Lacrime nella pioggia

In questo articolo tratterò della pandemia da Covid-19 e del coronavirus SARS-CoV-2 dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio. Occorre però una premessa. Nella nostra cultura, che ha origine nel pensiero greco, il linguaggio costituisce il fondamento di ogni comprensione quanto metafora del pensiero. Dalla filosofia alla logica ciò che comprendiamo attraverso il linguaggio viene comunicato usando un medesimo vettore strutturato in simboli, parole, suoni o immagini.



C’è un modo per nascondere le cose alla vista degli uomini che è più efficace del buio: abbagliarli con la luce. E’ esperienza comune che quando si entra in un ambiente chiuso dopo essere stati esposti alla luce solare negli spazi aperti la vista si affievolisca momentaneamente  e dobbiamo aspettare qualche istante prima che i nostri occhi si adattino alla nuova condizione. Questo fatto ha una spegazione scientifica, ma qui interessa il suo valore come metafora per descrivere lo situazione della nostra coscienza sollecitata dall’esposizione alle informazioni che riceviamo dai mass media e dai social.

Già alla fine dello scorso anno si erano diffuse dall’estremo oriente notizie su un nuovo virus appartenente alla famiglia dei Coronavirus che preoccupava le autorità locali per la patologia indotta e per le sue capacità d’infezione e diffusione. Di lì a pochi giorni le informazioni che sono state diffuse sono aumentate seguendo un andamento ben più veloce di quello con cui lo stesso virus si diffondeva. In breve tempo la quasi totalità della cronaca si occuperà del Coronavirus attirando l’attenzione e suscitando timori di centinaia di milioni di persone nel mondo.

Secondo le indicazioni istituzionali ed editoriali delle principali testate, in ossequio ad una concezione della trasparenza secondo il principio del dire tutto a tutti , siamo stati sopraffatti quotidianamente dalle informazioni riportate dai giornalisti sulle caratteristiche del virus, sul suo andamento nei paesi dove era comparso e in quelli dove si stava espandendo e, infine, sui comportamenti più idonei da adottare per contrastarlo. Dal buio dell’ignoranza sui virus in cui siamo quasi tutti noi vissuti, a parte le cronache sul fanatismo dei “no wax”, in pochi giorni siamo stati esposti alla luce abbagliante delle informazioni, dei pareri e delle spiegazioni scientifiche fornite da virologi, epidemiologi, medici ed esperti di varia estrazione.

Sospinta da questa marea è salita l’angoscia, non tanto per il coronavirus che gli esperti si ostinavano a dichiarare agli inizi di essere come una influenza per poi ammettere di non conoscere, quanto per il modo con cui l’emergenza è stata comunicata. Una narrazione, come è di moda dire, nata come il viaggio di un organismo invisibile trasmesso all’uomo da un pipistrello in un affollato mercato alimentare del lontano oriente giunto a noi in Italia. Possiamo già ipotizzare che non mancheranno nei prossimi mesi  racconti thriller e fiction distopiche per elaborare la paura e rilanciare l’editoria.

Se concentriamo l’attenzione sul caso italiano, trascorsi ormai due mesi di “distanziamento sociale” possiamo osservare che in un tempo molto breve un popolo, che già avevamo appreso da ricerche internazionali essere agli ultimi posti nelle graduatorie culturali per la presenza di un elevato tasso di analfabetismo funzionale, è stato investito da informazioni farcite con acronimi, termini e concetti scientifici biologici (virologia, immunologia) e statistici (epidemiologia) mai sentiti prima e, in ogni caso, nemmeno studiati a scuola dalla maggioranza delle persone. 

