Con la cultura non si mangia

Spesso accade in “democrazia” che chi raggiunge la notorietà, comunque raggiunta, venga interrogato su questioni che esulano completamente la sua competenza e l’opinione data assurga comunque a verità non per il contenuto ma per il pulpito, per l’autorità che l’ha proferita.

Il personaggio assurto alle cronache viene intervistato e gli viene richiesto di esprimere opinioni che in nulla ineriscono la sua professione.  Questo fa parte di un cattivo giornalismo che incontra una mentalità popolare che riconosce la verità solo nel pulpito per l’autorità che vi si insedia. Ingenuità popolare di cui per realismo qualsiasi potere si nutre.  Da quello politico a quello dei media.

Eppure fuori dal seminato tali opinioni altro non hanno che valore di opinione, di chiacchiera, il valore che si può dare alla parola di tutti, all’uomo della strada intervistato per caso e per opportunità. Ciò che domina la scena, che venga da personaggi noti o dall’uomo della strada, è l’opinione con valore di chiacchiera. Seguono sondaggi.

Il problema nasce quando a stare sul pulpito è l’uomo della strada ovvero colui che raccoglie con la chiacchiera e grazie alla chiacchiera i maggiori consensi. Per la gente essere maggioranza significa “avere ragione” a meno di trovarsi in minoranza e allora solo allora, disorientata, sentirsi costretta a riferirsi diversamente al valore dato termine e cercare nuovi significati da dare alla democrazia.

Comunque sia, dando ascolto e voce alla sola chiacchiera tutto il sociale della chiacchiera si nutre e con al chiacchiera si alimenta il potere.

Per il realismo, una filosofia dell’essere tutta da discutere,  la chiacchiera è il mezzo per raggiungere l’utente, the consumer, e la chiacchiera assurge al diritto di  chiamarsi ed essere chiamata libertà di parola, libertà di espressione. Si potrebbe ritenere a questo punto che la chiacchiera debba essere proibita, che non debba avere possibilità di espressione. Assolutamente no! La chiacchiera, il parere dell’uomo di strada, non deve e non può essere proibita, è bene che essa si manifesti e si manifesti in molti ambiti, essa è preziosissimo campo di indagine e di massimo interesse per comprendere il grado di avanzamento dello spirito di una nazione indipendentemente da giudizi di valore. Questa è la virtù dell’ascolto in democrazia.

Rimane che  una cosa è tenerne conto, una cosa criticare, una cosa incoraggiare, un’altra ancora servirsene per fare audience o peggio servirsene per dare la scalata al potere. Il voto dato a tutti, suffragio universale, permette di salire al potere chi meglio si fa interprete della cultura popolare, della mentalità del popolo e il livello culturale dal popolo raggiunto mette al potere chi meglio sa cogliere il suo spirito per alto o basso che sia.

Realisticamente, senza entrare in merito con giudizi di valore, in genere il livello raggiunto è un basso sentire, una grande immaturità, tutti abbiamo visto film in bianco e nero e bonariamente riso dell’ignoranza del popolo in passato ma anche se oggi, ringraziando il cielo, l’ignoranza non è più la stessa non possiamo di certo affermare di essere giunti a maturazione.

La povertà di spirito è sicuramente scusabile ma per certo non è condivisibile,  né tantomeno da assumere da parte di governanti al potere come volontà popolare da esprimere nel governo di una nazione. Tutto ovviamente dipende dalla maturità del popolo, se un popolo è maturo il suo sentire è elevato e in democrazia esprimerà buoni governanti.

Dare alla gente quello che la gente vuole e l’azione più abbietta e ipocrita  che un’istituzione  può esprimere, è pura demagogia. Non si danno i gelati ai bambini per farsi amare. Indipendentemente da ogni volontà popolare è a questa maturità che ogni buon governo deve tendere, questa la cultura.  Il dovere di ogni governo è far maturare lo spirito, elevare la cultura.

Purtroppo l’ignoranza spesso sale al potere e tocca a noi cittadini sentire frasi dette da ministro a ministro del tipo: con la cultura non si mangia. Terribile! non ci fanno, ci sono!

Questa l’alta filosofia siede oggi in Italia sugli scranni del potere. Si arriva a sedersi su poltrone da ministro facendo i gelatai. I bambini sono contenti e li votano e sono la maggioranza. E c’è chi pensa di mettersi in concorrenza.

Ma  l’onestà intellettuale pretende una verità che assolutamente sconfessi l’ipocrisia, il pregiudizio, l’ignoranza e la menzogna, ingredienti di cui spesso chi è al potere si serve per ingannare il popolo.

Se si ritiene di usare gli stessi strumenti sarà possibile anche vincere ma si perderà il sale e l’inganno per il popolo potrebbe essere anche maggiore.

Ma al di là di giudizi di valore che generano malessere e insofferenza in tutti noi, si deve realizzare che il sentire, il modo di sentire del popolo, è parte costitutiva dell’essere; la sua mentalità è argomento principe dell’evoluzione culturale, politica e sociale. La Mentalità costituisce lo Spirito e lo Spirito la Cultura. Ad ogni mentalità deve competere la possibilità di evolversi, ogni mentalità  deve possedere il seme per l’Apertura. A questa apertura dello Spirito deve rivolgersi ogni governo, questa l’evoluzione, il reale progresso di un popolo. A questa devono essere rivolte tutte le analisi e i progetti avvenire.

Dello Spirito non si parla né a destra, né a sinistra, né in centro. Dello Spirito la politica non si cura e si deve assistere alla miseria intellettuale in una frase che vanifica lo spirito: con la cultura non si mangia.




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Democrazia e maggioranza.

Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.

” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene.  Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”

(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della  aristocrazia punito con l’esilio,   che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico  allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai  cultori del “politicamente corretto”  la facile occasione di rivolgerci  l’accusa, per altro oggi molto diffusa,  di essere  antitaliani  e  antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere  la complessità del mondo contemporaneo.

Tuttavia, noi riteniamo che mentre  l’aristocrazia nobiliare non debba  meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone) sia al contrario oggi un’operazione  virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.

Ma chi sono oggi i migliori?  Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale  e morale diffuso nel nostro paese  hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali  critiche si  sono  accompagnate poi ad  espliciti richiami all’esigenza di  introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.

Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”,  mentre un politico,  nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione,  per noi preferibile,  “la democrazia dei migliori”.

Noi consideriamo la  democrazia come la forma di governo dei popoli  più avanzata, ma occorre fare attenzione  e distinguere il modo di gestire il potere  dal modo di selezionare i governanti.

Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento delle regole e delle istituzioni terze, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo, è pur vero dall’altra che la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, conseguente al processo di selezione dei governanti.

In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo?  In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?

Noi riteniamo che non si debba  confondere la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma le modalità di selezione dei governanti.

A parte le sue origini greche, la  democrazia così come si è evoluta dall’illuminismo ad oggi prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il  senso del progetto dell’Encyclopédie).

La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.

Tale intima e profonda ragione che lega la cultura alla democrazia non può accettare per esempio riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica.    La scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma  guidata dall’interesse generale e sostenibile.

Nel governo e nella costituzione della classe dirigente politica va  riconosciuto il rispecchiamento della cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica.  Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito  dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio  “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

La  politica culturale non va  intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma  come l’essenza stessa della  politeia.

D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente  si appiattisca inesorabilmente  al livello più basso acquisito.  Ai livelli più alti di equilibrio raggiunti,  la cultura  ha bisogno di una maggiore energia per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale  per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.

Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non  le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio privato, ma  rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto  con il popolo, ma proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Potenza e fascino del numero!   Il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi,  ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.

Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne  provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che  per i  curricula.  Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva  osservato criticamente, tali candidature  costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.

Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua!  La raccogliticcia cultura politica di quel  piccolo yes-man (l’Uomo Nonsai, come ci suggerisce Bergonzoni riferendosi alla particolare coltura giapponese delle piccole piante ) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo  della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati  nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.

 




Cultura, democrazia e informazione. Passato e presente.

Se si riconosce alla cultura un valore aggiunto rispetto alla evoluzione biologica dell’uomo, dobbiamo anche prendere atto della sua apertura e della sua  natura essenzialmente democratica.

Il sapere, i valori, gli ideali, le credenze, le idee non sono beni di cui appropriarsi sui quali  si possa  esercitare un diritto di proprietà, ma sono dei codici che l’individuo deve assimilare  attraverso la formazione per  essere nel mondo.  Le idee sono dunque una  componente del nostro essere appartenente all’umanità.  L’uomo  è responsabile perchè  è libero e non esiste un copyright della cultura,  perchè essa è  patrimonio dell’Umanità.

Ho sempre provato un’intima e profonda soddisfazione, una felicità,  nel riscontrare in  autori magari vissuti secoli fa gli stessi miei pensieri, un’affinità nella visione del mondo, la medesima risonanza delle emozioni come quella che si sperimenta con l’ascolto della musica. E’ stato così che  mi sono sentito di appartenere all’umanità e alla storia. Non abbiamo bisogno di cercare intelligenze aliene: non siamo soli sul nostro pianeta.

Ma oggi c’è internet,  che affascina  intellettuali e  politici al punto di farla considerare come una nuova agorà, dove il popolo della rete può esprimere la più alta forma di democrazia partecipata. In effetti il vero valore dell’informazione, al di là del suo contenuto di  senso, sta nella sua libertà di circolazione, non necessariamente nella quantità o nella velocità di diffusione. Vedo nelle   tecnologie   ICT uno strumento di straordinaria capacità evolutiva per l’uomo, una vera protesi della intelligenza.

Tuttavia, l’intenso e veloce sviluppo di queste tecnologie  pone all’individuo il serio problema  di una capacità di adattamento  non ancora  pienamente acquisito. Posti di fronte ad un computer ci rendiamo conto che per utilizzarlo al meglio  necessita che il nostro  cervello si adatti al suo software al sua hardware.   Il computer per poter  esprimere  il suo massimo potenziale   ci richiede di ragionare come lui, che è digitale sia nell’hardware che nel software, mentre noi siamo digitali nel  nostro ambiente interno del sistema nervoso, l’elaborazione, ma siamo analogici nel  rapporto verso l’ambiente esterno, la percezione.

