Una libreria storica di Tokyo (quartiere Kanda a Jimbocho) chiusa nel 2004 risorge oggi in Italia come: “libreria online dedicata a chi ama la lettura come forma di bellezza quotidiana. Una selezione curata di titoli in italiano e giapponese: narrativa, storia, gialli, moda e cucina”.
In un articolo apparso sul Corriere della Sera (1), la presidente della Società italiana di Fisica Angela Bracco ha esternato il «desiderio di esprimere sconcerto e indignazione (…) per il modo in cui la figura scientifica di Enrico Fermi (…) sia stata screditata e infangata dal professor Rovelli nell’articolo “1934 Enrico Fermi” (2). L’autrice ha voluto altresì precisare che tale indignazione è stata condivisa «da parte di numerosi colleghi che mi hanno scritto in queste ore». È evidente che in questa esternazione, a meno delle pur sempre possibili rivalità tra pari, prevale il ruolo istituzionale di presidente della Bracco.
Tuttavia, noblesse oblige a parte, è interessante cogliere in questa occasione l’opportunità di scoprire i principi usati dalla Bracco a sostegno della propria indignazione e quelli di Rovelli nella sua replica. Non prima, però, di una necessaria premessa: in una cultura in cui la conoscenza è parcellizzata in specializzazioni sempre più raffinate è difficile raggiungere una visione d’insieme che superi la limitatezza (metodologicamente necessaria) di ognuna di esse. Non si può quindi pretendere che uno scienziato (Nobel compresi) formatosi esclusivamente nella propria materia sia anche in grado di esprimere pensieri “geniali “oltre la propria competenza. Solo una minoranza di essi mostra, infatti, di possedere una cultura e sensibilità filosofica sufficientemente ampia per guardare il mondo da un punto di vista che trascenda la propria specializzazione. Tuttavia, è proprio dagli uomini di scienza che ci si dovrebbe aspettare, al pari della loro conoscenza, una coscienza fondata sul “sapere di non sapere.
Dall’articolo.
Angela Bracco: «Sono particolarmente addolorata nel constatare come la grandezza e la complessità di uno scienziato come Fermi siano state mortificate da giudizi sommari, basati su inesattezze, e fondamentalmente ingiusti. (…) È difficile riassumere in poche frasi tutte le scoperte e il grande fermento nell’ambito della ricerca all’epoca di Fermi, ma questa indubbia difficoltà ai fini di un’efficace comunicazione non autorizza nessuno, tanto meno il professor Rovelli, a usare argomenti sommari, palesi inesattezze e toni sgradevoli, volti a screditare una figura autorevole come quella di Enrico Fermi, sul quale esiste molta letteratura da parte di illustri colleghi fisici che si occupano di storia della fisica ai massimi livelli».
Carlo Rovelli: «Fermi è stato uno dei più grandi scienziati del XX secolo. (…) a mio giudizio è stato più importante di come sia solito presentarlo. I suoi contributi non solo a creare la grande scuola di fisica italiana, ma a un intero modo di pensare della fisica contemporanea, sono sottostimati.»
Angela Bracco: «La ricostruzione storica che viene fatta nell’articolo del professor Rovelli non tiene in considerazione il contesto in cui si trovavano i ricercatori e docenti in quegli anni. Enrico Fermi viene fatto passare poco meno che un fascista/nazista assetato di sangue, che si avventa «sulla gioia di poter bruciare vivi migliaia di suoi fratelli e sorelle».
Carlo Rovelli: «Parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi avanti. Gli scienziati, io credo, non sono santini di cui non si possono dire errori o mancanze, Più difficile è il rapporto di Fermi con la politica. Di certo non ho presentato Fermi come «un fascista assetato di sangue». Il mio rimprovero a Fermi, che è reale, è proprio il contrario di questo. Come molti lo descrivono, la politica non lo interessava: la schivava. Se era necessario iscriversi al partito fascista per poter fare quel che gli interessava nella scienza, lo faceva. Quando è andato via dall’Italia, in difficoltà crescente soprattutto per l’ebraismo di sua moglie, si è fatto ben accogliere dagli americani, e cambiato divisa. È un fatto che sia stato consulente della commissione che ha raccomandato di gettare la bomba atomica su civili, e lui non ha manifestato alcuna perplessità, né in quel momento né poi. Questo non lo apprezzo, e non vedo motivo di nasconderlo. Solo anni dopo si è espresso, come molti fisici, contro la bomba all’idrogeno».
