Una semplice domanda: se il potere d’acquisto di un’intera popolazione diminuisce chi comprerà le merci?
Eppure la soluzione sembra sulla bocca di tutti essere crescere, produrre di più. Ma che senso ha aumentare la produzione / produttività se il potere d’acquisto, la domanda, diminuisce?
Se crescere significa produrre di più e già non siamo in grado di assorbire l’attuale capacità produttiva, dove finiranno le merci in eccesso? A chi venderà chi produce? Al mercato estero rispondono gli esperti, i furbi. Questo spingerà ogni paese a competere con l’altro anziché collaborare e costringerà ogni nazione ad abbassare sempre più i costi di produzione a danno dei lavoratori che saranno costretti a lavorare a salari sempre più bassi per rendere competitivo il loro mercato.
Un gioco al ribasso in un sistema che si avvita. Liberalizzare (rendere più competitivo il mercato) prende quindi il “moderno” significato di demolire le contrattazioni sindacali e da ultimo il Patto sociale, ovvero ciò che è a base della nascita della nostra civiltà creando uno stato di instabilità e insicurezza (mondiale) per mancanza di regole riguardo a quelli che sono i diritti e i doveri.
Da Wikipedia, Contratto sociale: “Il contrattualismo comprende quelle teorie politiche che vedono l’origine della società in un contratto tra governati e governanti, che implica obblighi precisi per ambedue le parti. In questa concezione il potere politico si fonda su un contratto sociale che pone fine allo stato di natura, segnando l’inizio dello stato sociale e politico. Si considerano contrattualisti quei pensatori che muovono da tale sintassi del discorso”.
Stiamo violando la sintassi. “Sta di fatto” dicono i realisti “che se nel nostro paese non ci mettiamo a produrre di più e meglio di altri dal mercato verremo esclusi”. Il resto sono balle, solo filosofia.
Ebbene è questa la gente che ci ha cacciato in questo guaio, è questa la gente a cui siamo in mano. Mentre una finanza continua liberamente a speculare si chiedono sacrifici ai lavoratori per sollevare le sorti del paese (Patto di solidarietà).
Eppure se l’asserito è vero e incontrovertibile (domanda e offerta sono leggi di mercato) non si capisce come dalla crisi si sortirà se non con una perdita secca del welfare state con un impoverimento di ciascuno e della nazione, della nostra e delle altre. Chi prima chi poi, in una competizione tra stati cannibali e a scapito da ultimo dei diseredati dei poveri della terra. Ormai, fatta eccezione per i pochi o pochissimi, tutti. Scenario che lascia prevedere sommosse, terrorismo e anche guerre se non si interviene per tempo a cambiare logica.
Nel momento in cui il Patto sociale viene violato, il potere politico diventa illegittimo; di conseguenza il diritto di resistenza e ribellione viene legittimato. Queste parole potrebbero sembrare sovversive ma, sorpresa, non sono parole mie: sono tratte dalla medesima definizione data sopra da Wikipedia al contratto sociale.
Chiaramente si tratta di stabilire quanto e come il Patto sociale sia stato violato, ma deve rimanere chiaro che la legittimità della ribellione è proporzionale alla violazione. Costringere stati come la Grecia a violare i patti sociali, un fatto politico, in dipendenza di un fatto economico, è pericolosissimo e sbagliato. Sbagliato anche in dipendenza del fatto che, assoldate le colpe del governo greco, è stato uno tzunami finanziario a scoperchiare le pentole.
Ora bisogna rimettere i coperchi e chiedere ad ogni stato di mettersi sulla strada di risanare la propria economia senza vessare la popolazione, ma combattendo nei tempi e nei modi dovuti la mafia, la corruzione, l’evasione, la speculazione, e ogni sorta di furbizia e disonestà che sono il vero cancro di ogni Patto sociale. Bisogna inoltre restituire in fretta ai lavoratori e questo sì, il potere d’acquisto.
Un governo politico europeo per dare fine agli egoismi nazionali e alla competitività si rende indispensabile, o l’Euro e l’Europa affonderanno.
Se il potere d’acquisto diminuisce chi comprerà la merce? Dovremo distruggere i beni? Deflazione? Un’altra guerra? Nessuno incredibilmente ha ancora risposto a questa semplice domanda.
Ebbene si, sono convinto che 27 milioni di cittadini (d’ora in avanti invito ad usare i valori assoluti della realtà e non più le percentuali dei sondaggi) si siano espressi per e con “emozione” urlando i 4 SI. E me ne rallegro. Ora inizia la fase della “razionalità” ed occorre, al più presto, un governo che sia all’altezza delle aspettative che hanno animato questa prova di civiltà.
Se ai 17 milioni di cittadini che hanno votato i Sindaci del centro/sinistra si sommano i 10 milioni che hanno votato in più al Referendum risulta ad oggi che esiste in Italia una nuova maggioranza capace di portare un governo che degnamente la rappresentasse a ben oltre il 50% delle preferenze! Un brivido deve correre lungo la schiena dei politici. Si tratta di una responsabilità che non si avvertiva dal Referendum del 1946 che portò il Paese alla Repubblica.