L’emergenza della cultura digitale ha creato una svolta radicale nella storia dell’umanità, le cui conseguenze ancora ci sfuggono in parte, ma quando fossero integrate  alle scoperte della biologia potrebbero portare la specie umana ad un nuovo livello evolutivo, forse non solo culturale. Fantascienza? Forse, ma,  ricordando per esempio che  quattro quinti della materia che compone l’Universo è oscura, di natura ancora sconosciuta  e che è  trascorso appena  un secolo dalla scoperta di una forma di energia di straordinaria potenza non percepibile dai nostri sensi, io ritengo che  convenga ragionare con la massima apertura e in  ogni  caso non ho dubbi che si commettono meno errori liberando l’immaginazione di quanto se ne commettono limitando  il progresso delle  scienze.

Ci si chiede se è auspicabile  l’uso diffuso e generalizzato di internet ai fini della  diffusione e della crescita della democrazia.  In verità, il  problema  posto da internet  non è tanto il suo uso libero o controllato, quanto l’effetto amplificatore ed al contempo ridondante che esso genera nella comunicazione, per il quale posso in un tempo minimo acquisire e diffondere  una massa d’informazioni che non sono in grado poi di elaborare tempestivamente. Dov’è qui il processo di riflessione, il “lavoro psichico” come lo intende la psicanalisi? Davvero  si tratta di diffusione di idee e di pensieri o piuttosto di scambio compulsivo di  opinioni?  Si elabora e si decide una risposta o si aderisce o rifiuta un’opinione stimolo preconfezionata?

Una cosa infatti è l’impiego del sistema numerico binario  per il funzionamento della macchina, altra cosa è ridurre il soggetto ad uno stato  afasico di  risposte a livello si/no, ad una coscienza ridotta  allo stato di un interruttore  che può accendersi o spegnersi.  Abbiamo in passato criticato l’uso dei test a  risposta chiusa tramite crocette come sistema non valido nella valutazione  dell’apprendimento;  perché dovremmo credere ora che un regime di perenne stato referendario ci renda più democratici e partecipativi? Folgorati sulla via  della tecnologia corriamo il rischio  di  assimilare acriticamente la logica  del marketing, che vuole il  cittadino della società della percezione, magari informato, ma pur sempre passivo e addomesticato.

Navighiamo in una realtà  virtuale in cui la relazione  viene affidata  sempre più alla percezione visiva e immediata di neomessaggi (sms, mms, e-mail, blog, youtube…), dal momento che  l’efficienza dei siti si basa sul controllo della densità spaziale dell’informazione, ovvero l’obiettivo di riempire quanto più possibile di messaggi lo spazio dello schermo.  Se è il mezzo a determinare la comunicazione, allora il linguaggio visivo della comunicazione via web è quello più veloce, in tempo reale, costituito di parole-immagine che non devono essere lette, ma viste, percepite. Così si  passa dalla lettura della parola, sintesi di una elaborazione di significato,  all’immediatezza del gesto digitale, apparentemente più concreto ed efficace che può confondersi con l’azione.

in questi ultimi  anni vi sono poi state occasioni di comunicazione politica via internet che hanno dato risultati sorprendenti. Penso alle adunanze dei pacifisti, del “popolo viola”, come alle adesioni ad appelli divulgati a  salvaguardia  della Costituzione o per contrastare leggi ritenute ingiuste (per non parlare della rilevanza che tali comunicazioni hanno avuto nello sviluppo dei recenti movimenti popolari di  rivolta in Nord Africa).

Tutti questi eventi sono fenomeni positivi  fin quando vi prevale la forte motivazione derivante dal contenuto dei messaggi, ma  quando queste azioni diventassero sistematiche ed abituali, il rischio che si correrebbe  è che la partecipazione stessa perda di significato e che il gesto della digitazione su una tastiera diventi  un rituale  di una nuova liturgia massmediale.  Un po’ come avviene con quel gioco per cui ogni parola ripetuta più volte perde il significato per diventare un suono strano.

Alla perdita di senso si aggiunge inoltre la tendenziale perdita di responsabilità in relazione alla facilità di una pratica che si riduce ad un comportamento, ad un gesto, e in relazione alla  sicurezza procurata dall’anonimato. Si  osservi infatti come nella comunicazione sul web.2  prevalga l’uso di pseudonimi  con i quali si cela la propria identità.  La maschera del carnevale, oggi avatar, ci libera nell’espressione.

 




Energia e informazione

Vogliamo  P.A.C.E.

(Politica-Amore-Cultura-Energia)

Centrali nucleari in Italia, disastro nucleare in Giappone, moti di liberazione in Nord Africa, immigrazione africana verso l’Europa, divisioni politiche  in Europa ….. se tutto è connesso, cosa può  collegare tra loro queste emergenze? Esiste una soluzione comune ai problemi comuni?

La tragedia in corso in Giappone ha risvegliato in occidente le coscienze insinuando nuovamente il dubbio sulle centrali nucleari, ma lo ha fatto  instillando la paura ed era già accaduto nel 1986.  Che dire della memoria e delle fluttuazioni delle coscienze?  Un incidente, il referendum, il rifiuto del nucleare, la riproposta del nucleare, nuovo incidente, la pausa di riflessione.  Non si deve decidere sotto il ricatto della paura. Giusto, ma perchè si ripropongono, in particolare nel nostro Paese, le centrali nucleari? Solo per interessi economici? Gli interessi da soli non bastano a spiegare i comportamenti  umani. Dobbiamo domandarci e rispondere al perchè di quegli stessi interessi e spiegare  perchè si sia disposti ad accettarli.

Cos’è accaduto in Giappone? E’ accaduto che un terremoto poi uno tsunami,   hanno devastato coste e città, ma chi poteva prevedere quell’intensità? Siamo di fronte all’ineluttabilità della natura … e la compostezza di fronte alla tragedia di quel popolo, da sempre convivente con quella natura ostile,  è per noi esemplare. Ma lo tsunami ha  nella sua furia compromesso 6 reattori  della centrale nucleare di Fukushima, dove si  da ormai l’emergenza è al massimo grado. Ora la catastrofe è nucleare, quindi umana. E’ anch’essa ineluttabile? Imprevedibile? Dobbiamo convivere anche con l’ostilità tecnologica del rischio nucleare? Qui la compostezza viene meno, anche in Giappone.

Nei bambini i mostri generano la paura,di notte, ma negli adulti, i bambini diventati grandi,  è lo stato di paura che genera i mostri, anche di giorno. Così, dopo aver dimenticato le testate nucleari delle bombe e dei missili, percepiamo il reattore nucleare come un nuovo mostro che se, quando, ferito genera morte e distruzione di massa. Dopo Hiroshima e Nagasaki e  gli esperimenti nel Pacifico non sono scoppiate altre bombe atomiche o all’idrogeno, mentre gli incidenti nucleari alle centrali, almeno quelli fino ad oggi rivelati, sono noti. Cosa pensare, dunque? Cosa dire? E soprattutto che fare?

Gli argomenti che vengono in genere offerti alla pubblica opinione per giustificare la necessità di ricorrere alla produzione di energia elettrica mediante centrali nucleari sono principalmente due: la necessità di fare fronte alla domanda crescente di energia e la necessità di rendersi indipendenti dalle forniture energetiche. Dunque, da una parte  la motivazione economica in relazione allo sviluppo, come si è caratterizzato in questi ultimi due secoli, dall’altra la motivazione politica in relazione alle strategie internazionali per il controllo delle fonti energetiche.  Mancano tuttavia le motivazioni scientifiche in relazione alle tecnologie usate,  all’impatto ambientale e ai rischi sulla salute. Gli argomenti proposti dagli strenui difensori del nucleare sono spesso  infondati e irrazionali. Esse appaiono come pure petizioni di principio nella forma dell’ “imperativo tecnologico” secondo il quale se una cosa c’è dobbiamo usarla. Il primo argomento pro nucleare è sintetizzabile nella formula: “Che senso ha continuare a snobbare il nucleare? Alla fine lo importiamo dalla Francia, tanto vale portarcelo in casa”. Lo sentiamo ripetere come un mantra ogni volta che si tocca la questione dell’atomo. Si sostiene  che dal momento che siamo circondati da centrali nucleari francesi, svizzere e croate, dalle quali per altro attingiamo energia per i nostri consumi ( la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari però ad appena l’ 1,5 per cento del totale) tanto vale renderci indipendenti con nostre centrali nucleari sul nostro territorio. Evidentemente in questo caso non vale la logica delle esternalizzazione  e nemmeno della delocalizzazione, ma al contrario si sostiene la convenienza anche economica di costruire centrali nucleari  sul territorio italiano.  E per quanto riguarda i rischi? Torna il fatalismo sotto la forma dello “imperativo tecnologico”: tanto ci sono già, una più una meno…

Secondo argomento pro nucleare. Dobbiamo assicurarci il soddisfacimento del crescente bisogno di energia.  Ma le cose non stanno proprio così. Consultando i dati pubblicati sulla produzione di energia elettrica in Italiasi scopre infatti che l’Italia dal punto di vista energetico è tecnicamente autosufficiente. Le nostre centrali (termoelettriche, idroelettriche, solari, eoliche, geotermiche) sono in grado di sviluppare una potenza totale di 101,45 GW, contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell’estate 2007). Perché allora importiamo energia dall’estero? Semplicemente perché conviene economicamente. Soprattutto di notte, quando l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, che strutturalmente non riescono a modulare la potenza prodotta, costa molto meno, perché l’offerta (che più o meno rimane costante) supera la domanda (che di notte scende). Quindi in Italia le centrali meno efficienti vengono spente di notte proprio perché diventa più conveniente comprare elettricità dall’estero.