Angela Bracco: Fermi «(…) pur consapevole delle implicazioni del suo lavoro, si dedicò la progetto Manhattan…(che) avvenne in un contesto storico molto difficile. Ma la decisione di sganciare la bomba nucleare fu unicamente politica e militare».
Commento.
Innanzitutto, si noti come per tutto l’articolo la presidente Bracco denoti Fermi come “scienziato” e Rovelli come “professore”: la lingua parla per noi. D’altra parte, la mentalità che rivela, secondo la quale la scienza è neutra e il suo uso un affare della politica (e dell’economia), riposa nel pensiero della accademia accreditato dall’establishmen : hic optime manemibus. Mentalità prevalente e ben rappresentata nel film di successo Oppenheimer in cui l’angoscia amletica di Robert Oppenheimer, lo scienziatoconsiderato il padre putativo della bomba atomica, che sebbene non formalmente processato, lo portò nel 1954 ad essere sottoposto a causa delle sue passate simpatie comuniste, della sua opposizione allo sviluppo della bomba H e delle accuse di essere una spia dei sovietici, ad un’inchiesta sulla sicurezza che gli tolse l’autorizzazione di sicurezza, bandendolo dai segreti atomici. Nel film, quando lo scienziato è a colloquio col Presidente Truman, alla sua esternazione «Signor Presidente, io ho il sangue sulle mie mani» il Presidente porgendogli un fazzoletto per asciugarsi le lacrime così gli risponde «Lei pensa che a qualcuno a Hiroshima o Nagasaki interessi un cazzo di chi ha costruito la bomba? Gli interessa chi lo ha sganciata, l’ho fatto io. Hiroshima non riguarda lei».
Nella realtà, non nel film, Rovelli sostiene da parte sua che «parlare degli errori dei grandi non è gettare fango su di loro, è mostrare come la crescita della conoscenza sia un sentiero contorto che passa per false ipotesi, passi indietro e passi vanti». Tale affermazione senza dubbio esprime una verità, ma occorre precisare che il sentiero della conoscenza non è lo stesso della coscienza. Uno scienziato è tale se è al vertice della conoscenza nel suo campo (ci mancherebbe altro direbbe Platone), ma altra cosa è la coscienza di ciò che si sa e come si agisce in relazione ad essa. Per conclusione un rilancio: sarebbe interessante conoscere il pensiero della presidente Angelo Bracco sulla figura scientifica di Werner Karl Heisenberg.
Urbanistica buddhista
Se si vuole conoscere una città, tanto più se di particolare rilievo storico e culturale, bisognerebbe per prima cosa fare visita ai suoi cimiteri. Può apparire un’idea eccessivamente romantica, ma personalmente ritengo sia utile psicologicamente stabilire un contatto emotivo con poeti, artisti, scienziati o politici del passato che abbiamo conosciuto razionalmente con lo studio. Leggere il nome di una persona famosa su una lapide ci provoca comunque un sentimento, anche se non di intensità pari a quella per un parente o amico defunto. La nostalgia, madre di ogni sentimento, si riferisce sempre al passato o al lontano e ciascuno di noi ha l’intera umanità per antenato.
Nella città di Tokyo, a nord del parco di Ueno, si trova il cimitero buddhista di Yanaka. Un’area segnata da due strade che si incrociano ortogonalmente: la Sakura Dori che corre fino al tempio Tennōji, a ridosso di una stazione ferroviaria, e la Ginnan Dori che l’attraversa a metà percorso. L’intera area è circondata da piccole case con vista aperta sui sepolcri, abitate dai vivi. Nei quattro settori ricavati dal crocevia si diramano sentieri ove si passeggia come in un giardino, in compagnia di gatti, tra le scritte indecifrabili sui sepolcri di persone ignote. Eppure anche così, se ci si dispone all’ascolto, si può avvertire una corrispondenza d’amorosi sensi . Ma è la Sakura Dori, fiancheggiata com’è per tutto il suo percorso da alberi di ciliegio che, in primavera, incanta i vivi con il rifulgere dei suoi fiori rosa e bianchi. Eppure, dalle finestre di quellei stanze, soggiorno, cucina, studio o camere da letto, uomini e donne, bambini e anziani guardano le stele come alberi di un giardino secco, luogo di pace e meditazione. Essi sanno che. alla fine, un giorno lì traslocheranno. Alla fine, sull’impermanenza prevalel’armonia che vince di mille secoli il silenzio.