Queste informazioni sul virus SARS-CoV-2 e sull’andamento della pandemia da Covid-19 sono state poi diffuse dalle istituzioni mediante comunicati quotidiani, in molti casi più volte al giorno, che contavano contagiati,  ricoverati in terapia intensiva, casi guariti e decessi, “con” o “per” coronavirus. Un puntino sui grafici giorno dopo giorno. Alla confusione generata dalla difficile comprensione dei dati forniti, espressi in percentuali senza specificare la modalità del loro calcolo e senza accertare l’omogeneità dei valori assoluti cui erano riferiti, si è aggiunta la deformazione percettiva del fenomeno indotta dalle geolocalizzazioni raffiguranti l’intensità e la diffusione della pandemia sullo sfondo di stilizzate carte geografiche.

Sui quotidiani e sul web mappe come quella qui riportata apparivano alla nostra vista come silhouette dei vari paesi colpiti dal virus coperte da cerchi di colore rosso più o meno grandi che avrebbero voluto rappresentare la proporzione della diffusione della pandemia. Il tentativo di differenziare i vari diametri dei cerchi per rappresentare proporzionalmente la diversa diffusione del virus nei vari paesi risultava tuttavia vana, dal momento che, per necessità dovuta al piccolo spazio a disposizione che imponeva l’adozione di una scala molto piccola, alla proporzionalità dei diametri dei cerchi tra loro non corrispondeva altrettanta proporzionalità degli stessi rispetto alla grandezza dei paesi. Il risultato è stato dunque quello di offrire a persone già impressionate dai numeri preoccupate una percezione visiva del fenomeno che lasciava intendere che la pandemia fosse estesa all’intero paese: carte che rappresentavano interi paesi, se non continenti, coperti da cerchi di colore rosso.

Quanto poi agli aggiornamenti numerici sull’andamento della pandemia il formato adottato sembrava (ancora oggi è così) un bollettino delle catastrofi quali terremoti, incidenti aerei o ferroviari, incendi, attacchi terroristici che riportava l’elenco dei numeri dei morti (decessi), dei feriti (contagiati) e dei dispersi (asintomatici). D’altra parte, lo stesso ricorso alle metafore che hanno considerato l’epidemia come uno “tsunami” e la situazione creatasi come uno “stato di guerra” usate da politici e giornalisti per giustificare le indicazioni emanate dalle autorità  per fronteggiare l’emergenza,  in realtà ha tradito la paura e l’incompetenza degli stessi comunicatori piuttosto che rivelarsi uno strumento comunicativo utile per far prendere atto della situazione e assumere con razionalità la responsabiltà del caso.

In una vera situazione di “guerra” i comandi militari responsabili delle azioni si guarderebbero bene dal pubblicizzare ai propri soldati, ancor meno ai civili, bollettini giornalieri recanti il numero delle vittime e dei danni subiti, semmai comunicherebbero per ragioni propagandistiche i danni inferti al nemico. 

Ciò che qui si vuole mettere in evidenza è che l’errore della modalità comunicativa non è consistito tanto nella sua impronta sensazionalistica quanto nel fatto che è stata adottata in modo compulsivo prima che si disponesse di informazioni certe e razionali per comprenderle. Nell’emergenza Covid-19 si è palesata la differenza tra pensiero scientifico e prassi politica.  Politici alimentati da scienziati accondiscendenti, prestati allo spettacolo, e amplificati dagli operatori della comunicazione si sono comportati rilevando lo stesso smarrimento e la stessa angoscia di chi li ascoltava e seguiva. Il potere politico, se si concepisse che la politica vera è la visione dell’interesse lontano , imporrebbe a coloro che lo esercitano la responsabilità etica di possedere se non la conoscenza dei problemi da affrontare e risolvere, almeno un livello culturale adeguato, non l’interesse, per comprendere la situazione.

Nel processo di rilevazione-comprensione-contrasto dell’epidemia generato dal nuovo coronavirus il fattore tempo è stato quello più rilevante. In particolare, l’accelerazione e la velocità, derivate del tempo, sono diventate gli indicatori per misurare con il primo la diffusione della pandemia (fase 1) e col secondo l’uscita dall’emergenza (fase 2). Quale e quando arriverà il rimedio per sconfiggere la pandemia? Cosa arriverà prima: un farmaco antivirale, il vaccino o l’immunità di gregge? Quando saremo di nuovo liberi di tornare alla “normalità”: a metà maggio, la prossima estate, entro l’anno, la prossima primavera…?

