Una nuova forma di mal d’Africa si propaga nel mondo. Non è la nostalgia per il continente, ma il ritorno al colonialismo nella versione aggiornata di una guerra fredda tra le potenze globali, questa volta tre: Cina, Russia e Stati Uniti.
Il flusso migratorio che si dirige verso l’Europa proveniente dall’Africa attraversa il Sahel, una fascia di territorio colpita dalla desertificazione causata dai mutamenti climatici e dalla conseguente grave crisi alimentare, che si estende dall’oceano Atlantico al Mar Rosso. Su questa area considerata come frontiera da presidiare per controllare la migrazione si è recentemente concentrata l’attenzione politica (e militare) di alcuni stati europei quali la Francia, la Germania e l’Italia. Il Sahel rappresenta per l’Europa il suo orizzonte degli eventi, ma la visione limitata rischia di oscurare l’origine del fenomeno: gli spazi di là da quella siepe non sono interminati e occupati da sovrumani silenzi.
La mappa odierna dell’Africa mostra una realtà ormai consolidata che vede da anni le tre grandi potenze globali sempre più vicine e disposte a confrontarsi: la Cina presente economicamente e militarmente nei paesi del Corno d’Africa e che estende la propria influenza verso ovest e verso sud, la Russia impegnata in missioni diplomatiche nei paesi sub-sahariani per stabilire relazioni economiche e commerciali (vendita armamenti) per contrastare la Cina e gli Stati Uniti, gli Stati Uniti presenti sia economicamente che militarmente.
Le ragioni dell’attrazione per l’Africa da parte delle grandi potenze non sono umanitarie (anche se in alcuni casi così si presentano e talvolta anche operato come n nella recente epidemia di ebola), alcune sono note: le risorse minerarie (titanio, cobalto, radio, rame, tantalio, uranio, petrolio, gas naturale, piombo, zinco, carbone, stagno, oro, diamanti, amianto, bauxite, cromo,…); altre meno note: l’uso agricolo del territorio per importare prodotti alimentari (vedi il caso della Cina). Tutto questo sarebbe sufficiente a far capire quali siano gli enormi interessi in gioco e a quali rischi di conflitto siamo tutti nel mondo esposti.
Eppure i paesi europei, preoccupati dalla crisi del proprio benessere e confusa dalle paure diffuse nelle proprie popolazioni, mostrano con la politica agita attraverso i partiti e vari movimenti cecità e ignavia. L’immigrazione viene considerata come variabile indipendente rispetto alla quale la politica e la sua propaganda si conformano, e si appiattiscono. Definita da alcuni come una nefasta e minacciosa invasione da respingere, da altri come una opportunità e risorsa economica da accogliere. L’immigrazione detta l’agenda delle crisi di governi.
Alcuni analisti e osservatori ci avvisano che si tratta di un fenomeno epocale spingendosi ad individuarne le cause nello sviluppo demografico e nella condizione di povertà che caratterizzano il continente africano. Tuttavia, sono ancora pochi quelli che uscendo dalla facile posizione politicamente corretta del soccorso umanitario mostrano l’onestà intellettuale di connettere i fattori in gioco al fine di delineare un quadro generale della situazione: i) in Africa si sta ricostituendo una nuova cortina di ferro tra le tre più grandi potenze, tra loro in competizione per un nuovo ordine mondiale; ii) le guerre nei territori sub-sahariani, ancorché generate dalle condizioni di sottosviluppo culturale ed economico locali, sono manifestazioni su scala ridotta della politica con altri mezzi perpetuata delle grandi potenze per esorcizzare un conflitto armato diretto, dalle conseguenze incontrollabili.
Nulla di nuovo, si dirà, dopo l’infinita crisi mediorientale e quella petrolifera nel Golfo, ma certamente molto più preoccupante se sommata alle crisi in atto sul confine Europa-Baltico Russia, tra le due Coree e nei mari Cinese e Giapponese. Una volta si diceva “pensare globalmente e agire localmente” e oggi? Come si può pensare di affrontare il problema dei flussi migratori (variabile dipendente) senza avere conoscenza e consapevolezza di quanto sta accadendo su scala planetaria? I singoli Stati europei poco o nulla potranno fare se non diventare Europa, quarta potenza mondiale, a meno di non voler arroccarsi dentro i propri confini per mantenere il più possibile il benessere raggiunto.
In tema di immigrazione è diventato lessico comune tra le sinistre e le destre parlare di “piano Marshall” (espressione che le sinistre traducono con “interventi umanitari” e le destre con “aiutiamoli a casa loro”), ma forse non è sufficientemente chiaro che per rimediare alle immense sofferenze dei migranti africani non basterà l’accoglienza, occorreranno lacrime e sangue (dopo Marshall anche Churchill è tornato di moda): enormi investimenti a governi locali autonomi (mld di € all’anno, per almeno un decennio) e presenza militare per garantirne l’utilizzo e la sicurezza locale.