Per comprendere l’ossessione energetica che ispira le menti dei sinceri nuclearisti, intendo quelli in buona fede, non  corrotti dalla frenesia degli appalti (vedi G8,  L’Aquila, il Ponte sullo stretto…),  penso  occorra fare una preliminare riflessione di ordine storico e demografico in relazione ad un fenomeno che caratterizza da millenni l’evoluzione delle società umane: la città.

Secondo uno studio dell’Ined (Institut National Etudes démographiques) pubblicato  nel 2007 su “Population et sciences” e che si basa su dati dell’ONU, la maggior parte della popolazione mondiale è urbanizzata. La soglia sarebbe stata superata il 23 maggio  2007: più del 50% della popolazione mondiale  da allora vive in città. L’urbanizzazione è in ulteriore, continua crescita e si prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troveranno in questi continenti.

La crescita delle città costituisce uno dei fenomeni più importanti nella storia dell’umanità,  con la specificazione però che nei paesi  meno sviluppati  la popolazione urbana cresce a un ritmo tre volte superiore rispetto ai paesi sviluppati.  C’è però una grande differenza tra quanto accade nei paesi ricchi e in quelli poveri. Nei paesi ricchi l’urbanizzazione è frutto dello sviluppo e le città offrono posti di lavoro e un modo di vita per molti più interessante. Dove la società è più ricca ed evoluta si sta  tuttavia delineando una tendenza contraria: attività industriali, aree commerciali e zone residenziali si spostano dalla città verso altri luoghi. È ildecentramento urbano. Numerose fabbriche sono sorte in zone agricole, perché le reti telematiche e i trasporti veloci tendono ad annullare le distanze. In aree extraurbane, talvolta in aperta campagna, sono sorti grandi centri commerciali e insediamenti residenziali. Nei paesi poveri, invece, le grandi masse che si accalcano nelle sterminate periferie delle città, inseguono  la speranza, spesso solo illusoria, di migliorare la propria esistenza.

L’alterazione del rapporto città – campagna ha creato numerosi e ben noti problemi alla composizione e alla dinamica delle società (integrazione tra etnie, criminalità, microclima, igiene e sanità pubblica, inquinamento,  viabilità e trasporti, ecc), tutti riconducibili ai concetti di centro e di densità. La città ha al suo interno uno o più  centri e si costituisce essa stessa come un centro rispetto ad un territorio più allargato. Nella città centro ogni fenomeno si concentra e quindi si manifesta con elevata densità, indipendentemente dalla sua intensità. Tra  i  problemi di maggiore rilevanza emerge quello del consumo energetico, che non è più soltanto da mettere in relazione alla concentrazione della produzione industriale, ma in relazione alla concentrazione dei servizi.  Esiste cioè una correlazione tra densità di popolazione  e densità di consumo d’energia.

L’idea della centrale elettrica, soprattutto quelle di media e di grande potenza, nasce dunque da questa necessità e la sua dislocazione dipende in  parte dalla natura della sorgente d’energia (bacini idrici, giacimenti, raffinerie,)  in altra dalle considerazioni tecniche ed economiche. Così viene normalmente accettato che, una volta scelta la fonte energetica (carbone, petrolio, gas o uranio) conviene costruire centrali di media o alta potenza in ragione dell’evidenti  economie di scala e, d’altra parte, più  la produzione è prossima all’utilizzazione, minori saranno le perdite nel trasporto di energia (le perdite, tra l’altro, condizionano la dimensione ottimale della centrale).

Dobbiamo dunque chiederci, prima ancora di scegliere le fonti energetiche, se lo sviluppo  fondato sull’idea della centralità della produzione energetica sia ancora sostenibile per il futuro. E’ ancora una volta un problema di cultura, che deve guidare la politica nella visione dell’interesse lontano. Dobbiamo immaginare lo sviluppo energetico fondato su nuove visioni legate maggiormente ai concetti di decentramento e di rete, dove ogni nodo produttivo può  coincidere con l’utilizzatore finale, analogamente a quanto già è avvenuto con la rivoluzione informatica di questi ultimi decenni.

Nella rete energetica può avvenire quello che sta in analogia accadendo nella rete dell’informazione, dove ogni singolo utente–nodo connesso alla rete è ad un tempo consumatore e produttore, più autonomo e quindi libero dai condizionamenti derivati dalla concentrazione di potere e più responsabile nei consumi.

Nell’immagine satellitare che illustra il progetto Desertec, l’Internet dell’energia, al di là delle scelte delle fonti rinnovabili  e delle nuove tecnologie oggi esistenti, nella rete che collega tra loro i vari tipi di centrali di produzione di energia, dislocate là dove è direttamente reperibile con maggiore facilità la fonte energetica, si vede non solo la soluzione energetica per l’Europa e del Nord Africa, ma anche la soluzione economica e politica per gli Stati del Nord Africa, oggi in aperta e drammatica ricerca di democrazia e sviluppo.  Desertec non presenta ostacoli tecnici alla sua realizzazione, dal momento che utilizza tecnologie già esistenti e mature (per esempio gli impianti solari di Carlo Rubbia), per altro destinate a migliorarsi nell’arco temporale richiesto per la realizzazione,  essa  richiede l’intelligenza e la volontà di scegliere di adottare un nuovo modello  di sviluppo fondato sulla cooperazione.




Cultura, democrazia e informazione. Presente e futuro.

L’enorme successo di Wikipedia in questi  dieci anni dalla sua messa in rete, 60 milioni di consultazioni al giorno,   suggerisce a molti un ulteriore esempio della democraticità  di internet: una cultura che nasce dal basso.  E’ da condividere  tale entusiasmo ?

In effetti, Wikipedia  e tutte le iniziative che portano  il sapere nella universalità della rete sono da considerarsi operazioni culturali rivoluzionarie, paragonabili a quella avvenuta cinque secoli fa con la traduzione della Bibbia dal latino in tedesco e la sua stampa, che da allora ne  permise la diffusione al di  fuori del controllo della Chiesa.  Tuttavia, non si tratta di una “cultura  fatta dal basso”, piuttosto della diffusione orizzontale della cultura esistente, non importa qui se alta o bassa, per opera di volontari  che agiscono al di fuori dei circuiti della cultura accademica.  Essa   costituisce  una buona pratica di democrazia,  di ciò che  significa essere  “per il popolo”.

Non è tutto.  Mentre Wikipedia cresce e si diffonde,  altri progetti innovativi,  forse ancor più rivoluzionari e destinati a sconvolgere ogni rapporto esistente con la cultura e dagli sviluppi imprevedibili, sono stati  lanciati: pochi anni fa il progetto Google books, consistente nel digitalizzare  tutte le biblioteche del mondo, al fine di rendere disponibile  a tutti la consultazione on-line di tutti i libri esistenti e più recentemente il progetto  avviato da  un gruppo di Harvard con il quale si sta cercando di creare una “Biblioteca Digitale Pubblica degli Stati Uniti”, contando solo su finanziamenti provenienti da una coalizione di fondazioni private, che si propone  di rendere accessibile gratuitamente il patrimonio culturale americano non solo a tutti gli americani ma al mondo intero.

Già avviati attraverso accordi con alcune tra le principali Biblioteche  USA universitarie e nazionali, tali progetti rivelano una valenza di portata pari solo al Progetto Genoma Umano,  da alcuni anni concluso. (nota)

Simili progetti possono anche’essi  apparire  ambiziosi e di difficile completamento, ma sotto ogni svolta rivoluzionaria del pensiero e della scienza dobbiamo  riconoscere la  realtà e il valore di  quei lavori poco visibili  con i quali si mette ordine nel  sapere e i risultati che ne derivano costituiscono letteralmente il  fondamento, al punto che col tempo non ci meravigliamo più del loro uso.  Si pensi  alla   formazione di  Vocabolari e Dizionari, dei criteri di classificazione in una  scienza, alla realizzazione, appunto, del  Progetto Genoma Umano,  sorta di dizionario dei geni dell’uomo.

Wikipedia e  questo due progetti di digitalizzazione delle biblioteche progetto  possono essere considerati come la realizzazione del sogno illuminista dell’Enciclopedia Universale, siamo di fronte alla realizzazione virtuale della Biblioteca di Alessandria.

Oggi il problema è: come la Università e la Scuola  potranno adeguarsi a tali rivoluzioni? Si tratta  questo di uno dei problemi cruciali della società contemporanea. Accade già oggi che dalla ricerca assegnata ai bambini della scuola elementare fino  alle tesi di laurea presentate  nelle Università, Wikipedia e Google rappresentino ormai una fonte irrinunciabile per il reperimento delle informazioni che servono per le loro elaborazioni.  Un data base, Wikipedia, costituito oggi da oltre 10 milioni di voci o articoli tradotti in 250 lingue  fanno ben storcere il naso al mondo accademico che ha instillato il dubbio sull’attendibilità delle informazioni in esso contenute.  Più realisticamente, e modestamente, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado non si fanno certo alcun scrupolo nell’usare l’enciclopedia on-line per la propria formazione e aggiornamento,  anche per l’esigenza di mantenere  un rapporto di parità e un contatto con i nuovi discenti spesso più smaliziati di loro.

Certo è che, a fronte degli sviluppi potenziali di queste tecnologie, le riforme scolastiche, in particolare le sedicenti tali del nostro paese, appaiono anacronistiche e ridicole. Piuttosto che insistere con programmi strutturati per materie che pretendono di approfondire, sia pure a diversi livelli, tutti i temi del sapere umano, occorrerebbe reimpostare diversamente e radicalmente l’insegnamento fondandolo sul metodo di studio e quindi all’uso degli strumenti moderni dell’ICT che  mettano gli allievi nelle condizioni di “navigare” con proprietà e sicurezza tra le varie discipline,  acquisendo la capacità di costruire,  al momento del bisogno e in autonomia,  il sapere al livello adeguato al compito richiesto.

Tutto questo, naturalmente, senza rinunciare ad una formazione più completa ed esauriente della persona che solo la relazione umana e la cultura umanistica possono garantire.