Lo spirito del luogo
Nella regione della Carnia, in Friuli, c’è una località dal nome vagamente orientale di Sella Chianzutan. Sotto la strada che percorre il valico, di fronte ad una casa che un tempo fu uno stavolo, un grande prato si estende fino alle pendici del Monte Piombada. Quando lo vidi per la prima volta notai nella sua sagoma il profilo di una donna supina che guarda il cielo, da sinistra: la chioma dei capelli distesi che salgono fino alla fronte, poi le sopracciglia, il naso, le labbra e il mento a proseguire con il collo e il lungo dorso. Per quanto abbia investigato tra i residenti del posto era parso che nessuno si fosse mai accorto di quella silhouette, tranne alcuni amici e conoscenti estranei ai quei luoghi, ai quali durante i soggiorni proponevo quella vista come un enigma percettivo sulla bellezza del luogo.
Ancora oggi non ho riscontrato tra i visitatori occasionali la mia percezione, al punto di temere fosse un miraggio del mio spirito inquieto. Così, nel tempo, mentre approfondivo la conoscenza della cultura giapponese e proprio in quel luogo cominciamo a scrivere le mie riflessioni su di essa, mi sono fatto l’idea che in Giappone quella montagna (Yama) sarebbe stata considerata una divinità dallo Shintō, l’antichissimo culto religioso autoctono dei giapponesi, tramandato oralmente e seguito ancor oggi. Come tale, quella montagna sarebbe laggiù venerata dalla presenza di un Santuario (Jinja o Taisha) preceduto da un Torii, il portale che indica il passaggio nella sacralità della natura, dove alberga lo spirito del luogo.
Alla impossibilità di realizzare su quel prato questa mia idea, ho supplito con la fantasia ricorrendo ad una restituzione grafica, quella che i proseliti della lingua inglese chiamano “rendering”. Il risultato è quello che appare nella foto qui pubblicata, in cui si vede un viandante dirigersi verso un Torii posato sul prato per accedere alla montagna. La mancanza di un santuario è qui voluta perché nella storia dello Shintō la sua edificazione assume il significato di dimora dello spirito che vi presiede, un luogo ove la divinità risiede dando agli uomini l’opportunità di rivolgerle le proprie preghiere. Ed io ancora non conosco cosa protegge la misteriosa divinità del Monte Piombada, né ho trovato un nome adeguato da attribuirle. Tuttavia, così come ho sempre fatto davanti ai Santuari shintoisti che ho incontrato nei miei viaggi nel Paese del Sol Levante (ve ne sono oltre 80 mila in tutto il paese), anche sul “pratone” di Sella Chianzutan ogni volta che mi rivolgo al monte mi inchino.
Hiroshima, Memoriale della Pace. Nagasaki, resti del Torii del Santuario Shintoista Sanno (Archivio fotografico dell’autore)
Il 6 e 9 agosto di ogni anno si perpetua in Giappone e nel mondo la commemorazione delle vittime dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Quest’anno, però, ci presentiamo alla ricorrenza dopo sofferte discussioni su come connotare l’eccidio dei palestinesi perpetuato a Gaza dall’esercito israeliano, tra timorose indignazioni e silenzi di Stato: “crimine di guerra”, “pulizia etnica” o “genocidio”? E quale valutazione critica, politica, ideologica o religiosa attribuirgli: “risposta squilibrata, all’atto terroristico subito”, “antisionismo” o “antisemitismo”?.
A 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale la percezione dei conflitti si abbandona ancora ai sentimenti dettati dall’appartenenza ideologica. in Europa tre generazioni postbelliche educate alla pace, ovvero al benessere economico e alla ricerca della felicità, oggi piangono le oltre 60 mila vittime civili dei bombardamenti israeliani (di cui oltre 16 mila bambini) invocando sgomente il ritorno all’umanità garantita dal “diritto” e protetto dalla “comunità internazionale”. Tutto questo mentre l’attenzione si distrae dalla guerra in Ucraina (oltre 12 mila civili morti) e la memoria vacilla tra vaghi richiami alle guerre passate in Medioriente (Iraq con 18 mila civili, Afganistan con 47 mila civili, Siria con 117 mila civili); mentre sbiadiscono i ricordi della guerra europea (Kosovo con 13 mila civili morti), nell’oblio della guerra in Vietnam (vittime civili stimate tra 500 mila e 2 milioni) e della Seconda guerra mondiale (con gli 85 mila vittime in Italia, i 93 mila in Regno Unito, i 500 mila in Germania, oltre 1 milione in Giappone e i 13,7 milioni in URSS di cui 2 milioni solo a Leningrado).
