riferisce alla trasmissione del DNA. Per arrivare più vicini a noi anche prendendo il termine dalla banale definizione di un dizionario si apprende che la cultura è qualcosa che ha a che vedere con la formazione dell’individuo, formazione distinta poi sul piano intellettuale e sul piano morale, oppure più comunemente intesa come il patrimonio delle conoscenze acquisite. Tra gli intendimenti dati al termine c’è da ricordare anche chi riferendosi alla cultura si riferisce al mondo della cultura: teatri, cinema, letteratura, musica e arti, ma altro non intende.
Tutte queste definizioni, tutti questi intendimenti sono pur validi, ma ingenerano spesso grande confusione. Con un analisi che si richiama allo stile di Platone, affermiamo da subito che: una cosa è il patrimonio delle cose acquisite e altra cosa è la cultura, riservando alla cultura solo l’accezione legata al piano spirituale, il piano in cui opera l’emozione e la morale, distinguendo cioè l’erudizione dalla formazione spirituale e da ultimo l’erudizione dalla cultura. Una cosa dunque è l’erudizione, altra cosa è la cultura. La scelta da noi fatta è arbitraria, ogni altra definizione è infatti ugualmente valida (cultura come erudizione, cultura animale, ecc.), ma potrebbe contribuire a chiarire quella confusione terminologica che è ancora nella testa di tutti.
Noi intenderemo quindi sempre per cultura, salvo diverso esplicito riferimento, solo ciò che riguarda lo spirito nel suo cammino morale verso la verità. Si offre qui un concetto per noi fondamentale, che fa della cultura una cultura vivente e di cui tratteremo a lungo: l’apertura, come postura dell’individuo di fronte al mondo.
La prima distinzione che deve essere chiara a tutti è che una cosa è l’istruzione altro è la cultura: una cosa è il positivo (il positum, ciò che della cultura è stato depositato), altra cosa è lo spirito e la sua apertura. Questo concetto di apertura, in parte intuitivo, è fondamentale per la comprensione di che cosa si debba intendere per cultura. Un uomo aperto alla cultura non è solo un uomo disposto a leggere, un uomo aperto alla cultura deve essere anche un uomo sempre pronto a destrutturarsi e mandare, se necessario, a gambe all’aria ogni sua convinzione ogni suo pregiudizio, felice di farlo. Intelligenza e spirito sono dunque per noi due categorie dell’essere sì interdipendenti, ma assolutamente distinguibili e per questo da noi distinte.
Ma dello spirito nessuno parla e la cultura non viene intesa. La confusione nella lingua non è fatto di poco conto, essa ci indica una confusione dello spirito, non solo in quanto oggetto ma soprattutto in quanto soggetto, e una confusione dello spirito in seno alla popolazione porta inevitabilmente a fraintendimenti che abbassano il livello e l’apertura al mondo, mettendo in gioco l’intera esistenza, non solo quella individuale, ma anche quella sociale.
Partendo così dall’accezione della cultura riguardante lo spirito, e richiamando il dizionario quando usa il termine più asettico di “formazione dell’individuo”, noi preferiamo parlare di spirito, un termine antico che a nostra opinione, come l’Essere per Heidegger
, merita di essere ripescato e nuovamente trattato. Per ora “spirito” sarà utilizzato come nell’espressione: bisogna raggiungere la maturità dello spirito, dove spirito e individuo sono intercambiabili, ma dove spirito raggiunge maggiormente l’espressione.
Accenniamo qui ad un’altra differenziazione per noi fondamentale. Parlando di “formazione” il dizionario divide la stessa in due categorie ben distinte: intellettuale e morale. Questa distinzione è per noi cruciale anche per il significato che bisogna dare al termine cultura. Le espressioni “aperti intellettualmente” e “aperti moralmente” finiscono con l’avere nel linguaggio, benché provenienti da direzioni diverse, quasi un identico significato. Ma quali sono le origini di intelletto e morale?
Innanzitutto osserviamo che l’intelletto si riferisce ad una proprietà dell’individuo che può prescindere anche totalmente dalla morale, da qualsiasi morale, si tratta infatti di una capacità di apprendimento, di analisi e di proiezione, mentre la morale si riferisce ad una categoria dello spirito che riguardano la volontà e la scelta, e che le capacità intellettive possono non riguardare.
Una cosa è l’intelligenza, una cosa è lo spirito, l’intelligenza del “cuore”, guardando al “cuore” al di là del bene e del male, un altro tipo di intelligenza definita da molti come emotiva ma alla quale noi vorremmo aggiungere anche una direzione, un intendimento morale. Richiamandoci alla concezione di Heidegger secondo il quale il pensiero è sempre emotivamente fondato, noi vogliamo considerare l’emozione come il fondamento dell’esistenza umana e la cultura tutto quello che la riguarda e che, pertanto, determina l’uomo nell’esserci, nel modo di esserci. All’emozione vorremmo associare nel bene e nel male una via e nel merito costruire un discorso.
Ci proponiamo di definire cultura solo quelle istanze che promuovono l’apertura dello spirito e solo a queste ci riferiremo come cultura. E il valore della promozione è assoluto, chiameremo cultura cioè sia quelle istanze che lo spirito promuovono e lo spirito aprono e fanno avanzare, sia quelle istanze che lo spirito affossano e lo spirito chiudono e fanno regredire.
Siamo ricercatori dello spirito e dello spirito cerchiamo la verità. La verità filosofica e morale della cui esistenza, di contro a ogni relativismo, riduzionismo e realismo, siamo convinti. Indagheremo quindi lo spirito, quello in carne ed ossa, nel positum, con attenzione a ogni sua manifestazione sia nell’attualità come nella storia, cercando nel positum dello spirito quelle espressioni che nel discorso esprimono la verità, e che ne esprimono l’apertura.
Un turbo capitalismo oggi senza più fattori limitanti, mondiale, ha come alleati la menzogna, il pensiero debole e un basso sentire, riassumibili nell’unico termine “ignoranza”. Questi temibili alleati di ogni cultura autoritaria hanno fortissima presa sul popolo e presso il popolo. Di contro, il capitalismo, la logica del profitto, e ogni autoritarismo hanno due nemici: la cultura e la verità. Siamo convinti che solo la cultura e la verità riusciranno a ridimensionare la non cultura del profitto, una cultura capitalista che vorrebbe per “leggi economiche” l’umanità ridotta ad una moderna schiavitù.
Noi vogliamo convincere, al di sopra di qualsiasi appartenenza sociale e politica tutti ad interessarsi, a propugnare e a produrre cultura, ovvero la promozione dello spirito verso un intendimento anche politico del sociale, di contro ad ogni pregiudizio e ad ogni ideologia. Noi conosciamo un solo popolo: l’Umanità.
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