Spossati dal “distanziamento sociale” e sempre più preoccupati per gli ingenti danni che ne sono seguiti e altri che ne seguiranno, si tende a voler dimenticare cosa è successo in questi ultimi mesi d’isolamento quasi si trattasse di una fuga, una corsa da accelerare per allontanarsi nel più breve tempo possibile dalla sorgente del pericolo e giungere in fondo al tunnel per ritrovare con la luce la pace. Ma qualcosa sembra turbare le nostre coscienze ed emerge il timore che “non sarà più come prima”. Forse non tornerà più la “normalità” che abbiamo sospeso perché questo Coronavirus ha scoperto il vaso di Pandora, mito greco di ventotto secoli fa che oggi ci appare come la nuova metafora per descrivere la situazione reale.

Sempre rimanendo nell’ambito del linguaggio e della comunicazione spostiamo l’attenzione sul Coronavirus SARS-CoV-2 in sé per notare che nelle numerose spiegazioni su cos’è un virus fornite da virologi, immunologi, medici e biologi è stato omesso un termine, un particolare anch’esso di natura linguistica che tuttavia cambia la prospettiva del fenomeno. Anche al nuovo Coronavirus è stato dato un nome, se n’è conosciuto il genoma, se ne sta studiando il comportamento nella sicura prospettiva che, come avvenuto in passato in molti altri casi, prima o poi sarà posto anch’esso sotto controllo. Eppure nel presentarlo si è dimenticato di dire che la piccola entità biologica chiamata virus è un parassita.

Il punto è che i virus sono organismi parassiti obbligati e in quanto tali, non possedendo le informazioni sufficienti per auto riprodursi, hanno bisogno di una cellula ospite che fornisca loro i mezzi per farlo. Da quando esistiamo su questo mondo i virus come entità sono sopravvissuti contribuendo a stabilire con l’uomo (in generale con tutte le cellule vegetali e animali) uno stato di equilibrio virus-cellula che costituisce nel bene e nel male uno degli aspetti del nostro rapporto con la natura.

Oh, questa Natura! Per secoli ci siamo crogiolati sul dubbio se essa fosse benigna o matrigna ed ecco arrivare questa pandemia con le sue evidenze: i) è l’uomo stesso con la sua cultura che decide l’equilibrio nel rapporto con la natura; ii) l’uomo ha rotto questo equilibrio da almeno tre secoli. E, dunque, se è vero che nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione si arriva anche all’amara verità che la stessa evoluzione se-ne-frega dei nostri “diritti” e “spazi di libertà”.

Gli scienziati che lavorano sui modelli matematici ci avvertono che se sarà confermato nei prossimi giorni (con riferimento alla data di questo articolo) ciò sarà la prova che le misure di “distanziamento sociale” adottate sono state efficaci…”perché altrimenti” …(Manzoni dixit) se l’andamento continuasse ad essere esponenziale… dovremmo tornare all’isolamento o al limite perseverando moriremmo tutti e… il “discorso finisce lì” (Keynes dixit).

Nell’emergenza posta dalla pandemia il mondo occidentale ha rivelato, al suo interno, una profonda differenza culturale nelle strategie da adottare per affrontarla: da un lato alcuni paesi dell’area meridionale dell’Europa, Italia per prima, che, assumendo il modello cinese, proponevano l’isolamento totale della popolazione, dall’altro altri paesi dell’area più nordica dell’Europa che consideravano l’ “immunità di gregge” come l’unico obiettivo realistico da perseguire per non sconvolgere la vita economica e sociale. Tutti, comunque, nell’attesa di farmaci efficaci per la cura e del vaccino per la profilassi.