Arthur Schopenhauer diceva: “Tutti prendono i limiti della loro visione per i limiti del mondo”. Gli esiti dell’elezione del 4 marzo non annunciano una catastrofe, ma al contrario indicano un passaggio evolutivo nella politica italiana, tanto auspicabile quanto necessario, per entrare nel futuro del terzo millennio. Che muoiano i partiti della sinistra italiana è un bene, ma il problema diventa: chi e come recupererà i principi sani della sinistra? La politica vera è la visione dell’interesse lontano, sosteneva il giurista Rudolf von Jehring, 1884) qui da noi prevale invece la miseria intellettuale dei nostri politici e di molti opinionisti (sic!) ed è disarmante. Invece di conoscere e affrontare il tema cruciale dell’intervento della Scienza e delle nuove Tecnologie nella Cultura umana, non solo nel lavoro e nelle relazioni della vita quotidiana, si abbandonano alla più selvaggia pesca a strascico dei voti instillando in un popolo disorientato dall’analfabetismo funzionale insicurezza e paura verso ogni forma di cambiamento. Per loro il valore è la stabilità, leggi status quo sociale, per di più ricercata nel proprio cortile, mentre nel nostro Universo fondato sulla evoluzione l’unica costante è proprio il cambiamento.
Robert Owen, industriale e socialista del XIX secolo, scrisse: «La generale diffusione delle manifatture in tutto il paese genera un nuovo carattere nei suoi abitanti; e dato che questo carattere si forma in base a un principio del tutto sfavorevole alla felicità individuale o generale, produrrà i mali più deplorevoli e duraturi, a meno che la vera tendenza non venga controbilanciata dalle interferenze e dalla direzione del governo“. Dopo tre rivoluzioni industriali e all’alba della quarta fatta di Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie GNR (Genetica, Nanotecnologia e Robotica) già emerse nei settori tecnologici delle Nanotecnologie e nuovi materiali, della Genetica e biotecnologie, della Robotica e intelligenza artificiale, della Mobilità elettrica intelligente e guida autonoma, della Chimica, cosmetica e farmaceutica, dell’Agritech e agrifood, della Blockchain IoT (Internet of Things), della Realtà virtuale e aumentata, oggi in Italia la “direzione del governo” cui si riferiva Owen rischia di essere conquistata da ignoranti e ipocriti che nascondendosi dietro la facile difesa dei diritti acquisiti, da loro usati come cortina fumogena, s’improvvisano nuovi luddisti ribaltando nel futuro una felicità perduta.
Un esempio di questa nostalgia ideologica è il “reddito di cittadinanza”. Usato come proposta politica per integrare i redditi inferiori alla soglia di povertà o per compensare lo stato di disoccupazione in attesa di un posto di lavoro, questo nuovo istituto andrebbe piuttosto inteso e studiato come necessario rimedio allo strutturale aumento della disoccupazione che si prospetta per i prossimi anni, dovuto alla progressiva e inesorabile sostituzione di molti lavori manifatturieri e nei servizi con la robotica e l‘intelligenza artificiale. Alcuni economisti si sono accorti che la recente crisi economica caratterizzata da un forte aumento della disoccupazione ha coperto la sostituzione di molti lavoratori con l’automazione. E’ stata una prima dimostrazione del fatto che l’economia non potrà più mantenere la promessa di creare nuovi posti di lavoro e certamente non alla stessa velocità a cui la tecnologia, con la sua crescita esponenziale, li eliminerà. La disoccupazione cesserà di essere un fenomeno legato alla fase di un ciclo economico per diventare strutturale e irreversibile.
Siamo entrati in una epoca caratterizzata dal passaggio verso una nuova rivoluzione non semplicemente economica ma culturale e ci troviamo già di fronte ad un bivio: assecondare la rifondazione in atto di un nuovo ordine mondiale secondo il vecchio paradigma capitalistico basato sulla crescita di una ricchezza che consuma il pianeta creando diseguaglianza economica e sociale, oppure conoscere il nuovo paradigma dello sviluppo tecnologico ed imparare ad accoglierlo per controllarlo e dirigerlo. Non conoscere l’evoluzione tecnologica in atto e non riconoscere in essa la nuova emergenza evolutiva, resistere ad essa descrivendola come un pericolo per l’umanità o accettarla passivamente come una nuova religione salvifica, ci coglierà impreparati e ci condanna ad essere spazzati via dalla piena dei cambiamenti che sta per travolgere la nostra civiltà come oggi la conosciamo. Occorre perciò liberarsi dal pensiero unico-economico di uno sviluppo basato esclusivamente su beni materiali e sul possesso e ripensare l’intera struttura economica e sociale, ripensare le nostre vite, ruoli, scopi, priorità e motivazioni. Ci sarà sempre meno spazio per ideologie verticistiche e conflittuali legate all’appartenenza etnica, religiosa, politica o territoriale. La politica democratica si svilupperà orizzontalmente, trasversalmente per problemi, e richiederà sempre più informazione, comunicazione e cooperazione.
L’epoca appena iniziata della Singolarità Tecnologica, della fusione di tecnologia e intelligenza umana, ci pone l’obbligo di costruirne uno nuovo paradigma culturale che cambierà radicalmente la nostra coscienza, la nostra intelligenza e dunque il nostro sistema sociale.