Facciamo un esperimento teorico.    Ipotizziamo che tutti i libri, gli articoli, le ricerche, le opere che  costituiscono  il sapere umano fossero digitalizzati e distribuiti in una  enorme rete di ipertesti, su cui poter eseguire liberamente le più diverse elaborazioni.  Immaginiamo quindi di avere l’interesse di  apprendere un determinato argomento. Estraiamo allora  tutte le fonti disponibili, per esempio i diversi autori che si sono  applicati a quel argomento e  cominciamo a creare  hyperlink inseguendo le nostre ipotesi o intuizioni. Ebbene, solo accostando tra loro diverse tesi ed opinioni espresse nel tempo e da differenti soggetti su un medesimo argomento, solo utilizzando quel metodo che  ben conoscono i critici e gli  estensori di tesi di laurea compilative, quante nuove ed interessanti verità potremmo svelare, verità che gli stessi singoli autori non avrebbero potuto  immaginare?

Il fenomeno  va considerato come una  ricombinazione di idee , in analogia a quanto avviene per la costituzione di un nuovo genoma in un nuovo essere a partire dai geni parentali: le nuove idee come nuove vite. Rimane il dilemma  posto da queste tecnologie,  ovvero stabilire se le regole della democrazia possano essere applicate alla scienza.

Si sostiene che Wikipedia sia democratica  in quanto conoscenza che si costruisce dal basso.  Una produzione della verità cui si può arrivare attraverso l’accumulazione degli apporti e delle correzioni collettive. Questa convinzione procura non poche preoccupazioni  al nucleo fondatore dell’enciclopedia nella misura in cui  applica  la regola, in verità non democratica, secondo cui la maggioranza ha ragione.  Ci troviamo ancora una volta all’interno di un pensiero ideologico che concepisce il popolo depositario di una naturale saggezza, che origina il peccato nella conoscenza concepita come la pretesa dell’uomo di essere come Dio, che pretende di condizionare la conoscenza ad una predeterminata visione etica, che indulge sul pensiero della “pancia” dopo averlo separato dalla “testa”.

Tale impostazione pretende di compensare la scarsa conoscenza e assimilazione della logica del pensiero scientifico.  Se l’informazione viene manipolata e occultata da chi la produce, la detiene e la  distribuisce essa diventa una merce, ovvero uno strumento di controllo sugli uomini che vengono in tal modo gerarchizzati  distribuendo loro  gradi diversi di accessibilità all’informazione, sempre però avendo i due limiti della dalla censura e del segreto.  In questa  posizione trova riscontro il cinismo del potere, secondo  cui  il popolo, quando afferma di volere la verità, alla quale per altro le costituzioni democratiche  garantiscono il diritto, in realtà vorrebbe soltanto delle spiegazioni.

Occorre tener ben presente che  gli elementi fondamentali della democrazia sono costitutivi della scienza,  dal momento che questa si fonda sulla dialettica di verificabilità e falsificazione delle proprie formulazioni, potenzialmente aperta a tutti.  Applicare le regole della democrazia alla scienza? Il vero problema che dovremmo porci è  dunque il contrario, ovvero  se è possibile applicare le regole della scienza alla democrazia.  La  visione di  internet come un’agorà  rappresenta, pur nella sua entusiastica semplificazione,   una  valida  piattaforma  per impostare  la ricerca di un risposta corretta al problema.




BIBLIOTECA

 

 

David Abulafia  “Federico II” Enaudi, 1988

Theodor Adorno  “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa” Einaudi, Torino 1994

Kenneth J. Arrow  “I limiti dell’organizzazione” Il Saggiatore, 1986

Girolamo Arnaldi  “L’Italia e i suoi invasori” Edizioni Laterza, 2002

Anonimo Ateniese  “La democrazia come violenza” Sellerio 1991

Luigi Campiglio  “Prima le donne  e i bambini. Chi rappresenta i minorenni?” il Mulino, 2005

Roberto Calasso  “Le nozze di Cadmo e Armonia” Adelphi, 1988

Giorgio Colli  “La nascita della filosofia” Adelphi, 1983

Robert A. Dahl  “La democrazia economica”, il Mulino 1989

Guy Debord  “La società dello spettacolo”,  Massari Editore, 2002

Ronald Dworkin   “La democrazia possibile. Principi per un nuovo dibattito politico” Feltrinelli, 2006

Piero Gobetti “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” Enaudi, 1995

Hans Jonas  “Il principio responsabilità” Einaudi, 1990

Fabio Mini  “Soldati” Enaudi, 2008

Grytzko Mascioni  “Lo specchio greco. Alle fonti del pensare europeo” Mondadori, 1990

Platone  “Simposio” Adelphi, 1993

Kuki Shuzo  “La struttura dell’iki” Adelphi, 1992

Paul Ginsborg  “Salviamo l’Italia” Einaudi, 2010

 

 

f-d-rooseveltFranklin Delano Roosevelt  “Ripartiamo”  add editore, 2011

Martha C. Nussbaum  “Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”  il Mulino, 2011

 

 

 

kevin-kellyKevin Kelly  “Quello che vuole ta tecnologia”  codice Edizioni, 2011

 

John Maynard Keynes  “Possibilità economiche per i nostri nipoti”  Adelphi, 2009

(… continua …)

 

 

 




La storia

Ad alcuni  commentatori smaliziati di questi ultimi anni è apparso  paradossale vedere gli eredi del Partito Comunista Italiano battersi apertamente in difesa dell’unità della Nazione e dei valori della Costituzione, contro la minaccia mostrata dalla destra al potere   di indebolire  le forme istituzionali democratiche.

Solo vent’anni fa sarebbe stato improbabile assistere alle esibizioni del canto dell’inno di Mameli da parte di rappresentanti del PCI,  i quali   non   avevano mai nascosto una  certa diffidenza  verso la “democrazia formale”, preferendole le analisi storiche, economiche e sociali svolte in una cornice di contrapposizione ideologica tra blocchi.

La difesa in corso della nostra Costituzione (giusta ed opportuna perché è strategicamente inutile  voler cambiare qualcosa che va in rovina, quando si dovrebbe dapprima salvare ciò che si vuole cambiare)  ci offre l’opportunità di svelare una verità della nostra  storia, il fatto  che il ruolo assunto dalla sinistra in Italia, sia essa socialista che comunista,  è  stato  di fatto supplire  all’assenza di una classe borghese, derivata da una rivoluzione liberare e socialmente consolidata.

Questa verità nella storia italiana è stata soffocata durante il fascismo e in seguito occultata  dalla contrapposizione tra le due grandi ideologie fino a diventare un tabu sia per la sinistra che per la destra.

Non occorre essere di sinistra per riconoscere l’apporto determinante dato dalla “via italiana al comunismo” all’edificazione dello Stato liberale e democratico, a partire dal riscatto della Resistenza  da una guerra perduta tragicamente tra rovine materiali e morali, per approdare alla partecipazione attiva nella fondazione della Costituzione della Repubblica Italiana.

E’ questo il  motivo per il quale la destra italiana contemporanea recrimina con livore ed ostinazione sulla presunta prevalenza e dominanza della cultura  di sinistra, per esempio nell’editoria e nella scuola.  In questa invidia c’è l’ammissione della propria origine popolare del fascismo, culturalmente inconsistente.




La Religione

La divisione tra laici e cattolici come oggi viene rappresentata, nel timore di dividere un elettorato prevalentemente cattolico, è una finzione ideologica: la divisione non sta nella fede, ma nell’etica.

Nel nostro paese  è difficile affrontare  una tematica che comprenda la componente religiosa senza ricadere nel facile errore di  promuovere crociate o di assumere posizioni integraliste o fondamentaliste.  Siamo alla presenza di un tabu nazionale ancora infrangibile. Come si manifesta il tabu ? Attraverso la  constatazione che  nelle analisi e dibattiti  culturali o politici si tende a confondere  il “cattolicesimo” con il “cristianesimo”.

E’ quasi un lapsus verbale: nell’esposizione degli argomenti si passa indifferentemente dall’uso del termine cattolico a quello di cristiano, come se fossero equivalenti. Politici, teologi, sacerdoti, intellettuali, nel sostenere i propri principi e valori sembrano non avvertano  la necessità di distinguere tra i due termini, che rimandano a concezioni così  diverse. Come se cinque secoli fa nel continente europeo non fosse avvenuta quella Riforma Protestante che ha costituito, comunque la  s’intenda,  una  svolta  selettiva culturale che ha indotto una vera e propria mutazione  nell’evoluzione  del mondo occidentale.

Si rimuovono cinque secoli di storia durante i quali  buona parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, mentre in Italia si è affermata una cultura  della Controriforma, chiusa ed involutiva.

Prima in Europa  poi nell’America del Nord, l’etica protestante  ha contribuito a liberare le forze propulsive di una intraprendente borghesia, costruendo l’unità  delle istituzioni tanto  negli Stati federali come negli Stati centrali, mentre  in Italia, già frammentata dalla frequentazione secolare di invasori, ancora oggi si fatica a riconoscerne l’unità.  Se ieri i Piemontesi  si sono imbattuti nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano, oggi lo Stato Italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e  l’ingerenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.

Prendiamo  dunque atto che noi siamo cattolici (apostolici-romani) prima ancora di essere cristiani. E se è vero che il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità, occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo, ma attraverso la famiglia.  Da una parte una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità)  concependo una società come somma di famiglie tendenzialmente autonome che vivono lo Stato come un’entità estranea ed ostile.

Quando trattiamo di una nostra disfunzione nazionale, e invero sono molte le occasioni per farlo, ci piace paragonarci  ad altri paesi europei o agli Stati Uniti, riconoscendoci tutti cristiani,  ma mossi dalla motivazione assai poco nobile di trovare conforto quando possiamo riscontrare che “così fan tutti”, senza rendersi conto che a parità dei valori di riferimento il popolo italiano  mostra comportamenti ben diversi, per esempio, da quello francese, piuttosto che  tedesco,  anglosassone ,  scandinavo o  americano. Un esempio per tutti è  il rapporto del cittadino con lo Stato e la gestione della cosa pubblica, la cui differenza è così  profonda  da non sfuggire nemmeno all’attenzione del distratto turista.