Le dichiarazioni del premier inglese, seguite da altre di politici ed esperti olandesi, scandinavi tramite i comunicatori, che ci indica quando una popolazione ha superato il pericolo pandemico di una infezione, fece scalpore e divise l’opinione pubblica tra gli umanisti latini e cinici anglosassoni. Le domande eluse, perché inquietanti, sono state: quanto tempo trascorrerà prima che ognuno di noi potrà riprendere la vita quotidiana ex ante (normale, sic!)? Quale assetto economico e produttivo ritroveremo? Quanti saranno i morti seguendo la strategia della immunità di gregge e quanti invece con il lockdown? Rispetto ai deceduti causati direttamente dalla pandemia coronavirus, le vittime di natura economica e sociale sono da considerarsi effetti collaterali? Il punto è tutto qui: la scelta tragica di stabilire quale proporzione di vittime siamo disposti ad accettare? In altre parole, è un problema di velocità: in attesa di farmaci antivirali e del vaccino qual è la strategia più rapida e più efficiente, per raggiungere l’immunità di gruppo?

Il filosofo Umberto Galimberti ci ha spiegato che i razzisti più pericolosi sono quelli che “io non sono razzista, però…”. Orbene quel “però…” ricompare nelle argomentazioni diffuse tra esperti e vittime potenziali che trattano la pandemia : “la salute prima di tutto, però l’economia…”

Comunque, questo Covid-19 non è una esercitazione.




La compassione non è naturale

Quando nel trascorso mese di marzo è stata decretata su scala nazionale la quarantena contro la pandemia Covid-19 scrissi un breve articolo dal titolo Amore e morte al tempo del corona sul tema che oggi ritengo esemplificativo e propedeutico alla necessaria riflessione sul ruolo che la compassione ha avuto nella storia dell’umanità in merito al  diritto, ossia alle norme che regolano la convivenza.



Nell’articolo così scrivevo: “Si teme che un virus, questo o un altro più terribile, possa distruggere l’umanità. Niente di tutto questo: per la razza umana, al di là della morale, un virus è altamente benefico. Il virus se lasciato libero di operare migliora sia la razza che l’economia. E infatti ringiovanirebbe la popolazione con alleggerimento delle spese sanitarie e pensionistiche, eliminerebbe i deboli e i malati migliorando come sempre hanno fatto le malattie, prima dell’avvento della cultura, la razza umana. Tutt’altro che una catastrofe. Deve dunque essere chiaro che l’idea di uguaglianza, di salvare gli ultimi appartiene alla cultura e non alla natura. Coloro che rivendicano un ritorno alla natura nulla hanno compreso della “ubris naturae” (spietatezza della natura). La Natura è bella perché, per selezione naturale, elimina “il brutto”. Sempre ci fu matrigna. Sarebbe ora di riflettere su “bellezza e morte”. Gli ideali della classicità greca che hanno fatto grande la tragedia.  

La Compassione, sentimento di recentissima acquisizione, si oppone alla natura. Nasce circa un millennio a.c., data solo 3mila anni, in un periodo storico in cui vengono alla luce opere come l’Iliade, l’Odissea, la Bibbia. Gli animali di contro sono vecchi di passioni antiche di milioni di anni quali la gelosia e il possesso, vedono “il mondo solo nell’utilizzo” e agiscono secondo “necessità”. Anche la cultura umana ha agito in passato per migliaia di anni con una visione del mondo come utilizzo, per “interesse”. Il capitalismo rientra ancora ampiamente in questa logica e non a caso si fonda sulla pancia, sulla quale più facilmente trova consensi. Con la nascita della compassione, la morale ha cercato di contrastare necessità e interesse, ma ancora, nuova dea olimpica, lotta contro Titani come la necessità naturale (la pancia) e la cupidigia umana (la lupa).