Non è chiaro quale sia il valore di soglia delle vittime civili (e militari) perché la coscienza pacifista s’indigni. Il punto è che per comprendere la realtà e il significato di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi ”in diretta” occorre, invece, una memoria a lungo termine che sappia guardare l’azione umana nella sua complessità, al di là dell’insostenibile meccanismo di difesa del “non è vero perché non mi piace” che obnubila la coscienza. Meccanismo che col tempo trasforma il senso di colpa in ipocrisia.
Questa volta, però, si presenta a tutti noi l’occasione di far riacquistare a queste date la dignità dei Giorni della Memoria. Con il riconoscimento del premio Nobel per la pace 2024 all’organizzazione giapponese Nihon Hidankyo, avvenuto lo scorso anno dopo tante assegnazioni criticate o, peggio, mancate (Mahatma Ghandi), questi giorni 6 e 9 agosto offrono l’opportunità di una epifania della coscienza: se gli hibakushi sono i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, tutti i civili giapponesi devono essere considerati come i sopravvissuti ai bombardamenti tra il marzo 1945 e la resa del Giappone nell’ agosto 1945. La commemorazione ci riporta dunque in Giappone, dove nell’agosto 1945 gli Stati Uniti d’America sganciarono due bombe atomiche, la prima il giorno 6 ad Hiroshima e la seconda il giorno 9 a Nagasaki, causando 210.000 morti e 150.000 feriti: tutte vittime civili avvenute in due giorni, senza contare le ulteriori e numerose vittime dovute agli effetti delle radiazioni. Sarebbero sufficienti questi fatti per riflettere sul significato di “crimine di guerra”, se non fosse che essi rappresentano solo gli ultimi due atti che concludono il programma di bombardamenti strategici su 67 città giapponesi iniziato a marzo 1945 che causò la morte di oltre 1 milione di solo vittime civili. Ancora oggi si vuole far credere che la fine della guerra contro il Giappone firmata il 2 settembre 1945 (cinque mesi dopo quella avvenuta in Europa con la Germania) sia stata determinata dalle due bombe atomiche; ancora oggi nessun presidente USA ha porto al Giappone le scuse ufficiali per l’atto criminale commesso contro la sua popolazione. A ben vedere, con buona pace dei sostenitori della oggettività della storia, la narrazione dei vincitori nasconde sempre le reali cause dell’inizio di una guerra così come quelle che ne determinano la fine. Così anche per il conflitto tra Usa e Giappone: da Pearl Harbor a Hiroshima-Nagasaki la verità rimane ancora velata da convenienti omissioni storiche.
Una ragione umana che non sia separata dal sentimento deve poter guardare in faccia la realtà sapendo discernere le lacrime dalla pioggia. Deve sapere, usando le parole di Martin Heidegger, che: “un vero trattato di pace non è mai unilaterale. Qui si confonde la pace con la vittoria-sconfitta dei contendenti, come se questi fossero quelli che si ammazzano sul campo. (…) Si dà a intendere ai popoli che la pace sarebbe l’eliminazione della guerra, che intanto la pace che elimina la guerra potrebbe venire assicurata soltanto da una guerra. Ma contro questa pace di guerra viene nuovamente aperta un’offensiva di pace i cui attacchi a stento si possono definire pacifici. La guerra: la garanzia della pace. Ma la pace: l’eliminazione della guerra. Come può la pace venire garantita da ciò che essa elimina? Qui c’è qualcosa di sconnesso nel fondamento più profondo, o magari qualcosa che è da sempre sconnesso. Ma nel frattempo “guerra” e “pace” rimangono come i due pezzi di legno che i selvaggi continuano a sfregare per ottenere il fuoco”.
La post tecnologia
Mentre la Fisica, la scienza dalla Natura, impone con la relatività generale e la meccanica quantistica un nuovo modo di pensare la Natura e quindi sé stessi, l’ideologia contemporanea regredisce al livello di semplice Cinematica. Se, infatti, agli inizi del XX secolo il movimento culturale italiano del Futurismo poneva la “velocità” a simbolo di progresso, in questi anni una emergente corrente di pensiero americana si fa largo sostenendo l’”accelerazione” come fattore di sviluppo di ogni tecnologia, in particolare della superintelligenza artificiale (al momento fantascientifica). Si chiama Accelerazionismo efficace (e/acc) «secondo cui non esistono problemi materiali – compresi quelli generati dalla tecnologia – che non possano essere risolti tramite “più tecnologia”. Lo sviluppo, in questa visione, non va semplicemente incoraggiato: deve essere accelerato a tutti i costi, perché soltanto la “spirale ascendente del tecno-capitalismo” può garantire all’umanità un futuro utopico».