Si tratta della  cultura di un popolo o, per meglio dire, della cultura che fa degli uomini un popolo. Senza nulla togliere ai principi e valori generali del cristianesimo, che costituiscono tra altri il fondamento della cultura a cui apparteniamo, dobbiamo prendere atto che la Chiesa di Roma ha costituito in Italia un fattore di resistenza al progresso, contribuendo a rendere il nostro Paese ancor oggi, dopo quello cui abbiamo assistito in occasione delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, un Paese incompiuto.

La formula Peppone versus Don Camillo è stata una geniale  invenzione cinematografica che  ha rappresentato attraverso le maschere la profonda divisione di un popolo, la  sofferta convivenza delle due ideologie totalitarie sullo stesso territorio e dentro gli stessi individui.

Cosa significa dunque essere laico?  Una fotografia di un corteo a Parigi durante uno sciopero degli insegnanti di circa due anni  fa, quando la nostra scuola fu investita dalla c.d. “riforma Gelmini”, mostrava  un cartello  su cui era scritto:  “la scienza per tutti”.




La politica

Il regime politico  presente nel nostro paese  ci appare come una farsa rispetto alla tragedia del ventennio fascista. La storia sembra a volte ripetersi, ma attenzione: cambia la scala dei fenomeni.

Durante il  regime fascista, che è bene ricordare si è affermato grazie alla desistenza di una monarchia inetta  e si è consolidato  quindi con la volontà popolare, il popolo veniva compattato e dominato dal potere nella prospettiva di diventare attraverso la dittatura di uno Stato guida una potenza egemone in espansione da cui sarebbero derivate  sicurezza e prosperità. Una tale concezione  accomunava le ideologie   novecentesche che si  reggevano sul controllo delle masse  mediante regimi totalitari, regimi che si giustificavano come necessari proprio in relazione alla grandezza dei fini.

Oggi il popolo  si sente minacciato dalle  nuove dimensioni del territorio:   la globalizzazione dei mercati, i  cambiamenti del clima,  i flussi immigratori. Esso  si  ritira, frammentandosi, in una dimensione più domestica, nel tentativo apolitico di affrontare la realtà in una  prospettiva tecnica atemporale,  mediante una gestione  amministrativa del potere, dominata dalla economia e dell’efficienza, dal “fare”: una democrazia commissariata.

Se  quel ventennio è stato  tragico nei modi e negli esiti, l’attuale periodo può risultare in realtà ancora più tragico  per il radicarsi progressivo  negli  uomini contemporanei dell’angoscia per  la precarietà o assenza del futuro, il luogo a cui tendere e dove ritrovarsi.  I comportamenti e gli atteggiamenti dei regimi passati ci possono apparire oggi, soprattutto alle giovani generazioni, come caricature del potere.

Rimane  alla fine il “popolo” come variabile indipendente  della politica contemporanea. Una concezione del potere demagogica ed economicistica che seguendo il principio di “dare al popolo ciò che il popolo vuole” rivela  l’incapacità della politica  contemporanea di riappropriarsi della  missione  originaria d’indirizzo e di gestione equa degli interessi dei cittadini, per il raggiungimento del bene  comune. La politica come “visione dell’interesse lontano” (R.von Jhering)

E il  lessico usato ci aiuta a comprendere l’impoverimento del pensiero avvenuto in questi ultimi anni,  allorchè il  paese è stato concepito e trattato come un’azienda, come un sistema,  mai come uno Stato.

Se ciò è vero allora bisogna accettare l’idea che il populismo  della destra contemporanea non è così diverso del populismo della sinistra.  Se il primo ha bisogno di un popolo passivo, consumatore e  infantile,  come sostegno e giustificazione del proprio mandato, il secondo pervaso di cattolicesimo indulge sulle sue miserie con la  pretesa di  condurlo al potere. Entrambe le  concezioni sembrano  voler farci dimenticare che il popolo e l’opinione pubblica quando sono contro il potere gli nuoce e quando gli sono favorevoli  non contano niente.




Il Diritto

Il diritto di voto ai minorenni.  Prima le donne poi i bambini.

La  crisi economica in corso e le improvvide politiche adottate fino ad oggi in Italia  per rimediarvi hanno fatto drammaticamente emergere la disoccupazione giovanile, ormai arrivata  ad un terzo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni.  La flessibilità del lavoro è divenuto l’incubo per i giovani,  tendenzialmente privati del loro futuro.  Abbiamo forse una generazione per la prima volta senza futuro?  Il paradosso sta nel fatto che ad essere senza futuro sarebbe proprio la generazione che oggi, tra noi, lo rappresenta.

Un tema cruciale oggi in Italia è la riforma del welfare state, ma come  nelle altre democrazie contemporanee, sebbene fondate sul suffragio universale, anche in Italia i minorenni non hanno rappresentanza politica.  Siamo forse di fronte ad una carenza di democrazia?

Se il voto rappresenta il diritto di partecipazione a un dividendo sociale, di cui la spesa pubblica esprime la dimensione monetaria, allora la partecipazione dei minorenni in assenza del voto è lasciata alla sola buona volontà delle strategie dei partiti politici. D’altra parte ben conosciamo  i limiti dell’orizzonte politico  appiattito sulla fine della legislatura e accade così che i bisogni e le aspettative dei giovani vengano sacrificati nei programmi, dal momento che il danno così procurato non appare nell’immmediato.

L’estensione del diritto di voto ai minorenni è un tema riconducibile al filosofo Antonio Rosmini (1848) ed è stato già affrontato in altre democrazie come in Francia, già con una proposta legislativa risalente al 1910, in  Germania in anni più recenti ed in Austria, dove dal 2007 si vota a 16 anni di età.

L’argomento riguarda più di 9 milioni di  cittadini di età compresa tra o e 17 anni, ovvero il 19% dell’intera popolazione di cittadini residenti in Italia e in particolare, considerando l’ Austria come esempio di prima fase di applicazione, interessa sempre in Italia circa 1,1 milioni di giovani di età tra i 16 e 17 anni (il voto per i cittadini da 0 a 15 anni  è delegabile ai genitori).

E’ interessante notare come  la partecipazione alla vita attiva del paese di questa  quota parte di cittadini possa costituire la base per un riequilibrio delle politiche di welfare state nel nostro paese, dove  la quota di popolazione anziana (65 anni e oltre) rappresenta oggi il 26% circa dell’intera popolazione, ed è destinata a crescere.

L’idea centrale è che la competizione politica  per il consenso elettorale obblighi i partiti politici a tenere conto dei bisogni dei giovani nei loro programmi elettorali e quindi nell’azione di governo. Il principo di “un uomo un voto” della tradizione democratica, sia esso maschio o femmina, adulto o minore verrebbe  in tal modo realizzato.

In Italia la rappresentanza del voto dei minori non è compatibile con l’attuale normativa costituzionale e pertanto,  in una prospettiva di difesa e consolidamento dei suoi principi e valori, una modifica della nostra Costituzione (cfr. art. 3) che attribuisse il diritto di voto dal momento della nascita, con ciò abolendo l’ultima discriminazione in base all’età, risulterebbe coerente con lo spirito costituente e  potrebbe conciliare la crisi emergente del breve periodo con l’interesse lontano del paese.

(Per l’approfondimento del tema si rimanda alla lettura de “Prima le donne e i bambini. Chi rappresenta i minorenni” di Luigi Campiglio – Prof. Ordinario di politica economica presso L’Università Cattolica di Milano –  Il Mulino, 2005)




L’Etica

Recentemente ha  fatto notizia il risultato di una ricerca sociale secondo la quale l’infelicità che sembra essersi diffusa tra i cittadini delle ricche società  occidentali sia da mettere in correlazione  con la disparità della distribuzione della ricchezza. In altre parole, si sarebbe dimostrato scientificamente (sic!) che non si può essere felici se si è circondati dalla povertà.

L’eguaglianza comporta che la società dia a tutti gli individui la pari opportunità per esprimere e valorizzare i propri talenti. In questo quadro riconoscere Il merito significa gratificare l’individuo nella sua specifica personalità e quindi renderlo appagato. Ma le pari opportunità comportano l’assicurazione di un livello di benessere comune  (welfare state), perché esiste una povertà assoluta in relazione ai bisogni e ai diritti, che è intollerabile, ed un’altra povertà relativa, che è accettabile nella misura in cui è giustificabile  e modulabile.

Il problema non è accettare o  rifiutare la disuguaglianza  nella ricchezza, purchè questa sia lecitamente derivata dalle proprie capacità, ma di garantire che la sua distribuzione sia fondata esclusivamente sul diritto e sul merito, per evitare da una parte uno stato di miseria che comprometta la vita stessa delle persone, dall’altra che l’eccedenza di ricchezza concentrata in pochi individui, intollerabile e pericolosa in quanto concentrazione di potere che tende a confliggere coi principi democratici,  possa non essere redistribuita alle nuove generazioni.

Quali sono oggi i fattori che impediscono e frenano lo sviluppo sociale ed economico nel nostro paese?  Indichiamo qui due emergenze, che dovrebbero occupare i primi posti della agenda politica di un   governo riformatore:  l’evasione fiscale e la criminalità organizzata.

L’evasione fiscale procura alla collettività un duplice danno economico e morale,  in quanto da una parte sottrae  risorse allo Stato e dall’altra  alimenta  la disuguaglianza tra i suoi membri. Il sottrarsi in una democrazia dal dovere primario verso la comunità di “pagare le tasse” pone  l’individuo al di fuori  del diritto stesso di cittadinanza, in quanto tende a sovvertire l’ordine sociale costituito.  L’evasore commette un crimine di gravità paragonabile a quella di  un attentato allo Stato e alle Istituzioni. Da questa considerazione deriva che  la lotta all’evasione fiscale deve  essere concepita come una questione di difesa della Costituzione e dell’ordine pubblico, da trattarsi alla pari della lotta che lo Stato dichiara al terrorismo e alla criminalità organizzata.  Una tale determinazione comporta una duplice linea d’azione: realizzare riforme fiscali  e politiche economiche che rendano il fenomeno dell’evasioine / elusione meno facile da attuare e meno conveniente da sostenere,  e simultaneamente  mobilitare la forza repressiva con la massima energia e rigore, non solo finalizzandola alla seppur conveniente politica del recupero crediti, ma alla missione più radicale della rieducazione del cittadino.