Un virus elimina dalla specie tutto quello che è superfluo, inutile e di peso, lasciando in vita gli individui  più forti e più adatti. Lontano quindi dall’ipotesi che possa estinguere la specie, di contro la sana e la fortifica. I virus hanno avuto questa funzione su tutte le specie fin dall’origine della loro comparsa 3 miliardi di anni fa e l’evoluzione gliene rende merito così come è grata a ogni avversità ambientale che ha agito per il miglioramento della specie e della razza. Bisogna realizzare che la natura è bella perché attraverso la selezione, grazie alla morte, elimina “il brutto”. Dura lex. Questo assioma è legge naturale, in collaborazione con la differenziazione (polimorfismo), sono il motore stesso dell’evoluzione.

Anche i cambiamenti climatici, per quanto catastrofici non saranno certo di danno a tutta l’umanità. Avverrà una selezione come sempre a danno degli ultimi ma i primi e anche i secondi sopravvivranno. La natura non è cinica ma semplicemente pre-morale ossia indifferente. Siamo noi che con la compassione andiamo, a dio piacendo, contronatura. Mentre si incensa e loda in ogni modo e da ogni parte la Natura e ciò che è naturale, bisogna prender coscienza che la compassione salvando gli ultimi, agisce contro natura. La compassione è contronatura. Questa consapevolezza non appartiene ancora all’umanità che vede ancora nella Natura il ritorno alla Madre. Ebbene, la madre fu sempre a noi e a ogni vivente matrigna, ci inganna con la bellezza ma il suo profumo è la morte. Non sarà la bellezza ma l’amore a salvarci”.

Questa  premessa oggi mi torna utile per dirimere una diatriba sul Diritto e sui suoi fondamenti. Con una definizione da dizionario apprendiamo che per “giusnaturalismo” o “dottrina del diritto naturale”, dal latino ius naturale, «diritto di natura» s’intende la corrente di pensiero filosofica che presuppone l’esistenza di una “norma di condotta intersoggettiva” universalmente valida e immutabile, fondata su una peculiare idea di “natura” . Orbene “Natura” secondo Norberto Bobbio è “uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia” e io concordo con lui.

Lo Jus naturae è preesistente a ogni forma storicamente assunta di diritto positivo, il giusnaturalismo ritiene se stesso valido in quanto fondato sulla “natura”, su principi universalmente validi e immutabili in grado di realizzare il miglior ordinamento possibile della società umana; ed è servito in via principale per decidere le controversie fra gli individui, fra gli Stati e fra il Governo e il suo popolo. Il giusnaturalismo è un primo passo per togliere a Dio l’autorità di decidere per affidarla alla natura. Ma sull’intendimento di “natura” e sui suoi principi nascono molti  dubbi.

Ai tempi l’evoluzione era una sconosciuta e si pensi ora alla luce di quanto esposto nell’articolo in premessa quali siano i principi in natura. Per diritto positivo si intendono di contro le norme prodotte dell’opera umana ritenute adatte a ordinare il sociale scelte di volta in vota secondo criteri utilitaristici in dipendenza del luogo e del tempo, “positivo” non è un giudizio di valore ma semplicemente ciò che si depone,  che viene deposto in modo empirico e arbitrario. Riassumendo il diritto è la raccolta delle norme di condotta interpersonali atte a regolare l’ordinamento sociale, sulla sua natura (fysis) del diritto nasce la controversia. 

Tra giusnaturalismo che si basa su norme universalmente valide fondate su leggi di natura e diritto positivo che si fonda su leggi empiriche che vengono a depositarsi di volta in volta, nasce un’interminabile diatriba. Secondo la dottrina giusnaturalistica il diritto positivo non si adegua mai completamente alla legge naturale, perché esso contiene elementi variabili e accidentali, mutevoli in ogni luogo e in ogni tempo. Secondo il diritto positivo non esistono principi universalmente validi.