Che ne è di tutta l’ingiustizia che non ha trovato storicamente soddisfazione? Di tutto ciò che è andato irrimediabilmente perduto? Dei diritti da sempre calpestati? Di tutta la sofferenza che è rimasta inappagata? Di generazioni senza nome? Può essere “paradiso” la risposta? Qui in terra è “rabbia” “scontento” “depressione”.
Il mancato conseguimento di giuste aspettative, soprattutto se già negli atti, in diritti già acquisiti, che per la gente e per noi tutti hanno il significato di una tranquillità per il futuro, gettano tutti a regredire nella difesa del privato. Questo deve essere chiaro in merito all’accaduto di questi ultimi anni: non vi è più nulla di certo, non gli studi, non il lavoro e neppure la pensione. Hanno precarizzato l’esistenza in toto sia per il presente che per il futuro, per noi come per i nostri figli generando ansia e timori.
E quando il presente e soprattutto il futuro sono minacciati la gente si ritira in se stessa regredisce e non partecipa: questo è un momento di grande chiusura, con gravissime responsabilità sia delle forze politiche che sindacali e anche di quelle forze che a tale precarizzazione avrebbero in ogni modo dovuto opporsi senza ascoltare passivamente “pretese esigenze economiche” del paese correndo appresso alle quali siamo da ultimo, detto ormai da tutti i non appartenenti a logge, “sull’orlo del fallimento”.
Il problema non è economico, ma filosofico. Il morale di un popolo è legato alla morale: è dalla morale che nasce poi l’economia.
E se laidamente, pur essendo credenti, non dobbiamo tenere conto del paradiso a soluzione dell’inappagato, si deve considerare l’umore della gente non per trarne profitto alle elezioni, ma con la cura che si deve al bene più prezioso per progredire. La gente è sfiduciata, affranta, logorata da anni di promesse non mantenute, impaurita dalla precarietà del prossimo futuro, in attesa di un cambiamento di governo a frenare la caduta, il baratro.
Con questo, anche se giustificata e giustificabile, nelle crisi la gente non migliora, ansia e paura fanno regredire, regredire ovunque sia in famiglia, che sul lavoro, che nella vita sociale e politica, con aumento degli egoismi personali e perdita dello slancio.
Di questo dunque io “accuso” le forze sociali che attente a obiettivi economici si sono disinteressate della cultura, considerata problema non concreto o irrisolvibile e comunque a latere, lasciando in libertà “mentalità” ad operare a tutti i livelli ovunque senza incontrare ostacoli. Gli intellettuali rimangono solo voci isolate cui si porta rispetto ma a cui non si da forza, a volte neppure per solidarietà.
Sotto un apparente maschera di tolleranza si lasciano proliferare senza mai intervenire “liberamente” opinioni di ogni sorta. È il relativismo, malattia sociale che affligge l’individuo come le istituzioni, relativismo che sarà in “parole” quello che è stato da più di mezzo secolo nella “prassi”, non si sa che santo pregare e ciascuno per concessione di tutti prega il suo anche se si tratta di un padrino, siamo democratici.
Si aspetta, si aspetta il cambiamento, se cambiamento ci sarà e non ci si accorge che lo sconforto agisce a tutti i livelli anche ai più alti anche nelle teste d’uovo che forse verranno.
La questione morale è irrisolta, è stata messa in cassaforte e si è perso la combinazione.
Il problema dimenticato, mai più riproposto, la morale è problema filosofico, ma, avendo assegnato alla filosofia un posto in cantina, anche la morale è stata costretta a seguire la stessa sorte. Eppure è la coscienza di un popolo che crea il suo benessere, e la coscienza e legata alle convinzioni e alle aspettative che un popolo ha.
Come si può pensare che un popolo senza convinzioni e deluso nelle aspettative possa prosperare? “io non credo prenderò la pensione” uomini e donne di 40anni, “io lo so cosa vuol dire diventare grandi: vivere nell’ansia del lavoro” gente di 30 (n.b. non 20) anni. Arrangiarsi , e ognuno per sé.
Se si crede al destino si può immaginare che alcuni accadimenti alla stregua di fenomeni naturali si consumino, debbano volgere al termine prima di avviarsi ad un nuovo ciclo. Queste analisi deterministe dell’accaduto tolgono all’umanità il libero arbitrio, la possibilità di intervento, la volontà.
Noi sosteniamo contrariamente la possibilità non solo di resistere ma anche quella di ribellarci ad un sistema che affossando e avendo la cultura come nemico rischia di trascinare tutti ai livelli più bassi del’esistenza quelli legati alla sopravvivenza, all’animalità del “sesso e possesso”.
Per far questo è necessario nobilitare l’anima e dare allo Spirito la sua giusta collocazione quale referente dell’essere Uomo. Il sentimento ancor più della passione caratterizza la specie Homo ed è al sentimento, alla natura sentimentale dell’uomo che ci si deve imperativamente rivolgere.
L’educazione dello spirito per l’uomo è tutto e l’educazione dello spirito si chiama cultura.