La criminalità organizzata, per la sua radicalizzazione nel territorio e la sua invadenza nelle  mentalità, va concepita come il problema più grave, in assoluto, sia  considerandolo sotto il profilo etico, in relazione alla diffusione e pervasività dei comportamenti illegali ed illeciti tra la popolazione di vaste aree e in particolare quella giovanile, sia sotto quello economico in relazione all’inosservanza delle basilari regole  della concorrenza in un libero mercato. Nella misura in cui essa  agisce contro lo Stato e le sue Istituzioni democratiche per sostituirsi ad esso nel controllo del territorio e della popolazione con modelli di convivenza arcaici, va combattuta come un nemico che mina all’interno della collettività le regole della convivenza civile, generando in essa uno stato di schiavitù e paura. La guerra alla criminalità organizzata va dunque dichiarata alla lettera e condotta con fermezza alla pari della lotta contro il terrorismo, con la consapevolezza che contro  di essa abbiamo il dovere di difendere la democrazia, non di praticarla.




I tabu nazionali

L’apertura dell’uomo di fronte al mondo si  misura attraverso la sua ricerca della verità. Una verità che esiste, ma che si colloca nel futuro.   Nel presente, che ci contiene, risiede la verità del passato, ma come comprenderla?  Per noi  la condizione preliminare sta nelle armi della critica:   combattere i luoghi comuni,  incrinare le certezze, riscoprire i significati e  infrangere i tabu del pensiero che limitano le nostre visioni.

Con la  rubrica I tabu nazionali ci proponiamo  di  smaltire il cumulo di menzogne e di parziali verità che compromettono l’evoluzione del nostro paese (si tratta di cliché che si radicano nell’immaginario in modo spesso irreversibile, tanto da configurarsi come  veri e propri tabu). Rivendichiamo la libertà di combattere tutte le ideologie, laddove si annidano, ovvero di combattere l’ ideologia, quel pensiero che  sebbene fondato su una verità parziale si irrigidisce nella forma assoluta, travisando od occultando il suo nucleo  originario.

 

 

 

 




Chi siamo

1395167_10200787721958810_1923030871_a(Creatore del sito, editore e autore) Mi chiamo Renato Frabasile e sono nato il 29/01/1948 a Milano, dove vivo tutt’ora con mia moglie e i tre figli.  Mi sono iscritto all’Università nel 1967 e seguito il primo biennio alla Facoltà di Fisica, durante il quale per interessi coltivati durante una formazione in Psicologia presso la Facoltà di Medicina, non  maturatola decisione3 di  trasferirmi alla Facoltà di Biologia dove mi sono infine laureato. Dopo aver fatto una esperienza di lavoro di ricerca in ambito economico sanitario, ho iniziato a lavorare stabilmente come insegnante nel Comune di Milano. Nello stesso Ente nel 1984, in esito ad un concorso pubblico, sono diventato Dirigente e da allora nell’arco di 25 anni ho assunto incarichi in diversi ambiti operativi: Preside di scuole superiori, responsabile dei Servizi scolastici, responsabile del Controllo di qualità,  dei Servizi logistici e di Settori a supporto dei Consigli di Zona. Dall’estate 2009 sono in pensione. Sono stato iscritto all’Associazione Libertà e Giustizia fino al 2013, di cui ho frequentato la Scuola di Formazione Politica. Le mie passioni sono sempre coincise con i miei interessi e sono state molteplici: ieri la montagna e la letteratura, oggi la vela e i viaggi, ma sempre la musica e la conoscenza. Io non sono religioso, se fossi religioso non sarei cristiano, se fossi cristiano non sarei cattolico.

Walter Bocelli copia(Autore) Mi chiamo Walter Bocelli, sono nato nel 1947 a Milano, dove ho lavorato per quasi quarant’anni come  impiegato nell’ Amministrazione  Statale e dove vivo tutt’oggi. Sono laureato in  Scienze Biologiche e durante il periodo universitario ho seguito una formazione di Psicologia presso la Facoltà di Medicina  in seguito al quale ho svolto alcune ricerche e brevi stage lavorativi. Nel 1982, insieme ad un collega, ho collaborato a costituire presso il Sindacato CGIL il Servizio Fiscale, poi divenuto Caf.  Da marzo 2011 sono in pensione. Ho per molti anni coltivato la mia passione di disegnatore, in particolare la tecnica pittorica del trompe l’oeil. Fino all’età di trent’anni mi sono occupato di letteratura. Poi mi sono interessato soprattutto di filosofia, che oggi definisco come la filosofia viva. Mi definisco senz’altro cristiano Cristo per me essendo un filosofo.




La società della percezione

Questo è il titolo provvisorio di un progetto di analisi che  mira ad aggiornare il concetto di società dello spettacolo  avendo per obiettivo  la comprensione dello stato della coscienza come oggi si pone di fronte al mondo globalizzato. Potremmo definirla, usando il diffuso e tanto amato gergo tecnocratico, come la ‘coscienza di ultima generazione’.




Introduzione alla Filogenesi Culturale

Ogni uomo alla nascita deve ripercorrere in pochi anni tutto quel cammino che la propria civiltà ha percorso in migliaia e migliaia di anni, nasce quando il mondo è già parlato. Mafalda, la protagonista dell’omonima striscia a fumetti di Quino (un signore che con il fumetto ha fatto cultura), ad una amica che le chiede se capisce quando parlano i grandi, risponde: “sei mai entrata in un cinema quando il film è già cominciato?”.

La mia intuizione è stata trasportare quest’idea dall’ontogenesi alla filogenesi, alla nascita dell’uomo in quanto coscienza durante l’evoluzione. Quando la coscienza nasceva migliaia di anni fa e nasceva proprio in quanto coscienza, il film era già cominciato, esistevano già le regole, regole non solo naturali ma anche culturali. Anche se nessuno le aveva fatte e solo la mente umana aveva potuto partorirle, le regole erano già lì prima che la coscienza fosse.

Com’è possibile?  Chi le aveva fatte?  Da dove vengono le regole?

Questa apparente contraddizione trova la sua spiegazione nella cultura come positum, nel modo in cui la cultura viene a depositarsi agli albori di ogni civiltà. Questo modo da me definito selezione culturale sta alla base della filogenesi culturale. La filogenesi culturale si occupa della fenomenologia dello spirito attraverso emergenze esistenziali che altro non sono se non le premesse per l’epifania dello spirito nelle sue diverse manifestazioni. Emergenze strettamente legate alla selezione naturale, alla sopravvivenza del gruppo, ma al tempo stesso costituenti per l’individuo un nuovo modo di esserci.

Da questa idea è nata un’opera: la filogenesi culturale. Quest’opera ha l’ambiziosa pretesa di voler rivoluzionare la concezione fin qui avuta della filosofia, di sottrarre la filosofia al ruolo di ancella nei confronti della scienza, posizione nella quale ora versa in qualità di epistemologia, per riportarla al primato che le compete tra le dottrine interpretative.

Non è un testo ovviamente per gli adoratori della cultura in pillole, la lettura non offre scorciatoie; tutto va letto, letto fino in fondo e digerito. La sospensione del giudizio è indispensabile alla comprensione. Qualsiasi ideologia, qualsiasi appartenenza, qualsiasi posizione pregiudiziale in dottrina come nella persona ostacola la comprensione.

Molto brevemente dirò che esiste un vuoto tra la Scienza e Dio che oggi non è riempito da alcunché, un vuoto che le considerazioni sull’essere Heideggeriane rientranti in quella scienza preliminare che fonda l’analitica esistenziale colmano solo parzialmente. Anche Heidegger per quanto possa essere stimato il più profondo ricercatore in merito all’Essere, alla sua ontologia, rimane legato in quella che si può definire una filosofia statica, un modo di vedere  e approfondire la realtà che parte dal soggetto calato nella realtà storica del tempo in cui vive e che cerca i fondamenti dell’essere a partire dalla stessa per tornare alla stessa senza mai uscirne né riuscire a vedere di stare ragionando su un solo piano, quello della cultura del proprio secolo.

Di contro, la visione antropologico culturale offerta nella filogenesi spazia in una categoria dell’essere ignorata dalla filosofia: l’evoluzione, l’evoluzione filogenetica che la cultura ha avuto a partire dagli animali fino a giungere all’uomo. Ho cercato di analizzare il più puntualmente possibile le emergenze esistenziali che hanno costituito il positum della cultura umana. In questo studio della dinamica dell’essere nel suo divenire si fonda la filosofia dinamica.

In osservanza dell’analitica esistenziale mi sono rifatto a un domandare più originario, ma diversamente da Heidegger, il mio a che non ha spaziato astrattamente nella riflessione, partendo cioè da un’indagine su un piano orizzontale legato alla cultura dell’epoca da me vissuta, ma il mio spirito è sceso più concretamente verticalmente nell’evoluzione dell’essere della cultura della storia naturale, parallelamente indagando sui mutamenti dello Spirito. Dalla natura all’uomo, dalla res estensa alla res cogitans, vi sono infiniti passaggi senza soluzione di continuità che hanno tuttavia diversificato l’essere come la notte il giorno. Alcuni di questi determinano svolte radicali nel modo di esserci. È a queste emergenze che ho posto attenzione.

È bene precisare che quanto fatto anche se non pretende di essere alla portata proprio di tutti, non è un libro per specialisti e non inerisce la sola filosofia. Quanto riscontrato ha aperto sentieri, altrimenti interrotti, che spalancano a trecentosessanta gradi nuove visuali in tutti i campi, e che può trovare applicazione a stregua di un trattato del saper vivere anche nella vita pratica di tutti i giorni in merito a comportamenti da tenere in ordine di sesso e affettività, nonché in generale col prossimo.