L’ ”a che” originario delle leggi su cui fondare il diritto rimane tuttavia all’uno e all’altro sconosciuto. L’uno lo vorrebbe su base certa e universale e tende all’assoluto, proprietà antecedentemente divina, l’altro su base empirica e sperimentale tende al relativo non trova principi universali su cui fondarsi ma entrambi non trovano l’oggetto che viene o dogmaticamente presupposto o indeterminatamente posposto. 

In vero ”a che” originario delle leggi non può in alcun modo essere conosciuto perché ai tempi nulla si sapeva dell’evoluzione. Una vera comprensione può essere raggiunta solo attraverso lo studio della filogenesi culturale. La riflessione critica sulla natura del diritto nasce nella notte dei tempi quando il film era già cominciato. Quando e come sono nate le leggi? Per la comprensione di questa problematica è necessario riferirsi alla nascita della cultura. La filogenesi culturale è lo studio del comportamento a partire dagli animali sino ad arrivare all’uomo, ossia la fenomenologia dello spirito nell’evoluzione.

In merito al tema in questione ci sono importanti assunti che vanno considerati e senza i quali ogni discussione rimane inutile, sterile e priva di fondamento. La premessa fondamentale della filogenesi culturale stabilisce che “le leggi” non furono opera dell’ingegno di nessuno. Nell’infanzia dell’umanità databile decine di migliaia di anni fa, non ci furono legislatori.

Il meccanismo alla base dell’evoluzione culturale è semplice; semplice e ripetitivo della “selezione naturale” darwiniana: sopravvive il più adatto, con la differenza che anziché agli individui bisogna pensare, ossia riferirsi ai gruppi e intendere che con i gruppi vengono selezionate le “idee”: sopravvivono solo quelle idee che consentono la sopravvivenza del gruppo. Tra le varie possibilità normative diversamente sperimentate attraverso i secoli e i millenni dai gruppi, l’ambiente favorisce quei comportamenti fissati all’interno di regole, che essendo i più adatti favoriscono la sopravvivenza del gruppo. Nasce così la selezione culturale.

Le regole che ordinano il gruppo nascono dalle leggi evolutive: la cultura nasce dalla natura, ma da essa si differenzia aggiungendo all’apprendimento in mortuo (DNA) l’apprendimento in vivo e con esso la tradizione culturale. Le leggi evolutive sintetizzate dalla filogenesi nella sopravvivenza del più adatto, applicate nella filogenesi culturale vanno applicate non più solo all’individuo ma al gruppo, gruppo che è ora in grado di “tradurle” di generazione in generazione. Queste leggi così costituite determinano la cultura del gruppo.

Sopravvive il gruppo che ha le regole più adatte a far sopravvivere il gruppo, con il gruppo sopravvivono le regole. Questa norma costituisce la prima legge dell’evoluzione culturale. In pratica sopravvivono quei gruppi che hanno una maggiore adattabilità e con la loro sopravvivenza sopravvivono anche le regole che ordinano il gruppo. Questo postulato ha un importante corollario: le regole non sono un parto del singolo ma una necessità naturaleLe regole non sono state fatte da nessuno.

In un passato recente, a film già cominciato, le leggi furono pensate dapprima provenienti da Dio, poi in una concezione laica, dalla Natura. Le leggi culturali di provenienza dalla natura pur astraendosi dalle leggi naturali tuttavia non sono state all’origine e per moltissimo tempo, in potere dell’uomo, non sono giunte cioè a coscienza. Si sono tramandate come un imperativo categorico senza nessun comprensione della loro eziologia e della loro funzione per miglia e migliaia di anni in modo del tutto tautologico: “è così perché è cosi” senza che il loro perché venisse mai a coscienza e per questo furono ritenute “naturali” e/o provenienti da Dio dando loro un valore di assolutezza.  Ora, se le leggi saranno state buone leggi il gruppo sopravvivrà, diversamente si sarà estinto. La tautologia delle leggi in mano al potere in tempi di barbarie diviene “è così perché lo dico io”. 