E per coloro che ancora nutrono dubbi sulla relazione profonda tra capitalismo e tecnologia, su cui da tre secoli, almeno, è fondato il nostro modo di pensare e agire, la risposta è «i limiti imposti dalla politica, dalla morale e dalla natura siano ostacoli da abbattere, nell’ottica di un’evoluzione che abbracci completamente il potere delle macchine, dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e del cosiddetto tecno-capitalismo». Siamo difronte alla realtà di uno sviluppo tecnologico che «dev’essere guidato dalle sole logiche della velocità, della legge della giungla capitalista e del transumanesimo, che accoglierà i vincitori e spazzerà via i perdenti.»
Nel Manifesto dei pittori futuristi del febbraio 1910, firmato dai maggiori pittori italiani, v’era scritto: «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…».
In queste parole che potrebbero essere sottoscritte dai nuovi ideologi tecno-capitalisti vanno riconosciuti, a mio parere, i rischi reali delle guerre prossime venture.
Perfect days: impressioni e sentimenti
Perfect days (2023), da film documentario a film d’arte. Wim Wenders, regista giapponese honoris causa.
Un film di due ore fatto di sguardi e primi piani, una colonna sonora di brani di musica rock anni ’70 collimati alle situazioni, pochi dialoghi, girato in esterni che il protagonista attraversa e guarda con meraviglia (la luce del mattino, gli alberi e la luce che vi filtra tra le foglie), in interni dove il protagonista si muove come un cieco, tanto la sua esistenza è scandita dalla consuetudine. Ci affanniamo a comprendere “chi è”, il suo passato e il suo destino, ma il personaggio Hirayama non ha una dimensione storica, né un profilo psicologico, solo il suo esserci e qualche allusione alla famiglia lasciata (nipote, sorella, padre ricoverato). Prevalgono i rumori d’ambiente (foglie spazzate, auto sui viadotti, lontane sirene) e il silenzio. Eppure, noi per tutto il tempo rimaniamo incantati, empatici, con qualche lacrima di gioia.
La cultura giapponese è fondata su principi e valori della loro tradizione millenaria che non hanno una simmetrica corrispondenza con la nostra occidentale. In più, i giapponesi hanno nel loro linguaggio una parola o locuzione per ogni situazione o sentimento provato. Dunque, per avvicinare la cultura sulla quale questo film è stato realizzato può essere utile avere presente questo glossario minimo:
il registra usa nell’intervista la parola komorebi che nella lingua giapponese descrive l’immagine della “luce del sole che filtra attraverso il fogliame” (i sogni e le fotografie del protagonista);
nella tradizione giapponese la parola kodama indica lo spirito che risiede negli alberi (le piantine innaffiate nella casa, gli alberi ammirati e fotografati);
l’estetica giapponese, quindi la sensibilità della loro visione del mondo, viene descritta, tra altre, con le due locuzioni wabi-sabi, traducibile come “la bellezza imperfetta, impermanente e incompleta” e ichi-go, ichi-e traducibile con “natura irripetibile di un momento”, “solo per questa volta” o “una volta nella vita”.
Hirayama è sconosciuto e invisibile, ma non a tutti, perché il vagabondo danzante nella folla, anch’egli invisibile, lo osserva e lo saluta e il bambino trascinato per mano dalla madre si volta per sorridergli. Le sue giornate trascorrono nella ripetizione degli stessi gesti, ogni volta vissuti con meraviglia, gravitando attorno alla Sky Tree Tower, che domina l’immensa metropoli di Tokyo come un gigantesco totem. Perché e di cosa meravigliarsi e godere? Della vita, dell’unica vita che abbiamo: “adesso è adesso” e “la prossima volta è la prossima volta”. E poi, i giapponesi hanno un adagio: “continuare è potere”.
Presentazione del libro “La singolarità Giappone”
Sabato 4 novembre presenterò al Museo d’Arte Orientale E. Chiossone di Genova la seconda edizione (di prossima uscita) del mio libro “La singolarità Giappone” all’interno della rassegna letteraria dal titolo “Yomimono: leggere al Museo Chiossone e non solo” La manifestazione è stata promossa in occasione di “Genova Capitale del Libro 2023”.
Nel libro sono inserite le illustrazioni di otto xilografie di Giovanni Berio, in arte “Ligustro”, noto in Giappone come l’ultimo incisore del periodo Edo: “Un geniale stampatore di Ukiyo-e di Genova ritenuto la reincarnazione di Hokusai”