Le conoscenze acquisite con queste letture  costituiscono una piattaforma imprescindibile per qualsiasi discussione che voglia meritare di discussione il nome. Non stimo certo di aver esaurito lo scibile, ma al contrario di aver aperto una cruciale via per la sua espansione, per l’analisi dell’esistente e delle prospettive future.  Sono i primi passi sulla luna.

Alcune considerazioni di ordine metodologico. Nella filogenesi culturale ho espresso la tridimensionalità del Discorso e il labirinto che ne rappresenta l’immagine grafica, una logica unisce e concatena il tutto. Data la tridimensionalità il labirinto è percorribile in più di una dimensione e distinguendo sommariamente gli eventi in orizzontali e verticali, studiando le emergenze io cerco di capire la loro nascita nel tempo e il loro sviluppo in un tempo così indeterminato da andare dalla nascita dell’uomo fino al periodo che precede la storia.

Ritengo questo possibile solo perché l’evoluzione mostra un andamento parabolico. Mettendo in ordinate i progressi e in ascisse il tempo, essendo l’incremento più che proporzionale, si può assistere fino al periodo che precede la storia, diciamo fino a diecimila anni fa, ad uno sviluppo culturale lentissimo quasi nullo se paragonato agli sviluppi poi avvenuti, lento ma tuttavia non nullo. Seguendo la logica usata, la logica del reale, un’analitica esistenziale applicata sulle emergenze esistenziali mi è stato possibile capire gli abissi in cui lo spirito ha fondato le proprie radici.

Ogni volta che le stesse sono state ritrovate sono stato poi costretto a frenare il pensiero che inevitabilmente spingeva verticalmente nel tempo a paragone e a spiegazione dell’oggi. Chiaramente si svelano qui in parte le finalità che mi sono proposto ma che vorrei aver cura di raggiungere gradualmente. Anche perché risalire per intero uno solo di questi filoni meriterebbe di per sé una trattazione.

 




La Filogenesi culturale

Guardando al passato mi sono accorto che nella cultura c’è un buco, c’è un buco nel sapere, sia quello scientifico che filosofico. Un periodo della storia lungo decine di migliaia di anni non è mai stato preso nella considerazione meritata. La storia dell’uomo non è una storia come le altre, l’animale si è fatto anima. La storia  che vado raccontando è la storia dello spirito, di come l’uno senza soluzione di continuità si è fatto due per conquistare il mondo.

(Pubblichiamo su questo sito l’  Introduzione al  Trattato di Filogenesi culturale, opera inedita di Walter Bocelli (Laboratorio -> Filgenesi culturale -> Introduzione)




Cosa vogliamo

Dalla resistenza al risorgimento per un nuovo rinascimento. (Walter Bocelli e Renato Frabasile)

Questo sito non  si rivolge agli uomini di buona volontà, ma alla buona volontà di tutti gli uomini.

Partiamo da un fatto presente. L’andamento  dell’astensionismo al voto nelle tornate elettorali di questi ultimi due lustri sembra aver indicato che la stanchezza del “resistere-resistere-resistere” abbia indotto significative quote di persone, per sopravvivere, a ritirarsi in una dimensione privata e minimalista.

La prospettiva contemporanea, soprattutto nel nostro paese, sembra al contrario il  ritrovare l’orizzonte più vasto degli ideali, dei principi e della vita.  Le persone per bene dovrebbero manifestarsi e partecipare attivamente alla cosa pubblica perché si ricostituisca un universo rispettabile, motivato e competente di cittadini liberi e consapevoli. Vogliamo contribuire alla formazione di un popolo maturo, composto di donne e uomini, di giovani e  anziani, di settentrionali e meridionali,   rilanciando la vecchia idea  della amicizia civica, e magari di una nuova classe dirigente che possa degnamente rappresentare gli interessi generali del nostro Paese.

Vogliamo passare alla fase del “emergere-emergere-emergere”.

Perché sul web?   Perché oggi è il luogo di più estesa libertà di circolazione delle idee, dove, sia pure nella simulazione di un mondo virtuale  “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (…)”. (Art.3 – Costituzione della Repubblica Italiana).  Così, vogliamo anche noi approfittare della rete delle reti per gettarvi i nostri piccoli semi.  Vorremmo che le persone per bene si ritrovassero qui per condividere le proprie idee e che ognuna di esse, d’altra parte, si conforti pensando che  “uno solo per me è diecimila” (Eraclito).

Perché la cultura vivente?   La difficoltà di spiegare lo scopo del nostro sito  è tutta incentrata su di un unico termine:  cultura.  Anche per spiegare quell’ulteriore aggiunta  vivente è necessario un chiarimento.  Cultura è un termine polisemico, veicola cioè un numero  elevato di significati. Tutti pensano di intendere un’unica cosa quando si riferiscono a “cultura” e  quindi ritengono di intendersi. Non è così. Cultura  al contrario è uno dei termini che più ingenerano confusione, non solo tra la gente comune ma spesso anche tra gente così detta colta, istruita o molto istruita, e anche tra coloro che la cultura producono e che di conseguenza della cultura si sentono i padroni. È possibile che per quanto grande sia il suo bagaglio culturale  una persona possa essere uno stolto? E’ difficile, ma possibile.  “Ho girato tutto il mondo”, diceva Socrate , “ma un sapiente io non l’ho incontrato mai”.

Non vogliamo qui annoiare  con una dissertazione erudita, ma solo contribuire a chiarire alcuni aspetti della cultura a nostro parere fondamentali, non solo per la comprensione, ma anche per la comunicazione.

La nostra   ambizione è di  diventare capaci di intendere e volere, avendo come  visione quella di un mondo di padroni senza schiavi.

La Cultura in generale  può essere intesa come possibilità di trasmissione di informazioni. In questa accezione però si può parlare di cultura anche a proposito degli animali o addirittura dei cromosomi se ci si riferisce alla trasmissione del DNA.  Per arrivare più vicini a noi anche prendendo il termine dalla banale definizione di un dizionario si apprende che la cultura è qualcosa che ha a che vedere con la formazione dell’individuo, formazione distinta poi sul piano intellettuale e sul piano morale, oppure più comunemente intesa come il patrimonio delle conoscenze acquisite. Tra gli intendimenti dati al termine c’è da  ricordare anche chi riferendosi alla cultura si riferisce al mondo della cultura: teatri, cinema, letteratura, musica e arti,  ma altro non intende.

Tutte queste definizioni, tutti questi intendimenti sono pur validi, ma ingenerano spesso grande confusione. Con un analisi che si richiama allo stile di Platone,  affermiamo da subito che: una cosa è il patrimonio delle cose acquisite e  altra cosa è la cultura, riservando alla cultura solo l’accezione legata al piano spirituale, il piano in cui opera l’emozione e la morale,  distinguendo cioè l’erudizione dalla formazione spirituale e da ultimo l’erudizione dalla cultura.  Una cosa dunque è l’erudizione, altra cosa è la cultura. La scelta da noi fatta è arbitraria, ogni altra definizione è infatti ugualmente valida (cultura come erudizione, cultura animale, ecc.), ma potrebbe  contribuire a chiarire quella confusione terminologica che è ancora nella testa di tutti.

Noi intenderemo quindi sempre per cultura, salvo diverso esplicito riferimento, solo ciò che riguarda lo spirito nel suo cammino morale verso la verità.  Si offre qui un concetto per noi fondamentale, che fa della cultura una cultura vivente e di cui tratteremo a lungo: l’apertura, come postura dell’individuo di fronte al mondo.

La prima distinzione che deve essere chiara a tutti è che una cosa è l’istruzione  altro è la cultura: una cosa è il positivo (il positum, ciò che della cultura è stato depositato),  altra cosa è lo spirito e la sua apertura. Questo concetto di apertura,  in parte intuitivo, è fondamentale per la comprensione di che cosa si debba intendere per cultura. Un uomo aperto alla cultura non è solo un uomo disposto a leggere, un uomo aperto alla cultura deve essere anche un uomo sempre pronto a destrutturarsi e mandare, se necessario, a gambe all’aria ogni sua convinzione ogni suo pregiudizio, felice di farlo. Intelligenza e spirito sono dunque per noi due categorie dell’essere  sì interdipendenti, ma assolutamente distinguibili e per questo da noi distinte.

Ma dello spirito nessuno parla e la cultura non viene intesa.  La confusione nella lingua non è fatto di poco conto, essa  ci indica una confusione dello spirito, non solo in quanto oggetto ma soprattutto in quanto soggetto, e una confusione dello spirito in seno alla popolazione porta inevitabilmente a fraintendimenti che abbassano il livello e l’apertura al mondo, mettendo in gioco l’intera esistenza, non solo quella individuale, ma anche quella sociale.

Partendo così dall’accezione della cultura riguardante lo spirito, e richiamando il dizionario  quando usa  il termine più asettico di “formazione dell’individuo”, noi preferiamo parlare di spirito, un termine antico che a nostra opinione, come l’Essere per Heidegger, merita di essere ripescato e nuovamente trattato.   Per ora “spirito”  sarà utilizzato come nell’espressione: bisogna raggiungere la maturità dello spirito, dove spirito e individuo sono intercambiabili, ma dove spirito raggiunge maggiormente l’espressione.

Accenniamo qui ad un’altra differenziazione per noi fondamentale. Parlando di “formazione” il dizionario divide la stessa in due categorie ben distinte: intellettuale e morale. Questa distinzione è per noi  cruciale anche per  il significato che bisogna dare al termine cultura. Le espressioni “aperti intellettualmente” e “aperti moralmente” finiscono con l’avere nel linguaggio, benché provenienti da direzioni diverse,  quasi un identico significato. Ma quali sono le origini di intelletto e morale?

Innanzitutto osserviamo che l’intelletto si riferisce ad una proprietà dell’individuo che può prescindere anche totalmente dalla morale, da qualsiasi morale, si tratta infatti di una capacità di apprendimento, di analisi e di proiezione,  mentre la morale si riferisce ad una categoria dello spirito che riguardano la volontà e la scelta, e che le capacità intellettive possono non riguardare.