La sopravvivenza del gruppo di conseguenza sarà necessitata all’obbedienza al capo, non il più forte ma colui che detiene il sapere. Quando nel passato recente (‘600/700) viene cercata una giustificazione a teorie filosofiche sul diritto nella totale ignoranza delle origini evolutive dello stesso, si pensa dunque ancora a Dio, o alla Natura a fondamento o si procede in modo empirico secondo convenienza. Si pensa a leggi divine, legate all’umano attraverso la fede religiosa o a leggi esistenti di fatto nel positum che per questo vengono dette “naturali” diove il termine “naturale” arriva assumere il valore di “universale” in sostituzione dell’”assoluto” delle leggi divine, o ancora si procede secondo necessità e convenienza adattando le leggi spesso secondo i capricci del potere.

Diventa ora chiaro che la volontà umana si astrae dalla “volontà indifferente” della natura. Questo chiarimento sul nascimento (origine) delle leggi sulle basi della filogenesi culturale, pone fine alla diatriba tra giusnaturalisti e positivisti trovando l’oggetto che pone fine al contendere. Le leggi non le fece né un dio né la natura. Quale che sia la volontà umana sorge ora come la domanda, poiché a questa volontà si lega il diritto. Se ascoltassimo la natura allora dovremmo lasciare via libera al virus e anzi assecondarlo eliminando gli ultimi, gli storpi, i deboli, i vecchi, tutto quello che fa da zavorra alla specie Homo sapiens. Questo non avviene per merito della virtù prima accennata, la Compassione.

Una considerazione. La maturità dell’uomo non è ancora raggiunta e non sarà raggiunta finché non avrà abbandonato l’idea di Dio e della Natura come fondamento dell’azione umana. Bisogna strappare a Dio e alla Natura le umane sorti fondando in piena libertà e autonomia il Diritto sulla base del nuovo sentimento venuto recentemente alla luce: la Compassione, un mero prodotto dello spirito che si sottrae all’indifferenza della natura e alla volontà di dio. La compassione è destinata a strappare a Dio e alla Natura le redini della vicenda non solo umana ma dell’intero pianeta. Su “a che la compassione” si apre un nuovo capitolo della storia.

Si sarebbe portati qui a considerare la compassione come un sentimento di pietà e partecipazione alle sofferenze altrui, verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti, ma da un altro punto di vista la compassione è molto di più di tutto questo se si considera la compassione come un’emergenza esistenziale, la nascita nella storia e nell’evoluzione di un nuovo modo di essere, uno scarto ontologico dell’essere nella sua generalità e dell’uomo nel suo modo di esserci.

Come tutte le emergenze esistenziali, intendendo con questo ciò che è venuto in essere e che mai per quanto grande l’universo ed eterno il tempo è mai esistito, la compassione nasce in un punto indeterminato della cultura umana senza soluzione di continuità con ciò che ha preceduto e cresce lungo il proprio cammino fino a giungere a maturità. Quando la compassione matura a sentimento, si trova fanciulla in mezzo a pulsioni ancestrali quali il Possesso, il Sesso e l’Appartenenza, di cui ogni essere esistenziale che cammina su questa terra è dotato fin dalla nascita.

Quando i nuovi dèi dell’Olimpo si impossessarono del potere dovettero intraprendere con gli dèi che li avevano preceduti, i Titani, creature gigantesche che rappresentavano grandezze fisiche più che morali, una furiosa interminabile guerra (Titanomachia). Similmente la compassione è una fanciulla scesa dall’Olimpo a combattere titani come Indifferenza, Necessità, Orgoglio che da immemorabile tempo hanno regnato indisturbati sulla terra.

Heidegger termina Essere e Tempo nella convinzione di non essere riuscito a chiarire fino in fondo L’Essere, lo stesso valga per Compassione, ché Compassione e Essere sono della stessa natura di cui per Shakespeare sono fatti i sogni. La natura della compassione è infinita e ascosa come nell’erba l’angue.