Urbanistica buddhista

Se si vuole conoscere una città, tanto più se di particolare rilievo storico e culturale, bisognerebbe per prima cosa fare visita ai suoi cimiteri. Può apparire un’idea eccessivamente romantica, ma personalmente ritengo sia utile psicologicamente stabilire un contatto emotivo con poeti, artisti, scienziati o politici del passato che abbiamo conosciuto razionalmente con lo studio. Leggere il nome di una persona famosa su una lapide ci provoca comunque un sentimento, anche se non di intensità pari a quella per un parente o amico defunto. La nostalgia, madre di ogni sentimento, si riferisce sempre al passato o al lontano e ciascuno di noi ha l’intera umanità per antenato.

Nella città di Tokyo, a nord del parco di Ueno, si trova il cimitero buddhista di Yanaka. Un’area segnata da due strade che si incrociano ortogonalmente: la Sakura Dori che corre fino al tempio Tennōji, a ridosso di una stazione ferroviaria, e la Ginnan Dori che l’attraversa a metà percorso. L’intera area è circondata da piccole case con vista aperta sui sepolcri, abitate dai vivi. Nei quattro settori ricavati dal crocevia si diramano sentieri ove si passeggia come in un giardino, in compagnia di gatti, tra le scritte indecifrabili sui sepolcri di persone ignote. Eppure anche così, se ci si dispone all’ascolto, si può avvertire una corrispondenza d’amorosi sensi  . Ma è la Sakura Dori, fiancheggiata com’è per tutto il suo percorso da alberi di ciliegio che, in primavera, incanta i vivi con il rifulgere dei suoi fiori rosa e bianchi. Eppure, dalle finestre di quellei stanze, soggiorno, cucina, studio o camere da letto, uomini e donne, bambini e anziani guardano le stele come alberi di un giardino secco, luogo di pace e meditazione. Essi sanno che. alla fine, un giorno lì traslocheranno. Alla fine, sull’impermanenza prevale l’armonia che vince di mille secoli il silenzio.  




Lo spirito del luogo

Nella regione della Carnia, in Friuli, c’è una località dal nome vagamente orientale di Sella Chianzutan. Sotto la strada che percorre il valico, di fronte ad una casa che un tempo fu uno stavolo, un grande prato si estende fino alle pendici del Monte Piombada. Quando lo vidi per la prima volta notai nella sua sagoma il profilo di una donna supina che guarda il cielo, da sinistra: la chioma dei capelli distesi che salgono fino alla fronte, poi le sopracciglia, il naso, le labbra e il mento a proseguire con il collo e il lungo dorso. Per quanto abbia investigato tra i residenti del posto era parso che nessuno si fosse mai accorto di quella silhouette, tranne alcuni amici e conoscenti estranei ai quei luoghi, ai quali durante i soggiorni proponevo quella vista come un enigma percettivo sulla bellezza del luogo.

Ancora oggi non ho riscontrato tra i visitatori occasionali la mia percezione, al punto di temere fosse un miraggio del mio spirito inquieto. Così, nel tempo, mentre approfondivo la conoscenza della cultura giapponese e proprio in quel luogo cominciamo a scrivere le mie riflessioni su di essa, mi sono fatto l’idea che in Giappone quella montagna (Yama) sarebbe stata considerata una divinità dallo Shintō, l’antichissimo culto religioso autoctono dei giapponesi, tramandato oralmente e seguito ancor oggi. Come tale, quella montagna sarebbe laggiù venerata dalla presenza di un Santuario (Jinja o Taisha) preceduto da un Torii, il portale che indica il passaggio nella sacralità della natura, dove alberga lo spirito del luogo.

Alla impossibilità di realizzare su quel prato questa mia idea, ho supplito con la fantasia ricorrendo ad una restituzione grafica, quella che i proseliti della lingua inglese chiamano “rendering”. Il risultato è quello che appare nella foto qui pubblicata, in cui si vede un viandante dirigersi verso un Torii posato sul prato per accedere alla montagna. La mancanza di un santuario è qui voluta perché nella storia dello Shintō la sua edificazione assume il significato di dimora dello spirito che vi presiede, un luogo ove la divinità risiede dando agli uomini l’opportunità di rivolgerle le proprie preghiere. Ed io ancora non conosco cosa protegge la misteriosa divinità del Monte Piombada, né ho trovato un nome adeguato da attribuirle. Tuttavia, così come ho sempre fatto davanti ai Santuari shintoisti che ho incontrato nei miei viaggi nel Paese del Sol Levante (ve ne sono oltre 80 mila in tutto il paese), anche sul “pratone” di Sella Chianzutan ogni volta che mi rivolgo al monte mi inchino.