Una cosa è l’intelligenza, una cosa è lo spirito, l’intelligenza del “cuore”, guardando al “cuore” al di là del bene e del male, un altro tipo di intelligenza definita da molti come emotiva ma alla quale noi vorremmo aggiungere anche una direzione, un intendimento morale. Richiamandoci  alla concezione  di Heidegger  secondo il quale il pensiero è sempre emotivamente fondato,  noi vogliamo considerare l’emozione come il fondamento dell’esistenza umana e la cultura tutto quello che la riguarda e che, pertanto, determina l’uomo nell’esserci, nel modo di esserci.  All’emozione vorremmo associare nel bene e nel male una via e nel merito costruire un discorso.

Ci proponiamo di definire cultura solo quelle istanze che promuovono l’apertura dello spirito e solo a queste ci riferiremo come  cultura.  E il valore della promozione è assoluto, chiameremo cultura cioè sia quelle istanze che lo spirito promuovono e lo spirito aprono e fanno avanzare, sia quelle istanze che lo spirito affossano e lo spirito chiudono e fanno regredire.

Siamo ricercatori dello spirito e dello spirito cerchiamo la verità. La verità filosofica e morale della cui esistenza,  di contro a ogni relativismo, riduzionismo e realismo, siamo convinti. Indagheremo quindi lo spirito, quello in carne ed ossa, nel positum, con attenzione a ogni sua manifestazione sia nell’attualità come nella storia, cercando nel positum dello spirito quelle espressioni che nel discorso esprimono la verità, e che ne esprimono l’apertura.

Un turbo capitalismo oggi senza più fattori limitanti, mondiale,  ha come alleati la menzogna, il pensiero debole e un basso sentire, riassumibili nell’unico termine “ignoranza”. Questi temibili alleati di ogni cultura autoritaria hanno fortissima presa sul popolo e presso il popolo. Di contro, il capitalismo, la logica del profitto, e ogni autoritarismo hanno due nemici: la cultura  e la verità. Siamo convinti che solo la cultura e la verità riusciranno a ridimensionare la  non cultura del profitto,  una cultura capitalista che vorrebbe per “leggi economiche” l’umanità ridotta ad una moderna schiavitù.

Noi vogliamo convincere, al di sopra di qualsiasi appartenenza sociale e politica tutti ad interessarsi, a propugnare e a produrre cultura, ovvero la promozione dello spirito verso un intendimento anche politico del sociale, di contro ad ogni pregiudizio e ad ogni ideologia. Noi conosciamo un solo popolo: l’Umanità.




Contatti

Per contattare l’admin e autore Renato Frabasile:  renatofrabasile@libero.it

 

Per contattare l’autore Walter Bocelli:  wbamilcare@tiscali.it

 




Democrazia e maggioranza

Questa presentazione potrebbe avere per titolo: il parafulmine!.

” A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene.  Poichè però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. (…)”

(La citazione è attribuita ad un anonimo ateniese del V° secolo a. C., verosimilmente un esponente della  aristocrazia punito con l’esilio,   che si vendicò scrivendo un opuscolo contro il sistema democratico  allora vigente in Atene. La democrazia come violenza – Anonimo ateniese del V° secolo a. C. – Ed. Sellerio, Palermo, 1991)

Siamo consapevoli che con questo incipit offriamo ai  cultori del “politicamente corretto”  la facile occasione di rivolgerci  l’accusa, per altro oggi molto diffusa,  di essere  antitaliani  e  antidemocratici, o, peggio ancora, intellettuali eccentrici ed elitari incapaci di comprendere  la complessità del mondo contemporaneo.

Tuttavia, noi riteniamo che mentre  l’aristocrazia nobiliare non debba  meritare alcuna nostalgia, la riscoperta della realtà e del valore dell’ eccellenza (aristos, secondo Platone) sia al contrario oggi un’operazione  virtuosa e quanto mai necessaria, se desideriamo davvero risollevare la prospettiva di una democrazia che appare oggi seriamente compromessa da problemi etici, ancor prima che dai problemi economici.

Ma chi sono oggi i migliori?  Alcuni osservatori qualificati quali economisti, politici, imprenditori e manager, riflettendo sul degrado politico, istituzionale  e morale diffuso nel nostro paese  hanno da tempo esternato preoccupazione e manifestato perplessità su come sia stato possibile attraverso le modalità democratiche selezionare una classe dirigente, in particolare quella politica, così scadente. Tali  critiche si  sono  accompagnate poi ad  espliciti richiami all’esigenza di  introdurre la meritocrazia e di premiare l’eccellenza.

Tempo fa un noto manager auspicava per il nostro paese un “governo dei migliori”,  mentre un politico,  nel presentare il programma fondativo del suo partito, usava l’espressione,  per noi preferibile,  “la democrazia dei migliori”.

Noi consideriamo la  democrazia come  il metodo più avanzato di governo dei popoli, ma occorre fare attenzione  e distinguere il modo di gestire il potere  dal modo di selezionare i governanti.

Se da una parte la separazione dei poteri, il riconoscimento della “terzietà” delle regole e delle istituzioni, la ricerca della condivisione attraverso la trasparenza dell’azione e il dialogo continuo tra minoranza e maggioranza, costituiscono i capisaldi del modo democratico di governare un popolo,  dall’altra la criticità che le democrazie contemporanee mostrano ormai con evidenza risiede nella “violenza” della maggioranza, che per noi è conseguente al processo di selezione dei governanti.

In altre parole, se la democrazia è rappresentativa, le questioni sono: chi può meglio rappresentare gli interessi del popolo?  In quale modo si può garantire la formazione di una classe dirigente competente e responsabile, che sia all’altezza della complessità del governo della cosa pubblica?

Noi riteniamo che non si debba identificare la forma di governo con la qualità delle persone. Non è qui in discussione, infatti, la necessità di un governo dei migliori, che tutti auspichiamo, ma la modalità di selezione dei governanti.

A parte le sue origini greche, la  democrazia così come si è evoluta a partire dall’illuminismo prevedeva che all’allargamento del potere al popolo corrispondesse un’adeguata evoluzione culturale dello stesso (in questa prospettiva va a nostro parere colto il  senso profondo del progetto dell’Enciclopedia).

La democrazia porta con sé la cultura o non è democrazia.

Tale intimo e profondo  legame tra la cultura e la democrazia non può accettare, per esempio, riduzioni di risorse alla scuola, alla formazione e alla ricerca scientifica.    Nella prospettiva della democrazia la scuola deve rimanere prevalentemente pubblica e la formazione deve poter essere continua nella vita della persona. Quanto poi alla ricerca scientifica, essa non deve essere limitata dalla paura indotta dalle sue scoperte, ma  guidata dall’interesse generale e sostenibile.

Anche nella costituzione e nel governo della classe dirigente politica possiamo riconoscere la cultura di un popolo. Tra le due entità politica e cultura la relazione è biunivoca, nel senso che le scelte della politica concorrono a determinare il livello culturale del popolo e quest’ultimo stabilisce con la propria partecipazione il livello e la qualità della politica.  Del resto un criterio di valutazione della qualità del management di una azienda è costituito  dall’individuazione delle capacità dei collaboratori che il capo si è scelto per costituire la propria squadra, secondo il vecchio adagio  “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

La  politica culturale non va  intesa dunque come una linea d’azione di un programma politico, ma  come l’essenza stessa della  politeia.

D’altra parte, se il livello culturale di un popolo non progredisce con una velocità almeno pari a quella con la quale si generano i problemi nella società, accade che la scelta della classe dirigente  si appiattisca inesorabilmente  al livello più basso acquisito.  A livelli più alti di equilibrio raggiunti  la cultura ha bisogno di una maggiore  energia  per mantenersi. Sappiamo che sarebbe sufficiente un arresto nella trasmissione culturale  per due o tre generazioni e l’umanità ritornerebbe all’età della pietra.

Oggi assistiamo nel nostro paese al fatto che alle cariche istituzionali e al governo accedono spesso non le personalità  migliori, che pure  esistono ed operano nel paese  confinate nel proprio privato, ma  rappresentanti del popolo che “sono come il popolo”. Si potrebbe definire il fenomeno come  un “imperativo statistico”, con riferimento  in questo caso  al prevalere della  “moda”, ovvero dei valori più frequenti: i governanti rappresentano la moda. E gli uomini politici contemporanei così selezionati si fanno vanto di essere non  per il popolo, non soltanto  con il popolo, ma proprio come il popolo.  A loro  questa  identificazione  totale appare come la realizzazione  compiuta della democrazia.

Troppi politici, sia di destra che di sinistra, si sono convinti che la democrazia è il potere derivato dalla maggioranza dei numeri: i voti non si pesano, si contano.   Potenza e fascino del numero!   Il fondamento  razionale della democrazia è appunto la statistica.

A esemplificazione di quanto asserito vorremmo riportare quanto detto da un rappresentante politico dell’attuale governo, durante uno dei tanti talk show televisivi,  ha molto bene espresso questa deformazione di pensiero, e della morale.

Talune candidature femminili alle elezioni politiche sono state giudicate inconsistenti in quanto giovani donne  provenienti dal mondo dello “spettacolo”, stimate più per la loro presenza che  per i  curricula.  Il nostro esponente politico faceva osservare che, al contrario di quanto veniva  osservato criticamente, tali candidature  costituivano proprio un esempio di buon governo democratico, perché una vera democrazia in quanto rappresentativa  deve poter consentire  ad ogni  componente presente nella società  il diritto di avere una sua rappresentanza politica.

Potenza del lapsus, davvero noi siamo parlati dalla lingua!  La raccogliticcia cultura politica di quel  piccolo uomo yes-man (o “uomo Nonsai”, come ci suggerisce Bergonzoni con un  riferimento alle piante giapponesi) addestrato con corsi full immersion dalla scuola di formazione politica del suo partito sulle tecniche del marketing e della pubblicità, confondeva il processo di selezione di una classe dirigente politica con  il metodo  della formazione dei “campioni rappresentativi dell’universo”, utilizzati  nei test statistici e nei sondaggi d’opinione.